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L’ARMATA MONTEZELEONE

Pubblicato il 15 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

Tre sigle fanno capo al presidente della Camera, Gianfranco Fini: la fondazione Fare futuro, il laboratorio politico-ideologico ma non solo; l’associazione Generazione Italia, che sta assumendo l’iniziativa promozionale con manifesti già usciti in Lombardia, ricchi di slogan temerari come «Sì alla legalità. Via gli affaristi dalla politica» e la foto dei Fini!!!, e che potrebbe diventare il futuro partito; il gruppo parlamentare Futuro e libertà, per il quale è ancora incerta la sigla, se semplicemente Fl o Fli, raggruppamento dei parlamentari cacciati-usciti dal Pdl.

Italia Futura fa invece capo a Luca Cordero di Montezemolo. Una fondazione o think tank di stile americano, se non fosse che ormai le fondazioni nel mondo politico italiano sono inflazionate, spuntando come i funghi a favore o con riferimento anche a uomini politici non di primo piano, impegnati a mascherare con esse l e loro correnti o correntine.

Quindi, a parte la possibile confusione del nome con le sigle di Fini, la struttura predisposta da Montezemolo, chiaramente per essere pronto a mettere un piede nella politica, in ben poco si differenzia e si qualifica rispetto alle decine di altre che sono nate.

Una possibile confusione che non si addice per niente a un uomo del livello del presidente della Ferrari, di Ntv (la prima società privata di trasporto ferroviario), nonché fino a poche settimane fa presidente della Fiat, cioè del più grande gruppo privato italiano.

Se poi, nel pieno della bagarre tra Fini e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Montezemolo dà il via a dichiarazioni della sua fondazione, di fatto di nessuna originalità e anzi allineate nella sostanza a quelle di Fini e della sinistra, viene ragionevole domandarsi in quale direzione egli voglia andare: non solo se vuole scendere in politica o meno (domanda che potrebbe apparire pleonastica), ma in che cosa, nel caso, il suo programma si differenzierebbe dagli altri schierati all’opposizione di Berlusconi.

bechis29 panerai rossella

Sono amico di Luca da più di 30 anni e ho sempre ritenuto che la sua tentazione politica rimanesse tale almeno fino a quando sulla scena politica ci potrà essere Berlusconi, di cui egli conosce bene il livello di popolarità e di capacità di comunicazione. Non c’è dubbio che anche la popolarità di Montezemolo sia alta, non solo per la sua costante associazione al marchio Ferrari ma per un ben gestito atteggiamento di apertura e cortesia verso tutti.

Luca Cordero Di Montezemolo e Diego Della Valle – Copyright Pizzi

Quando passa nella piazzetta di Capri, se gli si sta accanto, non si riesce a fare più di un passo ogni quarto d’ora, tante sono le mani che gli vengono tese e tante sono le richieste di autografo. Ma Luca sa benissimo, appunto, che la popolarità del Cavaliere è superiore e che razionalmente per lui potrà avere senso scendere in politica quando Berlusconi, che ha dieci anni più di lui, o sarà diventato presidente della Repubblica o avrà deciso di tornare a godersi le sue ricchezze e i suoi agi.

fini, tulliani

Che senso allora ha far uscire nel pieno della discussione un commento che è stato già fatto, e con obiettivi ben chiari, da Fini, da Pierferdinando Casini, dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, e da altre decine di politici dell’opposizione?

Alcune settimane fa, Luigi Abete, un buon amico di Montezemolo, suo grande elettore per la presidenza della Confindustria, lo ha pubblicamente consigliato di non fare mai l’ultimo passo verso la politica. Il fatto che abbia voluto far senti re la sua voce nello scontro tra Fini e Berlusconi, non solo sembra smentire la mia personale previsione, ma dimostra che anche il consiglio di amici fidati non fa presa su di lui.

Probabilmente, liberatosi deliberatamente del peso della posizione in Fiat, Montezemolo potrebbe aver deciso di anticipare i tempi. Ma allora che faccia, glielo suggerisco anche da amico, interventi meno banali e perce rti aspetti anche poco gradevoli, visto che ha criticato solo Berlusconi, il quale verso di lui ha avuto sempre grande stima fino al punto da offrirgli nel temp o più ministeri, senza minimamente esaminare l’atteggiamento irrituale e quindi fuori delle regole di Fini.


Vuol dire allora che si schiererà, al momento delle elezioni, con Fini?

Anche questa scelta gli verrebbe sconsigliata da tutti gli amici più sinceri. Se ha un pregio (e in realtà ne ha diversi), Montezemolo non è un politico di professione; non ha bisogno dello stipendio della politica per campare; è, se il termine può valere ancora, espressione della cosiddetta società civile; che bisogno avrebbe di confondersi con chi è politico a tempo pieno da quando aveva 23 anni (e oggi ne ha 58), cioè da quando si presentò a Roma, a Giuseppe Ciarrapico, al Secolo d’Italia, per cominciare una carriera politica interminabile, mentre passava dalla facoltà di magistero a quella di lettere moderne?

E poi Montezemolo non ha proprio niente da osservare sul comportamento di Fini, che da terza carica dello Stato, durante il congresso del Pdl, assunse un atteggiamento che neppure i suoi amici camerati, come Arturo Michelini o Giulio Caradonna, si erano sognati di avere negli scontri epici in parlamento contro i due fratelli Pajetta?

FINI-TULLIANI

Le difficoltà di parola di Umberto Bossi sono conosciute da tutti, ma quando, in una recente dichiarazione in Riviera ligure, ha parlato di Fini ha detto qualcosa di assolutamente vero: quando Fini si è alzato di scatto dall a prima fila del congresso Pdl e con il dito alzato, la faccia paonazza, è andato sotto il palco da dove parlava Berlusconi, minacciando il capo del partito da lui cofondato, era da espellere seduta stante.

debenedetti, caracciolo, ciarrapico

«Berlusconi è stato troppo buono» , ha commentato Bossi, senza neppure aver bisogno di sottolineare che anche nel corso del congresso di partito Fini continuava a essere la terza carica dello Stato. Ve li vedete Nilde Jotti, Fausto Bertinotti o lo stesso Casini, ma si può citare anche Irene Pivetti, che da presidenti della Camera in primo luogo partecipano a una riunione di partito, in secondo luogo si comportano come un tifoso di calcio della curva e poi pretendono di essere rispettati perché rappresentano l o Stato?

Senza considerare quanto ha detto poi e quanto ha fatto di materiale per creare il suo gruppo parlamentare.

Domanda per Montezemolo: caro Luca, nel tuo sacrosanto diritto di criticare Berlusconi, non ti è mai parso necessario stigmatizzare il comportamento di Fini? O ti piacciono come politici e alleati chi vuole tutti i diritti e il rispetto del la terza carica dello Stato e poi si comporta come l’ultimo dei peones in cerca di popolarità?

Vincino dal Foglio Montezemolo e FIni

E ciò senza neppure entrare per un attimo nel merito della casa di Montecarlo e delle prove a raffica che Vittorio Feltri sta offrendo su Il Giornale a proposito della partecipazione più che attiva all’acquisto e all’arredamento dell’appartamento di Montecarlo ricevuto in eredità da An?

Si sente dire che di ben altre colpe, con prova, sono accusati i nemici di Fini. Non vi è dubbio che l’affarismo è uno dei mali della politica. Ma nel caso dell ‘appartamento di Montecarlo c’è qualcosa di più, anche se il comportamento di Fi ni si rivelasse non contro la legge (ma le società offshore lo sono): ci si trova di fronte a un abuso politico che tradisce in maniera clamorosa la fede politica di una nobildonna, che ha lasciato tutto ad An.

Gianfranco FIni

Un abuso che al limite è assa i più grave, proprio perché tradisce la fede di una militante, rispetto agli abu si e agli intrallazzi di alcuni politici del Pdl che hanno cercato di lucrare gr azie alla loro posizione. Per questi, sarà necessaria la conferma delle accuse e dei sospetti in un processo penale; per il gesto di Fini non c’è bisogno di processo, tale e tanto grave è sul piano morale comunque il gesto di avere, non importa il modo, favorito un semiparente con un bene del partito.

GIANFRANCO FINI PIERO FASSINO

E poi, suvvia, quella dichiarazione di aver scoperto solo recentemente che l’appartamento era occupato dal semicognato Andrea Tulliani. Non ti pare, caro Luca, che se vuoi, come hai voluto, far sentire la tua voce critica verso Berlusconi avresti dovuto tenere un comportamento critico, fortemente critico, nei confronti di chi se ne frega della carica che ricopre nelle istituzioni e se ne frega della volontà di una nobildonna che per fede politica ha lasciato tutto nelle sue mani?

ezio mauro montezemolo e bambi parodi

Ma non sei stato l’unico in questi giorni a fare un salto nettamente all’opposizione, tradendo il convincimento di equilibrio e di intelligenza che nutrono verso di te molti amici e molti italiani. Hai detto che Berlusconi ha fallito nel suo obiettivo, ma tu stesso, prima di partire, ti dimentichi che in primo luogo, casomai, la gente si aspetta da te equilibrio e capacità di critica verso chi sbaglia. Altrimenti, ti confondi con Fini, non solo per il nome delle rispettive fondazioni.

Certo, potresti giustificarti dicendo che la prima carica dello Stato, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un certo senso ha fatto ben di peggio, concedendo un’intervista all’Unità, cioè a un giornale dichiaratamente schierato.

01gianfranco fini manifesti fascisti rep

Sarà stata la nostalgia dei decenni passati nel Pci, quando l’Unità diffondeva centinaia di migliaia di copie grazie anche all’azione porta a porta dei militanti. Saranno state le provocazioni di Bossi e di Berlusconi, che non hanno mancato di ricordare come Napolitano, nonostante l’inglese, nonostante le strette relazioni con gli Stati Uniti, è pur sempre un ex militante comunista. Sta di fatto che l’intervista all’Unità è una clamorosa gaffe per tre motivi: il primo, di aver scelto un giornale schierato piuttosto che uno sostanzialmente indipendente come il Corriere della Sera o Il Resto del Carlino o La Nazione.

Il nuovo treno di Montezemolo

Il secondo motivo: non una parola di richiamo a Fini per i suoi doveri di terza carica dello Stato; avrebbe potuto dirlo con eleganza ricordando il comportamento tenuto nel passato dalla Jotti o da Bertinotti, appartenenti al suo stesso schieramento, e mai artefici di attività politica e partitica diretta fino a quando sono stati i garanti delle regole nel principale ramo del Parlamento.

E il terzo motivo della gaffe, l’aver voluto mettere le mani avanti, sostenendo che qualora ci fosse una crisi in Parlamento, egli si comporterebbe secondo la Costituzione, ignora ndo completamente la cosiddetta costituzione materiale. Quest’ultima si basa anche sul fondamento per cui, da più legislature (e in maniera assolutamente netta nelle recenti elezioni), gli schieramenti hanno indicato agli elettori il nome del primo ministro e gli elettori hanno votato non solo per quello schieramento ma per quel presidente del Consiglio.

Mieli Montezemolo alle Eolie

Due caratteristiche che non dovranno mai far commettere al presidente Napolitano l’errore (voluto) del suo predecessore, Oscar Luigi Scalfaro, quando per il tradimento della Lega cadde il primo governo Berlusconi e fu cercata una nuova maggioranza in Parlamento bluffando con l’incarico a Lamberto Dini, che era ministro del Tesoro di Berlusconi, ma che dovette a ccettare molti ministri imposti dal Quirinale.

MONTEZEMOLO A ZOOMARINE

Si dirà: l’attuale legge elettorale non è il massimo. Il presidente Napolitano ha tutti i diritti di non condividerla. Ma è stato lui a promulgarla. Bastava che si rifiutasse di firmare. Nel momento in cui l’ha fatta pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale ora non può contrastarla e quindi se è più che condivisibile il suo invito alla prudenza, alla moderazione, a far riflettere sui rischi di una crisi e di elezioni immediate, dall’altra non si può accettare come cittadini liberi che anch’egli, da arbitro, tenda a trasformarsi in dodicesimo giocatore in camp o, per di più mettendosi la casacca di una squadra ben schierata a sinistra.

montezemolo

O si sta dimenticando che come capo dello Stato, lo è di tutti gli italiani, anche di coloro che interpretano la politica come espressione della democrazia e il voto come diritto-dovere indipendentemente dalla forza che scelgono?

Non gli piace lo stile di Berlusconi e Bossi? Si può capire. Ma non si può condividere che, proprio lui, il garante della legalità e del rispetto delle istituzioni, usi parole solo a favore di chi, anch’esso, da garante, è diventato il più accanito e indisciplinato dei giocatori in campo.

Forse, il presidente Napolitano non ha calcolato che così facendo non fa che aumentare i consensi verso Berlusconi e Bossi di tutti coloro che non amano l’estremismo e il non rispetto delle regole.

Paolo Panerai, direttore di Milano Finanza, da DAGOSPIA

DUE DOMANDE A NAPOLITANO

Pubblicato il 15 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Vorrei porre due domande a Giorgio Napolitano: la prima considerando la sua altissima funzione di presidente, l’altra ricordando la sua lunghissima esperienza politica. Mi sento autorizzato a fargliele dalla piacevole circostanza di scrivere su un giornale che non può essere sospettato di pregiudizio contro il capo dello Stato felicemente in carica. Le convinzioni politiche sicuramente radicate qui, a Il Tempo, non ci hanno, per esempio, impedito di difendere Napolitano nelle settimane, nei mesi e negli anni scorsi anche da inutili e infondate asprezze polemiche di esponenti autorevoli della maggioranza e del governo. Lo difendemmo, per esempio, nell’autunno 2009 dall’ingiusto tentativo del presidente del Consiglio di criticare anche lui per l’inattesa bocciatura del cosiddetto lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale. Della cui sentenza la prima vittima era proprio il presidente della Repubblica, che su quella legge ci aveva messo non solo la firma ma anche la faccia, motivandone la promulgazione con richiami ad un precedente deliberato della stessa Corte. Che aveva lasciato considerare praticabile il ricorso ad una legge ordinaria, anziché costituzionale, come invece fu poi reclamato, per consentire la sospensione dei processi alle più alte cariche dello Stato durante l’esercizio, peraltro non ripetibile, dei loro mandati. Siamo tornati più di recente a difendere Napolitano dalle critiche mossegli dall’interno della maggioranza di governo per il suo pur inusuale intervento contro l’appena nominato ministro senza portafoglio Aldo Brancher, poi dimessosi. Il quale aveva cercato di farsi sospendere un processo a Milano perché impegnato a “organizzare” un Ministero non solo senza portafoglio ma anche senza deleghe, ancora tutte da definire.
E veniamo alle domande, purtroppo critiche, che ritengo meriti questa volta il presidente della Repubblica per l’intervista rilasciata a l’Unità nelle ultime battute della breve vacanza a Stromboli e ribadita ieri in un “colloquio” al Corriere della Sera. Le preoccupazioni, e le resistenze, se non la contrarietà, di Napolitano ad un ricorso alle elezioni anticipate in caso di crisi, considerando le condizioni economiche del Paese e altre urgenze, sono le stesse coltivate ed espresse dal direttore di questo giornale, Mario Sechi, quando stava per consumarsi la rottura tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. E si sperava che essa non avvenisse, o fosse gestita in modo più accorto. La situazione nel frattempo è però cambiata, e di parecchio. Se si dovesse arrivare alla crisi di governo, la scelta di Napolitano non sarebbe più tra campagna elettorale e non. Sarebbe tra una campagna elettorale breve, di fatto da due a sei mesi, secondo la stagione che si dovesse scegliere per le urne, e una campagna elettorale lunghissima, di un anno o due, se per evitare le elezioni subito si dovesse ripiegare su un governo di presunta, assai presunta, improbabile “decantazione”. Al quale i tre quarti e più della maggioranza parlamentare uscita dalle urne nel 2008 sicuramente si opporrebbero ritenendo tradito il mandato ricevuto dai cittadini. Ebbene, all’economia e alle altre urgenze del Paese converrebbe più, o farebbe più male, una campagna elettorale breve o una lunghissima, interminabile, fatta forse più di veleni che di argomenti?

La seconda domanda è quella che il buon senso giornalistico avrebbe dovuto suggerire sia alla collega dell’Unità sia al collega del Corriere. E riguarda lo scudo che Napolitano ha praticamente e troppo generosamente offerto al presidente della Camera deplorando i tentativi di “delegittimazione” che egli starebbe subendo sulla traiettoria Roma-Montecarlo. Le chiedo semplicemente, onorevole Napolitano: Lei, che è stato anche al vertice di Montecitorio, in quello spezzone drammatico di legislatura tra la primavera del 1992 e l’inverno del 1994, al posto di Fini si sarebbe in questi mesi e giorni comportato come lui? ConoscendoLa, ne dubito. Francesco Damato, Il Tempo, 15 agosto 2010

CASO FINI: IN CUCINA C’E’ PUZZA DI BRUCIATO

Pubblicato il 14 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

Il caso Fini continua ad occupare la prima pagina di tutti i giornali. Oggi per due ragioni in più: in primo luogo perchè Il Giornale di Feltri ha pubblicato la fattura di acquisto di una cucina che  a dire di un dipendente della ditta romana dove i mobili sono stati acquistati era destinata a Montecarlo. Fini ha immediatamente annunciato querela contro Feltri ma la minaccia non fa demordere più di tanto Feltri e Il Giornale dalla loro campagna contro Fini per chiederne le dimissioni.  La seconda ragione risiede nella difesa che  Napolitano fa di Fini sino a “intimare che cessi l’azione destabilizzante contro Fini perchè è una carica istituzionale”.  Su questi ultimi sviluppi del caso Fini si articola l’editoriale di oggi del direttore de Il Tempo, Mario Sechi. Editoriale nel quale Sechi per un verso invita Fini più che a querelare,  a parlare,  e per altro verso ricorda a Napolitano che istituzionali non sono solo tre cariche dello Stato ma anche la quarta, quella di presidente del Consiglio che mai ha ricevuto alcuna solidarietà da parte di Napolitano. Il quale, aggiungiamo noi, dimentica che tra il 1991 e il 1992 l’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, fu oggetto di ben più devastante azione destabilizzante da parte dell’allora partito di Napolitano e nessuno ricorda Napolitano dissociarsi dal suo partito e intimare ai giornali di sinistra di smetterla di “picconare” il “picconatore”. Due pesi e due misure. E’  appunto la conclusione dell’editoriale di Sechi che potete leggere qui di seguito.g.

Gianfranco Fini ed Elisabetta Tulliani al mare Cari lettori, osservate bene la prima pagina che avete in mano. Aprite e chiudete gli occhi un paio di volte. Sì, è tutto vero. Quel che leggete sta accadendo. Non è il notiziario surreale di un giornale di buontemponi che hanno alzato il gomito, ma la cronaca politica del nostro Paese, l’Italia. La terza carica dello Stato nei guai per un cognato in affitto in un appartamento a Montecarlo che era di An, ora ha un problema in più: i fornelli che secondo quanto racconta un’inchiesta de Il Giornale sarebbero stati acquistati da Fini ed Elisabetta Tulliani per arredare la maison monegasca. Dopo gli immobili, arrivano i mobili.

Il presidente della Camera ha risposto con il solito metodo spiccio: querelando. Ma ancora una volta la sua risposta più che chiarire apre dubbi. Francamente trovo la linea seguita da Fini in questa vicenda incomprensibile e lontana dal comportamento che ci si attende da una persona che ha tutto l’interesse a chiarire la sua posizione in questa vicenda. Avevo già scritto giorni fa che le otto risposte fornite sulla casa di Montecarlo erano deboli, insufficienti, piene di vuoti e incongruenze al punto da diventare un boomerang. Sono stato facile profeta e, in assenza di una risposta efficace e definitiva, nella cucina di casa Fini c’è puzza di bruciato. Sono troppi infatti i “buchi neri” di questa storia. Se Repubblica arriva a pretendere in un editoriale un chiarimento netto al cognato, Giancarlo Tulliani, sui giri immobiliari nel Principato, fino a mettere nero su bianco il sospetto che dietro le società off-shore che hanno intermediato l’appartamento ci sia in realtà la sua manina, allora le cose sono più che nebulose: è buio pesto. Bisognerebbe fare un po’ di luce. E magari non sperare nel passo falso dell’inchiesta, nell’imprevisto o nell’incauto aiuto istituzionale che può attutire, ma non soffocare una storia che – in tutti i suoi aspetti – con forza occupa le prime pagine di tutti i giornali. Mi sono opposto alla legge sulle intercettazioni proposta dal governo, l’ho criticata, ho consigliato un provvedimento più equilibrato, serio e ragionato. Il mio mestiere è pubblicare notizie e cerco di farlo nel miglior modo possibile.
Trovo singolare che da parte del Capo dello Stato – che ha sempre dimostrato attenzione alla libertà di stampa – arrivi un invito a cessare “una campagna gravemente destabilizzante” nei confronti del Presidente della Camera. Non ho memoria di una simile presa di posizione quando Repubblica ha attaccato in lungo e in largo – facendo il suo mestiere e rispondendo alla sua missione editoriale – il presidente del Consiglio, quarta carica dello Stato. Il professor Francesco Perfetti analizza da par suo sul nostro giornale l’irritualità di questa esternazione, come direttore de Il Tempo e primo cronista di questo giornale, mi preme però dire a chiare lettere che la stampa ha una funzione insostituibile che non può essere riconosciuta a intermittenza, magari quando fa comodo. Non esistono due bavagli e due misure, ma una stampa che fa il suo mestiere a destra e a sinistra e risponde non a chissà quale Spectre ma solo al mercato dei lettori (che comprano o no il giornale) e alla tradizione culturale del prodotto. I comportamenti politici sono doverosamente analizzati da tutta la stampa libera e le cronache degli altri Paesi sono ricchissime di storie simili a quella che si sta dipanando in questi giorni nel nostro Paese. In Francia il presidente Sarkozy è finito nel mirino dei giornali per i finanziamenti illeciti al suo partito, le vacanze della moglie di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, sono state osservate al microscopio e le spese contabilizzate con minuzia. «È la stampa bellezza e tu non puoi farci niente», frase celebre del film poliziesco «L’ultima minaccia» interpretato da Humphrey Bogart.
Siamo di fronte a uno scontro durissimo, a tratti brutale, non ci sono dubbi che le istituzioni ne escano malconce, ma il conflitto non si placa se i giornali non scrivono. Anzi, il fatto che tutti i quotidiani se ne occupino è una sorta di garanzia, perché un minimo di polifonia sulla vicenda è assicurato. O si preferisce una campagna monocorde, con una sola verità? Il silenzio non serve, la pluralità di fatti e opinioni consente invece al cittadino di farsi un’idea e trarre le proprie oneste conclusioni su una vicenda piuttosto intricata. Io non so che cosa stia pensando Gianfranco Fini in queste ore, ma se vuole uscire a testa alta da questa vicenda, è il caso che affronti le domande dei giornali in una conferenza stampa e dia risposte plausibili sulla casa a Montecarlo e i suoi rapporti con Giancarlo Tulliani. Fini ha un dovere in più perché non è un semplice parlamentare, è la terza carica dello Stato, è il garante del Parlamento. Ultima nota: dov’è finito Giancarlo Tulliani? Se non per tatto istituzionale, forse almeno per un minimo vincolo parentale con Fini dovrebbe farsi vivo e raccontare la sua versione della storia. Il silenzio, in questo caso non è d’oro, ma nero come il carbone. È sporco. Mario Sechi.

UN ALTRO IN FERRARI (Mario Sechi da Il Tempo)

Pubblicato il 13 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

Ieri Giancarlo Tulliani, il cognato in affitto di Gianfranco Fini, oggi Luca Cordero di Montezemolo. È il momento dei ferraristi in prima pagina. L’uomo nuovo che potrebbe presentarsi in prima fila al Gran Premio della politica può approfittare delle difficoltà di Fini, ma…

Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari È il momento dei ferraristi in prima pagina. Ieri Giancarlo Tulliani, il cognato in affitto di Gianfranco Fini; oggi Luca Cordero di Montezemolo, l’uomo nuovo che potrebbe presentarsi in prima fila al Gran Premio della politica. Per ora siamo alle prove libere e a giudicare dai movimenti dei meccanici ai box non è che tutto fili liscio, ma il presidente della Ferrari ha detto due o tre cose che fanno pensare a una sua prossima discesa in pista. La sua presenza sui media è ben distillata, la tempistica ha un suo perché, la situazione politica potrebbe perfino giocare a suo favore. Dipende molto dal suo stile di guida: vedremo presto se Luca è un pilota da asfalto asciutto o bagnato. Quel che è certo è che nel circuito del Palazzo ora diluvia e il temporalone non è di quelli estivi, durerà a lungo, con grande piacere di chi è appassionato di testacoda e fuoripista.
Montezemolo piace a sinistra, lo sanno tutti. Resta un mistero come un partito che dovrebbe guardare agli operai, alla classe media, ai diritti, ai pensionati, a quelli che hanno meno ma aspirano a volere di più, possa incoronare come suo alfiere un signore che rappresenta un mondo opposto. Montezemolo è elitario, ha una storia personale e professionale blasonata, ovattata, ricca, colma di aristocrazia. Fa parte di diritto del «club dei migliori». È il segno che il Pd non riesce a scendere dalla terrazza con le tartine per farsi un giretto in strada. Pazienza. Lui, Cordero di Montezemolo, ha già scelto il suo avversario: Berlusconi. La nota del suo pensatoio, Italia Futura, dice due cose: Silvio ha fallito, ma le elezioni ora no, meglio di no. Anche a Luca – come a Gianfranco Fini e a una vasta e assortita compagnia di giro – occorre tempo per organizzarsi e cercare di mettere in piedi qualcosa di credibile quando il Cavaliere sarà spompato dal logoramento che verrà.

Quando Montezemolo romperà il ghiaccio, farà il pieno, monterà le gomme da bagnato e farà rombare il motore non si sa. Posso solo ipotizzare che le sue sortite pubbliche non siano frutto di un semplice capriccio intellettuale, ma abbiano un disegno un po’ più ampio. Certo, nella vita ci si può tranquillamente accontentare – dopo aver avuto tanto – di fare un onesto lavoro culturale, di pungolare il potere a far meglio, di dar vita a un cenacolo intellettuale e cercare di influenzare l’azione politica. Per un tipo come Montezemolo però questo scenario non mi sembra credibile e direi che è riduttivo. Il suo orizzonte naturale sarebbe quello di esser «chiamato» a salvare la Nazione senza alcun passaggio alle urne. Tecnico non è, ma legato a una certa tecnocrazia da tempo vogliosa di rifarsi dopo l’era berlusconiana, lo è certamente. Stringere mani, sudare in mezzo al popolo, tenere comizi nei paesi, fare vita di sezione, non mi sembra il suo habitat naturale, piuttosto sarebbe perfetto per un governo di transizione, un regime change di Palazzo, un’orchestrata manovra che metta in fuorigioco il Cav e apra le porte a un pallido ed elegante governicchio del Salvatore della Patria. Il destino sta dando una mano a Montezemolo più di quanto s’aspettasse. Il suo amico Gianfranco Fini è alle prese con un caso piuttosto spinoso che riguarda un altro ferrarista doc, il cognato Giancarlo Tulliani. Il ragazzo è sparito in vacanza a bordo della sua Ferrari 458 Italia all black e, nonostante gli autorevoli appelli di Repubblica a spiegare come mai abbia preso in affitto a Montecarlo una casa che era di Alleanza nazionale, non si fa trovare. Questo scenario per Montezemolo è tutt’altro che problematico.
È vero, s’è indebolito nel Palazzo una sua sponda importante, ma se Gianfranco si defila o, peggio, è costretto a lasciare lo scranno di Montecitorio per mancanza di spiegazioni plausibili, allora per Luca s’apre un vuoto da riempire. Il profilo di Montezemolo è di taglio diverso rispetto a quello di Fini. Quest’ultimo è un politico di professione, non risulta nella sua biografia altro che non sia il Palazzo. Luca invece è di alta caratura, è un uomo proiettato tra il jet-set (che seduce una parte degli italiani) e l’industria, con toni glamour e tocchi di nobiltà che tra le signore del belmondo (e non solo) tornano sempre utili. La domanda è facile eppure amletica: prenderà i voti? La mente della Ferrari potrebbe essere un buon candidato di un terzo polo, ma per essere vincente o quantomeno efficace bisogna cambiare la legge elettorale e, dunque, dovrebbe aspettare il gioco dell’oca del governo di transizione o come si chiamerà. Può aspettare, non ci sono dubbi. Anche se presentare come una ventata di novità anche Montezemolo è un filino complicato. Il ragazzo infatti il prossimo 31 agosto compirà 63 anni. Certo, sono dieci in meno di quanti ne conserva il Cavaliere, ma siamo ampiamente al di sopra della media dei leader europei. Insomma, il dato anagrafico con lui è una pistola scarica. Resta lui, il suo pedigree, il suo charme e una rete di relazioni che contano. Anche se alla Fiat la sua storia è sul viale del tramonto. In piena era Marchionne, il suo peso s’è affievolito, il ricambio generazionale al Lingotto è stato completato con la presa del volante da parte di John Elkan ed è chiaro che i piani di casa Agnelli sono molto eccentrici rispetto ai destini dell’Italia. Torino è la storia, ma l’avvenire di Fiat è in America.
I finiani hanno salutato il suo primo vero uppercut contro Silvio con il sottile piacere di chi almeno può tirare un sospiro mentre infuria una battaglia enorme. Il sostegno di Futuro e Libertà in questo momento è scontato, a qualcosa i finiani debbono pur aggrapparsi e Montezemolo va benissimo, in attesa di uscire dal pantano. Con Pier Ferdinando Casini c’è un’alleanza fatta di passeggini (insieme a Fini) che corrono sui parchi della dolce Roma. Ma una cosa è parlare di bambini, pappe e pannolini, un’altra mettere insieme un progetto politico e prendere i voti degli adulti. Quelli che non viaggiano in Ferrari.

ANCHE REPUBBLICA SILURA FINI E CHIEDE SPIEGAZIONI SULLA CASA DI MONTECARLO

Pubblicato il 12 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

La situazione per Fini si fa giorno dopo giorno sempre più imbarazzante. Anche Repubblica, il giornale-partito (di De Benedetti) che guida la crociata antiBerlusconi e che in questi mesi aveva innalzato Fini sull’altare della “destra buona” contro la “destra cattiva di Berlusconi” ha dovuto prendere atto che la storia della casa di Montecarlo venduta a prezzi stracciati a società off-shore  è assai imbarazzante  per Fini mentre si fa strada il sospetto che il “cognatino” di Fini possa essere stato sia il “venditore” che l’”acquirente” dell’immobile. Di questo e di altro si occupa il direttore de Il Tempo, Mario Sechi, nell’editoriale di oggi del quotidiano romano che pubblichianmo integralmente.

Intanto ci preme  denunciare il voltastomaco che ci hanno provocato le dichiarazioni di ieri del trio finianno Bocchino-Granata- Briguglio. Tutti e tre si sono abbeverati al frasario in uso da Santoro by Travaglio per insultare Silvio Berlusconi, manifestando ostilità e pregiudizi che ci inducono a domandarci perchè mai costoro siano entrati nel PDL e perchè mai dovrebbero rientrarci e, comunque, perchè mai il PDL dovrebbe fare maggioranza con un gruppo che è rappresentato da questi tre figuri che assomigliano, anche fisicamente, specie Briguglio, ai nazisti che pattugliavano i campi di sterminio degli ebrei o alle guardie rosse che martirizzavano  i dissidenti russi nei gulag sovietici.  Non sono costoro, con il loro bagaglio culturale e le loro aberranti manifestazioni di odio contro Berlusconi, coloro con i quali si può riprendere ogni qualsiasi rapporto. Ci pensi bene il presidente Berlusconi prima di addivenire a qualsivoglia tregua o armistizio con costoro e sappia che il male deve essere reciso alla radice. Si vada al voto e si lasci questi figuri al loro destino, magari con i comunisti con cui dimostrano  ogni qual volta aprono bocca di avere affinità ed identità di vedute.  Il centrodestra non ha bisogno di confondersi con questi vaniloquenti trapezisti delle parole diettro le quali si nasconde il vuoto politico e  morale. g.

L’EDITORIALE DI MARIO SECHI.

Il tempo della clessidra si è esaurito per Gianfranco  Fini. L’ordine di interrompere lo scorrere dei granelli è partito dal comando supremo di Repubblica in largo Fochetti, dove il comandante Ezio Mauro sovrintende le operazioni di varo del regime postberlusconiano. Il direttore di Repubblica è un tipo tostissimo, uno che fa il giornale dalla prima all’ultima pagina e non ama certo farsi gabbare. Così dopo aver visto e letto la nota di Gianfranco Fini, pesato le bordate che si levano da tutta la stampa sul presidente della Camera, Ezio ha deciso di lanciare il suo ultimatum a Gianfranco: «Il presidente della Camera ha un’unica strada per sfuggire questa guerra mortale, una strada che coincide con i suoi doveri verso la pubblica opinione. È la strada della chiarezza e della trasparenza. Dopo avere detto la sua verità sull’affare di Montecarlo, deve pretendere la verità da Giancarlo Tulliani, intermediario e beneficiario della vendita. Fini chieda a Tulliani di rivelare i nomi e i cognomi degli acquirenti e le condizioni dell’affitto. Questo per rispondere al sospetto, ogni giorno più pesante, che Tulliani abbia intermediato per se stesso, dietro il paravento off-shore. Solo così si potrà accertare definitivamente che la “famiglia” venditrice non è anche “la famiglia” acquirente». Bingo. Non ho mai creduto a quanti sostenevano che Repubblica avesse adottato Fini per piazzarlo poi a Palazzo Chigi. Balle.
Repubblica si muove nel campo dell’opposizione in splendida solitudine e fiera autonomia. Non ha bisogno di cercare sponde politiche perché è un giornale-partito che fa le sue battaglie a prescindere da quel che combina (ormai quasi nulla) il centrosinistra. E dedicare attenzione a Fini era (ed è) utile alla strategia anti-Berlusconi, non a elevarlo a un ruolo al quale non può più aspirare. Detto questo, veniamo alla ciccia della faccenda: il cognato in affitto di Fini, Giancarlo Tulliani. La situazione si fa giorno dopo giorno sempre più imbarazzante. I dettagli sulla compravendita della casa monegasca sono noti e chiunque abbia un po’ di sale in zucca non può negare che siamo di fronte a un romanzo intitolato il pasticciaccio brutto di Montecarlo. La macchinona dei giornali lavora al racconto di questo feuilleton italiano incessantemente e ho la netta impressione che la verità non tarderà a venire a galla. Nel frattempo il cognato in affitto è sparito. Pare sia in vacanza. Come faccia a starsene ammollo da qualche parte con tutto questo casino per me resta un mistero. Noblesse oblige. Possiede una Ferrari 458 Italia (325 chilometri orari e 197 mila euro per accendere il motore), ha la residenza vip a Montecarlo, conduce una vita da jet-set e chissenefrega del povero cognato che fa il presidente della Camera e non sa più come mettere insieme i cocci di una storia che gli è esplosa in mano e rischia di fargli saltare la carriera politica, cioè l’unica cosa che Fini sa fare.
Con tutta la brutalità politica di cui è capace, Antonio Di Pietro ha riassunto a modo suo la questione finiana: «Lo dico in dipietrese, Fini dovrebbe chiamare il suo parente e chiedergli ‘a cognato, da chi hai preso questa casa? Se non fa questo presto e bene, è Fini…to pure lui…». Tonino non esagera, perché il tam tam che riguarda le società costituite nei paradisi fiscali ha un pessimo rumore. Si parla di «italianissimo proprietario», di giri poco raccomandabili, di furberie fiscali che prima o poi finiranno nel mirino di chi le tasse le riscuote. In questa situazione, sarebbe bene che Fini prendesse il toro per le corna (del cognato). Ci riuscirà? Il giorno in cui ha mandato alle agenzie di stampa la sua nota di replica in otto punti scrissi su Il Tempo che quelle risposte erano un boomerang. Previsione azzeccata. E non ci voleva molto, bastava non avere le fette di salame sugli occhi e conoscere i documenti della compravendita. Quando entrano in scena i paradisi fiscali, puoi star certo che c’è una botola aperta da qualche parte che ti attende. Fini è più che mai nei guai. E come si diceva in passato, la questione è politica, per cui invocare la legalità e tirarsi fuori come un azzeccagarbugli di manzoniana memoria non salverà Fini dal dover dare – e chiedere ai Tulliani – spiegazioni convincenti per uscire dalle sabbie mobili in cui s’è ficcato. Se non ci riesce, con la politica ad alto livello avrà chiuso e potrà al massimo consolarsi con un giretto in Ferrari.

FINI E LA CASA DI MONTECARLO: ecco la storia delle scatole cinesi, alias le società anonime off-shore, create per nascondere il vero proprietario.

Pubblicato il 11 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

GianMarco Chiocci e Massimo Malpica, i due giornalisti de Il Giornale che hanno scoperto e denunciato l’incredibile storia dell’appartamento di Montecarlo  lasciato in eredità  ad Alleanza Nazionale dalla contessa Annamaria Colleoni, ultima erede del condottiero Bartolomeo Colleoni,  e venduto a “prezzo stracciato” a società off-shore con sede nei Caraibi,  riassumono in questo articolo tutto l’”affaire” e raccontano gli strani intrecci che hanno portato il “cognato” di Fini, Giancarlo Tulliani, ad abitare, ad insaputa di Fini (triplo sic!) in quell’appartamento al prezzo da sfollato di 1500 euro al mese, cioè quanto si paga di fitto in un appartamewnto della periferia romana.  In attesa di conoscere il nome del vero proprietario dell’appartamento, si è scoperto, intanto, che il “cognato” di Fini a Montecarlo gira in Ferrari che costa 197 mila euro.

A puntare il dito sulle società off-shore che acquistarono la casa monegasca ereditata da An ora è proprio Francesco Pontone. Il senatore ed ex tesoriere del partito di via della Scrofa che, su incarico di Gianfranco Fini, mise la sua firma sull’atto di compravendita dell’appartamento alla «Printemps Ltd», con sede ai Caraibi, poi finito in affitto al «cognato» di Fini, non ne può più dei sospetti e dell’assedio mediatico. E ieri, al Corriere della Sera, ha dichiarato: «Di Tulliani dovete chiedere a Fini, io che ne so? (…) Se volete nuovi particolari andate a cercare la società che fece il contratto di affitto a Tulliani».

Ecco, lo sfogo dell’anziano senatore può essere il punto di partenza per una ricostruzione ragionata, ma non lineare, delle «forze in campo» in quei 41 giorni trascorsi tra la nascita delle finanziarie off-shore acquirenti e la prima compravendita. E sono tante le società che hanno avuto un ruolo in quella discussa cessione immobiliare. L’ultima a comparire in scena è l’immobiliare di Michel Dotta, amministratore del Palais Milton al numero 14 di boulevard Princesse Charlotte e di altri innumerevoli edifici monegaschi. Sarebbe stata la «Dotta Immobilier», stando a Gianfranco Fini, a valutare nel 2000 solo 450 milioni di lire, 232mila euro, l’appartamento dove ora abita Giancarlo Tulliani. Michel Dotta, al Giornale, il 30 luglio aveva dichiarato di non ricordare nulla di particolare su quell’edificio: «Anche se sono l’amministratore del condominio di quel palazzo non vuol dire che conosca ogni singola persona che ci abita». Ora che a tirare il ballo la sua società è Fini, Dotta è in vacanza. Resta il suo sito web, dove fanno bella mostra di sé gli annunci immobiliari. A 250mila euro, per esempio, si comprano dei bei box auto, interrati, di recente costruzione. Appartamenti no, ma evidentemente i tempi cambiano. In fondo se Pontone scarica su Fini l’affaire nel suo complesso, Fini scarica il «basso prezzo» su Dotta, e la scelta dell’acquirente sul «cognato» che lo avrebbe pescato nel 2008. E quindi vediamoli, questi acquirenti, che per Gianfry sarebbero frutto delle conoscenze di Tulliani nel mercato immobiliare. I nomi di chi compra e di chi ricompra sono arcinoti: «Printemps Ltd» (quella che rileva la casa da An per 300mila euro) e «Timara Ltd» (che acquista l’immobile tre mesi dopo per 30mila euro in più e che poi affitta allo stesso Tulliani). Le due finanziarie hanno molto in comune, per esempio la sede sociale (10, Manoel st, Castries, St Lucia, ai Caraibi) e data di creazione (30 maggio 2008).
Ma è solo l’inizio dell’intreccio di finanziarie e «limited». Perché a quell’indirizzo di Saint Lucia c’è un certo affollamento di sigle. Da qui in poi è un labirinto. Al 10 di Manoel Street, sull’isola caraibica, ha sede anche la «Jaman Directors Ltd», che controlla come «direttrice» la Printemps Ltd, costituita anche questa il 30 maggio 2008. E infatti in rappresentanza dell’acquirente, quando An vende alla Printemps, l’11 luglio del 2008, intervengono Tony Izelaar e James Walfenzao (quest’ultimo a capo di una società britannica che controlla una quota del Gruppo Atlantis, ma «in nome e per conto» dell’imprenditore italiano Francesco Corallo, amico del parlamentare Pdl, ex An, Amedeo Laboccetta). I due risultano sia amministratori della Printemps che direttori della Jaman. Ad attestare i loro poteri, due certificati di titolarità (certificate of incumbency) allegati al rogito di cui il Giornale è già in possesso e che la procura di Roma presto cercherà di acquisire a Montecarlo tramite rogatoria. Uno dà conto dell’incarico di amministratrice di Printemps attribuito alla persona giuridica Jaman. L’altro individua Walfenzao, Izelaar e l’italiano Gianfranco Comparetti (non presente al rogito) come amministratori della Jaman. A firmare i certificati è Michael B.G. Gordon, direttore della «Corporate agents ltd» di Saint Lucia, con sede – sorpresa – al solito 10 di Manoel street a Castries.

La Corporate agents di Saint Lucia oltre a essere «agente autorizzato di Printemps, ltd», è parte del gruppo «Corpag», network di fiduciarie e imprese che offrono servizi finanziari, un nome che tornerà anche nella seconda compravendita. Il referente a Montecarlo della Corpag, infatti, è la «società anonima monegasca Jason». Che trova spazio in entrambi i contratti di cessione. Sia la Printemps che, successivamente, la Timara, eleggono domicilio presso l’indirizzo monegasco della Jason (avenue Princesse Grace, 31) per ricevere convocazioni e notifiche dall’amministrazione di condominio.

Non è un caso. Tony Izelaar lavora in questa società, che offre ai clienti proprio la possibilità di «nascondersi» dietro società costituite in paradisi fiscali, approfittando di normative tributarie più favorevoli. È credibile che l’acquirente reale della casa si sia rivolto alla Corpag, probabilmente per tramite della Jason, per concludere l’affare con An. A confortare questa ipotesi, il fatto che per la Jason lavori anche Suzi Beach. Che il 15 ottobre 2008 firma, per conto di Timara, l’acquisto della casa monegasca dalla Printemps, sempre rappresentata dal suo «collega» Izelaar. Nel secondo contratto spunta anche un’altra società, la «Janom Partners ltd», naturalmente con sede in Manoel street 10 a Castries, Saint Lucia. I poteri di rappresentanza a Suzi Beach deriverebbero, scrive il notaio, dalle deliberazioni dell’assemblea generale della Janom, tenuta il 30 settembre 2008. Il bello è che a rappresentare la Janom come direttori ci sono Walfenzao e Izelaar, e quest’ultimo veste anche i panni del venditore. Oltre a «Printemps» e «Timara», dunque, sono entrate in gioco «Jaman», «Janom», «Corporate agents St.Lucia» e «Jason sam», le ultime due legate alla «Corpag». Ma i nomi che vengono fuori sulle pagine degli atti delle due compravendite, oltre a quello del «pentito» Pontone, sono sempre gli stessi. Tony Izelaar, James Walfenzao, Suzi Beach, e Michael Gordon a firmare i certificati. Uno schema così è più contorto del percorso del gran premio di Formula 1 del Principato. Ma lo scopo è chiaro. Nascondere il reale acquirente. Nel generale scaricabarile, il cerino resta in mano a Tulliani, che nel 2008 andò da Fini a segnalargli che c’era una società interessata all’acquisto, e dovrebbe sapere chi è il vero proprietario. Lui non si è perso tra i tanti passaggi, visto che l’acquirente finale gli ha affittato la casa di boulevard Princesse Charlotte. Se il «cognato» è solo l’affittuario, visto il terremoto in corso potrebbe raccontare quello che sa. Perché non lo fa?

GianMarco Chiocci e Massimo Malpica.

FINI: DA MONTECARLO ALLE DIMISSIONI

Pubblicato il 10 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

Ricapitoliamo. la contessa Annamaria Colleoni, ultima discendente del condottiero Bartolomeo Colleoni alla sua morte, avvenuta nel 1999, lascia tutit i suoi averi ad Alleanza Nazionale, e per essa, al presidente  on. Fini per “la buona battaglia” del partito di cui la contessa era appassionata sostenitrice. Agli eredi legittimi, due nipoti, lascia modesti legati, ma i due, per rispettare le volontà della loro congiunta, non impugnano il testamento, dando prova di grande dignità e rispetto per le volontà della contessa. Tra i beni della contessa c’è un appartamento di circa 70 metri quadri a Montecarlo, a cinque minuti di strada dal Casinò, quindi dal  lussurregiante centro  storico del Principato su cui ora regna Alberto di Monaco. L’appartamento viene valutato allora, cioè circa 10 anni fa, quando non c’era l’euro, 450 milioni di lire. Passano un pò di anni e nel 2008 l’appartamento viene venduto per 300 mila euro, più o meno 600 milioni di lire, nonostante che l’avvento dell’euro abbia notevolmente fatto schizzare in alto il valore degli immobili, in Italia e, ancor più, a  Montecarlo, meta di ricchi, nati e/o diventati. La notizia della vendita però la si apprende solo due anni dopo, una decina di giorni fa, per via di uno scoop gornalistico del Giornale di Vittorio Feltri, i cui inviati si recano a Montecarlo e scoprono che ad abitare nell’appartamento lasciato dalla contessa Colleoni ad Alleanza Nazionale per la “buona battaglia” è il “cognato” dell’ex presidente di Alleanza Nazionale, l’integerrimo presidente della Camera dei Deputati on. Fini il quale, come è noto, uno giorno si e l’altro pure, talvolta due o tre volte al giorno, si affanna a far sapere urbi et orbi che lui, e solo lui, è il guardiano della pubblica moralità e il custode della legalità.  La cosa incuriosisce l’inviato di Feltri che si mette in moto e scopre così che la casa della contessa è stata venduta nel 2008, esattamente a luglio del 2008, ad una società off shore, cioè  quelle società anonime di cui solitamente si servono i malfattori, costituita a maggio del 2008, cioè appena due mesi prima dell’affare, e che ha sede nei Caraibi, paradiso fiscale per gli evasori. Non solo. Scopre anche il giornalista che la prima società ha venduto ad una seconda, anche questa una società off shore con sede allo stesso indirizzo della prima. E scopre che una terza società si è incaricata di provvedere a ristrutturare l’immobile ma che a presiedere i lavori di ristrutturazioone è stato guarda caso il fratello della compagna di Fini, cioè il cognato di fatto del presidente della Camera che ora lo abita. Si scopro anche che l’appartamento è stato venduto a 300 mila euro, benchè la stima di un appartamento simile a Montecarlo si aggira intorno ai 20-30 mila euro  a metro quadrato e si scopre anche  che a intervenire nell’atto di stipula del contratto di vendita è stato il sen. Pontone, storico amministratore di Alleanza Nazinale, per delega, è scritto nell’atto notarile pubblicato dal Giornale, del presidente di Alleanza Nazionale  on. Fini. Ce n’è abbastanza per chiedere lumi al presidente della Camera, l’integerrimo on. Fini che appena dieci giorni prima aveva fatto mettere in croce dai suoi sgherri di cartapesta, tali Bocchino e Granata, un galantuomo, il sottosegretario Caliendo, reo solo di essere andato a cena con un paio di pensionati che giocavano al “monopoli” degli affari. Vuole sapere il Giornale di Feltri precise notizie: chi è l’acquirente dell’appartamento, perchè l’appartamento è stato venduto a soli 300 mila euro mentre ne vale almeno quattro volte tanto, perchè tanto era stato valutato da un inquilino del palazzo monegasco aveva chiesto – invano -  di acquistarlo, e perchè in quell’appartamento ci abita il fratello della compagna di Fini e a quale titolo ci abiti. Tralasciamo alcuni pur interessanti passaggi, primo fra tutti l’esilarantre dichiarazione dei legali del “cognato” di Fini che hanno assicurato che il loro assistito ci abita in fitto pagando più di 1500 euro al mese (neanche a Roma, nel centro storico l’affitto di  un appartamento di uguale dimensione costa così poco!). Alle domande del Giornale,  Fini oppone per dieci giorni un totale silenzio, salvo qualche battuta circa l’attesa serena delle indagini giudiziarie nel frattempo aperte per effetto di una precisa denuncia depositata presso la Procura di Roma da ex dirigenti di Alleanza Nazionale e salvo la circosotanza che  la storia dell’appartamento fa traboccare il vaso delle indiscrezioni sulla famiglia della compagna di Fini che si scopre essere destinataria nel 2009 di milionari contratti con la RAI benchè sino ad allora la “suocera” di Fini, propritaria del 515 della scoietà affidataria dei contratti,  abbia solo fatto la casalinga senza capirne un acca di produzioni televesive, alla stessa maniera del figlio, nonchè cognato di Fini e “fittuario” dell’appartamento di Montecarlo per il quale,  secondo dichiarazioni sinora non smentite,  l’on. Fini aveva preteso da dirigenti Rai in quota AN contratti con la clausola del “minimo garantito”, cioè con pagamento di un quota a prescindere dai risultati. Insomma, tante storie che fanno cadere dalla testa di Fini l’aureola di martire della legalità che si era messa in testa. Alla fine, meno di 48 ore fa, Fini ha dovuto prendere carta e penna, evitando di  convocare una conferenza stampa per evitare insidiose  e perniciose domande,  per fornire le sue spiegazioni sul caso della casa di Montecarlo finita dalla “buona battaglia” di AN  a residenza del “cognato”,  come risulta da un altro atto notarile che risale a pochi mesi fa nel quale il Tulliani Giancarlo risulta residente a Montecarlo proprio all’indirizzo dell’appartamento (s)venduto da Alleanza Nazionale, circostanza questa che Fini nelle sue spiegazioni in otto punti  dichiara di non conoscere, poco curandosi del ridicolo che si tira addosso. Come del resto per tutti gli otto punti della sua “difesa”. Dalla ridicola dichiarazione esecondo cui sarebbe stato il cognato a informarlo  di una società che voleva acquistare l’appartamento,  alla circostranza per cui a valutare l’appartamento sarebbe stato il sen. Pontone e la  sua segretaria particolare elevata, non si sa a quale titolo, quale esperta immobiliarista, alla pari del “cognato”, alla cirocstanza per cui chi si riempie la bocca ogni giorno, e talvolta, lo ricordiamo  anche due o tre volte al giorno la bocca di richiami alla legalità, non abbia storto neppure un pochino il naso dinanzi alla vendita di un appartamento a società off shore che per loro stessa natura sono notoriamente sospette e per di più, nel caso specifico, ancor di più , vista la loro residenza caraibica, paradiso non solo di evasione fiscale ma anche, secondo l’OCSE, luighi  di riciclaggio di denaro sporco di cui priorio le società off shore sono i migliori veicoli.Nè ha storto il naso Fini dinanzi al prezzo, davvero miserabile, tanto da far scrivere a Feltri che o chi ha condotto l’affare, cioè il cognato, o è uno sciocco, oppure è uno che ha fatto sparire un bel pò di quattrini. Ma il punto che più ha fatto sbellicare dalle risate i lettori di tutti i giornali italiani, è l’ultimo. Lì dove Fini dichiara di aver appreso solo da poco e dalla sua “compagna”, cioè dalla sorella del “cognato”,  che costui abitava a Montecarlo, guarda caso  nel famoso appartamento della contessa Colleoni. E chiosa, il solito Fini, che la cosa lo ha  sorpreso e  irritato.Infatti è di tutti i giorni che un “cognato”  come il suo sparisca tutto d’un tratto dalla casa in cui ha abitato per anni  insieme allo stesso Fini e questi non se ne accorga sino a  quando  non glielo riferisce, mesi dopo, la sorella, cioè la sua compagna. Insomma spiegazioni quelle di Fini che non solo non spiegano ma infittiscpono il giallo (lo ha scritto il Corriere della Sera) e sopratutto alzano un imbarazzanre sipario su come intende la legalità, quella politica, prima ancora che quella penale e giudiziaria, l’on. Fini, che evidentemente ha tale presunzione di sè che ritiene che tutti gli italiani siano “coglioni” (originario cognome del Colleoni secondo wikipedia), tanto da poterli tranquillamente raggirare. Invece no. Invece si dà il caso che questa squallida storia, per molti versi esilarante e comunque assai istruttiva, abbia scosso le coscienze e provocato una ribellione generale che si è materializzata nella richiesta di dimissioni dalla carica di presidente della Camera, fatta propria dal Giornale di Feltri che ha adato il via ad una raccolta di firme che sin dalle prime ore di ieri ha provocato migliaia e migliaia di adesioni, a cui ci si può unire indirizzandola al seguente indirizzo e.mail:finivia@ilgiornale.it. E’ una buona battaglia. La facciamo nostra.g.

FINI, L’EPURATORE SENZA MEMORIA

Pubblicato il 2 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

Foto di gruppo dell'ultimo congresso di An nel marzo 2009. Fini insieme ai suoi L’importante è chiarirsi sui termini. Perché quando Gianfranco Fini parla di democrazia interna al Pdl e si indigna per essere stato espulso dal partito senza aver potuto esprimere le «sue ragioni», commette un peccato di omissione. E tutt’altro che piccolo. Basterebbe tornare con la memoria a ciò che accadde nel luglio del 2005. È lunedì 18, tre giorni prima, alla Caffettiera di piazza di Pietra, Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Maurizio Gasparri sono stati intercettati da Il Tempo mentre «processavano» il leader di Alleanza Nazionale. Fini, incassa le scuse dei tre, fa passare il weeekend, e poi fa diffondere una nota in cui comunica di aver revocato tutti gli incarichi fiduciari del partito. Saltano i vicepresidenti nazionali, i membri dell’ufficio di presidenza e i coordinatori regionali. Contestualmente nomina Marco Martinelli responsabile organizzazione e convoca la direzione nazionale per il 28 luglio. Passano 24 ore e sempre Fini annuncia trionfante: «Ho fatto le nomine del nuovo organigramma del partito».

Niente male come forma di democrazia, non c’è che dire. Fini è a tutti gli effetti il «padre-padrone» di An, anche perché così prevede lo statuto. Tanto che in occasione della direzione nazionale del 28 viene presentato un ordine del giorno per chiedere l’elezione diretta dei coordinatori. Il presidente sbotta: «C’è lo statuto che dobbiamo rispettare. Non capisco il senso di questa proposta: è roba da Bisanzio…» Francesco Storace interviene ed è costretto a rassicurarlo: «Nessuno deve pensare che ti vogliamo togliere i poteri». Fini è irremovibile: «Fin quando c’è questo statuto il coordinatore nazionale è nominato dal presidente del partito». Punto e basta. Dopo quella discussione qualcosa è cambiato, ma l’ultima versione dello statuto, approvata nel 2006, lascia una discreta fetta di potere nelle mani del presidente nazionale che: può «deferire per mancanze disciplinari ogni iscritto agli organi competenti adottando anche, in attesa della decisione definitiva, provvedimenti immediati con effetti sospensivi da ogni attività», «nomina il Segretario Amministrativo Nazionale, con facoltà di revocarlo in ogni tempo», «costituisce i Dipartimenti, gli Uffici, le Consulte e ne organizza l’attività nominandone i responsabili». Non solo ma, sentito l’Esecutivo Nazionale, «determina le direttive per la Stampa del Movimento e ne nomina i dirigenti». Quando poi «ricorrono fondati motivi» può, previo parere dell’Esecutivo Nazionale, sciogliere i coordinamenti provinciali e regionali nominando commissari straordinari. Se questa è la «concezione liberale» di Fini non stupisce che si sia adirato per ciò che è successo: lui certe cose era abituato a farle, non certo a subirle.

Nel 2004, ad esempio, sospese Federico Ghera reo di aver distribuito assieme a Stefano Torri e Federico Mollicone, durante una riunione romana del partito, un volantino di contestazione al governatore Francesco Storace e alla sua lista. Nel 1995, invece, espulsione immediata per il consigliere regionale della Basilica Emilio D’Andrea. La colpa? Aver costituito un proprio gruppo consiliare. C’è anche un precedente che riguarda il ruolo di garanzia di presidente della Camera. Anno 1995 l’allora numero uno di Montecitorio Irene Pivetti partecipa al congresso della Lega Nord e attacca senza mezzi termini Silvio Berlusconi. Fini reagisce: «Se l’onorevole Pivetti non corregge quanto ha detto credo debba prendere in considerazione anche l’ipotesi di rimettere il mandato». E ancora: «La terza carica dello Stato deve essere super-parte, non può dire “ora non parlo come presidente della Camera” e dire le cose gravi dette ieri».

L’ULTIMA CARTUCCIA DEL KAMIKAZE FINI

Pubblicato il 1 agosto, 2010 in Politica | No Comments »

di Marcello Veneziani ( Il Giornale – 1° agosto 2010)

Fini è un kamikaze che passeggia per il Transatlantico imbottito di trentatré chili di tritolo. Il suo potere è tutto in negativo, non ha sbocchi politici costruttivi ma solo distruttivi; non può dar vita a prospettive ma forse può far saltare in aria il governo e il Parlamento. Il suo miniclub di parlamentari che lo seguono e la possibilità di collettore degli umori antiberlusconiani danno a lui un’arma micidiale. Non sottovalutatelo da quel punto di vista. Del resto la sua carriera politica è stata più quella di kamikaze o di curatore fallimentare, prima dell’Msi e poi di An, che di fondatore. Portò a schiantarsi i partiti che ha guidato. Sul piano politico, Fini rappresenta solo se stesso. Non esprime una linea, un programma, un disegno politico e tantomeno civile e culturale. Non rappresenta un modo diverso di amministrare né un’esperienza diversa di governo, non dà voce a un significativo bacino di opinione pubblica e non è nemmeno una novità politica. È infatti l’unico leader che guidava un partito nazionale già negli Anni ottanta. Non rappresenta poi la destra ma la sua dissoluzione. Con lui la destra ha cessato di essere un soggetto politico per ridursi a una gelatina. Fu lui del resto a suicidare An, dopo aver celebrato il suicidio dell’Msi. Di quel piccolo, sterile e orgoglioso partito, Fini condivise il nostalgismo neofascista usato per fini elettorali ma non la passione ideale né la fiera e testarda coerenza. Condivise il rancore ma non l’etica della lealtà. In questi anni non è stato nemmeno il contrappeso nazionale e statale del leghismo e del mercatismo. A Berlusconi rimprovera ora quel che lui è stato nel suo partito, un autocrate illiberale che reprime

il dissenso e il libero dibattito interno. Chiese perfino la testa di questo giornale. E ora ti trovi un illiberale venuto dal passato come il vate di Futuro e Libertà… Due vaghezze che dicono il nulla e negano ogni identità e ogni tradizione.
Deve la sua fortuna politica alla sua indubbia efficacia oratoria e a tre persone che lo portarono in alto: Almirante che lo volle suo successore, immaginando che il leader della destra di opposizione dovesse avere come requisito quasi esclusivo l’oratoria perché destinato solo alla piazza; Tatarella che lo considerò un bel contenitore vuoto e trasparente che assumeva la sostanza e il colore di chi era alle sue spalle; e Berlusconi che lo inserì nel gioco politico delle alleanze e lo portò al governo. Dal primo attinse la capacità oratoria e il lessico neofascista, ma senza l’estro e il carisma di Almirante. Dal secondo ebbe in dono la destra politica e An, nata col concorso di pochi altri, ma senza avere l’intelligenza politica di Pinuccio. Da Berlusconi ha avuto la grande possibilità di uscire dall’angolo di un partito marginale e andare addirittura al governo e poi alla presidenza della Camera. Ipotesi impensabili se fosse stato lui il leader.
Prescindo dalla ricerca delle ragioni private o psicanalitiche che lo hanno portato negli anni a questa svolta. Fini porta con sé una pattuglia di reduci missini. Con una spericolata manovra politica ha lasciato un partito della consistenza di An per rifondare un partitino della consistenza del Msi negli anni più bui. Ma un Msi ad uso personale. Ci sono alcuni suoi famigli e miracolati, molti sono uniti dal collante antiberlusconiano e da un’ansia di legittimazione da parte del potere mediatico, culturale e giudiziario. Ma ci sono anche persone perbene o profili di qualità: Baldassarri non è Ronchi, Granata non è Bocchino, Viespoli non è Proietti, tanto per fare qualche paragone. Mai sparare nel mucchio e farsi prendere dal livore.

Fini non può essere il leader del terzo polo, perché c’è già Casini che è più credibile nel ruolo centrista per la provenienza democristiana ed è stato più coerente: quando ha rotto con Berlusconi è uscito con le sue gambe e non si è fatto cacciare, dopo aver ottenuto la nomina a presidente della Camera. Sarebbe grottesco che ora finisse come vice di Casini, a fianco di Rutelli. Fini si è giocato il suo ruolo di erede del Pdl e non ha la statura e la capacità per poterlo rifondare su nuovi valori e nuove sensibilità. Non si è mai fatto sentire per quindici anni, quando in molti avvertivamo il bisogno di una correzione di rotta, o anche solo di rappresentare nel Polo una diversa sensibilità politica, civile e culturale. Non lo abbiamo mai visto impegnarsi a combattere dentro e fuori il centrodestra per selezionare una migliore classe dirigente, per filtrare ministri e capataz, valorizzando i più capaci. Semmai ha solo posto veti per ragioni di scuderia o perché vendicativo (famigerato quello su Tremonti ma ce ne sono tanti altri). La pattuglia che ha piazzato nei posti di comando e al governo è tra le più scadenti che ci siano in giro. Nonostante lo critichi da diversi anni, non sono affatto contento oggi di descrivere la sua vacuità politica e di notare l’assenza di un disegno politico e culturale oltre il presente. Il vuoto che ci circonda è impressionante, intorno a Berlusconi e dopo di lui c’è il nulla, e si vorrebbe che qualcosa si intravedesse all’orizzonte. Ma non è Fini la speranza di un diverso avvenire. Non so se hanno fatto bene a metterlo fuori dal partito, ogni fallimento di un accordo politico è una sconfitta per tutti, seppure in diversa misura e grado di responsabilità. Certo, Fini e i finiani erano ormai fuori e remavano contro il governo e il loro stesso bacino elettorale di utenza, contro la loro storia prima che contro i loro alleati; non erano più leali non solo al leader ma anche all’opinione pubblica dei suoi elettori. A giudicare dall’assenza di prospettive, Fini sembra giunto al capolinea. Ma il pericolo oggi è proprio quello: la disperazione del kamikaze, che ha solo un potere in negativo. Nell’orizzonte ubriaco del nostro tempo, fra nugoli di propagandisti del nulla che ci circondano, tra forze politiche che collassano, non si può escludere che Fini possa trovare anche un suo spazio. Ma se ciò avverrà, vorrà dire che il contenitore vuoto e trasparente avrà trovato qualcuno pronto a riempirlo. Ma di leader così, metà kamikaze e metà pilotati, francamente non sappiamo che farcene.

FINI E’ INCOMPATIBILE CON I PRINCIPI ISPIRATORI DEL PDL: ECCO PERCHE’

Pubblicato il 31 luglio, 2010 in Politica | No Comments »

Questo è il documento ufficiale votato giovedi dall’Ufficio di presidenza del Popolo della libertà e approvato con 33 voti a favore e 3 contrari. Il testo sancisce “l’assoluta incompatibilità politica con i principi ispiratori Pdl” delle posizioni del presidente della Camera e confondatore del partito Gianfranco Fini

L’Italia necessita di profondi cambiamenti sia nella sfera economica che in quella politica e istituzionale. L’azione del nostro governo presieduto da Silvio Berlusconi e la nascita del Pdl rappresentano, ciascuno nella propria sfera, la risposta più efficace alla crisi del Paese. Il governo ha dovuto agire nel pieno della crisi economica più grave dopo quella del 1929, riuscendo ad evitare, da un lato, gli effetti più dirompenti della crisi sul tenore di vita delle famiglie e dei lavoratori, e, dall’altro lato, preservando la pace sociale e la tenuta dei conti pubblici. Con la nascita del Pdl, dall’altra parte, la vita politica italiana ha fatto un ulteriore passo in avanti verso la semplificazione e il bipolarismo. Occorre aggiungere che, in questi anni, gli elettori hanno sostenuto e premiato sia l’azione del governo che la nuova realtà politica rappresentata dal Pdl.

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Immediatamente dopo il nostro congresso fondativo, tuttavia, e soprattutto dopo le elezioni regionali, sono intervenute delle novità che hanno mutato profondamente la situazione, al punto da richiedere oggi una decisione risolutiva. Invece di interpretare correttamente la chiara volontà degli elettori, nella vita politica italiana hanno ripreso vigore mai spente velleità di dare una spallata al governo in carica attraverso l’uso politico della giustizia e sulla base di una campagna mediatica e scandalistica, indirizzata contro il governo e il nostro partito, che non ha precedenti nella storia di un Paese democratico.

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L’opposizione, purtroppo, non ha cambiato atteggiamento rispetto al passato, preferendo cavalcare l’uso politico delle inchieste giudiziarie e le speculazioni della stampa piuttosto che condurre un’opposizione costruttiva con uno spirito riformista. Ciò che non era prevedibile è il ruolo politico assunto dall’attuale presidente della Camera. Soprattutto dopo il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e il ruolo del Pdl, l’onorevole Gianfranco Fini ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito e alla persona del presidente del Consiglio.

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Non si tratta beninteso di mettere in discussione la possibilità di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico, possibilità che non è mai stata minimamente limitata o resa impossibile. Al contrario, il Pdl si è contraddistinto dal momento in cui è stato fondato per l’ampia discussione che si è svolta all’interno degli organismi democraticamente eletti. Le posizioni dell’onorevole Fini si sono manifestate sempre di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del programma di governo sottoscritto con gli elettori e votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto al ruolo e alla figura del presidente del Consiglio.

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In particolare, l’onorevole Fini e taluni dei parlamentari che a lui fanno riferimento hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti come ad esempio la cittadinanza breve e il voto agli extracomunitari che confliggono apertamente con il programma che la maggioranza ha sottoscritto solennemente con gli elettori. Sulla legge elettorale, vi è stata un’apertura inaspettata a tesi che contrastano con le costanti posizioni tenute da sempre dal centrodestra e dallo stesso Fini. Persino il tema della legalità per il quale è innegabile il successo del governo e della maggioranza in termini di contrasto alla criminalità di ogni tipo e di riduzione dell’immigrazione clandestina, è stato impropriamente utilizzato per alimentare polemiche interne. Il Pdl proseguirà con decisione nell’opera di difesa della legalità, a tutti i livelli, ma non possiamo accettare giudizi sommari fondati su anticipazioni mediatiche. Le cronache giornalistiche degli ultimi mesi testimoniano d’altronde meglio di ogni esempio la distanza crescente tra le posizioni del Pdl, quelle dell’onorevole Fini e dei suoi sostenitori, sebbene tra questi non siano mancati coloro che hanno seriamente lavorato per riportare il tutto nell’alveo di una corretta e fisiologica dialettica politica.

Tutto ciò è tanto più grave considerando il ruolo istituzionale ricoperto dall’onorevole Fini, un ruolo che è sempre stato ispirato nella storia della nostra Repubblica a equilibrio e moderazione nei pronunciamenti di carattere politico, pur senza rinunciare alla propria appartenenza politica. Mai prima d’ora è avvenuto che il presidente della Camera assumesse un ruolo politico così pronunciato perfino nella polemica di partito e nell’attualità contingente, rinunciando ad un tempo alla propria imparzialità istituzionale e a un minimo di ragionevoli rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la maggioranza che lo ha designato alla carica che ricopre.

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L’unico breve periodo in cui Fini ha «rivendicato» nei fatti un ruolo super partes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l’assenza di un suo sostegno ai candidati del Pdl. I nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo vi sia un atteggiamento di opposizione permanente, spesso oggettivamente in sintonia con posizioni e temi della sinistra e delle altre forze contrarie alla maggioranza, condotto per di più da uno dei vertici delle istituzioni di garanzia. Non sono più disposti ad accettare una forma di dissenso all’interno del partito che si manifesta nella forma di una vera e propria opposizione, con tanto di struttura organizzativa, tesseramento e iniziative, prefigurando già l’esistenza sul territorio e in Parlamento di un vero e proprio partito nel partito, pronto, addirittura, a dar vita a una nuova aggregazione politica alternativa al Pdl. I nostri elettori, inoltre, ci chiedono a gran voce di non abbandonare la nuova concezione della politica, per la quale è nato il Pdl, che si fonda su una chiara cornice culturale e di valori, sulla scelta di un chiaro e definito programma di governo, su una compatta maggioranza di governo e sull’indicazione di un presidente del Consiglio, in una logica di alternanza fra schieramenti alternativi.

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Questo atteggiamento di opposizione sistematica al nostro partito e nei confronti del governo che, ripetiamo, nulla ha a che vedere con un dissenso che legittimamente può essere esercitato all’interno del partito, ha già creato gravi conseguenze sull’orientamento dell’opinione pubblica e soprattutto dei nostri elettori, sempre più sconcertati per un atteggiamento che mina alla base gli sforzi positivi messi in atto per amalgamare le diverse tradizioni politiche che si riconoscono nel Pdl e per costruire un nuovo movimento politico unitario di tutti coloro che non si riconoscono in questa sinistra.
Per queste ragioni questo Ufficio di presidenza considera le posizioni dell’onorevole Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attività politica del Popolo della libertà. Di conseguenza viene meno anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. L’Ufficio di presidenza del Popolo della libertà ha inoltre condiviso la decisione del Comitato di coordinamento di deferire ai probiviri gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio.
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La condivisione di principi comuni e il vincolo di solidarietà con i propri compagni di partito sono fondamenti imprescindibili dell’appartenenza a una forza politica. Partecipare attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, è incompatibile con la storia dei moderati e dei liberali italiani che si riconoscono nel Popolo della libertà.

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Si milita nello stesso partito quando si avverte il vincolo della comune appartenenza e della solidarietà fra i consociati. Si sta nel Popolo della libertà quando ci si riconosce nei principi del popolarismo europeo che al primo posto mettono la persona e la sua dignità. Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della giustizia; porre in contraddizione la legalità e il garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici anni su un «patto criminale» con quella mafia che mai come in questi due anni è stata contrastata con tanta durezza e con tanta efficacia, significherebbe contraddire la nostra storia e la nostra identità.

Per queste ragioni questo Ufficio di presidenza considera le posizioni dell’onorevole Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l’attività politica del Popolo della libertà. Di conseguenza viene meno anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. L’Ufficio di presidenza del Popolo della libertà ha inoltre condiviso la decisione del Comitato di coordinamento di deferire ai probiviri gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio.

....Come è noto,  l’0n. Fini usando a suo uso e consumo gli uffici della Camera dove  ha riunito i suoi “fedelissimi”,   ha “risposto” all’articolato documento del PDL promuovendo ciò che aveva minacciato di fare in pubbliuco e in privato da mesi, cioè costituire suoi  gruppi autonomi alla Camera e al Senato. Naturalmente l’on. Fini, rivendicando per sè la “cultura liberale” e sopratutto la “terzietà“, ha dimenticvato che nella storia recente della Repubblica italiana non v’è traccia di un presidente della Camera che faccia politica attiva. Ma Fini, bravo a fustigare gli altri, non usa per sè lo stsso metro che riserva ai suoi avversari, anzi, in questo caso, ai suoi “nemici”, cioè ai dirigenti del PDL, visto che ormai i suoi  avversari ma amici sono quelli di sinistra. Di certo degni di lui come lui è degno di loro.g.