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SANITA’ PUGLIESE: NUOVA INDAGINE SUL SENATORE TEDESCO CON 5 PERSONE ARRESTATE DAI CARABINIERI

Pubblicato il 17 luglio, 2010 in Il territorio, Politica | No Comments »

Cinque persone sono state arrestate dai carabinieri nell’ambito di una delle inchieste della procura della Repubblica di Bari sulla gestione della sanità in Puglia. Si tratta dell’ex capoarea gestione Patrimonio dell’Asl Antonio Colella e dei dirigenti Nicola Del Re e Filippo Tragni, del legale rappresentante dell’azienda Viri, Michele Columella e del titolare di fatto della stessa società, Francesco Petronella, cognato di Alberto Tedesco ex assessore alle politiche della Salute e ora senatore del Pd.

La richiesta d’arresto per il genero (Elio Rubino) e il segretario (Mario Malcangi) del senatore Alberto Tedesco (Pd), ex assessore regionale pugliese alla Sanità, è stata rigettata dal gip del Tribunale di Bari Vito Fanizzi nella vicenda che oggi ha portato all’arresto di cinque persone. Nell’inchiesta Tedesco è indagato per turbativa d’asta, concorso in violazione del segreto d’ufficio e corruzione. Per Tedesco la Procura non ha chiesto misure cautelari nonostante venga riconosciuto il suo ruolo fondamentale nello sviluppo delle attività illecite. Comunque “nei suoi confronti – è detto in una nota della Procura – sono al vaglio degli inquirenti ulteriori vicende sospette”. L’inchiesta è relative a gare pubbliche, per svariati milioni di euro, indette dalla Asl di Bari per il servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti speciali prodotti nelle strutture sanitarie e amministrative dell’ente e per il completamento delle attrezzature dell’Istituto di ricerca Oncologico di Bari.

I cinque, che sono agli arresti domiciliari, sono accusati, a vario titolo, di turbativa d’asta, corruzione, rivelazione di segreti di ufficio e falsità materiale in atti pubblici. Le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate dal gip del Tribunale di Bari Vito Fanizzi su richiesta dei pm Desirè Digeronimo, Marcello Quercia e Francesco Bretone. Le indagini sono state svolte dai militari del Nucleo investigativo di Bari e del Ros.

L’ORA DELLA VERITA’ PER LA VITA DEL PDL

Pubblicato il 14 luglio, 2010 in Politica | No Comments »

Mario Sechi, direttore de Il Tempo, ha scritto l’editoriale che sotto pubblichiamo prima che fossero ufficializzate le dimissioni del sottosegretario Cosentino che invece sono notizia di poche ore fa, dopo l’incontro dello stesso Cosentino con Berlusconi. Ma l’editoriale di Sechi, che condividiamo,  assume ancor maggior valenza  proprio dalle dimissioni di Cosentino che appaiono forzate dalla “retorica”  delle opposizioni per le quali ogni stormir di fronda è buono per chiedere le dimissioni di chicchessia e dall’uso sciacallesco di oscure vicende giudiziarie da parte  delle fronde interne  decise a  minare il PDL, nell’ottica del “muoia sansone con tutt i filistei”. E’ dunque l’ora della verità per il PDL, per questo grande sogno dei moderati italiani: prima che esso venga decimato dalle “dimissioni” di chiunque sia investito da uragani giudiziari ancorchè non solo deboli ma anche grotteschi, è necessario che il presidente Berlusconi assuma  decisioni anche le più impopolari purchè finalizzate a salvare questo grande sogno. Ne va della stessa storia politica  del presidente Berlusconi, oltre che del futuro della nostra Italia. g.

Il premier Silvio Berlusconi Cosa sta accadendo al Pdl? Sono in tanti a chiederselo e vista la temperatura vulcanica che si è raggiunta, non c’è molto tempo da perdere nel cercare una risposta. Il livello dello scontro è tale che in queste condizioni scommettere su un’esplosione del partito non è più un azzardo. Nato dalla fusione di Forza Italia e Alleanza nazionale, benedetto dall’accordo di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, vincitore delle elezioni politiche (2008), europee (2009) e regionali (2010), si ritrova, a soli due anni dalla nascita, avviluppato in una crisi interna molto seria. Il patto siglato nel marzo del 2009 durante il congresso fondativo a Roma non ha retto, i due protagonisti del centrodestra italiano hanno provato a fondere le rispettive esperienze politiche e umane, ma le distanze invece di colmarsi sono aumentate a tal punto che ormai siamo a una separazione in casa alla quale – stando così le cose – manca soltanto la certificazione del divorzio. Mentre il partito nel Paese continuava a mietere consensi, in maniera inversamente proporzionale il rapporto tra Berlusconi e Fini si sbriciolava. La drammatica direzione del Pdl di qualche mese fa, la lite in diretta tv tra Silvio e Gianfranco, il «che fai mi cacci?» con cui il presidente della Camera rispondeva al discorso del premier, sono stati il «de profundis» per tutta la precedente esperienza del centrodestra. Da quel momento tutti hanno compreso che si stava aprendo un altro capitolo di questa storia, ma un’accelerazione delle difficoltà di queste dimensioni non era prevedibile. Berlusconi in questi anni è sempre apparso indomabile, un uomo con una enorme forza di recupero, un leone nei momenti di difficoltà. Non sappiamo ancora se sarà in grado di replicare anche stavolta come gli è capitato di fare quando tutti pensavano di averlo messo alle corde e potergli sferrare il colpo del ko, ma le difficoltà sono tutte là e traspaiono anche dai comunicati e gli ultimatum che partono da Palazzo Chigi negli ultimi giorni. Ci sono momenti in cui sembra di assistere agli ultimi giorni della Democrazia cristiana, a quel 1994 in cui il più grande partito italiano si inabissava, altri ancora in cui invece le possibilità di recupero sembrano ancora intatte. Io penso che siamo a un passaggio decisivo della storia di Berlusconi e del berlusconismo come fenomeno politico e sociale. Ci sono almeno tre motivi che hanno aggravato la situazione del Pdl:
1. La legalità. Fini ha puntato subito su questa battaglia, ma aveva le polveri bagnate e i i suoi discorsi si infrangevano nel vuoto. Le inchieste giudiziarie che si sono aperte a ripetizione e hanno coinvolto importanti esponenti del partito hanno fornito all’ex leader di An le armi retoriche per mettere sotto pressione Berlusconi. Le dimissioni di Scajola e Brancher sono un fatto chiaro, Berlusconi le ha chieste e ottenute. É un suo punto a favore. Ma è altrettanto chiaro che un partito non può farsi decimare per via giudiziaria e per questo deve avere una strategia limpida.
2. Il federalismo e la Lega. L’influenza sempre più marcata della Lega – rafforzata dall’affermazione nelle regioni del Nord – ha offerto un altro argomento non solo a Fini e ai suoi alleati, ma anche al ceto politico del Sud che non ha mai gradito l’asse del Nord e i vertici bilaterali tra Silvio e Umberto ad Arcore. Su questo punto, Fini potrebbe addirittura allargare il suo consenso. Non è un mistero che il commissariamento della politica del Pdl in molte regioni meridionali sia uno spettro. Ma attenzione, dietro a questo fantasma se ne agita uno ancora più grande: la secessione degli apparati politici meridionali dal partito e l’inizio di una polverizzazione del centrodestra che i finiani potrebbero portare a loro vantaggio. Il primo test lo avremo con la regione Molise dove il presidente del Pdl, Iorio, rischia un commissariamento tremontiano a causa del debito sanitario, nonostante la presenza di un piano di rientro reale.
3. L’immobilismo del partito. Dopo un buon avvio e un sufficiente lavoro di sintesi dei coordinatori (Verdini, Bondi e La Russa) la vita interna del Pdl si è rinsecchita, gli spazi di decisione e dibattito ristretti. Da un lato molte energie sono state assorbite dal governo, dall’altro il distacco tra il centro e la periferia con la creazione di veri e propri feudi locali, hanno messo il Pdl in un recinto stretto. Il risultato è paradossale: il Pdl, nato con il capo carismatico, si è ritrovato in pochi mesi a fare i conti con un proliferazione di correnti da record. Non ci sono solo gli ammutinati del Bounty, i finiani, ma una miriade di gruppi e clan che si fanno la guerra gli uni con gli altri. Si chiama balcanizzazione e un partito come quello di Berlusconi oggi si ritrova senza gli strumenti per regolare la propria vita interna. Lenin si chiederebbe: che fare? Dobbiamo per forza ritornare ai tre punti dai quali siamo partiti.
1. La legalità. É innegabile che siamo a un punto di non ritorno e serve una risposta garantista e trasparente sul piano dei comportamenti. Per questo al Berlusconi che dice «impedirò il ritorno di un clima giacobino» deve seguire il leader di partito e presidente del Consiglio che prende decisioni scomode, ma non rinviabili. L’altro ieri ho auspicato il passo indietro di Denis Verdini e penso che lo stesso debba avvenire per il sottosegretario Nicola Cosentino. Non siamo di fronte a un problema giudiziario ma politico. Le carte sull’inchiesta Carboni sul piano del codice penale mi sembrano deboli, il reato più serio è quello di coglioneria cronica, e per questo siamo di fronte al «Polverone P3». Ma leggere del complotto che un pezzo importante del Pdl preparava contro il candidato governatore della Campania – Stefano Caldoro, scelto da Berlusconi – francamente mi impressiona e penso che tutto non possa non avere delle conseguenze politiche. Un partito serio serra i ranghi di fronte alla presunzione di innocenza, ma prende decisioni politiche dure di fronte a comportamenti che ne indeboliscono la vita democratica e minano il patto di lealtà tra i suoi dirigenti, gli iscritti, i militanti e gli elettori.
2. Il federalismo e la Lega. Del Carroccio non si può certo fare a meno, ma un governo a trazione leghista non può durare a lungo. La chiusura della Lega sull’Udc è un chiaro segnale: il partito di Bossi vuole essere l’unico ad avere il potere di interdizione su tutto, ma così facendo il Pdl si condanna a perdere il suo granaio di voti, il Mezzogiorno. Non solo, il federalismo fiscale, nel caso di uno sbrindellamento istituzionale, ha in sè tutti gli ingredienti per sfociare in una secessione di fatto del Paese. Sono scenari di cui bisogna tener conto e per questo con l’Udc bisogna aprire un dialogo serrato sui problemi e trovare, di volta in volta, soluzioni condivise. Questo consentirebbe a Berlusconi di essere il regista della partita politica e non l’uomo che gioca di rimessa.

3. L’immobilismo del partito. Qui le chiacchiere stanno a zero: il Pdl deve riprendere il suo cammino e questo può ripartire solo se il nocciolo duro di Forza Italia e la parte legittimista di An ritrovano il senso della propria missione politica. É un’operazione che va fatta subito, perché i soggetti più deboli politicamente hanno cominciato a rendersi autonomi, a distinguersi, a guardarsi intorno in cerca di nuove sponde. Alcuni stanno già ragionando in termini di post-berlusconismo, altri sono invece nel filone dell’iper-berlusconismo. In ogni caso, in questa situazione sempre più sull’orlo dello sbrego istituzionale, una rifondazione berlusconiana non è possibile, il Paese non è pronto a un altro strappo, una crisi al buio potrebbe avere esiti nefasti e il ceto politico del centrodestra ne uscirebbe distrutto. Presto scopriremo se il Pdl è la Dc del 1994 o ha ancora le energie per rispondere alla decimazione giudiziaria e al nemico interno con la sola arma possibile: la politica.   Mario Sechi


RIDATECI ALDO MORO….

Pubblicato il 13 luglio, 2010 in Politica | No Comments »

Lo ha ricordato ieri nel suo editoriale il direttore de Il Tempo, Mario Sechi, che quando l’ombra del sospetto  si addensò sulla testa di Lugi Gui, ministro della Difesa, per questioni di tangenti, Aldo Moro, la cui statura politica e morale era ed è al di sopra di ogni sospetto, andò in Parlamento e pronunciò il discorso nel quale disse, difendendo Gui, che “la DC non si sarebbe fatta processare nelle piazze”. Moro, ha ricordato Sechi, non difendeva solo il suo amico di corrente Luigi Gui, ma difendeva tutta la DC,  e tutta la DC, benchè  essa fosse un coacervo di “amici-coltelli”, si schierò con Moro e con Gui che infatti fu assolto dal Parlamento (val la pena di ricordare che Luigi Gui, un autentico galantuomo, era stato vittima di una accusa calunniosa e il tempo, galantuomo, lo restituì alla stima della opinione pubblica che, quando è morto, poche setimane fa, gli ha tributato unanimi attestati di stima e di rispetto).

Sechi ricordava questo episodio per raffrontare quel tempo andato a questo presente,  con  quanto sta accadendo in questi giorni e in queste ore all’interno del Popolo della Libertà, dove le lotti di corrente e il cannibalismo  fra i gruppi, sta avvelenando il clima politico ancor più delle inchieste della Magistratura che coinvolgono insieme a poco credibili cospiratori (Carboni e compagni), autorevoli esponenti del Popolo della Libertà,  il coordinatore nazionale Verdini, il sen. Dell’Utri, il sottosegretario Cosentino,  nei cui confronti, peraltro, le accuse sono ancora parecchio poco chiare,salvo una, quelle di aver violato la cosiddetta Legge Anselmi in materia di associazioni segrete, solo per aver pranzato, inopportunamente, certo, ma solo pranzato con i presunti cospiratori. Orbene, in tempi normali, l’azione della Magistratura, che nei confronti di esponenti del Popolo della Libertà, primo fra tutti Berlusconi, non è nuova, avrebbe suscitato, anzi avrebbe dovuto suscitare solo la normale reazione di attesa senza pronunciare preventive richieste di dimissioni che  suonano come preventive condanne senza processo dei presunti indagati per presunti reati. Non solo. Va da sè, che, al più,  tali richieste avrebbero dovuto venire da parte della minoranza, il PD, o, al più da parte dell’IDV. Invece, tali richieste, intempestive quanto all’opportunità,   violente nella forma e nella sostanza, sono arrivate dall’interno del Popolo della Libertà. E sono apparse subito per quelle che sono: cannibalismo allo stato puro, strumenti per azzerare gli avversari interni e farne strame per proprio tornaconto politico. Il peggiore, come da copione, è stato l’on. Bocchino, che ha chiesto, nell’ordine, le dimissioni di Verdini e poi quelle di Cosentino: quelle di Verdini  per favorire la sua corrente interna, quella di Fini, quelle di Cosentino per azzerare in Campania un concorrente interno, appunto Cosentino, che in Campania è anche il coordinatore regionale del PDL.

Bocchino ha ovviamente nascosto le vere ragioni che lo hanno teleguidato,  ammantando di nobili intenti politici la sua azione  che è invece solo squallidamente provocatoria e che lungi dall’assicurare al PDL l’immunità dal naturale chiacchiericcio dei giornali e dei massmedia, finisce col dare l’impressione che Verdini, Cosentino, e tutti gli altri, siano dei veri e propri criminali per i quali non può  e non deve valere la presunzione di innocenza sino alla prova contraria che la Costituzione assicura a chiunque, meno, pare, a Berlusconi e ai suoi uomini. A tanto, è inutile negarlo, ha portato la guerra che Fini, con i suoi pretoriani, ha dichiarato all’interno del PDL,  di cui evidentemente vuole la fine, ad ogni costo, anche a costo di farsi Bruto e assassinare, politicamente, la creatura nata nel 2007,  che nel 2008 riportò al governo il centrodestra, issando sullo scranno prestigioso della terza carica dello Stato lo stesso Fini.

E anche qui sovviene un paragone  e un confronto, con quello che accadde alla fine del 1976, all’interno del MSI-DN, alle prese  allora con la sua terza clamorosa sconfitta elettorale: nel 1974 al referendum per il divorzio, nel 1975 alle elezioni amministrative di quell’anno, nel giugno del 1976 alle elezioni politiche anticipate.  In quelle elezioni il MSI aveva perso un terzo dell’elettorato conquistato nel 1972, sia pure in “libera uscita” dalla DC, secondo Andreotti. Il buon senso suggeriva un cambio di rotta e di dirigenza politica a cui parve essere d’accordo Almirante. In verità, Almirante voleva solo conoscere i suoi “nemici” interni per poterli stanare. Cosa che avvenne puntualmente, costringendo questi ultimi, da De Marzio a Roberti, da Nencioni a Nicosia, a Sponziello, Manco, Delfino e via via a metà dei parlamentari eletti, ad andarsene via fondando Democrazia Nazionale, bollata come espressione di neobadoglismo, salvo, ventanni dopo, nel 1995,  ad essere riesumuta per fondare Alleanza Nazionale. Ma nel 1976 ad Almirante non interessava il bene dell’Italia,  e nemmeno tanto quello del suo Partito, interessava soltanto se stesso e la savaguardia del suo potere personale, piccolo ma personale. Perciò favorì la scissione e costrinse i dissidenti ad andarsene e poco importò che nei ventanni successivi, prima di Tangentepoli e sino alla discesa in campo di Berlusconi, la destra italiana sia stata costretta alla emarginazione e al silenzio.

30 anni dopo quei fatti, l’erede di Almirante, Fini, dopo aver raccolto il frutto non del suo lavoro politico, visto che lui concettualmente  era ritornato (o era sempre stato….) ai “colli fatali di Roma”, ma della decisione ( e del coraggio)  di Berlusconi di “scendere in campo”, sdoganando lui e il MSI, restituendo cittadinanza morale  e diritti politici  alla Destra, antica, moderna, postmoderna che dir si voglia, ma prima di tutto DESTRA, ora si muove con l’evidente intento di distruggere ciò che faticosamente si è costruito, cioè un grande partito di moderati al governo del Paese quale è,  o almeno quale doveva essere negli intenti di Sivio Berlusconi,  il PDL.

Il quale PDL è (ancora) un progetto politico nel quale hanno creduto  ad aprile del 2008 milioni di italiani, nel quale hanno dimostrato di riporre fiducia milioni di italiani ancora pochi mesi fa,  e costituisce l’unico possibile baluardo per difendere il Paese dalle “gioiose” macchine da guerra di una sinistra che pur ridotta al silenzio è pronta ad azzannarlo nuovamente.

Il presidente Berlusconi non  può  permetterlo perche  sarebbe alto tradimento dei milioni di italiani che lo hanno votato e che sono pronti a votarlo ancora e ancora; ecco perchè ora più che mai, tutte le speranze sono riposte nelle sue mani, nelle mani  di Silvio Berlusconi, che non è Moro, ma che come Moro, deve avvertire  la necessità di impedire che il PDL, pur con tutte le sue negatività,  venga processato in piazza. Ad essere processato sarebbe il grande fronte dei moderati italiani. Non lo si può  consentire, nemmeno  per fare un piacere a Fini, e men che meno a un qualsiasi Bocchino.  g.

IL GRANDE CENTRO?: UNA CHIMERA FIGLIA DEI SONDAGGI

Pubblicato il 9 luglio, 2010 in Politica | No Comments »

Se ci saranno problemi ad approvare la manovra economica, tutti a casa. Nel senso che il governo cadrà e si tornerà a votare. Così ha detto ieri il presidente del Consiglio, riaccendendo le speranze di chi vorrebbe disfarsi di questa maggioranza. Già, ma come riaprire i giochi in caso di elezioni, visto che il Pd non dà segni di vita e che quindi è destinato a una ennesima sconfitta? Nei palazzi della politica e nei salotti la soluzione c’è già. Si chiama «Nuovo centro», o «Terzo polo» che dir si voglia. I sondaggisti di La Repubblica lo hanno anche pesato, concludendo che uno schieramento composto da Udc, rutelliani, finiani, siciliani dell’Mpa, dissidenti del Pdl e transfughi del Pd sarebbe votato dal 22 per cento degli italiani. Un bottino ancora non sufficiente per vincere (il Pdl rimarrebbe primo partito, insieme alla Lega, al 41 per cento, con il Pd al 36).

Non capiamo quale sia il senso di fare sondaggi su una cosa che non c’è, forse è quello di tenere viva una chimera che aleggia sulla politica italiana da quando Berlusconi scese in campo e vinse le prime elezioni. E cioè che sia possibile costruire a tavolino uno schieramento moderato e liberale alternativo a Forza Italia e al berlusconismo superando il bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra. Questo sogno è la benzina che tiene in vita Casini, che alimenta le speranze di Fini, che permette a Rutelli di non andare in pensione anticipata, e via dicendo. Non che non sia legittimo alimentarlo anche con sondaggi assai generosi, ma il buon senso fa dire che il progetto centrista è un puro esercizio di teoria politica che non ha nulla a che fare con la realtà, per più motivi. Primo: non c’è lo spazio. Attualmente, infatti, non ci sono una destra e una sinistra deboli al centro, ma esattamente l’opposto. Cioè un centrodestra e un centrosinistra forti nelle loro componenti centriste e semmai deboli agli estremi. Tanto è vero che le uniche formazioni politiche che stanno in piedi, Lega e Italia dei Valori, sono assai più radicali. Secondo: non è mettendo insieme leader, leader in declino ed ex leader che si arriva automaticamente a una squadra vincente. Anzi, semmai è il contrario. Da quando è caduta la Prima Repubblica hanno avuto successo esclusivamente movimenti nati attorno a una personalità forte, capace di trascinare attraverso un comando carismatico e indiscusso. È successo con Bossi e la Lega, Berlusconi e Forza italia, Di Pietro e l’Idv. La fusione di personalità, progetti e leadership provenienti da esperienze personali e culturali diverse ha prodotto invece solo problemi, come dimostrano le vicende prima del Pd e ora del Pdl.

Che la somma di campioni, o presunti tali, faccia grande un progetto è una fissazione da intellettuali. Basta guardare cosa succede nel calcio. È forse un decennio che l’Inter ha la rosa più qualificata, ma per vincere ha dovuto aspettare non solo l’implosione degli avversari, ma che alla sua guida arrivasse un capo forte, indiscusso e indiscutibile come José Mourinho, l’unico che è stato capace di mettere in riga tutti, presidente Moratti compreso. Così come formazioni da brivido, come quelle di Brasile, Argentina, Inghilterra hanno dovuto lasciare i Mondiali anzitempo per manifesta incapacità di gioco condiviso. Tornando alla politica, non si capisce come potrebbero giocare insieme in modo efficace Fini e Rutelli, Lombardo, Casini e Pisanu. Chi comanderebbe, con che schema, con che novità rispetto a quanto già esiste? Ma soprattutto, non si capisce perché un elettore dovrebbe scegliere una accozzaglia di vecchie glorie buone per lo più a giocare una divertente partita del cuore per beneficenza.

No, se novità dovrà essere, ancora non la si vede neppure all’orizzonte. In politica due più due non ha mai fatto quattro. L’elettorato ha dimostrato di voler essere stupito, attratto da un sogno, di affidarsi a un leader chiaramente riconoscibile. Tutto il resto sono discussioni e analisi molto simili a quelle dei critici cinematografici, che incensano film che il più delle volte si dimostrano grandissimi flop alla prova del botteghino. E così come si presenta, la scenografia del «Terzo polo centrista» potrà anche vincere il festival di La Repubblica o quello del Corriere della Sera, ma sicuramente non vincerà dentro l’urna elettorale. Alessandro SALLUSTI, vice direttore de Il Giornale

LA LEGGE ELETTORALE REGIONALE DELLA PUGLIA E’ INCOSTITUZIONALE?

Pubblicato il 8 luglio, 2010 in Il territorio, Politica | No Comments »

Per lo meno c’è il dubbio che lo sia. Infatti il TAR di Puglia, accogliendo le tesi esposte dal’avv. Giuseppe (Pino) MARIANI del Foro di Bari, ha dichiarato non manifestamente infondata l’eccezione di incostituzionalità dell’art. 10 delle legge elettorale della Regione Puglia n. 2 del 2005 ed ha inviato gli atti alla Consulta. La decisione del TAR di Puglia è venuta all’esito del ricorso presentato dagli 8 aspiranti consiglieri regionali dei partiti della coalizione di centrosinistra risultata vincente alle elezioni regionali dello scorso aprile  avverso la decisione della Corte d’Appello del Tribunale di Bari che in sede di proclamazione degli eletti non applicò quanto previsto dall’art. 10 della legge elettorale perchè in palese contrasto con lo Statuto della Regione che fissa a 70 il numero dei consiglieri regionali della Puglia. In verità la Corte d’Appello era stata investita dell’eccezione di incostituzionalità della norma che dilata il numero dei consiglieri al fine di assicura la “governabilità” in virtù della quale si pretendeva di proclamare eletti non 70 ma 78 consiglieri. Era stato lo stesso avv. Mariani a presentare una istanza in tal senso alla Corte d’Apello ampiamente motiviata. Ma la Corte d’Appello pur proclamando eletti “solo” 70 consiglieri non aveva dato corso all’istanza dell’0avv. Mariani. Di diverso avviso è stato il TAR di Puglia dinanzi al quale lo stesso avv. Mariani si era costituito “ad opponendum” rispetto agli aspiranti 8 consiglieri con un ricorso ampiamente motivato in ordine al conflitto tra lo Statuto della Regione e la legge elettorale, successiva allo Statuto, di “rango” inferiore e perciò soccombente rispetto allo Statuto. Nello stesso ricorso l’avv. Mariani aveva messo in evidenza che alle elezioni regionali dello scorso aprile  il cosiddetto premio di maggioranza cui è connesso il principio della governabilità su cui poggia l’art. 10 della legge elettorale della Puglia,  si era trasformato di fatto in “premio di minoranza”, atteso che dei 56 seggi assegnati su base proporzionale, ben 30 sono andati alle due liste non vincenti (26 al PDL e 4 all’UDC) e solo 26 alle liste vincenti della coalizione di centrosinistra. In sede di discussione dinanzi al TAR l’avv. Mariani ha esposto un altro aspetto grottesco e sconcertante della legge elettorale della Regione Puglia e segnatamente delle disposizioni che discipliano il premio di maggioranza e la dilatazione del numero dei consiglieri regionali per assicurare la “governabilità” al  candidato presidente  vincente: se a vincere fosse stato il terzo candidato, cioè la sen. Poli Bortone, le cui liste hanno ottenuto solo 4 seggi nella quota proporzionale, per assicurarle il premio di maggioranza e garantirle il 60% dei seggi, il consiglio regionale, ha concluso l’avv. Mariani,  avrebbe dovuto essere dilatato sino a 130 consiglieri. E’ stata questa la tesi, astrattamente reale,  che deve aver indotto i giudici del TAR a dichiarare la non manifesta infondatezza della incostituzionalità della legge elettorale della Regione Puglia e accogliere la richiesta dell’avv. Mariani  di invio degli atti alla Consulta perchè decida. Nel frattempo restano al palo gli otto  aspiranti consiglieri e sopratutto resta con il fiato sospeso il presidente Vendola che dopo la defezione dei cosiddetti Moderati Popolari  è costretto, visti i numeri in consiglio, a inseguire gli scudocorcati di Casini. g.

L’EX CAPO DI AN DA MESI LAVORA PER IL RIBALTONE: E’ INUTILE TRATTARE

Pubblicato il 6 luglio, 2010 in Politica | No Comments »


di Amedeo Laboccetta , deputato del PDL ex MSI, ex AN

Gianfranco Fini fisicamente è nel Pdl però, da oltre un anno, politicamente è altrove. Tale appare a tutti i commentatori politici, tale è quotidianità dei suoi comportamenti. Diciamolo subito con franchezza: il suo progetto politico non è più compatibile con quello di Silvio Berlusconi. Può dispiacere a chi ricorda il Fini, leader della destra italiana, ma è così! Per mesi ho speso energie nel tentare di convincere Fini a essere coerente con la sua storia e a non dare ascolto a chi, come Bocchino e il suo manipolo, spingeva per andare in rotta di collisione con Berlusconi e con il sentire comune di militanti ed elettori del Pdl. In alcuni momenti mi sono illuso di aver convinto Fini. Poi con realismo ho dovuto prendere atto che hanno vinto gli estremisti. Il mio richiamo alla storia politica e alle radici culturali non ha avuto successo.

In tutta questa vicenda non mancano aspetti tragicomici, poiché per la mia storia, parafrasando un libro di Giulio Andreotti, li «ho visti da vicino», e dunque mi fanno sorridere soprattutto quei personaggi che si atteggiano, in queste ore, a moralisti e a novelli giacobini, ma di cui conosco bene le debolezze personali. Di giorno tentano di apparire intransigenti e di notte sono, invece, pronti a transigere. L’impressione è che Gianfranco Fini, a volte inconsapevolmente, forse guidato da chissà quali dinamiche, si sia incuneato in un imbuto dal quale razionalmente, in alcuni momenti, vorrebbe tirarsi fuori ma nel quale è prigioniero perché consegnatosi ad altri. Per chi viene da una storia comune tutto appare assurdo, inspiegabile. Riceviamo decine di telefonate, incontriamo vecchi amici, e la domanda che ricorre è sempre la stessa: cosa è scattato nella mente di Fini?

Ma ora, consumato l’aspetto psicologico della vicenda, bisogna tornare con senso di responsabilità alla politica prendendo atto della realtà. Attorno a Fini si è coagulata una minoranza rancorosa, dispettosa, con qualche iceberg di cattiveria. Una minoranza guidata da soggetti che non perseguono un progetto politico ma che lavorano solo per far cadere il governo Berlusconi e far saltare il quadro espresso legittimamente dal voto democratico della maggioranza degli italiani. Nel ‘94 lo stesso Fini tuonò contro le congiure di palazzo che sovvertirono il primo governo di centrodestra voluto dagli italiani in ossequio ai diktat dei poteri forti. Ora è lui ad agire allo stesso modo. Una minoranza che vuole sfasciare, siamo di fronte agli sfascisti del terzo millennio. E, purtroppo, tanta tristezza si confonde a rabbia nel vedere Fini lasciar fare, anzi, sembra che il presidente della Camera trovi soddisfazione nel vedere governo e maggioranza in difficoltà. È una minoranza senza scrupoli, capace di tutto, che supera e addirittura va oltre la «cultura» dipietrista. Una minoranza senza consensi nel Paese ma amplificata nella sua entità perché supportata dal network mediatico-politico-giudiziario che odia Berlusconi e la classe dirigente del Pdl.

Oggi questa minoranza finge di indignarsi per tutto ciò che accade ai vertici del Pdl. Adesso è il turno di Brancher. Tuttavia, il vero nodo politico non è qui, non è certo nel falso moralismo sul quale andrebbe steso un velo pietoso. Quello che sta accadendo in queste ore conferma ciò che vado sostenendo da mesi: l’inutilità di logorarsi in una mediazione permanente con i gruppettari nel tentativo di renderli più mansueti. Lo dimostra la vicenda della legge sulle intercettazioni dove la bozza approvata al Senato, nella quale erano state accolte le richieste degli amici di Fini, è stata da loro sconfessata un minuto dopo. Chi pensa ancora a mediazioni possibili non conosce né lo stato d’animo del principale suggeritore di Fini né quello dell’intero contorno che viene da una storia precisa.

Fini ha ceduto troppo ai cattivi consiglieri che come i «cattivi maestri» degli anni Settanta lavorano per il tanto peggio tanto meglio. L’unica loro prospettiva è quella del colpo quotidiano a Berlusconi e all’azione di governo. L’immagine è quella di un uomo politico chiuso nel bunker della sua Fondazione lontano dalla gente e dal sentire comune. La verità è che i gruppettari non hanno alcuna consistenza fra la gente, al di fuori dei Palazzi. Possono manovrare congiure piccole o grandi, fare del sensazionalismo psicologico ma manca loro la materia prima della politica vera: il consenso.

Detto tutto ciò, però, occorre venire alla sostanza immanente di queste ore. È tempo delle scelte. Il Pdl non può restare immobile, deve dare conto delle sue responsabilità all’Italia e agli elettori. Non è più tempo per i giochetti di palazzo con i ragazzetti di Fini. Se occorre contarsi, ci si conti pure. Sarebbe insensato continuare in questa manfrina che penalizza i processi decisionali necessari in una situazione economica globale come quella attuale dove sono in ballo interessi generali. La stessa richiesta di un congresso appartiene a questo gioco inutile di melina. A questo punto Berlusconi riconvochi la direzione nazionale, presenti una mozione politica ben circostanziata e la metta democraticamente ai voti e verificherà che la stessa minoranza finiana si è considerevolmente ridotta a numeri di una mano. Se non lo si fa, ci si assume una responsabilità enorme e si tradisce il patto con gli elettori.

DA GRAMSCI A FINI: POVERA SINISTRA COME SI E’ RIDOTTA MALE

Pubblicato il 4 luglio, 2010 in Politica | No Comments »

Pierluigi Bersani, parlando ieri ai quadri del Pd lombardo, ha detto che il governo e la maggioranza fanno ridere e devono andare a casa. Da che pulpito. In Lombardia, solo tre mesi fa alle elezioni regionali i maestrini della sinistra hanno perso ben il 9 per cento dei voti, i comici del centrodestra hanno guadagnato il 3. Ma ovviamente in democrazia i voti non contano. Basta con questa storia che la gente può decidere da chi essere governata. L’elettore è stupido, non capisce. La vera democrazia è quella nella quale governa la sinistra, a prescindere. Ma se proprio proprio questo non è possibile meglio attaccarsi al carro di un ex postfascista (…) (…) pentito come Gianfranco Fini, quello che solo quattro anni fa voleva cacciare tutti gli immigrati dal Paese a calci nel sedere.
Povero elettore di sinistra, che cosa gli tocca vedere e sentire. Per anni hanno inseguito il sogno di essere guidati da un novello Che Guevara, si ritrovano a dover seguire come cagnolini uno che per i due terzi della vita non ha disdegnato il saluto romano, nel senso di fascista. In attesa di portarlo in trionfo il prossimo 25 aprile, festa della Resistenza, per ora si accontentano di averlo come capo. Esagerato? Non troppo. Ieri sono accaduti due fatti che vanno in questa direzione. Il primo. Il segretario del sindacato dei giornalisti Rai, tale Carlo Verna, è intervenuto sulla polemica innescata dalla sinistra dopo le apparizioni televisive di Berlusconi nei tg di venerdì sera. Ora, che un presidente del Consiglio, di ritorno da due vertici internazionali, non abbia il diritto-dovere di informare gli italiani sugli esiti degli incontri è già un assurdo. Ma Verna si è superato, è andato oltre. E ha detto che un servizio pubblico serio dopo aver sentito Berlusconi avrebbe dovuto concedere lo stesso spazio a… E uno qui si immagina che pronunci i nomi di Bersani, Di Pietro, che ne so, dei lavoratori della Fiat in cassaintegrazione. No, niente di tutto questo. Per il sindacato, subito dopo Berlusconi avrebbe dovuto parlare Gianfranco Fini.
Uno si chiede: a che titolo? Semplice, come vero e unico capo dell’opposizione. Non solo poveri elettori di sinistra, ma a questo punto direi povero Bersani, che neppure in Rai e nel sindacato è considerato degno di ribattere al presidente del Consiglio. Umiliante.
Ma non è finita. Sempre ieri, il capogruppo del Pd alla Camera, Franceschini, ha dichiarato di essere disposto a sostenere e votare gli emendamenti dei finiani al decreto intercettazioni. Non il più grande partito di opposizione che fa una proposta politica e dice di essere disposto, con qualche imbarazzo, a prendersi anche i voti degli ex fascisti. No, l’inverso, è il Pd che si mette nelle mani di Bocchino e Granata, due che sono venuti grandi convinti che il Duce fece bene ad arrestare e far morire in carcere Antonio Gramsci, fondatore del Pci. Poveri elettori di sinistra, povero Bersani, ma direi anche povero Gramsci, che ha sacrificato la vita per questa manica, lo diciamo alla Tremonti, di compagni cialtroni.
Da tutto questo si evincono due cose. La prima è che nella sinistra c’è qualche problema che non trova soluzione. La seconda è che nel Pdl c’è un’urgenza non più rinviabile. E cioè liberare Fini dall’imbarazzo di essere contemporaneamente cofondatore del Pdl e capo dell’opposizione. Come? Cacciandolo, pardon, consegnandolo ai nemici con tanto di fiocco e lettera di accompagnamento: maneggiare con cura, è pericoloso.
P.S. AVEVA SCRITTO BENE SALLUSTI: CACCIANDOLO. FINI E SUOI GUASTATORI, DA BOCCHINO A GRANATA. NEL PDL SI STARA’ MEGLIO E LA DESTRA ITALIANA NON POTRA’ CHE GUADAGNARCI. g.

FINI E’ UNA RISORSA….MA PER L’OPPOSIZIONE, di Vittorio FELTRI

Pubblicato il 1 luglio, 2010 in Politica | No Comments »

Mi scuso in anticipo con i lettori per l’articolo che mi accingo a scrivere, ma ne sono costretto dagli avvenimenti. Altrimenti non lo avrei manco iniziato perché la persona cui sto per dedicarlo è talmente permalosa da non sopportare alcuna critica, neppure velata; figuriamoci la mia che non la è mai. Indovinate a chi mi riferisco? Gianfranco Fini. Il quale a dire il vero sostiene sempre e con forza la libertà di stampa, tranne quando la si eserciti contro di lui.
Non è il solo ad avere un’idea tanto bislacca, ma lui ha il coraggio di manifestarla senza porsi il problema dell’effetto comico che essa produce. Non è un mistero che egli sia ostile alla regolamentazione delle intercettazioni telefoniche, così come è stata predisposta dalla maggioranza con la benedizione di Berlusconi, perché limita il diritto dei giornalisti a raccontare certe cose e quello dei lettori di saperle. E vorrebbe cambiarla.
Ci ha provato in ogni modo e forse vorrebbe provarci ancora. Però questa sua ostinazione nel voler entrare nel merito di un provvedimento si concilia con il ruolo di presidente della Camera? A me sembra di no. D’altronde non si era mai visto un suo predecessore fare altrettanto. Ciò fa pensare che Fini si comporti in maniera irrituale se non scorretta.
Veniamo al nocciolo della questione. Ieri i capigruppo di Montecitorio hanno deciso di discutere in aula la riforma relativa alle intercettazioni a cominciare dal 28 luglio, dopo la cosiddetta manovra economica.
Lui anziché prenderne atto come avrebbe fatto chiunque al suo posto, si è inalberato e ha rilasciato un commento in linea con le tesi dell’opposizione: calendarizzare a fine luglio il ddl è irragionevole. Ullallà, perché irragionevole? Perché in estate fa caldo e discettare di intercettazioni provoca un aumento della sudorazione? Perché i deputati non ci sono più con la testa se si avvicina la stagione delle vacanze? Niente di questo. Fini legge nella richiesta dei capigruppo «solo un puntiglio» ovvero il desiderio di fargli rabbia.
Secondo lui sarebbe stato preferibile spostare simile rottura di scatole a settembre dato che il dibattito si annuncia lungo, così lungo da protrarsi fino a chissà quando. Già, molto meglio attrezzarsi per le ferie agognate e programmare gite in barca e immersioni al largo, utilissime per rinfrescarsi corpo e mente. E chissenefrega delle intercettazioni che stanno a cuore al Cavaliere e tarpano le penne ai giornalisti smaniosi di riferire le prodezze sessuali di questo o di quel vip, in barba alla privacy.
La perfetta sintonia tra Fini e la sinistra nel rallentare l’iter parlamentare della legge è puramente casuale? Potrebbe esserlo se si limitasse alla presente circostanza, viceversa si registra spesso al punto da far nascere il sospetto, o la certezza, che il presidente della Camera ormai nel Pdl sia un extracomunitario, estraneo ai costumi della maggioranza, fervido antiberlusconiano pur essendo stato eletto con i voti di quei fetentoni di berlusconiani.
Le giravolte in politica non stupiscono, ma chi le compie non deve poi stupirsi se qualcuno le nota e le descrive in nome della libertà di stampa che a Fini piace tanto; non del tutto e pochissimo se serve a fargli osservare che lui è senz’altro una risorsa. Del Pd e dell’Idv.
Detto ciò, preciso che anche a me la legge sulle intercettazioni non va a genio e cerco di combatterla con i mezzi leciti di cui dispongo, carta e penna. Mentre il caro Gianfranco per tutelare la libertà di stampa tenta di comprimere un’altra libertà: quella del Parlamento di discutere e approvare a maggioranza un provvedimento che, giusto o sbagliato sia, non può essere ostacolato. Si dà il caso che la Camera sia espressione della volontà del popolo, non del signor presidente.
da Il Giornale – 1° luglio 2010

GENOVA 50 ANNI FA: MESSA A FERRO E FUOCO DAI COMUNISTI PER ABBATTERE IL GOVERNO DI CENTRO DESTRA DELL’ON. TAMBRONI

Pubblicato il 30 giugno, 2010 in Politica | No Comments »

Il 30 giugno di cinquant’anni fa i portuali misero a ferro e fuoco Genova. Le violenze minarono il governo di centrodestra e il possibile cambiamento.

Se cercate la scatola nera della sinistra italiana, potrete trovarla nel porto di Genova. Là, esattamente cinquant’anni fa, in un giugno più caldo del presente, la sinistra sfregiò la democrazia e fece cadere un governo legittimamente uscito dalle urne con un moto violento di piazza. Sto parlando dei ganci di Genova, come furono chiamati in gergo missino i micidiali ganci usati dai portuali comunisti, i feroci camalli che scesero in piazza per impedire lo svolgersi di un regolare congresso nazionale del Msi. Oggi tv e giornali ricordano i fatti di Genova con un sottinteso epico, quasi a celebrare un’epopea partigiana di giustizia e libertà. Affiorano rievocazioni nostalgiche di quel clima, in cui perfino le auto bruciate e le magliette a strisce dei portuali sono ricordate con tono elegiaco da commosso amarcord. E invece quell’evento che Aldo Moro definì «il più grave e minaccioso per le istituzioni» dalla nascita della Repubblica italiana, fu un vero e proprio golpe di piazza che tardò la nascita di una democrazia matura fondata sull’alternanza, resuscitò gli spettri della guerra civile e alimentò nella destra frustrata rigurgiti di neofascismo e sogni di golpe. Il principale testimonial e istigatore di quell’evento, con Umberto Terracini, fu Sandro Pertini, che ritrovò in quella mobilitazione lo spirito bellicoso della lotta partigiana, non accorgendosi che si trattava di una mobilitazione violenta contro un pacifico congresso ed un legittimo governo liberal-democratico. Era l’epoca del governo Tambroni, il primo governo di centro-destra che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi. Il Paese viveva il boom economico, ormai pacificato, la violenta contrapposizione tra fascismo e antifascismo si era spenta, e anche la guerra fredda, con l’avvento di Krusciov e Kennedy si era intiepidita (salvo poi riaggravarsi a Cuba), assopendo l’antitesi comunismo-anticomunismo. Non era ancora stato eretto il Muro di Berlino.
In quel tempo l’Msi era guidato da Arturo Michelini, un nazional-conservatore che voleva inserire il suo partito nel gioco politico delle alleanze. Del resto, negli anni cinquanta, molte amministrazioni del sud erano rette dall’appoggio monarchico e missino, e perfino il Pci di Togliatti aveva trescato in Sicilia con l’Msi per sostenere la giunta Milazzo. Insomma, la guerra civile del ’45 e il frontismo radicale del ’48 erano ormai ricordi sepolti, come ricordo lontano erano ormai i celerini di Scelba contro i manifestanti o la legge dello stesso Scelba che vietava la ricostituzione del disciolto partito fascista. L’Msi ebbe l’infelice idea di celebrare il suo congresso a Genova, città antifascista con un forte movimento sindacale e comunista. Di fronte alle minacce della sinistra, il Prefetto di Genova aveva saggiamente proposto di spostare il congresso missino a Nervi. Ma social-comunisti, Anpi, Cgil e portuali non accettarono il compromesso; volevano cogliere il pretesto del congresso missino per abbattere il governo di centro-destra. Sarà proprio Sandro Pertini (che perfino il suo compagno di partito Pietro Nenni considerava un violento) ad accendere il fuoco della rivolta con il «discorso del brichettu» (il fiammifero) del 28 giugno. Due giorni dopo la città fu messa a ferro e fuoco dagli insorti, come accadde poi nel luglio del 2001 ad opera dei no-global. Aggressioni ai delegati missini, rifiuto di accoglierli in albeghi e locande, la celere travolta dai camalli, le jeep della polizia capovolte, incendi e assalti. Forse fece bene la polizia a non rispondere col fuoco e fecero bene i missini a non mobilitare il loro servizio d’ordine che comunque sarebbe stato soccombente. Ci sarebbero stati molti morti, non solo a Genova. Alla fine a morire fu il governo Tambroni e a restare invalida fu la democrazia italiana, che perse da allora il fianco destro. La spuntarono loro, i camalli d’assalto e le sinistre di piazza. Sotto i colpi della piazza i ministri della sinistra dc rassegnarono le dimissioni, il governo Tambroni cadde e gli stessi che avevano giudicato con allarme la violenza di piazza, come Moro e Fanfani, aprirono poi alla stagione del centro-sinistra, portando i socialisti al governo. Quando si parla del rumore di sciabole dei militari e carabinieri italiani, e della strisciante tentazione golpista che attraversò l’Italia tra il ’64 e il ’70, da De Lorenzo a Borghese, coinvolgendo i partigiani Sogno e Pacciardi, si deve considerare quel precedente genovese che rendeva impossibile la nascita per vie democratiche di un centro-destra in Italia. Quel clima violento perdurò a Genova fino ai primi anni 70, se si considera che tra i primi passi del terrorismo rosso in Italia ci furono l’assassinio del militante missino Ugo Venturini e il rapimento del magistrato “destrorso” Mario Sossi. L’insurrezione di Genova diventerà la madre di tutte le mobilitazioni di piazza con cui la sinistra in Italia ha inteso forzare la democrazia italiana, i suoi governi, le sue scelte, le sue alleanze. Un metodo che viene tuttora utilizzato per abbattere con una spallata di piazza i governi usciti dalle urne. Per fortuna il clima è cambiato, i camalli si sono imborghesiti, non portano più le magliette a strisce e i ganci micidiali, né ci sono in giro partigiani pronti a riprendere le armi. Ma quel governo di centro-destra avrebbe accelerato la nascita di una destra postfascista e avrebbe insieme creato le premesse per una democrazia dell’alternanza, spingendo anche la sinistra a superare il massimalismo e a disporsi così a governare. Ma il Pci dell’epoca prendeva ancora ordini e soldi da Mosca e considerava l’America e il Capitalismo due mali da cui liberarsi. Così la Dc, con i suoi alleati, restò al governo vita natural durante. Marcello Veneziani, il Giornale.

PRESIDENTE BERLUSCONI, A QUANDO LA GENERALE E RADICALE RIFORMA DELLA GIUSTIZIA?

Pubblicato il 30 giugno, 2010 in Politica | No Comments »

Ieri, due sentenze della Magistratura, e, manco a dirlo, due pesi e due misure. La Corte d’Appello  di Palermo ha condannato il sen. Marcello Dell’Utri a sette anni per il reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”,  sentenza che fa rabbrividire, intanto perchè punisce un reato “non reato” quale è “il concorso esterno” tanto evanescente quanto assurdo visto che il reato per essere tale deve configurarsi in fatti certi, dai contorni ben definiti, di cui si sappia quando, dove e come è stato commesso. E poi  perchè la sentenza apre la strada alla sicura non punibilità del presunto reo, cioè il sen. Dell’Utri, in quanto i fatti per cui è ritenuto colpevole, se commessi, ammesso che si riesca a capire quali siano,  sarebbero stati commessi prima del 1992  e quindi andranno in prescrizione entro il 2012, per cui la Cassazione non potrà che dichiararne, appunto, la prescrizione.  Per cui hanno ragione sia chi ha definito la sentenza “comica”, sia chi, come lo stesso Dell’Utri, l’ha definita “pilatesca”, nel senso che essa ha un non vago sapore “cerchiobbottista” (espressione di moda nel deprecato ventennio mussoliniano), riuscendo da una parte a non irritare i “colpevolisti”, e dall’altra ad aprire la strada all’ennesima soluzione all’italiana, come già è accaduto per altri processi, primo fra tutti quello che vide alla sbarra il senatore a vita Giulio Andreotti,  assolto ma anche condannato ma per fatti prescritti,  per cui ancor oggi c’è chi impudentemente  accusa Andreotti, figura preminente della storia italiana dal 1945 in poi, di essere stato “mafioso” per cui si configura uno Stato che sarebbe stato diretto da chi intrallazzava con l’antiStato. Non è così ma a tanto si è giunti grazie ad una Giustizia che ormai tale non è più. Sempre ieri il GUP di Milano, su conforme richiesta del PM milanese Spataro, di cui sono note le oltranzistiche posizioni antiberlusconiane, ha assolto l’attentatore di Berlusconi, Tartaglia. Motivazione: al  momento di aggredire e ferire (solo per caso non a morte)  il primo ministro italiano non era in grado di intendere e di volere. C’è una perizia dei medici intal senso hanno argomentato prima Spataro e poi   il GUP, per cui lo si assolve. E così l’apertura alla strada di altrettanti Tartaglia è nell’ordine naturale delle cose. Ecco quindi una giustizia, volutamente con la g minuscola, che si esprime in maniera difforme e contradditoria, a dimostrazione che anche in questo caso, può applicarsi la massima giolittiana secondo cui “le leggi per gli amici si interpretano, per i nemici si applicano”. Urge, davvero, senze ulteriori rinvii la riforma generale e radicale del sistema giustizia nel nostro Paese. Il presidente Berlusconi se ne faccia carico, non solo perchè fa parte del programma di governo per il quale è stato così ampiamente votato due anni fa, ma anche perchè ne va della stessa sopravvivenza della civiltà giuridica del nostro Paese che un tempo fu “culla del diritto”. g.

P.S. Ieri l’on. Fini, costretto  dalla conferenza dei capigruppo della Camera a calendarizzare per l’ultima settimana di luglio il ddl sulle intercettazioni che langue in Parlamento da più di due anni, si è detto irritato ( e quando mai non lo è!)  per questa decisione contro la quale nulla può perchè sarebbe costretto a getttare la maschera dietro la quale nasconde da tempo la sua volontà di intralciare il governo. Bene, il presidente Berlusconi, costringa Fini, e i suoi peones, a cominciare dal solito Bocchino e dall’ascaro Granata, a venire allo scoperto sulla riforma della Giustizia e poi, piuttosto che farsi cucinare a fuoco lento, mandi all’aria la legislatura,anche a costo di vedere morire “sansone con tutti filistei”. g.