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IL PARADOSSO DELLA GIUSTIZIA

Pubblicato il 29 giugno, 2010 in Giustizia, Politica | No Comments »

“Non esiste il reato di concorso esterno in associazione mafiosa: il concorso esterno in una associazione è un paradosso,una tautologia, un uso illogico del diritto. L’accusa quando non sia suggestione inquisitoria, esige la chiarezza e la semplicità, la geometria che allinea i fatti, i comportamenti, responsabilità su un asse in cui sono tassativamente escluse le zone grigie, i confini incerti, le circostazne allusive. E’ tipicamente mafioso immaginare un concorso esterno in un’associazione per delinquere….”
Così ha scritto Giuliano Ferrara sul numero 27 di Panorama, in edicola da sabato, già quando i giudici d’appello di Palermo erano chusi in camera di consiglio per emettere la sentenza contro Marcello Dell’Utri, parlamentare del PDL, ma prima ancora fine intellettuale ed esperto pubblicitario, accusato appunto di “concorso esterno in associazione mafiosa” il quale in primo grado è stato condannato a 9 anni di reclusione. Auspicava Ferrara che “il tribunale capisca l’inconsistenza della fattispecie addebitata all’imputato”, fattispecie di reato contro cui “sarebbe stata giusta una grande battaglia di avvocati, giuristi,  costituzionalisti, cittadini e politici eletti per sradicare dal nostro codice o dal nostro modo di usare il codice questo scandalo giuridico vivente, questo ibrido insulto alla logica e al senso di giustizia”.

Le parole di Ferrara, assolutamente, condivisibili da chiunque sia in buona fede, e il suo auspicio sono stati disattesi dalla sentenza emessa questa mattina dalla Corte d’Appello di Palermo che ha condannato Dell’Utri a sette anni di carcere, riducendo si quella di primo grado ma confermando “lo scandalo giuridico e l’ibrido insulto alla logica e al senso di giustizia” che Ferrara individua nel reato di”"concorso esterno all’associazione mafiosa” dove non v’è un preciso e definito reato commesso dalla persona inquisita, dove, per ripetere le parole di Ferara, non v’è alcuna chiarezza e semplicità dell’accusa dai contorni definiti e fuori dalle circostanze allusive. E’ vero che i giudici di Palermo, i quali avevano dato sfogo alle richieste della pubblica accusa ammettendo in aula le frenesie mentali del mostro Spatuzza con le sue incredibili e altrettantro infondate accuse a Forza Italia di commistione con la mafia, hanno  escluso ogni riferimento a fatti successivi al 1992, e quindi escludendo ogni qualsivoglia collegamento tra Forza Italia e la mafia,  ma essi pure hanno intrapreso il tortuoso cammino della “associazione esterna” che sa tanto di santa inquisizione o di paradosso della giustizia. Ora i fautori,  siciliani e no, di cotanto ibrido giuridico potranno continuare, senza prove certe di reati certi, a perseguire chiunque, da Dell’Utri a Cuffaro, rei forse soltanto di essere nati in Sicilia dove  pare che la normale  contiguità nel contesto della società possa bastare a incriminare chiunque di “associazione esterna”. Non siamo solo al paradosso della giustizia ma allo stravolgimento  del concetto di  civiltà giuridica. g.

LE SPESE PAZZE DELLE REGIONI: BEN 178 SEDI NEL MONDO

Pubblicato il 27 giugno, 2010 in Economia, Politica | No Comments »

Con 61 sedi sparse in 31 Paesi, di cui ben dieci solo in Cina, è il Veneto a guidare la classifica delle “spese pazze” che le Regioni fanno per la diplomazia. Lo riferisce il Corriere della Sera che, in un dossier del Tesoro, ha scoperto che sono 178 gli uffici aperti un po’ in tutto il globo, dalla Bulgaria a Portorico passando per il Vietnam, dagli enti locali regionali. “Le Regioni italiane hanno all’estero qualcosa come 157 uffici, ai quali si devono aggiungere i 21 di Bruxelles” spiega il quotidiano milanese, sottolineando che nessun governatore vuole inoltre rinunciare ad “un’antenna nel quartier generale dell’Unione europea”. “Che senso ha per una Regione come il Molise con 320 mila abitanti mantenere un ufficio a Bruxelles, peraltro pagato un milione 600mila euro, oltre ai due di Roma?” si domanda Sergio Rizzo nell’articolo, raccontando che la Lombardia ha 29 uffici sparsi dalla Moldova al Perù, e “quattro in Russia (esattamente come la Regione Veneto)”. “Il Piemonte presidia 23 Paesi esteri con la bellezza di 33 basi” prosegue il Corriere, tra cui “due in Corea del Sud, altrettanti in Costa Rica (perché il Costa Rica?), altri due in Lettonia (perché la Lettonia?)”. A New York “gli uomini dell’ex governatore Salvatore Totò Cuffaro si ritrovarono in ottima compagnia, quella dei dipendenti della Regione Campania, allora governata da Antonio Bassolino, che aveva preso in affitto un appartamento giusto sopra il negozio del celebre sarto napoletano Ciro Paone. Costo: un milione 140 mila euro l’anno”. “A quale scopo – continua il quotidiano – se lo chiese nell’autunno del 2005 Sandra Lonardo Mastella, in quel momento presidente del Consiglio regionale, visitando una struttura il cui responsabile, parole della signora, ‘viene solo alcuni giorni ogni mese’. Struttura per la quale venivano pagati tre addetti il cui compito consisteva nell’organizzare, per promuovere l’immagine regionale, eventi ai quali non soltanto non partecipava ‘alcun esponente americano’, ma nessuno ‘che parlasse inglese’. Il Corsera prosegue con gli esempi, rivelando, ad esempio, che in Cina ci sono “ben sette enti locali italiani” (Marche e Piemonte qui hanno quattro sedi ciascuna), mentre “la Valle D’Aosta, che non sazia della sede di Bruxelles, ne ha pure una in Francia”. “Quello che non dice, il dossier del Tesoro, è quanto paghiamo per tale gigantesca e incomprensibile Farnesina in salsa regionale” denuncia l’articolo, concludendo che “il sospetto, diciamolo chiaramente, è che nella maggior parte dei casi l’utilità di tutte queste feluche di periferia sia perlomeno discutibile”.
Ci domandiamo, perchè le Regioni che si battono il petto per i tagli del governo, non iniziano a tagliare queste spese pazze e allucinanti che sono un vero e proprio schiaffo agli italiani che stringono la cinghia e che non ricevono neppure buoni servizi dalle Regioni spendaccione?

SIGNORA POLVERINI, MANTENGA LE PROMESSE FATTE A LOR…..

Pubblicato il 27 giugno, 2010 in Politica | No Comments »

Sotto la presidente del Lazio, Renata Polverini, ex segretaria generale dell’UGL.

Il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini in Consiglio regionale Sono 73 i consiglieri regionali del Lazio. Eletti alla fine di marzo, in quasi 90 giorni si sono riuniti, escludendo l’insediamento, soltanto una volta. Anzi mezza, perché la seduta è stata sospesa. Eppure i consiglieri continuano a prendere lo stipendio: il più sfortunato porta a casa 8 mila euro netti al mese. Ma questo è niente. Presto 54 di loro avranno anche un «bonus». Saranno infatti assegnate le presidenze e le vicepresidenze delle Commissioni. Mica poche. Nel Lazio sono 16 permanenti. A cui andranno aggiunte, su proposta della presidente della Regione Renata Polverini, altre due speciali: una sul Federalismo, l’altra su Roma Capitale. Dunque diventeranno 18. La Lombardia, la Campania e la Sardegna ne hanno 8, il Veneto, la Toscana e la Puglia 7, il Piemonte, la Calabria, la Sicilia, l’Abruzzo, le Marche e l’Emilia Romagna 6, la Basilicata 5, il Molise 4, l’Umbria 3.

Insomma, il Lazio non teme confronti. Ovviamente i consiglieri fanno a gara per conquistare la poltrona più alta delle Commissioni. Il presidente, infatti, ha diritto a un’indennità di circa 1.400 euro netti al mese, all’auto blu e a una segreteria composta da quattro persone e un addetto stampa. Un vero e proprio patrimonio. I vicepresidenti, due per ogni Commissione, si portano a casa un’indennità di 700 euro al mese ciascuno. Se poi si riesce, come puntualmente succede ogni legislatura, ad assegnare qualche posto a parenti e amici, allora si vince davvero la lotteria. Da anni si discute di tagliare le Commissioni, di ridurre gli stipendi, di posticipare la pensione, che nel Lazio arriva a 50 anni con una decurtazione del 5 per cento e a 55 piena (dai 3.100 euro al mese netti per aver svolto una legislatura fino a oltre 6 mila per tre mandati). Ma alla fine non se ne fa mai niente. E i cittadini pagano: 4 milioni di euro all’anno soltanto per mantenere le Commissioni.

Mentre il Consiglio resta vuoto. C’è stato il debutto il 12 maggio, con l’elezione del presidente Mario Abbruzzese e il discorso della governatrice Polverini, poi mezza seduta il 3 giugno. Da allora più niente. Colpa dell’estenuante confronto politico tra Pdl e Udc per trovare una quadra che è arrivata soltanto pochi giorni fa e dei contrasti nella maggioranza. Fatto sta che ancora si attende che l’assemblea cominci a lavorare. Nel sito internet c’è scritto in arancione «Agenda». Sotto: «Non ci sono impegni per i prossimi 7 giorni». Che ormai sono diventati mesi. Se poi si va nel palazzo di via della Pisana l’«effetto deserto» è evidente. E pensare che da questa legislatura all’edificio principale è stato aggiunto anche un altro palazzetto per allargare gli uffici della presidenza del Consiglio.

Nei prossimi giorni si comporranno le Commissioni. Le 16 Commissioni permanenti. Eccole: Affari costituzionali e statutari; Affari comunitari e internazionali; Vigilanza sul pluralismo dell’informazione; Agricoltura; Ambiente e cooperazione tra i popoli; Bilancio, programmazione economico-finanziaria e partecipazione; Cultura, spettacolo e sport; Lavori pubblici e politica della casa; Lavoro, pari opportunità, politiche giovanili e politiche sociali; Piccola e media impresa, commercio e artigianato; Urbanistica; Risorse umane, demanio, patrimonio, affari istituzionali, enti locali, tutela dei consumatori e semplificazione amministrativa; Sanità; Scuola, diritto allo studio, formazione professionale e università; Sviluppo economico, ricerca e innovazione, turismo; Mobilità. Poi ci sono le Commissioni consiliari speciali, che debutteranno presto: Federalismo e Roma Capitale. Ci sono poltrone per tutti. Saranno contenti, consiglieri, autisti e addetti alle segreterie. Forse un po’ meno i cittadini.

…..…Questa nota di redazione è stata pubblicata oggi dal quotidiano romano Il Tempo, diretto da Mario Sechi, notoriamente, l’uno e l’altro, incondizionatamente di “destra”, come visceralmente   di “destra” è questo sito. Che condivide pienamente le preoccupazioni de Il Tempo e fa sue le non nascoste apprensioni per lo spreco di denaro pubblico della Regione Lazio (come di tutte le altre Regioni, Provincie, Comuni, etc. etc.)  la cui presidente è la signora Polverini. La quale signora quando appariva in TV, in verità raccogliendo lusinghiere parole di elogio e comprensione sopratutto dai “sinistri” , non era l’ultima a denunciare e lamentare gli sprechi della pubblica amministrazione. Bene! Lo dimostri nei fatti, ora che il “bastone” del comando è nelle sue mani, ripostogli non solo dagli elettori del Lazio, ma dalle centinaia di migliaia di italiani accorsi a Roma per sostenerla quando le si voleva fare la festa eliminandola dalla corsa senza votare. Il 99 % di quelli che riempirono Piazza San Giovanni erano (sono!) elettori che si aspettano innazitutto moralizzazione della vita pubblica: signora Polverini, tocca a Lei ora mantenere le promesse. g.

CARI LEGHISTI NON FATE I FURBETTI, di Alessandro Sallusti, vice direttore de Il Giornale

Pubblicato il 26 giugno, 2010 in Politica | No Comments »

Adesso che il caso Brancher scotta davvero, adesso che anche il Quirinale prende le distanze dal neoministro al Federalismo che ha fatto valere il legittimo impedimento per non andare a farsi processare, adesso che qualcuno rischia di farsi male ecco che scatta il fuggi fuggi, il negare responsabilità, il passare il cerino in mani altre. E dove finisce la fiammella? Ovviamente tra le dita di Silvio Berlusconi che in quanto presidente del Consiglio ha, come stabilisce la legge, proposto a Napolitano la nomina a ministro del suddetto Brancher. Di fatto le cose stanno proprio così. Ma non sempre i fatti la dicono giusta. In effetti quale motivo aveva il premier di imbarcare un nuovo ministro, per di più con delega al federalismo, per di più con vicende giudiziarie aperte, sapendo di andare incontro a pasticcio certo? I soliti ben informati hanno la risposta pronta: Brancher è un ex dirigente Fininvest, amico personale del Cavaliere, che come si sa, è uomo generoso e solidale con i compagni di squadra alle prese con qualche guaio, economico o giudiziario che sia. È tutto vero, ma non applicabile a questo caso, perché Berlusconi ha anche un’altra caratteristica: non è fesso, difficile che sia l’ispiratore e realizzatore di una cosa non concordata con tutte le componenti alleate, cotta e mangiata con una fretta sospetta.
Ma se la storia fosse diversa da quella che appare, allora chi ha chiesto a Berlusconi e sostenuto al Quirinale la nomina di Brancher? Certamente un amico, ovvio. E di amici influenti al punto da poter ottenere una cosa del genere, il neoministro ne ha nella Lega. A partire da Bossi che oggi prende le distanze irritato, che dice di essere stato imbrogliato ma che nel Consiglio dei ministri che approvò la nomina – raccontano i presenti – si prodigò in parole di elogio per «il Brancher che non possiamo lasciarlo per strada che tiene pure due bambini». Bossi quindi sapeva e benedì. Non solo. Lo stesso Bossi nelle scorse ore ha proposto di spostare Brancher dall’attuale poltrona a quella dell’Agricoltura (al posto di Galan), cioè di passarlo da ministro senza portafoglio a ministro con portafoglio, cosa che, guarda caso, farebbe decadere l’obiezione di Napolitano sul fatto che il legittimo impedimento vale solo per i secondi.
Ma questo spiega solo l’attaccamento della Lega a Brancher e l’imbarazzo di oggi del leader del Carroccio di fronte alla rabbia del suo popolo che ha mal digerito il pasticcio, non il mistero del mandante. Uno che certamente si è esposto pubblicamente, nelle prime ore del dopo nomina, è stato il ministro leghista Roberto Calderoli che rimase anche invischiato nella stessa vicenda giudiziaria, quella dello scandalo della Banca Popolare Italiana, che ha dato origine al processo per il quale oggi Brancher chiede il legittimo impedimento. Fu il presidente della banca, Gianpiero Fiorani (che tra l’altro salvò dal crac Credieuronord, istituto di credito della Lega) a sostenere di aver pagato alcuni politici per difendere il posto dell’allora governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Tra questi fece il nome di Brancher che avrebbe riscosso anche per conto di Calderoli. Il primo fu rimandato a giudizio, il secondo completamente scagionato.
Ma lasciamo la vicenda giudiziaria nelle sue sedi, anche se è evidente chi potrebbe avere paura di un processo a Brancher. E certo non è Silvio Berlusconi. Il fatto è che la Lega non può far finta di non saperne nulla, non sta in piedi a rigor di logica, non ha senso politicamente. Di più. Evidentemente qualcuno nelle alte sfere del Carroccio ha chiesto, forse preteso dal premier, la nomina di Brancher a ministro. Ed è stato accontentato. Questo qualcuno oggi abbia il coraggio di prendersi la responsabilità di fronte al Quirinale, al governo e agli elettori. Perché è vero che il Cavaliere ha le spalle larghe, ma tutto ha un limite. Anche l’indecenza.

CORAGGIO CAVALIERE, BISOGNA CAMBIARE LA SQUADRA

Pubblicato il 26 giugno, 2010 in Politica | No Comments »

Presidente Berlusconi, sciolga la corte e riapra le iscrizioni alla classe dirigente del nostro Paese. Non perda tempo, lo faccia subito. Abbia il coraggio di tornare indietro su alcune nomine infelici, come quella di Brancher, cancelli i ministeri fantomatici, riveda i vertici del suo partito, faccia sloggiare gli abusivi, dal governo o dalle case dei preti, riconosca alcuni errori anche suoi personali e abbracci l’opera necessaria di una bonifica integrale. Si liberi dai collusi e dalle mezze calzette, o perlomeno li collochi al loro giusto rango, non ai vertici di ministeri, istituzioni e partiti.
È quello l’unico modo, comunque il migliore, per disarmare i suoi nemici e i suoi falsi amici, per spiazzare le trame che si ordiscono nei palazzi e le alleanze che serpeggiano alle sue spalle. È quello il modo più efficace per fronteggiare le campagne e la caccia al berlusconiano che si è aperta nei tribunali. Non basta gridare al complotto, all’odio militante dei suoi nemici; come non basta, su altri versanti, deplorare la nascita delle correnti e la slealtà di alcuni ex amici. Bisogna fare un passo avanti, e lei che di coraggio ne ha sempre avuto, non può disarmare o barricarsi in un’autodifesa che rischia l’autocelebrazione. Lei è entrato nella storia del nostro Paese, non può ridursi a difendere il cortile della casa. So che è in guerra e ogni richiamo di questo tipo viene inteso come fuoco amico o diserzione; ma, mi creda, non remo contro, lo dico solo per il bene del suo governo, suo personale e prima di tutto per il bene di questo paesaccio che nessuna Padania, Toninia o Slovacchia potrà farmi odiare. Ha tre anni davanti a sé con un’ampia maggioranza e senza competizioni elettorali, ha ancora un seguito ed una fiducia personali molto alti anche se messi a dura prova dalle vicende del suo entourage. Non può giocarsi il consenso e l’agibilità. Se resta sulla difensiva, sotto assedio, alimenta i giochini alle sue spalle e fa un favore ai poteri opachi del nostro Paese che per comandare vogliono un premier ricattato, sotto schiaffo. In questi primi due anni ha fronteggiato bene la brutta crisi economica e finanziaria, ha cercato il più possibile di non gravare sugli italiani; il suo governo ha avviato qualche buona riforma, nell’economia con Tremonti, nella pubblica amministrazione con Brunetta, nel lavoro con Sacconi, agli interni con Maroni, colpendo come mai la criminalità organizzata, alla pubblica istruzione con la Gelmini; ha ottenuto qualche buon risultato negli esteri e nelle emergenze, anche se si è scoperchiato il pozzo nero della Protezione civile. Ma da Napoli all’Aquila non mi pare che le cose fatte siano andate così male.
Però manca un disegno generale, una riforma strutturale, più volte annunciata; e manca soprattutto la voglia e la forza di cambiare la squadra. So che in lei contano molto anche i legami personali e perfino affettivi, so che a volte ragiona con categorie umane lontane dalla politica, e a volte eccede in generosità come in cinismo. Ma non può tenersi troppi cadaveri in casa, deve saper dire di no anche a chi ha avuto trascorsi importanti con lei e con la sua attività politica e imprenditoriale. Deve cambiare marcia, per evitare poi di fare marcia indietro o peggio marcia funebre per il motore fuso.
Non credo che abbia bisogno di nuovi consiglieri, anche perché sono convinto che alla fine i consiglieri servono solo per farsi confermare nelle proprie decisioni; diventano ventriloqui dei suoi umori e si lasciano prendere da una strana sindrome mimetica, la sindrome di Zelig, si mettono a pensare con i suoi impulsi. Così non servono. Il problema dei problemi è rinnovare con urgenza la corte. Non solo quella bassa che provvede alle esigenze più servili, ma anche a quell’entourage che occupa o ha occupato ministeri e posti chiave. Abbia il coraggio d’incoraggiare l’uso delle dimissioni, come insegnano i casi Scajola o Innocenzi. Certo, c’è da distinguere tra fumosi attacchi e precise responsabilità, tra vere macchinazioni e reali misfatti; c’è da circoscrivere la zona oscura, se non infame, di alcune biografie e contestualizzarle, vedendo anche i lati positivi e le cose ben fatte; si tratta di paragonare quei percorsi complessivi a quelli dei rivali, e poi decidere. Si tratta di non lasciare l’iniziativa politica ai Bossi di dentro, ai Fini di mezzo e ai Di Pietro di fuori, e nemmeno di crogiolarsi con l’agonia indecente delle opposizioni. Ma si deve procedere contro il malaffare, tempestivamente, prima che il gallo canti.

FINI, E’ SOLO QUESTIONE DI POTERE

Pubblicato il 23 giugno, 2010 in Politica | No Comments »

Il copione è sempre lo stesso. Il presidente Berlusconi stende la mano e difilato Fini, il permanentemente ingrugnito ex capo degli ex fascisti italiani, tira un sasso, anzi organizza una sassaiola.  Anche ieri,  a Berlusconi che si sforzava di sollecitare una maggiore coesione della maggioranza dinanzi agli impegni parlamentari che l’attendono,  precisando che un grande partito può avere al suo interno posizioni diverse, ma dopo si vota e prevalgono le tesi della maggioranza come in ogni consesso democratico,    Fini,  da Israele, dove è in “missione” ufficiale, ha risposto  che “(Berlusconi) fa finta di non capire, il problema è politico e non personale”. Non ci pare proprio che Berlusconi abbia sfiorato questo aspetto del problema che in verità è quello che invece assilla Fini, più di quanto egli non ammetti e non dia a vedere. La verità è che la questione di Fini è solo e decisamente personale e di potere. Specie dopo che Fini si è accorto che l’80% di ciò che fu Alleanza Nazionale lo ha lasciato al suo destino e si è avvenurato da solo nel grande mare del Popolo della Libertà. Che non piace a Fini perchè a differenza di Alleanza Nazionale e prima ancora del MSI non lo riconosce come capo e padrone. Perchè Fini prima nel MSI e poi in Allenaza Nazionale è stato un “capo” e sopratutto un “padrone”  avendo a disposizione i cordoni della borsa, cioè l’uso dei denari del finanziamento pubblico che gli consentiva di fare il bello e il brutto tempo. Specie dopo la morte di Pinuccio Tatarella che lo aveva issato sullo scranno più alto benchè la mente vera dello sdoganamento dei postfascisti era stato proprio Pinuccio Tatarella. Non a caso ieri Berlusconi, nel ribadire che il Popolo della Libertà è il risultato di intuizioni  non solo recenti, ma che affondano le radici  lontane nel tempo, sin dall’inizio  degli anni ‘50, quando in tanti, nel centrodestra, si adoperavano  per ricucire le sue tante anime per crearne una sola, ha richiamato alla memoria di tutti il compianto Pinuccio Tatarella.  Tatarella infatti  negli anni della sua “baresità“  fu sempre  fautore dell’unione del centrodestra, sopratutto nelle elezioni amministrative, quelle nelle quali, allora,  egli più poteva influire; quando ne ebbe l’occasione costruì nel 1994 l’opzione unitaria con il neo partito di Forza Italia e dopo, con la sua associazione Oltre il Polo, perseguì l’obiettivo di allargare la coalizione nata nel 1994 a tutte le forze politiche che si ispiravano al centrodestra. Berlusconi ne ha evocato il ricordo  perchè suoni come monito a chi con la quotidiana azione disgregratrice della forza politica  cui il popolo italiano ha attribuito il forte successo elettorale appena due ann fa, può riuscire a distruggere quella che è stata la grande aspirazione e il traguardo dei moderati del secondo dopoguerra per  sottrarre alla sinistra la egemonia del nostro Paese, per restituire la società italiana alla pienezza democratica e liberale. Fini e i suoi peones, molti dei qual (dalla Bongiorno a Granata) se fossero candidati con sistemi elettorali diversi dall’attuale, non riuscirebbero a farsi eleggere consiglieri comunali neppure a Poggiorsini, si stanno facendo carico, con i loro comportamenti e le loro continue polemiche contro il proprio partito,  di gravi responsabilità, sia  dinanzi al popolo italiano, sia, sopratutto,  dinanzi alle nuove generazioni che, nonostante l’influenza che esercitano su di esse le sinistre nazionali e regionali, ripongono fiducia nel Presidente Berlusconi e nel Popolo della Libertà.

L’ITALIA, UN POPOLO SENZA MEMORIA, A RISCHIO DI FUTURO

Pubblicato il 22 giugno, 2010 in Costume, Politica | No Comments »

Gli studenti impegnati  quest’anno negli esami di maturità, per la prova d’italiano hanno potuto scegliere fra tre diverse tracce; una di queste era di natura storica e riguardava le Foibe, le fosse carsiche nelle quali i comunisti titini, alla fine della  seconda guerra mondiale, gettarono i copri, talvolta ancora vivi, di migliaia di italiani, forse trecentomila, forse molti di più, in una sconvolgente e sanguinosa “pulizia” etnica a cui non furono estranee motivazioni politiche e vendette personali. Delle foibe per quasi 50 anni in Italia non se ne parlò, anzi un assordante silenzio, complici gli interessi economici con la vicina Iugoslavia, coprì la  tragedia che aveva sconvolto le terre italiane al confine slavo. Solo le associazioni  irredentiste istriane e dalmate tennero vivi i ricordi e si adoperarono per denunciare ciò che era accaduto nelle loro terre; insieme a loro,  solo l’allora MSI  innalzò la bandiera del ricordo e della denuncia storica. Soltanto dopo 50 anni, finalmente, la verità è venuta alla luce, sopratutto dopo la caduta del Muro di Berlino con il venir meno delle ragioni “politiche” del cinquantennale silenzio, rotto anche dalle più alte Autorità dello Stato Italiano che ha finalmente reso omaggio alle Vittime innocenti di quella tragedia, narrata anche da libri e da un film televisivo che ha avuto come protagonista uno straordinario Leo Gullotta nella parte di un sacerdote che sottrae alla morte un gruppo di bambini istriani. Ma evidentemente aver finalmente fatto luce su quella tragedia non è stato sufficciente,  se appena il 6% degli studenti che quest’anno hanno affrontato la maturità hanno scelto di scrivere un saggio su quella tragedia che pur appartiene alla storia recente e alla Memoria del nostro popolo. Non è la prima volta che ciò accade, non è la prima volta che messe alla prova, le nuove generazioni  mostrino ignoranza, disinteresse, nessun approccio alla Storia, anche quella più recente della nostra Patria.  Diciamo la verità. Tutto ciò è  il frutto di una ben orchestrata strategia messa in campo nella scuola, e ovunque le  generazioni nate nel dopoguerra si siano formate e forgiate, dalla sinistra che ha occupato tutti gli spazi formativi, dalla scuolla alla Università, dal teatro al cinema,  dalla cultura alla letteratura, cosicchè ha potuto infondere nelle nuove generazioni totale, o quasi, assenza del senso dello Stato e della Patria, peggio ancora, assenza del senso di appartenenza. Vi è stato un tempo, non tanto  lontano,  in cui chiunque in Italia professasse amor di Patria era guardato come un marziano, chiunque si levava in piedi allorchè suonava l’Inno nazionale era guardato come uno che stesse commettendo un reato; la sinistra preferiva   cantare bandiera rossa o l’internazionale,  e insegnare ai giovani che l’amor di Patria era una baggianata e che il sol dell’avvenire era….. internazionalista. Certo, ora i tempi sono cambiati. Negli ultimi quindici anni, anche per merito di oggettive ciorcostanze storiche che la stessa sinistra ha dovuto subire, l’amor di Patria è tornato di…moda, suonare l’inno nazionale non è più tabù, cantarlo in pubblico, magari bofochiandone le parole, fa chic, sinanche i calciatori della nazionale, in questi giorni , fanno finta di cantarlo, ma il danno fatto nei quasi 50 anni successivi alla fine della seconda guerra modiale con  lo stradicamento  dalla coscienza dei più dei sentimenti nazionali e con  l’annullamento del Valore Patria quale valore fondante di un Popolo, del nostro Popolo, ha provocato questa dolorosa  non conoscenza  e lo scarso  interesse per la storia recente del nostro Paese, l’Italia, il cui   Popolo, purtroppo, è  ormai privo di Memoria. E quindi, come insegna la Storia, con il rischio di non avere più  futuro.  g.

LEZIONI DEL PASSATO, ERRORI DEL PRESENTE, di Mario Sechi

Pubblicato il 13 giugno, 2010 in Politica | No Comments »

“Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio d’infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire questo disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita».

È il 1978, è l’ultimo discorso di Aldo Moro in Parlamento. Lo statista democristiano difende l’onorevole Luigi Gui accusato di essere partecipe e beneficiario di illeciti quando era ministro della Difesa. Sono trascorsi 32 anni e l’Italia sembra lo stesso Paese, intento a commettere gli stessi errori, a sacrificare i suoi uomini sull’altare di una lotta politica sempre più barbara e feroce senza alcun disegno per l’avvenire ma con la cruda prospettiva che il nemico va fatto fuori.

Leggevo «L’affaire Moro» di Leonardo Sciascia e questo passaggio sul segretario dc mi ha colpito. Pochi minuti prima stavo dando un’occhiata alle notizie d’agenzia e in particolare a quel che Berlusconi aveva detto a proposito della magistratura e della lotta politica nel nostro Paese. Forse tutto non torna, ma qualcosa ritorna.

So bene che anche il presidente del consiglio, ogni tanto, ci mette del suo per incendiare il dibattito, ma se ripassiamo con un minimo di razionalità e realismo gli ultimi sedici anni della nostra storia, sfido chiunque a stare al posto di Berlusconi e mantenere sempre e comunque i nervi saldi. Missione impossibile.

Quando il premier sostiene che una parte della magistratura è politicizzata, dice la verità. Quando afferma che vogliono sovvertire il voto, racconta un’altra verità. Quando dice che i giudici politicizzati sono un’anomalia grave ma non vanno confusi con la grande maggioranza dei magistrati che sono persone per bene, dice un’altra verità. Ma quando annuncia la riforma della giustizia, a un giornale come Il Tempo tocca dire un’altra verità: il centrodestra è in ritardo da sedici anni. Un grave ritardo. Chi ha consigliato a Berlusconi la melina, la concertazione o la discesa a patti su un tema come la giustizia, non gli ha mai realmente dato una mano.

La storia politica del centrodestra e dell’intero Paese è costellata di assalti giudiziari che sono serviti di volta in volta per regolare i conti tra fazioni, stendere al tappeto un pezzo di classe dirigente, elevarne qualche altro su un piedistallo malfermo e tenere sempre bene in piedi l’establishment irresponsabile che fino ad oggi, bene o male, è riuscito a spolpare il Paese. Un centrosinistra miope, in crisi esistenziale, in perenne seduta di autocoscienza, avrebbe dovuto, anche stavolta, scegliere un’altra strada. E invece assistiamo alla penosa scena di un Partito democratico che riesce nella surreale impresa di difendere le laute buste paga dei magistrati e l’inciviltà e la barbarie di un sistema giudiziario colabrodo che usa le intercettazioni per fare battaglia politica. Il Tempo su questi temi ha espresso una varietà di opinioni rara, ma sempre con il timone puntato sul rispetto della persona, della sua libertà, della dignità, del buon funzionamento dello Stato e della giustizia. Sarebbe bello poter dire che in Parlamento i partiti di maggioranza e opposizione navigano sulla stessa rotta. Purtroppo non è così. Berlusconi deve difendersi da accuse assurde che poggiano sul nulla ma servono a tenerlo sotto schiaffo. Bersani non sa che pesci pigliare e a sua volta deve difendersi dagli assalti di Di Pietro. Dovrebbe spezzare l’insano rapporto con la magistratura militante. La nascita del Pd è segnata dalle toghe, ma nonostante parte della sua classe dirigente abbia subìto il pestaggio delle procure e il partito sia nato più che come progetto politico come disperato tentativo di salvare la baracca quando sono emersi i giri finanziari del caso Unipol, nonostante tutto questo Bersani balbetta la difesa della corporazione.

La sinistra ha dimenticato troppo in fretta la faida che s’innescò proprio sulla finanza rossa e le inchieste. Peccato. Oggi siamo punto e a capo. A Bari e a Trani indagano su un complotto contro il governo fatto di spifferate illegali a cui avrebbero partecipato ufficiali della Guardia di Finanza, magistrati, avvocati, giornalisti e politici. Evviva, che soddisfazione! Bisogna avere una grande faccia di bronzo per negare al presidente del Consiglio il diritto di reagire, criticare anche duramente una situazione del genere e chiamare il Parlamento a legiferare. Gli statisti e i partiti, in ogni era e situazione, si difendono dall’anti-politica. Sarà la storia poi a dire chi ha ragione, ma a giudicare da certi libri che sto leggendo, ho l’impressione che ancora una volta le parti dei colpevoli e degli innocenti un giorno saranno rovesciate. Mario Sechi, Il Tempo del 13 giugno 2013.

BERLUSCONI CONFERISCE UN’ALTRA DELEGA AL MINISTRO FITTO

Pubblicato il 10 giugno, 2010 in Economia, Il territorio, Politica | No Comments »

Il ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto, avrà la delega sul Dipartimento per le politiche di sviluppo e i fondi Fas. La decisione è stata comunicata nel corso del Consiglio dei ministri di questa mattina. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi a seguito della seduta si legge che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, «ha annunciato al Consiglio la sua intenzione di integrare l’incarico già conferito al ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, con la delega di funzioni in materia di interventi per la coesione territoriale».
E, in coerenza con quanto disposto dal Dl manovra «ed anche al fine di valorizzare al massimo gli interventi per le aree sottoutilizzate», Fitto «si avvale del Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica del ministero dello Sviluppo economico (ad eccezione della Direzione generale per l’incentivazione delle attività imprenditoriali), con le funzioni connesse che integrano la sua delega».

Con questa delega attribuita a Fitto, Silvio Berlusconi rilancia il piano per il Sud che era stato avviato da Claudio Scajola poi dimessosi da ministro dello Sviluppo economico. Il Dps, infatti, è stato gestito fino all’interim da Scajola e si è in particolare dedicato alle politiche per la promozione del Mezzogiorno. Il dipartimento delle Politiche per lo sviluppo (Dps), che comprende i fondi Fas e i fondi comunitari, e che con la manovra è stato ‘tolto’ al ministero dello Sviluppo Economico e inserito fra le competenze della presidenza del Consiglioed è stato ora assegnato al ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto.

—--La notizia del nuovo prestigioso ed importante incarico affidato dal presidente Berlusconi al ministro Fitto ha suscitato viva soddisfazione negli ambienti politici pugliesi, in primo luogo negli ambienti del PDL i cui responsabili regionali,  Amoruso e Di Staso,  hanno diramato un comunicato per esprimere il plauso del partito  e gli auguri di buon lavoro al leader del PDL pugliese cui viene  ulteriormente riconosciuta capacità ed esperienza.

Alle altre,  uniamo le nostre congratulazioni e i nostri auguri.

Pubblicato il 8 giugno, 2010 in Politica | No Comments »

Sabato 12 Giugno si terrà a Roma, presso l’aula magna del Palazzo dei Congressi dell’EUR, una convention sul tema “Più unito il PdL, Più forte l’Italia – Idee e valori per la sfida del cambiamento”. È prevista la presenza di La Russa, Alemanno, Gasparri, Matteoli, Meloni, Bondi, Verdini, Cicchitto e Quagliariello, nonché di numerosi altri ministri, sottosegretari, parlamentari e amministratori del PdL. I lavori inizieranno alle 10,30 e termineranno alle ore 19. L’iniziativa PdL è promossa da Italia Protagonista, dai Circoli Nuova Italia e dalla Fondazione della libertà per il bene comune. Hanno già aderito numerose Associazione e Fondazioni d’area