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PER UN FINI CHE SE NE VA, UN CASINI CHE RITORNA?

Pubblicato il 10 maggio, 2010 in Politica | No Comments »

Ieri l ‘on. Casini,  nella trasmissione televisiva di RAI 3 della signora Annunziata ha buttato quasi per caso due battute: una con cui lanciava l’idea di un governo di salute pubblica e l’altra con cui all’on. Bersani, che ha messo da parte l’ipotesi di una apertura del PD all’UDC , ha sibilato: resterà  (il PD) all’opposizione per altri 30 anni.  Prese  per proprio conto, ciascuna battuta  può leggersi come meglio piace ma se quella sul  governo  di salute pubblica appare ed è per davvero una battuta senza possibnilità di dietrologie di sorta, l’altra, appare ed è non tanto una minaccia quanto una constatazione di un fatto che è “nei fatti”. V’è poi da annotare che i risultati elettorali di marzo, con la cocente sconfitta del Piemonte dove il centrodestra ha vinto nonostante l’appoggio dell’UDC al centrosinistra e la vittoria del centrodestra nel Lazio e in Campania, hanno ridimensionato notevolmente le aspirazioni e i sogni di Casini sulla possibilità di un terzo polo capace di scardinare il radicamento sul territorio del PDL da una parte e del PD dall’altra. Infine e non da ultimo ci sono  le profferte di Casini sia di sostenere la politica del governo di aiuto alla Grecia,  sia di discutere nel merito  i decreti attuativi del federalismo fiscale. Ve n’è abbastanza per non  ipotizzare una marcia di riavvicinamento di Casini al centrodestra, preludio, forse, di una nuova alleanza. Qualcuno, tra i commentatori politici, s’è già azzardato a dire che “per un Fini che se ne va, ci può essere un Casini che ritorna”. Si tratta di questo, è possibile che si tratti di questo? Forse, può darsi, del resto in p0litica tutto è possibile. Di certo c’è che all’interno del PDL i rapporti tra la maggioranza e il gruppetto che si richiama all’on. Fini sono sempre più tesi, ad onta dei tentativi che i cosiddetti pontieri dell’una e dell’altra parte tentano di porre in campo per favorire un riavvicinamento tra i due “cofondatori”. Il loro lavoro è vanificato dagli estremisti finiani: a un Bocchino che continua  ad atteggiarsi a martire epurato e insinua che il disegno di elgge anticorruzione non sia andato in porto per oscure ragioni, si aggiunge un qualsiasi Granata che critica la mancata partecipazione del ministro Bondi al festivale del cinema di Cannes per protesta contro lo squallido film-propaganda della Guzzanti che offende l’Italia e il buonsenso comune oltre che il buongusto, senza dimentitcare la direttrice del Secolo d’Italia, giornale che vende poche decine di copie  al giorno in tutta Italia e  che viene foraggiato con i soldi dello Stato, la quale non perde occaisone per distribuire lezioni di comportamenti a destra… e mai a manca. In questo quadro, è difficile prevedere un riavvicinamento ed anzi v’è chi legge nei comportamenti di Fini,  che si è  ormai specializzato nel controcanto permanente  a Berlusconi, una strategia che  conduce alla separazione, anzi,  per dirla con il suo vero nome, alla scissione.  Cosa si porti detro di sè Fini è difficile dirlo, anche se c’è chi giura che alla fine la maggioranza non subirebbe danni irreparabili sul piano dei numeri. Ma se in questo scenario irrompesse un “ritorno” di Casini, ciò renderebbe del tutto insignificante, almeno nell’immediato, la fuga dell’on. Fini. M, si dice,  Casini era amico di Fini. E’ vero ma è acnhe vero che proprio Fini non potrebbe rinfacciare alcunchè a Casini. Prima e  immediatamente dopo la notte del “predellino”, fra Fini e Casini s’era creato un asse, per nulla segreto, che prevedeva una loro comune azione contro l’inziativa di Berlusconi. Fu Fini che dopo aver definito “comiche finali”  la nascita del PDL , vi si arruolò, lasciando da solo Casini. Perchè mai Casini ora non dovrebbe rendere la pariglia a Fini? Certo è che il futuro, più o meno prossimo, ci riserva  sorprese  che sarebbero anche divertenti se non incombesse la crisi  mondiale e con la crisi le gravissime difficoltà del Paese che di questi minuetti davvero non ha bisogno. g.

SCAIOLA E DINTORNI

Pubblicato il 6 maggio, 2010 in Politica | No Comments »

Lo sconto Scajola va di moda in Parlamento, ed è gettonatissimo nelle fila del centrosinistra. Sono state decine i deputati e i sentori ad avere fatto a Roma l’affare immobiliare della vita anche più di quanto è capitato al ministro uscente dello Sviluppo Economico. L’ex segretario del partito democratico, Walter Veltroni, è riuscito ad esempio a strappare nel 2005 un prezzo di assoluto favore: 377.590,27 euro per una casa  a Roma di 190 metri quadrati e 8,5 vani poche centinaia di metri oltre Via Veneto, la culla della dolce vita. Secondo la stima del sistema Sevia-Cerved che raccoglie i valori minimi e massimi ponderati di mercato e le relative variazioni dal 2001 in poi, quell’immobile valeva sul mercato 766.703 euro. Lo sconto ottenuto dal leader del Pd è stato dunque del 50.75%. Un affare assoluto, perché oggi a prezzi di mercato la stessa casa vale poco meno di un milione di euro. Bisogna dire che lo stesso sistema di valutazione fa nascere un giallo a proposito della ormai nota casa di Claudio Scajola. Il diretto interessato sostiene di averla pagata poco più di 600mila euro. Agli atti della banca dati del catasto c’è anche la contemporanea richiesta di mutuo al Banco di Napoli- sportello di Montecitorio per 700mila euro. Secondo le testimonianze raccolte dai pm perugini dalle sorelle Papa che hanno venduto quella casa, l’imprenditore Diego Anemone avrebbe aggiunto 900mila euro di assegni circolari e Scajola stesso avrebbe pagato un anticipo di 200mila euro. Il prezzo dunque sarebbe di oltre 1,7 milioni di euro. Eppure per i valori delle principali agenzie immobiliari aderenti alla Borsa immobiliare di Roma e censite da Sevia-Cerved, il prezzo giusto nel 2004 per un ammezzato di 9,5 vani a quell’indirizzo sarebbe stato di 930mila euro. Prendendo quello a riferimento (con lo stesso metodo abbiamo calcolato il prezzo di mercato delle case degli altri politici) lo sconto ottenuto da Scajola sarebbe dunque del 34,40%.
Quello che a mezza sinistra avevano fatto generosamente ottenere i principali enti previdenziali cedendo a prezzi di affezione gli stessi immobili che negli anni di Affittopoli avevano ospitato proprio quegli inquilini a canoni irrisori. Solo Massimo D’Alema, finito al centro delle polemiche più di altri, scelse di non attendere il momento del magico sconto ed emigrò a Prati dove acquistò al secondo piano un bell’appartamento di 7 camere accessori, soffitta e terrazza. L’importo della transazione non fu dichiarato, ma D’Alema e la consorte Linda Giuva chiesero un mutuo ipotecario al Banco di Napoli di 250 milioni delle allora lire. Secondo le regole della banca, il mutuo poteva arrivare all’80% del valore della transazione. Se così fosse avvenuto il prezzo sarebbe stato di 300 milioni di lire, enormemente al di sotto dei valori di mercato 1997. Se lì il dubbio è lecito, non ci sono molte incognite sul super-sconto goduto invece dall’allora presidente del Senato, Franco Marini per l’acquisto di un prestigioso appartamento multipiano da oltre 330 metri quadrati nel cuore dell’esclusivo quartiere Parioli. Marini pagò un milione di euro quando il prezzo di mercato era di 2,2 milioni di euro. Con uno sconto di 1,2 milioni di euro non c’era bisogno naturalmente dell’aiuto dell’imprenditore amico di turno: il grazioso sconto era del 54,31%. Abbastanza vicino alla diminuzione di prezzo percentuale goduta dall’ex presidente della Camera, Luciano Violante per una abitazione assai più modesta acquistata con la moglie a due passi dal Quirinale (così intanto ha messo un piede da quelle parti). Era il 2003, la pagò 327mila euro e il prezzo di mercato era quasi il doppio: 637.364 euro.

Sconto record anche per due figlie nobili della sinistra italiana, entrambe divenute parlamentari. Due cosacche accampate in Vaticano come Maura Cossutta e Franca Chiaromonte, che nel 2004 hanno siglato un affaraccio immobiliare proprio vicino a piazza San Pietro. Alloggi non di lusso, ma scontati del 60,13% (per la Cossutta) e del 56,19% (per la Chiaromonte) rispetto ai valori di mercato. Più vicino al “colpo Scajola” l’attuale vicepresidente del Csm, Nicola Mancino che ha comprato dalle parti di piazza Navona a 516.740 euro quel che ne valeva 787.171. E parliamo di 2001, perchè oggi casa Mancino vale più di 1,6 milioni di euro. Supersconto ottenuto anche da Rosy Bindi proprio dietro piazza del Popolo, e non malaccio quelli strappati da Francesco Pionati dietro Trastevere e da Giuseppe Fioroni a Tomba di Nerone, a due passi dall’ultimo acquisto di Silvio Berlusconi nella capitale. E che il metodo di valutazione Cerved sia corretto è dimostrato dall’acquisto fatto da Rocco Buttiglione nel 2009 in un viale al centro dei Parioli. Ha pagato un milione e 140mila euro (400mila con mutuo). Il prezzo medio di mercato era di un milione e 150mila euro. Per lui niente sconto. (da LIBERO del 6.5.2010).

…..Abbiamo riportato l’articolo di Libero a proposito del caso Scaiola non certo per “assolvere” l’ex ministro ma per sottolineare che il malvezzo dei potenti  e dei politici, di ogni colore e di ogni tendenza, ad approfittare del proprio status per fare gli affari propri,  è molto più diffuso di quanto non si immagini. Quanto a Scaiola, fermo restando la obbligatorietà della “presunzione di innocenza” che spetta a chiunque, i magistrati acceerteranno i fatti e ci diranno se l’ex ministro è un bugiardo o un “fessacchiotto” al quale qualcuno abbia potuto fare un tanto vistoso regalo senza che se ne accorgesse e, sopratutto, senza contropartite. Garantisti quali siamo,  con chiunque e per chiunque,  non ci avventuriamo su nessuna delle ipotesi  possibili, ma non abbiamo  dubbi sul fatto  che le dimisisoni di Scaiola siano state opportune oltre che doverose e forse anche tardive,  perchè un ministro della Repubblica ha il dovere etico e morale di essere al di sopra di ogni sospetto.

L’ANNUNZIATORE

Pubblicato il 26 aprile, 2010 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini e Lucia Annunziata L’Annunziatone è arrivato. Urbi et orbi Gianfranco Fini ha annunciato in diretta televisiva che «la destra sono io». Punto. Lucia Annunziata «In mezz’ora» ha realizzato il suo scoop e Rai Tre ha avviato la sua mutazione genetica da TeleKabul a TeleGianfry. Il presidente della Camera ha iniziato la sua campagna berlusconiana sul piccolo schermo. Ha fatto professione di «lealtà» ma un secondo dopo ha spiegato che non deve esser scambiata per «acquiescenza», ha detto che «abbiamo tre anni di legislatura davanti per fare le riforme» e che «parlare di elezioni è da irresponsabili». Questo passaggio ha confermato la sua paura del voto e fin qui siamo nel copione previsto. Ciò che è nuovo e interessante sul piano politico è il discorso «doroteo» di Fini. Un ragionamento in apparenza da democristiano di centro, moderato, lontano dalla sinistra.

Fateci caso: durante l’intervista con l’Annunziata – giornalista che stimo – non una volta Fini ha toccato gli argomenti che hanno contribuito in maniera determinante a creare il patatrac nel Pdl. Tanto per citarne qualcuno, cittadinanza e voto agli immigrati sono spariti, il tema della tutela della vita, dell’aborto e il diritto della Chiesa a dire la sua sui temi etici sono eclissati. Niente. Fini s’è presentato in televisione con l’abito grigio della terza carica dello Stato e il sorriso beffardo di chi sta covando qualcosa. Utilizzando la storia della Balena Bianca, possiamo dire che Gianfranco ha interpretato il ruolo del Mariano Rumor che cercava di recuperare i consensi persi a causa dello sbilanciamento della Dc a sinistra. Così è per Fini: lui è la destra e non può che presentarsi così se vuole ripescare se stesso dal limbo in cui s’è cacciato. Destra e Sud sono le due parole che ho segnato nel mio taccuino di cronista mentre parlava. E quando scrivevo Sud pensavo, per opposizione, al Nord e a Giulio Tremonti. Il discorso finiano sottotraccia (e neanche tanto sotto) era una rasoiata continua alla riforma federale della Lega e all’asse con Giulietto.
Fini ha chiesto di incontrare Bossi anche per provare a fare il gioco del blocco su Tremonti. Gianfranco non vuole le elezioni, ne ha una fifa blu, perché il suo obiettivo è di medio periodo e per coglierlo è necessario sopravvivere, arrivare al 2013 in piedi e tagliare la strada ai piani tremontiani per la successione a Palazzo Chigi nel caso in cui Silvio punti al Quirinale. Tutto questo sarebbe legittimo se il Pdl fosse un partito organizzato in correnti e Fini non rivestisse la non trascurabile carica di arbitro di Montecitorio. Il partitone che guida il governo però nello statuto esclude le correnti e durante la direzione in Rugantino style ha ribadito il concetto in un documento ufficiale; il presidente della Camera rivendica un ruolo politico ma trascura il fatto che Sandro Pertini e Amintore Fanfani – non proprio due piccoli calibri della nostra storia politica – una volta saliti sullo scranno di Montecitorio sciolsero le loro due correnti di partito. Lo statista Fini – tale si ritiene, a giudicare dal tono e dalla posizione che assume quando parla – invece lavora alla costituzione di una corrente organizzata dentro il partito. Domani Fini vedrà i suoi fedelissimi e in serata andrà a ribadire la sua nell’altro «salotto intelligente» di Rai Tre, il «Ballarò» di Giovanni Floris, completando un filotto che passerà per un incontro – toh! i casi della vita – con Luca Cordero di Montezemolo, uscito dal garage della Fiat e iscritto di diritto tra le «riserve della Repubblica» (e di Repubblica), il serbatoio dove l’establishment pesca quando la situazione precipita, non si vuol votare e si mettono in piedi governicchi. Fini s’è tenuto a lunghissima distanza dalla nitroglicerina ideologica che in questi mesi ha affastellato contro Silvio. Gianfranco non ha alcun interesse ad accendere la miccia in questo momento. Se tocca la polvere da sparo, salta dentro il bunker che ha costruito.
Sul brevissimo periodo sa di essere perdente. Ha evocato ogni spettro possibile tutte le volte che dalle labbra gli affiorava la parola «elezioni». E s’è premurato di porre all’orizzonte il tesseramento e il congresso del partito. Anche in questo caso sa di non poter ribaltare la situazione: è stato lui a spiegare che la quota di spartizione tra An e Forza Italia (30 a 70) dopo la direzione è saltata (a suo sfavore) ma questo gli farà guadagnare tempo per organizzarsi al meglio e lanciare un’offensiva, sempre di minoranza, ma più efficace e insidiosa. Se Fini rinunciasse alla carica istituzionale che ricopre, questa strategia avrebbe ragione e nobiltà politica. Ma vestire la maglia dell’arbitro e pretendere di indossare anche quella dell’attaccante è imbarazzante. Repubblica, come previsto, ha cominciato a incensare Fini. Visti gli illustri precedenti di geni della politica adottati dal giornale-partito e poi finiti in cantina, al suo posto mi preoccuperei. Fini sente di rappresentare la vera destra? Faccia un giro non edulcorato nelle sezioni del suo ex partito, Alleanza nazionale. Allora s’accorgerà che quel pubblico dalla tribuna non applaude. Fischia. Mario Sechi, IL TEMPO

LA SOLITA STORIA: FINI, UN LEADER SEMPRE FUORI TEMPO, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 24 aprile, 2010 in Politica | No Comments »

Non ho voglia di infierire su Gianfranco Fini che ha scelto di aprirsi uno studio di libero professionista in pieno centro, alla Camera, offrendo supporto e consulenza agli avversari del governo. Ho un rispetto antico e insopprimibile per i perdenti, anche se faccio più fatica a conservare il medesimo rispetto verso chi ha calpestato le ragioni dei vinti. Fini fu commissario liquidatore dell’Msi, poi della destra e di Alleanza nazionale, infine di se stesso, almeno dentro il centrodestra. Di lui si ricordano più gli affondamenti che le fondazioni, più le bandiere che stracciò che le bandiere innalzate.
Tu ce l’hai con Fini, ripeteva qualcuno fino a ieri; ma era un giudizio politico e umano, il mio, non un fatto personale; frutto di conoscenza ed esperienza. Semmai ho scontato gli effetti personali di quel giudizio. È normale che poi lui si regolasse di conseguenza e cercasse di chiudere gli spazi a chi la pensava diversamente da lui. Dico normale dal suo punto di vista, conoscendo la sua indole. Chi ha ucciso prima la libertà di critica intorno al suo partito, poi dentro il suo partito, infine ha suicidato il partito stesso, dopo avere ucciso il precedente, non ha ora i titoli per invocare contro Berlusconi la libertà di dissenso. Chi giudicava metastasi il dissenso interno ed esterno al suo partito, non può poi lamentarsi di vedere applicato il suo giudizio contro di lui. Chi ha votato e sostenuto una legge elettorale per nominare i parlamentari dall’alto, anziché lasciarlo fare ai cittadini, per soffocare sul nascere il dissenso, ora non può lamentarsi. La carriera politica di Fini nacque all’insegna del parricidio e così continuò, collezionando uccisioni simboliche di coloro a cui doveva gratitudine. Fini non è stato ostracizzato ma storacizzato, subisce quel che lui ha fatto agli Storace di turno, ma anche ai Gasparri, alle Poli, ai Musumeci, ai Bontempo e tanti altri.
Ma provo a mettermi nei panni di Fini medesimo e del suo dissenso. Fini ha sbagliato tempi e modi per venire allo scoperto. Ha sbagliato i tempi perché il suo dissenso è avvenuto troppo tardi o troppo presto. Fini avrebbe dovuto far pesare il suo ruolo di leader della destra quando aveva ancora una destra alle spalle e quando si era formato il primo governo Berlusconi. Aveva allora due possibilità: o restare alla guida del suo partito e tentare di farlo crescere mentre Berlusconi era al governo, o assumere allora la carica di presidente della Camera, al posto di Casini, e ottenere così piena legittimazione politica e insieme presentarsi come autonomo, indipendente da Berlusconi.
All’epoca quando decise di entrare nel governo, senza portafoglio, assumendo il ruolo di vicepremier che Tatarella aveva saputo usare con maestria di regista consumato, io suggerii una cosa all’apparenza stravagante: assuma almeno un ministero all’apparenza marginale ma centrale per l’Italia, rifondi il ministero per la Famiglia e lo carichi di tutto il peso e il significato che poteva dare lui, da leader e numero due dell’alleanza. Promuova leggi e interventi a tutela della famiglia italiana, e cresca lì nel cuore del nostro Paese. Chi parla alla famiglia dalla Casa delle libertà assume un peso formidabile.
Invece per anni Fini restò al fianco di Berlusconi come inerte guardaspalle, lasciò marcire il suo partito, non differenziò le posizioni della destra da quelle di Forza Italia, non bilanciò la posizione della Lega. Preferì la vita sommersa, fu subacqueo anche al governo. Compì solo qualche sciagurata emersione, qualche dannosa ripicca, come la cacciata di Tremonti dal governo, ma non si avvertì la sua presenza al governo, salvo l’appendice in verità un po’ sbiadita agli Esteri, che fu apprezzata forse in Israele ma non in Italia. Intanto visse con crescente fastidio il suo stesso partito, fino a considerarlo una palla al piede per la sua crescita personale.

Ora che Berlusconi governa con un pieno mandato popolare, e ha superato anche la prova delle amministrative, ora che ha tre anni di governo davanti, Fini esce fuori luogo e fuori tempo con questa sparata. A me pare insensato, altro che intelligente, finire a rappresentare neanche il dieci per cento del partito dal trenta che aveva prima. Ma i leaderini di sinistra lo incoraggiano a continuare nel ruolo di spina nel fianco. E ci credo, dal loro punto di vista… Ma i tempi sono sbagliati. O si manifestava allora, non rimarcando il dissenso ma la diversità e l’autonomia, o doveva aver pazienza di aspettare la conclusione del ciclo di governo per svettare al tempo giusto. Allora avrebbe potuto presentarsi come l’erede di Berlusconi.
Ma la verità è un’altra: lui alla guida del governo non ci vuole andare, si lavora troppo e sa di non avere i numeri per farlo. Allora gioca la partita del Quirinale, più adatta a un oratore come lui. E al Quirinale il suo concorrente più tosto è appunto Berlusconi. Da qui la mossa contro di lui e la sua guerra plateale. Ma se permetti, Fini, questa è una partita tua personale, non ci sono contenuti, progetti e idee ma c’è solo la tua carriera, non puoi coinvolgere un mondo e un partito. Che difatti sei pronto a svendere all’avversario pur di salire sul Colle. Ricordo per la storia che sulla battaglia per il Quirinale s’infranse il Caf, l’alleanza tra Andreotti e Craxi.
Oltre i tempi, dicevo, sono sbagliati i modi. In tutti questi anni di dissenso, prima strisciante (dagli embrioni congelati in giù) e poi manifesto, Fini non ha contestato Berlusconi nel nome e per conto dei suoi elettori, ma assumendo posizioni diverse se non contrarie a chi lo aveva votato. I serbatoi da cui aveva preso voti erano due: missini e democristiani. È riuscito a scontentare entrambi. Capisco l’idea di chiudere con il passato ma Fini è riuscito a chiudere anche con il presente; non ha chiuso solo con il neofascismo e nemmeno solo con la destra ma con una larga fetta dell’elettorato cattolico, moderato, antisinistra. Lasciando alla Lega un campo immenso. Così scrivevo quasi in solitudine già nel millennio scorso, ai primi accenni di questa sciagurata strategia (l’Elefantino fu il primo effetto maldestro). Oggi quella strategia è scoppiata e Fini è veramente approdato nella terra di nessuno. O se preferite, nell’isola dei famosi, dove già ci sono Follini, Casini, Rutelli, forse Montezemolo, e non so chi altri. Qui finisce la Ventura.

…da Il Giornale del 24.4.2010

FINI: IL CAMALLO CHE NON MUGUGNA

Pubblicato il 23 aprile, 2010 in Politica | No Comments »

L’avevamo detto, l’altro ieri, che il “meglio” doveva ancora venire e così è stato. Purtroppo non il meglio, ma il peggio. Nemmeno l’on. Bocchino,  sarebbe riuscito ad essere altrettanto maldestro e altrettanto cattivo quanto lo è stato l’on. Fini che ieri ha smesso i panni dell’equilibrista per indossare quelli del gladiatore, scendendo nell’arena della polemica all’interno del PDL, con una una virulenza che meritava ben altri scenari e ben altri contradditori. Perchè Fini, che da mesi è assai tenero, quasi affettuoso,  quando interloquisce con gli avversari, anzi, diciamolo papale, papale, con i nemici del PDL e del centro destra, anzi della Destra, ieri ha usato nei confronti dei suoi stessi “commilitanti” toni, gesti, linguaggi che di solito si usano nei confronti degli avversari, anzi, ripetiamolo, nei confronti dei nemici. A vederlo,  a sentirlo, e poi ancora a vederlo,  mentre inveiva contro Berlusconi, gli agitava contro l’indice accusatore, gli chiedeva arrogante e provocatore se  volesse “cacciarlo” dal partito, il partito che qualche settimana prima,  in piena campagna elettorale, aveva detto di “non piacergli” fornendo armi al nemico, che alla vigilia del voto aveva abbandonato, accampando come pretesto la terzietà della carica rivestita,  come fanno i disertori fuggendo dalla trincea per viltà, o, peggio, per connivenza con il nemico, quel partito che si è salvato solo perchè il “capo” è rimasto in prima linea, sulla linea delle pallottole,  per dare l’esempio alla truppa, come sanno fare i grandi generali, a sentirlo e a vederlo,  quel  Fini mostrava tutti i suoi limiti e la sue debolezze. Prima fa tutte la ingratitudine mescolata  alla doppiezza, che ieri  tentava  ipocritamente di nascondere dietro strumentali dichiarazioni di lealtà che anticipavano solo fiumi di accuse a Berlusconi e al PDL che al più provano quanto di argilla siano le ragioni del dissenso di Fini. Che non sono politiche, ma solo personali, di rivendicazioni che hanno sapore di prima repubblica, come di prima repubblica sono stati i metodi e i riti che Fini ha messo in campo prima, durante, e forse, anche dopo la riunione di ieri della direzione del PDL. Dove vuole andare Fini, ci si chiedeva nei mesi scorsi, sino a ieri, senza che nessuno sapesse dare una risposta, forse perchè nemmeno lui lo sa. La stessa domanda ci si pone anche dopo ieri, perchè ancora non lo ha detto, forse perchè davvero non lo sa. Quel che si sa è che nel PDL Fini conta poco, e che Berlusconi,  rotti i ponti della diplomazia che sinora aveva in qualche modo evitato le collisioni più violente,  non farà sconti consapevole che ogni ulteriore sconto fatto a Fini è un passo indietro sulla strada della riforma delle Istituzioni e dello Stato contro le quali si muove Fini per motivi che attengono alle sue ambizioni e ai suoi obiettivi, sul cui altare è pronto sacrificare anche la faccia. Lo ha fatto anche oggi, dichiarando, in materia di riforma istituzionale, che l’unico sistema elettorale che gli va a genio “perchè adatto all’Italia è l’uninominale”, cioè il sistema che varato nel 1994  fu abrogato nel 2006. E chi ne volle l’abrogazione contro la volontà di Berlusosconi nel 2006? Fini, di concerto con Casini, insieme al quale impose in quella tornata elettorale,  perduta dal centro destra per soli 24 mila voti, il famoso “tridente”. Ebbene, se si fosse votato nel 2006 con il sistema uninominale, contro il quale alzarono barricate Fini e Casini, il centrodestra avrebbe vinto le elezioni politiche e non ci sarebbe stata la nefasta parentesi di Prodi. Del resto,  tutte le scelte che Fini ha fatto dopo il 1994 per prendere le distanze dal suo “benefattore” politico (ma Berlusconi è stato solo l’ultimo)  e magari surclassarlo,  si sono rivelate sempre infelici e improduttive. Sarà così anche questa volta. E rischia per lui di essere l’ultima. E noi saremo gli ultimi a dolercene. g.

IL DIRITTO AL “MUGUGNO” DEL “CAMALLO” FINI

Pubblicato il 21 aprile, 2010 in Politica | No Comments »

“Chiederemo a Berlusconi che ci conceda il diritto al dissenso, altrimenti questo sarebbe il partito del predellino”. Così, stando alle cronache giornalistiche, avrebbe argomentato l’on. Fini, ieri, alla riunione dei “finiani”. Proprio così, i “finiani”, come un tempo si diceva i ” morotei”, i “demitiani”, i “fanfaniani”, i “craxiani”, etc. etc. Insomma la prima repubblica è morta ma quanto al lessico…viva la prima repubblica con  Fini che ne rinverdisce i riti e i metodi. I metodi, appunto. Fini, cofondatore del PDL,  come si affannava a sottolineare il ministro Ronchi l’altra sera da Vespa, ha chiamato presso di sè “gli amici” (non i camerati, per carità) per fondare la “sua” corrente all’interno di quello stesso partito di cui egli sarebbe stato il “cofondatore”.Intanto, non più  un altro partito, come i più esagitati dei “finiani” avevano chiaramente minacciato, anche in TV, per bocca, pardon, per lingua  di Bocchino e di Urso, neppure più gruppi autonomi alla Camera e al Senato, come aveva minacciato lo stesso Fini nel corso del burrascoso colloquio di giovedì scorso con Berlusconi, ma solo una corrente, a cui avrebbero aderito circa 50 parlamentari ex AN, cioè un terzo dei 140   parlamentari eletti in virtù del famoso 70/30 tra ex F.I.  ex A.N. nel 2008. Pochini, in verità, anche se in numero sufficiente sulla carta per mettere alle corde il governo e la maggioranza, sulla carta…perchè a passare dalla carta alla penna ce ne vorrà e allora si vedrebbe che in verità ben pochi di quei cinquanta,  che hanno sottoscritto un documento, “confuso ed annacquato”, più per non dispiacere troppo il povero Fini che per predisposizione al suicidio politico, sarebbero disponibili ad andare oltre, cioè a seguire Fini nè nella formazione di gruppi autonomi in Parlamento, nè tanto meno ad una scissione per andare incontro all’ignoto. Insomma un bel pasticcio quello in cui si è ficcato Fini il quale dopo aver tanto tuonato, alla fine, dopo aver  aver ricordato  con Ezra Paund (dedicandolo evidentemente a se stesso) che “chi non sa combattere per le sue idee, o non vale niente lui, o non valgono nulla le sue idee”, ha chiesto a Berlusconi di concedere….il diritto al dissenso. Se non l’avessero riportato tutti, ma proprio tutti i giornali, di ogni tendenza, non ci avremmno creduto. Insomma, l’on. Fini sarebbe montato su tutte le furie, avrebbe fatto aggredire in TV da parte di Bocchino e Urso il suo vicepresidente della Camera on. Lupi, si sarebbe messo a telefonare, lui che sembra un Budda che cammina, altero e algido, ai parlamentari ex AN per indurli a seguirlo, lui che così facendo  ha indotto altri 75 parlamentari ex AN a prendere formalmente le distanze da lui, lui che da due anni a questa parte non fa altro che dissentire da Berlusconi, raccogliendo, manco a dirlo, elogi ed applausi a sinistra e all’estrema sinistra, lui che dinanzi alle preannunciate farneticanti dicharazioni di tal Spatuzza, assassino reo confesso anche dello sciogliento nell’acido di un bambino,  non si è risparmiato un “fuori onda” a dir poco squallido,  lui che ogni giorno che Dio manda sulla terra non ci risparmia il suo eloquio vaniloquente su tutto e il contrario di tutto, lui vorrebbe far credere, ma solo dopo aver constatato di aver imboccato una strada senza uscite , vorrebbe far credere che (quasi)  tutto si aggiusta purchè Berlusconi gli riconosca il diritto a parlare, anzi al dissenso? Ma via. Sarebbe bastato ricordare a Berlusconi un eclatante precedente storico-politico. Mussolini, che era Mussolini,  vigente il reazionario divieto di sciopero, concesse   ai “camalli” del porto di Genova, storica compagnia di lavoratori portuali ora estinta, il “diritto al mugugno”. Vuoi che Berlusconi, richiamatogli tanto precedente, e per il “piacere”  di essere “accostato” a Mussolini,  non lo avrebbe concesso immediatamente a Fini?  Sicuramente,e così  Fini, se fosse vera la storiella del “diritto al dissenso”, e non lo è,  si sarebbe risparmiata l’ennesima giravolta che è la sua specialità e  per la quale rischia di essere ricordato,  più che per le presunte doti politiche e di statista (attributegli dal solito Ronchi) che anche in questa occasione hanno avuto difficoltà ad emergere. Ma il meglio, ne siamo certi, lo vedremo nelle prossime ore. g.

FINI SE NE VA? BUON VIAGGIO

Pubblicato il 16 aprile, 2010 in Politica | No Comments »

Se ne andrà davvero Fini dal PDL, seguito da un manipolo di volontari della “bella morte”? C’è chi, come i direttori del Giornale, Feltri, e di Libero, Belpietro,  non nascondono nè la certezza dell’avvenimento, nè la gioia che si verifichi; ci sono invece i dubbiosi, quelli che  invece scommettono che alla fine Fini rimarrà e i volontari della “bella morte”, non quella vera, quella che toccò a ben altri Volontari nelle “radiose giornate” di un altro Aprile, quello del 1945, non saranno costretti all’estremo “sacrificio”  (perdere la medaglietta e il relativo lauto stipendio) per un capo cui  la sorte, solo la sorte,  ha assegnato un ruolo ben al di sopra delle sue capacità. Sia come sia, che Fini se ne vada, o che Fini rimanga, la spaccatura,  e i guasti che essa ha provocato e ancor più potrà provocare nel futuro, rimane tutta. Del resto l’ennesimo scontro che si è consumato nelle ultime ore tra Berlusconi e Fini è la conseguenza di mesi di polemiche più o meno note fra i due co-fondatori del PDL, con un Fini sempre più corrucciato nel ruolo di comparsa che egli stesso si è ritagliato, sia pure nella dorata posizione di terza carica dello Stato, che, è bene ricordarlo,  mai nessuno gli avrebbe pronosticato pochi anni addietro. Corrucciato e sempre più preoccupato che gli eventi lo superino e lo restituiscano nelle nebbie della sua Bologna, nonostante la “superiorità” di cui si sente investito rispetto a tutti e sopratutto rispetto a quel Berlusconi, “eterno fanciullo”, lui che è invece un “precoce vecchio” secondo la definizione che ne ha dato Alessandro Meluzzo, psicoterapeuta che sui due ha condotto uno specifico studio approfondito. Le prossime ore e i prossimi giorni diranno cosa accadrà davvero ma una cosa è certa: Fini ha perso una buona occasione per prendere atto che la sua “fuga” alle elezioni regionali dello scorso marzo non ha provocato la sconfitta del centro destra, anzi il centrodestra, comunque configurato, ha vinto un duro scontro contro i suoi avversari e in primo luogo Berlusconi ha raccolto il premio della vittoria non solo perchè vincitore ma perchè caparbiamente convinto delle sue ragioni. Questo successo,  tanto più significativo quanto più da tanti considerato impossibile,  ha messo il centro destra italiano, per la prima volta nel dopoguerra, nelle condizioni di modificare strutturalmente il Paese, di promuoverne in maniera sostanziale il rinnovamento, di dotarlo di strumenti istituzionali al passo con i tempi, di porre fine alla egemonia culturale della sinistra che ha occupato ogni spazio della società italiana, corrodendola come un cancro e sfinendola. E’ questa la grande sfida che attende il centro destra nell’immediato, non coglierla sarebbe non solo un errore, sarebbe un delitto, tanto più se a ciò dovessero costringerlo non le opposizioni ma le miserabili mene personali dell’on. Fini che a  vorrebbe anteporle agli interessi nazionali. Per questo, se Fini se ne va….buon viaggio. g.

BERLUSCONI, FINI E LE RIFORME

Pubblicato il 9 aprile, 2010 in Politica | No Comments »

Il risultato straordinariamente positivo delle regionali del 28 marzo sembravano aver finalmente indotto il presidente della Camera, Fini, eterno bastian contrario, a rivedere il suo atteggiamento e quello dei suoi ormai sempre più pochi fedelissimi. Invece no. Non è così e la cosa in verità non ci stupisce. Che Berlusconi abbia vinto è un dato da tutti riconosciuto, sinanche da Di Pietro che con il suo linguaggio di chi è poco avvezzo alla grammatica e alla sintassi non ha perso tempo, anche per proprio tornaconto interno, a riconoscerlo; che la vittoria di Berlusconi sia il risultato del suo personale impegno è altrettanto chiaro a tutti; che Berlusconi abbia vinto anche la più difficile delle sfide, quella del Lazio, regalando proprio  alla candidata di Fini, Renata Polverini, una vittoria che sembrava un sogno inseguire è altrettanto noto a tutti;  che in tutto ciò l’on. Fini abbia svolto un ruolo da comparsa, per sua scelta e, forse, per sua tattica, sbagliata, è altrettanto certo. Tutto ciò sembrava, nei giorni che sono seguiti ai risultati elettorali e all’euforia che ha invaso il centrodestra (salvo quello pugliese…) dover consigliare a Fini di rivedere le sue posizioni e “riposizionarsi” all’interno del partito del quale ancora qualcuno continua a definirlo  “cofondatore”. Ebbene,  la riflessione è durata poco. E’ bastato che Berlusconi,  con la  sua tabella di marcia che nulla ha a che vedere con i riti della politica avviasse con il solito pragmatismo da impresa la effettiva stagione delle riforme perchè Fini ritornasse al gioco che gli viene meglio (ma che gli produrrà poco), cioè a fare il bastian contrario. Berlusconi e gli organi politici del PDL si sono incontrati con Bossi e gli organi politici della Lega Nord per mettere a punto il programma delle riforme,disegnando a grosse linee il cammino da fare, al termine del quale c’è la riforma istituzionale dello Stato, e in primo luogo la trasformazione della Repubblica parlamentare in Repubblica presidenziale. Vecchio cavallo di battaglia del MSI quella della repubblica presidenziale,  da Michelini sino ad Almirante e allo stesso Fini,  prima che costui approdasse alle sponde del cerchiobottismo che pare essere diventato la sua  nuova bandiera. Basterebbe spulciare le cronache dei giornali e quelle parlamentari per ritrovare dichiarazioni, documenti, programmi elettorali del MSI, del MSI-DN e anche della stessa Alleanza Nazionale che indicano nella Repubblica presidenziale l’obiettivo politico dirimente tra la Destra e il resto del mondo politico italiano. Ma ora che questo obiettivo è stato sposato da Berlusconi e anche dalla Lega, ecco che Fini, pur dicendosi d’accordo,  nella sostanza non ci sta, neppure al semipresidenzialismo alla francese che Berlusconi indica come alternativa al presidenzialismo puro. Fini, bastian contrario, con l’aiuto della sua fondazione “farefuturo” si dice si d’accordo  con il semipresidenzialismo alla francese ma a condizione che si riformi la legge elettorale e si voti per il Parlamento con il sistema uninominale a  doppio turno. E’ evidente che questo sistema elettorale svuoterebbe d’un colpo il risultato che il presidenzialimo e/o il semipresidenzialismo  intende raggiungere, perchè con il sistema del doppio turno si ritornerebbe alla pratica degli accordi e dei pastrocchi  pre e  postvoto. Fini lo sa, ma ci marcia,  per tentare di fermare il cammino delle riforme,  perchè si è reso conto che i risultati elettorali del 28 marzo lo hanno,  di fatto, emarginato, ridando smalto e vigore  a Berlusconi ( un trapassato remoto direbbe chi  misura  gli uomini in base all’età anagrafica ) proprio a suo discapito,  perchè  si è disarticolato  dalle sue origini per incamminarsi lungo una strada  di cui nessuno, forse neppure lui, conosce la fine.  g.

REGALIAMO UN PALLOTTOLIERE A SCHITTULLI

Pubblicato il 7 aprile, 2010 in Il territorio, Politica | No Comments »

Dice un proverbio popolare che non c’è matrimonio dove non si pianga e non c’è funerale dove non si rida. E’ avvenuto anche all’indomani della sfortunata campagna elettorale di Rocco Palese  e del centro destra pugliese, sconfitto da Vendola. Mentre tutti si dolevano per una sconfitta dolorosa e lacerante,  e dinanzi, come si suol dire, al cadavere ancora caldo di una battaglia perduta,  benchè non sia  mancato il valore ma non non ha fatto capolino la fortuna, c’è stato chi ha trovato modo di far ridere a crepapelle chiunque abbia una sia pur minima capacità di osservazione. Autore di siffatta impresa è stato tal Schittulli, presidente della Provincia di Bari, il quale, grosso modo,  ha dichiarato alla stampa che il suo “movimento” (se ci aggiunge un “i” tra la emme e la e lo si potrebbe scambiare,   Schittulli,  per il mago Herrera)  avrebbe vinto, dimostrandosi, è sempre Schittulli che parla,  l’unica novità del centro destra,  “perchè avrebbe avuto uno straordinario consenso elettorale” (cfr. La Gazzetta del Mezzogiorno del 3.4.2010).  Forse Schittuli avrebbe bisogno di un buon pallottoliere con cui trastullarsi insieme ai suoi “bravi”  e con cui, sopratutto, fare un pò di conti. Intanto la lista del cui “successo” si attribuisce merito è la “Lista dei Pugliesi per Palese”,  cioè la Lista del Presidente che il PDL ha messo in campo in tutta Italia e,  in Puglia,  in tutte le sei provincie.  Solo per  quella di Bari la responsabilità della gestione è stata assegnata alla troupe di Schittulli mentre le liste delle altre cinque provincie pugliesi  sono state organizzate, preparate, e gestite da altri soggetti diversi da Schittulli.  Schittulli e la sua troupe invece hanno usato  in provincia di  Bari la Lista del Presidente per far la stessa cosa che hanno fatto in Provincia di Bari  dal minuto successivo alla elezione  di Schittulli ( il cui merito, è bene ribadirlo,   è solo ed unicamente  del centrodestra che lo ha votato sia pure turandosi il naso),  cioè  spradoneggiandovi e  usandola unicamente come supporto per la elezione del pupillo di Schittulli, Bellomo, il cui unico merito politico, sinora,  è di essere figlio d’arte,   chiamato da Schittulli  prima a far l’assessore in Provincia, e  poi destinato, nei piani della troupe di  Schittuli,  a trasferire in Regione il “verbo” del presuntuso anzichèno Schittulli che si atteggia ad ispirato della politica ma è solo un piccolo satrapo che arrivato, dopo lunga e spasmodica anticamera,   nelle stanze del potere,  ne fa un uso strumentale e personale.   L’intento di eleggere Bellomo  è stato raggiunto,  sacrificando senza scrupoli quanti candidadandosi in quella lista non avevano neppure lontanamente immaginato che sarebbero stati solo cinicamente  usati per rastrellare i  voti necessari per consentire il raggiungimento di questo traguardo, che, d’altra parte, è stato raggiunto solo grazie ad una manciata di voti che ha fatto superare di poco, appena lo 0,81%,  la soglia del 4% necessario perchè la lista  potesse partecipare alla attribuzione dei seggi e per  ottenere questo risultato determinante  sono stati i voti conseguiti  dalla Lista del Presidente della circoscrizione di Lecce, senza i quali Schittulli e Bellomo sarebbero calati a picco. Perchè in provincia di Bari il risultato è stato mediocre. Infatti la lista  di cui Schittulli si attribuisce la paternità ha ottenuto nella circoscrizione di Bari 38.981 voti, pari al 6,39%. Appena otto mesi addietro, la cosiddetta Lista Schittulli ottenne in provincia di Bari 59.987 voti, pari al 9,47% dei voti. Quindi Schittulli in otto mesi ha lasciato sul campo ben 21.006 voti e il 3,09 %, insomma ha perduto circa un terzo dei voti che la “sua” lista aveva ottenuto alle Provinciali. E questo sarebbe il successo di cui mena vanto e  sul quale con incredibile mancanza di stile e di rispetto per le lacerazioni provocate dalla sconfitta elettorale  ha cantato vittoria mentre l’intero centro destra si spargeva mestamente il capo di cenere e il Minisro FITTO rassegnava le dimissioni?   Senza dimenticare sia i voti ottenuti dai singoli candidati che nulla hanno a che fare con il suo “movimiento” sia  le squallide operazioni di trasformismo targato vecchia repubblica che Schittulli ha posto in atto, con molta superficialità e altrettanta arroganza,   senza peraltro ottenere  vistosi successsi,  passando senza alcuna remora sulla dignità delle persone. Se  questo  è il nuovo che avaza, “arridateci” il vecchio ma non quello di via Fratelli Rosselli.

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A Toritto il pupillo del presidente Schittulli, Bellomo, ha ottenuto appena  130 voti fatti affluire su di lui dai noti  mercenari che per l’occasione si sono arruolati con Schittulli , in cambio, chissà,  di future prebende,  promesse   da Schittulli in nome, ovviamente,  di una continua conclamata e per nulla reale  diversità morale.  I voti invece  che  complessivamente la Lista del Presidente  ha ottenuto sono stati  1.076 voti,  tutti, o gran parte ( meno,  naturalmente, i 130  voti di Bellomo) sottratti al PDL dal candidato Quarto (anche lui  si è candidato per far da supporto a Bellomo e per fare un “piacere”  a Schittulli?) che come tutti i candidati “paesani”  ha goduto della regola del “vantaggio” che deriva da questo  particolare status nonostante la assoluta impossibilità di successo,  visto che questa volta non poteva ripetere, come i fatti si son presi la briga di dimostrare, quanto accaduto per mero fatto fortuito e irripetibile alle provinciale dello scorso giugno ( a Grumo,  Quarto  ha ottenuto 276 voti rispetto ai 2700 voti elle provinciali del 2009!). A sostanziale  conferma di ciò,  v’è la circostanza, accertata,  che su circa il 60%  delle schede che nelle sezioni elettorali  di Toritto riportavano la preferenza a favore di  Quarto  era crociato il simbolo del PDL ,  ma il voto di lista, per effetto della legge elettorale, è stato   “trascinato”  a favore della lista di appartenenza di Quarto, cioè la lista dei Pugliesi. Invece non appartenevano di sicuro  al PDL i voti, una ventina, che portavano il voto di preferenza  a Quarto accanto al simbolo dei Pugliesi e il voto disgiunto a favore di Vendola!

E’ LEGGE IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO: NAPOLITANO HA FIRMATO

Pubblicato il 7 aprile, 2010 in Politica | No Comments »

Via libera dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, alle norme sul legittimo impedimento, che terranno il presidente del Consiglio lontano dalle aule giudiziarie per i prossimi 18 mesi. Secondo quanto si è appreso da ambienti vicini al Quirinale, la firma del presidente della Repubblica è arrivata in vista dell’”apprezzabile interesse” ad assicurare “il sereno svolgimento di rilevanti funzioni” istituzionali, interesse “che può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali di diritto”.

Insomma, il legittimo impedimento è stato visto dal Presidente Napolitano  come l’inizio di una leale collaborazione tra politica e giustizia.

Nel dettaglio, quella promulgata oggi è una ‘legge ponte’, pensata per arrivare all’approvazione di una modifica costituzionale che porti al ripristino del cosiddetto lodo Alfano, ossia lo ’scudo’ per le quattro più alte cariche dello Stato, o la reintroduzione dell’immunità parlamentare. Insomma, una ‘leggina’, scritta per garantire “il sereno svolgimento” delle attivita’ di governo, con un carattere di legge-ponte. Le disposizioni, in pratica, consentono agli esponenti del governo (esclusi i sottosegretari) di ‘congelare’ i processi per un periodo di sei mesi continuativi, che potranno essere prolungati, di rinvio in rinvio, fino a un massimo di circa un anno e mezzo (i 18 mesi), sempre per ‘motivi istituzionali’. La sospensione vale solo quando premier e ministri sono imputati. Ma mentre veniva diffusa la notizia della firma della legge da parte del Capo dello Stato, due PM miulanesi ta tempo impegnati sul fronte della “guerra” a Berlusconi  hanno già reso noto di aver impuganto la legge, votata dal Parlamento e firmata dal Capo dello Staro, dinanzi alla Corte Costituzionale eccependo la costituzionalità della norma. Insomma siamo alle solite:  il Parlamento legifera e i Pm tentando di vanificarne il potere che deriva dal Popolo. A quando la riforma della Giustizia?