LA STANCEHZZA DI MONTI, di Alessandro Sallusti
Pubblicato il 29 aprile, 2012 in Politica | No Comments »
Meno sette giorni al voto amministrativo, primo test elettorale nell’era governo tecnico. In queste ore le parole della politica sono inquinate dalla campagna elettorale, affrontata senza entusiasmo da partiti provati dall’anomalia della situazione nazionale.
Non sempre si dice ciò che si pensa e si tace sulle reali intenzioni. La mamma di tutte le domande, cioè se il governo cadrà a ottobre o se si arriverà a fine legislatura, resta senza risposte certe.
Ieri Silvio Berlusconi ha rinnovato a Giorgio Napolitano la lealtà del Pdl al governo del presidente non senza ribadire alcuni paletti: stop a nuove tasse innanzitutto. Si deve poi mettere un argine all’ennesima offensiva politica dei pm (si è tornati a parlare di una legge che regoli la diffusione delle intercettazioni telefoniche e di atti giudiziari coperti dal segreto). Si dice che al Quirinale non tiri una bell’aria e che Napolitano sia molto nervoso. Il governo dei miracoli si sta impantanando, Monti appare personalmente stanco, l’ingloriosa bocciatura dei mercati e della finanza al suo (non) operato gli brucia più di una sfiducia parlamentare, la sua iniziale forza propulsiva è al lumicino.
Il presidente della Repubblica, dopo gli osanna di novembre, si è ridotto a litigare con il comico Grillo, segno che le cose proprio non girano come il Colle aveva immaginato. Più che antipolitica servirebbe ora un ritorno di politica. Tocca al Pdl trovare la soluzione, pena pagare dazio per sostenere l’insostenibile. Con la Lega quasi dimezzata da scandali veri o presunti, con Bossi sempre più isolato e in difficoltà («lui sapeva tutto» dichiarazione attribuita al cassiere Belsito), l’asse del Nord, architrave del centrodestra, è ormai un ricordo. Forse, per sbloccare la situazione, è arrivato il momento di rimettere sul tavolo con forza la proposta di una nuova legge elettorale. E chissà che non se ne sia parlato già ieri, negli ovattati saloni quirinalizi. Alessandro Sallusti, 29 aprile 2012
……Stamattina Palazzo Chigi ha diramato un comunicato nel quale si dice che Monti e i suoi passerotti sono impegnati a trovare il modo di evitare l’ulteriore aumento del 2% dell’IVA ad ottobre. Per farlo bisogna trovare 4 miliardi di spese da tagliare. Allora si può? Certo che si può, solo bisogna volerlo. E per volerlo basta che il governo si renda conto – e tema - che i partiti che lo sostengono si siano resi conto che questo governo con in testa il suo ex competente Monti non hanno nè voglia di spremersi le meningi nè fantasia sufficiente per andar oltre la strada semplicistica e inutile della vessazione tassaiola, e decidano di tagliare i ponti e prendere altre strade, cioè le elezioni, mandando in pensione (dorata) questo govenro di inetti e di prosopopeici pseudo tecnici. Resisi conto di questo rischio, anzi di quanto sia molto più concreto di quanto le parole dei leader facciano intendere che sia giunto il momento di far saltare ilbanco, Monti e compagni hanno inprovvisamente trovato la via del buon senso: invece di aumentare le tasse, bloccando i consumi e provocando recessione, è meglio, come da tempo scrivono illustri e veri economisti, non quelli alla Monti, ridurre le spese e Dio sa quante spese improduttive ci siano da tagliare in questo Paese. Ed ecco che proprio all’indomani di questo editoriale di Sallusti che, non dimentichiamolo, dirige il quotidiano della famiglia Berlusconi, Monti, usando il fido ministro Giarda, ha annunciato oggi l’esatto contrario di quanto aveva dichaiurato sino a poche ore fa e cioè che la situazione è drammatica e che l’aumento dell’Iva non poteva essere annullato. Invece si può. Ed è una boccata di speranza, in attesa che diventi aria pura, per tutti, dagli imprenditori ai consumatori. Solo bisogna trovare 4 miliardi di tagli con cui sopperire al mancato aumento dell’IVA. E dove si dice che siano stati trovati? Nel taglio, anzi no, nella riduzione del numero delle Provincie, accorpando quelle inferiori a 350 mila abitanti….Andiamo, è una sciocchezza, peggiore dell’aumento dell’IVA al 23%. La riduzione di una ventina di provincie non procura 4 miliardi di tagli della spesa pubblica, ma solo, forse un centinaio di milioni di euro, come i tagli annunciati in un paio di ministeri che procurano una trentina di milioni, una goccia dei fiumi di danaro pubblico mal speso nel nostro Paese. E’ appena il caso, a mo di esempio, di ricordare i 200 mila euro che solo per fotografare se stesso ha fatto spendere il presidente della Camera….Non vorremmo che dopo aver versato momentanee lacrime di coccodrillo sull’IVA da non aumentare, fra qualche settimana il Monti scopra l’acqua calda e, passato il pericolo di una ben assestata pedata nel suo didietro per mandarlo a casa, candido e borioso ad un tempo, funereo e arrogante, informi che i tagli programmati non producono i risultati necessari, per cui ad ottobre l’IVA aumenta comunque. Una sorta di contrordine compagni di guareschiana memoria che ormai sembra essere diventato il rituale di questo governo al vino bianco. Perciò, egregio Direttore Sallusti, lei che può spieghi a Berlusconi che se vuole chiudere la sua vita politica senza essere ricordato come l’affossatore numero uno del centrodestra italiano, non aspiri a improbabili, anzi impossibili intese bipartisan con la sinistra che in Italia non è diversa da quella ucraina che tiene in prigione e massacra di botte, Iulia Timoshenko, la leader dell’opposizione liberale al regime comunista che governa oggi l’Ucraina, ma prima che sia tardi e prima che milioni di elettori sfiduciati e demotivati del centrodestra individuino un qualsiasi Grillo in un nuovo e moderno Gugliemo Giannini, l’Uomo Qualunque del 1948, il cui simbolo, aihmè, era un torchio che stritolava, allora come oggi, gli italiani, faccia, se può, qualcosa di destra. g.




Risanare solo con le tasse è recessivo. Lo dice il governatore della Bce Mario Draghi e molti pensano che sia un cambio di rotta. No, è la traduzione di quel che accade. Non c’è niente di nuovo. Inedito è invece il fatto che tutti stanno arrivando a conclusioni che prima erano di una minoranza: la cura Monti è incompleta. Che fare? Alleggerire il peso dello Stato, diminuire le tasse e dare gas alle imprese. Quando si cita lo «Stato» si pensa ai ministeri, ma i dipendenti qui sono solo il 5% del totale, altri settori non vengono mai presi in esame. La spesa scolastica (più di un milione di occupati) va bene così? I conti della Sanità (stipendi per 720 mila persone) sono a posto? Province, Comuni e Regioni (500 mila addetti) sono virtuosi? Gli interessi corporativi in Italia sono più forti di qualunque governo. Così ora Monti palleggia a metà campo e sembra la Roma di Luis Enrique: inconcludente. I ministri pronunciano la parola «recessione», ma non dicono che lo scenario non è uguale per tutti. Ieri la Federal Reserve ha rialzato le stime del Pil americano per il 2012 (2,9%) e abbassato quelle della disoccupazione (7,8%). Se volete divertirvi, andate nella sezione «Public Data» di Google e incrociate i numeri della produzione in Occidente con quelli dell’Asia dal 1980 a oggi: i primi colano a picco, i secondi decollano a razzo. Ma se fate i calcoli sulla produzione pro-capite vedrete che l’Occidente è stratosfericamente più ricco rispetto alle tigri che ora ruggiscono. Il capitalismo ha spostato prima l’asse di produzione (con la globalizzazione e delocalizzazione) e ora trasloca il consumo di beni e servizi. Consumiamo troppo rispetto alla ricchezza prodotta, siamo demograficamente perdenti e il nostro welfare è da bancarotta. Quando Nicolas Sarkozy, dopo aver perso al primo turno delle presidenziali, dice di «voler difendere lo stile di vita dei francesi», mette il timbro sul declino europeo. Per questo le imprese devono internazionalizzarsi e farsi largo nei mercati ad alta crescita. Bisogna investire nel capitale delle aziende, iniettare nuove risorse finanziarie e soprattutto umane. Esempio concreto? Il record di Fiat Industrial (Iveco e Cnh, macchine per le costruzioni e l’agricoltura): utile netto di 207 milioni di euro nel primo trimestre 2012, in crescita dell’81 per cento. Dunque un’azienda italiana globalizzata, guidata da un manager che ha coraggio e visione, Sergio Marchionne, presenta al mercato risultati di un gigante e non di un nano del settore. E questo si realizza sapendo cosa fare e dove andare. Non sono i decreti a fare la differenza, ma la cultura degli uomini. Vedo in giro troppi caporali. Mario Sechi, Il Tempo, 26 aprile 2012
Lo scenario europeo dopo il primo turno presidenziale in Francia e la crisi del governo in Olanda è vulcanico: è iniziata un’ondata antieuropeista di cui non conosciamo gli esiti ma possiamo immaginare la rapida ascesa. Di fronte a questo fenomeno, dobbiamo chiederci che cosa succederà in Italia. I sintomi del malessere sono manifesti: recessione, tassazione record, divario Nord-Sud sempre più grande, larga disoccupazione tra i giovani e le donne. I rimedi sul piano della politica di governo per ora non ci sono. Preoccuparsi dello spread era ed è importante, ma poi si vive di lavoro. E su questo fronte non ci siamo. Monti l’altro ieri ha escluso un aumento della spesa pubblica in investimenti per stimolare la crescita. Niente ricetta keynesiana. Bene. Allora ne resta solo un’altra: il taglio della spesa improduttiva e l’abbassamento della pressione fiscale. È un punto sul quale insistiamo da sempre e siamo in buona compagnia. Lo hanno ribadito ieri sia la Corte dei Conti che Bankitalia. Il peso delle tasse su lavoratori e imprese deve scendere. A questo va aggiunto un altro punto chiave: le banche devono tornare a fare il loro mestiere, cioè prestare soldi a famiglie e aziende meritevoli di fiducia. Il denaro deve essere impiegato nell’economia reale e non nella finanza per la finanza. Senza queste misure, parlare di crescita è una presa in giro. Senza una risposta concreta, i partiti della protesta demagogica prenderanno il largo.Lo scenario italiano rischia di essere ben più grave di quello francese e olandese. Noi non abbiamo una destra identitaria come quella guidata da Marine Le Pen, il Belpaese presenta una Lega in fase di autodistruzione, un’Italia dei Valori che semina spesso livori, una sinistra altermondista con idee fuori dal mercato e, soprattutto, un movimento guidato da un comico, Beppe Grillo, accreditato dai sondaggi come una forza da tre milioni di voti. Questo scenario fumante ci dice che consegnare il Paese al caos è semplice: basta continuare a prendere ordini da Berlino e «fare i compiti a casa». Salvarlo non è impossibile: bisogna dire alla maestra Merkel che ha esagerato. E ricordarle che non comanda la finanza, ma i popoli. La politica può andare in letargo, ma prima o poi torna. E ruggisce. Mario Sechi, Il Tempo, 24 aprile 2012