CAMBIARE TUTTO O CROLLA TUTTO, di Mario Sechi
Pubblicato il 7 aprile, 2012 in Politica | No Comments »
Finirà male. La storia della Lega è il capitolo che mancava in un racconto kamikaze. Un pasticciaccio brutto intitolato «The Family» per Bossi, ma potrebbe essere «The Clan» per altri partiti. Anche il governo dei tecnici sembra entrato in questa spirale. Lo scrivo sapendo che Monti è l’unica opportunità che ha il Paese di uscire dalla palude, una situazione peggiore della crisi di Tangentopoli. Vent’anni dopo, lo scenario fa venire i brividi per l’assenza totale di un’alternativa. La storia gioca a dadi, si diverte a invertire i ruoli: allora vennero fuori dal cilindro la Lega di Bossi e il partito nuovo di Berlusconi. Si torna alla casella di partenza. A vent’anni fa. Ma la magistratura stavolta ha un ruolo di secondo piano, perché anch’essa è logorata al suo interno, è in crisi di credibilità e non ha alcuna forza di supplenza rispetto alla politica. Senza un’iniziativa politica forte, abbiamo di fronte la prospettiva del vuoto. Un buco nero capace di divorare la stessa democrazia. I leader dei partiti devono mettersi in testa che è finita un’epoca e gettare le basi istituzionali per scrivere un’altra storia, senza avventurismi e colpi di mano. È un lavoro da fare con umiltà, sapendo che per molti è l’ultimo giro di giostra. Sotto gli occhi dei cittadini ci sono enormi contributi pubblici distribuiti senza logica e ruberie private che lasciano di stucco chiunque. Il passo indietro di Berlusconi aveva creato le premesse per una «pax parlamentare» e l’avvio della ricostruzione del sistema. Ma la crisi della Lega è l’evento che cambia tutto. Chi credeva al partito «duro e puro» del Nord, oggi si ritrova senza rappresentanza, chi ha vissuto l’avventura del berlusconismo è smarrito, chi sognava una sinistra riformista è senza casa, chi vedeva in Monti un liberale a trazione integrale, dopo il dietrofront sulla riforma del lavoro, è perplesso. E il Wall Street Journal che cambia idea sulla forza di Monti ne è la metafora. Solo il Presidente della Repubblica può prendere in mano questa situazione, ma lo deve fare in fretta e con una fermezza senza precedenti. Manca poco alle elezioni del 2013, le amministrative saranno un banco di prova alla nitroglicerina, i mercati sono tornati a picchiare duro sui debiti sovrani. È giunta l’ora di riformare e cambiare tutto. Prima che crolli tutto. Mario Sechi, Il Tempo, 7 aprile 2012
.………….L’analisi è esatta e giusta. Quel che non ci convnce è la ricetta per uscirne. Primo. Monti è indicato come l’unica opportunità, ma il passo indietro sulla riforma del lavoro ne ha messo in crisi l’immagine, sostiene Sechi. Non è questo che ne ha messo in crisi l’immagine, semmai ha consentito di leggere sino in fondo cosa si nasconde dietro l’apparente aplomb inglese che l’uomo sfoggia. Era già emerso nei 120 giorni da che comanda, ma con la questione della riforma del lavoro è emerso il carattere supponente, arrogante e precisino del neo premier. Il quale o è come dicde lui o si impermalisce. Al quotidiano inglese che lo aveva paragonato alla Teacher e ora si è rimangiato il paragone, Monti, dopo aver puntigliosamente preso carta e penna, ha scritto una lettera per dire che il giornale non ha capito niente, non si capisce se prima, quando lo aveva paragonato allla grande statista inglese, o dopo, quando si è rimangiato il paragone. Stessa cosa ha fatto con la Marcegaglia che avendo “osato” definire pessimo l’ultimo accordo sull’art. 18 (dal punto di vista delle imprese), Monti ha replicato, seccato e altrettanto puntiglioso, che “un accordo così 4 mesi fa era imossibile anche sognarlo”. Non entriamo nel merito delle tesi assolutiustiche di Monti, ma ci sembra che un premier “tecnico” che si dice lontano dalla politica l’ultima cosa che deve fare è fare il puntiglioso. Ecco perchè, senza scomodare altre e ancor più approfondibili quesitoni, non ci sembra che Sechi abbia ragione a sostenre che Monti sia l’unica opportunità. Anzi può essere che si dimostri un ostacolo acchè la politica si riformi come lo stesso Sechi auspica. Secondo. Affidare al presidente della Repubblica, a questo presidente della Repubblica, il compito, arduo, di “prendere in mano le redini” pe raddrizzare il cammino del carro guidando i cavalli è quantomeno azzardato. A prescindere da ogni altra considerazione, Napolitano è un uomo del sistema, di questo sistema, che sull’arroganza del potere politico, cosi com’è, ha le sue fondamenta. Pensare che chi dal sistema ha tratto ogni possibnile beneficio, compreso la seggiola di Presidente della Repubblica sia in grado, intelelttualmetne, di affondarlo, ammesso che ne abbia i poteri e glis trumentiu, è mera utopia. Ovviamente confessiamo che allo stato non sapremmo contrapporre nulla di alternativo alle tesi di Sechi (cioè, lo sapremmo, ma lo consideriamo in Italia inattuabile) ma ciò non ci può indurre a condividerlo. Salvo che in effetti o tutto cambai, o tutto crolla. E sotto le macerie questa volta ci resteremmo tutti. g.


E dopo la Prima Repubblica finì anche la Seconda. Tante le analogie tra il 2012 e il 1992. Gianni De Michelis fu, da esponente di spicco del Psi, testimone di ciò che accadde 20 anni fa. «A prescindere dai destini dei singoli leader – spiega – è evidente che oggi si è chiusa una fase. Certo, la Prima Repubblica si concluse per ragioni più serie».
La materia fiscale va maneggiata con cura, è nitroglicerina. Cinquemila anni di storia delle tasse dovrebbero essere una lezione da ricordare per chiunque, ma il governo Monti non sembra averne piena coscienza. Il varo dell’Imu, l’imposta sugli immobili che ha sostituito l’Ici, è un disastro sotto tutti i punti di vista: legislativo, giuridico e politico. L’ultima buona novella che giunge dal Parlamento è questa: sacrifici per tutti, ma non per gli azionisti delle banche. È uno schiaffo ai contribuenti. Pagano i pensionati, chi vive in ospizio, chi ha un deposito di attrezzi agricoli, ma chi governa l’alta finanza no. Perché? Il governo ha dato parere contrario, spiegando che sono associazioni benefiche. È così? Solo in parte. E il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Le fondazioni detengono quote determinanti di capitale nei principali gruppi bancari del Paese, nominano i consiglieri d’amministrazione, influenzano in maniera decisiva la gestione del credito e partecipano agli utili, di cui solo una quota viene redistribuita in opere di bene. Prima della grande crisi della finanza, nel 2008, le fondazioni bancarie hanno incassato quasi un miliardo e mezzo di euro di dividendi. Tre anni dopo, per effetto della crisi – e di una gestione allegra degli asset – i dividendi sono crollati a 333 milioni. La verità è che, al netto del crac dei mercati, la cronaca ci offre ogni giorno note illuminanti sulla qualità della loro gestione. Un solo esempio per tutti: la Fondazione del Monte dei Paschi di Siena con la cessione delle quote di banca Mps (4,69 miliardi di euro di perdite) ha realizzato un miliardo di euro di minusvalenze. E le altre fondazioni non stanno tanto meglio. Tutto bene? La natura «spuria» delle fondazioni è sotto gli occhi di tutti, avrebbero dovuto uscire dal capitale delle banche, ma non l’hanno fatto, il Parlamento s’è ben guardato dal cambiare la legge in questo senso, e oggi il loro ambiguo vestito «double face» viene usato per giustificare l’esenzione dal pagamento dell’Imu. Possiedono un enorme patrimonio immobiliare, ma non verseranno un euro allo Stato. Dopo aver fatto una battaglia campale per far pagare l’Imu alla Chiesa – che comunque i poveri li aiuta davvero – il governo ha alzato uno scudo per proteggere chi controlla le banche. Sarebbe questa l’equità? Mario Sechi, Il Tempo, 4 aprile 2012
