ASPETTANDO SQUINZI, di Alessandro Sallusti
Pubblicato il 21 marzo, 2012 in Economia, Politica | No Comments »
Si parla di quella del lavoro, ma la vera riforma che si chiede è quella del sindacato. Anzi, dei sindacati, quelli dei lavoratori (Cgil, Cisl, Uil) e quello dei padroni (Confindustria).
Senza questa, qualsiasi altra riforma sarebbe, oltre che difficilmente raggiungibile, monca perché frutto di compromessi ideologici, di antiche ruggini e rivalse, di difesa della casta più che dei rappresentati della casta stessa. Proprio in queste ore sta emergendo con chiarezza quanto ormai sindacati e Confindustria siano due carrozzoni fuori dal tempo, tanto lenti e appesantiti da essere superati pure dalla terza casta dello Stato, quella della politica, che in confronto appare più responsabile e disponibile, sia pure perché costretta dai fatti a iniziare un percorso di autoriforma.
La Camusso, Landini e soci possono anche resistere a Monti, ma non alla storia, rispetto alla quale hanno accumulato un pesante ritardo. Va difeso, questo sì fino alla morte, il lavoratore, non il posto di lavoro. E l’unica via possibile è quella di renderlo un soggetto libero dentro il libero mercato, spinto e incentivato a cercare opportunità invece che ancorato come un peso morto ad aziende decotte destinate a sicura fine. Così come Confindustria deve smettere il piagnisteo continuo sul mondo cattivo, i governi incapaci, la congiuntura sfavorevole. Una sola battaglia, ma vera, dura e senza sconti: meno tasse per le aziende, cuneo fiscale più stretto per i lavoratori. Meno convegni e più palle, dovrebbe essere il programma del prossimo presidente che sarà eletto domani in sostituzione della Marcegaglia giunta, per fortuna, a fine corsa. In corsa ci sono due numeri uno dell’imprenditoria italiana: Giorgio Squinzi (patron del gruppo Mapei) e Alberto Bombassei (gruppo Brembo). È la prima volta, dopo tempo immemore, che si arriva all’atto finale dell’elezione senza accordo e quindi con uno scontro vero. Buon segno, significa che anche dentro l’ovattato mondo confindustriale si sono stufati di pagare quote associative da capogiro in cambio di poco o niente. I pronostici danno in vantaggio Squinzi. Noi ci auguriamo che non sbaglino. Ci sembra l’uomo giusto al momento giusto. È amico della Marcegaglia, e questo lo rende umano, è la prova che anche lui non è perfetto. Oggi non serve perfezione ma decisione. E dopo la doppietta Montezemolo-donna Emma, uno di Cisano Bergamasco è quello che serve alla categoria e al Paese. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 21 marzo 2012
.……………Il premier Monti ha annunciato che la riforma del lavoro è ormai problema del Parlamento che dovrà approvarla. Ed è sicuro, e con lui molti leader di partito salvo qualche eccezione, che questa riforma “liberererà risorse ed energie che consentiranno all’Italia di riprendere la crescita e lo sviluppo”. E’ una sciocchezza stratosferica perchè è solo un programma di buone intenzioni che prenderanno corpo, se mia lo prenderanno, solo nel 2017, salvo la rimodulazione del famigerato art. 18, che andrà in vigore da subito, e che ha una sola variante significativa: i licenziamenti disciplinari, cioè per ragioni soggettive, se accertati come ingiustificati daranno luogo ad insindacabile giudizio del solito giudice o al reintegro o all’indennizzo pari da 15 a 27 mensilità. In un Paese che da decenni dibatte sui problemi insoluti della giustizia, mette nelle mani di quella stessa giustizia ingiusta e tardiva decisioni a dir poco scioccanti. Perchè è scioccante che un licenziamento ingiustificato si possa conlcudere per decisione di un giudice con un indennizzo di poche migliaia di euro. Immaginatevi la fine che farà un lavoratore di 57/58 anni, licenziato ingiustificatamente ed indennizzato con qualche decina di miglia di euro con cui potrà tirare avanti per un anno o due e non riciclabile in un mercato del lavoro che stenta a inserire i giovani o a mantenere gli esperti, figuriamoci un lavoratore stanco e per giunta disamorato per via di una odissea che nessuno vorrebbe vivere e vedere. Ma intanto il premier Monti tanto decisionista in questioni che ci appaiono di lana caprina, fa finta di non vedere ciò che Sallusti, sia pure di sbilenco, accenna nel suo editoriale. Ci sono i sindacati che dopo i partiti sono l’altra casta che s’ingrassa suiu lavoratori. Fior di libri hanno narrato quanto sia vasto e redditizio il tesoro di cui godono i sindacati italiani, dall’eredità dei beni dei sindacati fascisti alla gestione di incontrollabili e enormi rendite finanziarie provenienti dall’assistenza dei lavoratori sempre miuficiamente remuenrata dallo Stato o direttamente o attraverso gli entiu di patronato che in Italia sono più numerosi delle mosche d’estate. Tutto ciò senza alcun controllo, poichè i sindacati come i partiti non hanno riconosicmento giuridico e perciò riescono a sfuggire ai controlli, proprio come i partiti i cui proventi dal finanzimentio pubblico è solo virtualmente sottoposto a controlli, mentre in effetti non danno conto in alcun modo di come e dove e quando e con chi spendono e spandono i entinai di milioni di eurto che ricevono dallo Stato e quindi dai cittadini che per il solo fatti di avere 18 anni ed elettori costituiscono fonte di 2rimborso2 per i partiti. Come per i partiti, anche per i sindacati, Monti (che “è stato chiamato” ) fa finta di niente e mentre ne inventa una più del diavolo per tassare sempre di più gli italiani non muove iun dito er porr fne al paese dei balocchi di partiti e sindacati. g.

I mercati segnalano sempre una febbre in corso da qualche parte. La finanza ha ripreso a correre. I trader fanno il loro lavoro, speculano. Negli Usa gli indici volano e in molti si interrogano: dura o no? C’è chi sostiene che siamo al livello della primavera 2011 e dunque vicini a un altro crollo dei listini, ma c’è una scuola di pensiero che raffronta l’impennata con quella del 1995, anno in cui l’indice S&P 500 guadagnò il 34 per cento. Per me valgono sempre le due regole d’oro di Buffett: prima regola, ricordati di non perdere soldi; seconda regola, non dimenticarti la prima regola. Detto questo, quel che accade nei mercati – come abbiamo visto nel caso del cambio di governo in Italia – ci interessa da vicino. La sbornia da spread in Europa è passata (per ora) solo perché il presidente della Bce Mario Draghi ha immesso un fiume di liquidità nelle banche. Nessuno parla più della Grecia, ma in realtà tra Atene e il resto del mondo accadono cose notevoli: come per esempio il fatto che chi si era assicurato sui bond greci con i Credit Default Swaps (Cds) sta ricevendo un rimborso che non è il cento per cento del valore investito. Chi aveva 100 euro di debito greco assicurato, ne sta ricevendo in cambio 78 in base a un meccanismo che apre un buco nero sulla validità di questi strumenti di protezione del rischio. La Grecia resta un problema. È uscita dalla porta, ma rientrerà dalla finestra. Nel frattempo l’opinione pubblica – dalla crisi dei mutui subprime nel 2008 – ha maturato la convinzione che le banche si muovano come locuste che divorano il raccolto per conto dell’industria finanziaria. Italiani, brava gente. Quando leggo che Salvatore Ligresti si è fatto liquidare quaranta milioni di euro di consulenze da Fonsai e Milano Assicurazioni nel periodo 2003-2010, mi chiedo come si possa far digerire all’opinione pubblica tutto questo. I comportamenti etici non sono un problema della sola politica, ma anche dell’impresa e dei suoi protagonisti. Se la produzione in Italia è colata a picco, ci sono responsabilità grandi da parte degli imprenditori e dei sindacati. Le barricate che hanno alzato sulla riforma del lavoro ne sono la prova. Se un simbolo della sinistra come Giorgio Napolitano arriva a invocare un barlume di saggezza da parte di Confindustria e sindacati, vuol dire che non c’è consapevolezza del rischio in corso, nonostante il crollo del fatturato industriale. La riforma del mercato del lavoro non ci farà crescere subito, ma libererà risorse ed energie. I partiti sembrano più seri. Forse hanno compreso che se ieri il problema ero lo spread, domani per la speculazione sarà una riforma del lavoro senza capo né coda. Sono in ballo punti di pil futuro, cioè quello che manca all’Italia. Se i mercati non tengono botta, abbiamo fatto lo stesso un passo avanti. Mario Sechi, Il Tempo, 20 Marzo 2012




