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SENTENZA DELL’UTRI: SBUGIARDATI I FAZIOSI. IL RESTO E’ DEMAGOGIA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 12 marzo, 2012 in Giustizia, Politica | No Comments »

Non nominare il nome di Falcone (e Borsellino) invano. Dovrebbe essere questo il primo comandamento di un magistrato. Ma sono in tante le toghe, Ingroia e Caselli in testa, che in queste ore si lasciano andare alla bestemmia, quella di sostenere che i due pm eroi si stanno rivoltando nella tomba per la sentenza Dell’Utri.

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Trascinare Falcone e Borsellino nella più cocente figura di palta della giustizia italiana è operazione squallida e anche un po’ vigliacca, perché come noto i morti non possono smentire. Fino a ieri proprio questi signori pontificavano che le sentenze si accettano e non si discutono. Da oggi non più. Le sentenze, quelle che non piacciono, si possono massacrare e si può chiedere pure di radiare i giudici per loro scomodi, come ha di fatto chiesto ieri Caselli in una intervista a La Repubblica. Una reazione violenta e isterica di chi si sentiva onnipotente e scopre invece di essere messo dai colleghi giudicanti, forse per la prima volta, sulla stesso piano della difesa, quindi fallibile, come prevede la Costituzione.

Borsellino e Falcone erano l’opposto di quelli che stanno usurpando il titolo di loro successori. Si occupavano di combattere la mafia ma il loro rigore nel valutare gli intrecci con la politica era assoluto, nonostante proprio in quegli anni le infiltrazioni fossero più che evidenti. Misero in guardia dai pentiti a scoppio ritardato, non esitarono ad arrestarne alcuni palesemente inaffidabili. Gente come quel mascalzone di Ciancimino junior con loro non avrebbe avuto neppure l’onore di un interrogatorio. Sul reato di associazioneesterna alla mafia misero in guardia il legislatore intuendone con profetica lungimiranza l’uso distorto che mafiosi e pm d’assalto avrebbero potuto farne. Non credo di esagerare sostenendo che con Falcone l’inchiesta dell’Utri non avrebbe superato la fase istruttoria.

Ingroia e Caselli mi sembrano come quei cattopolitici di oggi che si appellano a De Gasperi dopo aver tradito ideali a destra e a manca in cambio di onori e poltrone. Un pm (il pg di Cassazione) pure di sinistra e un collegio giudicante (la Cassazione) hanno giustamente sbugiardato un’inchiesta faziosa che si basava su un teorema politico: Dell’Utri uguale mafia per cui Berlusconi uguale mafia. Non era vero. Tutto qui. Il resto sono solo faide interne alla magistratura che confermano l’urgenza di riformare un sistema ormai fuori controllo. Il Giornale, 12 marzo 2012

.………..Non commentiamo l’articolo di Sallusti. Lo condividiamo in toto. Ci piace però dare atto ad Alessandro Sallsuti di essere un coraggioso, ai limiti della temerarietà. Ed è cosa assai difficile nel giornalismo, specie quello di destra. I giornalisti di sinistra sanno di poter contare sulla “solidarietà“  di una vasta rete di connivenze e di complicità. I giornalisti di destra, o anche quei giornalisti che dicono cose che possono non piacere alla sinistra,  invece no. A loro può capitare di tutto. E’ accaduto allo stesso Sallusti, perquisito al giornale e a casa, come un qualsiasi criminale, dopo assai circostanziati articoli sulle attività della presidente di Confindustria,  la signora Marcegaglia, è accaduto alla giornalista Annamaria Greco, perquisita addirittura lì dove si cela la più intima femminilità delle donne,  solo per aver scritto a proposito di vecchie storie disciplinari della signora Boccasini. E’ accaduto a tanti altri giornalisti,  ogni qualvolta hanno scritto in maniera critica di certe storture giudiziarie del nostro Paese. Specie di quei magistrati che hanno scambiato la toga per un cannone direzionato solo verso un obiettivo. Ed è accaduto che questi giornalisti hanno fatto onore al loro impengno di scrivere la verità e dire la loro opinione. E’ quel che fa ogni giorno Sallusti, come altri, sul suo quotidiano o lì dove gli viene chiesto di esprimerla. Interpreta, spesso, la opinione dell’uomo della strada scevro da faziosità e prevenzioni. Lo fa a rischio di se stesso. Per questo gli siamo grati, perchè con la sua voce dà voce a ciascuno di noi. E ci vuole coraggio. g.

TUTTI ATTENTI AL VOTO FRANCESE, di Mario Sechi

Pubblicato il 12 marzo, 2012 in Il territorio, Politica | No Comments »

Il presidente francese Nicolas Sarkozy Ascoltavo il discorso tenuto da Nicolas Sarkozy a Villepinte per la campagna presidenziale e mi sono ritrovato a chiedermi: dov’è finita la politica italiana? Mentre Sarkò minacciava di congelare Schengen e proponeva un «Buy European Act» per proteggere l’industria europea, mentre cercava di rimontare il suo svantaggio (un paio di punti) sullo sfidante socialista Francois Hollande, ho trovato una ulteriore conferma della crisi del sistema politico italiano. Diciotto anni dopo la discesa in campo di Berlusconi, lo scenario è polverizzato: dell’esperienza del 1994, delle sue trasformazioni, alchimie e alleanze sperimentate nel corso di un tempo lungo resta poco. Sia chiaro, un leader non deve per forza lasciare un’eredità, la storia è piena di folgoranti meteore, ma sull’esperienza italiana prima, durante e dopo Berlusconi occorre riflettere con onestà intellettuale per trovare una risposta al domani. Tra sei settimane sapremo chi sarà il nuovo presidente francese. Se Sarkozy perde, lo scenario europeo subirà uno scossone perché il già debole asse tra Parigi e Berlino diventerà di terracotta. Hollande lo vuole demolire e lo stesso Sarkò è costretto a issare la bandiera nazionalista per recuperare voti. Ci sono le premesse perché il «Fiscal Compact» europeo diventi carta straccia. Tutto questo riguarda da vicino l’Italia, il suo governo, i destini di un centrosinistra in cerca d’autore e la lezione che può trarne un centrodestra che viaggia in disordine sparso. Il voto francese è una bomba a orologeria pronta a far saltare l’ortodossia berlinese e il fideismo bancocentrico. Potrebbe essere un salutare schiaffo per l’Unione europea, ma Monti cosa farà? Continuerà ad appoggiarsi alla cancelliera Merkel che nel frattempo avrà perso la stampella di Parigi? E il Pdl alfaniano con quale ricetta si presenterà davanti ai suoi elettori? E il Pd bersaniano continuerà a sostenere la linea «brussellese» del rigorismo o subirà il fascino «hollandista» spostandosi ancor più a sinistra? Anche una per ora improbabile vittoria di Sarkozy avrebbe effetti importanti. Il Pdl dovrebbe rileggersi la campagna dell’Eliseo, cercando di reinterpretarne le parole chiave e i politici che diedero vita ad Alleanza nazionale potrebbero provare a ricostruire la destra che non è riuscita a venir fuori con la leadership finiana, priva della caratura culturale per diventare un presentabile gollismo italiano. In attesa del rush finale, resta un dato: la Francia può scegliere tra due alternative chiare, una destra e una sinistra riconoscibili. E un debole Sarkozy, pur in svantaggio, pur da non imitare per gli errori commessi, grazie a un sistema istituzionale che funziona e ruota intorno alla presidenza della Repubblica, può proporre «La France Forte». Idee per Italia? Non pervenute. Mario Sechi,Il Tempo, 12 marzo 2012

.…………..Ci siamo sforzati di inviduare tra i politici della ex Alleanza Nazionale, erede del vecchio MSI, che vantò finchè visse  il copyright della Destra italiana,  chi, facendo nostro l’auspicio di Sechi, abbia la caratura culturale per ind, ossare la corazza di leader di una nuova Destra capace di trasformarla in un “presentabile gollismo all’italiana”. Per quanti sforzi, anche di fantasia, abbiamo fatto,  siamo costretti ad ammettere che non c’è nel panorama politico italiano, nè fra gli ex AN nè nei pur numerosi  “eredi” del berlusconismo, chi possa essere investito di questo ruolo. Certo di autocandidature ce ne sono tante ma nessuna che abbia il “quid” evocato da Berlusconi per Alfano. Bravo questo, ma solo perchè in un mondo di ciechi chi ha un occhio è un veggente. Per il resto è deserto. Perchè finiti i Valori, accantonati i sogni, perduti gli ideali, è naturale che nel terreno della Destra non cresca più erba. Ed è un peccato. g.

E’NATO IL PRINCIPATO DI FILETTINO, CON PARLAMENTO, GOVERNO E PREMIER: FINALMENTE UNA BUONA NOTIZIA!

Pubblicato il 11 marzo, 2012 in Costume, Cronaca, Politica | No Comments »

Il regista Pasquale Squitieri con la moglie Claudia Cardinale
FILETTINO (FROSINONE) – Con il giuramento di dieci ministri, da ieri sera e’ operativo il governo del Principato di Filettino, nel Frusinate. A guidarlo, nel ruolo di premier, sara’ il regista cinematografico Pasquale Squitieri, scelto dal principe reggente Carlo Taormina a capo dell’ esecutivo della nuova istituzione del paese montano in provincia di Frosinone. Con il giuramento dei ministri, il Principato di Filettino si appresta ad intraprendere le prime azioni di governo. La struttura organizzativa del Principato, dopo l’elezione del Parlamento con trenta deputati, è stata completata. I ministri cominceranno subito loro attivita’ e gia’ nei prossimi giorni verra’ convocata la prima seduta del consiglio dei ministri, che sara’ chiamato a varare i primi importanti provvedimenti.Oltre al premier Pasquale Squitieri, hanno giurato davanti al principe reggente Carlo Taormina (che conserva l’interim al Lavoro) nove ministri: Carlo Monti che va agli Esteri al posto del segretario generale del Consiglio regionale del Lazio Nazzareno Cecinelli; Maria Rosaria Galella, ministro della Giustizia; Carlo Bonzano ministro dell’Interno; Davide Della Morte ministro della Sanità (all’ultimo momento ha rinunciato il prof. Augusto Mosca dell’equipe medica del Vaticano); Roberto Cocco, ministro dei Lavori Pubblici; Vincenzo Giannotti, ministro delle Finanze; Francesca Pontesilli, ministro dei Diritti della Persona e delle Pari Opportunita’; Laura Iona, ministro della Cultura; Guglielmo Cialone, ministro dello Sviluppo con delega ai trasporti. Restano da nominare i ministri del Turismo e dell’Ambiente. ”Nei prossimi giorni saro’ a Filettino – ha detto il premier Pasquale Squitieri – e mi mettero’ subito al lavoro. Prendo molto seriamente questo mio incarico”. Secondo Taormina la nascita del Principato di Filettino ”e’ la risposta all’abbandono dei territori e al degrado della politica”.

”Sono felice di essere stato chiamato a guidare il governo del Principato di Filettino. E’ un governo che intende restituire ai cittadini di Filettino il loro diritto alla proprieta’ del territorio”. Lo ha detto all’ANSA il regista cinematografico Pasquale Squitieri, da ieri sera presidente del Consiglio dei ministri del Principato di Filettino, il piccolo paese in provincia di Frosinone che si sta trasformando in Principato su progetto lanciato la scorsa estate dal sindaco Luca Sellari. ”Il nostro obiettivo – ha aggiunto Squitieri- e’ di portare Filettino nel mondo facendone un centro positivo sul piano economico, culturale e sociale. Penso, ad esempio, anche all’ organizzazione di un importante rassegna di cinema. In un momento cosi’ difficile per il nostro Paese l’iniziativa partita da Filettino e’ giusta e deve far riflettere. Ora il problema e’ lavorare e progettare e su questo ci sara’ il massimo impegno da parte del governo che sono stato chiamato a presiedere dal mio amico principe, Carlo Taormina. Prendo molto seriamente questo mio incarico – ha concluso Squitieri- e gia’ nei prossimi giorni saro’ a Filettino per iniziare il mio lavoro”. Fonte ANSA, 11 marzo 2012

………….Filettino è un paese in provincia di Frosinone, nei pressi degli Altipiani di Arcinazzo che diedero i natali a Rodolfo Graziani, maresciallo d’Italia, comandante delle Forze Armate della RSI, processato per alto tradimento dopo la guerra e assolto perchè aveva agito per alti valori sociali e morali. A Filettino ad opera dell’ex deputato e noto penalista Carlo Taormina è stato istituito il Principato di Filettino, con tanto di Parlamento, governo e premier che nella fattispecie è il noto regista cinematografico Pasquale Squitieri, anche lui ex parlamentare della Repubblica, che rappresentò al Senato dove lo volle Pinuccio Tatarella che di Squitieri e della sua compagna, Claudia Cardinale, era grande amico.  Tra tante notizie cattive, questa è finalmente una buona notizia, quanto meno è una notizia allegra, di quelle che mettono di buon umore e che confermano che sognare si può, almeno  sino a quando qualche pubblico ministero kafkiano non ipotizzerà  il sogno come reato di concorso esterno in appropriazione indebita della speranza. Che come è noto è l’ultima cosa a morire , della specie ritorniamo al passato quando l’Italia, non ancora una e indivisibile ad opera dei rompi…..ni  dei risorgimentisti,era si divisa ma con tanta o almeno tante monete e tanti principati. g.

P.S. Questa gioiosa notizia che apre il cuore alle speranza ci consente di evitare di occuparci delle altre di notizie, e almeno per un giorno fare finta che gli Alfano, i Bersani, i Casini e sopratutto i Monti e i Napolitano esistono (magari!) solo nella nostra fantasia. g.

NON CEDERE AL PARTITO DELLO SFASCIO, di Mario Sechi

Pubblicato il 10 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Tricolore sui balconi La zuppa inglese è diventata un pasticciaccio brutto e in Nigeria muore un italiano senza che l’Italia possa farci niente, in India due marò sono prigionieri e non sappiamo come tirarli fuori, il teorema giudiziario su Dell’Utri va a carte quarantotto e i mafiologi dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza, la produzione industriale in gennaio crolla al meno cinque per cento annuo mentre l’Iva va al 23 per cento e la benzina schizza a due euro al litro, i metalmeccanici della Fiom scioperano mentre il mercato europeo dell’auto cola a picco, la Margherita querela il suo ex tesoriere dalla mano lesta che lancia avvertimenti. Mi fermo qui, perché la giornata di ieri è il quadro impietoso di un Paese in transizione che si dibatte di fronte alle sue contraddizioni, ai suoi dilemmi, alla sua inconsapevole forza e consapevole debolezza. L’Italia è un Paese da rifare e nello stesso tempo da conservare. La sua storia è un rosario di conquiste e perdite, invasioni e ritirate, slanci di generosità e egoismi sconfinati. Ho visto tanti stranieri denigrarla, ma poi innamorarsi perdutamente della nostra Patria fino a piangerla e rimpiangerla. E ora? Ora siamo qui a fare i conti con la dissipazione degli ultimi vent’anni della nostra storia. Tiriamo le somme di un’esperienza politica che sembra non ha prodotto i risultati sperati, a destra e a sinistra. Berlusconismo e prodismo non sono riusciti a cambiare la natura di un Paese che non ha mai voluto fino in fondo risolvere le sue contraddizioni. Vent’anni di lotta politica durissima, di guerra giudiziaria senza regole, di assalto con la baionetta e nessun rispetto reciproco tra avversari, hanno condotto all’ascesa di un governo tecnico senza alcun collegamento con il corpo elettorale e all’annullamento del Parlamento e di conseguenza dei partiti. La sfiducia dei cittadini è grande, l’ho toccato con mano anche ieri, durante un collegamento in diretta con Radio Anch’io, programma magistralmente condotto da Ruggero Po. Un avamposto di libertà e raro equilibrio dentro una Rai anch’essa da riformare. I politici chiamati a intervenire «on air» sono stati sommersi dalla delusione rabbiosa degli ascoltatori e alla fine il filo rosso della trasmissione è stato quello dell’antipolitica senza un progetto, il prodotto radioattivo dell’assenza delle idee nella politica, nei partiti che dovrebbero esserne il volano e il luogo di sintesi. Quando il ministro Riccardi si lascia sfuggire un giudizio qualunquista sulla politica («fa schifo») sbaglia perché è un servitore della Repubblica, ma trova il consenso pressoché unanime del popolo che prova disgusto per le manovre di Palazzo, allora è giunto il momento in cui la fazione non ha più importanza perché c’è un avversario pericoloso da sconfiggere tutti insieme: il Partito dello Sfascio.  Mario Sechi, Il Tempo 10 marzo 2012

………….Lasciamo stare il signor Riccardi, ministro per grazia ricevuta,  che prova schifo per la politica, salvo goderne i vantaggi. Il problema che evidenzia Sechi c’è ed è grande. L’antipolitica è ormai dilagante e nessuno creda di poterla liquidare solo accusanola di essere senza progetti. Anche le rivoluzioni, quelle del passato, e anche quelle più recenti,  sono nate senza progetto e il progetto lo hanno realizzato strada facendo. Sfugge all’analisi, pur condivisibile,  dell’autorevole direttore de Il Tempo che le ragioni dell’antipolitca sono nei partiti della politica  e il progetto se pur non scritto è proprio quello di  modificare la politica eludendo, anzi azzerando,   i partiti. E’ vero, i partiti sono gli strumenti preposti,  anche costituzionalmente, a farsi tramite tra Stato e cittadini, ma questi partiti, tutti, senza distinzione, hanno abdicato a questa loro funzione, lo ribadiamo, anche costituzionale,  per trasformarsi in vere e proprie bande armate dedite all’arrembaggio dello Stato usando il loro ruolo di tramite tra lo Stato e i cittadini solo per trarne vantaggi e privilegi e guai a tentare di toccarli, tant’è che il diio del rigore e dell’equità, tale Monti, si è guardato bene dal toccarli.  Prova ne è che mentre ai cittadini nel cui nome agiscono, citandoli ad ogni piè sospito come centrali nella loro rispettiva  azione parlamentare e di governo,, viene riservato il ruolo dei destinatari di tutte le possibili formule vessatorie di uno Stato sempre più predone e che assomiglia ad un capobanda che utilizza i suoi “”bravi” per metterli gli uni contro gli altri (è di queste ore la notizia che l’Agenzia delle Entrate il cui capo assomiglia anche fisicamente ai comandanti dei campi di sterminio nazisti ha proposto di inclolare sui vetri dei negozi virtuosi  -per le Agernzie delle Entrate -  il “bollino blu”, una specia di caccia all’untore alla rovescia…) a se stessi riservano, continuano arrogantemente a riservarsi privilegi, vantagggi, e stipendi a dir poco favolosi, tanto che a nessuno di loro potrà mai capitare di doversi suicidare per un debito di 1300 euro che una banca, forse una di quelle che ha da pco ricevuto dalla BCE prestiti ad un interesse quasi pari a zero,  ha negato ad un imprenditore disperato.  E’ in questo clima che matura e monta l’antipolitica, è  in questo clima che l’unico progetto che potrebbe  – potrebbe! – maturare è quello di sfasciare tutto nella speranza – solo speranza – che la politica diventi un’altra cosa. E’ un sogno?  Ma lasciateci sognare perchè  almeno i sogni non sono tassabili. Befera permettendo e sino a che non sarà inventato un redditometro anche per quelli. g.

TUTTI SOBRI MA VOGLIONO DARCELA A BERE, di Mario Sechi

Pubblicato il 9 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Tempi duri per Pier Luigi Bersani. Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, ieri ha detto urbi et orbi che il segretario del Pd non potrà essere il candidato del centrosinistra a Palazzo Chigi. Segue grande clamore. L’Ingegnere è considerato, a torto o a ragione, un king maker di candidati progressisti, e dunque l’esternazione non passa inosservata e naturalmente sarà sottoposta a una lettura attenta nelle prossime settimane sulle colonne di Repubblica dedicate al Partito Democratico. Credo che De Benedetti abbia ragione e provo a spiegare perché. Bersani è una persona seria, un onesto segretario, deve gestire una transizione difficile in una crisi tremenda della politica, ma la domanda che bisogna porsi quando si pensa al momento del voto, all’attimo in cui il cittadino entra nel seggio elettorale, si chiude nella cabina, tira fuori la matita e segna la sua croce sul simbolo e il candidato, è un’altra: Bersani è capace di far sognare? La risposta è no. Perché è un uomo certamente perbene, ma è anche diventato ingiustamente l’imitazione di se stesso (vedi alla voce Crozza) e alla fine ha un problema di «trascinamento» dell’elettorato. Insomma, Bersani non può vincere. E in questo De Benedetti ha visto giusto. E oggi è lampante che le dimissioni di Veltroni furono un errore (di Walter), una precipitosa fuga in avanti (o indietro) che non ha risolto nessun problema del Partito Democratico. Se la logica dell’Ingegnere funziona, è chiaro che neanche Uòlter può essere il candidato a Palazzo Chigi. A questo punto nel Pd si apre il beauty contest, e non parlo di frequenze, ma di volti e idee per il domani. Insomma, il centrosinistra è un po’ terremotato.
E il centrodestra? Non è che le cose vadano molto meglio. La Lega è alle prese con l’accusa di trainare un Carroccio pieno di tangenti, tanto che se i giornali titolano «Lega ladrona» nessuno ci fa più caso. Intanto alla Regione Lombardia si fa prima a contare quelli che non hanno l’avviso di garanzia, Berlusconi è in gita in Russia con l’amico Putin, Alfano tira la baracca e fa un corso di «quid», mentre quelli che dovrebbero essere gli alleati naturali del centrodestra, cioè i centristi di Casini, sono alle prese con un dilemma: restiamo single o ci mettiamo con Vendola?

Nel frattempo Di Pietro ha acceso il trattore con l’aratro spianato, Grillo attacca il presidente della Repubblica, Diliberto è convinto che si stia muovendo di più la mummia di Lenin che il Pd (copyright di Dario Vergassola) e altri residuati bellici che credevamo archiviati stanno uscendo dal sarcofago. Ho sempre pensato che la politica fosse una cosa seria, poi sono arrivati i tecnici, tutti sono diventati sobri, ma pensano di continuare a darcela a bere.  Mario Sechi, Il Tempo, 9 marzo 2012

……….L’ultima considerazione è la migliore: i professoroni  – a cui fa schifo la politica ma godono di tutti i priovilegi dei politici – vogliono darcela a bere facendo i sobri….con le bottiglie degli altri (indimenticabile Ricucci  secondo il quale “è facile fare i froci con il culo degli altri….”). g.

“INFURIA LA BUFERA” CONTRO IL MINISTRO RICCARDI: IL PDL NE PRETENDE LE DIMISISONI

Pubblicato il 8 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Le scuse non bastano. Le dichirazioni, violente e avventate, pronunciate ieri mattina dal ministro dell’Integrazione Andrea Riccardi durante un tête-à-tête con la Guardasigilli Paola Severino, non sono passate inosservate.

Il segretario Angelino Alfano con il premier Mario Monti e il ministro Andrea Riccardi

E le scuse tardive e poco convincenti, pronunciate ieri sera dal padre fondatore della Comunità di Sant’Egidio, sono cadute nel vuoto. Contro il ministro è scoppiata la rivolta del gruppo del Pdl a Palazzo Madama. È stato l’ex titolare della Giustizia Francesco Nitto Palma a raccogliere le firme di 45 senatori per presentare una mozione di sfiducia individuale, sebbene Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello frenino nella speranza di riuscire a mediare per risolvere la situazione.

Tutto ha inizio ieri mattina quando trapelano i contenuti di un incontro tra Riccardi e la Severino. Al centro del colloquio, captato da un giornalista, il forfait del segretario del Pdl Angelino Alfano al vertice con il presidente del Consiglio Mario Monti che si sarebbe dovuto tenere ieri sera a Palazzo Chigi. “Volevano solo creare un caso – ha detto Riccardi alla Guardasigilli – in realtà il Pdl ha problemi a trovare un accordo sulla legge elettorale”. Secondo il ministro dell’Integrazione, Alfano avrebbe voluto soltanto “strumentalizzare ed è la cosa che mi fa più schifo della politica, ma quei tempi sono finiti”. Il Pdl ha subito fatto quadrato attorno al segretario chiedendo al ministro per l’Integrazione di chiedere immediatamente scusa e riferire in Aula. Il ministro si è limitato alle scuse: “Sono solo battute estrapolate nel corso di una conversazione informale e captate a distanza e forzate, per le quali mi scuso se qualcuno si possa ritenere offeso…”.

Le scuse, appunto, non sono bastate. Il peso delle parole di Riccardi grava pesantemente sul Pdl che non ha tollerato l’attacco frontale al segretario del partito. Così, in una lettera inviata al presidente del gruppo Maurizio Gasparri, Nitto Palma (come primo firmatario) insieme ad altri 45 firmatari ha confermato la propria lealtà nei confronti del governo Monti, ma ha puntato il dito contro le esternazioni di Riccardi. Esternazioni, “a dir poco scomposte e sguaiate“, che hanno spinto l’ex Guardasigilli a ricorrere alla mozione individuale di sfiducia. Un gesto che Nitto Palma ha definito “necessario ed urgente”. “Può darsi – ha fatto presente l’ex titolare del dicastero di via Arenula – che lo strumento regolamentare sia discutibile, può darsi che le scuse di Riccardi siano apprezzabili, ma per evitare che un governo del quale faccia parte il professore in oggetto abbia la nostra fiducia ci è parso imprescindibile puntare su un’iniziativa ad hoc del nostro gruppo”.

Se a Riccardi facciamo schifo può benissimo prendere definitivamente le distanze da noi dimettendosi, aveva spiegato ieri sera Fabrizio Cicchitto portando avanti i mal di pancia interni al partito per una presa di attacco frontale al segretario del maggior partito che sostiene il governo tecnico. D’altra parte, come faceva notare Renato Brunetta, “il disprezzo della politica è anche il disprezzo della democrazia”. Se poi viene da un ministro in carica che non ha mai ricevuto alcun mandato popolare…Il Giornale, 8 marzo 2012

………..Non può finire a tarallucci e vino questa squallida esibizione del ministro Riccardi che dimentico di essersi seduto sulla poltrona di ministro senza aver mai, ammesso che l’abbia, un solo voto da parte degli italiani si è messo ad insultare il segretario di un partito – si tratta di Alfano ma potrebbe essere chiunque – che esercitando il suo libero diritto di non essere d’accordo aveva annunciato di non voler parteciapre al vertice indetto da Monti per discutere di Rai e giustizia, tra l’altro spiegandone le ragioni politiche e tecniche. Ebbe, questo Riccardi sino a tre mesi ignoti ai più, ha preteso di criticare queste decisioni di Alfano defindendole uno schifo. Chi è Riccardi per usare questa terminologia da scaricatore di porto nei confronti del segretario del maggior aprtito italiano senz ai cui voti al più Riccardi potrebbe fare il portinaio a Palazzo Chigi? Si è afferettato a porgere le scuse – a chi si fosse senetito offeso! -  assicurando di essere stato frainteso. Ma le scuse non bastano e se il PDL ha un briciolo di rispetto per i suoi elettori deve chiedere, pretrendere, ottenere che Riccardi torni da dove è venuto. Dal nulla. g.

IL PARLAMEBNTO E’ SOVRANO SUI TECNICI, di Mario Sechi

Pubblicato il 8 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Il segretario del Pdl Angelino Alfano, il premier Mario Monti e il ministro Andrea Riccardi L’Angelino e furioso. E fa bene ad esserlo. Qual è la missione del governo tecnico? Battere il partito dello spread, tenere in ordine i conti pubblici e mettere al sicuro i risparmi degli italiani. Mario Monti è arrivato a Palazzo Chigi -senza passare per le urne- con questi compiti e non altri. Tutto il resto, non è fuori dalla portata del governo, ma non è neppure scelta esclusiva del consiglio dei ministri. Ancor meno è possibile immaginare che il governo Monti sia espressione dell’opposizione, della tecnocrazia, della massoneria o della Spectre jamesbondiana: il professore ha la fiducia del Pdl, del Pd, dell’Udc e di chi ci sta. Senza il partito di Berlusconi Monti non c’è. Così come senza il Pd il prof evapora. Potrebbe invece esistere senza i voti dell’Udc. Ma non sarebbe coerente per un governo tecnico. La politica è fatta di rapporti di forza. Monti agisce in una condizione straordinaria che gli ha consentito finora di governare per decreto, laddove a Berlusconi e a Prodi fu reso difficile e a tratti impossibile.È bene ricordarlo, perché l’eccezionalità prima o poi finisce. Come ben sanno i nostri lettori, ho sostenuto la necessità del governo di transizione e non cambio idea, ma quando Angelino Alfano scoperchia il pentolone dell’accordo sottobanco per commissariare la Rai e fare qualche giochino sulla giustizia, penso che abbia fatto bene. Il Pd dovrebbe dedicare più tempo alla sua riorganizzazione (altrettanto deve fare il Pdl) e alle riforme istituzionali di cui il Paese ha necessità, e lasciar perdere la lottizzazione vecchia-nuova sulla tv e gli aggiustamenti sulla giustizia, da qualsiasi parte siano ispirati. La Rai non è oggetto di scambi con il governo. Lo dice la legge: è il Parlamento sovrano. E la giustizia, con tutta la storia che c’è dietro e gli ultimi diciotto anni di guerra che parlano da soli, forse merita qualche approfondimento a Palazzo Madama e a Montecitorio. Mettere in discussione il primato della politica è un errore. Sottovalutare il Pdl e il suo segretario anche. La prima vittima? Sarà Bersani, che di mestiere fa il politico e non il tecnico.  Mario Sechi, Il Tempo, 8 marzo 2012

…..Se Monti ha tentato di sottovalutare il segretario del PDL, un suo ministro, tale Riccardi, è anddato oltre. Lo ha insultato ed ha insultato un pò tutti avendo dichiarato ad un collega di governo, come lui non eletto da nessuno, che la politica fa schifo e che Alfano  la cecisione di Alfano era una mera strumentalizzazione. E’ insorto il PDL invitandolo a dimettersi. Perchè se il signor Riccardi, sconosciuto travet che ora grazie alla politica fa il ministro e percepisce 200 mila euro all’anno di stipendio che agigunge ad una non miserabile pensione che si aggira intorno ai 10 miula euro mensili, prova schifo della politica se nevada a casa, perchè nessuno lo trattiene. Ovviamente, come un consumato politico, di quelli che gli fanno schifo,  Riccardi è corso ai ripari dicendo di essere stato malinterpretato e che le frasi sono state estrapolate dal contesto dando loro un significato diverso. Ecco, quessto sconosciuto ex travet di quel singolare mondo del “volontariato” che prima pensa a se stesso e poi agli altri, ha fatto ricorso alla abusata tesi dei politici di professione che mettano la toppa aprendo buchi più larghi. Perchè le cose dette nella sostanza sono quelle riportate dalle agenzie di stampa e il loro significato non cambia, nè servono le scuse di rito che non mettono alcuna toppa: perchè le parole, dovrebbe saperlo il super cattolico Riccardi, sono come pietre. g.

BERLUSCONI NON VA DA VESPA E ALFANO NON VA DA MONTI

Pubblicato il 7 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Poche ore dopo che Berlusconi ha deciso di disertare il salotto di Vespa alla Rai, Alfano ha deciso di non andare al “vertice” convocato da Monti per stasera con Bersani e Casini. Nel vertice si sarebbe dovuto parlare di giustizia e di RAI, ed appunto per questo Alfano non ci va. Perchè, ha detto, i problemi di cui dobbiamo discutere sono quelli dell’economia, e non invece quelli della giustizia e della RAI che non sono ora prioritari. Ha fatto bene Alfano a non andare’?  E cosa c’è dietro questa decisione? Dietro, aleano a leggere senza doppi occhiali le parole di Alfano, c’è la semplice sottolineatura che se Monti “monta” in cattedra per fare il regolo anche su materie che esulano da quelle dell’economia gli si riconosce una sorta di “normalità governativa” che azzera le ragioni dell’eccezionalità per cui la politica ha fatto ( a nostro avviso ingiustificatamente)  un passo indietro rispetto ai cosidetti tecnici che ora pare vogliano fare qualcosa di più dei tecnici. Se questa chiave di lettura della decisione di Alfano è giusta, allora ha fatto benissimo Alfano ad assumere questa decisione che, anzi, andava assunta anche quando il governo ha intrapreso iniziative legislative  su terreni diversi da quelli dell’economia. E’ ovvio pensare che  questa decisione di Alfano sia stata influenzata da quella di Berlusconi ma è comunque apprezzabile e sicuramente utile a chiarire i molti equivoci che si stanno affollando intorno a questa inusuale esperienza di governo, che vede insieme il centrodestra e il centrosinistra, su cui tenta di mettere il cappello il cosidetto centro di Casini,  a sostegno di Monti  che si dice un liberale ma è abbastanza sornione da far dubitare della sua presunta lealtà,  e dei suoi ministri, alcuni dei quali, Passera in primo piano, non hanno lasciato lucrose e potenti posizioni di potere solo per qualche mese, per lasciare poi il posto a coloro che in cuor loro disprezzano, cioè i politici. D’altra parte non si poteva discutere di giustizia e Rai, due dei più complicati problemi italiani, con un primo ministro che  non può contare su una sua autonoma rappresentanza parlamentare e che per rimanere a galla deve per forza fare l’equilibrista tra le forze che innaturalmente lo sostengono. Poteva mai venir fuori una riforma della giustizia nella direzione che da sempre auspica il centrodestra? E poteva mai un vertice  montiano sulla RAI risolvere il permanente dissidio che intorno  ad essa contrappone le forze politiche ? Di quella Rai che consente ad una giornalista che più che parlare bofonchia, che catoneggia  sui morti (Lucio Dalla) e sulle sue  esequie celebrate, come era sacrosanto, nella Chiesa bolognese di fianco  alla commossa e strapiena  “piazza grande” che piangeva il suo concittadino, il suo poeta-musicista, l’ indimenticabile alfiere della migliore bolognesità? Ha fatto bene Alfano a non andare al vertice indetto da Monti. Solo che poteva ingaggiare Crozza e mandarlo per fare il  doppione  di Bersani. g.

DA ROMA LADRONA A LEGA LADRONA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 7 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Agli inizi degli anni Novanta Bossi lanciò lo slogan più fortunato e vincente del marketing politico italiano, quel «Roma ladrona» che diventò la colonna sonora della discesa del Nord nei palazzi del potere.

Davide Boni, presidente del Consiglio regionale della Lombardia

Davide Boni, presidente del Consiglio regionale della Lombardia

Oggi, esattamente vent’anni dopo, proprio al Nord, purtroppo si ipotizza un’altra musica: «Lega ladrona», sostengono i pm di Milano che accusano il presidente del consiglio regionale lombardo, Davide Boni, leghista, di essere il collettore di tangenti (almeno un milione di euro) destinate al partito.

Non crediamo sia vero, ma il solo fatto che un’accusa simile possa essere per la prima volta ufficializzata (se si esclude l’ormai archiviato caso Enimont) azzera presunte differenze che erano state spacciate addirittura per antropologiche. Anche per la Lega è arrivato il momento di fare i conti forse con debolezze umane oppure, sarà la storia a dirlo e noi ci auguriamo che sia così, con la follia di magistrati politicizzati. Si sa, le malattie colpiscono più facilmente quando il fisico è debole e stressato.

E oggi quello della Lega è un corpo vulnerabile, provato da lotte intestine soffocate per mesi, forse anni, appesantito da un leader confuso diventato una macchietta dell’eroe che fu, azzoppato da una linea politica senza sbocco. Perché stare all’opposizione di Monti può essere cosa nobile e coraggiosa, ma mandare all’aria per sempre, a prescindere, con rabbia e rancore l’alleanza storica con il Pdl è da suicidio.

Fuori dal governo, tra poco fuori dalle amministrazioni locali chiamate alle urne, è un lusso che si può permettere un movimento giovane e corsaro, non il partito più anziano del Parlamento, che in vent’anni è diventato un apparato vero e proprio e sul quale anche i moderati di tutta Italia contavano per non perdere terreno. Chi dentro la Lega ha convinto Bossi a rompere con Berlusconi facendo sponda sul gioco spregiudicato dei magistrati (caso Papa e non solo) oggi mastica amaro.

Non credo, e non spero, che Maroni ora voterebbe per autorizzare l’arresto di uno dei suoi che si proclama innocente. E mi chiedo con chi si immagina di votare un domani il federalismo. Torna presto, Lega, che non tutto è perduto. Alessandro Sallusti, Il Giornale 7 marzo 2012

TRE SINGLE SOTTO IL TETTO DI CASA MONTI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 7 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

    Il Presidente del Consiglio Mario Monti Oggi Mario Monti rivede l’ABC, non l’abecedario, ma il trio Alfano-Bersani-Casini, i segretari dei partiti che sostengono il governo, votano le sue leggi, e non hanno deciso come presentarsi alle elezioni del 2013. Il presidente del Consiglio svolge il suo lavoro con diligenza – possiamo discutere e obiettare sulla natura e qualità dei provvedimenti – ma non ci sono dubbi che la «pax parlamentare» produca risultati non trascurabili sul piano della governabilità. Alfano,Bersani e Casini cercano di rivendicare il primato della scelta di appoggiare l’arrivo di Monti a Palazzo Chigi, ma tra Pdl, Pd e Udc vi sono sfumature nel giudicare il governo che in realtà svelano a cosa puntano davvero i partiti «filomontiani». Il Pdl è il partito del leader che ha fatto «il passo indietro» e Alfano questo lo sottolinea spesso. Richiama il senso di responsabilità del movimento e la scelta saggia del Cavaliere di dar vita a una nuova esperienza di governo. Incalza l’esecutivo quando serve, ma Monti è un premier che al Pdl in fondo va bene, è un liberale che prova a fare quelle riforme che il partito di Berlusconi non ha mai potuto varare per l’opposizione sistematica dell’alleato forte, la Lega, oggi avversario sul terreno del voto del Nord. L’Udc è in movimento verso un’idea di «partito della nazione» che Casini accarezza come un sogno e di cui Monti è chiaramente la metafora istituzionale. Pier è un consumato manovratore e per i suoi piani sarebbe perfetto un bis di «SuperMario», la mossa apripista di un risiko che potrebbe portare Casini al Quirinale, previo accordo di legislatura con il Pdl di Alfano che non nasconde – dopo la rottura con la Lega – di voler ritrovare il dialogo interrotto con i centristi nel 2008. Il Pd è in una situazione delicata. Bersani è sotto il fuoco incrociato dei veltroniani e degli ex popolari, ha perso le primarie in maniera catastrofica a Genova e a Palermo, la sua linea politica è schiacciata a sinistra da Vendola, incalzata a destra da Di Pietro e senza sbocchi credibili rispetto al governo Monti che deve sostenere ma senza condividere le riforme che un pezzo ampio dell’elettorato e la nomenklatura del partito non digeriscono. Basta questo rapido esame per comprendere quanto sia complicato il quadro politico e soprattutto perché i prossimi mesi saranno un vero e proprio laboratorio di chimica esplosiva. Tutte le vecchie alleanze, a destra e a sinistra, sono saltate: Berlusconi non fa più le cene del lunedì con Bossi, Bersani vede la foto di Vasto con Vendola e Di Pietro sempre più ingiallita, Casini sta al centro ma per andare da qualche parte ha bisogno di una nuova legge elettorale. Sono tutti single, hanno una certa età e stanno sotto lo stesso tetto. Così non durano. Mario Monti, Il Tempo, 7 marzo 2012

    …………..Intanto il presidente Berlusconi ha dato forfait a Vespa annunciando all’ultimo secondo la non partecipazione questa sera a Porta a Porta, in prima serata, la prima in TV, dopole dimisisoni. Ufficialmente Berlusconi, che è in partenza per Mosca per partecipare ai festeggiamenti per la rielezione di Putin, ha deciso di disertare la “terza camera”  per evitare di porre in ombra il segretario del PDL, Alfano, dopo le polemiche dei giorni scorsi sul rapporto di Berlusconi con lo stesso Alfano. Ci pare che la scusa non regga. Berlusconi è pur sempre il presidente del PDL e, comunque, non solo è suo diritto, ma è suo dovere spiegare le ragioni – vere – per cui si è dimesso per lasciare il posto a Monti. E’ dovere di un capitano di una nave in avaria (l’Italia del 2011-2012) non solo non abbandonare la nave nel mare in tempesta, ma allorquando lo decida, di darne  di conto ai passeggeri (gli elettori del 2008) del perchè  di questa decisione che mette in discussione il rapporto fiduciario che c’era con il comandante, non anche con il vice, quaantunque bravo e meritevole di stima. Riteniamo che abbia sbagliato Berlusconi a sottrarsi alle domande di Vespa (certamente buoniste!) e  a quelle dei suoi interlocutori (certamente meno buoniste) e che abbiano sbagliato coloro che eventualmente lo hanno consigliato in tal senso, perchè non hanno reso un buon servigio nè a Berlusconi nè alla causa del centrodestra sempre più in affanno. g.