LE LEGGE ELETTORALE AGITA IL PDL
Pubblicato il 6 marzo, 2012 in Politica | No Comments »
Quando domani sera andrà in onda la puntata di Porta a Porta con ospite Silvio Berlusconi (il 21 toccherà a Pierluigi Bersani), il Cavaliere, racconta un ex ministro del Pdl, potrebbe già essere a Mosca.
Ad aspettarlo Vladimir Putin, fresco del successo alle presidenziali russe. I due si sono ovviamente sentiti al telefono, con Berlusconi che ha voluto complimentarsi per la vittoria ottenuta al primo turno e con Putin che lo ha invitato a partecipare alle cerimonie in programma a Mosca per festeggiare il suo ritorno al Cremlino.
D’altra parte, che i due siano legati da un rapporto che va oltre la politica non è certo una novità e dunque il Cavaliere ha accolto di buon grado l’invito a Mosca.
Magari, per Berlusconi («sull’ex numero uno della politica lei si sbaglia», ha detto ieri in diretta telefonica a Biscardi) sarà anche l’occasione per tirare un po’ il fiato, visto che in questi ultimi giorni il Pdl di crucci gliene ha dati non pochi. A parte la querelle su Angelino Alfano, infatti, è da giorni che sottotraccia monta una certa agitazione in molti dirigenti sull’ipotesi che nel 2013 ci si possa presentare alle elezioni con una grossa coalizione. Una soluzione che il vicecapogruppo del Pdl alla Camera Massimo Corsaro non esita a definire un «pateracchio» non nascondendo la sua forte contrarietà all’ipotesi di un Monti bis. Sulla stessa linea è ovviamente anche Ignazio La Russa, ma questa volta la linea di demarcazione non è quella della solita differenziazione tra ex An ed ex Forza Italia visto che sono molti i dirigenti azzurri che la pensano allo stesso modo. E forse anche a loro si rivolge Alfano quando dice che il Pdl ha pagato «un dazio molto salato» per permettere la nascita del governo Monti, «rompendo» l’alleanza con la Lega pur non avendo ancora stretto accordi con l’Udc. Una scelta, spiega, fatta «nell’interesse dell’Italia».
E in questa situazione – incrinato il rapporto con il Carroccio e ancora per aria un’eventuale intesa con l’Udc – è chiaro che qualsiasi ragionamento sulla legge elettorale è prematuro. Ecco perché il vicepresidente dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello si affretta a dire che quella pubblicata ieri dal Corriere della Sera è solo «una bozza provvisoria» e «non definitiva» visto che il risultato del lavoro dei tecnici «dovrà prima essere sottoposto ai competenti organi dei partiti». Insomma, spiega il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto, «se c’è un accordo sostanziale sulle riforme istituzionali, ancora non c’è alcuna intesa sulla nuova legge elettorale». Perché, è chiaro che la questione resterà congelata fino a dopo le amministrative, visto che – ipocrisie a parte – non c’è partito che non valuti la modifica del sistema di voto anche in base alle sue esigenze. E finché il Pdl non saprà dove e con chi andare è chiaro che prendere decisioni sarà dura.
Certo, pare che qualche mugugno l’uscita della bozza l’abbia causato. Anche perché il sistema che ne viene fuori sembrerebbe disegnato su misura per l’ipotesi grande coalizione. Ma lo stop arrivato da tutto il Pdl, pare abbia rimesso la situazione nei binari giusti. D’altra parte, a via dell’Umiltà nessuno ha interesse ad accelerare sulla riforma elettorale. Anzi, come dice un dirigente del Pdl, «faremo il possibile per congelare la questione fino a dopo le amministrative».
Poi si vedrà. E se ancora i rapporti con Lega e Udc saranno fumosi come adesso, allora il Pdl si focalizzerà davvero sul modello tedesco (o spagnolo) e con uno sbarramento alto, magari al 10%. Questione di pragmatismo.Il Giornale, 6 marzo 2012
.………..Quanto scrive Il Giornale conferma quanto avevamo facilmente anticipato ieri nella nostra nota sui “nuovi gattopardi”. Troppo facile! g.

ROMA – Ancora record sulla rete carburanti italiana che naviga ormai senza freni verso i 2 euro al litro per la benzina. Secondo Staffetta Quotidiana si e’ raggiunto un picco di 1,861 euro presso i distributori Ip con un rialzo di 4 centesimi. La verde e’ sotto 1,8 euro soltanto in Veneto e Lombardia.
Non so, francamente se Angelino Alfano ha veramente quello stomaco di ferro attribuitogli ieri da Silvio Berlusconi. Che, volendo sotterrare gli equivoci provocati da quel certo «quid», addirittura «la storia», di cui aveva lamentato la mancanza parlandone come di un possibile candidato a Palazzo Chigi nelle elezioni dell’anno prossimo, ha ieri assicurato che Angelino «si mangia a colazione, pranzo e cena tutti i segretari» degli altri partiti «in campo». Ce ne vuole di stomaco, sotto tutti i punti di vista, per mandare giù e digerire tanta roba. Ma lo stomaco di Alfano ha il supporto di quello del Cavaliere. Che, per quanto affaticato, e costretto alla dieta dallo scorso autunno con le dimissioni da presidente del Consiglio, ne ha mangiati e digeriti di avversari e concorrenti in diciotto anni di battaglie elettorali e parlamentari. Non è del tutto immaginario, o per forza destinato ad una breve ed effimera stagione politica, quello che mi viene voglia di chiamare BerluscAlfano: un personaggio sintesi di Berlusconi, con la sua imprevedibilità, il suo coraggio, la sua irriducibilità, e non solo i suoi errori, e di Alfano, con la sua origine democristiana, la sua giovane età, una certa tecnica della politica sperimentata anche a livello istituzionale nei circa tre anni trascorsi alla guida del difficilissimo Ministero della Giustizia, spesso a contatto di gomito con un presidente della Repubblica di spessore com’è stato ed è Giorgio Napolitano. Sono esperienze che segnano e formano un uomo politico. Esse avrebbero dovuto sconsigliare l’altra sera ad Eugenio Scalfari, dall’alto della sua pur venerabile età ed esperienza professionale, nel salotto televisivo di Daria Bignardi, di equiparare barbaricamente Alfano, in linea con il titolo della trasmissione, ad un uomo al servizio del «padrone». E l’estate scorsa a Pier Luigi Bersani di salutarne l’arrivo alla guida del Pdl definendolo «segretario del segretario», come se si trattasse -che so?- di una riedizione politica, rispetto a Gianfranco Fini, di Italo Bocchino. Il quale peraltro è stato, fra tutti quelli intervenuti a commentare e interpretare quel certo «quid» non avvertito da Berlusconi in Alfano, il più tempestivo ma anche il più imprudente, aiutando a capire meglio ciò che bolle nella pentola del terzo polo. Dove le pur legittime ambizioni di crescita, per carità, rischiano di diventare così smodate da finire come le rane. In particolare, Bocchino ha paragonato il Pdl attuale, alla vigilia delle elezioni amministrative del 6 maggio, alla Dc di Mino Martinazzoli dell’autunno 1993, quando lo scudo crociato perse dappertutto, non riuscendo a portare il suo candidato al ballottaggio neppure a Roma, dove la partita capitolina si giocò tra Francesco Rutelli e Fini. E peraltro vinse Rutelli, nonostante la preferenza per Fini espressa da Berlusconi, pur non votando nella Capitale, con dichiarazioni che in qualche modo ne anticiparono la decisione di «scendere in politica» nelle ormai imminenti elezioni politiche generali. «Raccoglieremo i cocci del Pdl -ha detto Bocchino in una intervista pubblicata l’altro ieri su il Riformista- come noi quelli della Dc nel 1993». Ecco quindi che cosa aspettano da quelle parti: una sonora sconfitta amministrativa del Pdl il 6 maggio, e negli eventuali ballottaggi di quindici giorni dopo, per ingoiarne i resti. Proprio per facilitare questo obbiettivo sono venute dal partito di Bocchino, cioè di Fini, le maggiori resistenze ai tentativi di Alfano di fare accordi con il terzo polo per gli appuntamenti elettorali di maggio, magari propedeutici ad intese politiche più generali, per una ricomposizione dello schieramento di centrodestra o, più in generale, dei moderati. La cui unità Berlusconi non a caso è tornato ieri ad auspicare per scongiurare nelle elezioni politiche del 2013 una vittoria della sinistra: quella della foto di Vasco, pur tanto indigesta a Walter Veltroni e a molti altri nel Pd, con Bersani, Vendola e Di Pietro. Ma, più che dal partito di Bocchino, che era allora il Movimento Sociale, la maggior parte dell’elettorato della Dc di Martinazzoli, come degli altri vecchi partiti di governo spazzati da Tangentopoli, fu raccolto con Forza Italia da Berlusconi. Che ospitò nelle sue liste l’allora Ccd di Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella. Molta acqua è certamente passata da allora sotto i ponti della politica, ma vendersi la pelle dell’orso prima di averlo ucciso rimane sconsigliabile. Non a caso il pur critico Casini non parla, e forse non pensa, come Bocchino. Francesco Damato, Il Tempo, 4 marzo 2012
Sciogliere il Pdl, tendere la mano a Pier Ferdinando Casini e a Gianfranco Fini, salvare il bipolarismo: tutti in un nuovo cartello elettorale dal nome patriottico, evocativo, ecumenico. Questo: “Tutti per l’Italia”. L’idea circola dentro e fuori della nomenclatura di partito, impegnata in questi giorni con i congressi e il tesseramento del Pdl. Berlusconi ci pensava e ieri l’ha confidata in giro: il Cavaliere è pronto a buttarla lì, tra le gambe dei moderati italiani del Terzo polo, di Francesco Rutelli, di Casini, di Fini. “Il Pdl appartiene al passato”, ha esaurito la sua forza propulsiva, pensa il Cavaliere, che più volte nelle ultime settimane ha ripetuto che “quel nome non mi piace e non funziona”. Torna dunque la parola “Italia” nel simbolo elettorale, affiancata alla parola “tutti”; perché – dicono – “non è una di quelle cose alle quali si può dire di no. E non è contro nessuno, ma aperta a chiunque”.
Duello nel Pacifico è un film del 1968, racconta la storia di due soldati, un americano e un giapponese, interpretati da Lee Marvin e Toshiro Mifune che in un’isola deserta ingaggiano una battaglia all’ultimo sangue per la sopravvivenza. Si tratta di una straordinaria pellicola diretta da John Boorman dove la guerra tra eserciti non si vede mai, ma la tensione totale, la differenza culturale tra i due contendenti e la distruzione irrazionale del finale sono raffigurati all’ennesima potenza. L’epilogo del processo Mills mi fa venire in mente quel film. Siamo di fronte a un finale di partita lungo diciotto lunghi anni, una battaglia che si protrae nonostante là fuori sia successo qualcosa, una «pax parlamentare» sia stata siglata e un «nuovo inizio» sia in qualche maniera cominciato. Deporre le armi – tutti – dare al Paese un nuovo volto, diverso dalla nostra storia di guelfi e ghibellini, è l’unica cosa saggia da fare. Giorgio Napolitano l’ha capito per primo. Ma ci sono macchine infernali che continuano a viaggiare con il pilota automatico e non si fermano. Mesi e mesi fa, quando qualcuno pensava ancora di poter andare avanti così, scrissi che bisognava immaginare un «soft landing», un atterraggio morbido, per la storia berlusconiana, un’era segnata da una straordinaria intensità dello scontro politico. Non era la ricerca di una «exit strategy» per Berlusconi, ma un ragionamento sul sistema, dettato dalla consapevolezza dell’eccezionalità di quella storia e dei suoi protagonisti. È un discorso che non riguarda solo Berlusconi, ma gran parte della classe politica che in questi anni ha vissuto nei partiti pro o contro il Cavaliere. Se non si prende atto di questo scenario, se non si fa lo sforzo collettivo di fare un passo verso il futuro, avendo il coraggio di non voltarsi più indietro, anche il governo Monti rischia di essere un episodio in una storia crudele. Tra poco più di un anno il Paese sarà chiamato al voto. Non è possibile immaginare uno scenario di fazioni armate fino ai denti con la magistratura che seleziona la classe dirigente – di destra e di sinistra – a colpi di inchieste. È giunta l’ora di sotterrare l’ascia, accendere il calumet della pace e voltare pagina. Mario Sechi, Il Tempo, 26 febbraio 2012