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LE LEGGE ELETTORALE AGITA IL PDL

Pubblicato il 6 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Quando domani sera andrà in onda la puntata di Porta a Porta con ospite Silvio Berlusconi (il 21 toccherà a Pierluigi Bersani), il Cavaliere, racconta un ex ministro del Pdl, potrebbe già essere a Mosca.

Silvio Berlusconi e Vladimir Putin

Silvio Berlusconi e Vladimir Putin
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Ad aspettarlo Vladimir Putin, fresco del successo alle presidenziali russe. I due si sono ovviamente sentiti al telefono, con Berlusconi che ha voluto complimentarsi per la vittoria ottenuta al primo turno e con Putin che lo ha invitato a partecipare alle cerimonie in programma a Mosca per festeggiare il suo ritorno al Cremlino.

D’altra parte, che i due siano legati da un rapporto che va oltre la politica non è certo una novità e dunque il Cavaliere ha accolto di buon grado l’invito a Mosca.

Magari, per Berlusconi («sull’ex numero uno della politica lei si sbaglia», ha detto ieri in diretta telefonica a Biscardi) sarà anche l’occasione per tirare un po’ il fiato, visto che in questi ultimi giorni il Pdl di crucci gliene ha dati non pochi. A parte la querelle su Angelino Alfano, infatti, è da giorni che sottotraccia monta una certa agitazione in molti dirigenti sull’ipotesi che nel 2013 ci si possa presentare alle elezioni con una grossa coalizione. Una soluzione che il vicecapogruppo del Pdl alla Camera Massimo Corsaro non esita a definire un «pateracchio» non nascondendo la sua forte contrarietà all’ipotesi di un Monti bis. Sulla stessa linea è ovviamente anche Ignazio La Russa, ma questa volta la linea di demarcazione non è quella della solita differenziazione tra ex An ed ex Forza Italia visto che sono molti i dirigenti azzurri che la pensano allo stesso modo. E forse anche a loro si rivolge Alfano quando dice che il Pdl ha pagato «un dazio molto salato» per permettere la nascita del governo Monti, «rompendo» l’alleanza con la Lega pur non avendo ancora stretto accordi con l’Udc. Una scelta, spiega, fatta «nell’interesse dell’Italia».

E in questa situazione – incrinato il rapporto con il Carroccio e ancora per aria un’eventuale intesa con l’Udc – è chiaro che qualsiasi ragionamento sulla legge elettorale è prematuro. Ecco perché il vicepresidente dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello si affretta a dire che quella pubblicata ieri dal Corriere della Sera è solo «una bozza provvisoria» e «non definitiva» visto che il risultato del lavoro dei tecnici «dovrà prima essere sottoposto ai competenti organi dei partiti». Insomma, spiega il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto, «se c’è un accordo sostanziale sulle riforme istituzionali, ancora non c’è alcuna intesa sulla nuova legge elettorale». Perché, è chiaro che la questione resterà congelata fino a dopo le amministrative, visto che – ipocrisie a parte – non c’è partito che non valuti la modifica del sistema di voto anche in base alle sue esigenze. E finché il Pdl non saprà dove e con chi andare è chiaro che prendere decisioni sarà dura.

Certo, pare che qualche mugugno l’uscita della bozza l’abbia causato. Anche perché il sistema che ne viene fuori sembrerebbe disegnato su misura per l’ipotesi grande coalizione. Ma lo stop arrivato da tutto il Pdl, pare abbia rimesso la situazione nei binari giusti. D’altra parte, a via dell’Umiltà nessuno ha interesse ad accelerare sulla riforma elettorale. Anzi, come dice un dirigente del Pdl, «faremo il possibile per congelare la questione fino a dopo le amministrative».

Poi si vedrà. E se ancora i rapporti con Lega e Udc saranno fumosi come adesso, allora il Pdl si focalizzerà davvero sul modello tedesco (o spagnolo) e con uno sbarramento alto, magari al 10%. Questione di pragmatismo.Il Giornale, 6 marzo 2012

.………..Quanto scrive Il Giornale conferma quanto avevamo facilmente anticipato ieri nella nostra nota sui “nuovi gattopardi”. Troppo facile! g.

TESSERE E VOTI NON BASTANO. OCCORRONO IDEE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 6 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

La crisi di Pdl e Pd sta arrivando rapidamente a un punto di svolta. Il centrodestra fa i conti con la fase finale del berlusconismo, mentre il centrosinistra è alle prese con il cortocircuito dell’illusione democratica. Entrambi i partiti sono elementi portanti del sistema, senza questi due soggetti salta quel che resta del bipolarismo, ma il loro deficit di fiducia presso l’elettorato e la barocca organizzazione interna ne stanno minando l’esistenza. Il Pdl con la scelta di affidare la segreteria a un giovane come Angelino Alfano ha cominciato a separare il ruolo del leader carismatico da quello dell’interprete della linea politica. Operazione difficile ma non impossibile, a patto che si evitino strappi, la linea sia una sola e non si dia l’impressione che il Delfino è impigliato nella rete del Cavaliere. Il Pd è uscito dalla stagione di Walter Veltroni – le cui dimissioni appaiono oggi precipitose e sbagliate – con un nuovo segretario, Pier Luigi Bersani, che sbanda a sinistra, fatica a tenere la guida al centro della corsia e si fa mangiare il battistrada dai dragster Di Pietro e Vendola. A poco più di un anno dalle elezioni del 2013 lo scenario è a dir poco magmatico. Nei partiti c’è bisogno di aria nuova, serve un rinnovo radicale della classe dirigente ma, nel cercare una soluzione intermedia tra innovazione e autoconservazione, si espongono a gravi errori (la gestione dei congressi nel Pdl ha scoperchiato il problema del falso tesseramento e dei ras locali) e mostrano masochistiche strategie sulla selezione dei candidati (le ultime sconfitte dei democratici nelle primarie di Genova e Palermo). Non sono crisi speculari, ma il contesto è comune: a Palazzo Chigi c’è un governo tecnocratico, la recessione sta innescando movimenti di protesta che trovano un clima favorevole per alimentare l’antipolitica. Dov’è la risposta di Pdl e Pd? Tutti sembrano camminare a tentoni nel buio, mentre piano piano si sta realizzando un paradosso tipico dell’Italia: il provvisorio «SuperMario» dell’emergenza rischia di diventare il permanente Monti della normalità.  Mario Sechi, Il Tempo, 6 marzo 2012

.…………….Nel PDL le tessere anche se non sono false, sono strumentali e quasi mai frutto di scelte autonome degli interessati. Nel PD si sconta l’avventuristica unione di dottrine diverse, anzi da sempre alternative fra loro. La crisi dei due maggiori contenitori (chiamarli partiti è eccessivo!) favorisce o la peggiore  deriva qualunquistica o la consacrazione del tecnicismo quale nuova filosofia dell’amministrazione dello Stato. Non ci piace e ci auguriamo che l’uno e l’altro riescano a trovare in se stessi gli anticopri necessari a riappropriarsi dei ruoli che la politica assegna loro. g.

BENZINA SENZA FRENI: LA VERDE TOCCA IL PICCO DI EURO 1,86 A LITRO. E IL GOVERNO TACE!

Pubblicato il 6 marzo, 2012 in Economia, Politica | No Comments »

Benzina: nuovi record per la verde, picco a 1,86 ROMA – Ancora record sulla rete carburanti italiana che naviga ormai senza freni verso i 2 euro al litro per la benzina. Secondo Staffetta Quotidiana si e’ raggiunto un picco di 1,861 euro presso i distributori Ip con un rialzo di 4 centesimi. La verde e’ sotto 1,8 euro soltanto in Veneto e Lombardia.

Le medie ponderate nazionali, salgono a 1,826 euro/litro per la benzina (+0,8 centesimi) e a 1,761 euro/litro per il diesel (+0,2 centesimi). Stando alla consueta rilevazione della Staffetta Quotidiana, questa mattina il market leader Eni ha messo a segno il diciassettesimo rialzo dell’anno: +0,7 centesimi sulla benzina (media nazionale Eni calcolata dalla Staffetta a 1,830 euro/litro), +0,4 centesimi sul diesel (media a 1,766 euro/litro). Sale anche Esso, i cui prezzi restano sempre al di sotto della media di mercato: +0,6 centesimi sulla benzina a 1,813 euro/litro. Per quanto riguarda IP viene messo in evidenza che la compagnia del gruppo Api “é in questo momento la più esposta agli umori dei prezzi e dei mercati internazionali, priva, fra l’altro, di attività di estrazione di idrocarburi”. ANSA, 6 marzo 2012

..……..Sin qui il comunicato dell’ANSA, asciutto ed estremamente chiaro. La benzina verde tocca il picco di 1 euro e 86 centisemi a litro, con pnte ancor più alte in alcune regione dove arriva a 2 euro a litro, cioè qualcosa come 4000  delle vecchie lire. L’aumento così vertiginoso e senza freni della benzina è il segnale di una economia che non cresce alla faccia di tutti i decreti di Monti trasformati in legge dopo essere stati retoricamente denominati “salva Italia”, “cresci Italia”, semplifica Italia”. L’aumento della benzina è di per sè indicatore dell’aumento generalizzato dei costi  delle merci perchè in Italia il 90% della merce viaggia su gomma,  a causa della scarsa qualità ed efficienza  dei trasporti alternativi – treni e navi – e per quanto attiene i treni a causa del quasi del tutto assente  carente miglioramento della rete ferroviaria che è ancora quella del primo dopoguerra. E ciò a differenza degli altri Paesi europei le cui vie di trasporto sono essenzialmente le ferroviarie. In Spagna, dieci anni fa, nel 2002,  la rete ferroviaria era stata rimodernata e in tutte le tratte, anche quelle interne  o meno frequentate, si viaggiava   su binari ad alta velocità ma mezzi altamente  moderni, nonostante la Spagna fosse giunta alla democrazia con 30 anni di ritardi rispetto all’Italia. E’ di questi giorni l’ennesima discesa in piazz<a dei cosiddetti No Tav, quelli che per giustificare la loro contrrarietà alla linea ferroviaria Torino-Lione obiettano che andarci in 4 ore piuttosto che in sette non è importante, ed è vero, ma è importante che siano le merci a viaggiare in metà temtpo e metà costi, il che favorirebbe sia l’interscambio, sia contribuirebbe alla riduzione dei costi. Per quanto rigiuarda il costo della benzina, sul quale grava pesantemente la tassazione dello Stato, qualsiasi economista punta il dito proprio sull’alta tassazione che fa lievitare il costo e determina l’aumento dei prezzi. Eppure Monti, il più illustre degli economisti italiani,  tanto che per fargli assumere il comando della nave Italia lo si è dovuto pagare con 25 mila euro al mese sino a fine vita, fa orecchi da mercante ed ignora il “grido di disperazione” che si alza da ogni parte d’Italia e da parte di ogni categoria del nostro Paese, meno quella dei boiardi di Stato e dei componenti delle numerose caste le quali o viaggiano gratis  o guadagnano abbastanza per non doversi preoccupare di “non farcela più″.   g

I NUOVI GATTOPARDI

Pubblicato il 5 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Sono stati diffusi tra ieri e oggi due comunicati della “casta” politica. Con il primo si informa la plebe che gli esperti dei partiti della attuale (sgangherata)  maggioranza che sostiene il governo degli oligarchi italiani avrebbero raggiunto un primo accordo sulla bozza di modifiche costituzionali che sono sostanzialmente due: la riduzione dei deputati da 630 a 500 (più 8 da eleggere nella circoscrizione estera) e la riduzione dei senatori da 315 a 250 (più 4 da eleggere nella circoscrizion estera). Quanti ai numeri principali si tratta di una riduzione rispetto a quelli attuli di appena il 20%, quindi molto meno del 50% sempre promesso, e cioè 300 deputati e 15o senatori, numeri questi più che sufficienti  a garantire   una equa ed efficace rappresentanza popolare. Ma evidentemente quando si è trattato di passare dalle parole ai fatti i numeri sono saltati e  ci si è accordati sulla riduzione del 20% sotto la quale hanno messo la firma il PDL, il PD,  e il Terzo Polo. Naturalmente siamo appena al primo passaggio (non formale…) di un accordo che dovrà fare i conti con le forze politiche ora escluse dall’intesa e successivamente con quelli che con il voto in Parlamento, da esprimere più volte, senza che si possa “mettere la fiducia”, dovranno approvare la riforma così come è stata congegnata. Non è difficile ipotizzare, senza molti rischi di sbagliare, che siamo di fronte alla solita montagna che ha partorito il topolino. Del resto a confermarlo ci sono quegli 8 deputati e 4 senatori  da eleggere all’estero. Ma non si era convenuti tutti che quella del voto ai residenti all’estero era una grossa boiata, tra l’altro in violazione di uno dei principi su cui si poggiano le democrazie moderne da Tocqueville in poi e cioè che il diritto di voto si accompagna al dovere di pagare le tasse?   In nessun Paese al mondo ciò è consentito e non abbiamo necessità di richiamare uno dei precetti costituzionali secondo il quale ogni cittadino ha l’obbligo di farsi carico dei costi dello Stato in ragione delle sue possibilità. Orbene,  i firmatari della bozza dell’intesa se ne sono bellamene scordati ed hanno previsto di mantenere in vita in seno al Parlamento italiano parlamentari eletti da chi le tasse non le paga.  Non solo! Nella bozza non c’è alcun riferimento all’altra boiata, quella dei presidenti della Repubblica che al cessare del loro mandato si trasformano in senatori a vita. In America, che è l’America, gli ex presidenti ritornano alla loro vita privata e al massimo si fanno per conto loro le  fondazioni e se ne pagano le spese. Basta ciò a farci dubitare che la “casta” sia davvero decisa a autosmontarsi, anzi queste poche noterelle fanno pensare che invece accadrà,  e  anche molto peggio,  quello che è accaduto nel passato, quando ad occuparsi della riforma dello Stato furono impegnati non i cosidetti esperti, ma i più autorevoli uomini di governo del passato, dal liberale Bozzi, alla comunsita Iotti,  al democristiano De Mita e, perchè no, al postcomunista D’Alema, cioè nulla. A conferma di questa nostra brutale previsione viene il secondo comunicato della giornata, quello a firma del rappresentante del Terzo Polo, l’ex di tutto Adornato (UDC), che a proposito di un raggiunto accordo su una nuova legge elettorale  tra gli stessi tre partiti, PDL, PD, Terzo Polo, identificata con quella proporzionale alla tedesca con qualche spruzzata di quella spagnola, ha fatto sapere che la notizia dell’accordo è del tutto falsa, avendo conferma da Pisicchio (API) il quale ha rincarato la dose precisando che la legge elettorale tedesca può solo essere  un primo punto di partenza ma non di arrivo. La smentita dell’accordo sulla legge elettorale rimette la palla al centro, come suol dirsi, anche perchè evidenzia che l’accordo sulle riforme può camminare solo di pari passo con quello della legge elettorale, perchè, evidentemente, ciascun partito  parametra la sua posizione rispetto alle riforme istituzionali sulla base della legge elettorale, per trarne il massimo vantaggio. Ecco perchè i cittadini italiani rischiano di essere travolti da un nuovo ma sempre uguale gattopardismo: fa e finta di cambiare tutto, per non cambiare nulla (stipendi, vitalizi, privilegi compresi!). g.

ZITTIAMO I NON TAV, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 5 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Ieri, ai funerali di Lucio Dalla, una piazza piena di italiani commossi e solidali ha riscattato le tante piazze che negli ultimi giorni sono state popolate da gentaglia violenta che il Paese lo vuole denigrare se non distruggere.

È la prova che c’è un’Italia assolutamente per bene e maggioritaria, che non ne può più di una esigua minoranza che monopolizza attenzioni e risorse. Manca solo il coraggio, o il pretesto, perché questa maggioranza silenziosa esca allo scoperto per smentire che usa il suo silenzio per sostenere che «l’Italia non vuole la Tav» o panzane simili. Successe già una volta, eravamo nel 1980, quando proprio in Piemonte, per la precisione a Torino, dirigenti, quadri e operai Fiat scesero in piazza per dire basta a un sindacalismo arrogante e violento che paralizzava l’azienda e l’intero Paese. Fu una svolta,l’inizio di una nuova stagione di pace sociale, fiducia e benessere, il famoso secondo miracolo italiano.

Qui non è più una questione di destra o sinistra, di berlusconiani o antiberlusconiani. Con i No Tav si sta toccando il fondo del barile, siamo alla negazione della democrazia e al limite della sopportazione. Ieri il loro eroe dal palco della Val di Susa ha paragonato i nostri poliziotti ai nazisti che rastrellavano le campagne e le montagne piemontesi trucidando donne e bambini. Io non so se questo è reato, ma certo non è più possibile sopportare in silenzio. Io spero che una frase del genere non resti impunita: i sindacati dei poliziotti, il ministro degli Interni dovrebbero passare alle vie legali. Per farlo non dovrebbero più sentirsi soli e l’unico modo è che sentano e vedano che la stragrande maggioranza dei cittadini è dalla loro parte.

Il governatore del Piemonte, Roberto Cota, sabato ha evocato una riedizione della marcia della maggioranza silenziosa.È un’idea da non lasciare cadere. Rimanere zitti vuole dire rendersi complici di chi ha preso in ostaggio la Val di Susa e con essa l’Italia tutta. Il giornale 5 marzo 2012

ALFANO NON SARA’ UNA METEORA?

Pubblicato il 4 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Il segretario del Pdl Angelino Alfano Non so, francamente se Angelino Alfano ha veramente quello stomaco di ferro attribuitogli ieri da Silvio Berlusconi. Che, volendo sotterrare gli equivoci provocati da quel certo «quid», addirittura «la storia», di cui aveva lamentato la mancanza parlandone come di un possibile candidato a Palazzo Chigi nelle elezioni dell’anno prossimo, ha ieri assicurato che Angelino «si mangia a colazione, pranzo e cena tutti i segretari» degli altri partiti «in campo». Ce ne vuole di stomaco, sotto tutti i punti di vista, per mandare giù e digerire tanta roba. Ma lo stomaco di Alfano ha il supporto di quello del Cavaliere. Che, per quanto affaticato, e costretto alla dieta dallo scorso autunno con le dimissioni da presidente del Consiglio, ne ha mangiati e digeriti di avversari e concorrenti in diciotto anni di battaglie elettorali e parlamentari. Non è del tutto immaginario, o per forza destinato ad una breve ed effimera stagione politica, quello che mi viene voglia di chiamare BerluscAlfano: un personaggio sintesi di Berlusconi, con la sua imprevedibilità, il suo coraggio, la sua irriducibilità, e non solo i suoi errori, e di Alfano, con la sua origine democristiana, la sua giovane età, una certa tecnica della politica sperimentata anche a livello istituzionale nei circa tre anni trascorsi alla guida del difficilissimo Ministero della Giustizia, spesso a contatto di gomito con un presidente della Repubblica di spessore com’è stato ed è Giorgio Napolitano. Sono esperienze che segnano e formano un uomo politico. Esse avrebbero dovuto sconsigliare l’altra sera ad Eugenio Scalfari, dall’alto della sua pur venerabile età ed esperienza professionale, nel salotto televisivo di Daria Bignardi, di equiparare barbaricamente Alfano, in linea con il titolo della trasmissione, ad un uomo al servizio del «padrone». E l’estate scorsa a Pier Luigi Bersani di salutarne l’arrivo alla guida del Pdl definendolo «segretario del segretario», come se si trattasse -che so?- di una riedizione politica, rispetto a Gianfranco Fini, di Italo Bocchino. Il quale peraltro è stato, fra tutti quelli intervenuti a commentare e interpretare quel certo «quid» non avvertito da Berlusconi in Alfano, il più tempestivo ma anche il più imprudente, aiutando a capire meglio ciò che bolle nella pentola del terzo polo. Dove le pur legittime ambizioni di crescita, per carità, rischiano di diventare così smodate da finire come le rane. In particolare, Bocchino ha paragonato il Pdl attuale, alla vigilia delle elezioni amministrative del 6 maggio, alla Dc di Mino Martinazzoli dell’autunno 1993, quando lo scudo crociato perse dappertutto, non riuscendo a portare il suo candidato al ballottaggio neppure a Roma, dove la partita capitolina si giocò tra Francesco Rutelli e Fini. E peraltro vinse Rutelli, nonostante la preferenza per Fini espressa da Berlusconi, pur non votando nella Capitale, con dichiarazioni che in qualche modo ne anticiparono la decisione di «scendere in politica» nelle ormai imminenti elezioni politiche generali. «Raccoglieremo i cocci del Pdl -ha detto Bocchino in una intervista pubblicata l’altro ieri su il Riformista- come noi quelli della Dc nel 1993». Ecco quindi che cosa aspettano da quelle parti: una sonora sconfitta amministrativa del Pdl il 6 maggio, e negli eventuali ballottaggi di quindici giorni dopo, per ingoiarne i resti. Proprio per facilitare questo obbiettivo sono venute dal partito di Bocchino, cioè di Fini, le maggiori resistenze ai tentativi di Alfano di fare accordi con il terzo polo per gli appuntamenti elettorali di maggio, magari propedeutici ad intese politiche più generali, per una ricomposizione dello schieramento di centrodestra o, più in generale, dei moderati. La cui unità Berlusconi non a caso è tornato ieri ad auspicare per scongiurare nelle elezioni politiche del 2013 una vittoria della sinistra: quella della foto di Vasco, pur tanto indigesta a Walter Veltroni e a molti altri nel Pd, con Bersani, Vendola e Di Pietro. Ma, più che dal partito di Bocchino, che era allora il Movimento Sociale, la maggior parte dell’elettorato della Dc di Martinazzoli, come degli altri vecchi partiti di governo spazzati da Tangentopoli, fu raccolto con Forza Italia da Berlusconi. Che ospitò nelle sue liste l’allora Ccd di Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella. Molta acqua è certamente passata da allora sotto i ponti della politica, ma vendersi la pelle dell’orso prima di averlo ucciso rimane sconsigliabile. Non a caso il pur critico Casini non parla, e forse non pensa, come Bocchino. Francesco Damato, Il Tempo, 4 marzo 2012

.…………Che siano in molti e non solo il FLI di Fini ad attendere che il PDL imploda sono in tanti che su questo poggiano i loro programmi futuri. A dar loro qualche mano ci si mettono e di molto non solo i dirigenti del PDL, trasformatosi suo malgrado in una sorta di grande cerchio magico oltr eil cui perimetro nln è cobncesso a nessuno di andare, ma lo stesso Berlusconi che, diciamolo francamente, non è più lo stesso del 1994, sia perchè sono mutate le condizioni, sia perchè è sicuramente mutato lui stesso, non solo anagraficamente, che pure conta, ma anche e sopratutto psicologicamente. Ieri a Milano, nella città che tenne a battesimo Forza Italia prima e il PDL poi, ha rassicurato tutti, ma non basta. La prova del fuoco la si dovrà affrontare alle amministrative prossime senza perdere di vista l’obietti vo che è quello di tornare al passato (recente): ricostruire un grande rassembramento delel forze moderate, lasciando al proprio destino i recalcitranti alla Bocchino la cui sopravvivenza politica è direttamente legata a nuove stagioni che vedano definitivamente la resa dei moderati di centrodestra al falsi moderati di centrosinistra. g.



“TUTTI PER L’ITALIA”, LA NUOVA IDEA DI BERLUSCONI

Pubblicato il 2 marzo, 2012 in Politica | No Comments »

Sciogliere il Pdl, tendere la mano a Pier Ferdinando Casini e a Gianfranco Fini, salvare il bipolarismo: tutti in un nuovo cartello elettorale dal nome patriottico, evocativo, ecumenico. Questo: “Tutti per l’Italia”. L’idea circola dentro e fuori della nomenclatura di partito, impegnata in questi giorni con i congressi e il tesseramento del Pdl. Berlusconi ci pensava e ieri l’ha confidata in giro: il Cavaliere è pronto a buttarla lì, tra le gambe dei moderati italiani del Terzo polo, di Francesco Rutelli, di Casini, di Fini. “Il Pdl appartiene al passato”, ha esaurito la sua forza propulsiva, pensa il Cavaliere, che più volte nelle ultime settimane ha ripetuto che “quel nome non mi piace e non funziona”. Torna dunque la parola “Italia” nel simbolo elettorale, affiancata alla parola “tutti”; perché – dicono – “non è una di quelle cose alle quali si può dire di no. E non è contro nessuno, ma aperta a chiunque”.

Ieri pomeriggio hanno squillato in sequenza i telefoni del segretario Angelino Alfano, del coordinatore Denis Verdini, e del gran visir del berlusconismo, Gianni Letta. Drin drin, drin drin. Sono stati informati. Il Cavaliere vuole battezzare una “cosa” nuova, vuole chiudere in bellezza la sua storia politica, da regista, vuole rifondare il centrodestra con (e per) Casini e Fini (se ci staranno). Comunque vada, nel 2013 ci sarà un nuovo cartello elettorale pronto a sostenere ancora un governo Monti (se necessario) anche in un rapporto di grande coalizione con il Partito democratico (se possibile). E stavolta senza predellini, nessuna prestidigitazione che possa irritare le legittime aspirazioni, e le ambizioni, di Casini e di Fini. Berlusconi offre ai leader dell’Udc e di Fli la formula che anche gli ex amici e alleati cercano, il rassemblement (ma non il partito) dei moderati italiani. La leadership? Aperta, contendibile, americana.

Il Cavaliere ha già fatto il suo passo di lato ed è pronto a fare anche il passo indietro se questa dovesse essere la condizione per recuperare gli ex alleati – che diffidano – e salvare, con il bipolarismo, anche la sostanza, leggera e fantasiosa, del berlusconismo. Sarà un processo lungo, complicato. Negli ambienti dell’Udc chiedono retoricamente: “Di chi è l’idea?”; “Di Berlusconi”, gli si risponde; “ecco, appunto”. Ieri sia Casini sia Berlusconi erano insieme a Bruxelles, alla riunione dei leader del Ppe. “Non farei mai un partito con Berlusconi. Ma con il Pdl non posso escludere di continuare a sostenere il governo Monti anche dopo il 2013”, ha detto il leader dell’Udc. Mentre il Cavaliere si è lanciato: “Sì, sono favorevole all’ipotesi di una grande coalizione”. Tuttavia non sarà facile capirsi, e per questo la mediazione, la mano tesa, dovrà essere quella di Alfano e non quella di Berlusconi. Il Cavaliere non ci sarà nella foto inaugurale di “Tutti per l’Italia”, reclama per sé soltanto la proposta, l’idea – a suo avviso l’unica – che possa seppellire definitivamente la strisciante guerra civile, sociale, politica e culturale di cui l’Italia è rimasta vittima: una mossa rigeneratrice di tutti i soggetti in campo, cattolici, liberali, socialisti e repubblicani.

Berlusconi rimuoverà definitivamente la sua icona vecchia, incarnazione di ogni divisione politica degli ultimi vent’anni. L’opzione delle liste civiche, da affiancare al Pdl, rimane in campo: saranno costituite per le elezioni amministrative di maggio. Ma nella logica del Cavaliere sono poco più di un espediente, mentre il grande cartello elettorale “Tutti per l’Italia” è la soluzione di sistema per le elezioni politiche del 2013, l’investimento duraturo, la conclusione gloriosa di una carriera. Nel Pdl c’è già chi applaude (tutti quelli che non hanno investito particolari attenzioni nel processo del tesseramento e dei congressi) e chi, invece, intravvede il proprio incubo nel sogno del Cavaliere. “Qui stiamo costruendo un partito, anche al di là di Berlusconi”, diceva ieri Fabrizio Cicchitto a quanti gli facevano notare come il Cav. sbadigliasse al solo sentir parlare di tessere e congressi.Salvatore Merlo, Il Foglio quotidiano, 2 marzo 2012

………..Ieri siamo stati colti da improvvisa delusione. Il fatto che Berlusconi proponesse per dopo il 2013 una grande coalizione tra PDL, PD e Terzo Polo, ci ha infastiditi, per usare un eufemismo. Era l’ultima cosa, anzi era una cosa che mai avremmo ritenuto possibile che potesse accadere. Già vedere il centrodestra sostenere lo stesso governo con il centrosinistra non è facile da digerire, perchè a prescindere da tutto, sono siderali le distanze tra centrodestra e centrosinistra rispetto ai problemi del Paese e alle soluzioni adottabili. Immaginare che questa esperienza innaturale possa protrarsi nel tempo, anche dopo il ritorno alla normalità democratica dopo l’attuale   periodo di commissariamento della politica e degli organi istituzionali – Camera e Senato -  ci è parso del tutto impossibile e siamo stati colti dal dubbio che Berlusconi volesse in tal modo  fra prevalere le effimere  ragioni della (sua) quotidianità a quelle immanenti della politica che si proietta nel futuro. L’abbiamo temuto e abbiamo trovato in ciò una ragione di più per sentirci slegati da vincoli di solidarietà che ci sono sembrati essere stati  amaramente traditi proprio da chi aveva pur realizzato un grande sogno, quello di un grande e unitario movimento di centrodestra al quale avevano lavorato, senza successo, purtroppo, e per decenni, illustri e autorevoli esponenti moderati. Un sogno che è sembrato svanito per sempre, con il conseguente frammentamento del pur vasto mondo di centrodestra. Quanto scrive  Salvatore Merlo sembra rimettere le cose a posto. Lo ha fatto direttamente Berlusconi questa mattina ritornando sull’argomento e precisando meglio il suo pensiero circa la “grande coalizione”, tranquillizzando l’elettorato di centrodestra, anche attraverso  l’ipotesi, che viene resa pubblica da Merlo,  di un grande raggruppamento – molto simile al degolliano raggruppamento per la Repubblica che battezzò la V° Repubblica francese – che Berlusconi vorrebbe promuovere sotto il nome di  “Tutti per l’Italia”. Abbandonando al suo destino una creatura politica, il Popolo della Libertà, che non ha portato fortuna e che sopratutto si sta trasformando in un totem  elitairo preposto solo ad assicurare e garantire ai notabili il loro posto al sole. Vedremo se questa idea di Berlusconi si trasformerà in qualcosa di concreto e se riuscirà nell’intento di arginare il deflusso dal centrodestra verso altri lidi politici di valanghe di elettori, sfiduciati e  delusi. In attesa congeliamo la nostra delusione di ieri. g.

PAGARE TUTTI MA SENZA TAGLI E’ INUTILE, di Davide Giacalone

Pubblicato il 29 febbraio, 2012 in Costume, Il territorio, Politica | No Comments »

L’onestà non è un optional, essere leali nelle dichiarazioni al fisco è un dovere. Ma lo è anche non raccontare favole ai cittadini, ed è in questa categoria che rientra l’idea che pagando tutti si pagherebbe meno. Fin qui si è dimostrato l’esatto contrario: più cresce la spesa più cresce la necessità di gettito, quindi di entrate, più cresce la pressione fiscale. In una perversa corsa al rialzo che ci rende tutti più poveri e rende la società nella quale viviamo non più equa, ma più ingiusta.

Ieri la favola ha trovato un narratore di prima grandezza, il presidente del Consiglio, il quale ha detto: «Se ognuno dichiara il dovuto il fisco potrà essere più leggero per tutti». Perché ciò sia vero non necessita un lieto fine, ma una lieta premessa: il taglio della spesa pubblica. Se non si turano le falle della spesa corrente non è che versando ciascuno il dovuto si potrà tutti versare meno, è che si butteranno liquidi vitali in un secchio senza fondo. Sono due le premesse dell’equità fiscale: una spesa che restituisca servizi, senza alimentare sprechi, e una pressione che non sottragga a ciascuno più del ragionevole. Da noi mancano entrambe. La pressione s’esercita solo su chi non può sfuggirla o si assoggetta per onestà e senso civico, il che non è giusto. Ma non è giusto neanche far credere che il problema consista solo nel costringere gli altri, non è giusto puntare sull’invidia e la rabbia sociale. È vero: i cittadini devono imparare l’onestà, tutti. Ma è anche vero che la macchina pubblica deve dimagrire in modo massiccio, altrimenti il risultato sarà solo più povertà.

Lo Stato, inoltre, è disonesto con i propri cittadini. È disonesto quando pretende subito e restituisce dopo anni quel che non gli era dovuto. Quando chiede soldi a chi chiede giustizia, quando prima pignora e poi ti mette a disposizione un giudice. Quando consegna a dei funzionari un potere insindacabile, se non dopo avere pagato. La distanza che c’è fra il pagare il non dovuto e il riavere, fra il diritto alla proprietà e il suo assoggettamento al burocrate, è la distanza che separa lo Stato di diritto dal dispotismo, il cittadino dal suddito. Tutto questo non giustifica l’evasione fiscale, per niente. Ma occorre dire che paghiamo troppo, il che favorisce la recessione. C’è un grande debito pubblico, ma pensare di colmarlo con le tasse è follia. Si deve aggredirlo con le dismissioni, rendendo lo Stato meno presente nel mercato e più forte nel far rispettare le regole. Un tempo c’era chi diceva: lavorare meno per lavorare tutti. Idea frutto d’etilismo ideologico, priva di senso del mercato e anche di buon senso. Dire che pagando tutti si pagherà meno non è meno dissennato, anche se la bottiglia, in questo caso, contiene non alcool ideologico, ma moralistico. Pagare tutti è giusto. Pagare tutto quel che oggi lo Stato chiede no, non lo è. Davide Giacalone, Il Tempo, 29 febbraio 2012

…………Chissà se il funereo presidente del consiglio in carica, Monti, troverà iltempo di leggere questo editoriale de Il Tempo, a firma di Davide Giacalone o se qualcuno dei suoi super pagati attendenti glielo metterà nella rassegna stampa che ogni mattina gli viene messa sotto gli occhi. Ci auguriamo di si, cosicchè eviterà di dire l’ennesima fregnaccia, come le altre di cui ci inonda da tre mesi a questa aprte, per cui saremmo passsati dall’orlo del baratro di tre mesi fa ad una improvvisa primavera economica, o come quella così drasticamente censurata da Giacalone, ossia che pagando tutti le tasse pagheremo tutti meno. Non è il caso di ribadire ciò che con estrema chiarezza scrive Giacalone al riguardo, nè è il caso dio sottolineare che a nessuno, proprio a nessuno, nemmeno a Monti è concesso di prendere per il naso la gente. Per ridurre la presisone fiscale, o per avere la concreta possibilità di farlo, bisogna ridurre le spese  elefantiache dello stato,  in tutte le sue articolazioni, ma bisogna farlo sul serio non come ha mostrato di fare anche Monti in questi tre mesi, nonostante egli non abbia sul collo (almeno così dice lui) lo spettro del giudizio elettorale, cioè con provvedimenti che neppure minimamente hanno intaccato la spesa statale, unica strada per consentire la riduzione della ormai insostenibile pressione fiscale, che si traduce, non dovremmo dirlo noi a Monti che passa per essere un illuminato economista, in blocco dei consumi, blocco della crescita e quindi recessione economica. Di esempi ne potremmo fare a iosa. Ci limitiamo a due. Apparentemente insignificanti, ma emblematici del fatto che gli annunci e le promesse di Monti sono per quanto riguarda gli annunci solo propaganda, e per quanto riguarda le promesse uguali a quelle del lupo. Vediamo. 1.  Nonostante sia stato alla fine confermato che il rilascio delle nuove licenze di taxi è competenza delle Regioni e dei Comuni, si è stabilito che gli stessi, per le nuove licenze,  debbono “acquisire il parere obbligatorio ma non vincolante dell’Autorità per i trasporti”, nuova di zecca che costerà alla stato dai due ai tre milioni di euro l’anno, solo per fornire “pareri obbligatori ma non vincolanti”: non c’è chi non constati la ridicolaggine di tale disposizione, alla luce della riconfermata competenza di regioni e di comuni sulla materia, acclarato che nessuna autorità centrale possa sostiuirsi alle autonomie locali su questioni che hanno diretta correlazione con il territorio. Ebbene nonostante la ridicolaggine di cui si copre il governo con questo “compromesso” sulla vicenda delle licenze dei tassisti, l’Autorità per i trasporti, che non servirà a nulla, la si fa ugualmente. Perchè? Delle due l’una: o Monti, pur di non fare completamente brutta figura, insedia comunque , ovviamente a spese dello Stato, questo nuovo carrozzone, oppure Mont, i o chi per lui,  ha già pronto chi dovrà sedere sulla nuova poltroncina con conseguente congruo appannaggio. Comuque sia, zuppa o pan bagnato, resta il fatto che a pagare sarà lo Stato, cioè i contribuenti, quelli onesti, per vocazione o per costrizione, sulle cui spalle peserà il costo della nuova e inutile Autorità. 2. Nei giorni scorsi una nuova polemica sui costi della politica ha infiammato i mass media. Questa volta i riflettori sono stati accesi sui vitalizi cui hanno diritto gli ex presidenti del Senato che continuano a fruire di uffici, personale,  auto blu, etc nonostante siano cessati dalla carica. E qualche ex presidente del senato i dipendenti pagati dallo Stato se li porta pure a Milano, a casa sua.   E’ di ieri, però,  la notizia che, a seguito della polemica e  per ridurre i costi,  il Senato ha deciso di ridurre questi vitalizi. Sapete come? Gli ex presidenti del Senato ne avranno diritto “solo” per due legislature successive alla cessazione dell’incarico. Anche qui il ridicolo la fa da padrone.   In nessun Paese al mondo chi cessa da qualsiasi carica conserva vitalizi che sono legati all’incarico ricoperto. In Italia sinora gli ex presidentio del Senato ne avevano diritto a vita, da ora in poi,bontà loro,  “solo” per dieci anni! g.

ALTRO CHE EROE, E’ SOLO UN CRETINETTI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 28 febbraio, 2012 in Cronaca, Politica | No Comments »

I no Tav hanno un nuovo eroe, Luca Abbà. Adesso si trova in coma, dopo essere caduto da un traliccio dell’alta tensione in val Susa. Si era arrampicato per protesta ed è rimasto folgorato.

Morale: fratture e ustioni in tutto il corpo più un coro di solidarietà dei novelli rivoluzionari al quale onestamente non ci sentiamo di aderire. Uno che sale su un traliccio non è un eroe, è uno che mette in pratica cose cretine ed illegali. Se l’è cercata e l’ha trovata, nel caso c’è pure l’aggravante dell’età, 37 anni, che rende il tutto oltre che tragico pure patetico. Abbà è vittima di se stesso ma non l’unico responsabile della sua autodistruzione. C’è il lungo elenco di cattivi maestri che soffia sul fuoco della protesta, intellettuali, ex comici, politici con e senza orecchino che giocano con le parole e, senza nulla rischiare, ora pure con la vita degli altri. E poi ci sono i suoi compagni scellerati, che non gli hanno impedito di salire e che ora da vigliacchi accusano la polizia di avercelo issato. Già, perché come noto, i poliziotti di solito obbligano i manifestanti a scalare i tralicci e a mettere poi le mani sui fili dell’alta tensione.

Ma non contenti di aver prodotto un piccolo Feltrinelli ( l’editore filo terrorista che voleva mettere una bomba su un traliccio ma che saltò in aria con esso), il popolo dei no Tav, infiltrato da no global e forse terroristi (lo sostiene una relazione del ministero degli Interni) sta cercando di esportare la rivolta fuori dalla val di Susa. Da Bologna a Roma, via Milano, ieri è stato tutto un bloccare stazioni, autostrade, lanciare fumogeni e petardoni. Spaventare, intimidire, questa è la loro tattica. Cercano l’incidente, e se non arriva per la capacità e la pazienza dei nostri poliziotti sono pure disposti ad autoprodurlo pur di innescare la scintilla della rivolta.

Pochi giorni fa i nostri eroi della val di Susa hanno preso a sassate l’ambulanza arrivata per soccorrere un poliziotto ferito. Ieri, gli stessi, hanno invocato soccorsi rapidi per il loro amico sofferente a terra. Ma di che razza di uomini stiamo parlando? Possibile che un consistente schieramento della sinistra dia loro ancora copertura e comprensione? Auguriamo a Luca Abbà di riprendersi, ma sul resto non bisogna mollare di un centimetro. Alessandro Sallusti, Il Giornale 28 febbraio 2012

DEPORRE LE ARMI E VOLTARE PAGINA

Pubblicato il 26 febbraio, 2012 in Politica | No Comments »

Parlamento Duello nel Pacifico è un film del 1968, racconta la storia di due soldati, un americano e un giapponese, interpretati da Lee Marvin e Toshiro Mifune che in un’isola deserta ingaggiano una battaglia all’ultimo sangue per la sopravvivenza. Si tratta di una straordinaria pellicola diretta da John Boorman dove la guerra tra eserciti non si vede mai, ma la tensione totale, la differenza culturale tra i due contendenti e la distruzione irrazionale del finale sono raffigurati all’ennesima potenza. L’epilogo del processo Mills mi fa venire in mente quel film. Siamo di fronte a un finale di partita lungo diciotto lunghi anni, una battaglia che si protrae nonostante là fuori sia successo qualcosa, una «pax parlamentare» sia stata siglata e un «nuovo inizio» sia in qualche maniera cominciato. Deporre le armi – tutti – dare al Paese un nuovo volto, diverso dalla nostra storia di guelfi e ghibellini, è l’unica cosa saggia da fare. Giorgio Napolitano l’ha capito per primo. Ma ci sono macchine infernali che continuano a viaggiare con il pilota automatico e non si fermano. Mesi e mesi fa, quando qualcuno pensava ancora di poter andare avanti così, scrissi che bisognava immaginare un «soft landing», un atterraggio morbido, per la storia berlusconiana, un’era segnata da una straordinaria intensità dello scontro politico. Non era la ricerca di una «exit strategy» per Berlusconi, ma un ragionamento sul sistema, dettato dalla consapevolezza dell’eccezionalità di quella storia e dei suoi protagonisti. È un discorso che non riguarda solo Berlusconi, ma gran parte della classe politica che in questi anni ha vissuto nei partiti pro o contro il Cavaliere. Se non si prende atto di questo scenario, se non si fa lo sforzo collettivo di fare un passo verso il futuro, avendo il coraggio di non voltarsi più indietro, anche il governo Monti rischia di essere un episodio in una storia crudele. Tra poco più di un anno il Paese sarà chiamato al voto. Non è possibile immaginare uno scenario di fazioni armate fino ai denti con la magistratura che seleziona la classe dirigente – di destra e di sinistra – a colpi di inchieste. È giunta l’ora di sotterrare l’ascia, accendere il calumet della pace e voltare pagina. Mario Sechi, Il Tempo, 26 febbraio 2012

………….Pur con qualche pizzico di malessere ci prioviamo ad essere d’accordo con Sechi. Si depongano le armi e si volti pagina, nell’interesse del Paese. Ma deporre le armi solo nella ormai ventennale guera atomica tra berlusconiani e antiberlusconiani non è sufficiente per voltare pagina. Voltare pagina significa riscrivere le regole, tutte, non solo quelle che consentano ai capi degli eserciti di rimodellarle a propria tutela e salvaguardia. Bisogna riscriverle in maniera tale che in questo Paese non ci sia più una percentuale, piccola, ma comuque consistente, di privilegiati  a danno della  stragrande maggioranza di cittadini, riscriverle perchè  questo Paese venga restituito ad un sistema di diritti e di doveri garantiti da pesi e contrappesi, in ogni campo, da quello istituzionale, a quello politico, a quello giudiziario, a quello fiscale, che garantiscono il cittadino comune, il sig, X, tutti i signor X d’Italia,  dalle prepotenze, dagli abusi, dai privilegi in uso per aluni a danno degli altri. Solo così vltare pagina avrà un senso e deporre le armi non significherà la resa dei cittadini difronte al potere, comque identificabile. g.