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IL PDL HA I VOTI MA NEL GOVERNO NON PESANO, di Mario Sechi

Pubblicato il 25 gennaio, 2012 in Politica | No Comments »

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in un'immagine di archivio Cosa sta succedendo tra il governo e i partiti che lo sostengono? Il quadretto è questo: il Pd di Bersani trova ascolto e fa valere i suoi voti, i centristi di Casini ne sono il faro e fanno pesare i seggi che non hanno, il Pdl viene consultato e preso in considerazione a intermittenza, oggi sì, domani non si sa, e i voti pesano meno di quanto valgano. C’è un grande problema di identità in tutte le formazioni politiche. Il partito di Berlusconi e quello di Bersani rischiano grosso e i centristi sono sovrastimati. In ogni caso, il problema degli assetti presenti influenza gli scenari futuri e la sempre più prossima corsa per le elezioni. Nessuno dei partiti che sostengono Monti sa quale sarà lo scenario del voto nel 2013 e questo elemento di incertezza pesa sull’iniziativa autonoma del Parlamento (ridotta a ben poca cosa e non da oggi) e sui destini dei gruppi politici che fin dal 1994 hanno dato un’impronta ai nostri ultimi diciotto anni di storia repubblicana. Non siamo di fronte a una semplice transizione, a una crisi passeggera, ma a una rivoluzione del quadro politico dentro e fuori dal Parlamento. La crisi italiana non è solo economica, ma morale. E siamo in buona compagnia, perchè i nostri destini sono legati a quelli dell’Europa e la nostra sorte si decide non a Roma ma a Berlino, ma al netto dei desideri teutonici, in Italia si gioca una mano di poker decisiva: quella dei partiti. Destra e sinistra vivono una fase di ristrutturazione impensabile fino a pochi mesi fa: l’asse del Nord tra Pdl e Lega è finito e ricostruirlo su basi credibili e non di semplice convenienza elettorale non sarà facile; il Pd deve fare i conti con la scelta di appoggiare Monti e il suo programma «brussellese» fatto di lacrime e sangue, mentre l’Idv di Di Pietro scalcia, la sinistra altermondista di Vendola morde e i centristi di Casini lanciano una scalata ostile contro i resti del prodismo e del berlusconismo. Il bipolarismo italiano è in fase di smontaggio. È vero che finchè non si cambia la legge elettorale e si fanno due o tre riforme istituzionali tutto può gattopardescamente restare come prima, ma l’Italia in questo momento è un laboratorio politico non felice, ma certamente molto interessante per chiunque voglia misurarsi con i problemi di un Occidente smarrito. Nonostante le incertezze nel far valere il proprio peso specifico nei confronti del governo Monti, quello del centrodestra resta il campo decisivo per il futuro. Berlusconi non ha deciso cosa fare dei prossimi mesi di legislatura, mentre il segretario Alfano non ha tracciato una road map che porti alla scadenza elettorale. Questo percorso non si può fare senza parlare con il Pd e chiarire il destino di Monti e dei suoi ministri. Serve un primo passo: il Pdl deve cominciare a far pesare i suoi voti.  Mario Sechi, Il Tempo, 25 gennaio 2012

.……………Per farlo bisogna volerlo, sopratutto bisogna volerlo tutti insieme, senza fughe in avanti o con l’occhio  fisso a tutelare il proprio futuro. Purtroppo nel PDL è invece esattamente il contrario, ciascuno gioca una propria partita, con conseguenze dolorose per il PDL,  e non è il caso neppure di fare esempi. Meno uno. La Dc del 1992-1994. Mentre imperversava la tempesta di Tangentopoli, la DC affrontò in ordine sparso la riforma elettorale a seguito del referendum promosso da Mario Segni. La scelta cadde sulla riforma che prese il nome del suo promotore, cioè l’on. Mattarella che prevedeva l’assegnazione del 75% dei seggi in collegi uninominali e il 25% in quota proporzionale  secondo un  meccanismo diabolico. Non furono molti quelli che nella DC si opposero a questa riforma che,come poi sarebbe accaduto, avrebbe determinato più di Tangentopoli la fine della balena bianca. Tra quelli che non si opposero ci furono quasi tutti i parlamentari dc del centrosud, tutti meno uno, cioè l’on. Pisicchio, onore al merito, allora e ancor oggi proporzionalista ad oltranza.  La scelta dei parlamentari del centrosud a favore del sistema uninominale fu influenzata dai risultati elettorali del 1992 che avevano assegnato alla DC, nel centro sud, ampi consensi, con punte altissime ancora in Puglia e in Sicilia, confermandole il ruolo di partito di maggioranza relativa. Ciò indusse i parlamentari del centrosud a schierarsi a favore dell’uninominale nella certezza, che risultò poi fallace, che il voto maggioritario  si sarebbe confermato nelle successive elezioni  politiche, per cui nel centrosud i parlamentari,  nei rispettivi collegi uninominali,  sarebbero risultati eletti, e poco importò (e importava!) a quei parlamentari che invece al nord i parlamentari uscenti della DC sarebbero stati falcidiati perchè al nord, ad eccezione del Veneto, la DC era ormai minoranza. Mai calcolo si rivelò  più errato, perchè si erano fatti i conti senza l’oste, che nella fattispecie si chiamò Berlusconi che mettendo su l’inedita e non calcolata alleanza al nord con la Lega e al Sud con l’allora MSI, vanificò le supoerficiali quanto  ottimistiche previsioni della DC meridionale che vide tutti  i suoi candidati nei collegi uninominali, eliminati, proprio come al nord,  come birilli, tra l’altro non ottenendo neanche un onorevole secondo posto  tra i candidati dell’uninominale e conquistando, con ben 6 milioni di voti,  appena 34 parlamnetari alla Camera, tutti eletti nella quota proporzionale. Una disfatta totale! Disfatta che ha tanti nomi, dallo scomparso Martinazzoli, allo stesso Segni, a Buttiglione, ma una sola fondamentale causa: l’aver ciascuno pensato solo a se stesso. E’ quello che ci pare stia accadendo nel PDL in queste ore, dove, per esempio, un ex ministro non perde occasione  per elogiare Monti e dichiararsi convinto sostenitore delle sue scelte, tra cui la violenta tassazione di quei ceti  ex medi, ed ora poveri, che pure sono i riferimenti elettorali del centrodestra. E’ questo che  induce a ritenere che anche adesso, nonostante i precedenti storici che or ora abbiamo ricordato,  c’è chi pensa a se stesso e pratica la politica dell’uovo oggi piuttosto che la gallina domani. Ecco perchè dubitiamo che l’appello di Sechi trovi molti ascoltatori a proposito dei voti da far pesare. Perchè sono in molti a pensare di far pesare i (propri!) voti nel futuro. Ammesso che ci possa essere un futuro e che quei voti ci siano ancora. g.

I PAPAVERI DELL’UE CI SONO O CI FANNO? di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 25 gennaio, 2012 in Economia, Politica | No Comments »

Un alto esponente del Fondo monetario internazionale, per di più italiano, ieri pomeriggio ha detto che l’Italia, da sola, non ce la può fare a uscire dalla crisi.

Fmi

Apriti cielo. La Borsa ha rischiato di crollare, un brivido ha percorso i mercati e i centri nevralgici della diplomazia europea. E dire che era stata una buona giornata, con lo spread sceso per la prima volta, sia pure per poche ore, sotto i 400 punti. Poi, ovvia, è arrivata la smentita dell’incauto personaggio. Uno si chiede: ma ci sono o ci fanno questi alti papaveri della finanza internazionale?

Ogni volta che si riesce ad alzare la testa, subito qualcuno o qualcosa ti respinge giù. Una volta è l’agenzia di rating,un’altra è una dichiarazione stramba della Merkel, ieri è stato il Fondo internazionale, agenzia per altro non completamente disinteressata alla sorte delle vicende italiane. Altro che cabina di regia anti crisi. Qui ormai ognuno fa gli affari suoi. È come una tela di Penelope. Di giorno si tesse, poi arriva un presunto amico e ti disfa il lavoro. E in mezzo a questo balletto dei potenti ci siamo noi e la vita reale. Che cominciamo a fare i conti con la manovra recessiva del governo Monti.

Nei primi venti giorni di gennaio, con l’aumento del prezzo dovuto alle tasse, il consumo della benzina è calato dell’undici per cento. Un record negativo che dice più di tante chiacchiere quanto la situazione sia difficile. Perché la benzina non è solo il carburante delle auto ma lo è anche della nostra vita. Se abbiamo cominciato a risparmiare sul pieno, vuole dire che ci spostiamo meno frequentemente, sia per lavoro che per diletto. Risultato: spendiamo di meno, un po’ per necessità un po’ per paura. Insomma, siamo entrati in riserva e se non arriva un pieno di fiducia e di prospettiva (meno tasse, meno vincoli) rischiamo davvero di rimanere a piedi, indipendentemente da quel che dice il Fondo monetario. Alessandro Sallusti, 25 gennaio 2012

LA RIFORMA DEI TAXI VISTA DA UN MARZIANO, di Davide Giacalone

Pubblicato il 23 gennaio, 2012 in Costume, Economia, Politica | No Comments »

Sono appena arrivato da Marte e mi serve un taxi. Non lo trovo, perché sono in sciopero. Siccome sono curioso degli usi e costumi in questa parte del pianeta Terra, cerco di capirne le ragioni. Ed è qui che scopro alcune cose interessantissime, utili a capire il modo in cui s’intende e vive la democrazia, il mercato e la legge in Italia. Il Paese in cui diventa eroe chi lascia passare quotidianamente le navi da crociera laddove d’estate vengono multati i gommoni. I primi cui chiedo sono i tassisti stessi, assiepati numerosi e arrabbiati laddove avrei voluto prendere l’auto pubblica: lavoriamo tutto il giorno, siamo oppressi dal fisco, siamo gli unici imprenditori che non solo non scaricano il costo, ma neanche l’iva dei beni strumentali (la vettura) e siamo arcistufi di essere additati manco fossimo monopolisti del petrolio o del pane. Pensare che la grande battaglia di modernizzazione sia aumentare il numero dei taxi non è fantasioso, ma demenziale. Hanno ragione, cribbio. Poi aggiungono: siamo contrari all’aumento delle licenze, perché, in alcune grandi città, le abbiamo comprate pagandole fino a 200 mila euro, facendo debiti, quindi consideriamo un esproprio sottrarre loro valore. Accipicchia, osservo, le amministrazioni locali di quelle città devono essere ricchissime, se riescono a vendere le licenze a quel prezzo. Ma che hai capito, marziano! Mica le paghiamo ai comuni, le compriamo da un collega. Quindi, ragiono, è proprio il numero chiuso delle licenze a far sì che alcuni s’indebitano e altri s’arricchiscono, senza contare che il commercio privato di licenze pubbliche dovrebbe essere considerato un reato, o, almeno, tale lo considerano in altre galassie. Quindi hanno torto, questi tassisti. Come se non bastasse non solo hanno fatto esplodere petardoni nei centri cittadini, ma hanno anche conciato male un loro collega, reo di lavorare. Il torto tende a farsi marcio. Trascino il bagaglio verso la metropolitana e mi fermo all’edicola. Leggo il titolone: il governo liberalizza le licenze taxi. Ecco un buon governo, penso, composto da gente seria. Poi scorro il testo del decreto e non ci capisco più nulla. Le licenze non verranno rilasciate dai comuni, c’è scritto, e capisco il sott’inteso: i tassisti sono una lobby potente, e anche prepotente, che pesa in ambito municipale, sicché è meglio evitare che siano i sindaci a decidere. Ma così procedendo questi italiani dimostrano di non sapere cos’è la democrazia, ovvero la consegna del potere (ai suoi vari livelli) nelle mani di chi ha maggiore consenso, salvo il fatto che l’operato dell’eletto sarà sottoposto al giudizio degli stessi elettori. Siccome si suppone che quanti cercano un taxi siano più numerosi di quanti lo guidano, ne discende che se la democrazia funziona il sindaco che si mette in combutta con la lobby, e priva i cittadini del trasporto, è destinato a essere cacciato. Funziona così, dove funziona. Qui, invece, ragionano in modo diverso: dato che i sindaci s’inciuciano, passiamo il potere a un organismo centrale. Ma, allora, cancellate anche i sindaci, così risparmiate sui costi e sui nastri da tagliare. E pensare che volevano fare il federalismo fiscale, poi manco le licenze gli affidano. A decidere sarà un’autorità nazionale. Mi viene da ridere: e che ne sanno quelli di quanti taxi ci vogliono in una determinata località? La risposta è nel decreto: lo chiedono ai sindaci. Sembra un sopraffino gioco degli specchi, invece è una superba cavolata che crea l’ennessima struttura burocratica inutile, istituisce una nuova procedura, allunga i tempi delle decisioni, deresponsabilizza tutti, non risolve i problemi (veri) dei tassisti e non sana il mercato nero delle licenze. Il mercato resterà opaco, il numero delle licenze crescerà in tempi lunghi e nessuno ne risponderà agli elettori. In un colpo solo fregano la democrazia, il mercato e la legge. Il tutto ribadendo l’idolatria statalista, secondo cui solo lo Stato sa quanti taxi ci vogliono, solo lo Stato è immune da corruzione. Ove la seconda cosa è più credibile della prima. Ci vuole umorismo, per chiamarla liberalizzazione. Nella metro vedo accanto a me un collega, arrivato da Venere. Anche lui appiedato. Provo a raccontargli quel che ho appena scoperto sui taxi, ma mi accorgo che quello piange. Ha dei lucciconi che gli scendono per le gote. Ti senti bene? Parla a fatica, gli manca il fiato. Digrigna i denti e stringe gli occhi. È in preda ad una ridarella devastante. Capisco a stento le sue parole: guarda qui, singhiozza indicando il giornale, il capo del loro governo, che fa il professore d’economia, sostiene che con quel tipo di decreto il pil crescerà dell’11% (i consumi e l’occupazione dell’8, gli investimenti del 18 e i salari del 12). Ma sono le ultime parole, poi s’accascia piegato in due a reggersi la panza. E pensare che eravamo venuti nella penisola attirati dall’idea che si facesse solo bunga-bunga. Mai avremmo immaginato un tale sollazzo. Gratis. Davide Giacalone, 23/01/2012, Il Tempo

..…………Ha dimenticato di sottlineare, Giacalone, che l’Autoritànazionale  che sarà costituita per rilasciare le licenze dei taxi  costerà alcuni milionmi di euro l’anno, tra indennità, locali, stipendi al personale  e auto blu,  che più ne riducono più ne mettono in circolazione. Per il resto la lucida analisi del marziano Giacalone sulla liberalizzizione dei taxi pensata come capace di far aumentare il PIL dell’11%  provoca tante risate da riuscire a seppellire anche un totem come Monti. g.

QUELLO CHE NESSUNO DICE SULLA CRISI TRA TEDESCHI E SPREAD, di Renato Brunetta

Pubblicato il 23 gennaio, 2012 in Economia, Politica | No Comments »

Le tempeste finanziarie provengono dagli Usa, ma fanno più danni nella Ue perché è divisa in Paesi penalizzati e pochi privilegiati. L’andamento dei Bot lo dimostra.

Ci sono molte cose dette sulla crisi economica che stiamo vivendo e ce ne sono molte altre che nessuno dice. La più importante è quella che sta all’origine del caos finanziario che si è generato: chiunque pensi che o chiunque voglia far credere che la colpa della crisi sia dell’Italia si sbaglia di grosso.

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Viviamo da dieci anni nel pieno di una serie di bolle speculative che hanno destabilizzato il mercato: quella di internet, quella immobiliare, la sub-bolla delle materie prime, la speculazione sui debiti sovrani. Queste hanno generato un deterioramento complessivo del mercato che ha preso ogni volta forme diverse. Adesso è il turno dell’attacco alle casse dei Paesi. Le crisi partono sempre negli Stati Uniti poi arrivano da noi in Europa dove diventano più forti per una questione banale: è un’entità disomogenea, nella quale ci sono paesi penalizzati come l’Italia e Paesi come la Germania che arrivano a vendere i propri titoli a tassi di interesse addirittura negativi avvantaggiando se stessi e danneggiando tutti gli altri.
Ora, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, nel 2012 i governi mondiali avranno bisogno di prendere a prestito dai mercati più di 11.000 miliardi di dollari. Di questi: 1.400 miliardi in Europa; 4.700 miliardi negli Stati Uniti, 3.000 miliardi il Giappone 3.000 miliardi. Significa che la crisi del debito pubblico europeo è quantitativamente marginale rispetto al resto del mondo, ma la mancanza di una politica economica comune e di una Banca Centrale prestatore di ultima istanza rendono vulnerabili i paesi dell’Ue. Va da sé che la l’andamento dello spread italiano come quello di altri Paesi non dipende dal governo Monti o da quello Berlusconi, ma dalla debolezza della governance europea. La dimostrazione? Lo spread medio degli ultimi giorni del governo Berlusconi è stato più basso di quello dei primi sessanta giorni del governo Monti. Proprio così: contrariamente a quello che in troppi sostengono la tenuta del debito pubblico italiano era più solida con l’esecutivo precedente che con quello in carica: il motivo è che contano poco i picchi dello spread, mentre conta molto di più la media in un periodo più lungo. Peraltro, anche la riduzione del differenziale tra il rendimento dei titoli di stato tedeschi e di quelli italiani, ultimamente è stata drogata dal massiccio intervento della Banca centrale europea. Renato Brunetta, Il Giornale 23 gennaio 2012

ALTRO CHE PROFESSORI, FANNO SOLO FIGURACCE, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 22 gennaio, 2012 in Economia, Politica | No Comments »

Macché liberalizzazioni e crescita del Pil: dopo tante promesse e slogan, i tecnici varano un decreto che fa ridere

Monti ha partorito il topolino, talmente piccolo e impaurito che neanche il mio gatto lo ha preso sul serio: ha sbadigliato. Promesse, annunci, perfino minacce. E tutti aspettavamo con ansia di leggere il decreto che regola i mercati.

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Da settimane negli ambienti del Palazzo e dintorni, gli addetti ai lavori politici sussurravano intimoriti: oddio, arrivano le liberalizzazioni studiate dal formidabile governo dei tecnici. Ed ecco il giorno della rivelazione. Tremori, batticuore. Poi una risata. Di compatimento. Bocconiani o peracottari? Giudicate voi.

Sta di fatto che non si tratta di liberalizzazioni, ma di ampliamento delle piante organiche. Due cose assai diverse. Liberalizzare significa: meno Stato e più iniziativa privata; più libertà, meno burocrazia. Col decreto sbandierato dal governo succederà il contrario. Il Pil non aumenterà per questo insulso, anzi, dannoso provvedimento. Prendiamo le farmacie. Continueranno a essere ciò che sono sempre state: le sole autorizzate a vendere farmaci, come è ovvio che sia. Però crescerà il numero dei punti vendita: da 18mila a 23mila, cioè più 5mila. Che saranno messe a concorso e saranno vinte da farmacisti anziani (l’anzianità fa punteggio) o, più probabilmente, raccomandati. Si sa come funzionano i concorsi pubblici. I vincitori acquisiranno la proprietà della farmacia e potranno lasciarla in eredità ai figli laureati in materia. Per i professori il diritto dinastico relativo alla successione si chiama liberalizzazione. Ma che vadano a scopare il mare. Tutta l’operazione consiste in questo: la torta dei medicinali vale cento, che oggi viene spartita fra 18mila farmacie. Domani la stessa torta verrà divisa fra 23mila farmacie. Miseria per tutte. Le parafarmacie se la prenderanno in saccoccia. E il cittadino non guadagnerà un centesimo. Le farmacie in zone disagiate ( di montagna, per intenderci) vinte per concorso seguiteranno a non esserci perché tutti i farmacisti le rifiuteranno. Come mai? Non guadagnano. Peggio: non sopravvivono.

Il caos è garantito: a Milano apriranno 11 nuovi punti vendita, a Roma 209. Perché?

Milano è già organizzata, la capitale mica tanto. Non perché i romani siano stupidi, quanto, piuttosto, perché la città si è dilatata disordinatamente negli ultimi quarant’anni.

Qualcosa di liberale tuttavia è stato introdotto: l’orario di apertura. Se una farmacia deciderà di rimanere in servizio 24 ore, potrà farlo legalmente. E senza chiedere permessi. Capirai che privilegio. Ci voleva Monti per dire che è assurdo imporre un orario, e che è meglio consentire ai gestori di agire come credono. Una curiosità. Il decreto sulle farmacie, visto come è stato concepito, dimostra che Pier Luigi Bersani, segretario del Pd ed ex ministro (delle lenzuolate) non ne aveva azzeccata una. Il suo intento era favorire le Coop e le parafarmacie. Trombatura. E ciò è motivo di allegria.

Veniamo ai taxi. Anche in questo caso si tratta semplicemente di un ampliamento nocivo della pianta organica: più licenze. Con quale criterio di assegnazione? Sentiti i sindaci, sarà una Authority a dirigere il «traffico». Se c’era qualcosa di cui non si sentiva la mancanza erano le Authority. Viceversa se ne aggiunge un’altra alla pletora esistente: quella dei trasporti. Che metterà il becco nei taxi di Agrigento e in quelli di Cuneo, indifferentemente. Con quale competenza, e con quale conoscenza dei problemi, non è dato sapere, ma si può intuire: zero. La stessa Authority definirà le regole per le nuove concessioni autostradali eccetera. Altro ente, altro nome, altra burocrazia, altri stipendi, altre auto blu. E la chiamano liberalizzazione.

A proposito di appesantimento burocratico. Sarà istituito un tribunale per le imprese incaricato di dirimere il contenzioso e di emettere sentenze. Buona idea? Certamente è giusto accelerare i processi in cui siano implicate le aziende a qualsiasi titolo: priorità a chi lavora e ha bisogno di tempi stretti, altrimenti si paralizzano gli affari e si frena la crescita economica. Ma che senso ha un tribunale aggiuntivo? Non sarebbe stato opportuno chiudere i Tar (inventati dopo l’istituzione delle Regioni, quindi enti inutili quanto le Regioni stesse) e destinare il personale al disbrigo delle pratiche processuali in cui siano coinvolte le imprese? Nossignori. I bocconiani preferiscono creare un altro baraccone. «E io pago».

Capitolo professionisti. Aboliti gli ordini secondo direttive europee? Neanche per sogno. Quelli rimangono, altrimenti le corporazioni fucilano i ministri. I quali si sono limitati a eliminare il tariffario e a rendere obbligatori i preventivi della parcella, cosicché i clienti saranno consapevoli di quanto dovranno sborsare per una determinata prestazione.

Un successone. Notai. Vale il principio adottato per tassisti e farmacie: ampliamento della pianta organica. Avremo cinquecento notai di fresca nomina. Esultanza delle folle. E il Pil va su? No. Il Pil se ne frega.

Non per tediarvi, cari lettori, ma due parole sulle banche e sulle assicurazioni vanno scritte. Alle prime Monti ha fatto il solletico: un tettuccio alle commissioni su bancomat e prelievi. Roba minima, ininfluente. Le assicurazioni applicheranno uno sconto (Rc auto) a chi accetterà di mettere in macchina la scatola nera, un deterrente contro gli imbrogli, gli incidenti fasulli (si segnala che a Napoli si stanno già attrezzando per produrre scatole nere ad personam ). Infine i benzinai. Novità sconvolgente. I distributori avranno facoltà di acquistare i carburanti da qualsiasi compagnia.Eliminata l’esclusiva. Contenti, cari lettori? Contenti o no, queste sono le liberalizzazioni del menga, chi ce le ha se le tenga.Salveranno l’Italia? Di sicuro non salveranno il governo dall’ennesima figuraccia.

P. S.: ci eravamo dimenticati degli edicolanti. Monti li considera dei paria, e li ha condannati a morire di fame. Chiunque potrà vendere carta stampata, anche le latterie, se ce ne fossero ancora. I giornalai perderanno il 50 per cento degli incassi e non potranno compensare il buco smerciando altri generi merceologici. Perché? Così muoiono prima e soffrono di meno. A nome della categoria ringraziamo i professori di onoranze funebri. Vittorio Feltri, Il Giornale, 22 gennaio 2012

…..Bravo Feltri! E grazie per averautorevolmente  confermato quanto abbiamo scritto a proposito delle farmacie. Noi avevamo scritto che una torta che nel nostro paesino ora si divide in due, nel prossimo futuro si dividerà in tre. Ma senza alcun vantaggio per i cittaidni-utenti. Feltri ampliando l’esemjo a livello nazionale ha scritto che la torta ora si dive fra 18 mila farmacie e nel prossimo futuro sidividerà fra 23 mila. Ma con quale vantaggio per i cittaidni-utenti? Nessuno stigmatizza Feltri. Eppure quel signore che per anni è stato indicato come il juovo messia capace di risolvere tutti i problemi italani ha avuto o spudorato coragigo di andare a dire in TV (anche oggi!) che il decreto “cresciItalia” che meglio sarebbe stato chiamare “crepiItaliani” farà salire il PIL del 10%. Incominciamo ada vere il dubbio che oltrre che zoppicare in inglese, Monti zoppica anche in economia applicata all’Italia. Salvo che non si senta il premier della Cina dove il PIL  quest’anno è cresciuto del 9%. Napòlitano ci ha “salvato”  da Berlusconi, che lo stellone italico  ci salvi da Monti e dai suoi ministri. g

LA RICETTA DEL GIOVERNO NON E’ LIBERALE, di Mario Sechi

Pubblicato il 22 gennaio, 2012 in Politica | No Comments »

Se il governo Berlusconi non era liberale e condizionato dalla dottrina di bilancio di Tremonti e dalla sua visione colbertiana dell’economia, il programma dispiegato da Monti e dai suoi ministri è di stampo dirigista, ispirato dal dogma della regolazione in un Paese che di regole soffoca e per non morire asfissiato le aggira.

Il presidente del Consiglio Mario Monti L’indice della libertà economica della Heritage Foundation e dell’Istituto Bruno Leoni è un buon metro per valutare lo stato di salute dell’Italia. I dati sono stati diffusi qualche giorno fa: siamo al novantaduesimo posto, preceduti di un gradino dall’Azerbaijan e lontani da Paesi come la Giamaica, il Kazakhstan, la Slovenia, Capo Verde e molti altri che fanno sorridere i benpensanti. Questo non schioda di un millimetro il fatto che l’Italia è un gigante economico, è la terza economia d’Europa, ma deve farci riflettere sull’eccesso di regolazione di un Paese che ha potenzialità inespresse enormi e costi burocratici titanici. Bene, di fronte a tutto questo che fa il governo Monti? A parole liberalizza, ma in realtà regola, controlla, certifica, pianifica e dispone per l’oggi e il domani. Istituire un’Authority per i trasporti è l’esempio più lampante del sistema di pensiero. È una visione del mondo che fa parte della biografia e dell’esperienza del premier, ma è lontana da quella di un liberale. Nella mente del governo c’è sempre l’occhio dello Stato – o di un suo ente supremo – su ogni dimensione dell’economia. Siamo di fronte a un’idea non dinamica e naturale della concorrenza dove i prezzi dei beni e dei servizi sono frutto della domanda e dell’offerta. Se il governo Berlusconi non era liberale e condizionato dalla dottrina di bilancio di Tremonti e dalla sua visione colbertiana dell’economia, il programma dispiegato da Monti e dai suoi ministri è di stampo dirigista, ispirato dal dogma della regolazione in un Paese che di regole soffoca e per non morire asfissiato le aggira. Come spesso è accaduto in questi giorni, la metafora del cosa non va in Italia, di questa enfasi regolatoria, di questa volontà di dare a ogni manifestazione della realtà un quadro normativo, arriva dalla tragedia della nave Concordia. Dopo il naufragio Palazzo Chigi annuncia il varo di una norma per regolare le rotte a rischio. Ridicolo. Una materia che fa parte della cultura di ogni buon marinaio, punto e linea da carta nautica, bussola e compasso, diventa oggetto da Azzeccagarbugli. È la testimonianza di un governo che rischia di andare fuori rotta. Mario Sechi, Il Tempo, 22 gennaio 2012

………..Sechi si è totalmente ricreduto e sebbene mostri di sperare ancora che Monti cambi rotta, non disconosce che quella del govenro tecnico è una politica che non porta da nessuna parte e che le sue scelte non sono nè rivoluzionarie nè prodiuttive di effetti positivi per il Paese, per l’economia, per i cittadini su cui pesa una pressione fiscale senza precedenti. Sull’edizione di oggi di Libero un giornalista inglese scrive che Monti non sa parlare inglese, o meglio lo parla non come ci si aspetterebbe da un bocconiano che ha fama di essere un economista di ivello internazionale, campo, l’economia, dove la lingua ufficiale è l’inglese. Non sappiamo se quanto scrive il giornalista inglese sia vero o sia il frutto di antipatia per Monti, ma quel che è certo è che Mont, i che per anni è stato il sogno proibito nel cassetto della sinistra ci ha messo poco a dimostrare che si trattava di un sogno, appunto,  un brutto sogno. g.

MONTI E L’AUMENTO DEL PIL DEL 10%: ECCO IL GRANDE INGANNO

Pubblicato il 22 gennaio, 2012 in Economia, Politica | No Comments »

La crescita ipotizzata da Monti possibile solo in trent’anni. E con un piano diverso da queste finte liberalizzazioni

Il presidente del Consiglio, professor Mario Monti, ha affermato che in conseguenza di queste liberalizzazioni Pil e produttività possono aumentare del 10 per cento. Non avendo specificato in quanti anni ciò avrebbe luogo, si può essere autorizzati a supporre che questo miracolo economico avvenga in un anno. Sicché l’Italia, per effetto del decreto varato ieri, aumenterebbe in un anno più di ciò che riesce a fare la Cina. Se una frase come questa l’avesse pronunciata Silvio Berlusconi, i media sarebbero pieni di commenti ironici e sarcastici. Invece non si nota alcun sarcasmo e nessuna ironia per questa affermazione lunare. Nelle pagine interne del Sole24Ore c’è una possibile spiegazione dell’arcano di questa magia di sapore medieval-rinascimentale. Infatti uno studio di due ricercatori della Banca d’Italia del 2009 riguardante la concorrenza nel settore dei servizi sostiene, con un’analisi econometrica, che ove per effetto della liberalizzazione il margine applicato dalle imprese dei servizi dell’Italia scendesse al livello medio del resto dell’area europea, nel giro di cinque anni, successivamente, in un arco complessivo di 30 anni, si avrebbe un incremento graduale del prodotto nazionale. Esso, fra 30 anni, risulterebbe accresciuto di quasi l’11 per cento annuo.

Ci sono, per altro, due condizioni perché ciò si materializzi da qui al 2040: A) che si liberalizzino tutti i servizi, ossia commercio, credito, assicurazioni, comunicazioni telefoniche e postali, costruzioni, elettricità, gas, acqua, trasporti nazionali, regionali e locali, hotel e ristoranti; B) che tali liberalizzazioni generino la riduzione dei margini italiani al livello medio europeo.
Si ipotizza, cioè, che gli elevati margini non derivino da costi particolari di natura fiscale, burocratica e giudiziaria, che in Italia si debbono sopportare, né da altri fattori (lo Statuto dei lavoratori che con l’articolo 18 così come attualmente interpretato, scoraggia la crescita delle imprese oltre i 15 addetti, il rischio delle assicurazioni più alto che altrove, il servizio di miglior qualità degli alberghi e ristoranti di minor dimensione, eccetera). Queste estese liberalizzazioni non si vedono nel decreto Monti.

Aumentare il numero dei taxi, dei notai, delle farmacie non è una liberalizzazione, e l’effetto sul Pil è di dividere la torta di questi settori che hanno un’importanza marginale, nel prodotto nazionale, con qualcuno in più. Non c’è alcuna liberalizzazione per servizi pubblici locali come la rete idrica o i trasporti. Lo scorporo della rete ferroviaria da Ferrovie italiane spa per passarla al Tesoro è una statizzazione, che disintegra questo complesso e genera incertezza per la gestione del programma di costruzione della rete alta velocità.

La liberalizzazione consisterebbe nella facoltà di esercitare aziende ferroviarie nuove di servizio locale e nazionale, con tutte le fermate utili, per trasporto merci e passeggeri, al di fuori dell’alta velocità, l’unica parte che funziona (abbastanza) bene delle nostre ferrovie. Quanto allo scorporo di Snam da Eni, essendo Eni quotata in Borsa, non si capisce se lo Stato indennizzerà il Cane a sei zampe per tale scorporo. Anche questa è una statizzazione che rischia di bloccare investimenti in corso. La liberalizzazione consisterebbe in un decreto che fissasse il diritto di terzi all’uso della rete gas di Snam.

L’abolizione delle tariffe minime per gli avvocati crea problemi per le cause civili, perché non si sa più quanto si deve pagare di spese legali se si perde la causa. Si potrebbe continuare sulla povertà di contenuto liberalizzatore di questo decreto e sugli effetti collaterali negativi che può comportare. Mi limito a notare che questo sparare cifre, come il 10 per cento del Pil, getta discredito sulla categorie dei professori e sulla credibilità del governo, con riguardo alle previsioni economiche su quest’anno che sono quanto mai discordanti. Il governo prevede una riduzione del Pil dello 0,5%, mentre Confindustria stima un calo dello 1,6 e il Fondo monetario internazionale addirittura del 2,2.

Non credo che le previsioni di Confindustria e del Fondo siano corrette, perché la Bce sta attuando una politica monetaria espansiva con misure non convenzionali, come i prestiti triennali all’1% alle banche, in cambio di garanzie costituite da titoli pubblici e privati e la flessione dell’euro del 10% che in poco tempo stimola le esportazioni. Ma urge una politica pro crescita di cui queste «liberalizzazioni» non sono neppure un surrogato.Francesco Forte, Il Giornale, 22 gennaio 2012

LIBERALIZZAZIONI: ANCORA UNA PRESA PER I FONDELLI

Pubblicato il 21 gennaio, 2012 in Economia, Politica | No Comments »

L’impressione è che il ceto medio liberale ancora una volta sia stato fregato e che in più gli si chieda di brindare perché le liberalizzazioni sono cosa sua

C’è una storiella che si addice al momento. Quella del tizio che va alla festa che sognava da unavita, belleragazzediscinte e quant’altro. Quando le luci si riaccendono l’amico che lo vede un po’ giùglichiede:«Ma come, era quello che volevi: non ti sei divertito? ».Risposta: «Insomma…All’inizio ho visto una coscia nuda,ma poi l’ho preso in quel posto per tutto il tempo ».

Il premier Mario Monti

Il premier Mario Monti
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Ecco, per i moderati in attesa di riforme il decreto sviluppo approvato ieri dal governo Monti mi sembra simile a quella festa. L’impressione è che il ceto medio liberale ancora una volta sia stato fregato e che in più gli si chieda di brindare perché le liberalizzazioni sono cosa sua. Così come per alzarci tasse e tariffe Monti si è nascosto dietro lo spread, ora ci vogliono tacitare con un tozzo di liberismo (punitivo per le categorie) condito con un paio di effetti speciali, tipo il tribunale per le imprese e le imprese a costo zero per i giovani.

E come se non bastasse c’è stata pure la presa in giro: «Vi tolgo le tasse occulte», ha infatti detto Monti presentando il provvedimento. Ho fatto due conti: in vista non c’è alcun risparmio e sul gobbo mi restano le tasse non occulte che ci hanno da poco appioppato. La montagna di tecnici ha partorito il topolino: uno schiaffone ai farmacisti, uno annunciato ma ancora non dato ai tassisti ( quelli fan paura), un pizzicotto ai notai, un buffetto a banche e assicurazioni.

A naso,nel mirino c’è quasi tutto l’elettorato di centrodestra e forse non è un caso. Come non a caso è stata annunciata una punizione a Mediaset con l’annullamento dell’asta delle frequenze, un patto approvato anche dall’Europa che lo Stato si rimangia provocando grave danno a una azienda privata. Di Pietro ordina, Passera esegue. Mi viene in mente quel magistrato che pochi mesi fa sul suo blog aveva scritto: colleghi, una volta che ci saremo liberati di Berlusconi dovremo pensare come fare a liberarci dei berlusconiani. Ecco, ci siamo,e come detto dovremmo pure gioire.

Napolitano, a Consiglio dei ministri ancora in corso, ha detto che si tratta di un provvedimento poderoso. Come faceva a saperlo? Diciamo che se non l’ha proprio scritto, sicuramente l’ha letto e corretto con attenzione. Berlusconi, in questi mesi molto cauto, ieri si è lasciato andare a un giudizio duro: questo governo ha deluso, il Pdl non esclude di provare a tornare a governare. Detta così sembra una minaccia. Noi, con le dovute correzioni rispetto al passato, la prendiamo come una promessa. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 21 gennaio 2012

.……….Eravamo stati facili profeti nel prevedere che il decreto sulle liberalizzazioni sarebbe stato un bluff, esattamente come l’altro. Questi tecnici che si sono prestati alla politica sono peggio dei politici di mestiere. Senza avere, dicono loro, la testa alle elezioni, non ne fanno una buona e smerciano per rivoluzioni copernicane decisioni che sono vere prese per i fondelli. Sopratutto per il ceto medio,  sempre più impoverito e ora chiamato per decreto “napolitano”  a inneggiare alle “liberalizzazioni” che sarebbero la panacea per tutti i mali che l’affliggono. Lo abbiamo detto e lo pensano tutti: le uniche liberalizzaizoni che ci interessano sono quelle che riducano,  insieme ai costi delle tariffe di tuti i generi, la pressione fiscale  divenuta insostenibile e contribuiscano davvero a favorire la concorrenza costringendo il mercato a calmierarsi. Non ci sembra che nessuna delle decisioni varate dal governo siano destinate a favorire tale meccanismo. Faccviamo un solo esempi. Le farmacie. E’ stato deciso che si aprano altre 5000 farmacie in tutta Italia, più o meno mezza farmacia in più negli  8000 comuni italiani. Dicono che ciò favorirà lo sviluppo provocando nuova occupazione. Siamo tentati di sostenere il contrario benchè la cosa non ci interessi più di tanto….nel paesino che viviamo con 8000 abitanti ci sono ora due farmacie, se ne dovrebbe aprire un altra. Ciò vuol dire che l’utenza  che ora formalmente si divide  tra due forni,  dovrà dividersi fra tre. E quindi conseguentemente anche le entrate delle attuali due farmacie dovranno essere divise fra tre. E ciò provocherà nuovi posti di lavoro? E’ possibile il contrario, nel senso che le due attuali farmacie, visti ridotti gli incassi, si sentano costrette a ridurre il numero degli attuali dipendenti….vedremo1 Ma intanto l’apertura delle nuove 5000 farmacie quale vantaggio determinano per l’utenza?  Ci pare che al di là delle fumose  e nebbiose allocuzioni del  funereo e nebuloso premier Monti, nessuno si è impegolato a dirci come e in che misura l’apertura delle 5000 farmacie diventa un vantaggio per l’utenza p  ri quali l’unico vantaggio deriverebbe solo dalla riduzione del prezzo dei farmaci, quello ovviamente non prescrivibile dal SSN e che si pagano al banco, con soldi veri. Su questo fronte anche se si aprissero non 5000 ma 50 mila nuove farmacienessun vantaggio materiale ne deriva per gli utenti. E allora di che diavolo cianciano Monti e compagni?g.


ALLA EX DESTRA SERVE UN LEADER PER RISORGERE, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 20 gennaio, 2012 in Costume, Politica | No Comments »

Che fine ha fatto la componente «destra» del Popolo della libertà, quella che un tempo aveva una forte identità di forte minoranza, una grande storia alle spalle e un raggio assai limitato di spazio politico? In ogni società europea e globale c’è un’opinione pubblica di questo tipo e oscilla tra il dieci e il venti per cento della popolazione.

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E in alcune situazioni o con leader speciali, può accadere che diventi prevalente. Da noi quel segmento corposo è stato in larga parte domiciliato nel Pdl, in piccola parte nella Lega e il resto disperso in formazioni minori, fughe nell’altrove o nel buco nero dell’astensionismo.

Per molti anni quella destra fu soprattutto l’Msi, ma oltre il nucleo missino c’era l’area conservatrice e cattolica, un tempo incline a rifugiarsi nel ventre democristiano e poi nel berlusconismo. Finì il tempo dell’Msi, finì il tempo di An, finì il tempo del protettorato finiano. Ora sono inquieti, spaesati, scontenti. Vivono ai margini o nella stiva del centrodestra, scarsamente rappresentati, poco visibili e poco influenti, e con la prospettiva di contare ancor meno quando finirà l’esperienza di questo Parlamento e di alcune amministrazioni locali, a cominciare da Roma. Che farà l’ex-destra, mancando l’alibi monarchico del leader gravitazionale, alias Berlusconi? Si scioglierà definitivamente, sopravviverà in piccoli agglomerati o allo stato larvale dentro il Pdl? E il suo domicilio presente diventerà la sua residenza o il suo loculo?

Partiamo da due considerazioni positive e due negative. Le negative: quell’area non ha più un leader di riferimento. Non per alto tradimento ma per basso intendimento: Fini ha mostrato di essere incapace e di non capire i tempi della politica. Oggi sarebbe stato il più quotato successore… E la sua classe dirigente, già di per sé poco spiccata, è dispersa in tre tronconi: i superstiti del Pdl, i frammenti a destra, il cui meteorite maggiore è Storace, e i seguaci di Fini sbarcati in un algido paesaggio lunare, il Terzo polo.

Le positive: al di là di sigle, etichette, collocazioni, leader, esiste ancora un’opinione pubblica sociale, nazionale, statale e tradizionale delle dimensioni europee prima indicate. Entità irriducibile al liberalismo moderato ma anche al popolarismo. Un’area che può allearsi con questi soggetti, ma non può esaurirsi, sciogliersi in loro. Può seguire i suoi interessi immediati ma non può vivere e votare solo sulla base dei suoi interessi immediati. Seconda notazione positiva: l’anno zero dopo il ciclo berlusconiano, l’assenza di prospettive alternative, il deserto di rappresentanza su alcuni temi cruciali della società globale, giocano a suo favore. Non c’è più un nemico incombente, un comunismo occulto che obbliga a fare diga, intrupparsi nel grande centro moderato ed eclissarsi nella subalternità come il male minore; anzi il governo dei tecnici evoca l’esigenza contraria, di riscoprire la politica e il suo primato.

Cosa resta allora da fare a quella area politica proveniente da destra? Innanzitutto un censimento, poi chiamarsi a raccolta, senza limiti di etichetta e collocazione, in una specie di convocazione generale. E qui coniare un documento di riconoscimento e far nascere una fondazione che agglomeri le realtà preesistenti. Magari con una leadership non politica di garanzia, per evitare che finisca tutto in una partitella pre-elettorale o in una guerra egemonica tra gruppi, caporioni e correnti. Quella fondazione deve darsi visibilità, una voce e un portavoce, proiettarsi in una strategia, selezionare un gruppo dirigente, articolarsi in una galassia di realtà periferiche e settoriali.

Insomma uscire allo scoperto. È naturale la sua collocazione all’interno del centrodestra e il suo riferimento, non esclusivo ma prioritario, nell’attuale Pdl. Poi dovrà seguire attivamente gli sviluppi dello scenario politico, senza escludere nulla: per esempio, se mutano le condizioni, doversi costituire in un movimento autonomo, magari alleato ma sovrano in casa sua. Senza però tornare indietro, inevitabilmente postero rispetto alla destra, ai nazionalismi del secolo scorso, e non riconducibile all’alveo liberale.

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Area comunitaria, nel senso di tutela e promozione delle comunità in ogni grado: famigliare, locale, nazionale, culturale, religiosa, europea.

Rivoluzionaria e conservatrice, al contempo; ma seriamente rivoluzionaria sul piano degli assetti e seriamente conservatrice nel senso della tradizione. Incentrata sull’Italia ma come civiltà, non come nazionalità. Un patriottismo di civiltà, dove la civiltà non è un territorio ma una visione, un network, una rete; locale, nazionale, sovrannazionale. Un movimento che punti all’educazione, alla meritocrazia, all’autorità e al senso dello Stato, nel quadro di una democrazia comunitaria, decisionista e responsabile.

Penso difficile ma non impossibile la nascita di un movimento del genere. E penso che giovi non solo a se stesso ma anche al centrodestra intero. Ma penso soprattutto che serva oggi all’Italia un moto di passione civile che riparta dall’anno zero per dare un passato e un futuro a un presente troppo assente. Marcello Veneziani, Il Giornale 20 gennaio 2012

.…………Veneziani ha messo il dito nella piaga. Dov’è la destra? Chi la rappresenta? Cosa fare per risorgere? Il dibattito è aperto e le speranze non sono morte. g.

ARRIVANO LE LIBERALIZZAZIONI? ECCO TUTTI GLI ERRORI DI MONT E COMPAGNI

Pubblicato il 20 gennaio, 2012 in Economia, Politica | No Comments »

ed ecco perché i prezzi non scenderanno…………….

Tutti gli errori di Monti sulle liberalizzazioni

Liberalizzazione non sempre fa rima con diminuzione. Basti pensare che per far scendere i costi di alcuni servizi bancari (come conti correnti e bancomat), settore aperto e libero in cui moltissimi soggetti si contendono il mercato, piuttosto che liberalizzare il governo ha deciso di intervenire con un atto dirigistico che prevede per legge il taglio delle commissioni sulle carte di debito e l’introduzione di un conto bancario di base low cost. Anche nel settore dei rifiuti il paradosso rispunta fuori: alcune norme che dovrebbero aprire al mercato le attività di raccolta, vendita, trasporto e stoccaggio di imballaggi usati (bottiglie, lattine) prevedono per i produttori un balzello di 0,20 euro a pezzo. Ebbene la norma stabilisce che sia «obbligo dei venditori al dettaglio ritirare dai consumatori finali» la somma. Insomma, paghiamo noi.

La materia è complicata. E la sensazione è che il governo abbia scelto di puntare di più su alcuni settori simbolici, la cui liberalizzazione non avrà però grande impatto sui consumatori, che su quelli realmente da ridisegnare. La separazione del Bancoposta, che offre prodotti e servizi finanziari, dalle Poste, che si occupano di spedizioni, era comparsa nelle prime bozze e poi sparita. Quella della rete ferroviaria (Rfi) dalle Fs, che in un primo momento si pensava fosse immediata con il passaggio delle azioni al Tesoro, è stata affidata ad una successiva valutazione della nuova authority per i trasporti. In altre parole, non si farà. Quanto alla rete del gas, il provvedimento la prevede, ma fra due anni e mezzo, e senza chiarire quale sarà il nuovo assetto societario di Snam. Per il resto, tra le misure che dovrebbero finire oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri ci sono molti interventi dagli effetti benefici tutt’altro che certi. Ecco i principali.

Taxi. Gli interventi del governo sono ancora oggetto di trattative con la categoria, ma in sostanza l’idea è quella di affidare alla nuova autorità dei trasporti il compito di adeguare i livelli di offerta del servizio taxi, delle tariffe, della qualità delle prestazioni ai diversi contesti urbani per garantire il diritto alla mobilità degli utenti. Si tratta, in sostanza di incrementare il numero delle licenze e di concedere ai tassisti maggiore libertà tariffaria per far scendere i costi per i consumatori. Il problema è che sia il numero delle licenze sia le tariffe già sono sostanzialmente in linea con quelle europee. Un intervento più efficace sarebbe stato forse quello per abbattere il costo del gasolio (16% in più della media Ue), il peso delle tasse (3% in più), il prezzo dell’assicurazione (58% in più).

Benzina. Il decreto prevede la possibilità per i gestori degli impianti di distribuzione di rifornirsi liberamente da qualsiasi produttore o rivenditore (a prescindere dal marchio dell’impianto). I titolari degli impianti e i gestori degli stessi, da soli o in società o cooperative, possono anche accordarsi  per l’effettuazione del riscatto degli impianti da parte del gestore stesso. L’obiettivo della norma è accrescere la concorrenza e ridurre i prezzi al consumo. Non sarà così. La filiera distributiva incide infatti solo per l’8% sul prezzo finale del carburante. Il 60% arriva da accise e imposte e il resto dalla materia prima. Semmai si doveva intervenire sulle norme regionali, che impongono ai nuovi distributori obblighi onerosi che bloccano l’avvio delle attività per pompe senza marchio e grande distribuzione.

Tariffe. La norma è chiara e semplice: sono abrogate tutte le tariffe professionali, sia minime sia massime. In più i professionisti saranno obbligati a fornire un preventivo. Avvocati e notai low cost per tutti? Non proprio. L’effetto sarà quello di affidare ai giudici la decisione sulle parcelle da riconoscere al professionista quando non c’è accordo tra le parti o in cui si tratti di incarichi fissati dalla Pa, ovvero gli unici casi in cui oggi si utilizzano le tariffe professionali. Quanto al preventivo, la norma provocherà o l’innalzamento delle spese complessive o l’inserimento da parte dei professionisti di clausole che permettano di alzare a volontà le cifre pattuite, soprattutto in settori dove il numero e il tipo di interventi sono difficilmente prevedibili.

Farmaci. Il pacchetto del governo prevede liberalizzazioni degli orari, aumento delle farmacie, libertà di sconti, possibilità di vendita dei farmaci di fascia c negli esercizi commerciali e indicazione del generico nella ricetta del medico. L’obiettivo è quello di far risparmiare i consumatori (anche perché il servizio sanitario già rimborsa solo il prezzo più basso a cui è venduto un farmaco). L’effetto sarà, forse, di lasciare tutto com’è, visto che la legge già prevede che il farmacista sia obbligato a segnalare il generico, che l’Italia è uno dei Paesi europei con più farmacie per abitante e che le farmacie spesso si accordano su determinati prezzi per evitarne eccessive oscillazioni. A farne le spese saranno piuttosto le parafarmacie, da cui tra l’altro è arrivato nel 2010 il volume maggiore di sconti sui prodotti.

Energia. Per quanto l’operazione sarà molto dilazionata nel tempo (circa 2 anni e mezzo), il governo è intenzionato a prevedere la separazione proprietaria della rete del gas (Snam rete gas) dalla società di produzione (Eni). L’obiettivo è quello di sviluppare una maggiore concorrenza e uno sviluppo infrastrutturale in modo che i clienti finali possano avere contratti a prezzi più vantaggiosi. È difficile sostenere che togliere la rete del gas dal controllo del monopolista possa produrre effetti dannosi sul mercato. Bisogna, però, considerare che Eni ha già messo in atto una separazione funzionale e che è relativamente semplice garantire, attraverso il controllo del regolatore, la libertà d’accesso alla rete. La questione è, dunque, quella di essere certi che anche la politica di investimenti abbia un’impostazione pro-concorrenziale e non ceda alla tentazione di rinunciare a investimenti teoricamente remunerativi, ma tali da pregiudicare rendite di monopolio. Se questo è il problema l’ipotesi, molto probabile, di mettere tutto in pancia alla Cdp (che controlla l’Eni) potrebbe non essere risolutiva. di Sandro Iacometti, Libero, 20 gennaio 2012

….Il Consiglio dei Ministri è in corso per deliberare sulle tanto propagandate “liberalizzazioni” che dovrebbero costituire la pancea per tutti i mali del nostro Paese. In attesa di conoscere finalmente i dettagli di questa operazione che ha tutta l’aria di essere solo aria fritta e al di là delle solite ed instancabili sceneggiate televisive di cui anche ieri sera ha fornito  testimonianza il solito Bruno Vespa che tra una maramaldeggiata sul aso Concordia e qualche intervista interrotta quando a lui non piace il tema, ecco una carrellalta su quanto ci aspetta e sopratutto le ricadute dei provvedimenti di Monti e compagni sui di noi contribuenti. Perchè il punto è questo e solo questo: quale vantaggio ricava il cittaidno contribuente dai provvedimenti goverantivi?  Dopo essere stato rosolato come un pollo allo spiedo,  il cittadino-contribuente si aspetta che le tanto sbandierate liberalizzazioni che sottindedono  più mercato e quindi più concorrenza (non era Monti il commissario UE alla concorrenza?!) producono concreti ribassi dei prezzi in quei settori dove più che altrove il cittadino-contribuente si sente tartassato. I trasporti, con la benzina in primo piano, le assicurazioni dove imepra un ignobile triust monopolistico delle compagni assicurative, i servizi bancari nei quali i trust monooolisitci delle banche fanno il bello e il cattivo tempo, le tariffe dei servizi pubblici. E potremo continuare a lungo. I provvedimenti del govenro che sono in questo momento in gestazione riusciranno a provocare effetti positivi sui cittadini? Questo è il punto. A leggere la nota oggi pubblicata su Libero sembrebrebbe di no. Se così fosse e dovesse accertarsi dopo la pubblicazione del nuovo librone legislativo (si parla di 107 pagine!) dovrfenmo una volta di più constatare che quella di Monti al timone è stata una cattiva idea, quasi quanto quella di aver messo uno spaccone alla guida della Concordia. g.