ODDIO, ARRIVA UN’ALTRA TASSA: STANGATA SU PENSIONI E CONTI CORRENTI
Pubblicato il 14 dicembre, 2011 in Politica | No Comments »
Roma – Due miliardi da tasse e contributi di solidarietà, sconti ai baby boomers e rivalutazioni assicurate fino a 1.400 euro per quanto riguarda le pensioni. Poi Ici (Imu) sulla prima casa alleggerita per le famiglie numerose, un tetto agli stipendi pubblici e altri aggiustamenti come quella salva mercato dell’usato che prevede l’esenzione dalla tassa sul lusso per le automobili che abbiano più di cinque anni.
Il senso dei due pacchetti di emendamenti al decreto Salva Italia presentati ieri dal governo e dai relatori è più cassa per garantire la correzione dei conti; concessioni ai partiti, che hanno visto accettare alcune loro proposte per introdurre più «equità» e impasse su due nodi politici: le liberalizzazioni e i costi della politica.
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Il maxiemendamento del governo è spuntato ieri pomeriggio, dopo una mattinata di trattative serrate e vertici che hanno coinvolto il premier Mario Monti. Il risultato delle mediazioni sono sei pagine dove la parte del leone la fanno ancora una volta fisco e previdenza.
La stretta sul fisco passa, come previsto, dai capitali scudati per i quali arriva, un’imposta di bollo ordinaria per garantire la segretezza dei dati, fissata al 4 per mille all’anno e al 10 per mille nel 2012 e nel 2013 in caso la somma sia stata prelevata dal deposito. La precedente versione prevedeva un prelievo una tantum dell’1,5 per cento.
C’è anche un giallo dei conti correnti. L’emendamento del governo alla manovra modifica la normativa sull’imposta di bollo prevedendo l’esenzione per le giacenze inferiori a 5.000 euro e l’aumento a 100 euro per le società. Ma nella parte che riguarda l’imposta ordinaria, quella che già oggi si paga sui conti correnti pari a 34,20 euro, si includono anche i «libretti di risparmio, anche postali», che oggi sono esclusi da ogni imposta, sono milioni e rappresentano la forma di risparmio dei redditi bassi. Sempre a proposito di Poste, il governo Monti ha previsto una nuova tassa per buoni fruttiferi. Alla scadenza ci sarà una tassa dello 0,1 per cento nel 2012 e dello 0,15 per cento a decorrere dal 2013. Stretta anche sugli strumenti finanziari, con un’imposta che da fissa diventa proporzionale, pari all’1 per mille annuo.
Arriva anche una nuova tassa, sugli immobili detenuti all’estero (sarà dello 0,76 per cento del valore sugli immobili oltreconfine) e sulle attività finanziare fuori dall’Italia.
La stretta fiscale serve soprattutto a finanziare l’ammorbidimento dell’Imu sulla prima casa. L’emendamento stabilisce che alla detrazione di 200 euro già prevista per la nuova Ici, valida per tutti, si aggiungano 50 euro per ciascun figlio di età non superiore a 26 anni, «purché dimorante abitualmente e residente anagraficamente nell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale».
Concessioni alla maggioranza anche sul capitolo previdenza. Le pensioni fino a 1400 euro per il prossimo anno saranno rivalutate del 100%. Ma dal 2013 le rivalutazioni riguarderanno le pensione fino a due volte la minima, ovvero fino a poco più di 900 euro.
Sono arrivate anche le misure per salvare la «generazione del ’52». I lavoratori con un’anzianità contributiva di almeno 35 anni al 31 dicembre 2012 possono andare in pensione anticipata a non meno di 64 anni. Le donne potranno andare in pensione di vecchiaia a 64 anni se al 31 dicembre 2012 avranno almeno 20 anni di contributi e 60 anni d’età. Uno sconto limitato a chi ha maturato il diritto alla pensione a ridosso della riforma.
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Il tutto a spese delle pensioni d’oro per le quali è previsto un contributo di solidarietà. Doveva essere del 25% (così era stato presentato dal ministro del Welfare Elsa Fornero), ma è stato modificato a penna nel testo del governo. Riguarderà la parte eccedente i 200mila euro all’anno, per il 15%.
Molto sofferto il capitolo liberalizzazioni. Un emendamento dei relatori le aveva rinviate al 2013, ma il governo ha confermato il 2012 come data di inizio. Ma non ha cambiato l’esclusione dai taxi dalla liberalizzazione, che resta anche nella versione definitiva del decreto.
Sempre dai relatori, è arrivato un emendamento che introduce un tetto agli stipendi pubblici compresi quelli dei manager delle società partecipate: non potranno essere più alti di quello del presidente della Corte di cassazione, quindi circa 290mila euro. Poi magistrati, procuratori dello Stato e avvocati non potranno accumulare le indennità derivanti dalla loro attività negli enti pubblici.
Sui costi della politica il governo è andato incontro alle Province prevedendo che, in vista della riforma, gli organi decadano a scadenza naturale e non nel 2013. Antonio Signorini, il Giornale 14 dicembre 2011

Augusto Minzolini non è più il direttore del Tg1. Il CdA della Rai lo ha rimosso dall’incarico, su proposta del direttore generale Lorenza Lei formulata in base a quanto previsto dalla legge n. 97 del marzo 2001 relativa a dipendenti di aziende non solo della pubblica amministrazione ma anche a prevalente partecipazione pubblica nel momento in cui sullo stesso soggetto pende un giudizio della magistratura penale. A favore della rimozione di Minzolini hanno votato quattro consiglieri, mentre quattro hanno votato contro e uno si è astenuto. La proposta è passata perché in caso di parità il voto del presidente vale doppio, e in questo caso Paolo Garimberti ha votato a favore della rimozione, come del resto aveva preannunciato nei giorni scorsi. Adesso toccherà al direttore generale proporre a Minzolini un nuovo incarico, di peso equivalente a quello da cui è stato rimosso. Con ogni probabilità gli sarà proposta una destinazione all’estero, in un ufficio di corrispondenza di primissimo piano. Fermo restando che lo stesso Minzolini non decida di ricorrere al magistrato del lavoro per il reintegro qualora ritenesse inadeguato il nuovo incarico. Lo scontro in CdA è stato tutto sulla interpretazione dell’articolo 3 della legge 97/2001, che secondo i legali consultati dalla Rai equiparano il lavoro privato al pubblico impiego e la legge è pertanto applicabile anche all’azienda di viale Mazzini non in quanto essa appartenente alla pubblica amministrazione ma perche’ caratterizzata da prevalente partecipazione pubblica. Al contrario, i consiglieri che hanno votato per il no alla rimozione ritengono non applicabile alla Rai questa legge.
L’imperativo degli onorevoli è chiudere in fretta la questione. L’ondata di antipolitica è evidente e i toni sono già troppo alti. Dunque tra pochi giorni gli uffici di presidenza di Camera e Senato ritoccheranno gli stipendi dei parlamentari. La parola d’ordine è «adeguamento», che non significa riduzione. Sì perché è passato il principio che i compensi degli onorevoli italiani debbano essere nella media degli altri Paesi dell’Unione europea. Sulla carta l’idea funziona. Ma andando a confrontare gli stipendi la musica cambia. Deputati e senatori italiani, infatti, guadagnano più o meno come i colleghi degli altri Paesi. La differenza è che in Francia, Germania o a Bruxelles tanti servizi sono pagati e gestiti dal Parlamento e non direttamente dagli onorevoli. Lo stipendio vero e proprio si chiama «indennità» e ammonta precisamente a 5.486,58 euro netti al mese. La cifra è la stessa anche negli altri Paesi dell’Ue: 5.677 netti al mese per i deputati francesi, 6.350 per gli inglesi, 7.668, ma lordi, per i tedeschi. Un parlamentare europeo gaudagna, invece, 6.083,91 euro netti al mese. Ciò che fa lievitare lo stipendio degli onorevoli nostrani fino a 12 mila euro (non considerate le indennità aggiuntive come quelle dei presidenti di Commissione, dei segretari d’Aula o dei questori) sono le altre dotazioni: 4 mila euro al mese (ora ridotti a 3.500) di diaria, che serve a coprire le spese di soggiorno a Roma e 4.190 euro al mese per il «Rapporto eletto-elettori», utilizzati per pagare gli eventi politici e la segreteria (uno o due assistenti). A questi soldi si aggiungono i 3 mila euro all’anno per le spese telefoniche e i rimborsi per i trasferimenti da e per l’aeroporto. I viaggi, ovviamente, sono gratis. Tutti. Ogni onorevole, infatti, ha una tessera «magica». Funziona più o meno così pure negli altri Paesi, anche se la gestione è centralizzata: sono i singoli Parlamenti a pagare assistenti, uffici e trasporti ai deputati. Un sistema più trasparente visto che spesso alla Camera e al Senato i «portaborse» ricevono un compenso bassissimo. Stessa storia per i soldi che i parlamentari dovrebbero spendere per le iniziative politiche nel loro collegio di elezione. I fondi arrivano puntuali ogni mese, anche se la legge elettorale ha cancellato da tempo i collegi e dunque il rapporto con gli elettori. Salvo poche eccezioni. L’indennità dei parlamentari è equiparata allo stipendio dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione e prevede dodici mensilità. È leggermente più alta per i senatori (circa 200 euro al mese). Dal 2008 gli aumenti automatici sono bloccati. I deputati e i senatori hanno avuto finora un unico grandissimo vantaggio rispetto a quelli degli altri Paesi dell’Ue: il vitalizio. Il triplo rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna. Ancora di più rispetto ai parlamentari europei, a cui spetta una miseria. Invece in Italia è stato possibile andare in pensione anche a 50 anni con una sola legislatura alle spalle (5 anni) con 2.500 euro al mese. Fino a pochi anni fa andava ancora peggio: ci sono stati onorevoli che hanno ottenuto il vitalizio con un solo giorno di legislatura. Come vincere la lotteria. Ma le norme sono cambiate. Dal 1° gennaio 2012 anche i parlamentari passeranno al sistema contributivo, come tutti gli altri comuni mortali. Dunque gli attuali inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama avranno un vitalizio leggermente inferiore (2.300 euro) mentre dalla prossima legislatura la pensione baby scomparirà. Dunque nei prossimi giorni gli onorevoli si «adegueranno» ai colleghi europei. Quindi, nella migliore delle ipotesi, rinunceranno a poche centinaia di euro al mese. Un trucco. Il provvedimento opportuno sarebbe piuttosto dimezzare il numero dei parlamentari o tagliare gli stipendi veramente, guadagnando di meno della media europea. Come succede a un operaio, a un professore o a un impiegato italiani. Categorie ben lontane dalla speranza di ottenere un «adeguamento» all’Ue. Alberto Di Majo, Il Tempo,13/12/2011




