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LA MANOVRA DI MONTI? RETROMARCIA PER L’ITALIA

Pubblicato il 4 dicembre, 2011 in Politica | No Comments »

Tasse e solo tasse: questa la ricetta da 24 miliardi di SuperMario per salvarci dalla crisi: così son bravi tutti. Il cdm forse si riunisce oggi

La manovra di Monti?  Retromarcia per l'Italia

Tasse, tasse, tasse. Ormai mancano pochissimo e conosceremo tutti i punti della manovra amarissima che sta per caderci sulle teste e soprattutto nelle tasche. E’probabile che la manovra da 24 miliardi venga varata oggi stesso. Da ieri sono in corso gli incontri con i partiti e le parti sociali, Monti cerca di rendere meno amaro un boccone più che indigesto. Deve eseguiire “i compiti” che l’Europa ha assegnato all’Italia per uscire dalla grave crisi economica. Il punto è che da un Rettore della Bocconi ci si aspetta che imbroccasse una strada diversa, da quella scontata, dell’aumento dell’Irpef. “Non c’era bisogno di un ex rettore della Bocconi per aumentare l’Irpef e nemmeno di un consesso di docenti universitari per ripristinare l’Ici. Bastava il professor Mortadella. Quando si trovò con le spalle al muro, con il rischio di rimanere fuori dall’euro, Prodi non seppe fare di meglio che imporre agli italiani una supertassa. A far quadrare i conti aumentando le imposte sono capaci tutti, mica serve aver studiato economia. Cirino Pomicino ha studiato Medicina, ma quando negli anni Ottanta si è trovato alla guida della commissione Bilancio non ha avuto problemi. In quegli anni la pressione fiscale passò dal 35 al 43 per cento”, scrive oggi il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, nel suo editoriale. Il punto è proprio questo: si colpiscono gli onesti, quelli che pagano. Una manovra che è fatta per tre quarti di maggiori tasse e solo per un quarto di minori spese. L’Irpeg colpisce le classi medie, sui cui è nuovamente piombata la tassa sulla prima casa. Si poteva incidere di più sui costi della politica, sul peso del pubblico impiego. Invece no. La ricetta di SuperMario è quella solita e facile: alzare le tasse, colpire il ceto medio. Libero, 4 dicembre 2011

ICI, IRPEF E CONTI CORRENTI. TUTTI GLI ERORRI DI SUPER MARIO

Pubblicato il 4 dicembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Invece di ragliare la spesa pubblica e gli sprechi Monti si è accanito sul ceto medio che, come sempre, pagherà per tutti

Ici, Irpef e conti correnti Tutti gli errori del premier

Occhio ai conti correnti. Domani mattina il saldo potrebbe essere un po’ calato. Il governo ha assicurato alle forze politiche che non ci sarà alcun prelievo forzoso allo sportello. Eppure la tentazione di ripetere il “colpo in banca” realizzato in piena notte da Giuliano Amato nel 1992 è  forte. L’opzione  è sul tavolo di Mario Monti. E il premier la valuta. Del resto, con una tassa al 6 per mille in stile Amato, il gettito immediato  per le casse dello Stato sarebbe di oltre 8 miliardi di euro. Un terzo, calcolatrice alla mano, dei 25 complessivi necessari a coprire l’intera  manovra sui conti pubblici in arrivo oggi  (o al più tardi domani) a Palazzo Chigi.

Così il termometro della patrimoniale in banca sale e segna di nuovo febbre alta. Per un conto corrente con 2mila euro, il salasso sarebbe di 12 euro. Cifra che schizzerebbe a 60 euro con un saldo da 10mila euro. E via a salire. Roba da far venire i brividi. La  voce è tornata a girare ieri come una trottola impazzita. C’è chi ha collegato l’ipotesi di un consiglio dei ministri  anticipato a oggi, all’intenzione dell’esecutivo di accelerare i tempi. Ciò, magari, per riuscire a pubblicare subito il decreto in Gazzetta ufficiale  e rendere operativa la misura fra 24 ore.    Ieri il telefono del viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli, era infuocato. A chi lo ha contattato per chiarimenti, l’ex direttore generale del Tesoro avrebbe escluso con fermezza la misura. La stessa linea tenuta da  Monti con i leader di partito. Tuttavia, un intervento nel recinto bancario pare   inevitabile, secondo indiscrezioni raccolte a via Venti Settembre.

La patrimoniale in banca, insomma, potrebbe essere mascherata. Non una tassa secca su conti e depositi. Ma più misure slegate tra loro. Un modo come un altro per mischiare le carte e smussare la rabbia degli italiani. A cominciare, a esempio, da un ritocco all’insù dell’imposta di bollo: potrebbe essere inasprito l’aumento già scattato a luglio sui dossier titoli (la botta arrivava fino a 1.500 euro) da estendere ai conti (oggi si pagano 34,2 euro). Alla fine della giostra verrebbero colpiti i risparmi. Non solo. Altri balzelli sparsi potrebbero arrivare sulle carte di credito e sui bancomat. Sulle tessere di plastica potrebbe essere chiesto qualche sacrificio anche alle banche con un abbattimento delle commissioni pagate dai commercianti. Mossa che sarebbe abbinata alle norme (blande) sulla lotta all’evasione fiscale, tra le quali, appunto,  la riduzione dell’uso del contante (massimo 300 euro). I banchieri, invece, escludono un giro di vite fiscale: a fine anno, d’altra parte, quasi tutti  i bilanci dei gruppi creditizi saranno in perdita.

Anche ai piani alti degli istituti, comunque, è forte il  timore per un  blitz sui conti correnti.  Che, di là dal “prelievo” immediato dello Stato, avrebbe altri effetti devastanti.  Si corre il rischio, infatti, di generare sfiducia tra i correntisti con ricadute sulla raccolta  delle banche. E se diminuisice    il denaro versato allo sportello dai clienti,  calano consequenzialmente i prestiti concessi a famiglie e imprese, già  drammaticamente strozzati dalla bufera finanziaria. Gli esperti delle aziende di credito hanno calcolato che nel ’92 la crescita della raccolta (misurata col rapporto tra depositi e Pil) è calata dell’1,4% nei nove mesi successivi allo scippo di Amato, mentre nel periodo precedente aumentava al ritmo del 4%.

Numeri che dovrebbero far riflettere chi in queste ore ha in mano le sorti del Paese. E che invece di dare  il via a una sfilza di tagli alla spesa pubblica e agli sprechi, pensa di risolvere i problemi dell’Italia e di aggredire il debito pubblico (1.900 miliardi) soltanto allungando le mani nelle tasche dei cittadini.
Nel provvedimento dell’esecutivo, stando alle bozze, non c’è traccia di interventi seri sulla cosiddetta Casta, peraltro promessi dal primo ministro nel programma illustrato in Parlamento. Dopo settimane di finte e dribbling, il governo dei professori (e delle tasse) ha gettato la maschera. La manovra è tutta una patrimoniale, o giù di lì. Colpisce, anzitutto,  gli immobili. Un po’ meno scontato il  ritorno dell’Ici sulla prima casa , è dietro l’angolo  una tassa molto alta sulle seconde e terze abitazioni, nonché una stangata sui beni di lusso, come gli yacht e, forse, le auto di grossa cilindrata.

Sotto tiro anche i redditi del cosiddetto ceto medio. L’idea (che potrebbe essere in parte accantonata) è portare al 45% l’aliquota del 43% e spostare al 43% quella oggi inchiodata al 41%.  Mossa che andrebbe a colpire redditi provenienti in larghissima parte da lavoro dipendente e da pensione per una quota che si aggira intorno all’80%. Denaro, in buona sostanza, che  non sfugge al fisco. Denaro di cittadini che le tasse le pagano già. Poco chiaro il capitolo sullo sviluppo: congelato il pacchetto sul rilancio delle infrastrutture, appaiono impalpabili gli sgravi fiscali (irap) per le imprese . Sul fronte della spesa statale (previsti tagli per il trasporto pubblico e  la sanità con inevitabili aumenti del ticket ospedaliero), gli unici interventi condivisibili sono quelli sulle pensioni: sistema contributivo per tutti, 42 anni di contributi per smettere di lavorare, più alta l’età per le donne. Provvedimenti coraggiosi e di buon senso.
Da chi ha studiato una vita alla Bocconi,  però,  era legittimo aspettarsi di più e di  meglio. O no?
Francesco de Dominicis, LIBERO, 4 dicembre 2011

I PROFESSORI FACCIANO IL LORO COMPITO. LI GIUDICHEREMO NOI, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 4 dicembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Ora è il professor Monti a rifilare una poderosa stangata a tutti i contribuenti (quelli che pagano le tasse, gli altri si vedrà in un molto ipotetico futuro). Un colpo duro a tutti i pensionati e pensionandi, pubblici e privati, maschi e femmine.

Mario Monti

Mario Monti
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Ai proprietari di quel bene rifugio universale chiamato prima casa, agli utenti dei pubblici servizi sanitari e di trasporto, agli enti locali territoriali e alle Regioni. Un prelievo rapace nelle tasche dei cittadini, e una intrusione forte nei modi di vita di tutti gli italiani, che farà rimpiangere le morbidezze dei Prodi, dei Padoa- Schioppa, dei Tremonti e dei Berlusconi.

La stangata è sostanziale e procedurale. La sostanza è nella corrosione di interessi corposi, difesi fino ad ora male e in modo corporativo, ma difesi con le unghie e con i denti, e con la famosa concertazione, un modo di impedire sistematicamente la decisione politica a vantaggio di una inerzia nichilista che dura da decenni. Questi interessi adesso verranno travolti. Le conseguenze saranno purtroppo di lungo periodo, e solo la proverbiale pazienza degli italiani, e la loro prostrazione di fronte alle lezioni di declinismo e catastrofismo oggi in auge, eviterà guai sociali seri. La forma procedurale è addirittura ferina per quanto risulta crudelmente offensiva. La consultazione informativa al posto della negoziazione, questo offre la ditta tecnocratica.

Di fronte a un governo tecnico e alla sua missione di salvezza nazionale ed europea concordata con il Quirinale, con l’Eliseo, con la Cancelleria federale di Berlino e con la Casa Bianca, ma cosa volete che sia se non una fastidiosa formalità un colloquio seriale, nel week end, con Casini, Alfano e Bersani, seguito da un giro di tavola con Camusso, Angeletti e Bonanni, per non parlare della Marcegaglia e altri minori.

«Venite che vi spiego quel che ho deciso, non c’è tempo per troppe vostre domande, il sapere non si contratta, non sono forse un professore? Non mi avete forse incaricato di fare al posto vostro quello che non avete saputo e voluto fare fino ad ora? Non mi avete appena votato la fiducia? Non sono forse stato cortese con voi, non ho forse proclamato la necessità di riconciliare cittadini e politica, rispettando il ruolo di Parlamento e partiti? Adesso incamerate tutto il rispetto che vi è dovuto, e fatemi fare la mia parte, perché avete appena accettato di assistere alla commedia, siamo solo al primo atto, non è tempo di buuuuuh e di fischi, lì fuori ci sono i corazzieri dei mercati, se non bastassero quelli del Quirinale». Also sprach Herr Professor Monti. Così parlò il professor Monti.

Messi davanti alla verità, strillano adesso quelli che fino a ieri ci hanno rimproverato, a noi pochi refrattari, quelli che fino a ieri ci hanno spiegato sussiegosi che la democrazia non è sospesa, che è tutto regolare, che i partiti sono in gran forma, che è avviata una spirale virtuosa di riforme di struttura anticrisi, e che le istituzioni impedendo il libero voto dei cittadini si preservano, si lustrano, si conservano in naftalina per un inverno duro, poi nella primavera del 2013 le si ritirerà fuori e, zacchete!, vedrete come ricominceranno a funzionare carburate dal consenso civile.

La posizione dei sindacati, senza distinzione, è ridicola. Si sono comportati da combriccola classista o corporativa, fa lo stesso, e si sono dimostrati meno democratici dei sindacati greci e dei centri sociali che tirano le molotov contro le banche, per dire di due cattivi soggetti ormai famosi nel mondo. Avete accettato il governo tecnocratico, il piglio di Passera a Termini Imerese vi è piaciuto, si può sempre fare roba con gente nominata come voi siete, meglio di un presidente eletto con un suo programma e una sua maggioranza, e adesso volete pure negoziare come se fossimo nella prima o nella seconda Repubblica? No cari, ora sbrigatevi, fate in fretta, esaurite il tempo concesso per la consultazione, e poi buttatevi dalla finestra di opportunità che, come ha scritto la vignettista Elle Kappa, il professore ha appena aperto per voi e per le altre parti sociali.

Dei tripartiti della maggioranza tecnocratica tripartita non mi va nemmeno di parlare. Sbuffano, rognano, rosicano, approntano le Camere per trappole che non scatteranno, perché sanno benissimo di essere del tutto impotenti, sono potenziali capri espiatori se qualcosa andasse male al cospetto dell’Europa e dei nuovi maestri di palazzo, questo sono,e non si azzardino a fare alcunché a parte un po’ di ammuina, chi sta sotto va sopra, chi sta a destra va a sinistra, e chi sta sopra va sotto e chi sta a sinistra va a destra; c’è chi vuole la patrimoniale per fare il rosso sulle barricate al grido di «equità», chi vuole difendere il ceto medio produttivo e l’imprenditoria diffusa ma si accorge che è un po’ tardi per battersi contro le tasse a chi le paga, oltre la frontiera del prelievo tollerabile, ma molto oltre; e infine, minoranza di opposizione leghista a parte, ci stanno i demo-centristi che sguazzano nell’equivoco della democrazia sospesa e dell’inciucio permanente e legittimato dalla tecnica, e se la ridono in fila indiana davanti all’ufficio di Monti.

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Ora pagate il fio della vostra dabbenaggine, sindacati e partiti che avete steso il tappeto rosso davanti al Preside e al suo Consiglio di facoltà. Noi che la fiducia non l’abbiamo votata, ora ci leggiamo le carte di Monti, vediamo se ci sia qualcosa di serio per lo sviluppo e la libertà economica competitiva, e poi giudicheremo come si fa agli esami. Siamo professori anche noi, mica assistenti del colpo di mano che ha portato al governo i professori. Giuliano Ferrara, 4 dicembre 2011

PIU’ DEI SOLDI MANCANO LE IDEE. PAGA CHIA HA SEMPRE PAGATO.

Pubblicato il 4 dicembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Soldi Tanti saluti all’idea che si doveva far pagare quelli che non avevano pagato. Pagheranno quelli che hanno sempre pagato, per giunta di più, vale a dire le fasce alte delle aliquote Irpef. Non è un colpo di scena, ce lo aspettavamo. Credere che fosse possibile il contrario è un po’ credere nelle favole, e noi non ci crediamo. Però c’è un aspetto fastidioso, un elemento culturale che segnaliamo ai professori al governo, talché lo mettano nel conto di reazioni negative: sostenere che questo sia un atto di giustizia sociale, perché così pagano i “ricchi”, è una tesi intollerabile. Primo, perché così pagano solo le persone oneste. Secondo, perché immaginare come “ricchi” i redditi che superano i 55mila euro può farlo solo chi preferisce coltivare pregiudizi sociali al far di conto. Il ceto medio e professionale subisce una spazzolata fiscale senza veder modificare, anche nel senso di maggiore apertura alla concorrenza, le regole del proprio lavoro. Peccato, perché le riforme avrebbero favorito la crescita, mentre i prelievi favoriscono solo la depressione. A questo si aggiunga che rimane in predicato un possibile innalzamento dell’Iva, già cresciuta di un punto, il che ulteriormente colpisce i consumi, già in recessione da mesi. Ma che volete? diranno quelli del governo: siamo in un momento terribile, abbiamo ereditato una situazione difficilissima e non potevamo fare altro. È vero, avrebbero ragione a dirlo. Ma è anche drammatico perché, se ci si limita a quel che si mormora e annuncia, vuol dire che siamo finiti in un vicolo cieco. Dove i primi ad essere bendati, però, sono gli stessi che dovrebbero tirarcene fuori. Perché, per dirne una, non sento parlare di vendite e privatizzazioni? Anche con quelle si farebbe cassa, ma senza incrudelire la recessione e senza lasciare in bocca il sapore sgradevole della vendetta sociale (inaccetabile). Conosco l’obiezione: ci vuole tempo e i soldi servono subito. Ma con tante belle menti a disposizione si possono trovare soluzioni tecniche capaci di produrre liquidità. Ad esempio si possono mettere i beni pubblici dentro un contenitore immediatamente valorizzabile, quindi immediatamente capace di trasformarsi in moneta sonante. Si può anche immaginare di portare verso quel veicolo, anche forzosamente, i quattrini degli italiani che si trovano ad avere liquidità, di modo che quei soldi verrebbero comunque schierati nella trincea del debito pubblico, ma senza essere ufficialmente sequestrati da un inasprimento fiscale, bensì speranzosamente riposti sul Piave, in attesa che Vittorio Veneto getti nel passato Caporetto. Una proposta di questo tipo è stata già descritta da Enrico Cisnetto, meriterebbe che ci si spiegasse perché non preferirla al torchio dell’erario (oltre tutto egli è genovese, quindi spontaneamente portato alla micragna, sicché dovrebbe trovare ascolto in un governo ufficialmente nato per far venire il braccino corto alla spesa pubblica, non per allungare le mani nelle tasche delle persone per bene, dei benemeriti che non nascondono i guadagni). Non essendo mai stato in cattedra, dall’ultimo banco vorrei segnalare un problema, a tanti illustri docenti: se l’unica cosa che si riesce a fare, vale a dire tassare, è la medesima che chiunque altro sarebbe stato in grado di concepire, se l’attesa dei provvedimenti si corona con la presentazione dei più scontati, esclusa l’incompetenza degli autori prende corpo la disperazione dei cittadini. Insomma, vuol dire che siamo alla frutta e che le idee scarseggiano più dei talleri. È per questo, non certo per amore degli equilibrismi politici, che speriamo si sappia aggiungere alle misure di cassa anche non meno concreti provvedimenti per lo sviluppo. Nel primo semestre dell’anno in corso i distretti italiani hanno segnato una crescita delle esprotazioni più alta dei tedeschi. La migliore in Europa. Se si interseca il dato regionale (l’area più forte è stata il Nord-Est) con quello merceologico si scopre che l’area più debole, ovvero il Sud, ha elementi d’eccellenza, che la pongono all’avanguardia, laddove si parla di tecnologia avanzata. Cito questo dato per dire che l’Italia produttiva c’è, quella che rischia, che studia e che inventa, è presente. A quest’Italia non si deve raccontare la storia triste dei ricchi da punire, specialmente se l’asticella della ricchezza viene collocata così in basso. Guai a stroncare le gambe di chi vuol correre, guai a distruggere il morale di chi ha l’ambizione di vincere, perché così facendo poi ci ritroviamo solo con l’Italia che campa di trasferimenti pubblici, ovvero gli stessi che si dovrebbero comprimere. A quel punto ci troveremmo a verificare la conferma di una dannazione: il consenso elettorale raccolto proprio grazie a una spesa che condanna l’Italia a scivolare indietro, lasciando senza degna rappresentanza gli italiani che incarnano l’unica seria alternativa alla rassegnazione declinante. Il governo Monti aveva ed ha la possibilità di ridare fiducia e dignità a questa Italia. Stia attento, per assenza di coraggio e fantasia, a non accartocciarsi nella retorica del sacrificio e della sofferenza, quasi fossero lussurie e non malanni. Ricordi che siamo una delle gradi potenze economiche del mondo. Che certamente necessita di rimettere ordine nei propri conti pubblici, che sicuramente, nel farlo, si possono rompere privilegi e tabù, ma non si può e non si deve farlo fracassando le ossa all’Italia dei privati produttivi, assai meno indebitati, quindi più virtuosi, dei loro simili nel resto d’Europa.  Davide Giacalone, Il Tempo, 4 dicembre 2011

.…………..Le tasse che super Monti sta per far cadere sulle spalle degli italiani non sono ancora formalmente definite, ma lo saranno nelle prossime ore se è vero che super Monti (da non confondere con Superman,  eroe dei fumetti e dei ragazzini) subito dopo aver “incontrato” partiti e parti sociali, infischiandosene delle loro opinioni e magari delle loro contrarietà, se ne andrà in Consiglio dei Ministri con gli altri superdii a cui Re Giorgio 1° ha affidato il compito di spremere gli italiani e delibererà come gli aggrada. Non si sa quindi se i redditi superiori ai 55 mila euro saranno definiti “da ricchi” e quindi penalizzabili con un aumento del prelievo IRPEF. In attesa di saperlo non possiamo che essere d’accordo con Giacalone quando ironizza sulle cifre che contrassegnerebbero i “ricchi” del nostro Paese. Perchè se sono da definire “ricchi” i percettori di 55 mila euro all’anno, poco più di 2600 euro al mese, come si dovrebbero definire quelli che percepiscono 72 mila euro al mese, al mese!, 2400 euro al giorno, al giorno!, 864000 euro all’anno? E chi è che percepisce tale fortuna, un super enalotto  annuale? Ma proprio lui, il super Monti, quello che vorrebbe imporre ai pensionati che superino i 936 euro al mese,  936 al mese!, 31 al giorno!, il congelamento dell’adeguamento della pensione al tasso di inflazione  per il 2012 (e si sa, in Italia quando si tratta di tasse si incomincia per un anno e si finisce per renderle stabili per sempre – come insegna l’addizionale per il terremoto di Messina del 1908!). Infatti super Monti percepisce 35 mila euro al mese di pensione per l’attività lavorativa svolta da “professore” a cui si aggiungono 25 mila euro al mese quale indennità di senatore a vita (ma non dovevano essere eliminati i senatori a vita?!) e infine 12 mila euro mensili quale indennità di presidente del Consiglio, in tutto 72 mila euro al mese, ripetiamo, al mese! E questo super introitatore di migliaia di euro al mese ha la faccia tosta si imporre ai lavoratori e ai pensionati l’ennesima super stangata. Ma lui perchè non rinuncia, e in proporzione è sempre poco, all’indennità di senatore a vita e all’indennità di presidente del Consiglio? Lo capiamo, se rinunciasse, forse andrebbe a dormire sotto i ponti del Tevere e insieme alla moglie andrebbe alla mensa dei poveri. Va a finire che saremmo c0stretti a fare una colletta per trovargli alloggio a pensione completa. g.

LA STANGATA DI MONTI: SE ALFANO E IL PDL CI SONO, ORA BATTANO UN COLPO, PERCHE’ E’ L’ULTIMA CHIAMATA PER FERMARE MONTI

Pubblicato il 3 dicembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Pdl in Senato ha i numeri per bloccare Monti: lo scambio imposte-interventi sulle pensioni accontenta forse il Pd, non gli azzurri

Se Alfano e il Pdl ci sono, ora  battano un colpo: è l'ultima  chiamata per fermare Monti

Giorno dopo giorno prende corpo la stangata di Mario Monti, una manovra che secondo le ultime stime dovrebbe aggirarsi intorno ai 23-25 miliardi di euro. All’interno del pacchetto sono quattro i punti che il Pdl proprio non riesce a digerire: Ici, Irpef, patrimoniale e tracciabilità dei pagamenti al di sopra di 500 euro, alias il grande fratello fiscale. Segue il commento di Martino Cervo.

Effettivamente, erano misure «impressionanti», e adesso il pettine è gonfio di nodi. Questione di ore e dovrebbe chiarirsi se le bozze trapelate ieri sono fantasie o realtà con cui le tasche degli italiani faranno rapidamente i conti, con tanti saluti alla lettera alla Bce. C’è una terza ipotesi: che la spremuta di tasse prospettata sia una mossa molto poco tecnica da parte del governo.  Che sia cioè l’equivalente di una sparata a quota 100 fatta per portare a casa 40, guadagnando anche un’immagine di ragionevolezza.

Monti e Angelino Fosse così, a maggior ragione oggi il colloquio tra Mario Monti e Angelino Alfano (e Silvio Berlusconi, se sarà confermata l’intenzione del premier di ascoltare il suo predecessore) assume un peso politico senza precedenti, perché dal suo esito dipendono le condizioni economiche, dunque una fetta di libertà, di milioni di elettori. Attenzione: non necessariamente del Pdl. L’innalzamento delle ultime due aliquote dal 41 al 43 e dal 43 al 45 investirebbe redditi mensili netti a partire da 2.600 euro di lavoratori dipendenti. Privilegiati, certo, ma difficili da considerare benestanti o tantomeno abbienti, se membri di nuclei familiari monoreddito, e senza parlare dell’Ici. C’è di mezzo pure un fiume di elettori del Pd.

Lo scambio di Pier Luigi Sarà interessante capire se è vero che il segretario democratico Pier Luigi Bersani ha di fatto condotto una trattativa che vedeva su un piatto il soffertissimo sì al ritocco delle pensioni contro cui la Cgil prepara barricate e sull’altro la macelleria di ceto medio uscita ieri pomeriggio tramite le agenzie. In pratica, avrebbe «ottenuto» tasse da far dimenticare il livello già record in cambio di assenso politico sulle pensioni e, forse, sugli interventi legati al mercato del lavoro. Se il Terzo polo fosse allineato a questa posizione, la maggioranza alla Camera può esserci. Al Senato, sulla carta, no. Oggi Angelino Alfano ha l’occasione di mettersi alle spalle una giornata storica nel suo cammino di segretario politico del Pdl.

Tecnici addio La garbata perifrasi del governo tecnico è durata lo spazio di settimane stordite dalla novità fulminea imposta dal Colle, ma in queste ore è la politica – caduto il grande alibi del Cavaliere – a fare i conti con scelte raramente così decisive per la vita dei cittadini, per di più con gli occhi di mezzo mondo puntati su Roma. O Alfano gioca il peso in Aula del partito che rappresenta – recuperando, almeno su questo, l’asse con la Lega – e fa valere l’idea di fisco, di persona, di società, che gli elettori hanno mostrato di voler difesa, o c’è da chiedersi se il Pdl meriti di esserci ancora. Anche perché, malgrado sia passato nel dimenticatoio del confuso frullato di manovre estive, il vecchio governo ha già inserito il contributo di solidarietà biennale, cui la stangata Irpef e Ici si cumulerebbe. Rendersi partecipe, con qualunque pressione dettata dall’urgenza o dal calcolo sulla durata dell’esecutivo, di quest’altra batosta, sarebbe un certificato di distruzione di identità.
di Martino Cervo, Libero, 3 dicembre 2011

DA MONTI UNA PIOGGIA DI TASSE: E’ LA STRADA PIU’ FACILE

Pubblicato il 3 dicembre, 2011 in Economia, Il territorio, Politica | No Comments »

Il governo tecnico ha la mano pesante. E aziona la leva fiscale senza pietà. D’altronde i medici pietosi non hanno mai salvato alcun paziente, e l’Italia è malata grave.

Mario Monti

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Il morbo che la affligge è il debito pubblico, ormai cronico dopo quarant’anni di pessima amministrazione. Da notare che i politici responsabili d’aver sperperato denaro l’hanno sempre fatta franca. E il conto adesso lo pagano, come sempre in questi casi, i cittadini. Dal premier però ci si aspettava qualcosa di diverso dalle solite stangate.

Anche lui invece – forse per la fretta di affrontare l’emergenza – pare comportarsi alla vecchia maniera: e cioè prelevando sangue dal corpo anemico dei contribuenti onesti, quelli che hanno sempre versato di più. Prendiamone atto. Per commentare la manovra in arrivo usiamo una frase celebre: «Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse; l’abilità consiste nel ridurre le spese» (senza demolire la qualità dei servizi, s’intende). La scrisse all’inizio del 1900 il padre della scienza delle finanze italiana, Maffeo Pantaleoni. Oltre un secolo più tardi, Tommaso Padoa-Schioppa tentò maldestramente di correggere il maestro con la seguente espressione: «Le tasse sono belle ». Talmente belle che gli evasori italiani sono rinomati nel mondo.

Transeat. Aggiungiamo soltanto che il presidente del Consiglio se non altro ha provato a incidere sulla spesa corrente,quella che provoca l’innalzamento del debito, ritoccando il sistema pensionistico (vedremo lunedì prossimo come) e annunciando tagli alla sanità. Poca roba rispetto alle necessità di bilancio, ma è sempre meglio del niente fatto finora dagli esecutivi incapaci di eseguire il loro compito: non vivere al di sopra delle proprie possibilità, preoccuparsi di recuperare le risorse prima di spartirle. Prediche inutili. Per il resto, a giudicare da quanto si è saputo, il professore bocconiano non ha resistito alla tentazione di agire sul piano dell’ovvietà: aumentare i tributi, esattamente il contrario di ciò che suggeriva Pantaleoni, del quale abbiamo ricordato l’insegnamento.

E allora che dire? Per inasprire le aliquote dell’Iva e dell’Irpef (sui redditi stupidamente considerati alti, quando invece sono bassissimi: circa 70mila euro ed oltre), per reintrodurre l’Ici sulla prima casa e aggiungere un’Ici (patrimoniale) sulla seconda e la terza, per rivalutare gli estimi catastali degli immobili (minimo 15 per cento), per tagliuzzare qua e là, parliamoci chiaro, forse non era indispensabile un governo di docenti: come già abbiamo avuto modo di dire, sarebbe potuto bastare un ragionier Rossi, un Andreotti qualunque.

Infatti, il gigantesco apparato burocratico messo in piedi in sessant’anni di Repubblica delle banane, i numerosi enti dannosi che costano e non producono (le Authority per esempio, o i Tar, ma ce ne sono a bizzeffe), le Regioni, le Province eccetera non saranno nemmeno sfiorati dalle cesoie.

In sostanza, con i provvedimenti che Monti si accinge a presentare non andremo da nessuna parte. Nel senso che non sistemeremo i conti pubblici, non aggiusteremo lo spread, non cominceremo neppure l’opera di risanamento sollecitata dalla Ue. La speranza è che il premier abbia qualche altra carta da giocare e che il Parlamento gli spiani la strada anziché, com’è sua abitudine,creargli ostacoli e vanificare i suoi deboli sforzi. Difficile essere ottimisti. Antonio Di Pietro, sulle pensioni, ha già detto a Monti: marameo. Idem la Lega. Vittorio Feltri, Il Giornale, 3 dicembre 2011

MONTI GUADAGNA 72 MILA EURO AL MESE E CHIEDE SACRIFICI A CHI NE GUADAGNA 7.200 ALL’ANNO

Pubblicato il 3 dicembre, 2011 in Il territorio, Politica | No Comments »

MONTI SPACCA LA SINISTRA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 2 dicembre, 2011 in Politica | No Comments »

Ogni volta che Berlusconi dice «non molliamo, c’è ancora il rischio che comandino i comunisti», i più sorridono come se si trattasse di una barzelletta trita e ritrita.

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Sarà, ma né Marchionne né Monti sul tema hanno voglia di ridere. L’amministratore delegato di Fiat ieri ha infatti posto il problema a modo suo: se sinistra e sindacati continuano così, Fiat non si farà condizionare e lascerà l’Italia. Il governo del neo premier non è meno duro con i sindacati: trattare sulle riforme?

Non se ne parla neppure, qui decidiamo noi.
Cambiano gli uomini, i governi, i contesti e le necessità, ma il problema resta sempre lo stesso. Cioè la pretesa dei sindacati di comandare in fabbrica e nel Paese. Una dittatura delle minoranze per impedire quei cambiamenti che la maggioranza chiede ed esige. Una continuazione di una lotta di classe ideologica che ha già devastato l’Italia una volta. E il Pd pare proprio incapace di spezzare il cordone ombelicale con le ali radicali. Con chi starà Bersani? Con Monti o con la Camusso? Voterà la riforma delle pensioni o scenderà in piazza per contestarla?

Si diceva che il governo Monti avrebbe messo in crisi il centrodestra, aprendo la strada alla sinistra. A naso, sta succedendo l’inverso. È la sinistra che si sta avviando verso il bivio della vita. Cioè scegliere se imboccare la nuova strada, per esempio quella che indica Renzi, di un moderno partito socialdemocratico, oppure continuare su quella vecchia del post comunismo nostalgico in compagnia di neo comunisti rancorosi.
Che cosa succederà nei prossimi giorni nelle aule parlamentari e nelle piazze è presto per dirlo. Ma una cosa è certa.

Se al termine di questo tsunami sarà spezzata l’insana subalternità della politica ai sindacati, il governo Monti una medaglia se la meriterebbe comunque. Anche se, questa volta, voglio proprio vederli i sindacati incendiare animi e piazze. Contro chi? La crisi? Napolitano che ha voluto e imposto Monti? Contro Monti che è l’unica garanzia contro un ritorno anticipato di Berlusconi? Se la sentirà Bersani di rinnegare quasi un mese di osanna e salamelecchi al governo dei tecnici salvatore della patria? Del resto, i casi sono solo due. O la Camusso starà dalla stessa parte di Berlusconi, o Bersani si schiererà con Bossi contro Napolitano. Due spettacoli, comunque vada, da non perdere. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 2 dicembre 2011

DRAGHI A BRUXELLES: MA L’AULA DELL’EURPARLAMENTO E’ (QUASI) DESERTA

Pubblicato il 1 dicembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

A Bruxelles Draghi striglia i governi  nazionali del’eurozona. Ma la reprimenda cade nel vuoto: l’aula è deserta. Che fine hanno fatto gli eurotecnocrati che chiedono sacrifici?

Oggi non doveva essere di buon umore il portavoce del Fondo monetario internazionale, Gerry Rice. Ha fatto sapere che i tecnici di New York rivedranno al ribasso le stime di crescita nel World economic outlook che sarà pubblicato a fine gennaio.

Il presidente della Bce Mario Draghi

Il fatto è che gli allarmi e i moniti si rincorrono e si infittiscono. Se non è l’Fmi ad avvertire che le maggiori potenze economiche rischiano di entrare in recessione è la Confindustria a monitorare sull’inversione di rotta nella crescita del pil nostrano, altrimenti ci pensa l’Ocse a mettere in guardia i Paesi dell’Eurozona i cui sistemi produttivi si avvicinano pericolosamente allo zero. Anche i vari capi di Stato ci mettono un gran impegno ad avvertire e ammonire. I tecnocrati di Bruxelles, poi, sciorinano teorie a go go per risolvere la crisi economica. Eppure, nonostante i patemi d’animo e i continui rischi di credit crunch di alcuni Paesi, questa mattina il neo governatore della Bce Mario Draghi ha parlato parla all’Europarlamento in un’aula deserta.

A fronte di richieste sempre più esplicite sulla disciplina di bilancio agli Stati dell’Eurozona, dal presidente della Banca centrale europea sono giunti anche possibili spiragli di apertura su un rafforzamento, in chiave futura e ipotetica, degli interventi dell’istituzione contro le tensioni sui titoli di Stato. “Per prima cosa serve un accordo con delle regole sui bilanci e sugli impegni che i paesi intendono rispettare”, ha affermato questa mattina Draghi durante la sua prima audizione da presidente al Parlamento Ue in sessione plenaria. Già, una seduta plenaria ma deserta. Poche, anzi pochissime, le persone sedute tra i banchi ad ascoltare Draghi che metteva in guardia il Vecchio Continente per l’aumento delle tensioni sui mercati e dei rischi per la crescita. Dov’erano tutti i tecnocrati che da mesi chiedono al nostro Paese di fare presto, di fare sacrifici per una crisi che non è stata causata dai contribuenti italiani, di attuare riforme strutturali che in alcuni casi rischiano di essere impopolari? Forse la prima audizione di Draghi da presidente della Bce al Parlamento europeo non era poi così interessante? Questo non possiamo dirlo. Quel che è certo, però, è che con quel che costa ai contribuenti l’Europarlamento, sarebbe opportuno che i lavori a Bruxelles iniziassero a fruttare qualcosa nel tentativo di combattere la crisi economica: di allarmi e avvertimenti, i cittadini non ne possono proprio più. Il Giornale, 1° docembre 2011

IL GIALLO DEL SOTTOSEGRETARIO “SCAMBIATO”

Pubblicato il 1 dicembre, 2011 in Costume, Cronaca, Politica | No Comments »

Insomma, il ministero dei “perfettini” presieduto dal più perfettino dei perfettini, cioè il super Mario, nella nomina di un sottosegretario scambia uno per l’altro. Ce lo racconta il Corriere della Sera di oggi in un articolo che riportiamo, ripreso appunto dal Corriere della Sera. Ci sarebbe da ridere se non fosse che c’è da piangere  nel constatare cosa è capace di (non) fare la super pagata burocrazia italiana di cui il ministero dei perfettini è l’emblema. g.

Quello vero, Franco Braga (a sinistra). L'omonimo, Francesco Braga (a destra)Quello vero, Franco Braga (a sinistra). L’omonimo, Francesco Braga (a destra)

ROMA – Il quasi omonimo, sotto la neve canadese di Guelph, ormai se n’è fatto una ragione e rilascia interviste a raffica: a «Un giorno da Pecora», a Radio 24, e perfino in diretta alla Bbc. Era il Braga sbagliato, finito nei registri del ministero in virtù di un nome quasi uguale, Francesco, a quello del vero sottosegretario, Franco. Il quale invece non risponde al cellulare neanche sotto tortura fino a sera e pare non se ne sia ancora fatto una ragione. Di essere lui il nuovo sottosegretario e soprattutto di esserlo diventato nel ministero sbagliato: Politiche agricole invece delle agognate Infrastrutture. E dunque per ora è un sottosegretario «in sonno»: designato ma non effettivo. E ancora del tutto sconosciuto al ministero (e al ministro) a cui è destinato. Si attende che sciolga la riserva, anche se Palazzo Chigi (r)assicura: «Tutto a posto, giurerà tra pochi giorni».

Tutto parte con la segnalazione di Altero Matteoli, che indica un «bravo sottosegretario» per quello che è stato il suo ministero, le Infrastrutture: si tratta di Franco Braga, ingegnere, docente, alla Sapienza, di tecnica delle costruzioni, presidente dell’Associazione italiana di ingegneria sismica. La segnalazione rientra nella quota di tecnici spettanti ai partiti e alle correnti e come tale viene accolta. Ma nella girandola dei ministeri, Braga finisce sulla poltrona sbagliata: al ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Nella sede del Mipaaf, nulla si sa di questo Braga. E così, nella notte fatidica, parte la caccia su Internet. Che approda a Francesco Braga, munito di curriculum perfettamente calzante, per quanto risieda in Canada da qualche anno di troppo (28): di qui la commedia degli equivoci, la email del ministero e poi la telefonata di Palazzo Chigi che chiede al Braga sbagliato se è lui il sottosegretario. Comprensibile l’agitazione del Braga canadese («Non dovreste essere voi a dirmelo?»), mentre l’ignaro ministro Mario Catania si congratula con lui e parla di «valore aggiunto».

A equivoco sciolto, resta Franco Braga. Che però non ha giurato insieme agli altri, indispettito dal cambio di poltrona. In queste ora sta prendendo la sofferta decisione. Quando giurerà? Al ministero non lo sanno: «Aspettiamo notizie». Palazzo Chigi minimizza: «A giorni giurerà». Il presidente di Fedagri Confcooperative, Maurizio Gardini, anche lui ingannato dall’equivoco, stima «entrambi» ma è chiaro: «Pur non conoscendo nessuno dei due accademici, basta dare una rapida lettura ai due curriculum per scorgere quale dei due profili sia più adatto. Visto che nel comparto agricolo è in corso un difficile negoziato in Europa, sarebbe evidentemente un gran vantaggio per il nostro ministro tecnico Catania l’essere affiancato da un sottosegretario altrettanto tecnico e che abbia una comprovata esperienza nel settore». Cioè, da Francesco Braga.
Il quale, tra un’intervista alla Bbc e una a Sabelli Fioretti e Lauro, ha appena ricevuto una email di scuse dal ministero: «Cortesissima. Non lo scrivono, ma tra le righe intuisco che avrebbero preferito me. Ho pieno rispetto per il collega, ma mi chiedo chi sia più adatto tra un ingegnere che si occupa di problemi sismici e un agronomo che si occupa di agribusiness». La neve e la distanza attutiscono le ultime parole di Braga. Che però si intuiscono: «Iddio protegga l’Italia». Alessandro Trocino, il Corriere della Sera, 1° dicembre 2011