UNA LETTERA DEL PREMIER BERLUSCONI AL “FOGLIO”
Pubblicato il 29 ottobre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »
“Austerità” non fa parte del mio vocabolario. Responsabilità sì, autonomia sì, libertà sì, ma austerità no. La polemica sui “licenziamenti facili” è figlia di una cultura ottocentesca che ignora i cambiamenti del mercato mondiale ed è oltraggiosa per l’intelligenza degli italiani: già ora nelle aziende con meno di 15 dipendenti, dove lavora circa la metà degli occupati, non vige la giusta causa.
E se ora il governo si propone di intervenire sui contratti di lavoro, seguendo la strada indicata dal disegno di legge presentato dal senatore dell’opposizione Pietro Ichino, è solo per aumentare la competitività del Paese, aprire nuovi spazi occupazionali per le donne e per i giovani, e garantire a chi perde il lavoro l’aiuto della cassa integrazione per trovare una nuova occupazione. Di fronte al compimento di una fase critica e turbolenta, e dopo che in Europa il nostro e altri governi hanno chiesto e ottenuto impegni finanziari a difesa dell’euro, dando assicurazioni sulle riforme e un calendario impegnativo per la loro realizzazione, si va purtroppo dipanando una campagna fatta di ipocrisie e falsità, che tende a rovesciare come un guanto il senso delle cose.
Ci siamo impegnati per la crescita, per lo sviluppo, per più efficaci regole di concorrenza, di competitività, di mobilità sociale, non per deprimere l’economia e rilanciare la lotta di classe, che come ho detto in Parlamento è finita da un pezzo. La rete di protezione sociale, in specie sul tema del lavoro, è tutto sommato abbastanza solida in Italia, e nessuno vuole sfilacciarla. Il problema è di ridurre le cattive abitudini, scongiurare un’estensione abnorme del lavoro precario, offrire un futuro qualificato ai giovani e alle donne rimuovendo solo e soltanto le rigidità improprie che impediscono l’allargamento della base occupazionale e produttiva, per avvicinarci agli obiettivi del Trattato di Lisbona sulla partecipazione al mercato del lavoro, purtroppo ancora lontani.
Gli imprenditori del XXI secolo non sono i padroni delle ferriere dell’Ottocento, non si svegliano al mattino con l’impulso di liberarsi di manodopera per gonfiare profitti. E i lavoratori sono titolari di forza contrattuale e di diritti, non schiavi sociali. Non dobbiamo sottometterci alla caricatura di noi stessi. Il lavoro è cambiato. Sono cambiati i bisogni e le aspettative sociali. Il lavoro socialmente tutelato ha le sue ragioni, ma gli investimenti in ricerca e in sviluppo, il rischio d’impresa e il ruolo delle politiche pubbliche si misurano con la capacità di competere produttivamente in una dimensione infinitamente più grande e varia che nel passato, di rendere il lavoro un’utilità sociale di cui andare orgogliosi, una scala da salire per vedere meglio l’orizzonte, non un buco in cui ripararsi.
Sono cose che anche la migliore cultura riformista di una grande filiera di tecnici del diritto del lavoro, al di là delle diverse appartenenze, ha sempre coerentemente sostenuto.
Siamo tutti chiamati a un grande senso di responsabilità nell’interesse dell’Italia e dell’Europa. Mi affido al senso della realtà dei sindacati, a una resipiscenza di senso comune nelle opposizioni, e soprattutto all’intelligenza paziente, tendenzialmente infinita, del nostro popolo. Abbiamo un orizzonte stretto e ravvicinato per varare alcuni provvedimenti in favore del lavoro e dello sviluppo, capaci di rimettere in moto la produzione di ricchezza nel manifatturiero e nei servizi, in particolare capace di restituire orgoglio e fiducia al Mezzogiorno italiano, e diciotto mesi di serio e responsabile lavoro prima del compimento della legislatura.
Avvilire il tutto in manovre di concertazione corporativa, in giochi di palazzo e di vecchia politica, non è la soluzione auspicata dalla maggioranza degli italiani.
Possiamo e dobbiamo fare di meglio. Siamo europei e liberi cittadini di un’Unione cha ha battuto un colpo sonoro nell’ultimo vertice di Bruxelles, l’Italia ha dei vincoli ma anche dei vantaggi da sfruttare. Rimettere in moto la macchina demagogica del catastrofismo e del pessimismo può essere l’istinto politicista di pochi, ma non deve essere la pratica dei molti, nella maggioranza e perfino nell’opposizione, che si rendono conto della necessità di crescere. Stimolata a dovere, in un nuovo clima di cooperazione che non ha alternative, l’economia italiana, che dipende dal funzionamento del sistema politico e dal comportamento della società civile, può vincere anche questa sfida. Io ci scommetto fiducioso. Altro che austerità. Cordiali saluti, Silvio Berlusconi, 29 OTTOBRE 2011

Bip, un messaggio sul cellulare. Fine mattina, Roma, vai e vieni su piazza Colonna. Apro il Blackberry e leggo. È il trader di una superbanca, dal suo personal computer partono ogni giorno ordini per centinaia di milioni di euro. Sugli schermi dell’agenzia Bloomberg legge le dichiarazioni di Pierluigi Bersani e dei sindacati dopo il via libera dell’Europa alla lettera di Berlusconi. «Ma cosa stanno dicendo? Ma perché non pensano agli effetti di quel che dicono? Il vertice è andato bene, tiriamo il fiato, i mercati ci credono, noi dopo tanto tempo stiamo comprando titoli italiani, sosteniamo il Paese e questi giocano allo sfascio?». Stop. Questa è la realtà dei mercati. Mentre Giorgio Napolitano e Mario Draghi spendono tutte le loro energie per aiutare Berlusconi a uscire dal guado, alimentare la fiducia sul nostro Paese e metterci in condizione di superare la crisi sul debito sovrano, c’è un pezzo di establishment che pensa «tanto peggio tanto meglio». Essere italiani non è una dichiarazione retorica, è un modo di essere e di agire che si concretizza tutti i giorni. In alcuni passaggi della storia ha bisogno di essere testimoniato superando le posizioni personali per partecipare a un lavoro corale che l’altro ieri ha dato buoni frutti. Il Governatore di Bankitalia e il Presidente della Repubblica lo hanno dimostrato. Altri no. È vero che l’opposizione deve fare il suo mestiere stimolando il governo a far meglio, ma in questo caso l’errore di prospettiva è macroscopico. Mi ha sorpreso che in questa fase anche un uomo intelligente e ricco di talento come Tremonti non abbia colto l’attimo fuggente. Non era questo il momento per distinguersi, «per sfilarsi» (parole di Umberto Bossi).

Doveva essere un affondo un po’ «cattivello» e invece l’allusione fatta da Gianfranco Fini a Ballarò sulla moglie baby-pensionata di Bossi ha scatenato la maggioranza. «Dimettiti!» è stato il coro di protesta che si è alzato dai banchi della Lega. «A Fini dico di andare a quel Paese, quando uno va in pensione ci va con le regole che ci sono», ha tuonato il Senatùr. Eppure il sempre meno superpartes presidente della Camera sembra non scomporsi alla critiche e, benché l’Aula si fosse già trasformata in un ring dove solo l’intervento dei commessi ha impedito il contatto tra Claudio Barbaro di Fli e Fabio Raineri del Carroccio, lui ha preferito rincarare la dose: «Non è questa la sede in cui il presidente della Camera ha la possibilità di rispondere alle osservazioni che sono state formulate (…). Se lo facessi finirei per confermare quella, a mio modo di vedere, insussistente accusa di partigianeria. Saranno altre le sedi in cui, se lo riterrò, eserciterò il mio diritto di replica». E così le critiche del capogruppo della Lega Marco Reguzzoni che definiva «scandalose» le parole di Fini pronunciate a Ballarò restano senza risposta così come l’esplicito invito di Bossi ad «andare a quel Paese» al quale il numero uno di Montecitorio ha risposto con un ironico «preferisco restare sulle cose serie». E allora «sulle cose serie» si resti. Ed è proprio il suo ex collega di partito Francesco Nania a cogliere l’invito di Fini ricordangogli che fu proprio lui il 13 febbraio 1995 ad attaccare l’allora presidente della Camera Irene Pivetti per essere intervenuta al congresso del suo partito: «Se Irene Pivetti non dovesse correggere le dichiarazioni rese al Congresso della Lega, allora dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di rimettere il suo mandato». E poi Nania, anticipando qualche passo del suo ultimo libro, in uscita a novembre, La corsa x il Colle aggiunge: «Non so se Pivetti abbia riflettuto bene prima di parlare, perché da domani tornerà a sedersi sullo scranno più alto di Montecitorio. Come sarà il suo rapporto con l’Assemblea? Non vale dire che parlava non come Presidente della Camera, perché Irene Pivetti è il Presidente della Camera. La sua è stata una evidente dimostrazione di irresponsabilità politica. La terza carica dello Stato ha il dovere di essere imparziale e super partes». Parole profetiche. Peccato che a sedici anni di distanza di quelle indignazioni non è rimasto nulla. E a dirlo non è solo Nania, ma anche Cicchitto (Pdl) che annuncia che la maggioranza «investirà il presidente Napolitano della situazione di difficoltà istituzionale determinata dal comportamento del presidente Fini». Contro si schiera anche il Responsabile ed ex finiano Silvano Moffa contro cui da Fli urlano «Venduto!». A sostegno si schierano invece Franceschini del Pd («Fini va valutato solo per il modo in cui presiede i lavori») e Casini, che rivolto alla maggioranza ammonisce: «Dare lezioni di deontologia venendo da certe esperienze e dopo aver assunto certi comportamenti per voi è davvero difficile…». Ma la bagarre in Aula tiene banco anche in radio e se su Radio 24 i due protagonisti della zuffa hanno fatto virtualmente pace (con tanto di accusa di Barbaro a Fini «poteva risparmiarsi questa polemica»), su Radio Padania a tuonare ci ha pensato il conduttore, Roberto Ortelli. «Ci piacerebbe sapere da lui come abbia fatto la suocera casalinga ad ottenere contratti in Rai. Vorremmo sapere anche qualcosa in più sull’appartamento di Montecarlo, sulla sua signora e su come si mantiene». Richieste che rimarranno disattese perché a Fini piace fare il «cattivello» solo con le famiglie degli altri. Alessandro Bertasi, Il Tempo, 27 ottobre 2011
