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SCAIOLA E PISANU VISTI DA BELPIETRO

Pubblicato il 9 ottobre, 2011 in Politica | No Comments »

Per anni Paolo Cirino Pomicino mi ha perseguitato con una minaccia: vedrà, alla fine, tornerà la Dc. Cioè noi. Il giorno in cui i magistrati di Mani pulite l’hanno cacciato dal Parlamento, l’ex ministro del Bilancio non si è arreso.

Saltando da Forza Italia all’Udc, da Mastella a non so più cosa, in fondo ha sempre avuto in testa una sola idea: rianimare la Balena Bianca. Con i suoi inciuci e i suoi intrighi, le clientele e le lottizzazioni, le correnti e i conti correnti. Recentemente il sogno dell’ex andreottiano di ferro ha preso una consistenza che pare non farlo sembrare più la follia di un parlamentare nostalgico.

Da settimane gli ex diccì sono in fermento. Già, perché pur essendo scomparso lo scudo crociato come partito (che poi non è vero, in quanto una piccola Libertas è rimasta), i democristiani non sono scomparsi mai. Hanno ripiegato le insegne, fatto sparire i simboli, chiuso le sedi di partito. Ma i dc non se ne sono andati. Molti di loro siedono in Parlamento, sotto l’ombrello del Popolo della Libertà, ma anche del Pd, oltre che ovviamente nell’Udc.

Tuttavia mentre di quelli di Casini si conoscono le intenzioni (che Pierfurby voglia rifare il grande partito bianco è noto), gli altri fino a ieri sembravano felicemente accasati. Fino a ieri, cioè fino a che Berlusconi era saldo in sella e imponeva un bipolarismo il quale non lasciava spazio al centro. Adesso che il Cavaliere traballa, hanno riscoperto l’orgoglio democristiano e fantasticano di rimettersi in proprio in un bel partitone scudocrociato che riunisca i pezzi di quella che fu la Balena Bianca.

I primi a darsi da fare sono deputati e senatori del Pdl, i quali non vogliono rimanere sepolti sotto le macerie berlusconiane. Da mesi scalpitano, anche perché non avendo ruoli di primo piano sono a dieta di potere. I due che più si scaldano sono Claudio Scajola e Beppe Pisanu. Del primo i trascorsi sono noti. La conferenza stampa in cui annunciò che avrebbe venduto la casa con vista Colosseo, se si fosse appurato che qualcuno l’aveva pagata a sua insaputa, è una gag passata alla storia.

Per quella faccenda, tutt’ora al vaglio della magistratura, ha dovuto lasciare il posto di ministro dell’Industria (l’appartamento però gli è rimasto). Ora scalpita. Il digiuno di poltrone deve sembrargli insopportabile e già prima dell’estate aveva avanzato richiesta d’essere ricollocato in un incarico di prestigio, ovviamente al governo. Non essendo stato soddisfatto, ora Scajola minaccia di fare lo sgambetto al Cavaliere, facendogli mancare i voti che gli servono.

Con lui, come detto, c’è il secondo democristiano di lungo corso. Questi è un sardo di 74 anni, che da quasi quaranta siede in Parlamento. A lanciarlo in politica fu Cossiga, ma nella sua carriera parlamentare ha servito molti padroni: sottosegretario di Forlani, ma anche di Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria e De Mita, non si è fatto mancare neppure Zaccagnini, il dc triste che guidò il partito negli anni Settanta, e del quale fu capo della segreteria.

Insomma, per intenderci, uno navigato. Tanto navigato che andava in barca con Flavio Carboni. Proprio per quelle gite in yacht e per i passaggi sugli aerei del faccendiere e piduista sardo, Pisanu fu costretto a dimettersi da sottosegretario al Tesoro. Lui si giustificò dicendo che Carboni gli era sembrato «un interlocutore valido per le forze politiche richiamatesi alla stessa aspirazione politica, cioè quella cattolica».

Si tratta dello stesso Carboni che frequentava gente della banda della Magliana e intratteneva rapporti stretti e un po’ loschi con Roberto Calvi. Anche Pisanu conosceva il banchiere: grazie al «valido interlocutore» lo incontrò quattro volte, l’ultima poche settimane prima che sparisse per poi finire impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra.

Fu probabilmente durante gli incontri che si fece una buona idea delle condizioni finanziarie del Banco Ambrosiano, tanto che da sottosegretario, rispondendo a un’interrogazione, tranquillizzò il Parlamento sullo stato di salute dell’istituto di credito milanese. Tutto ciò poco prima che la banca fallisse.

Con Berlusconi, Pisanu si è riciclato, riuscendo perfino a divenire ministro dell’Interno nel 2002, quando Scajola fu costretto alle dimissioni per aver dato del «rompi» a Marco Bia-gi. Nel 2008, quando Silvio è tornato a Palazzo Chigi, si è p rò dovuto accontentare della poltroncina di presidente anti-mafia.

Troppo poco, evidentemente, per uno del suo calibro. E dunque eccolo qui, insieme al suo compare, pronto a far cadere il Cavaliere. Se il presidente del Consiglio si dimette, per lui e gli altri diccì, si riaprono le danze e uno strapuntino si può rimediare. Niente di nuovo dunque rispetto a ciò che abbiamo visto nella prima Repubblica. L’unica novità è che Pisanu, Scajola e i democristiani si presentano come il cambiamento. E che qualcuno sembra dar loro retta. Ma forse aveva ragione Pomicino: torneranno. Maurizio Belpietro Libero, 9 ottobre 2011

SE BERLUSCONI FARA’ IL BERLUSCONI L’ITALIA POTRA’ RIALZARSI, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 9 ottobre, 2011 in Politica | No Comments »

Milano – Chissà che non si sia stu­­fato, il Cav. In caso con­trario, vedremo che succede nel prossimo Consiglio dei ministri. Niente Ro­mani o Tremonti, con tutto il dovu­to rispetto. Quel che man­ca ormai da troppo tempo è Berlusco­ni. È quello il si­gnore che è stato votato da una maggioranza po­litica per fare le cose ritenute giu­ste. E le democrazie funzionano così: si elegge un governo e il go­verno, sotto la responsabilità del suo capo, cerca di fare quel che ha detto di voler fare, la ragione per cui ha vinto le elezioni. Se non gli riesca, saranno gli elettori a deci­dere di questa semplice alternati­va nel giudizio sovrano: glielo han­no impedito, magari in modo frau­dolento, e bisogna sostenerlo; op­pu­re non ha saputo decidere e rea­lizzare quel che poteva de­cidere e realizzare, proviamo con un al­tro. Vorrei essere ancora più preci­so, se possibile. I giovani o una par­te dei giovani, ha ragione Mario Dra­ghi, soffrono della ma­lattia dell’immobilismo sociale.

Manca mobilità,c’è il dop­pio del lavoro che è possibile trovare in Spagna, più o meno quello che c’è in Francia e in In­ghilterra, ma la ricchezza sociale e la dinamica sociale sono ancora troppo asfittiche per evitare la pre­carietà di una generazione. C’è sfi­ducia. Il Mezzogiorno se ne sta lì, con qualche caso di eccellenza, e per il resto vita grama a spese del­lo Stato, e molta economia in nero ed evasione contributiva e fiscale, lavoro sottopagato lì dove per tan­te ragioni storiche sono in pochi a mettere quattrini e a cercare di in­nestare il capitalismo moderno produttivamente. Poi c’è qualche pigrizia atavica, perché a fare il pa­nettiere regolare in Abruzzo, e mancano cento posizioni, si pos­sono guadagnare, con le marchet­te, 3000 euro al mese, che a Pesco Costanzo sono una cifra possibile per vivere. Si investe poco, anche nella ricerca, anche nel nord, che è opulento e terra di immigrazio­ne da tutto il mondo, un luogo do­ve i leghisti amministratori accol­gono e integrano senza la retorica di don Colmegna, più utilmente di lui (vedi il caso di Treviso). Non me ne importa niente del condono, e delle puttanate mora­leggianti che se ne scrivono. Il pro­blema è uno solo, alla luce di quel che ho detto prima (si è stufato? non si è stufato? bisogna votare?). Berlusconi non deve firmare al­cun decreto-sviluppo che non contenga Berlusconi. Ci deve esse­re scritto Berlusconi in ogni singo­la riga, deve essere «la più grande frustata al cavallo dell’economia che la storia italiana ricordi», do­poguerra a parte. È la formula usa­ta da Berlusconi nel suo discorso alle Camere di presentazione del programma di governo, è il suo mandato, è quanto ha scritto al Corriere della sera nello scorso me­se di gennaio, per poi essere subi­to­accerchiato dai disfattisti e cata­strofisti e declinisti e fiscalisti del­la patrimoniale.

L’Italia, che ha un debito soste­nibile, un grande e disciplinato avanzo primario (la differenza po­sitiva tra quel che spendiamo e quel che incameriamo al netto de­­gli interessi); l’Italia che ha la gran­dissima riserva del sud e delle ri­for­me di struttura e delle liberaliz­zazioni per fare emergere un quar­to del Pil in nero e per instaurare di brutto regole di concorrenza liber­tà e fiducia che solleveranno rab­bia corporativa (per questo ci so­no le battaglie culturali, le contro­mobilitazioni, e se del caso polizia e carabinieri): questa Italia qui, che è quella vera, non quella che vediamo nei talk show addomesti­cati dalle balle decliniste sempre ricorrenti quando si tratti di abbat­tere il governo eletto, se non piac­cia, questa Italia non è sofferente perché c’è Berlusconi al governo, ma per la ragione contraria. Berlu­sconi è stato espropriato dal por­no giornalismo e dalla porno giu­stizia della sua effettiva capacità di governo: o cede ai suoi nemici, e ci lascia tutti in braghe di tela, op­pure contrattacca e restituisce al­la democrazia italiana il suo sen­so, facendo quel che oggi soltanto un tipaccio come lui è in grado di fare. La frustata, appunto. Il Berlusconi degli ultimi due an­ni e mezzo, a partire dalla conver­gente crisi pornografica e finanzia­ria del mondo e dell’Italia dei peg­giori, i suoi arcinemici per la gola, è lamentoso e insicuro. Ha incorpo­rato le idee strambe e il malocchio profuso da quelli che parlano a no­m­e dei mercati e dei tassi di interes­se per farci i soldi con il pessimi­smo. Lui è esattamente il contrario. Si cresce con l’ottimismo. È la sua maggiore lezione. Ora basta. Le ri­cette si conoscono, si sa che saran­no aspramente combattute, anche dentro il Consiglio dei ministri, ma non hanno alternativa. Faccia, fac­cia sapere che ci prova con chiarez­za, si batta con le unghie e con i den­ti, senza badare ad alleati e amici frenanti, decida o se ne vada. Giuliano Ferrara, Il Giornale, 9 ottobre 2011

……………...E noi la pensiamo come Ferarra. E chi se ne importa dei benepensanti a tempo perso, dei moralisti un tanto al chilo, dei bacchettoni che si dicono indignati per via delle “marachelle” di Berlusconi e magari la loro è tutta invidia, e nulla ce ne importa dei voltagabbana  un centesimo al quintale che si aggirano dappertutto e intorno a noi (ed ogni riferimento è puramente voluto!) che, esperti nuotatori nel mare della melma politica,  saltano giù dalla barca per trovarsi una zattera su cui salire pur di continuare a fare i c….i propri. Invece ha ragione Ferrara. E noi la pensiamo come lui. g.

C’E’ UN POSTO DA PREPARARE CON BERLUSCONI

Pubblicato il 9 ottobre, 2011 in Politica | No Comments »

Quando le maggioranze sono strette, governare è un’impresa. Alla prova del voto di fiducia, l’esecutivo Berlusconi ha sempre dimostrato una tenuta stagna. Ma su votazioni considerate di minore importanza, s’è perso il conto di quante volte il governo è andato sotto. Può andare avanti così? Sì, ma per fare cosa? Manca un anno e mezzo alla fine della legislatura e non c’è spazio per fare grandi riforme. Si può obiettare che i provvedimenti importanti non passano con il solo voto della maggioranza, si condividono con l’opposizione. È lo scenario ideale, ma non siamo in una condizione di normalità. Le Camere sono divise in fazioni armate e l’arbitro di un ramo del Parlamento – il presidente Gianfranco Fini – è un giocatore in campo che vuole fare gol nella porta della squadra che lo ha eletto. Vi pare normale? Se questo è lo scenario, tentare di allargare la maggioranza o darle un assetto variabile a seconda delle leggi in discussione non è sbagliato. Ma il tema chiave è un altro: la premiership di Berlusconi e il futuro del Pdl. C’è chi sostiene che il Cavaliere deve lasciare Palazzo Chigi, chiedere al Colle elezioni anticipate e lanciare un altro candidato; chi non ne vede le ragioni e lo sprona ad andare avanti; chi gli consiglia di puntare alle elezioni senza cedere lo scettro; chi non ha nulla da dire e sta alla finestra.
Frondisti e malpancisti nascono da questo magma. Alcuni sono in buona fede, altri meno. Resta il fatto che una discussione sul tema non può essere un tabù. Il segretario del Pdl Angelino Alfano, ha compreso il problema e non a caso ieri ha ribadito di volersi confrontare con Claudio Scajola, Beppe Pisanu e altri che nel campo dei moderati si pongono la questione. Costruire e non distruggere. Allargare e non arretrare. Questo è il disegno di Alfano. Ci riuscirà? Non abbiamo la sfera di cristallo. Lo deve fare con o senza Berlusconi? Ecco, siamo al nocciolo della questione, il post-berlusconismo. L’uscita da un tempo lungo della vita italiana è un tema serio, non un giochetto da retrobottega del Palazzo. Berlusconi, piaccia o meno, è l’icona di una storia che ha plasmato l’immaginario collettivo di una nazione. La stessa opposizione, senza il Cavaliere, non esisterebbe in questa forma e con questi rappresentanti. Un pezzo di establishment non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere e, nel vuoto di idee, si sarebbe ritrovato senza un lavoro. Berlusconi potrebbe lasciare Palazzo Chigi, ma continuerebbe a far sentire la sua influenza e presenza sul sistema politico per ragioni che sono evidenti e solo gli ipocriti non vogliono vedere.

Diciamo la verità, Berlusconi ha fatto in qualche maniera comodo a tutti. È stato – e lo sarà finché non si palesa un’alternativa credibile – non solo il catalizzatore dei voti della maggioranza degli elettori, ma anche l’uomo che ha giustificato la presenza dei suoi avversari. Senza di lui avremmo avuto un’altra storia e non è affatto detto che sarebbe stata migliore. L’Italia dopo il Cav non sarà un Paese diverso da quello che raccontiamo nelle nostre cronache. I temi dell’agenda politica saranno sempre gli stessi. E le soluzioni sono quelle rifiutate da una società che non riesce ad allontanarsi da un modello neocorporativo che rischia di ucciderla. Berlusconi non è per sempre, ma (forse) l’Italia sì.  Mario Sechi, Il Tempo, 9 ottobre 2011

RAI, L’OLIMPIADE DEGLI SPRECHI: IN 170 IN TRANSFERTA A LONDRA AL COSTO DI UN MILIONE E DUECENTOMILA EURO

Pubblicato il 7 ottobre, 2011 in Cronaca, Politica, Spettacolo | No Comments »

L’avviso è apparso con grande evidenza questa settimana sul Financial Times e sul Daily Telegraph. La Rai cerca un letto a Londra. Anzi, più di un letto: 5.377 letti nella capitale inglese fra il 14 luglio e il 10 settembre dell’anno prossimo. Un po’ perché Londra piace agli inviati di viale Mazzini. Un po’ perché in quel periodo là si terranno i giochi olimpici a cui seguiranno immediatamente le Paralimpiadi. E si sa, bilanci in nero o in rosso, in queste occasioni la Rai  sente profondamente la sua vocazione da servizio pubblico ed è perfino pronta a mobilitare un suo esercito per non deludere gli sportivi italiani.
Vero che fece scandalo nel 2008 il Jumbo di inviati e operatori Rai che partì alla volta di Pechino: furono più di 200. A Londra la spedizione sarà appena più contenuta: per le sole Olimpiadi le stanze singole o doppie uso singola richieste saranno 170 nei 18 giorni di punta che andranno dal 26 luglio al 12 agosto. I giochi peraltro inizieranno il 27 luglio. Eppure la Rai avrà bisogno oltre a quelle 170 stanze dalla vigilia della cerimonia di apertura alla notte successiva alla chiusura anche di 150 stanze per due notti ulteriori, di 148 stanze per altre due notti, di 140 stanze per una notte ulteriore, di 100 stanze ancora per due notti in più, di 59 stanze per una notte, di 50 stanze per un’altra notte, di 42 stanze per altre due notti, di 26 stanze per una notte, di 12 stanze ancora per due notti e la prima notte, quella del 14 luglio in cui sbarcheranno gli avamposti, di sette ulteriori stanze.

La riduzione è quindi assai parziale: un po’ meno inviati, ma per assai più giorni. Con una differenza non da poco: la Rai per Pechino 2008 acquistò i diritti tv e trasmise 800 ore di gare in diretta. Questa volta i diritti li ha acquistati Sky, che ha offerto 80 milioni circa per Londra e per i giochi invernali che si sono tenuti a Vancouver. La Rai ha come tutti gli highlights per i tg e grazie a un accordo commerciale con Sky Italia (che aveva al centro pacchetto giochi olimpici e mondiali di calcio in Sudafrica), potrà trasmettere 200 ore. Un quarto di quelle che Rai ha mandato in onda e un ottavo di quelle che Sky Italia trasmetterà in diretta (1.600 ore). L’azienda italiana del gruppo di Rupert Murdoch invierà a Londra 200 persone in tutto per 1.600 ore di trasmissione. Rai 170 inviati per 200 ore di trasmissione. La sproporzione è evidente.

Per le Paralimpiadi, dove i primi atleti scenderanno in gara il 30 agosto e gli ultimi chiuderanno i giochi il 9 settembre, Rai ha previsto un secondo charter da inviare a Londra. La spedizione è prevista con avamposto di 17 inviati venerdì 24 agosto. Dalla notte successiva alla notte di domenica 9 settembre bisognerà trovare invece 69 stanze per altrettanti inviati della Rai. Lunedì 10 settembre si fermeranno a dormire per chiudere baracca e portare via i burattini 10 inviati in altrettante stanze singole o doppie uso singola.

Pensando di risparmiare un po’ offrendo il pacchetto completo a un tour operator, Rai ha chiesto di inviare offerte entro il mese di novembre, massimo dicembre 2011. Per conquistare le notti degli inviati della tv di Stato italiana bisognerà «avere svolto attività di intermediazione alberghiera o di gestione alberghiera o di servizi equivalenti o di gestione di eventi aziendali legati al business travel per un controvalore non inferiore a 600 mila euro nel biennio 2009-2010 o successivo» ed essere in grado di offrire «una capacità ricettiva per un numero di camere singole o doppie uso singola compreso fra 4.900 e 5.400 per notti -  con picco giornaliero di massimo affollamento pari a 170 camere -  presso strutture alberghiere o residence localizzati in Londra per il periodo di interesse concentrata in max. 3 siti cittadini».

Per il pacchetto solo pernottamento la Rai ha stimato di spendere un milione e 200 mila euro, e naturalmente ha dato questa cifra come riferimento a chi volesse presentare l’offerta. Non è una cifra bassissima, perché si traduce in una tariffa media di 225 euro a notte per stanza singola o doppia uso singola che naturalmente dovrebbe già incorporare un robusto sconto comitiva, visto che ci si offre di riempire più stanze per quasi due mesi. Tanto per capirci, provando adesso a prenotare una singola per quel periodo attraverso i siti specializzati si trovano al di sotto di quella cifra 6 hotel a 5 stelle e 153 hotel a 4 stelle. Le stanze rimaste però sono poche, bisogna affrettarsi. Altrimenti i faraoncini di viale Mazzini non troveranno degno materasso dove riposarsi dopo le 200 ore di telecronaca…di Franco Bechis, Libero, 7 ottobre 2011

…e non è tutto.Proprio ieri lo stipendio della direttrice generale della Rai, Lorenza Lei, è stato aumentato da 420 a 650 mila euro annui, circa 50 mila euro al mese (speriamo che le bastino….). E si ha anche il coraggio di chiedere agli utenti il pagamento del canone. Ma la si venda la RAI e i circa tre miliardi che se ne ricaverebbero si potrebbe dare fiato alla economia italiana.

INTERVISTA DEL CORRIERE A MARINA BERLUSCONI: “CONTRO MIO PADRE BARBARIE LEGALIZZATA. NON MOLLERA’”

Pubblicato il 5 ottobre, 2011 in Costume, Giustizia, Politica | No Comments »

Marina Berlusconi, presidente di Fininvest
Marina Berlusconi, presidente di Fininvest

Marina Berlusconi non è una donna che teme di essere dura. E questa volta sembra volerlo essere ancora di più. Come presidente Fininvest ha appena presentato un esposto al ministro della Giustizia e al procuratore generale della Cassazione, che segnala un’anomalia che ha avuto un peso decisivo sulla sentenza che ha portato la Cir a incassare un assegno di 564 milioni come risarcimento per la vicenda Mondadori. «Abbiamo scoperto un tarlo, una falla clamorosa che mina dalle fondamenta un castello di ingiustizie. Altro che leggi ad personam, qui siamo alle sentenze ad personam, al diritto cucito su misura: quando ci sono di mezzo mio padre o le nostre aziende, spuntano addirittura principi giurisprudenziali inediti e totalmente innovativi. Peccato che siano principi inesistenti, nati dal “taglio” di una frase addirittura sostituita da puntini di sospensione e dalla mancata citazione di altre».
Un conto sono le sentenze, un conto le interpretazioni, come la vostra.
«Qui non si tratta di interpretazioni, questi sono dati di fatto. Sono scomparse frasi intere di una sentenza della Cassazione».
Sia esplicita, che cosa è successo, cosa hanno fatto i giudici?
«Con il taglio e l’omissione di alcune frasi questa pronuncia della Cassazione, che ha un ruolo fondamentale ai fini della condanna, è stata letteralmente stravolta, ed è stato in questo modo creato un precedente giuridico ad hoc».
Sta dicendo che la sentenza è stata manipolata. Accusa i giudici di un falso?
«Me ne guardo bene, l’esposto si limita a segnalare alle autorità competenti quanto è accaduto. È un fatto talmente evidente e grave che abbiamo non soltanto il diritto ma addirittura il dovere di renderlo noto, al di là del ricorso in Cassazione che seguirà la sua strada. Il taglio e l’omissione di alcuni passaggi ribalta totalmente la tesi della Cassazione con la conseguenza che noi dobbiamo firmare un assegno da 564.248.108,66 euro. Incredibile? Assolutamente sì, è quello che ho pensato quando i legali me ne hanno parlato. Però, ripeto, le carte sono lì, basta confrontare i testi sul sito della Fininvest. Incredibile, ma vero».
Senta, a me paiono scaramucce giudiziarie, costose quanto vuole …
«Altro che scaramucce, stiamo parlando di più di mezzo miliardo».
Sì, ma è sempre la stessa storia.
«Eh no. Partiamo dalla sentenza del 1991 della Corte d’Appello di Roma, quella che dava torto a De Benedetti, dalla quale tutto è cominciato. Dopo che uno, uno solo badi bene, dei tre giudici romani era stato condannato per corruzione, per cancellare gli effetti di quella sentenza d’Appello le norme davano a De Benedetti una sola possibilità: rivolgersi al giudice della revocazione. Non è una formalità, ma un istituto fondamentale, previsto dall’articolo 395 del Codice di procedura civile. La Cir però la revocazione, che le regole avrebbero peraltro imposto di discutere a Roma e non a Milano, non l’ha mai chiesta. I termini sono scaduti nel settembre 2007. Morale: azione improponibile, fine della storia».
Altro che fine della storia, poi il giudice Mesiano vi condanna a un risarcimento di 750 milioni.
«Esatto. Questa è la dimostrazione che trovano sempre il modo per superare ostacoli che dovrebbero essere insuperabili. Mesiano punta sulla chance: non ci sono certezze, ma è molto probabile che un giudizio non viziato da corruzione nel ‘91 avrebbe dato ragione alla Cir. Un escamotage così poco sostenibile che la stessa Corte d’Appello lo “boccia” e cambia strada. Stabilisce che la sentenza che ci aveva dato ragione era nulla. Si arroga il diritto di rifare il processo e la Cir vince. Si sostituisce, quindi, al giudice della revocazione. E per farlo utilizza, nel modo sconcertante che le ho detto, la pronuncia 35325/07 della Cassazione».
Capisco che tutto ciò vi crei problemi. Insisto: questioni giuridiche, procedurali, da tribunali …
«Non ci sono solo procedure, ci sono anche i fatti. Eccoli: la Cir non ha avuto alcun danno da parte nostra; noi, che non avremmo dovuto pagare neppure un euro, abbiamo subito un esproprio di 564 milioni, un danno gravissimo per un gruppo che, non mi stancherò mai di sottolinearlo, è uno dei grandi protagonisti dell’economia del Paese, e che solo per dare una cifra, negli ultimi 10 anni ha versato nelle casse dello Stato la bellezza di oltre 5 miliardi di euro, più di 2 milioni al giorno».
Veramente è De Benedetti che lamenta un danno.
«Ma quale danno? La vicenda si concluse con una transazione impostaci dalla politica che De Benedetti accettò entusiasticamente, come dimostrano le sue dichiarazioni di allora, senza neppure ricorrere in Cassazione e ci credo che fosse soddisfatto: si prendeva Repubblica , l’Espresso e i quotidiani locali di Finegil, una parte rilevantissima della Mondadori, politicamente ed economicamente».
Lascio a lei la responsabilità di quello che afferma su Cir e magistratura. Ma a me pare l’ennesima versione della persecuzione contro suo padre.
«Persecuzione? Non avevo dubbi sul fatto che si trattasse di una sentenza politica, ora si scopre su che cosa si basa! Non tiro conclusioni, ma veda lei… Purtroppo la verità è che parlare di persecuzione non è più sufficiente. Ormai contro mio padre siamo alla barbarie quotidiana legalizzata».
Addirittura barbarie…
«Certo, mi ha molto turbato leggere articoli di informatissimi notisti politici in cui si considera come un dato scontato che questa aggressione furibonda possa mettere in discussione la sua libertà personale, il futuro delle sue aziende e addirittura la sua incolumità. E nessuno fa un salto sulla sedia? Sì, barbarie quotidiana legalizzata, ma assolutamente illegale».
Illegale cosa? E allora tutte le inchieste aperte da Napoli a Bari, da Roma a Milano?
«Si inventano inchieste a ripetizione su reati inesistenti e senza vittime solo per fabbricare fango. Poi il fango fabbricato viene palleggiato tra una Procura e l’altra e infine riciclato. Il processo, con relativa, inevitabile condanna, lo si celebra sui media. Quello in aula, se si farà e come finirà non interessa più a nessuno. So bene, e ci tengo a ripeterlo, che dietro tutto questo c’è solo una minoranza di toghe, che la magistratura come istituzione merita il massimo rispetto. Ma il risultato non cambia. E mi chiedo che cosa tutto ciò abbia a che fare con la giustizia, con l’informazione, con un Paese che si considera civile».
Me l’aspettavo, il problema sono i magistrati che intercettano e i giornali che pubblicano.
«Stiamo parlando di centinaia di migliaia di intercettazioni, un numero spropositato, di cui si è fatto un uso fuori da ogni regola, mi riesce perfino difficile trovare le parole per definirlo, la verità è che se ci penso mi viene la nausea. Credo che raramente si sia assistito ad un tale spettacolo di inciviltà. Altro che bavagli: ma davvero qualcuno può credere e sostenere che si possa continuare così?»
Un presidente del Consiglio non è proprio un cittadino qualunque. Strauss-Kahn ha chiesto scusa in tv, persino Giuliano Ferrara invita suo padre a fare altrettanto …
«Intanto il paragone è del tutto inaccettabile. Mio padre non ha mai fatto assolutamente nulla di male e vedere il modo in cui cercano di sfregiarlo, per chi come me lo conosce davvero e sa davvero com’è, è ogni volta un pugno nello stomaco. È uno di quegli uomini, non rari ma rarissimi, che ha sempre saputo far coincidere la realizzazione di se stesso e dei propri obiettivi, la creazione di opportunità per sé con la creazione di opportunità e di benessere anche per gli altri. E tutto questo sia per indole, sia per coraggio, sia per capacità, sia soprattutto per la sua grande generosità. Mio padre non ha mai preso soldi dalla politica, è uno dei pochi che con la politica i soldi li ha spesi e per il suo impegno ha pagato e sta pagando un prezzo altissimo anche dal punto di vista personale. Non deve scusarsi proprio con nessuno, anzi sono gli altri, e sono in tanti, tutti coloro che lo assediano in modo vergognoso, a doversi scusare con lui».
Secondo lei quello della magistratura è un complotto, la società civile che si lamenta sbaglia. E le critiche di Marcegaglia, di Della Valle, solo una serie di errori.
«Intanto, non concordo per nulla con chi contrappone una società civile buona a una politica cattiva. Certo, è compito della politica, tanto più in un momento così delicato, affrontare e risolvere i problemi, ma politici di qualità ce ne sono da entrambe le parti, e cose importanti e di qualità il governo ne ha fatte molte».
Eppure la situazione economica è sotto gli occhi di tutti…
«Non dimentichiamoci che si sta fronteggiando una crisi globale, si deve operare in un sistema che, lo riconoscono perfino gli inflessibili censori di Standard & Poor’s, somiglia molto a una palude, dove tutto finisce frenato, smorzato se non svuotato. E il governo ha di fronte un’opposizione divisa su tutto tranne che sull’agitare qualunque bandiera, anche la più improbabile per le idee della sinistra, che possa essere sventolata contro Berlusconi».
Sta chiedendo che nessuno disturbi il manovratore? Mi pare eccessivo.
«La società civile non può cavarsela con apocalittici proclami di una pochezza desolante, o dettando lezioncine scontate».
A chi si sta riferendo, perché non fa nomi?
«Non mi interessa fare nomi. Dico solo che non se ne può davvero più di maestrini o maestrine, tanto bravi finché c’è da parlare, molto meno una volta messi alla prova dei fatti. Le ricette ci sono e sono note, il problema è poterle realizzare. E allora, se non si tratta solo di voglia di protagonismo o di ambizioni d’altro genere, se l’intento sincero è quello di dare una mano all’Italia del futuro ma anche a quella del presente, non si può pensare di farlo restando seduti in platea. Bisogna salire sul ring e cominciare con il battersi con quello che è l’avversario più temibile: chi sullo sfascio, sul tanto peggio-tanto meglio costruisce le proprie fortune».
Nell’ultimo editoriale di Angelo Panebianco si parlava di ciclo concluso per Berlusconi e che se suo padre facesse un passo indietro la situazione si svelenirebbe.
«Mio padre non deve assolutamente mollare e non mollerà. Per molte ragioni. Intanto in un momento come questo la stabilità è un bene prezioso, e oggi non mi pare proprio ci siano alternative degne di questo nome all’attuale governo. Ma soprattutto non deve mollare e non mollerà per il rispetto e l’amore che ha verso la democrazia».
Mi pare proprio esagerato tirare in ballo la democrazia .
«No, purtroppo no. La democrazia non si può piegare alle trame di qualche Procura e di qualche redazione. Pensare che lo scempio di ogni regola cui stiamo assistendo sia un problema che verrà risolto come per incanto se e quando Silvio Berlusconi deciderà di dedicarsi ad altro, è solo una pericolosa illusione. E chi si illude di cavalcare questo scempio dovrebbe sapere che rischia di esserne travolto se verrà il suo turno».
La solita difesa di suo padre, come sempre, senza se e senza ma.

«Guardi, mio padre sta lottando per il rispetto della sua libertà, ma la sua lotta è in realtà una lotta per la libertà di tutti. Possiamo essere liberi solamente se tutti lo sono. Qui non è solo la figlia che difende il padre, cosa che ho fatto e che continuerò a fare perché è sottoposto a un’aggressione sempre più violenta e vigliacca. Difendendo lui difendo anche me stessa, il rispetto della mia dignità e della mia libertà, e soprattutto difendo il diritto dei miei figli a vivere e a crescere in un Paese davvero democratico e civile».Daniele Manca, Il Corriere della Sera, 05 ottobre 2011 13:19

OGGI IL VIA ALL’ASSALTO GIUDIZIARIO CONTRO BERLUSCONI

Pubblicato il 3 ottobre, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Oggi entra nel vivo a Milano il processo a Silvio Berlusconi per il caso Ruby. Qui non si par­la di inchieste ma della più grande operazione di spionaggio messa in piedi da un potere dello Stato, la magistratu­ra, contro un premier in carica. Spionaggio illegale non sulla sua attività pubblica o im­prenditoriale ma sul suo privato. Manca il reato, mancano le presunte vittime. Nessu­no deg­li oltre cento ospiti della villa di Arco­re chiamati a testimoniare dopo essere stati intercettati e schedati, si è mai lamentato di alcunché. Anzi, semmai dagli atti risulta che Silvio Berlusconi è uno squisito e gene­roso padrone di casa. Lo dice anche la famo­sa Ruby, unica minorenne agli atti, la quale ha aggiunto di aver mentito al premier e a tutti sulla sua età e sulle sue generalità.

Quel­lo che si apre è quindi uno spettacolo di giu­stizia mediatica, frutto del protagonismo e dell’odio di pm spregiudicati. Siamo al pro­cesso numero 26 in diciotto anni, senza che l’imputato sia mai stato condannato una so­la volta. In compenso una condanna di fat­to c’è stata eccome. Per difendersi Berlusco­ni ha dovuto sborsare oltre trecento milioni di euro ad avvocati e consulenti. Che se som­mati al risarcimento- rapina di seicento mi­lioni nella causa civile con De Benedetti, fanno un miliardo di euro (duemila miliar­di di lire). È una cifra spaventosa – sarebbe un pezzo importante della manovra econo­mica – pari a venticinque anni di utili che Berlusconi ha guadagnato come imprendi­tore. Mezza vita lavorativa bruciata per di­fendersi dall’accanimento giudiziario.

Ma non paga di avergli messo pesantemente le mani in tasca e impunita per i suoi errori, og­gi su Berlusconi la magistratura mette in scena il suo ultimo spettacolo. Un branco di guardoni in toga proveranno a farci entrare nel letto del presidente. Per poi dire, assie­me ai loro soci dell’opposizione, che un Pae­se normale non può rimanere inchiodato ai fatti privati del premier. Appunto, non può. In un Paese normale nessun pm avreb­b­e potuto fare come la Boccassini e compa­gni. Li avrebbero cacciati con infamia dalla magistratura per attentato contro lo Stato. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 3 ottobre 2011

L’IPOCRISIA DEL COLLE E IL SOGNO DEI LEGHISTI

Pubblicato il 2 ottobre, 2011 in Politica | No Comments »

La secessione è un sogno e non si arrestano i sognatori, caro presidente della Repubbli­ca, Giorgio Napolitano. Che poi i sogni sia­no realizzabili o meno, questo è un altro di­s­corso di cui il capo dello Stato non si dovrebbe occu­pare. Si occupi piuttosto della sua sudicia Napoli che, al contrario del resto d’Italia, non riesce a smalti­re i propri rifiuti dovuti ad eccesso di consumi pagati da chi? In buona parte dai padani che lavorano sodo e che, in cambio, ricevono sputi e sfottò. Caro Napolitano, se i nostri problemi fossero tutti qui, nei vagheggiamenti di Umberto Bossi, nei suoi progetti onirici di indipendenza, saremmo un Paese fortunato. Invece siamo un Paese sfigato perché la metà di esso produce più del resto d’Europa e l’altra metà tira a campare alle sue spalle. I nordisti bronto­lano, protestano, si sono dati la Lega per illudersi, un giorno, chissà, di potersi organizzare in Repubblica autonoma che consenta loro di sgravarsi dal fardello meridionale. Ma si sono appunto limitati al mugu­gno, che è sempre stato un diritto dei popoli anche sotto le monarchie assolute d’altri tempi, e non han­no mai fatto del male a nessuno. Si sono sempre com­portati civilmente, sopportando con pazienza perfi­no gli insulti di Roberto Saviano, quello di Gomorra , che ha dipinto la Lombardia quale terra di mafia e ‘ndrangheta, come se i picciotti non fossero importa­ti dal Sud, ma allevati in Valtellina e in Valbrembana. Lei, caro presidente, dovrebbe avere la delicatez­za di non nominare invano la secessione e sapere che non sono i leghisti a minacciare la sopravvivenza dello Stato, ma i lazzaroni che sfruttano il Settentrio­ne e gli sputano addosso. Arrestare Bossi? Ma non ci faccia ridere. Lo ha guardato in faccia quest’uomo che, nonostante gli acciacchi e le malattie e pure l’età, è ancora lì a tenere insieme un popolo incazza­to nero, impedendogli di abbandonarsi alla dispera­zione? Le sembra un tipo che si arma e parte alla con­quista della Padania? Cerchiamo di essere seri: per commettere un reato bisogna disporre dei mezzi ido­nei a commetterlo. E a lei pare che la Lega abbia una forza anche solo poten­ziale per minare l’Unità d’Italia? Le pa­re che sia in grado di fare una rivoluzio­ne? O anche solo di vincere un referen­dum, che si ignora attraverso quali pro­ce­dure potrebbe svolgersi e dove svol­gersi? Non le viene il sospetto che il suo in­tervento inopportuno, in cui ha ram­mentato l’arresto di Aprile ( il separati­sta siciliano attivo oltre cinquant’anni orsono), serva soltanto a esacerbare gli animi anziché favorire la concordia nazionale? La colpa di Bossi è quella di ostinarsi a ostacolare la riforma dell’ età pensionabile e non quella di parla­re in modo suggestivo alla sua gente della Padania che, peraltro, non è vero sia un luogo della fantasia leghista, ma è un’espressione geografica autenti­ca, come ha precisato ieri sul Giornale il professor Stefano Bruno Galli. Non capisco perché si continui a questionare sul punto. La Padania c’è. D’altronde se c’è la Valpadana, dove si addensa la nebbia segnalata dai bollet­tini meteorologici, se c’è il Grana pada­no, se c’è il Gazzettino Padano , ci sa­ranno anche i padani, perdio. E allora la si smetta di prenderli in giro e, sem­mai, vengano ringraziati perché sono la spina dorsale di un Paese che da Ro­ma in giù ne è privo. Perdoni l’ardire, presidente. Ma invece di intossicarci l’anima con questa storia della seces­sione, rifletta piuttosto sul comuni­s­mo di cui lei è stato per decenni un ba­luardo. Quello sì era un pericolo non solo per la democrazia rappresentati­va (la dittatura del proletariato mica l’ho inventata io) ma anche per il siste­ma delle alleanze occidentali di cui l’Italia era una colonna, mentre il suo Pci faceva l’occhiolino all’Unione So­vietica, nostra nemica nella Guerra Fredda. Lei per questa sua scelta di allora, sbagliata e secondo me illegittima, fu forse intimidito dal Quirinale? Mac­ché! La dittatura del proletariato le ha addirittura spianato la strada per an­darci, al Quirinale. Le conviene sorvo­lare sui sogni di Bossi. Buon riposo. VITTORIO FELTRI, 2 OTTOBRE 2011
.…………..Era da mesi che non leggevamo un editoriale di Feltri altrettanto duro, anzi sanguigno, sul filo dell’ironia sfiorando il sarcasmo. Ma ci pare che Napolitano se la sia cercata questa “reprimenda” di Feltri che tra l’altro era emersa anche in un editoriale del direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, che l’altro ieri si domandava: ma che c’è dietro questa improvvisa e piuttosto ingiustificata “uscita” di Napolitano contro la Lega che, pure, negli ultimi tempi, proprio per bocca di Bossi, non aveva lesinato elogi e attestati all’indirizzo dello stesso Napolitano? L’editoriale di  Sallusti si limitava a porre qualche interrogativo e a insinuare dubbi, oggi Feltri ha rotto gli argini ed è andato giù duro contro Napolitano. Certo ha esasperato i toni, sopratutto nella polemica contro i “sudisti” che non sono di certo tutti lazzaroni,  a favore dei “nordisti” che non sono tutti fior di galantuomini come li descrive nell’impetodella polemica  giornalistica Feltri. Ma c’è di certo che ha ragione Feltri quando sottolinea che il vagheggiamento leghista della secessione “padana” è appunto un vagheggiamento e paragonarlo al movimento secessioniosta siciliano  che fiorì e mori agli inizi degli  anni 50 dell secolo scorso,  guidato da Finocchiaro Aprile e sostenuto dalle “milizie” del bandito Giuliano,  è una assurdità storica, e sopratutto sinchè si limita ad essere vagheggiamento non è reato e non dovrebbe suscitare tanto clamore, alla luce, poi, delle altre ben sottolineate riflessioni di Feltri sulle contradditorie declamazioni secessioniste di Bossi che vanno a braccetto con le tante altre a cui Bossi ci ha abituato e verso le quali non ci sembra che ci sia stato nè preoccupazione nè interesse oltre quello fiolcloristico. Del resto, ben più gravi delle frasi di Bossi, sono gli incitamenti alla rivolta che vengono dal roberspierre de “noantri” Di Pietro,  rispetto ai quali Napolitano si è ben guardato dall’intervenire, neppure per condannarne duramente i toni. Perciò l’intervento a gamba tesa di Napolitano, ancorchè nel suo diritto, lascia perplessi e induce a chiedersi: cui prodest? Curiosità che si infittisce dopo la trasmissione di questo pomeriggio su RAI 3 “IN MEZZ’ORA” della solita Annunziata, dedicata oggi solo al gossip circa una presunta strategia della Lega per trasferire al Nord risorse industriali allocate nel Sud, strategia smentita categoricamente dall’amministratore delegato della industria chiamata in campo e supportata solo dai “si dice” di un ex leghista, l’ex direttore del quotidiano  della Lega, “Padania”, di certo non “terzo” nel riferire fatti che confermassero le tesi della giornalista comunista che ci è sembrata scesa in campo per dare una mano, diciamo così, a quella che Feltri ha definito “l’ipocrisia del Colle”. Ipocrisia che se consente a Napolitano di cogliere virtuali consensi non aiuta il Paese in questa fase assai delicata della vita politica e, sopratutto, economica. g.

ORA MISTER TOD’S VUOLE FARE LE SCARPE ALL’ITALIA

Pubblicato il 2 ottobre, 2011 in Politica | No Comments »

L’opinione di Giuliano Ferrara
Caro Della Valle, non mi scandalizza che lei compri delle pagine di giornale per censura­re il ceto politico. È uno sport nazionale. Direi che è un’abitudine un po’ abusata e una punta vizio­sa. La politica è messa all’angolo in vari modi,e in par­t­e se lo merita perché non trova il modo di reagire co­me si deve. Molti cercano di liberarsi della loro appar­tenenza castale facendo roventi polemiche contro la casta. Approfittano della situazione, come si dice. Succede a giornalisti, magistrati, banchieri, diploma­tici, alti funzionari, qualche prete di quelli mondani e solidali, e naturalmente tocca anche agli imprendi­tori. Lei è ricco di suo.

Ha carattere e radici nell’umile Italia appenninica. Le scarpe che lei produce sono una bonanza per il nostro export e una diramazione di successo internazionale del marchio italiano. Lei è anche un finanziere intrusivo, che non la manda a dire, e le sue ambizioni sono notevoli. Vuole cose di un certo peso: le Generali, Mediobanca, il Corriere , la Confindustria, magari l’Italia, non si accontenta della Fiorentina, è tentato dalla politica. Legittimo. Perfino utile, a certe condizioni. Molti oggi le diranno, perché lei picchia per primo per picchiare due volte (ma non tutti le faranno da sparring partner), che uno scarparo deve fare il suo mestiere.

Io no. Penso che chi fa scarpe, chi fa banca, chi fa acciaio e freni, chi è nel ciclo della chimica, tutti devono prima di tutto fare il loro mestiere, ovvio. Ma se c’è una le­zione degli ultimi vent’anni è che quando crolla un sistema politi­co e istituzionale, quello dei vec­chi partiti, nella società nascono tentazioni virtuose, movimenti di forza e trascinamento inauditi, tutto diventa possibile. Ha pre­sente Berlusconi? Tutto questo è bene,finché l’anomalia di una po­litica che non sa più parlare altro che una lingua di legno persista. Ma a certe condizioni, come ho già detto. Fare l’anticasta va bene, è una ginnastica redditizia, tiene in for­ma oltretutto.

Ma c’è poi la verità delle cose, che gli italiani cono­scono e nessuna inserzione pub­blicitaria può occultare. Da vent’anni in questo Paese,che ha conosciuto mezzo secolo di regi­me bloccato, nel bene e nel male, si alternano due governi diversi, la principale conquista di quel saggio matto che è Berlusconi. Di­cono tutti di voler fare la stessa co­sa. Riforme serie per la concorren­za, per le libertà economiche, per la riduzione del debito e dell’inva­denza delle ideologie regolatrici, stataliste e fiscali, su un tessuto produttivo e del lavoro ingessati da vecchie incrostazioni corpora­tive. Berlusconi è più credibile, nonostante errori madornali, dei suoi avversari, che sbagliano me­no perché fanno poco o niente, il loro è spesso un chiacchiericcio vano, che non buca, non arriva.

Le domando. Chi è che impedi­sce di sbloccare, liberare la patria ingrata? Ministri mafiosi, politici ladri, gli eletti del privilegio, i con­flitti di interesse? Spero che lei non creda alle favole, e non voglia intraprendere la carriera del can­tastorie. Quelli che sanno, e che hanno il coraggio di dire ciò che pensano, hanno stilato un referto definitivo. Parlo dei liberali veri, economisti e analisti politici co­me Giavazzi, Alesina, Panebian­co, Ostellino e altri. Parlo di un Marchionne, che ha tanti difetti ma si è mosso e si è reso indipen­dente dai fattori di blocco.

Dico­no, all’unisono, che i sindacati classisti, le burocrazie confindu­striali, le burocrazie togate che fanno della giustizia un casino fa­zioso, un pezzo della politica ben distribuito a destra e a sinistra, e molti complici di sistema della co­alizione conservatrice, impedi­scono che le migliori intenzioni si realizzino, impongono ritardi fa­tali, rischi continui, automatismi viziosi. Siamo arrivati al punto che la Camusso e la Marcegaglia sembrano figurine interscambia­bili, la grinta classista e corporati­va è la stessa, a Capri si lotta come una volta alle Reggiane, solo che una vuole le pensioni a 58 anni, l’altra a 68. Una bella differenza, non crede?

E significativa per far capire l’inganno in cui l’ipocrisia ci trascina tutti. Da Casette d’Ete, il suo borgo natio, l’Italia si vede. Non è affat­to un Paese distrutto. La fola decli­nista è per i più piccoli e inesperti. Se uno riesca a superare in corsa i posti di blocco del sistema, come a lei è successo anche spericolata­mente, i risultati si vedono, quat­trini, lavoro, competitività, indu­striosità, distribuzione equa del­la ricchezza diventano varianti possibili del panorama italiano.

Se lei desidera mettersi un po’ in mostra nella campagna generica e inconcludente contro la casta, la via dell’inserzione sui giornali è quella giusta. E non porta da nes­suna parte. Se vuole dare una ma­no a sé stesso e­al Paese che ha fat­to della moda e delle scarpe un mi­to mondiale, tenendo d’occhio anche la storia e la natura degli ita­liani, rifletta su questi vent’anni, cerchi di capire dove stanno i gua­sti e i furbissimi rovesciatori di frittata, intercetti almeno un pez­zo della verità, e si dia da fare con le idee giuste. Le sparate fanno bordello, ma non risolvono i pro­blemi. Nemmeno il suo proble­ma. Giuliano Ferrara, 2 ottobre 2011

UNA DOMANDA A DIEGO DELLA VALLE

dal Corriere della Sera del 2 ottobre 2011
Caro direttore, io sono un imprenditore e un lettore del Corriere della Sera. E sul mio giornale vorrei porre al dottor Diego Della Valle una domanda. «Gentile dottor Della Valle, ho letto con attenzione il suo appello ai politici e con estrema curiosità vorrei sapere se lei si riconosce tra “quella parte del mondo economico che per troppo tempo ha avuto rapporti con tutta la politica in base alle opportunità e alla sua convenienza del momento” e che cosa ha fatto, a parte le sue numerose presenze in programmi televisivi in veste di paladino del ” made in Italy”- anche se mi risulta che gran parte dei suoi prodotti venga realizzata all’estero – per difendere i posti di lavoro in Italia, per tutelare i diritti del consumatore a conoscere dove tutti i prodotti in commercio sono stati realizzati, per contrastare la legge “truffa” Reguzzoni-Versace proprio concepita per favorire chi nel settori abbigliamento-calzature effettua fasi importanti di lavorazione all’estero.

1ag13 d dellavalle sbadiglio Gentile dottor Della Valle, il suo potere economico è indiscusso, ma almeno quando parla o scrive si renda conto che alle sue parole o ai suoi scritti dovrebbero fare riscontro altrettanti comportamenti in difesa del vero e solo “made in Italy”, quello fatto unicamente e totalmente in Italia. Ciò potrebbe dare certezza di lavoro a tanti dipendenti ora in cassa integrazione o mobilità e speranza di futuro ai giovani disoccupati del nostro Paese. Attendo con curiosità la sua risposta, grazie » . Luciano Barbera – pinkhome2010@ gmail. Com

DON DIEGO NON E’ ZORRO MA…., di Mario Sechi

Pubblicato il 2 ottobre, 2011 in Politica | No Comments »

Diego Della Valle Dopo aver letto le reazioni all’uscita di Diego Della Valle mi sono convinto: ha fatto bene. Provo a spiegare perché. Diciotto anni fa un altro italiano di genio, Silvio Berlusconi, ragionava da imprenditore sulla politica e sotto sotto pensava di far da sé. Il creatore della tv commerciale cominciava a tastare il terreno. Dopo lunghe consultazioni Sua Emittenza – così lo chiamavano i nemici – decise di provarci e inventò Forza Italia. Il Palazzo reagì alla stessa maniera di oggi: scetticismo, disprezzo, partito di plastica, consensi politici più opportunistici che sinceri. Tutti gli imprenditori dell’ancien régime restarono alla finestra. Pensavano a una meteora. Il resto della storia lo conosciamo. Un Berlusconi entrato nel mondo della politica animato da spirito riformatore ha provato sulla propria pelle quanto sia difficile governare questo Paese. Alla fine, è stato anch’egli fagocitato e azzannato dal sistema e il tasso di realizzazione delle promesse è al di sotto delle speranze alimentate. Non è tutta colpa sua, ma questa è la verità. Vale anche per la sinistra. E da qui si riparte. Attenzione, ho i piedi per terra, non scambio Diego Della Valle per Don Diego De La Vega, siamo di fronte a un ottimo imprenditore, non a Zorro e non mi sfugge il suo status di pezzo da novanta del potere economico, ma credo sia realmente mosso da amore per il Paese che il suo gruppo rappresenta (bene) nel mondo. Non possiamo lamentarci dello scarso impegno della classe dirigente e poi ogni volta che qualcuno s’affaccia nella stanza dei bottoni viene sommerso di ortaggi. Comprendo l’istinto di conservazione della politica, ma non i piccoli interessi di bottega, questo spirito di fazione e casta è autodistruttivo. L’appello di Della Valle pubblicato su alcuni quotidiani può essere criticato, giudicato eccessivamente antipolitico – ma ha parole aspre per tutti, imprenditori-prenditori compresi – però se facciamo un giro di opinioni comuni, scopriremo che è condiviso da tanti italiani che si districano nell’Italia dei furbi. Milioni di cittadini non ci stanno più a fare i fessi a vita e se la proposta dei partiti è sterile, dedita alla lotta tribale e non a un sano pragmatismo (di cui Berlusconi è stato solo in parte interprete), allora è chiaro che qualcuno oltre a urlare comincia anche ad attrezzarsi per riaprire il mercato della politica. Il milione e passa di firme raccolte per il referendum elettorale – che Il Tempo ha sostenuto con fermezza e senza complessi ideologici, vedendoci giusto – è un macigno che dovrebbe far riflettere il sistema dei partiti. Vedo che non hanno capito. Eppure la rivoluzione della politica è sotto i loro occhi. Buona fortuna. Mario Sechi, Il Tempo, 2 ottobe 2011

………………..Tutto giusto, e tutto vero. Solo che vale per  Della Valle ciò che vale per tutti: può scagliare la prima pietra chi è senza peccato. Ma Della Valle non ci sembra che sia senza peccato(i), anche lui ha tratto vantaggio e ne continua a trarre dal sistema che consente a chi è più furbo di far fessi gli altri. Ora pubblica paginate a pagamento contro la politica, senza distinzione fra destra,  sinistra e centro. Ma questo ha un nome antico e non più nobile: qualunquismo. Comunque, sul filo del paragone tra lui e Berlusconi, faccia anche Della Valle una scelta che vada oltre le parole e   scenda in campo direttamente. Stia tranquillo che non passeranno giorni che ci sarà chi inizierà a contare anche a lui peli e contropeli e ciò che ora è solo sussurrato in breve diverrà di pubblico oltraggio. E le sue scarpe che costano un occhio della testa e se le possono permettere solo i ricchi diventeranno pietre contro di lui. g.



IL VOLGO DISPERSO CHE NOME NON HA, di Mario Sechi

Pubblicato il 1 ottobre, 2011 in Politica | No Comments »

Le scatole con le firme per il Referendum Un milione di cittadini hanno firmato a sostegno del referendum sulla legge elettorale. Il Tempo l’ha sostenuto e continuerà a farlo in assenza di riforme che restituiscano al cittadino la scelta dei parlamentari, della coalizione che deve governare e del suo leader. Si tratta di un punto ineludibile dell’agenda parlamentare e mi auguro che tutti i partiti vogliano dare al Paese una risposta chiara, credibile, trasparente. Quando le Camere non decidono, i cittadini hanno il diritto di prendere lo scettro ed esprimersi. Centocinquanta anni dopo la nostra unità, la nazione non ha un assetto istituzionale in grado di affrontare le sfide della contemporaneità. È un paradosso della storia che proprio ora si levino nuove pulsioni secessioniste e voci anti-italiane in patria e all’estero.
Nord e Sud non sono entità scindibili e gli slogan della Lega sono un’illusione. Raccontare ai cittadini del Settentrione (milioni sono immigrati o figli di immigrati del Sud) che la soluzione dei nostri problemi passa attraverso lo sbrego costituzionale e la rottura del patto di solidarietà nazionale è un errore. La Lega ha il diritto di perseguire il suo disegno federalista e su questo ha l’appoggio di validi riferimenti politici e culturali, ma l’idea di buttare a mare il Meridione per diventare il Sud della Germania è suicida.
Basta leggere il rapporto sull’economia meridionale presentato qualche giorno fa dallo Svimez per comprendere che il nostro futuro può esser scritto solo nell’unità, un valore non negoziabile con minacce di crisi o cadute di governi. Fuori da questo destino comune, c’è il caos, la colonizzazione economica e il ritorno al manzoniano «volgo disperso che nome non ha». Mario Sechi, Il Tempo, 1° ottobre 2011