BERLUSCONI RESTI SINO AL 2013. MA SCELGA IL SUCCESSORE
Pubblicato il 29 settembre, 2011 in Politica | No Comments »
DI FRANCESCO DAMATO
Caro Cavaliere, o dottore, come usavamo chiamarla, e lei preferiva essere chiamato, prima di guadagnarsi il titolo di presidente con la politica presiedendo, appunto, il Consiglio dei Ministri per 9 anni e mezzo dei 17 e più trascorsi dalla sua prima vittoria elettorale. Lei sa bene che i nostri auguri per i 75 anni che compie oggi sono davvero sinceri. Ne avrà avuto una prova di recente, leggendo un editoriale nel quale il nostro direttore Mario Sechi riferiva ai lettori di non avere trovato tra gli analisti e i commentatori de Il Tempo, per una pagina di confronto a caldo tra opinioni diverse dopo una sua battagliera lettera all’amico Giuliano Ferrara, uno disposto a sostenere l’opportunità di un suo «passo indietro». Continuo a ritenere politicamente e costituzionalmente legittimo, e umanamente condivisibile, il suo rifiuto di mollare, cioè di dimettersi, disponendo di una maggioranza parlamentare. Non può lasciare solo perché lo pretendono con monotona insistenza opposizioni incapaci di sfiduciare il governo al Senato o a Montecitorio, neppure con l’aiuto disinvoltamente concesso loro dal presidente della Camera, alla faccia della neutralità istituzionale del proprio ruolo. Né valgono a sostenere le cattive, o insufficienti, ragioni delle opposizioni certi cultori improvvisati dei famosi «mercati». A placare i quali dovrebbe bastare e avanzare una bella crisi di governo, cioè la certificazione di quella instabilità di cui sono ghiotti gli speculatori di ogni risma. O certi devoti altrettanto improvvisati di Santa Romana Chiesa, dei suoi cardinali e dei suoi vescovi, le cui «ingerenze» sono fustigate quando trattano temi come il divorzio, l’aborto, la fecondazione assistita e il testamento biologico, ma apprezzate quando contengono allusivi giudizi critici su taluni Suoi comportamenti privati. Non parlo poi degli aiuti ancora più arbitrari che le opposizioni cercano e ottengono, o trovano senza neppure cercarli, in campo giudiziario. Dove ai vecchi e già numerosi processi contro di lei si sta cercando di aggiungerne altri con una concorrenza tra Procure tanto scomposta quanto indicativa, da sola, dello spirito ossessivo e persecutorio con il quale, più che indagarla, le si dà odiosamente la caccia. Per quanto ben motivata, condivisibile e persino obbligata, non credo tuttavia che la sua resistenza a Palazzo Chigi la esoneri da altri obblighi. O opportunità, come preferisce. Che sono poi in politica la stessa cosa, specie nella nuova versione che proprio lei le ha dato con quella specie di filo diretto che, dal suo esordio, ha voluto e saputo stabilire con i cittadini. La resistenza agli assalti degli avversari, che mi sarebbe piaciuto vedere opporre da lei anche a certi suoi presunti amici, rivelatisi capaci persino di fare la cresta sulla sua generosità, anziché trattenerla da certe troppo gioiose debolezze, aggravate forse dalla solitudine procuratale da chi più di tutti doveva starle vicino, se veramente le voleva bene, anziché rinchiudersi in doratissime dimore e separarsi a mezzo stampa; la resistenza, dicevo, agli assalti degli avversari dev’essere accompagnata con almeno due altre cose. La prima è di varare le misure per la ripresa, che diano un senso e uno sbocco ai sacrifici fiscali già imposti ad un elettorato che ha stentato a capirli, e ancora meno li capirà se non saranno seguiti da interventi contro gli sprechi e i privilegi. E di vararle, queste misure per lo sviluppo, senza aspettarsi dalle opposizioni come «regalo di compleanno – ha detto ieri al Tg5 – di mettere da parte i contrasti e gli scontri e di lavorare tutti insieme per rilanciare l’economia e portare l’Italia fuori dalla crisi». Da quelle parti, mi creda, con lei non sono né generosi né responsabili. L’altra cosa che le spetta di fare, carissimo il mio presidente, non è tanto di chiedere scusa agli italiani per gli errori di stile o comportamento che lei ha sicuramente commesso, come reclama qualche nostro comune amico dimentico che gli italiani ragionevoli e ben disposti l’hanno già perdonata e compresa, specie alla luce dell’uso strumentale che di tali errori stanno facendo gli avversari. E quelli prevenuti non hanno certamente bisogno di sentirle chiedere scusa per negargliela. No, la seconda cosa che mi aspetto dal suo buon senso e dalla sua generosità è di spianare la strada al suo successore, o al candidato alla sua successione nel centrodestra, quando lei avrà portato a termine regolarmente e dignitosamente, come ha il diritto di pretendere, il proprio mandato. Alla scadenza cioè di questa legislatura, ordinaria o anticipata che possa rivelarsi. Dica, per favore, caro Cavaliere, più chiaro e forte di quanto non abbia già fatto sinora che la sua leadership non continuerà a confondersi con la premiership. Cioè, che la prossima volta, per ragioni fisiologiche e non di indegnità o di sconfitta come pretendono i suoi avversari, toccherà ad altri del suo schieramento, auspicabilmente più largo di quello attuale, candidarsi alla guida del governo. Non mancano di certo gli aspiranti. Che peraltro, in assenza di un suo segnale d’incoraggiamento o di preferenza, al quale lei avrà pure il diritto come leader indiscusso e fondatore di un’area politica che diversamente sarebbe rimasta inespressa, finiranno per contendersi la successione nel modo peggiore, cioè generando solo risse e confusione. Sarebbe un suicidio politico. Francesco Damato, Il Tempo, 29 settembre 2011
………D’Amato ha centrato il problema e la sua analisi è assolutamente condivisibile. g.

La storia politica italiana degli ultimi vent’anni è strafulminata dal cortocircuito tra giustizia e politica. In due decenni nessun leader di partito ha deciso seriamente di prendere i fili e ripararli. Neppure Berlusconi, il quale si lamenta delle azioni giudiziarie ma non ha mai fatto la riforma della giustizia, fermandosi sempre a provvedimenti suggeriti da Azzeccagarbugli sulla cui utilità è meglio sorvolare. Ieri i parlamentari radicali hanno rimesso in campo, in maniera plateale, la questione e hanno mostrato non solo la siderale distanza che passa tra il Pd e loro, ma tra chi si pone il problema reale della giustizia, dei diritti individuali e di chi li calpesta in nome di una lotta politica sempre più barbara. La minaccia di espulsione dal gruppo del Pd dei radicali dissidenti ricorda metodi che ci sembravano lontani, un residuato della storia. Sono cose che facevano i fascisti e i comunisti non partiti che si dicono democratici nel simbolo e poi nella pratica parlamentare non lo sono. Se il Pdl, come penso, è qualcosa di anarchico, disordinato, pasticciato, il Pd bersaniano non è da meno. Procede per slogan, battutine, ma quando si tratta di mostrare una qualche evoluzione di stampo riformista, le lancette dell’orologio appaiono inesorabilmente ferme al ’92. È come se non fossero mai riusciti a levarsi di dosso le macerie del crollo di Berlino. Quanto al centrodestra, ieri ha confermato di poter andare avanti non per merito proprio, ma demerito altrui. Il governo deve decidere se vivere o sopravvivere. Per vivere deve fare le riforme e tener presenti anche i fondatissimi allarmi di Marco Pannella e di tutti i radicali sul sistema carcerario, per sopravvivere bastano gli errori ed orrori del centrosinistra. Mario Sechi, Il Tempo, 29/09/20
C’è chi scommette a sinistra, per esempio il pur solitamente moderato vice segretario del Pd Enrico Letta, che il governo di Silvio Berlusconi cadrà “per mano dei mercati”, travolto cioé da un deprezzamento inarrestabile del debito pubblico, e relativi titoli di Stato. E dalla conseguente esplosione di una crisi economica e sociale nel Paese, magari senza mettere necessariamente nel conto – bontà sua – anche “il morto” in piazza, atteso invece da Antonio Di Pietro. Ma, in verità, non solo da lui, visto che timori analoghi, sia pure con parole più caute, o politicamente più accorte, sono stati espressi a rimorchio di “Tonino” anche dal presidente della Commissione parlamentare Antimafia Giuseppe Pisanu.

La contemporaneità non fa sconti. Se gli Stati Uniti non riescono a trovare la cura dopo l’intossicazione finanziaria, l’Europa si lambicca su come interrompere la sua vita a debito. Parliamoci chiaro, i governi stanno seduti sulla nitroglicerina dell’inettitudine. La Grecia ha il novanta per cento di probabilità di fallire, la Bce per la prima volta non esclude il crac. Era questa la via da seguire mesi e mesi fa, senza perdere tempo e imporre a un popolo una ricetta che conduce alla guerra civile. Se la gente ha fame, se ne infischia della partita doppia degli gnomi della finanza. Brucia la casa di chi lo affama. Punto. Il collasso di Atene è in questi fatti e numeri: 353 miliardi di euro di debito pubblico (cinque volte quello dell’Argentina quando crollò nel 2001), due salvataggi inutili e tre anni di recessione. Capolinea. Credit Suisse ha messo le mani avanti e fatto i conti della dissoluzione dell’Euro. Non si sa mai. Mentre Atene brucia, Roma si contorce in una babele di ridicoli penultimatum. Confindustria presenta un manifesto che serve a fare titoli di giornale ma non aggiunge niente sul tavolo delle soluzioni concrete. I sindacati sono archeologia industriale, l’establishment sta alla finestra aspettando la caduta di Godot-Berlusconi. Nessuno tiene conto di una cosa: il nostro debito ha un rating da Paese in difficoltà ma in grado di far fronte alla sfida. L’Italia è ricca e può farcela. Basta avere visione e coraggio, perché la volatilità dei mercati sarà una condizione normale per lungo tempo e ci saranno cadute rovinose e formidabili riprese. È la storia che si fa e disfa sotto i nostri occhi. Dove qualcuno perde, altri guadagnano. È la legge di Wall Street, «il denaro non dorme mai», soprattutto quando i governi ronfano. Mario Sechi, Il Tempo, 24 settembre 2011
Le borse sono sotto un bombardamento planetario: il Dow Jones sta per bucare il pavimento dei 10 mila punti, tornando indietro di oltre un decennio; piazza Affari ha sfondato i 14 mila, considerato un supporto strategico di resistenza. Se noi siamo al Piave, gli americani sono sul tetto dell’ambasciata di Saigon, gli inglesi a Dunkerque, i francesi a Vichy. Neppure la super-Germania se la passa meglio: la Cancelleria assomiglia a un bunker, con tutte le sue sinistre memorie. Qui, chi volesse il 51 per cento di Intesa se lo prende con 8 miliardi: una bazzecola per un Warren Buffett di passaggio. Scopriamo che non c’è più nulla il cui rating non possa essere declassato: Italia, Usa, Giappone; la Fiat; le nostre banche, quelle francesi, domani le tedesche. Siamo tutti sotto downgrading, eppure sarebbe interessante capire dove vanno i soldi perché la regola che per ognuno che vende qualcuno compra non è stata ancora abrogata. Quando lo scopriremo vedremo il vincitore di questa guerra. Intanto ne conosciamo gli sconfitti: la classe dirigente americana ed europea, i banchieri centrali con le ferree e contrastanti religioni (quelli americani predicano il denaro facile, i tedeschi l’esatto opposto); gli industriali che guardano solo a Cina, Brasile e Turchia; i top manager tornati ai bonus milionari. E certo i politici. In questa situazione in Italia pare a molti un’idea vincente quella di sfrattare il Cavaliere. Fatto questo, risolto il problema. Al trio Bersani-Di Pietro-Vendola si è aggiunta Emma Marcegaglia. Partita per abolire il contratto nazionale, lascia la Confindustria a dov’era vent’anni fa, ai piedi del totem della concertazione e della Cgil. Il crollo dei mercati è impressionante. Quello dei cervelli ancora di più. Che ci sia un nesso? Marlowe,, Il Tempo, 23 settembre 2011