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BERLUSCONI RESTI SINO AL 2013. MA SCELGA IL SUCCESSORE

Pubblicato il 29 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

DI FRANCESCO DAMATO

Caro Cavaliere, o dottore, come usavamo chiamarla, e lei preferiva essere chiamato, prima di guadagnarsi il titolo di presidente con la politica presiedendo, appunto, il Consiglio dei Ministri per 9 anni e mezzo dei 17 e più trascorsi dalla sua prima vittoria elettorale. Lei sa bene che i nostri auguri per i 75 anni che compie oggi sono davvero sinceri. Ne avrà avuto una prova di recente, leggendo un editoriale nel quale il nostro direttore Mario Sechi riferiva ai lettori di non avere trovato tra gli analisti e i commentatori de Il Tempo, per una pagina di confronto a caldo tra opinioni diverse dopo una sua battagliera lettera all’amico Giuliano Ferrara, uno disposto a sostenere l’opportunità di un suo «passo indietro». Continuo a ritenere politicamente e costituzionalmente legittimo, e umanamente condivisibile, il suo rifiuto di mollare, cioè di dimettersi, disponendo di una maggioranza parlamentare. Non può lasciare solo perché lo pretendono con monotona insistenza opposizioni incapaci di sfiduciare il governo al Senato o a Montecitorio, neppure con l’aiuto disinvoltamente concesso loro dal presidente della Camera, alla faccia della neutralità istituzionale del proprio ruolo. Né valgono a sostenere le cattive, o insufficienti, ragioni delle opposizioni certi cultori improvvisati dei famosi «mercati». A placare i quali dovrebbe bastare e avanzare una bella crisi di governo, cioè la certificazione di quella instabilità di cui sono ghiotti gli speculatori di ogni risma. O certi devoti altrettanto improvvisati di Santa Romana Chiesa, dei suoi cardinali e dei suoi vescovi, le cui «ingerenze» sono fustigate quando trattano temi come il divorzio, l’aborto, la fecondazione assistita e il testamento biologico, ma apprezzate quando contengono allusivi giudizi critici su taluni Suoi comportamenti privati. Non parlo poi degli aiuti ancora più arbitrari che le opposizioni cercano e ottengono, o trovano senza neppure cercarli, in campo giudiziario. Dove ai vecchi e già numerosi processi contro di lei si sta cercando di aggiungerne altri con una concorrenza tra Procure tanto scomposta quanto indicativa, da sola, dello spirito ossessivo e persecutorio con il quale, più che indagarla, le si dà odiosamente la caccia. Per quanto ben motivata, condivisibile e persino obbligata, non credo tuttavia che la sua resistenza a Palazzo Chigi la esoneri da altri obblighi. O opportunità, come preferisce. Che sono poi in politica la stessa cosa, specie nella nuova versione che proprio lei le ha dato con quella specie di filo diretto che, dal suo esordio, ha voluto e saputo stabilire con i cittadini. La resistenza agli assalti degli avversari, che mi sarebbe piaciuto vedere opporre da lei anche a certi suoi presunti amici, rivelatisi capaci persino di fare la cresta sulla sua generosità, anziché trattenerla da certe troppo gioiose debolezze, aggravate forse dalla solitudine procuratale da chi più di tutti doveva starle vicino, se veramente le voleva bene, anziché rinchiudersi in doratissime dimore e separarsi a mezzo stampa; la resistenza, dicevo, agli assalti degli avversari dev’essere accompagnata con almeno due altre cose. La prima è di varare le misure per la ripresa, che diano un senso e uno sbocco ai sacrifici fiscali già imposti ad un elettorato che ha stentato a capirli, e ancora meno li capirà se non saranno seguiti da interventi contro gli sprechi e i privilegi. E di vararle, queste misure per lo sviluppo, senza aspettarsi dalle opposizioni come «regalo di compleanno – ha detto ieri al Tg5 – di mettere da parte i contrasti e gli scontri e di lavorare tutti insieme per rilanciare l’economia e portare l’Italia fuori dalla crisi». Da quelle parti, mi creda, con lei non sono né generosi né responsabili. L’altra cosa che le spetta di fare, carissimo il mio presidente, non è tanto di chiedere scusa agli italiani per gli errori di stile o comportamento che lei ha sicuramente commesso, come reclama qualche nostro comune amico dimentico che gli italiani ragionevoli e ben disposti l’hanno già perdonata e compresa, specie alla luce dell’uso strumentale che di tali errori stanno facendo gli avversari. E quelli prevenuti non hanno certamente bisogno di sentirle chiedere scusa per negargliela. No, la seconda cosa che mi aspetto dal suo buon senso e dalla sua generosità è di spianare la strada al suo successore, o al candidato alla sua successione nel centrodestra, quando lei avrà portato a termine regolarmente e dignitosamente, come ha il diritto di pretendere, il proprio mandato. Alla scadenza cioè di questa legislatura, ordinaria o anticipata che possa rivelarsi. Dica, per favore, caro Cavaliere, più chiaro e forte di quanto non abbia già fatto sinora che la sua leadership non continuerà a confondersi con la premiership. Cioè, che la prossima volta, per ragioni fisiologiche e non di indegnità o di sconfitta come pretendono i suoi avversari, toccherà ad altri del suo schieramento, auspicabilmente più largo di quello attuale, candidarsi alla guida del governo. Non mancano di certo gli aspiranti. Che peraltro, in assenza di un suo segnale d’incoraggiamento o di preferenza, al quale lei avrà pure il diritto come leader indiscusso e fondatore di un’area politica che diversamente sarebbe rimasta inespressa, finiranno per contendersi la successione nel modo peggiore, cioè generando solo risse e confusione. Sarebbe un suicidio politico. Francesco Damato, Il Tempo, 29 settembre 2011

………D’Amato ha centrato il problema e la sua analisi è assolutamente condivisibile. g.

DEMOCRATICI TOTALITARI, di Mario Sechi

Pubblicato il 29 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Voto alla Camera sulla mozione di sfiducia al ministro Romano. Proteste e bagarre in Aula La storia politica italiana degli ultimi vent’anni è strafulminata dal cortocircuito tra giustizia e politica. In due decenni nessun leader di partito ha deciso seriamente di prendere i fili e ripararli. Neppure Berlusconi, il quale si lamenta delle azioni giudiziarie ma non ha mai fatto la riforma della giustizia, fermandosi sempre a provvedimenti suggeriti da Azzeccagarbugli sulla cui utilità è meglio sorvolare. Ieri i parlamentari radicali hanno rimesso in campo, in maniera plateale, la questione e hanno mostrato non solo la siderale distanza che passa tra il Pd e loro, ma tra chi si pone il problema reale della giustizia, dei diritti individuali e di chi li calpesta in nome di una lotta politica sempre più barbara. La minaccia di espulsione dal gruppo del Pd dei radicali dissidenti ricorda metodi che ci sembravano lontani, un residuato della storia. Sono cose che facevano i fascisti e i comunisti non partiti che si dicono democratici nel simbolo e poi nella pratica parlamentare non lo sono. Se il Pdl, come penso, è qualcosa di anarchico, disordinato, pasticciato, il Pd bersaniano non è da meno. Procede per slogan, battutine, ma quando si tratta di mostrare una qualche evoluzione di stampo riformista, le lancette dell’orologio appaiono inesorabilmente ferme al ’92. È come se non fossero mai riusciti a levarsi di dosso le macerie del crollo di Berlino. Quanto al centrodestra, ieri ha confermato di poter andare avanti non per merito proprio, ma demerito altrui. Il governo deve decidere se vivere o sopravvivere. Per vivere deve fare le riforme e tener presenti anche i fondatissimi allarmi di Marco Pannella e di tutti i radicali sul sistema carcerario, per sopravvivere bastano gli errori ed orrori del centrosinistra.  Mario Sechi, Il Tempo, 29/09/20

FINI SENZA PUDORE: TORNA NELLA CASA DI MONTECARLO

Pubblicato il 26 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Gian Marco Chiocci – Mariateresa Conti

Poteva limitarsi all’iniziale «il bilancio personale lo tengo per me». Glissare con nonchalance . Far finta di niente, per decenza, per la traballante serenità familia­re, per sperare di avere ancora uno straccio di futuro politico. E inve­ce no. Gianfranco Fini s’è rifatto male da solo poiché sa che ogni vol­ta che parla della c­asa di Montecar­lo donata ad An dalla contessa An­na Maria Colleoni «per la buona battaglia» (svenduta invece a due società off-shore caraibiche e poi abitata dal cognato Giancarlo Tul­liani) perde la faccia oltre ai pochi consensi rimasti. Il presidente del­la Camera, intervistato ieri a SkyTg24 da Maria Latella, ha volu­to strafare. È tornato su quella feri­t­a mai rimarginata attaccando Sil­vio Berlusconi, il direttore del­l’ Avanti! Valter Lavitola e indiretta­mente pure questo quotidia­no re­sponsabile di un’inchiesta giorna­listica lodata dal Fatto di Travaglio con fatti che la procura di Roma ha giudicato tutti veri. «Credo che campagna di calunnia come quel­la mai sia stata organizzata…», ri­sponde il leader Fli alla Latella, che gli chiede di tracciare un bilan­cio di quella vicenda a un anno esatto dal videomessaggio in cui Fini giurò (sic!) che se fosse emer­so che il cognato Giancarlo era il proprietario della casa lui si sareb­be dimesso. Quindi l’affondo:«Un anno dopo mi sono preso anche qualche soddisfazione, perché mi sembra che un faccendiere oggi agli onori delle cronache, Lavito­la… non mi sono meravigliato quando ho appreso fosse ospite dell’aereo presidenziale con Ber­lusconi a Panama o ospite, o me­glio presente, nei colloqui tra il no­str­o ministro Frattini e autorità pa­namensi (circostanza smentita dalla Farnesina, ndr). Quando ci si circonda di personaggi come quel­li­è di tutta evidenza che c’è qualco­sa di poco trasparente, anche nel­la presentazione di alcuni docu­menti patacca…».

Ma certo, tutto chiaro. È colpa di Lavitola, e che sciocchi i pm della Procura di Roma a indagare per sette mesi su questa storia con i guanti bianchi (Fini indagato per un giorno, ricordate?, quello della richiesta di archiviazione) senza ascoltare l’editore. Tutta colpa di quel Lavitola che nell’ affaire Mon­t­ecarlo entra solo alla fine della sto­ria per aver pubblicato su L’Avan­ti! un’e-mail caraibica del broker Jospeh Walfenzao che indica nel ti­tolare della società ombra, pro­prietaria dell’appartamento di rue Princesse Charlotte 14 a Mon­­tecarlo, Giancarlo Tulliani, che è anche l’inquilino.

Tutta colpa di Lavitola, dunque. Ma è proprio così, signor presiden­te della Camera? Ci risponda, se può. È stato Lavitola a piazzare nel­la casa di Montecarlo suo cogna­to? È stato lui, Lavitola, a scoprire che An aveva un appartamento nel Principato? Lui che ha indica­to la off-shore che ha fatto l’affare? C’è forse Lavitola dietro la secon­da off­ shore che ha acquistato dal­la prima e che come inquilino, fra milioni, ha trovato il fratello di sua sorella? È stato Lavitola a impedi­re ad An, per dieci anni, di non alie­nare il bene e di cambiare idea so­lo quando s’è presentata la società caraibica in contatto con suo co­gnato? Lavitola ha avuto un ruolo nel bloccare l’offerta da oltre un milione del senatore ex An, Antoni­no Caruso? E i testimoni che dico­no di averla vista insieme alla sua signora nella palazzina di rue Prin­cesse Charlotte sono tutti a libro paga di Lavitola? O magari è stipen­diato da La­vitola il teste del mobili­ficio romano Castellucci che giura di averla vista accompagnare Eli­sabetta per l’acquisto di una cuci­na Scavolini per la casa all’estero? Forse è stato il carabiniere latitan­te Enrico La Monica, indagato con Lavitola nell’inchiesta P4,a scatta­re le foto pubblicate che provano come quella cucina che lei disse es­sere a Roma in realtà era assembla­ta nella casa monegasca di Gian­carlo? E lei, presidente, come face­va a conoscere quella data esatta di un passaggio tra società off­sho­re delle quali lei aveva detto di non sapere nulla? E faranno parte del complotto di Lavitola anche l’ar­chitetto e gli operai che hanno par­lato di Tulliani come di colui che sembrava il proprietario della ca­sa. Di certo fu Lavitola a suggerire a Elisabetta Tulliani di scrivere e-mail al maggior costruttore mo­negasco, Luciano Garzelli, per la ri­strutturazione. E ancora. Fu Lavi­tola a far sì che l’ambasciatore Mi­­stretta si mettesse a completa di­sposizione dei fratelli Tulliani? Il contratto di affitto depositato a Montecarlo da cui risulta che pro­p­rietario e affittuario hanno la stes­sa firma è stato contraffatto da La­vitola? Ed è stato Lavitola a far sì che i pm di Roma riuscissero a evi­tarle l’accompagnamento coatto per essere sentito come testimo­ne, e dunque obbligato a dire la ve­rità? Che lei sappia Lavitola ha ami­ci anche alla Chambre Immobi­lière M­onégasque che ha certifica­to che il quartierino è stato svendu­to a un prezzo ridicolo? Quando parla di «documento patacca» di uno stato estero, si rende conto che il suo ruolo istituzionale do­vrebbe consigliarle maggior caute­la? Un anno fa lei disse che se fosse emerso che suo cognato era il pro­­prietario, si sarebbe dimesso. Per­ché siede ancora nello scranno più alto di Montecitorio? Gian Marco Chiocci – Mariateresa Conti, Il Giornale, 26 settembre 2011

.……………..Si illudono Chiocci e Conti se pensano che Fini risponderà alle loro argomentazioni. Fini è uno di quelli a cui non piace il contraddittorio, preferisce il soliloquio. E per la verità se non fosse stata per  la spavalda e vergognosa  maramalderia di cui ha fatto sfoggio nell’intervista con la giornalista Latella su SkyTG24, ovviamente senza contraddittorio e nella quale da par suo ha sproloquiato contro Berlusconi usando Lavitola, non sarebbe stato  neppure il caso di replicargli. E’ sufficiente constatare il silenzio in cui è stato avvolto dopo i tentativi andati a vuoto di buttare per aria il governo e la constatazione che il suo FLI s’è perduto nelle nebbie dei dubbi, degli abbandoni e  sopratutto dei rancori che covano tra i suoi stessi colonnelli,  ignorato da tutti, compreso gli elettori che da ultimo lo gratificano, secondo i più misericordiosi sondaggisti,  di un miserevole 3%. Tanto basta per abbandonarlo al suo destino. g

IL MERCATINO IMPROVVISATO

Pubblicato il 26 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Enrico Letta del Pd C’è chi scommette a sinistra, per esempio il pur solitamente moderato vice segretario del Pd Enrico Letta, che il governo di Silvio Berlusconi cadrà “per mano dei mercati”, travolto cioé da un deprezzamento inarrestabile del debito pubblico, e relativi titoli di Stato. E dalla conseguente esplosione di una crisi economica e sociale nel Paese, magari senza mettere necessariamente nel conto – bontà sua – anche “il morto” in piazza, atteso invece da Antonio Di Pietro. Ma, in verità, non solo da lui, visto che timori analoghi, sia pure con parole più caute, o politicamente più accorte, sono stati espressi a rimorchio di “Tonino” anche dal presidente della Commissione parlamentare Antimafia Giuseppe Pisanu.
Quest’ultimo non è un esponente, vecchio o nuovo, delle opposizioni di sinistra o di centro, ma un senatore ancora della maggioranza, già capogruppo di Forza Italia alla Camera e ministro dell’Interno nel penultimo governo di Silvio Berlusconi, da qualche tempo però in sofferenza nel centrodestra. Tanto in sofferenza da sottoscrivere e lanciare con l’ex segretario del Pd Walter Veltroni appelli più o meno accorati per un “passo indietro” del presidente del Consiglio, visto che al Cavaliere sarebbe mancata l’accortezza nei mesi scorsi – gli ha appena rimproverato Pisanu in una intervista – di fare un “passo avanti” verso gli ex alleati Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini.
Ma torniamo al vice segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, peraltro di origini democristiane come Pisanu, e alla sua scoperta delle risorse politiche dei mercati. Che sarebbero capaci, secondo lui, di rovesciare l’odiato governo Berlusconi supplendo alle opposizioni e premiando una crisi politica con salvifici rialzi in borsa. E proviamo per un attimo a immaginare anche noi che “l’ottovolante dei mercati”, evocato ieri pure da Eugenio Scalfari, riesca davvero a sconquassare gli equilibri di potere. Ebbene, con quali gambe lorsignori i mercati irromperebbero a Palazzo Chigi per tirare giù dalla sedia il Cavaliere? Con quelle di Emma Marcegaglia, la presidente ormai uscente della Confindustria di cui la sinistra, politica e sindacale, da qualche tempo ha scoperto e apprezza il piglio antiberlusconiano, anche se non condivide buona parte del programma più o meno di governo che la signora vorrebbe tradurre in un manifesto, a cominciare dall’innalzamento dell’età pensionabile? O con le gambe del bocconiano ex commissario europeo Mario Monti, che mostra tuttavia, sia pure a giorni alterni, una certa diffidenza verso governi privi di una guida politica? O con le gambe di Pier Luigi Bersani in persona, il capo virtuale dell’opposizione politica, che però si muove con le stampelle di Nichi Vendola? Il quale dovrebbe stare ai mercati, sentendolo parlare nelle piazze e nei salotti televisivi, come il diavolo all’acqua santa, o viceversa. O con le gambe del sempre giovane Casini, al quale si possono sicuramente riconoscere molte qualità ma non, credo, una particolare competenza in questioni economiche e monetarie.

È semplicemente impensabile che Berlusconi smetta, davanti a questi po’ po’ di signore, signori e signorini, di reclamare la verifica parlamentare dei suoi numeri. Altrettanto impensabile è che costoro riescano a intimidirlo più e meglio di quanto abbiano inutilmente tentato di fare i magistrati. Una nuova mozione di sfiducia, o iniziativa analoga, a cominciare da quella in programma fra qualche giorno alla Camera contro il ministro dell’Agricoltura, Francesco Saverio Romano, farebbe la fine delle precedenti. E questo non perché la maggioranza sia miseramente composta da gente prezzolata e servile, come la dipingono gli avversari ogni volta che ne falliscono l’assalto. O perché manchi di dissidenti simili al già ricordato Pisanu. Il fatto è che costoro possono pur essere stanchi di Berlusconi, o delusi, ma sono ancora più stanchi e si fidano ancor meno dei suoi avversari per svolte politiche capaci di mettere davvero le cose a posto. Per cui guardano alla crisi giustamente come a un rimedio peggiore del male, e la scongiurano ogni volta che ne hanno l’occasione. Senza la pretesa, per carità, di conoscere Giorgio Napolitano meglio di Scalfari e di altri suoi coetanei, amici o ex compagni, che stanno lì a tirargli continuamente la giacca con l’aria furbesca di volergliela solo stirare addosso con il ferro caldo dei loro appelli melliflui, dubito fortemente che certi improvvisati esperti o esploratori dei mercati potranno mai essere presi sul serio, in caso di crisi, dal presidente della Repubblica. E strappargli a cuor leggero i decreti di nomina di un nuovo governo che, comunque lo si volesse chiamare, non potrebbe fare a meno di un programma reale e serio, non immaginario, e di una maggioranza parlamentare altrettanto reale e seria, fatta di numeri. In mancanza dei quali Napolitano sa bene che i mercati, i famosi mercati, non se ne starebbero lì a guardare, sornioni e pazienti, come vorrebbero i loro tardivi e per niente affidabili estimatori. Francesco Damato, Il Tempo, 26 settembre 2011

ORA ABBASSATE LA SPOCCHIA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 25 settembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Improvvisamente, dopo an­ni di silenzio, Confindu­stria ha deciso di parlare. Ogni giorno è una ricetta, una critica, un ultimatum, con cla­morosi sconfinamenti nella poli­tica. Strano che tanta loquacità e saggezza sia arrivata a buoi, cioè milioni di euro, scappati. I più leg­gono l’attivismo della sua presi­dente, Emma Marcegaglia, al mandato in scadenza. Tra pochi mesi sarà disoccupata, e con l’aria che tira meglio posizionarsi in prima fila tra gli oppositori del governo. Ora, non è che le paure degli industriali siano intonacate o illegittime. È il tono del loro pre­sidente, quel voler chiamarsi fuo­ri da errori del passato, quel met­tere sul piatto ricette salvifiche con l’aria di chi si sente eticamen­te superiore a infastidire e inso­spettire. Anche perché, come im­prenditore, la signora non può certo fare la maestrina con la pen­na rossa.

Il suo gruppo è stato pre­miato nei giorni scorsi come quel­lo a più alto tasso di infortuni sul lavoro. Le disavventure giudizia­rie dei suoi familiari sono note e oggi noi aggiungiamo un partico­lare inedito, un condono da 9,5 milioni di euro sottoscritto nel 2002. Nulla di male né di illegale, per carità, ma evidentemente la si­gnora non può mettersi alla testa dei novelli Savonarola, non con tanta spocchia. Il vezzo di parlare bene e razzo­lare male non è nuovo, né è esclu­s­ivo della presidente di Confindu­stria. L’editore de L’Unità , non­c­hé ex governatore Pd della Sarde­gna, Renato Soru, è sotto schiaffo della Guardia di Finanza che sta indagando su sue società estere per una presunta maxi evasione fi­scale. Oppure: Berlusconi do­vrebbe giustificare come mai ha viaggiato tempo fa in aereo con Lavitola, mentre a Bersani nessu­no chiede conto di viaggi, pranzi e cene con Penati, che secondo non noi ma i magistrati potrebbe avere commesso reati ben più gra­vi e infamanti­del discusso e discu­tibile direttore de L’Avanti . Il nuo­vo che avanza dovrebbe avere al­meno il pudore di non cadere nel ridicolo. Da Di Pietro che finì nei guai per regalie a Montezemolo che ha un passato da scavezzacol­lo, fino alle macchie dell’impero Marcegaglia e alle tangenti paga­te dal gruppo dell’editore di Re­pubblica , quel Carlo De Benedet­ti (finito per questo anche agli ar­resti), nessuno passerebbe inden­ne da un assalto tipo quello cui è stato ed è sottoposto Berlusconi. Per carità, ognuno ha i suoi picco­li o grandi scheletri nell’armadio. Ma proprio per questo meglio ab­bassare i toni e la spocchia. Il Giornale, 25 settembre 2011

Il condono di Lady Marcegaglia

Emma Marcegaglia propone un nuovo manifesto per l’Italia.Di nuo­vo c’è poco, se non la sfiducia che la Signora ha nei confronti del gover­no Berlusconi. Che in effetti di riforme ne ha fatte davvero pochine. Ma della signora Marcegaglia ci possiamo fidare? E questi grandi imprendi­tori che si stanno già combattendo per la successione della Signora, hanno tutti le carte in regola per fare i moralisti? Ci sono molte imprese, come testimonia­no le ottime inchieste di Dario Di Vico e Marco Alfieri, che non ne possono più di questo governo. Speravano in una riduzione fisca­le e in uno sn­ellimento della buro­crazia che non è arrivato. Ma i ver­ti­ci di questa Confindustria non ri­schiano di fare come il governo, aver capito troppo in ritardo gli umori della propria base? Sulla lotta all’evasione, ad esempio, la posizione confindustriale più che tardiva sembra ipocrita. Così co­me sulla liberalizzazione del mer­cato del lavoro. I nuovi personalis­si­mi dispiaceri alla signora Marce­gaglia li ha procurati il governo e Tremonti in particolare. Parados­salmente proprio per venire in­contro alle indicazioni anche del­la Confindustria, l’esecutivo si è messo in testa di dare la caccia ai presunti evasori. Marcegaglia compreso. Lungi da noi pensare che ciò che stiamo per scrivere ab­bia minimamente irritato la sciu­ra. Ella, come si sa, viaggia alto, al­tissimo. Figurarsi se si occupa di quella norma introdotta dall’ulti­ma manovra estiva che estende gli accertamenti fiscali all’anno di grazia 2002. In buona sostanza il governo ha deciso che il condono fiscale del 2002, considerato ille­gittimo dalla Ue, non metta al ripa­ro da nuovi accertamenti proprio coloro che all’epoca lo sottoscris­sero. La materia è complicata:ba­sti dire che l’Agenzia delle Entrate nei prossimi tre mesi ha l’obbligo di legge di andare a verificare tutte le posizioni di coloro che aderiro­no a quel condono fiscale. E indo­vi­nate un po’ chi rischia un bell’ac­certamento? Esatto. Il gruppo Marcegaglia,che all’epoca dei fat­ti aveva proprio nella Sciura un amministratore delegato. Ma non preoccupatevi, la presidente della Confindustria è su un altro li­vello. Questa estate tuonò: «Basta con i condoni fiscali». Grazie, tut­to quello che si poteva condonare la Sciura l’ha già condonato.Senti­te qua. Bilancio Marcegaglia. An­no 2002. «Negli oneri straordinari figura l’importo di 9,5 milioni deri­vante dalle legge 289/02 sul con­dono ». E nella relazione del colle­gio sindacale: «Sono venuti com­pletamente meno i rischi derivan­ti dalla verifica fiscale generale, eseguita nel corso del 2001». In­s­omma l’azienda ha pagato 9,5 mi­lioni di condono e si è così messa a posto con la verifica fiscale che aveva subito e che con tutta proba­bilità sarebbe sfociata in un bel verbale di contestazione. Ma il punto è che oggi la Marcegaglia ri­schia di nuovo. Quel condono, per la parte di sanatoria Iva, è sta­to considerato illegittimo dalla Ue e molti dei condonati non hanno neanche pagato le rate che erano previste. Il governo italiano alla caccia disperata degli evasori ha preso la palla al balzo (non pro­prio il primo, visti gli anni passati) e ha riaperto un faro di verifica nei confronti dell’anno 2002. Senza questa norma estiva infatti quel­l’anno sarebbe prescritto e i con­donati (che poi tali non sono per la sentenza Ue) sarebbero al sicu­ro. Che colpo gobbo. Insomma la Marcegaglia do­vrebbe ben conoscere sulla sua pelle l’attivismo del governo per combattere l’evasione fiscale. Ma è il pulpito da cui arrivano le prediche ad essere ridicolo. Certo ricordare alla signora Marcega­glia del conto cifrato 688342 della Ubs di Lugano a lei intestato (insie­me al padre Steno) dove transita­vano quattrini della Scad Com­pany Ltd, o quello 688340 sempre a Lugano e sempre della Ubs dove transitavano milioni di euro frut­to della costituzione di fondi neri all’estero,può sembrare poco ele­gante se ad occuparsene è il Gior­nale . Se a farlo, come fece, è Repub­blica , è tutto ok. Così come sareb­be seccante ricordare alla sciura come 750mila euro vennero tra­sferiti dal conto di Lugano a quel­lo di Chiasso e poi presi in contan­ti tra il settembre e il dicembre del 2003 (tutte informazioni contenu­te in una rogatoria ottenuta da Francesco Greco). Mica un secolo fa. Il punto qua non è la correttez­za etica della Signora Marcegaglia e del suo gruppo (e quante impre­s­e hanno fatto altrettanto), ma è la sua inadeguatezza a spiegare al mondo cosa sia necessario fare per dare sviluppo al Paese. Glielo diciamo noi cosa è necessario alla Signora. È necessario che il grup­po della sua famiglia, in cui lei è stata anche amministratore dele­gato, competa sul mercato ad ar­mi pari con i concorrenti. Magari senza aprire troppi conti cifrati in Svizzera. Il gruppo Marcegaglia ol­tre a commettere un possibile rea­to (per la verità il fratello della Si­gnora ha patteggiato per tangen­ti) ha messo indirettamente fuori mercato le aziende che seguivano le regole. La prima vittima del­l’evasione fiscale non è lo Stato, ma è l’impresa vicina che come un gonzo paga tutte le tasse come si deve. E poi arriva Emma che fa la furbetta. E prima contribuisce a costituire fondi in nero: per Repub­blica il gruppo costituì all’estero 400 milioni di euro di fondi. Poi li scuda grazie all’odiato Tremonti. E poi da presidente della Confin­du­stria fa la maestrina e ci raccon­ta come si deve far ripartire il Pae­se. Ma ci faccia il piacere. La vicenda dei 17 conti segreti della Marcegaglia in Svizzera è ro­ba passata.
Il tutto si chiuse nel 2004 con il trasferimento di 22 mi­lioni dai conti svizzeri a Singapo­re. E lo stesso fratello della Signo­ra, Antonio, interrogato dai Pm di Milano disse a fine 2004: «Si tratta di risorse riservate che abbiamo sempre utilizzato nell’interesse del gruppo per le sue esigenze non documentabili». Come dar­gli torto, si sarebbe trattato di mi­lioni e milioni di documenti. Quando si dice la semplificazione che le imprese a gran voce richie­dono. La Signora in materia fiscale ha poche idee e un po’confuse.Tuo­na contro i condoni, ma li utilizza a man bassa. Non vuole il contri­buto di solidarietà del Cav, ma ac­cetta la patrimoniale, con una sto­ria di conti all’estero da paperone di Mantova. Si possono accettare molte le­zioni dalla Signora Marcegaglia. Ma quella della moralista con il di­tino alzato, proprio no. Soprattut­to in materia di tasse. «Confindu­stria – ha detto la Marcegaglia ­non ha paura delle critiche». Bene accetti le nostre. E inizi a fare puli­zia a casa sua, prima di pontificare sullo sviluppo del Paese, compro­messo anche dalle furbate dei pri­vati. Il governo Berlusconi ha mol­te colpe. Ma un esame di coscien­za da p­arte di queste grandi impre­se che afferrano al volo i condoni e costituiscono conti in Svizzera, non l’abbiamo ancora visto.

IL BENGODI INCONSAPEVOLE, di Mario Sechi

Pubblicato il 25 settembre, 2011 in Costume, Politica | No Comments »

Il debito. Berlusconi. Gli scandali. Il realismo. Machiavelli. E poi? «La dolce vita». «Ciao, bella». La Ducati. Gucci. Prada. Dolce e Gabbana. Antipasti di peperoni. Nella mia lettura quotidiana della stampa estera il Financial Times e il Wall Street Journal sono i primi della lista. Dopo viene l’Asia Times con l’imperdibile rubrica di Spengler e qualche quotidiano francese, giusto per avere ogni giorno conferma della non superiorità dei nostri cugini. Anche la lettura di ieri conferma un’altra cosa che apprendiamo solo quando stiamo a lungo all’estero: l’Italia è uno dei posti più belli dove vivere. Siamo stati per lungo tempo un Paese di migranti, di gente in cerca di fortuna. Fatevi raccontare le peripezie e le sofferenze di chi ha lasciato la Patria. Andate a leggere gli epistolari. Scoprirete la grande nostalgia che pervade l’anima di chi è lontano dal villaggio, dalla città, dal sole, dal mare, dalla montagna, dal cibo, dal vino, da quello straordinario cocktail che è l’Italia. Se volete un’altra conferma sul nostro Bengodi inconsapevole, leggete gli annunci delle case da sogno di Sotheby’s e Christie’s, l’Italia è un enorme mercato del lusso, il buen retiro sognato da milioni di super-ricchi. Come fa un Paese con una ricchezza delle famiglie largamente superiore a quella della potentissima Germania a uscire dalla crisi del debito? Come fa una nazione mutevole a ritrovare l’orgoglio, la creatività e la forza del boom economico che tra gli anni Cinquanta e Settanta la risollevò dalle ceneri della guerra? La chiave di quella rinascita fu l’industria, la manifattura, una classe imprenditoriale geniale e infaticabile. I governi ne assecondarono il talento e la affiancarono con una politica industriale da grande potenza. La nostra vita a debito cominciò dopo quel periodo. E fu un errore colossale. Così abbiamo perso il carattere, lo spirito dell’impresa, la visione del futuro. Sì, oggi è il Palazzo il grande imputato, ma cari industriali, rileggete le opere dei vostri padri e nonni, vedrete che facevano meno manifesti e passavano più tempo in fabbrica a sudare e inventare. E se questa politica non vi piace, allora fate voi il passo: misuratevi con la cosa pubblica. Scoprirete che l’Italia è ancora tremendamente ricca e bella, ma riformare gli italiani di oggi è un’impresa titanica.  Mario Sechi, Il Tempo, 25 settembre 2011

A NAPOLI I CLAN PAGAVANO 10 EURO PER UN VOTO ALLE PRIMARIE DEL PD

Pubblicato il 24 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Napoli - Una dozzina di nomi o poco più: secondo l’inchiesta sulle primarie Pd aperta dalla Procura di Napoli sarebbero diversi personaggi legati al mondo della camorra di Miano, quartiere limitrofo a Secondigliano, ad avere gestito nel famigerato seggio di via Janfolla, le consultazioni (poi annullate) indette per scegliere il candidato a sindaco di Napoli. Il nome del clan non è un mistero: è quello dei potenti Lo Russo, famiglia con le mani in pasta dappertutto: droga, estorsioni ed ora – a quanto pare – anche in politica.
In base all’indagine condotta dal Procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, per portare a votare il popolo del Pd nel seggio di via Janfolla, dove stravinse con 1.067 preferenze l’europarlamentare Andrea Cozzolino, di stretta fede bassoliniana (al secondo posto Umberto Ranieri, vicino al capo dello Stato Giorgio Napolitano, con appena 208 voti) furono sborsate promesse e soprattutto fior di quattrini.
Ci sarebbe stato un vero e proprio tariffario per convincere i napoletani ad andare a votare alle primare Pd. Dieci, venti euro, finanche 50 o una spesa di poche decine di euro per votare il candidato prescelto. Pane, latte, carne, yogurt in cambio di un voto, in un quartiere dove i problemi di camorra, disoccupazione, casa e spazzatura (da queste parti l’emergenza non è mai finita) sono una vera emergenza. Per i «grandi elettori», probabilmente, le promesse erano ben diverse: un posto di lavoro.
Nell’elenco stilato dalla polizia giudiziaria ci sarebbero i nomi di camorristi e galoppini del clan Lo Russo, incaricati di operare un vero e proprio rastrellamento nel quartiere, per portare la gente a votare nel seggio di via Janfolla nei giorni del 23 e 24 gennaio scorsi. Un’affluenza strana, insolita: ritmi insostenibili per consentire a tutti di poter espletare il proprio diritto a scegliere il successore di Rosetta Iervolino. L’informativa è quasi completa, qualche limatura poi verrà consegnata ai pm della Direzione distrettuale antimafia.
Le polemiche sulle primarie vinte da Cozzolino e gli scambi di accuse tra i candidati scoppiarono mentre erano ancora in corso le votazioni. Cozzolino, giova ricordarlo, si impose con uno scarto di 1.200 voti sull’ex sottosegretario agli Esteri Ranieri. Sconfitti anche l’altro bassoliniano, Nicola Oddati e il candidato di Sinistra e libertà, l’ex magistrato Libero Mancuso. E alla fine la vittoria di Cozzolino che sognava di aprire un nuovo ciclo dopo il suo capo Bassolino, non fu mai omologata. La federazione del Pd di Napoli fu commissariata: da Roma fu mandato – e da allora non è più ripartito – il commissario Andrea Orlando.
Il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, ieri ha telefonato ai vertici del Pd partenopeo: «Le infiltrazioni camorristiche sono un problema comune a tutti e nessuno può pensare di mettersi in cattedra e dire: il problema è solo tuo». Ma tra i democrats la tensione è alta. L’ex parlamentare dell’ex Pds, Berardo Impegno, rilancia: «Azzeriamo il partito e cambiamo il regolamento delle primarie». Il Giornale, 24 settembre 2011

FALLIMENTO E RINASCITA, di Mario Sechi

Pubblicato il 24 settembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Borse europee, un operatore La contemporaneità non fa sconti. Se gli Stati Uniti non riescono a trovare la cura dopo l’intossicazione finanziaria, l’Europa si lambicca su come interrompere la sua vita a debito. Parliamoci chiaro, i governi stanno seduti sulla nitroglicerina dell’inettitudine. La Grecia ha il novanta per cento di probabilità di fallire, la Bce per la prima volta non esclude il crac. Era questa la via da seguire mesi e mesi fa, senza perdere tempo e imporre a un popolo una ricetta che conduce alla guerra civile. Se la gente ha fame, se ne infischia della partita doppia degli gnomi della finanza. Brucia la casa di chi lo affama. Punto. Il collasso di Atene è in questi fatti e numeri: 353 miliardi di euro di debito pubblico (cinque volte quello dell’Argentina quando crollò nel 2001), due salvataggi inutili e tre anni di recessione. Capolinea. Credit Suisse ha messo le mani avanti e fatto i conti della dissoluzione dell’Euro. Non si sa mai. Mentre Atene brucia, Roma si contorce in una babele di ridicoli penultimatum. Confindustria presenta un manifesto che serve a fare titoli di giornale ma non aggiunge niente sul tavolo delle soluzioni concrete. I sindacati sono archeologia industriale, l’establishment sta alla finestra aspettando la caduta di Godot-Berlusconi. Nessuno tiene conto di una cosa: il nostro debito ha un rating da Paese in difficoltà ma in grado di far fronte alla sfida. L’Italia è ricca e può farcela. Basta avere visione e coraggio, perché la volatilità dei mercati sarà una condizione normale per lungo tempo e ci saranno cadute rovinose e formidabili riprese. È la storia che si fa e disfa sotto i nostri occhi. Dove qualcuno perde, altri guadagnano. È la legge di Wall Street, «il denaro non dorme mai», soprattutto quando i governi ronfano. Mario Sechi, Il Tempo, 24 settembre 2011

CLIMA DI ODIO E MANETTE: PAPA PAGA PER TUTTI

Pubblicato il 23 settembre, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Il rappresentante del popolo Alfonso Papa sta ancora sotto chiave in una cella di Poggio­reale e i magistrati che ne hanno preteso l’arresto, autorizzato dal Parlamento per la prima volta nel­la­sua storia per reati che non fosse­ro di sangue, dicono che non pos­sono concedergli gli arresti domi­ciliari perché quel tristo deputato, con le sue arti e la sua scaltrezza diabolica, se si trovasse a vive­re fra il salotto e la cucina di casa sua, saprebbe manipolare le prove. Diavolo d’un uo­mo. La sua abilità, e la paura che ispira, mi ri­cordano quella canzon­cina dialettale che esiste in tutte le versioni regionali e che dalle parti mie suona così: «Una sorcaccia intrepida nel mio camino entrò, tutta la notte rosica la cassa ed il comò.

In tredici o in quattordici l’annassimo a cercà, co li fucili carichi dove la bestia sta. Sentite che fece quella be­stiaccia: ci saltò in faccia e ci fece scappar, sentite che fece quella bestiaccia: ci saltò in faccia e ci fece scappar». Così mi sembrano questi intrepidi magi­strati che ottengono dal Parlamento della Repubblica ciò che mai fu concesso prima da un Parlamento della Repubblica: la con­segna di un membro eletto delle Camere dal sovrano elettore, perché possa essere privato non soltanto della sua libertà perso­nale, ma della possibilità di assolvere i suoi doveri, ma che dopo due mesi fa ancora una enorme paura, tanto che lo devono te­nere rigorosamente chiuso in gattabuia, es­sendo poco sicuri delle prove raccolte.

E qui un inciso, anzi una domanda: ma chi l’ha detto che a un deputato in carcerazione preventiva (perché di questo stiamo parlan­do e non di espiazione di una pena) possa es­sere sequestrato il diritto-dovere di votare le leggi secondo il mandato dei suoi rappre­­sentati, magari per via telematica dalla gat­tabuia in cui si trova? Dove sta scritto che la funzione dell’eletto decade se questi è mo­mentaneamente privato della libertà e non per espiare una condanna? I magistrati, come gli intrepidi cacciatori della canzoncina popolare, dopo due torri­di mesi estivi che certamente non avranno passato sotto l’ombrellone ma chiusi nei lo­ro uffici, hanno dunque ancora paura che Papa possa inquinare le prove. Il che vuol di­re, se la logica non viene meno, che ancora non hanno messo insieme uno straccio di fascicolo con prove solide e non più inqui­nabili. Ma che discorso è questo? O questi funzionari dello Stato non sanno fare il loro mestiere, che è quello di mettere insieme prove non inquinabili, oppure hanno altro in mente.

Qui non parlo da giornalista, ma da deputato: e da deputato ho l’obbligo di decidere se siamo di fronte a richieste com­pre­nsibili o se c’è anche il fumus persecutio­nis che va al di là delle esigenze di giustizia. Ed è francamente incomprensibile che do­po due mesi ancora si giustifichi la galera con il possibile inquinamento delle prove. E questo dubbio si fa molto più solido di fronte all’allegra e spensierata sorte capita­ta al senatore del Pd Tedesco che se ne va li­bero e bello dimostrando che esistono due pesi e due misure. Fino al caso di Papa il Parlamento non aveva mai concesso l’arresto di un suo membro, salvo che per fatti di sangue, ma in realtà neanche per quelli perché i deputati da arrestare si erano già rifugiati all’estero. Ma dall’arresto di Papa e nell’orrido clima che sta montando, siamo passati ieri a vota­re la richiesta di un altro arresto preventivo per il deputato Milanese, non concesso per motivi politici e non di principio, ma con la partecipazione di sette franchi tiratori della maggioranza che hanno votato per le ma­nette.

Questo dimostra che anche tra le for­z­e politiche si è perso il principio democrati­co di tutela del Parlamento come bene del popolo, il quale popolo è stato invece riedu­cato a dosi massicce di odio e ad applaudire gogne, forche e galere preventive». È l’aggettivo «preventivo» che fa la diffe­renza: se si trattasse di concedere l’arresto di un deputato condannato definitivamen­t­e dopo un processo che lo avesse dimostra­to colpevole, non ci sarebbero questioni. Ma ora si gioca tutto sull’umiliazione della sola maggioranza e questo obiettivo preve­de appunto l’uso mediatico della galera «preventiva» che, diversamente dalla legge che è uguale per tutti, è invece uguale soltan­to per alcuni, come si è visto dal caso del se­natore democratico Tedesco. Siamo dun­que all’uso di gesti di grande impatto emoti­vo, come ai tempi di Mani pulite, di cui sta per celebrarsi il ventesimo anniversario.

Allora una serie di sedute mediatiche nel tribunale di Milano, con Antonio Di Pietro nelle vesti del mattatore, decapitarono la Repubblica di tutti i partiti democratici che l’avevano fatta nascere e crescere,aprendo la strada alla cosiddetta seconda Repubbli­ca, nata dalla disperazione e dalla delegitti­mazione della prima. Ora si dovrebbe dire che tira aria di terza Repubblica, ma non è più il caso di giocare con le parole: il clima è quello di una messa in stato di arresto virtua­le e occasionalmente materiale del Parla­mento, facendo leva sull’impatto di inter­cettazioni che spesso non hanno nulla, dal punto di vista della raccolta di prove per la contestazione di reati, a che vedere con la giustizia ma molto con i titoli dei giornali. Quell’impatto viene cercato con accani­mento e con spesa di denaro pubblico fino­ra mai visti e suggeriscono l’immagine di una gigantesca caccia alla volpe: Berlusco­ni (e i suoi) con tutte le enormi magagne e imperdonabili imprudenze, è diventato il «cinghialone numero due»,essendo stato il primo Bettino Craxi.

Questa caccia al cin­ghiale è costosissima e richiede mille schioppi, mille cani, mille forconi e un eser­cito di inservienti in livrea che suonano le trombe e i corni. In questo panorama, il deputato Papa re­sta, come dicono nella Capitale, al gabbio perché le prove sulle sue malefatte, le stesse usate per chiedere con clamore il suo arre­sto, dopo due mesi non sono ancora di ma­­teriale solido, ma informe, manipolabile al punto che lo stesso Papa, se fosse agli arresti domiciliari, potrebbe farne palline del tipo di quelle levigate dai laboriosi stercorari, quei coleotteri che sono specialisti nell’arte di dar forma ai rifiuti organici. E questo ci sembra inaccettabile, ingiustificabile e in­credibile. Il giornale, 23 settembre 2011

GUERRA APERTA SUI NOSTRI SOLDI

Pubblicato il 23 settembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Soldi Le borse sono sotto un bombardamento planetario: il Dow Jones sta per bucare il pavimento dei 10 mila punti, tornando indietro di oltre un decennio; piazza Affari ha sfondato i 14 mila, considerato un supporto strategico di resistenza. Se noi siamo al Piave, gli americani sono sul tetto dell’ambasciata di Saigon, gli inglesi a Dunkerque, i francesi a Vichy. Neppure la super-Germania se la passa meglio: la Cancelleria assomiglia a un bunker, con tutte le sue sinistre memorie. Qui, chi volesse il 51 per cento di Intesa se lo prende con 8 miliardi: una bazzecola per un Warren Buffett di passaggio. Scopriamo che non c’è più nulla il cui rating non possa essere declassato: Italia, Usa, Giappone; la Fiat; le nostre banche, quelle francesi, domani le tedesche. Siamo tutti sotto downgrading, eppure sarebbe interessante capire dove vanno i soldi perché la regola che per ognuno che vende qualcuno compra non è stata ancora abrogata. Quando lo scopriremo vedremo il vincitore di questa guerra. Intanto ne conosciamo gli sconfitti: la classe dirigente americana ed europea, i banchieri centrali con le ferree e contrastanti religioni (quelli americani predicano il denaro facile, i tedeschi l’esatto opposto); gli industriali che guardano solo a Cina, Brasile e Turchia; i top manager tornati ai bonus milionari. E certo i politici. In questa situazione in Italia pare a molti un’idea vincente quella di sfrattare il Cavaliere. Fatto questo, risolto il problema. Al trio Bersani-Di Pietro-Vendola si è aggiunta Emma Marcegaglia. Partita per abolire il contratto nazionale, lascia la Confindustria a dov’era vent’anni fa, ai piedi del totem della concertazione e della Cgil. Il crollo dei mercati è impressionante. Quello dei cervelli ancora di più. Che ci sia un nesso? Marlowe,, Il Tempo, 23 settembre 2011