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IL GOVERNO REGGE, LA CAMERA RESPINGE L’ARRESTO DEL DEPUTATO MILANESE

Pubblicato il 22 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Con 312 voti contro 305 (617 votanti sul plenum di 630) cui contare per il proseguio della sua azione la Camera dei Deputati ha approvato la proposta della Giunta per le autorizzazi oni a procedere di respingere la richiesta di arresto dei PM napoletani per il deputato del PDL Marco Milanese, collaboratore del Ministro Tremonti. Al di là del fatto in sè che dovrebbe essere prassi per tutti i cittadini per i quali l’arresto prima del processo senza  flagranza di reato o che  siano  accusati di fatti particolarmente gravi, costituisce una prova di forza a favore del Governo che nonostante tutti gi ostacoli che gli vengono frapposti ha una solida maggioranza  su  cui contare per il proseguio della sua attività. Infatti, questa stessa mattina. il Consiglio dei Ministri ha approvato ulteriori misure  relative alla manovra economica.

L’ATTERRAGGIO CHE NON C’E', di Mario Sechi

Pubblicato il 22 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Il premier Silvio Berlusconi In tempi non sospetti ho scritto su questo giornale che per la storia personale di Berlusconi e collettiva del berlusconismo va preparato un soft-landing, un atterraggio morbido. Ho sempre combattuto in punta di penna l’estremismo di chi desidera in maniera compulsiva la fine tragica del Cavaliere, la sua uscita di scena a suon di monetine o pietrate. È un’idea di Italia lontanissima dalla democrazia, dal dibattito civile, dalla buona politica, un sogno psicotico pericoloso, foriero di altri drammi e divisioni di cui il Paese non ha bisogno.
Gli avversari se ne facciano una ragione: Berlusconi non è un tiranno, ma un leader democraticamente eletto. Su Il Tempo abbiamo affrontato varie volte in un dibattito franco e senza tabù la questione del passo indietro del Cav. Per alcuni salutare, per altri un errore. Il combinato-disposto della crisi economica, la speculazione sul nostro debito sovrano e le nostre imprese e l’assalto giudiziario hanno rimesso il tema sul tappeto. Io non sono tra quelli che pensano che la sua uscita sia la soluzione per i nostri mali. L’ho scritto ieri e lo ripeto oggi: il Cav esce? L’Italietta resta. Con i suoi problemi, le sue ipocrisie, le sue cricche, i suoi clan, le sue lobby e la sua cronica irriformabilità.
Sono però assolutamente convinto che bisogna evitare il crash di Berlusconi, per il bene del blocco sociale che l’ha votato e per il futuro del centrodestra. Sergio Romano ieri sul Corriere della Sera ha avanzato la proposta: il premier annuncia che non si ricandida, propone al Capo dello Stato il voto nel 2012 e avvia la transizione.
Sorvoliamo sul fatto che di costituzionale non c’è nulla e diciamo per carità di patria che è tutto molto bello. Poi però dobbiamo tornare sulla terra. Anzi, stare in aria. Siamo in fase di atterraggio d’emergenza, dobbiamo provare il soft-landing. Benissimo. Si fa così: i piloti registrano la perdita di un motore e problemi al radar. Volo a vista. Avvertono il primo aeroporto disponibile. Si fanno guidare via radio dalla torre di controllo. Tutto il traffico aereo intorno viene fermato. Un’esercitazione militare pericolosissima bloccata. La pista viene sgombrata e l’aerostazione evacuata. I vigili del fuoco si tengono pronti, le ambulanze pure. All’interno del jumbo primo e secondo pilota tengono la rotta e seguono il piano di volo, l’equipaggio (hostess comprese) è calmo, fermo, rassicurante. I passeggeri sono tutti consapevoli di quel che stanno affrontando, ma sono pronti a indossare la maschera d’ossigeno, non si fanno prendere dal panico e hanno le cinture di sicurezza ben allacciate. Tutti svolgono il loro compito in maniera perfetta. Il volo balla un po’, in pista caracolla ma alla fine è salvo.

Nel caso del governo Berlusconi la situazione è la seguente: il primo pilota (Silvio) non ha ancora deciso che rotta prendere; il secondo pilota (Tremonti) è in difficoltà con i piani di volo; l’equipaggio (il governo) è incerto e non ricorda le procedure di salvataggio; i passeggeri (il Parlamento) sono preda del panico e non vogliono atterrare ma restare sempre in volo fino al 2013; la torre di controllo (Napolitano) dà istruzioni ma alla radio dall’altra parte non trova nessuno; i vigili del fuoco (i sindacati) sono in sciopero; le ambulanze (gli industriali) non partono perché senza carburante; le esercitazioni militari (la magistratura) non solo non si fermano ma continuano un gran lancio di razzi e missili intorno al jumbo in avaria. Ecco, caro lettori, questa è la realtà. Voi stareste alla cloche dell’aereo con tanta serenità? Sareste certi della piena collaborazione di tutti nell’atterraggio d’emergenza? O provereste a restare sopra le nubi finché c’è carburante pianificando un rifornimento in volo? In America si dice, «ask the pilot», chiedete al pilota.  Mario Sechi, Il Tempo, 22 settembre 2011

CASO TARANTINI: LA COMPETENZA E’ DI ROMA, E ORA CHI PAGA?

Pubblicato il 21 settembre, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

E adesso chi paga? Il duo Woodcock-Lepore non aveva titolo per indagare sul trio Berlusconi-Tarantini-Lavi­tola, caso che peraltro non esiste mancando la parte le­sa. La marea di telefonate spiate, sbobinate e consegnate ai giornali sono frutto di una illegalità, e non ci voleva la sentenza emessa ieri dal Gip per capirlo. Noi che non abbiamo studiato legge lo avevamo scritto il primo giorno: se i fatti sono avvenuti tra Bari, Roma e Milano, che c’entra la Procura di Napoli? Nul­la, appunto. Altro che accompagnamento coatto di Berlusco­ni.

Ma agli zelanti Pm che importa, l’obiettivo politico e media­tico, complici stampa e tv, è raggiunto. Sul campo restano le devastazioni all’uomo Berlusconi,violentato nel suo privato, e qualche milione di euro bruciato per via del trambusto pro­­vocato sui mercati dall’ipotesi di un premier in manette, sacri­ficato sull’altare dell’arroganza di magistrati arrivisti, e di com­mentatori faziosi e in malafede. Questa, in ordine di tempo, è soltanto l’ultima di una lunga serie di bravate e furbate della magistratura di parte. Perché neppure il più sprovveduto di noi poteva non sapere come sarebbe andata a finire l’inchie­sta di Napoli, nata sull’imbroglio del premier intercettato ille­galmente, cioè senza l’autorizzazione del Parlamento. Mancava il reato, mancava la competenza.

Solo chiacchie­re al telefono che se ascoltate casualmente ( non si capisce co­me) avrebbero dovuto incanalarsi in ben altri percorsi giudi­ziari, nei quali sarebbero state trattate con diversa cautela. Co­me quella, per esempio,adottata dal procuratore di Bari sul ca­so D’Addario e che ora, proprio per avere usato le pinze, si tro­va indagato. Già, perché chi non chiede l’arresto del premier al primo squillo di escort, chi non spiattella intercettazioni an­cora calde di telefono alla stampa, deve per forza essere com­plice del presidente del Consiglio e della sua banda di malfat­tori.

Eppure non sempre i Pm cauti finiscono sotto inchiesta. Per esempio, non una escort o un faccendiere ma l’allora sin­daco di Milano, Gabriele Alber­tini (oltre a questo Giornale ), sei anni fa segnalarono con forza alla Procura di Milano che l’acquisto delle quote Serravalle da parte di Pe­nati, leader della sini­stra, era molto ma mol­to sospetto. Bene, che fece la Procura? Nulla, che è molto meno di es­sere cauti. Semplice­mente girò lo sguardo dall’altra parte. Oggi, sei anni dopo, sappiamo che quella vicenda era uno scandalo enorme: tan­genti all’area Pd, sper­pero di soldi pubblici.

Quei procuratori e i lo­ro vice sono stati forse puniti, indagati per ma­nifesta complicità o in­capacità? Macché, so­no al loro posto, come se nulla fosse. Nel frat­tempo però la stessa Procura ha prodotto ol­tre centoventimila in­tercettazioni sul caso Ruby e sugli ospiti priva­t­i di Berlusconi ad Arco­re. Prenderanno pure una medaglia. Quella giusta sarebbe di tolla, come la loro faccia. Il Giornale, 21 settembre 2011

IL CAVALIERE ESCE? L’ITALIA RESTA, di Mario Sechi

Pubblicato il 21 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi I giudizi della agenzie di rating, gli strappi nel centrodestra, le difficoltà dell’opposizione e le inchieste che colpiscono Berlusconi e il Partito democratico sono fatti apparentemente slegati. In realtà, hanno tutti una medesima matrice ed effetto finale. L’origine è nell’assenza di un assetto istituzionale chiaro nel Paese. Ponetevi un semplice quesito: chi comanda? Non Berlusconi che ha difficoltà a guidare le scelte dei suoi ministri, figuriamoci una maggioranza che ieri è andata cinque volte sotto in un’aula di assenteisti; non Napolitano il quale esercita al meglio il suo ruolo, ma pur sempre limitato; non i poteri forti che la crisi economica ha reso deboli; non i sindacati, in crisi di rappresentanza; non la Chiesa, «minoranza creativa» per lo stesso Papa; non la magistratura che ha la forza di distruggere ma non quella di creare.

Tutti hanno il potere parziale del veto, nessuno quello pieno del governo. L’incertezza sul comando e le forme e i mezzi con cui si esercita, genera una paralisi totale. Il Paese è fermo e agli occhi di chiunque – pensate ai veti sulla manovra – appare irriformabile. Una preda ideale per gli speculatori e le agenzie di rating che stanno al tavolo da poker del mercato. Berlusconi è una tessera importante del puzzle italiano, ma non il mosaico intero fatto di materiali scadenti e disegni approssimativi. Il Cavaliere esce? L’Italietta resta.  Mario Sechi, Il Tempo, 21 settembre 2011

PROCESSO LAMPO PER IL CAVALIERE

Pubblicato il 20 settembre, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

DI DAVIDE GIACALONE

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Vita politica e vicende processuali sono indissolubilmente connesse, e già questo descrive un male profondo della vita italiana. Sia per la politica che per la giustizia. Si può sostenere che questo discende dalle colpe di Silvio Berlusconi, oppure dal tentativo, che si trascina da diciassette anni, di farlo fuori per via giudiziaria, ma quale dei due punti di vista si adotti, il risultato è che ci tocca occuparci di processi penali anziché di processi decisionali. Chi, come noi, ha a cuore sia il diritto che l’autonomia della politica, chi sa che, in una democrazia e in uno Stato di diritto, non si deve mai essere costretti a scegliere fra la legittimità che deriva dal consenso popolare e la regolarità che discende dal rispetto della legge, cerchi, almeno, di non perdere la bussola. Cominciamo dal processo Mills, che ieri s’è avvicinato alla sentenza. Di una cosa sono sicuro: avrà un posto nei libri di diritto. Un giorno si chiederà agli studenti di legge di riferire su come sia stato possibile processare in due sedi e tempi separati i protagonisti di un reato che il codice vuole a “concorso necessario”: non può esserci un corrotto senza un corruttore, e viceversa. Un tempo, quando era reato l’adulterio, anche quello era un reato a concorso necessario, perché non si può tradire da soli. Vi pare pensabile che si condanni uno per avervi preso parte senza sapere con chi giacesse? È quel che è successo: l’avvocato Mills è stato condannato quale corrotto, e ora, dopo anni, si cerca di capire se Silvio Berlusconi era il corruttore. Se dovesse essere assolto (ipotesi che non si può escludere, o no?), Mills resterà da solo. Una specie di adulterio mediante onanismo. Ecco, avendo alle spalle una tale premessa, ieri il collegio giudicante, in quel di Milano, ha ridotto significativamente la lista dei testimoni. Così si arriva prima alla conclusione. Ridurre i testimoni è una facoltà di chi giudica. Non è sbagliato: se un Tizio viene derubato all’Auditorium e l’avvocato di Caio, presunto ladro, pretende di sentire tutti i presenti quali testimoni è ragionevole che gli si dica di no. Bastano quelli in grado di dare dettagli rilevanti. Ma quando un collegio giudicante cancella dei testimoni sa di correre un rischio, perché se la difesa potrà dimostrare, in Cassazione, che i suoi diritti sono stati violati e il proprio lavoro reso impossibile, la sentenza diventerà carta straccia. Quindi si deve fare attenzione. C’è stata, ieri, a Milano? Non lo so, ma so che non sarebbe servita a nulla, perché la sentenza, quale che sarà il contenuto, è già in partenza carta straccia, visto che il procedimento è destinato a sicura estinzione per prescrizione. Allora, perché si corre? Per arrivare a concludere il primo grado, a beneficio esclusivo dei mezzi di comunicazione. Berlusconi non sarà mai condannato in via definitiva, è escluso, e non perché innocente (non lo so, non c’ero), ma perché il processo è già morto. Lo si celebra a solo beneficio del pubblico. Cambiamo città, andiamo a Napoli, inesauribile fonte di sollazzo telefonico e d’intrusione per via giudiziaria. Qui le cose sono più bislacche, anche in omaggio alla tradizione partenopea: non si ha idea del perché quella procura si senta competente. A parte ciò, gli atti di un’inchiesta sono considerati coperti da segreto anche durante l’udienza preliminare, e restano riservati se poi divengono atti di un futuro processo. Questo dice la legge. Un parlamentare non si può intercettare, se non con l’autorizzazione del Parlamento. Questo dice la legge. Ma nessuno la legge, la legge. Così tutte le telefonate possono essere pubblicate, perché dal momento che vengono messe a disposizione delle parti non si sa più chi le abbia passate alla stampa. Voi dite che è stata la difesa del pappone industriale? A me pare difficile. In quanto alle conversazioni di un parlamentare, presidente del Consiglio, non è lui che intercettano, ma quelli con cui parla. E non è una barzelletta, ma la tesi della procura. E non basta, perché i giornali di ieri titolavano: scaduto l’ultimatum della procura. L’ultimatum? Siamo in guerra? Intanto il giudice dell’udienza preliminare manda prosciolti tutti gli imputati del processio “Cassiopea”, più noto per avere ispirato Gomorra. Traffico di rifiuti tossici. Il proscioglimento è un doppio veleno dell’ingiustizia: i colpevoli fanno marameo e gli innocenti resteranno marchiati a vita. Ma chi se ne importa, i riflettori puntano altrove, oramai. Da quella parte c’è una presunta parte lesa che non si sente lesa, essendo, in realtà un potenziale imputato, cui si nega la presenza degli avvocati all’interrogatorio. E c’è chi sostiene, come fa Carlo Federico Grosso, che se la difesa lo vuole «imputato in procedimento connesso» questa è, di fatto, una confessione. Roba che neanche alla santa inquisizione. Tutto questo per dire: sono procedimenti fatti a mezzo stampa e per la stampa. Siamo l’unico Paese al mondo in grado di pubblicare le conversazioni di chi governa, sputtanandolo. Siamo gli unici in grado di demolire da sé soli una propria multinazionale. Può darsi che se lo meritino, ma non ce lo meritiamo noi. A me piace un mondo in cui i colpevoli vanno in galera, mi piace assai meno un Paese prigioniero dei processi.

Davide Giacalone, il Tempo, 20/09/2011

ULTIMATUM SCADUTO PER SILVIO

Pubblicato il 19 settembre, 2011 in Costume, Giustizia, Politica | No Comments »

Mentre scrivo, è scaduto da sette minuti l’ultimatum della Procura di Napoli. Sono le 20.07, è partito il conto alla rovescia per l’accompagnamento coatto del fellone di Palazzo Chigi minacciato qualche giorno fa dalla buoncostume vesuviana. Le telefonate hard ci sono, lo sputtanamento pure, Arcore è circondata, la Arcuri è santa ma forse no, fuori i reggicalze, tutti dentro. È un’inchiesta Wonderbra e come in tutte le meraviglie ci sarà il colpo di scena. Vedremo i carabinieri giungere da Napoli con ordini perentori? No, prima le toghe dovranno chiedere l’autorizzazione alla Camera per ascoltare quella che per convenienza investigativa chiamano «la vittima» ma la trattano da imputato. L’Unione delle Camere Penali ha definito bene la scena: «Giocano al gatto con il topo». E saremmo la culla del diritto. Dentro Papa, fuori/dentro Milanese e ora l’attesa per la richiestona che taglia la testa al toro di Arcore, l’accompagnamento coatto di Silvio.
Quando il voyerismo e la pornografia da B-movie diventano atto giudiziario, siamo alla frutta congelata. Berlusconi ci prova, se ne infischia di tutelare la sua vita privata, fa casino. Non sono disponibili filmati (chissà, in futuro), abbiamo solo letto e ascoltato. Basta e avanza per dire che è un pasticcione. Ma ridicolo è anche il gruppo di Interceptor alla Pummarola che ascolta, mette nero su bianco un copione da Edwige Fenech e Alvaro Vitali e non si fa neppure sfiorare il cervello dal dubbio che lo scosciato pedinamento istituzionale e prostituzionale è un boomerang che dirotta il Paese verso la lotta tribale. Nessuna ragion di Stato. A Napoli traboccano di camorristi, ma vuoi mettere l’emozione di occuparsi di un’inchiesta sulla cui competenza territoriale incombono dei legittimi dubbi? Verbali desnudi. Altro che rating, spread, default. Chissenefrega, il dizionario in procura non è quello finanziario: vai col fetish. Coatto, mi raccomando. Mario Sechi, Il Tempo, 19 settembre 2011


GUERRA TRIBALE SENZA DIRITTI, di Mario Sechi

Pubblicato il 18 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi al telefono a Strasburgo per il summit Nato In un Paese normale, le cose andrebbero così: il presidente del Consiglio si presenta davanti ai magistrati e risponde alle domande. In un Paese normale. L’Italia non lo è. Silvio Berlusconi è oggetto di un subdolo disegno: farlo passare per vittima levandogli le garanzie di un imputato e poi, dopo averlo rosolato nella sua solitudine, senza un avvocato, trasformarlo nel bersaglio vero dell’accusa. Come spiega un documento dell’Unione Camere Penali, l’organismo associativo più autorevole degli avvocati italiani, a Napoli si sta consumando una vicenda in cui i pm «giocano al gatto con il topo» (LEGGI ARTICOLO IN CODA). La vittima della presunta estorsione di Tarantini e soci è il vero obiettivo di tutto l’ambaradan investigativo da sexy shop. Si tratta di una questione di diritto che supera la persona di Berlusconi e mette sul piatto della bilancia l’equilibrio tra accusa e difesa. Un principio che viene calpestato ogni giorno nelle procure e nei tribunali italiani. La vicenda che riguarda il capo del governo è di una gravità estrema. La diffusione dei verbali che entrano ed escono da uffici giudiziari “groviera” è qualcosa che merita l’intervento del Consiglio Superiore della Magistratura. Silenzio. Sarebbe scandaloso far rispettare la legge prendendo come caso quello di un cittadino al di sotto di ogni diritto come Berlusconi. La distruzione di vite e storie personali è aberrante. Siamo piombati in un’era medioevale in cui l’occhio per occhio dente per dente è la regola. Berlusconi potrebbe anche lasciare Palazzo Chigi, ma la questione di legittimità di quest’azione resta. É un macigno e rischia di trascinare l’Italia in una guerra tribale.  Mario Sechi, Il Tempo, 18 settembre 2011

Violate le regole del processo”

Berlusconi e i pm, intercettazioni e testimonianze: duro documento dell’Unione Camere Penali sulla procura di Napoli.

Il premier Silvio Berlusconi Intercettazioni «svincolate» dalla loro «naturale finalità», prassi illegittime, come quella di «ascoltare nella veste di persona informata sui fatti», e dunque senza avvocato, «persone potenzialmente sospettate dei reati per i quali si indaga». Ancora: ordinanze di custodia cautelare emesse prima di aver sentito la presunta vittima e scorrettezze verso gli avvocati «forzosamente sollevati dal segreto professionale con riguardo ad avvenimenti appresi nel corso del mandato». È quello che sta accadendo a Napoli con il caso Tarantini. Una prassi che «permette al pubblico ministero di giocare letteralmente al gatto con il topo con chi è oggetto di attenzione nell’indagine». È l’allarme lanciato dall’Unione delle Camere Penali Italiane, messo nero su bianco in un documento approvato ieri. I penalisti, ovviamente, non entrano nel merito del procedimento che riguarda, come presunta vittima, il presidente del Consiglio Berlusconi ma mettono in guardia contro l’uso distorto della giustizia «che tutti i giorni si fa nei tribunali». Secondo gli avvocati, a Napoli i magistrati seguono prassi illegittime verso le persone coivolte «all’occorrenza, ignorandone la veste sostanziale di indagato, o di indagato in procedimento connesso o collegato, per poterlo ascoltare in assenza di garanzie di difesa». Si tratta di una «ripetuta violazione di alcuni diritti fondamentali, in particolare del diritto di difesa tanto sul piano del rispetto delle regole di tutela degli indagati, sia per ciò che concerne l’intangibilità del rapporto tra l’avvocato ed il proprio assistito». I legali se la prendono anche con la politica, colpevole di accorgersi «delle illegalità solo quando queste la colpiscono oppure finge di non sapere che è dovere di tutti i cittadini, anche del presidente del Consiglio, rendere testimonianza quando ciò è necessario e se realmente la veste di testimone è giustificata». Tuttavia, i penalisti sottolineano come l’inchiesta che chiama in causa il premier dimostri ancora «che in questo Paese è normale che vengano emesse ordinanze di custodia cautelare, per un reato come l’estorsione, prima ancora di aver interrogato la presunta vittima e prima di avergli chiesto dove mai il fatto si sarebbe consumato. Il che fa dubitare dello stato delle garanzie – per tutti i cittadini non solo per Berlusconi – e della reale finalità di questo braccio di ferro processuale, che senza ipocrisie segna l’ennesimo capitolo dello scontro tra politica e magistratura». Ma non è tutto. Nel corso dell’indagine napoletana, ricorda ancora l’Unione delle Camere Penali Italiane, gli avvocati «sono stati ascoltati come testimoni e forzosamente sollevati dal segreto professionale su avvenimenti appresi in occasione del mandato e potenzialmente pregiudizievoli quantomeno dell’immagine dei loro assistiti. Tutto ciò – si legge nel documento approvato ieri dalla Giunta – non in presenza di alcun tipo di comportamento illegittimo, secondo gli stessi inquirenti, da parte degli avvocati che ben avrebbe determinato l’eliminazione delle guarentigie difensive». Ciò per i penalisti è «intollerabile e si iscrive nella progressiva erosione di quell’ambito sacrale ed intangibile che deve tutelare l’attività difensiva che connota questi ultimi anni in cui si sono registrati reiterati ascolti di conversazioni tra difensori ed indagati, ipocritamente giustificati dalla giurisprudenza a seconda dell’utenza intercettata; ovvero con iniziative come quelle degli ultimi mesi che hanno visto diverse Procure incriminare taluni difensori per il reato di infedele patrocinio in funzione delle scelte da costoro operate all’interno dei processi». Una prassi, «invalsa in molte Procure», che costantemente si ripete mentre «alla intangibilità del rapporto tra l’avvocato e il proprio assistito si deve restituire reale tutela» ribadisce l’Unione Camere Penali. Le parole della Giunta dei penalisti sono nette e denunciano ancora «una prassi contra legem diffusissima, apparentemente giustificata dall’ampia discrezionalità che la legge, e soprattutto la giurisprudenza, riconoscono al pm rispetto al momento di iscrizione nel registro notizie di reato degli indagati, ma in realtà frutto di un rigurgito di cultura inquisitoria che ciclicamente riemerge». Per le Camere penali si tratta quindi dell’«ennesimo punto di degrado del conflitto improprio tra politica e magistratura, punteggiato dalla consueta, ma non per questo accettabile, circolazione di brogliacci di intercettazioni telefoniche che costituiscono oramai una micidiale forma di gogna moderna del tutto svincolata dalla sua naturale finalità». E la politica, si fa notare ancora, continua a «non rendersi conto che l’unica maniera corretta di affrontare la questione è quella di ridisegnare in modo equilibrato l’assetto costituzionale della giurisdizione e riformare alcuni istituti processuali, mettendo mano alle proposte che pure giacciono in Parlamento su entrambi i temi». Oggi più che mai, concludono i penalisti, «ribadiamo che per dare un nuovo volto alla giustizia occorre “costruire sulle macerie”, segnalando che di fronte all’attuale degrado, l’avvocatura penale, non potrà che adottare forti iniziative di protesta anche a tutela della libertà della Difesa». Alberto Di Majo, il Tempo

DIETRO L’ANGOLO DEL CAVALIERE

Pubblicato il 17 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Esiste un’ipotesi più sana e più credibile di Silvio Berlusconi al governo? Meglio le elezioni anticipate, un governo tecnico o un governo di unità nazionale? Il professor Gianfranco Pasquino e il professor Alessandro Campi, due politologi di diversa estrazione culturale, l’uno di centrosinistra ed ex senatore del polo progressista, l’altro di centrodestra ed ex consigliere di Gianfranco Fini, accettano il gioco di società (non così peregrino) del Foglio e si scoprono d’accordo: lo scenario più naturale e credibile è quello di un governo del centrodestra, con Pdl e Lega, allargato alle forze del Terzo polo e guidato da un uomo del Pdl, anche da Angelino Alfano. “Ma l’operazione richiede buon senso da parte di Berlusconi”, dice Pasquino. “Spetta agli amici del Cavaliere convincerlo a fare un passo indietro. Dentro il Pdl c’è gente capace, che potrebbe guidare un governo. Penso ad Alfano, ma anche a Formigoni e ad altri. Il premier sbaglia a rifiutare questa ipotesi che salverebbe la sua storia personale e politica, il suo partito e anche l’Italia nella difficile contingenza della crisi economica. Riportando nel centrodestra l’Udc di Casini e conquistando anche l’Api di Rutelli, Berlusconi chiuderebbe il proprio ciclo al governo completando una interessante operazione di ‘rifondazione’ del centrodestra. Penso che Gianni Letta e Fedele Confalonieri debbano insistere con il Cavaliere nel dire quello che pensa anche l’avvocato Gaetano Pecorella, non certo un nemico di Berlusconi, ovvero che il premier deve farsi da parte. Mi preoccupa che Berlusconi rifiuti questa ipotesi. Forse significa che non si fida nemmeno del suo partito e dei suoi uomini”.

Alessandro Campi, che ha da poco inaugurato un centro di studi politologici, l’Istituto di politica, descrive un’ipotesi del tutto simile a quella del professor Pasquino salvo aggiungervi una sfumatura: “Gli uomini intorno al premier devono ottenere questo risultato ‘convincendo’ Berlusconi, ma anche un po’ ‘costringendo’ Berlusconi. E’ necessario che si crei un grande centro nel Pdl, una forza capace di premere anche con le maniere forti, se necessario. Ma per arrivare a questo risultato nel Pdl dovrebbero riuscire a liberarsi dall’idea della mistica berlusconiana, ovvero dal riflesso che porta alcuni di loro a credere che prima di Berlusconi non ci fosse nulla e che dopo Berlusconi non ci sarà nulla. Non è così e alcune personalità politiche del Pdl credo lo sappiano bene, mi riferisco a Formigoni, ad Alemanno, ad Alfano, a Claudio Scajola, ad Antonio Martino che rappresentano gruppi organizzati. E poi a personalità singole, ma rappresentative come Giuseppe Pisanu”. Sia Pasquino sia Campi escludono ogni altra ipotesi: governi di unità nazionale ed elezioni incluse. “Le elezioni, con quaranta giorni di campagna elettorale e gli speculatori a volteggiare sul nostro paese, sarebbero un disastro”, dice Pasquino.

E l’unità nazionale? “Presuppone una cultura politica ormai uscita dal nostro orizzonte. Da anni, se maggioranza e opposizione collaborano, si parla di ‘inciucio’”, dice Campi. E Pasquino rafforza: “Si tratta comunque di un’ipotesi che avrebbe bisogno del consenso di Berlusconi. E se lui non è d’accordo a un governo del Pdl, figurarsi se vuole un governo col Pd”. Per entrambi i politologi il Cav. resta, dunque, la figura centrale, ancora padrone del proprio destino. Ha scritto ieri Marcello Sorgi a proposito della capacità del Cavaliere di resistere: “Sembra impossibile che possa riuscirci anche stavolta. Eppure in queste condizioni sarà un disastro se non riuscirà”.

LETTERA AL “FOGLIO” DI SILVIO BERLUSCONI

Pubblicato il 17 settembre, 2011 in Il territorio, Politica | No Comments »

Caro direttore,
è vero, come Lei scrive, che il mio comportamento, così come descritto dai giornali in questi giorni, appare scandaloso. Ma il mio comportamento non è stato assolutamente quello che viene descritto ed io Le confermo, come ho già avuto modo di dirLe, che non ho fatto mai nulla di cui io debba vergognarmi. E’ invece, per fare un esempio, del tutto inaccettabile e addirittura criminale che persone che sono solo state presenti a mie cene con numerosi invitati siano marchiate a vita come “escort”. Mi dispiace anche, per fare un altro esempio, dei falsi pettegolezzi che sono stati creati grazie ai soliti brogliacci telefonici sulla signora Arcuri, che è stata invece mia ospite inappuntabile in Sardegna e a Palazzo Grazioli.

Non ho affatto intenzione di respingere una richiesta di testimonianza, che è mio interesse rendere, tanto che ho già inviato una dichiarazione scritta ma che ha, così come congegnata, l’aria di un trappolone politico-mediatico-giudiziario. Pretendo però come ogni cittadino che i magistrati rispettino anche loro la legge. Da tre anni sono sottoposto a un regime di piena e incontrollata sorveglianza il cui evidente scopo è quello di costruirmi addosso l’immagine di ciò che non sono, con deformazioni grottesche delle mie amicizie e del mio modo di vivere il mio privato, che può piacere o non piacere, ma che è personale, riservato e incensurabile. Il problema però è che da tre anni è in atto un mascalzonesco tentativo di trasformare la mia vita privata in un reato.  Ed è questo uno scandalo intollerabile da parte di un circuito mediatico e giudiziario completamente impazzito di cui nessuno sembra preoccuparsi e di cui nessuno si scusa.

Questo incommensurabile scandalo non riguarda solo me. Decine, centinaia di persone sono esposte al ludibrio e al linciaggio, senza alcuna remora sia quando si tratti di gente comune o di personalità della vita pubblica e di questioni di bottega domestica sia perfino quando si tratti di vicende che determinano lo status del Paese sulla scena internazionale. Non è mai successo prima.

Nessun uomo di Stato è stato fatto oggetto di una aggressione politica, mediatica, giudiziaria, fisica, patrimoniale e di immagine come quella a cui sono stato sottoposto io. È un trattamento inaccettabile, che si accompagna a una campagna di delegittimazione che punta a scardinare il funzionamento regolare delle istituzioni per interessi fin troppo chiari. La campagna si è intensificata quando ho vinto le elezioni per la terza volta, quando il sistema è stato semplificato e reso più trasparente in senso bipolare, quando si è capito che era alle porte una legislatura aperta alle riforme necessarie alla crescita di questo Paese e alla sua modernizzazione. Missione difficile per la quale ho cercato di mettere in campo gente nuova, estranea ai vecchi giochi dell’establishment, gente giovane e votata al “fare”. Questa campagna non è mai finita, si è nutrita di attacchi a me, al mio partito, ai miei uomini, ai miei ministri, alla generazione di giovani che ho promosso in politica, e si è sparso su tutti il magma eruttivo dello scandalismo per ridurre in cenere una alta popolarità e una grande speranza. Sfruttando ogni aspetto della mia vita privata e della mia personalità, cercando di colpirmi definitivamente con mezzi diversi da quelli della critica politica e della verifica elettorale.

Lei dice bene: Berlusconi è uno scandalo permanente, perché è scandalosa la pretesa di governare stabilmente un Paese con il mandato degli italiani, è scandaloso che un imprenditore rubi il mestiere a una classe politica fallimentare, è scandalosa la pretesa di fronteggiare la grande crisi mondiale con mezzi e con propositi diversi da quelli tradizionali. Ho presentato il mio governo alle Camere nel 2008 chiedendo uno sforzo comune per la crescita e proponendo una fase nuova e pacificata nella vita nazionale dopo le drammatiche divisioni del passato e l’imbarbarimento del linguaggio e dei metodi politici. Ho cercato di fare il mio dovere e di riunificare il Paese, come con il discorso di Onna il 25 aprile. Ho ammonito tutti, nel gennaio di quest’anno, sulla necessità di arrivare alla primavera-estate, mentre nuove regole e parametri incombevano sul sistema finanziario europeo e mondiale, con la più grande frustata della storia al cavallo dell’economia.

Non tutto quello che in politica si vuole è poi possibile ottenerlo, e non nego anche miei possibili errori. Ma l’obiettivo di distruggere un uomo politico e una leadership, usando mezzi impropri e di dubbia legalità, come ha fatto e fa il circuito mediatico-giudiziario, costituisce un tentativo che sa di profonda, radicale ingiustizia e che va combattuto per la libertà di ciascuno di noi.

Io non mollo, caro direttore. Per quanto lo spionaggio sistematico e l’accanimento fazioso mi abbiano preso di mira, e con me vogliano arrivare a pregiudicare l’autonomia e la sovranità del Parlamento e del popolo elettore, c’è ancora in questo Paese, in questa Italia che amo e che è stata divisa da una partigianeria senza principi, un’opinione pubblica, un insieme di persone e di gruppi leali allo spirito repubblicano, una maggioranza di italiani che non sono disponibili ad avventure e a nuovi ribaltoni decisi nei salotti, nelle redazioni e in certi ambienti giudiziari.

Il mio appello è a tutte le persone e le forze responsabili, e non deriva da interesse personale. È un appello in nome dei valori di libertà, di autonomia e di indipendenza dell’individuo di fronte allo Stato, un monito che viene raccolto ogni giorno da molti e il cui frutto sarà pronto per il giudizio dei cittadini quando si terranno, nel 2013, le prossime elezioni politiche.

Alcuni circoli mediatico-finanziari anglofoni mi hanno giudicato inadatto a governare l’Italia ma gli italiani sono stati di diverso parere, e ho dalla mia, dal tempo in cui entrai in politica, risultati che saranno scritti nei libri di storia. Saranno ancora una volta gli italiani, e poi gli storici, a dare il loro giudizio su un Paese in cui si fanno centomila e poi altre centomila intercettazioni ancora per devastare attraverso i media il lavoro quotidiano di chi ha avuto l’investitura democratica per guidare l’Italia in questi anni difficili.  Silvio Berlusconi

: BERLUSCONI E I MAGISTRATI: RAGIONEVOLI CONSIDERAZIONI

Pubblicato il 17 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Il premier scelto dagli elettori va rispettato. Ma la premiership , consacrata dal voto popolare, deve essere esercitata meritandosela ogni giorno, proprio per rispettare la volontà di quegli elettori. Il governo, però, rischia di dissolversi e di avvitarsi nei suoi errori. Bossi è stato sin troppo esplicito, purtroppo tra l’ennesimo gestaccio e l’ennesima pernacchia: così non si può andare avanti fino al 2013. L’elettorato di centrodestra è deluso e frastornato. I suoi capi devono comprenderne gli umori e i malumori, e non rinchiudersi nell’ultima trincea, bollando come tradimento e diserzione ogni barlume di ragionevolezza.

La ragionevolezza dice che il conforto dei ripetuti voti parlamentari di fiducia non è più in grado di nascondere la debolezza oramai macroscopica di un governo che certo ha appena avuto il merito di varare una manovra economica di dimensioni gigantesche, ma che appare ogni giorno di più assente, risucchiato in una logica di autodifesa, appiattito e svuotato nello scontro incandescente tra il suo leader e la magistratura. La sua credibilità ne risulta fortemente intaccata. E forse i primi a non credere alle loro parole e ai loro proclami sono proprio i suoi esponenti di spicco che parlano di riforme da fare, ma sanno che certamente non saranno fatte da qui al 2013. Per questo l’abulia politica del premier rischia di contagiare tutto lo schieramento che lo sostiene. Impedendo allo stesso centrodestra di immaginare un futuro politico che, oramai appare chiarissimo, non potrà più riconoscere come suo leader eterno la personalità di Silvio Berlusconi, trascinante in un quindicennio che lo ha visto protagonista assoluto ma che sembra aver irrevocabilmente imboccato il viale del tramonto.

L’opinione pubblica del centrodestra non ha torto quando sente un eccesso persecutorio, il modo accanito con cui una magistratura ossessionata dalla figura di Berlusconi sogna una spallata politica che si fa forte di una montagna di oltre centomila intercettazioni (un’enormità) per minare la stessa reputazione politica e personale del premier, prima ancora che la verità giudiziaria sia accertata. Ma è nell’interesse dello stesso centrodestra che la fine di un’esperienza politica di oltre diciassette anni non assomigli allo sprofondamento di un regime asserragliato nel palazzo del capo, in una spirale di auto-emarginazione destinata ad annientare ogni possibilità di rinascita con una nuova leadership e una nuova classe dirigente.

Hanno ragione a dire che non può essere la magistratura l’istituzione abilitata a far cadere i governi. Ma una politica responsabile è anche quella che sa imboccare tempestivamente un’altra strada prima di ingaggiare una guerriglia di resistenza pur di non prendere atto di una situazione di disagio che lo stesso Bossi ieri ha impietosamente fotografato. Scelga il centrodestra la formula giusta e gli uomini più rappresentativi per chiudere un capitolo della storia politica italiana e per aprirne un altro in cui il suo elettorato possa riconoscersi. Per promuovere una transizione politica e non per subire un diktat giudiziario. Nell’interesse di tutti, ma anche di un centrodestra che rischia di finire nel discredito e nella mancanza di una leadership sempre più incapace, oramai, di onorare gli impegni presi nel 2008. Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera, 17 settembre 2011