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SERVE (SERVIREBBE!) UN PREMIER DI “FERRO”

Pubblicato il 1 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Ronald Reagan, 40° presidente degli Stati Uniti dal 1981 al 1989 e Margaret Thatcher, primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990 Non sappiamo se quando, nel 1981, licenziò 11.345 controllori di volo che paralizzavano gli Stati Uniti, Ronald Reagan si pose il problema di che cosa avrebbero detto non solo i sindacati, ma la Corte suprema, che era per giunta ancora quella nominata da Jimmy Carter. Né se gli stessi dubbi tormentarono Margaret Thatcher quando nell’84 resistette al picchettaggio dei minatori inglesi (o anche quando tolse concessioni e privilegi ai rampolli dell’aristocrazia con i quali lei, conservatrice del popolo, era notoriamente in urto).
Di certo entrambi vinsero, segnarono un’epoca e passarono alla storia.Le vicende di queste ore della manovra finanziaria ci insegnano che un premier italiano può al massimo aspirare di passare alla cronaca. Gli emendamenti usciti dal summit di Arcore vengono già emendati da chi li ha partoriti. Figuriamoci l’opposizione, i sindacati, le magistrature di ogni ordine e grado, le infinite corporazione del Paese.
Siamo al punto che i decreti di finanza pubblica si potrebbero titolare come i sequel di Guerre Stellari: Manovra; Manovra due, il Ritorno; Manovra tre, la Vendetta. E visto che – come non fa che puntualizzare la Banca d’Italia – ciò che conta non siamo tanto noi italiani quanto i mercati, auguriamoci che non si assista a qualcosa tipo L’Impero colpisce ancora. Tornando sulla terra, era abbastanza evidente che la soppressione tout court del riscatto del servizio militare o della laurea non avrebbe retto alle minacce di incostituzionalità. Se solo Silvio Berlusconi avesse imposto all’alleato leghista il completamento della riforma delle pensioni (per esempio con l’estensione a tutti del metodo contributivo pro-rata, con la parità di pensionamento tra uomini e donne nel settore privato, come già in quello pubblico) avrebbe colto tre obiettivi in uno: risparmi significativi, una riforma strutturale e far vedere chi governa.
Ma il Carroccio, che pure nel 2001-2006 fece approvare lo scalone Maroni, si è fatto paladino di pensionati ed enti locali, proponendosi come nuova Cgil e nuovo Pd. Ed il Cavaliere si adegua. Ancora più disastroso è lo stato dell’opposizione e dei vari poteri del Paese. La prima, lasciando il volante in mano al sindacato, per natura difensore dei propri interessi, ha rinunciato ad ogni velleità riformatrice. Si torna in piazza, che bellezza. I secondi, specialisti in buoni consigli nei convegni, hanno dato abbondante spettacolo di sé in questi giorni. Organizzazioni imprenditoriali una contro l’altra: la Confindustria vuole l’aumento dell’Iva e la liberalizzazione di orari e professioni. Per la Confcommercio non se ne parla proprio. Poi si sono armati gli ordini professionali: sono ben 27, si va dagli assistenti sociali agli attuari (874 iscritti), dai giornalisti alle ostetriche, dagli avvocati agli spedizionieri fino ai notai. Rappresentano 2,1 milioni di persone e relativi congiunti, e ognuno si considera irrinunciabile.
Quindi sindaci, minisindaci, assessori, consiglieri, presidenti di provincia e di regione. I tagli, naturalmente, li costringeranno a chiudere asili e spegnere lampioni. Non, magari, a ridurre consulenze o commissioni. I magistrati hanno scoperto che l’abolizione del famigerato contributo di solidarietà sui super-redditi lascia intatto quello sulla dirigenza pubblica. È vero, ma se è per questo ci sono anche le cosiddette pensioni d’oro, che non si fila nessuno. E poi: non è proprio la Corte dei conti a fare continue prediche sul rigore? Sempre nella stessa area, è di queste ore anche la protesta del Cnel. Questo formidabile ente ha 121 consiglieri, ventuno più dei senatori americani. Se andate sul suo sito, alla voce Eventi, potete leggere: «Nessun evento in programma». Il governo ha proposto un taglio di 50 membri. Ma ecco che Confindustria, banche, coop, assicurazioni, commercianti, artigiani, Cgil, Cisl e Uil hanno tutti assieme «messo nero su bianco» una ferma richiesta al presidente del Consiglio, al ministro dell’Economia, ai presidenti di Camera, Senato, delle «commissioni competenti» e di tutti i gruppi parlamentari: un immane sforzo di tempo e di carta per perorare «il rispetto dell’attuale rapporto tra le categorie».
E a proposito di coop: tra le norme in bilico ci sono anche i tagli alle generose agevolazioni di cui esse hanno finora goduto, passando indenni dalla prima alla seconda repubblica, dai governi di sinistra a quelli di destra e viceversa. Da sempre le cooperative rosse (ma ci sono anche quelle bianche) rivendicano la «finalità mutualistica». La coop sei tu, come nel ricco spot con Woody Allen. Eppure non ci vuole certo il caso di Sesto San Giovanni per capire che le coop hanno terminali miliardari nel mondo delle costruzioni e della grande distribuzione, dove spesso agiscono in regime esclusivo alla faccia della concorrenza. La coop sono loro, e basta.
Domanda: e questa sarebbe una classe dirigente? O piuttosto un pollaio di interessi, dove se le galline si coalizzano sono in grado di far fuori qualsiasi volpe? Certo, le lobby esistono in tutto il mondo, a cominciare dagli Usa che le hanno brevettate. Ma lì alla lunga generano fenomeni popolari di rigetto, come i Tea Party. O presidenti in grado di tenerle a bada, come Roosevelt, Eisenhower, Reagan, anche Bill Clinton: quelli più amati e più forti.

Ecco: se governo e partiti non fanno una grande figura, l’Italia delle associazioni e dei sindacati non ne fa una migliore. La politica potrebbe dare una formidabile lezione: il Cavaliere ha annunciato una riforma costituzionale per eliminare le province e dimezzare i parlamentari. Tutti hanno ridacchiato. Siccome destra, sinistra e centro hanno detto di condividere questo obiettivo, si mettano al lavoro e in sei mesi approvino con la doppia lettura la nuova legge. Siamo sicuri che i cittadini trangugerebbero qualsiasi manovra. Marlowe, Il Tempo, 1 settembre 2011

.………………Marlowe mette il dito nella piaga. Non basta dirle le cose, bisogna farle. Le piroette contrinue sulla manovra, gli avanti e indietro a seconda delle presisoni e degli interessi particolaristici non solo non aiutano ad affrontare la crisi economica, ma fniscono col minare le basi della maggiorana che regge il governo. Berlusconi smetta il ruolo di mediatore e si rimetta fare il capo effettivo del governo e della maggioranza, altrimenti l’attende una fine sconsolante della sua “discesa in campo”. g.

CASTA ITALIA

Pubblicato il 31 agosto, 2011 in Politica | No Comments »

Manovrare con i decreti, cercando di mettere in equilibrio i conti pubblici, salvo modificarne i contenuti in corso d’opera e reintervenire dopo poche settimane, non è una condotta ammirevole. Lo abbiamo scritto e non abbiamo risparmiato le critiche, posto che le correzioni da ultimo ideate sono migliorative. Ma è anche vero che questo è un Paese balzano, ove prima si strilla al cielo per il terrore di quel che può accadere, poi ci si lamenta per qualsiasi provvedimento sia adottato. Mi colpisce, in tal senso, che quasi tutti i giornali affermino che il governo, correggendo il decreto, ha messo le mani sulle pensioni. Il Corriere della Sera ha lanciato anche un sondaggio presso i propri lettori, ponendo loro questa suggestiva domanda: “Condividete la nuova manovra che prevede interventi sulle pensioni e sul riscatto della laurea e del militare?”. Provate a immaginare le risposte. Il fatto è che le pensioni andrebbero sì toccate, ma alzando l’età per andarci e smettendola di pensare solo a chi s’avvicina alla fine della propria vita lavorativa, fregandosene di chi, invece, la sta iniziando e una pensione non la vedrà mai. Sono tutti bravi a dar lezioncine di rigore, poi si prende una decisione alla camomilla, contabilizzando gli anni della laurea e del servizio militare (come se fossero stati anni di lavoro) ai fini dei conteggi pensionistici ma non dell’anzianità, e subito si solleva il coro dolente dei diritti acquisiti violati. Ma se non si può fare manco questo allora rassegniamoci a non riformare mai un bel niente. Il che vale anche nel caso in cui a qualcuno venga in mente di considerare illegittimo il provvedimento, perché viola il patto stipulato con chi ha già pagato per riscattare quegli anni. Ciò dimostrerebbe l’imperizia tecnica di chi ha steso l’emendamento, non l’ingiustizia del suo contenuto. Ed è così per tutto, dalla sanità alla scuola, dal mercato del lavoro al pubblico impiego: tutti si lamentano della situazione attuale, ma poi si cerca disperatamente d’impedire che cambi. E la spiegazione è semplice: siccome nessuno fa più politica (vera), nessuno s’incarica di dire chiaramente che i debiti vanno pagati e che ci sono privilegi cui si deve rinunciare, nessuno sa spiegare che l’egoismo generazionale ha un limite ed è stato superato, va a finire che gli interessi generali restano senza rappresentanti e ciascuno si ribella quando vengono toccati i propri vantaggi, la propria condizione. Quindi le reazioni sono sempre di protesta e mai di consenso, sempre rivolte alla conservazione e mai alla riforma. Si può sostenere che questo mondo politico se lo merita, ed è probabilmente vero, ma il prezzo di tanta cocciuta resistenza ai cambiamenti lo pagheremo tutti, anche se ciascuno s’illuderà di avere ingannato gli altri, scansando da sé il dovere di fare il necessario. L’insieme condito con un tripudio d’incoerenza e demagogia, talché chi chiede gran rigore poi si preoccupa di sollecitare e raccontare il plebiscito contro due cosucce da niente.  Davide Giacalone, Il Tempo, 31/08/2011

.…………..Troppo presto avevamo, insieme al direttore de Il Tempo,creduto che Berlusconi, governo e maggioranza, avessero imboccato la strada del realismo, sia pure timidamente, mirando a riforme strutturali per aggredire la crisi e invertire la tendenza dell’economia del nostro Paese. Sono bastate poche ore perchè la norma sulle pensioni di anzianità fosse cancellata dalla manovra, per cui riparte la corsa alla ricerca di fonti alternative per trovare i soldi necessari a colmare il buco. Non è una cosa seria e non è necessario che lo dicano le opposizioni che nel recente passato hanno fatto di peggio. Lo dicono tutti coloro che hanno buon senso e lo pensano gli italiani, specie quelli che hanno votato questo centrodestra ed ora ne sono profondamente delusi. E non è nemmeno il caso di fare affidamento sulle altre decisioni assunte lunedì e che sono destinate a rimanere sulla carta, dall’abolizione delle Provincie  al dimezzamento dei parlamentari. Se questa maggioranza non ha tenuto difronte alle proteste di alcune categorie, come potrebbe mai resistere alle proteste e ai privilegi consolidati  della “Casta” che dovrebbe votare contro se stessa? Domanda senza risposta! g.

LA SOPRESA DI UN PDL DIVERSO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 30 agosto, 2011 in Politica | No Comments »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi C’erano tutte le premesse per un’altra delusione, ma non abbiamo mai abbandonato l’idea che la manovra si potesse migliorare e perciò in queste settimane Il Tempo è stato un pungolo continuo sul governo, la maggioranza e l’opposizione. Siamo realisti, non siamo nel mondo ideale, ma dopo il vertice di maggioranza la manovra ha un volto migliore. Silvio Berlusconi ha recuperato lo spirito del 1994 e cancellato il contributo di solidarietà, una Super-Irpef che pesava su chi già dichiara i redditi e paga le tasse, un provvedimento che tradiva la storia del Pdl. Questa decisione dimostra che eravamo nel giusto. L’abolizione delle Province, altra battaglia del nostro giornale, avverrà per via costituzionale, insieme al dimezzamento dei parlamentari. Il disegno di legge verrà presentato subito. Ne auspichiamo un percorso rapidissimo. I cittadini hanno bisogno di segnali concreti. Si poteva fare di più? Certo, ma i governi di coalizione hanno il limite del compromesso e con questo bisogna alla fine fare i conti. È soprattutto il risultato politico, in prospettiva, ad essere positivo per il centrodestra. Dal vertice esce fuori un Pdl con una nuova formazione e una Lega capace di ripensare i propri dogmi, almeno in parte. È un passo avanti, non una rivoluzione, ma lo registriamo e lo apprezziamo. La nomina di Angelino Alfano come segretario politico del partito si è dimostrata di grande importanza perché ha consentito al Pdl di giocare liberamente la partita del confronto con la Lega, di mettere sul tavolo proposte alternative, di liberare altre energie e personalità, di dare a Giulio Tremonti una gamma d’opzioni politiche e non solo tecniche, frutto del confronto tra culture diverse. Questa manovra restituisce ai partiti e al capo del governo la conduzione della politica economica. È giusto così, perché il popolo sovrano non vota i tecnocrati ma i politici. Da questo momento la manovra entra nella fase parlamentare e potrà essere emendata. E qui veniamo al ruolo dell’opposizione e agli appelli alla collaborazione fatti da Giorgio Napolitano. Il centrodestra ascolti quel che ha da proporre il centrosinistra, ma quest’ultimo esca dal terreno della critica a prescindere e si cali nel ruolo di forza alternativa di governo. Se non lo fa, con l’aria che tira, i guai che attraversa e la riorganizzazione di ruoli e strategia in corso nel Pdl, starà fuori dal governo anche al prossimo giro.  Mario Sechi, Il Tempo, 30 agosto 2011

……….A commento delle prime notizie sul vertice di ieri tra Berlusconi e Bossi avevamo espresso un giudizio di attesa ma positivamente sorpreso per le intese raggiunte che hanno riequilibrato il rapporto tra PDL e Lega e riconfermato al PDL il ruolo di guida della maggioranza. Perciò non possiamo non condividere ciò che scrive Sechi e mostrarci, con lui, fiduciosi di una sterzata del governo verso misure mirate a bloccatre la crisi ma nello stesso tempo finalizzate a varare riforme strutturali e di principio. Ci attendiamo che giovedì prossimo il Consiglio dei Ministri vari il DSL costituzionale per l’abrogazione delle Provincie e per il dimezzamento dei parlamentari, provvedimento che costiuira la cartina di tornasole del vento nuvo che spira a destra. g.

RIDEFINITA LA MANOVRA, INTERVENTO SULLE PENSIONI, ABOLIZIONE DELLE PROVINCIE, DIMEZZAMERNTO DEI PARLAMENTARI

Pubblicato il 29 agosto, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Il premier Silvio Berlusconi (S) con Umberto Bossi Si è concluso dopo circa sette ore il vertice di maggioranza ad Arcore con Silvio Berlusconi e Umberto Bossi per trovare un accordo sulle modifiche alla manovra finanziaria. Diverse auto hanno lasciato villa San Martino con Fabrizio Cichitto, Maurizio Gasparri, Roberto Maroni e Giancarlo Giorgetti.  Nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni anche se Gasparri dall’auto ha fatto segno di “ok” col pollice sollevato.

Nessuna modifica all’Iva, soppressione di tutte le province e dimezzamento del numero dei parlamentari per via costituzionale. È quanto si sarebbe stabilito nel corso del vertice di maggioranza ad Arcore. Decisa l’abolizione del contributo di solidarietà che sarà sostituito con un intervento sulle pensioni. Le pensioni verranno calcolate in base “agli effettivi anni di lavoro”, escludendo quindi dal calcolo dell’anzianità gli anni relativi all’Università e al servizio militare obbligatorio, che manterranno invece la loro validità relativamente al calcolo della pensione.

L’aumento dell’imposta sul valore aggiunto sarà prevista invece nella delega fiscale. Il contributo di solidarietà sui redditi più alti sarà cancellato dalla manovra, ma resterà in vigore solo per i redditi dei parlamentari. Non una patrimoniale anti evasione come avrebbe voluto la Lega, ma comunque una stretta sulla società “di comodo” cui vengono intestati beni di lusso come yacht, elicotteri, aerei o macchine di alta gamma, per eludere il fisco è stata decisa dal vertice di maggioranza di Arcore sulla manovra. Decisa anche la riduzione dei vantaggi fiscali per le società cooperative.
Salvi i piccoli Comuni, dimezzati i tagli agli enti locali, che avranno maggiori poteri per la lotta all’evasione e la possibilità di trattenere le maggiori entrate. L’articolo della manovra che disponeva l’accorpamento dei piccoli Comuni sarà dunque sostituito con un nuovo testo che preveda “l’obbligo dello svolgimento in forma di unione di tutte le funzioni fondamentali a partire dall’anno 2013 nonché il mantenimento dei consigli comunali con riduzione dei loro componenti senza indennità o gettone alcuno per i loro membri”. L’impatto della manovra per Comuni, Province, Regioni e Regioni a statuto speciale viene “sostanzialmente dimezzato”, spiega una fonte presente all’incontro. E agli enti territoriali saranno attribuiti maggiori poteri e responsabilità nel contrasto all’evasione fiscale “con vincolo di destinazione agli stessi del ricavato delle conseguenti maggiori entrate.”

.…….Queste le prime notizie diffuse  al termine del vertice PDL-LEGA durato molte ore. Bisognerà attendere domani per capire meglio le decisioni assunte e quali riequilibri determinano all’interno della manovra finanziaria. A prima vista sembrerebbe che Berlusconi abbia ottenuto qualche passo indietro dalla Lega sulle pensioni, abbia ceduto sul contributo di solidarietà che è stato revocato, abbia ottenuto l’abolizione delle Provincie, tutte, e il dimezzamento del numero dei parlamentari, entrambi questi due provvedimenti da assumere con legge costituzionale.  Ma la legge si farà, o meglio il disegno di legge approderà mai in Parlamento? Se avvenisse,  assisteremmo a una decisione epocale perchè non crediamo che ci possa essere nessuno dei partiti presenti alla Camera e al Senato che non voterebbero i due provvedimenti, con il rischio di divenire impopolari. Il punto è: ci arriverà mai questo disegno di legge costituzionale, per il momento solo annunciato, in Parlamento? Ma su questo Berlusconi si gioca definitivamente la faccia! g.

ASPETTANDO IL COLPO DI SCENA

Pubblicato il 29 agosto, 2011 in Politica | No Comments »

Da sin. il ministro Maroni, il segretario del Pdl Alfano e il ministro Calderoli Piuttosto che formulare previsioni, impossibili nello scampolo di questo lunghissimo agosto, conviene esprimere solo auspici sul vertice odierno tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Mai come ora, neppure tornando con la memoria alla tarda estate del 1994, che pure fu la vigilia della loro prima clamorosa rottura, a pochi mesi soltanto di distanza dalla vittoria elettorale conseguita insieme, i rapporti fra i due protagonisti della cosiddetta seconda Repubblica e i loro rispettivi partiti si sono intrecciati con le sorti del Paese. Che francamente non si sa se sia destinato, dopo l’incontro di oggi e le modifiche che potranno derivarne alla manovra finanziaria e fiscale all’esame del Senato, più ad uscire da una crisi che è insieme economica e di sistema o a inabissarsi ancora di più. Già, perché questo rischio c’è, eccome. E dipende dal pervicace rifiuto della Lega, rimasta troppo presto orfana dell’unico e vero ideologo che ha avuto, Gianfranco Miglio, di sottrarsi ai doveri di un partito di governo.

A costo anche di sembrare un visionario, spero ancora in un colpo di scena. Che rovesci il teatrino deludente della festa leghista nel bergamasco dove il segretario del Pdl Angelino Alfano e i ministri del Carroccio Roberto Maroni e Roberto Calderoli, l’uno rassegnato e gli altri due gongolanti, hanno annunciato che le pensioni di anzianità “non si toccano”. Come se fossero mai state minacciate da tagli e sovrattasse. E’ stato in discussione nei giorni scorsi, e spero che torni ad esserlo, solo il lusso che il Paese non si può più permettere di erogarle ancora in anticipo rispetto all’età media in cui si smette di lavorare in tutta Europa, e altrove. È un lusso, quello delle pensioni anticipate di anzianità, che Maroni, anche se finge di averlo dimenticato, conosce bene per essersene occupato come ministro del Lavoro nel 2004, quando decise di metterle al giusto passo con l’introduzione di quello che fu chiamato allora uno “scalone”. E che la sinistra con il secondo e fortunatamente ultimo governo di Romano Prodi due anni dopo rimosse, o quasi, procurando un aggravio dei conti dello Stato unanimemente valutato in 10, dico dieci, miliardi di euro. Fu una decisione, quella, di una totale irresponsabilità finanziaria, politica e sociale, riconosciuta come tale in questi giorni anche nel maggiore partito di opposizione, il Pd dell’amletico Pier Luigi Bersani, fra gli altri, dal presidente della regione Liguria Claudio Burlando e dal senatore Enrico Morando. Ma Bossi, con la complicità persino di Maroni e di tutti gli altri dirigenti della Lega, aspiranti o no che siano alla sua successione, non ha voluto saperne di mettervi riparo. E, insultando alleati e avversari, ha battuto di tutto sul tavolo, anche il gomito che poi si è fratturato in casa.

Questa storia delle pensioni anticipate di anzianità, erogate peraltro con il vantaggioso sistema retributivo e destinate a rendere agli interessati ben più dei contributi versati, visto l’allungamento medio della vita, grida semplicemente vendetta. Specie agli occhi dei giovani che sanno di dover trovare anche per questo, quando capiterà a loro, delle pensioni da fame, se mai riusciranno a maturarne e trovarne una. Sono una vergogna pari solo a quella delle Province sopravvissute alla istituzione degli enti regionali, anch’esse difese dalla Lega con un misto di sfrontatezza e di penose furbizie, o a quella di tante dissestate e male amministrate aziende municipali al cui risanamento, con il ricorso alle privatizzazioni, si oppongono o resistono i dirigenti locali e nazionali del Carroccio. I costi economici e sociali che la Lega con queste dissennate scelte impongono al Cavaliere e al Pdl per proseguire nell’alleanza di governo, e risparmiare al Paese, nel bel mezzo di una turbolenza planetaria dei mercati, quella crisi ministeriale reclamata dalle parti peggiori dell’opposizione, e dalla solita Cgil già ricorsa allo sciopero generale, sono destinati a vanificare anche il salutare ripensamento maturato, salvo smentite, sul fronte della maggiore tassazione degli stipendi, delle pensioni e dei redditi superiori ai 90mila euro lordi l’anno. Che costituiscono la soglia oltre la quale, secondo la manovra fiscale di ferragosto uscita dalle supermeningi del ministro Giulio Tremonti, comincerebbero in Italia le praterie dei ricchi, le vene d’oro- pensate un po’- del Paese. Eppure negli Stati Uniti d’America la soglia reddituale della ricchezza, oltre la quale scatta il massimo del prelievo fiscale, è di 250 mila dollari. Nella più vicina Francia la soglia appena indicata per applicarvi una maggiorazione fiscale, che in Italia si chiama ipocritamente contributo di solidarietà sociale per sottrarla al rischio di un giudizio di illegittimità costituzionale, è di ben 500mila euro lordi l’anno. Sarebbe proprio bello se oggi Bossi spiazzasse tutti, a cominciare dai suoi, e si facesse convincere da Berlusconi a cambiare registro e spartito. Troppo bello per essere vero e non buscarsi invece l’ennesima, solita pernacchia. Francesco Damato, Il Tempo, 29 agosto 2011

.……Anche noi, come l’editorialista de Il Tempo, aspettiamo e speriamo (come la  famosa canzone in voga ai tempi della conquista dell’Abissinia) il colpo di scena o di teatro, dopo il vertice tra Berlusconi e Bossi. Si sa che la speranza è l’ultima a morire, ma abbiamo il fondato timore che al termine del vertice – che è già iniziato – non ci sarà alcun colpo di scena e nessuna novità rispetto a quanto si dice in giro. Del resto fu fulminante – e per molti versi imbarazzante per chi come noi abbiamo riposto speranze ed attese in Alfano – vedere qualche giorno fa Alfano alla festa leghista di Bergamo annaspare dinanzi ai diktat urlati da Maroni:” le pensioni d’anzianità non si toccano, è vero che non si toccano, si non si toccano…”), fulminante e imbarazzante perchè al segretario del maggior partito della maggioranza e del più grande partito italiano fu impedito – come si è visto nei filmati televesivi trasmessi e ritrasmessi -  di prendere la parola lì per lì, salvo prenderla dopo per dire, sconsolatamente, che se la Lega dice di no non si può che fare come dice la Lega. E non solo sul tema delle pensioni di anzianità, ma anche sui tagli ai costi della politica,  a incominciare dalla provincie la cui   sforbiciata  già annacquata dall’intreccio del numero degli abitanti ai chilometri quadrati di territorio  è destinata ad essere stralciata per essere inserita in una disegno di legge costituzionale che comprenderebbe anche il dimezzamento del numero dei parlamentari….ossia campa cavallo che l’erba cresce! Con questi precedenti è difficile che possa verificarsi il colpo di scena auspicato da Damato e che rimetterebbe in corsa il governo non solo per salvare il Paese dalla tenaglia della crisi ma anche per riprendere la corsa per continaure a governare sino al 2013 ed essere in grado di  competere per il futuro. Al contrario è prevedibile che la Lega imponga la sua volontà con tutte le conseguenze che ne deriveranno. g


TREMONTI RESTA SOLO. SI RIAPRONO I GIOCHI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 28 agosto, 2011 in Politica | No Comments »

Domani sapremo come sarà la manovra finanziaria. Quali tasse e quali tagli saranno noti al termine dell’incontro tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Angelino Alfano e Roberto Maroni stanno finendo il lavoro preparatorio. Ritocco all’Iva, balzello sui redditi ma solo sopra i 150mila euro (o addirittura niente), stralcio per pensioni e abolizione delle province (se ne parlerà nelle prossime settimane), nuove contrattazioni nel mercato del lavoro. Questo è quello che bolle in pentola ma i colpi di scena non sono da escludere. Il ministro Tremonti non si sbottona. Ieri è stato l’ospite d’onore del Meeting di Cl. Ha volato alto (Eurobond, governo europeo dell’economia) e come al solito gioca da solo. Lui è l’economia, Lui è la finanza. Lui sapeva, Lui ha fatto, Lui vorrebbe fare. Verrebbe da dire: ma se è così bravo e l’hanno lasciato pure fare (la sua prima manovra di giugno ha resistito poche settimane al giudizio dell’Europa) perché mai siamo in questa situazione? Domanda inutile, troppo banale per il professore che odia la politica, i politici, i giornali e anche un po’ il popolo degli elettori, fastidioso lasciapassare per arrivare nelle stanze che contano.
Giustamente ieri il ministro non è entrato nei dettagli della manovra. Troppo delicati sono gli equilibri politici per anticipare decisioni che non hanno ancora il timbro dell’ufficialità. Ma detto questo, colpisce che Tremonti in un discorso pur sempre politico (non era alla Bocconi e neppure alla Sorbona ma in un consesso politico-culturale) non abbia nominato neppure una volta il governo del quale fa parte né il suo premier Berlusconi. Quasi non volesse sporcarsi le mani con compagni di viaggio che mal sopporta, con un partito, il Pdl, che non ha mai amato. Nessuno si aspettava una difesa passionale di quello che il governo ha fatto e sta facendo, ma un distacco così netto e gelido è la prova che Tremonti ha ormai poco a che fare con la maggioranza della quale fa parte e con il suo futuro.
La verità è che soltanto la pazienza proverbiale di Berlusconi ha fino ad ora impedito la rottura clamorosa e definitiva. Ma l’aria per il superministro è cambiata. Da mesi è caduto il dogma che «senza Tremonti non si può». Persino il moderato Sandro Bondi, non più coordinatore del Pdl ma pur sempre nelle grazie di Berlusconi, ieri lo ha definito «un problema». La sua incapacità di gestire situazioni complesse è evidente, serviva un ministro e nel momento decisivo è emerso il commercialista, che per di più offre ricette a scatola chiusa non condivise dai clienti. Anche lo scudo che la Lega gli ha sempre offerto ormai traballa perché il prezzo che Giulio vuole far pagare è troppo alto pure per il popolo padano.
Così da commissario del governo, Tremonti piano piano si ritrova commissariato. Alcuni ministri stanno ritrovando il coraggio di contestarlo apertamente (Galan, Sacconi, Brunetta), le trattative vere passano attraverso Alfano e Maroni (con Gianni Letta sempre molto vigile), la linea e i rapporti con l’Europa vengono filtrati da Mario Draghi, futuro governatore della Banca Centrale. Se poi si pensa che tra poche settimane tornerà alla ribalta la vicenda del suo ex braccio destro Marco Milanese (richiesta di arresto alla Camera), il professore ha poco da stare tranquillo. Il Giornale, 29 agosto 2011
.…….Sallusti ci piace e lo leggiamo sempre con attenzione, condividendone spesso i giudizi e i propositi. Questa volta però se i giudizi sono condivisibili, non tanto i propositi. Battere Tremonti – che non ci piace – usando lo strumento dello smantellamento della manovra finanziaria non ci sembra un buon proposito, anzi non ci sembra  un buon obiettivo. Cedere, come ci pare stia per accadere, ai diktat della Lega  a proposito delle pensioni, del contributo di solidarietà e dei tagli veri ai costi della politica (rinvio alle prossime settimane cioè a mai dell’abolizione delle Provincie) non è un buon risultato e non risolve i problemi, salvo, forse, il prepensionamento di Tremonti. Un pò poco, ci pare. g

I VOLTAGABBANA DI TRIPOLI? DA BRUTO A FANFANI STORIA -ED ELOGIO! – DEI TRASFORMISTI

Pubblicato il 28 agosto, 2011 in Costume, Politica, Storia | No Comments »

Un po’ sfacciatella,nel suo cambio di casac­ca, la giornalista televisiva libica Hala Mi­srati lo è indubbiamente stata. Presentata­si in video con pistola in pugno ed espressione eroica, una settimana fa si dichiarò pronta a esse­re martire della causa di Gheddafi. Adesso, dopo l’arresto, gli si è rivoltata contro e parla di «regime del tiranno». Una bella faccia tosta da affiancare ad altre facce non meno toste. Come quelle del pri­m­o ministro del governo transitorio Mahmoud Ji­bril, o di Mustafa Jalil presidente del Cnt, un tem­po entrambi ferventi seguaci del Colonnello. I ripensamenti libici non sono che gli ultimi esempi d’una cultura del voltagabbanismo che percorre tutta la storia millenaria delle relazioni tra potentati e tra potenti. Tanto da sollecitare un interrogativo che i moralisti della politica potran­no anche ritenere improponibile, ma che a me sembra invece molto sensato. I voltagabbana so­no stati e sono, negli eventi dei popoli, una vergo­gna, o una risorsa, o tutte e due le cose in­sieme? Prendiamo proprio il caso libi­co. A chi è meglio affidarsi, per assi­curare una transizione morbida, senza ammazzamenti rappresa­glie e vendette dalla dittatura di Gheddafi al regime prossimo ven­turo? Non certo ai fanatici del fon­damentalismoislamicoche, incor­rotti e incorruttibili, aspirano a in­staurare in Libia, e possibilmente dovunque, clericocrazie autorita­rie, munite di temibili polizie per la salvaguardia dei costumi e del cora­no. E nemmeno a intellettuali elita­ri che sognano per il terzo mondo istituzioni ricalcate sul modello delle più solide e antiche democra­zie. I traghettatori lì si sono dovuti cercare-nella speranza d’averli tro­vati- altrove: proprio tra gli ex preto­riani e cortigiani del raìs sconfitto. Infatti è di là che viene il nerbo della nuova- si fa per dire- dirigenza libi­ca. Tutti ostentano buoni motivi per i loro pentimenti, ci sono i trom­bati con il dente avvelenato, ci so­no i furbi che hanno subodorato il fatale declino d’un despota in sella da 42 anni, ci sono gli acrobati del salto all’ultima ora,appena in tem­po per accodarsi alla turba inneg­giante ai vincitori e imprecante contro lo sconfitto. Saranno loro, forse,cherisparmierannoall’Occi­dente il pericolo di trovarsi di fron­te, sulla sponda africana, un bloc­co politico-religioso intollerante e aggressivo. I voltagabbana come lubrifican­te della storia. Può essere sconfor­tante ammetterlo ma è così. Si può tradire per mille diversi motivi, per i più nobili ideali come Bruto: o per venalità come i condottieri rinasci­mentali che si mettevano al servi­zio di questo o quel signore dietro lauto pagamento: o per alti e anche lodevoli disegni politici. Si diceva d’un principe di casa Sa­voia che non finisse mai una guerra dalla stessa parte in cui l’aveva co­minciata, e se questo ac­cadeva era perché ave­va cambiato campo due volte. In determinate epoche, prima cioè che la politica e i conflitti ve­nissero rivestiti a torto a ragione di panni ideali, queste trasmigrazioni erano normali. Apparte­nevano alla lotta per il dominio e per il potere. Machiavelli ha dato si­stematicità e dignità a questo brutale procede­re degli avvenimenti che coinvolgono i re­gnanti, a Cesare Borgia detto il Valentino nessu­no avrebbe mai chiesto d’essere coerente, gli si chiedeva d’essere – e non lo fu – vincente. La figura del voltagab­bana- o se vogliamo del mercenario militare, pronto a mettere la sua spada al servizio del mi­gliore offerente – si è in­cupita e avvilita quando l’ideologia ha rivestito di fini salvifi­ci o patriottici le guerre, le conqui­ste, le vittorie, le sconfitte, i patteg­giamenti. Fu esaltata la resistenza della Francia rivoluzionaria all’as­sedio dell’ancièn régime. Ma toccò proprio a Napoleone I,l’erede del­la Rivoluzione che ne portò in tutta Europa il verbo – seppure correda­to di ori imperiali – di patire i più brucianti abbandoni. Quello del maresciallo Ney che passò ai reali­­sti, nei cento giorni dopo la fuga dal­l’-Elba tornò agli ordini di Napoleo­ne e, dopo Waterloo, fu infine dai re­alisti fucilato per tradimento. Ci vuole, per sopravvivere come volta­gabbana, un talento che a Ney man­cava. O quello-l’abbandono-di Char­les Maurice Talleyrand, volta a vol­ta vescovo, rivoluzionario, mini­stro bonapartista, orditore di com­plotti contro Napoleone, rappre­sentante della Francia al congres­so viennese della restaurazione. Il «Girella emerito» del Giusti che, per àncora d’ogni burrasca teneva – cito a memoria- «da dieci a dodici coccarde in tasca».Servì più padro­ni, ma servì alla Francia o la danneg­giò? Camillo Benso conte di Cavour fu un voltagabbana? Di sicuro lo fu. Gli avversari gli rimproverarono la spregiudicatezza con cui nel 1852, per avere la nomina a primo mini­stro, si alleò alla sinistra di Urbano Rattazzi. Avevaungrandedisegno, e nessuna esitazione nell’essere,al­l’occorrenza, ambiguo o bugiardo tout court. Nell’«italietta» post ri­sorgimentale Agostino Depretis diede un’etichetta quasi ufficiale alle giravolte della sua esperienza di governo, alla sua arte di navigare senza fulgori ma anche senza gli gIà, SIAMer­rori di cui si rese poi colpevole Cri­spi tra opposte sponde e scogli affio­ranti. La si chiamò,quell’esperien­za, trasformismo. Se la qualifica di voltagabbana si addice anche agli Stati, la merita senza dubbio l’Italia del 1914-1915 passata, dopo lo scoppio della Grande Guerra, dall’alleanza con l’Austria alla neutralità e infine al­l’intervento a fianco dei francesi e degli inglesi.
Ci saremmo esibiti in analoghi e peggiori voltafaccia an­che nella seconda guerra mondia­le, quanto ci schierammo con la Germania trionfante e l’abbando­nammo allorché fu in difficoltà. Con zelo servile dichiarammo infi­ne guer­ra ai nostri ex alleati Germa­nia e Giappone. Alla caduta del fascismo la voca­zione italiana per il voltagabbani­smo- ma non è un’esclusiva,basta pensare alla Francia tra Pétain e De Gaulle- emerse prepotentemente. Il maresciallo Badoglio, protagoni­sta negativo di Caporetto, conqui­statore dell’Etiopia, vecchio arne­se del regime fascista, si scoprì de­mocratico, Vittorio Emanuele III, che aveva apprezzato Giolitti e su­bìto mugugnando ma obbedendo Mussolini, riluttò all’abdicazione, riteneva d’essere adatto per tutte le stagioni. Un popolo che era stato compattamente in camicia nera di­chiarò da u­n giorno all’altro d’aver­la sempre aborrita, e Amintore Fan­fani che aveva tessuto in un suo li­bro le lodi del corporativismo fasci­sta si ritrovò tra gli uomini più pro­mettenti della Dc. Possiamo anche aggrottare il sopracciglio per certe deambulazioni sfrontate, ma non senza riconoscernel’utilità.Nel tra­monto- non foss’altro che per moti­vi anagrafici- della stagione berlu­sconiana, si profilano altri travesti­menti e mascheramenti. Preparia­moci a tutto. Mario Cervi, Il Giornale, 29 agosto 2011
.…………….L’avvertimento di Cervi è superfluo, come del resto questo breve excursus nella storia del trasformismo, anzi, chiamiamolo per nome, del tradimento, sta a dimostrare.

CASO PENATI: RINUNCIATE ALLA PRESCRIZIONE

Pubblicato il 27 agosto, 2011 in Costume, Giustizia, Politica | No Comments »

Il Pd sta perdendo la battaglia di Stalingrado. Se continua così, finirà che gli iscritti dovranno fare una class action contro Filippo Penati. Il danno che la vicenda di Sesto San Giovanni sta infatti arrecando al partito di Bersani è molto serio, e ogni mossa dell’indagato tende ad aggravarlo.
Alla notizia che il gip aveva confermato «l’esistenza di numerosi e gravissimi fatti di corruzione», ma non li aveva considerati «concussione» evitandogli così l’arresto, Penati ha infatti festeggiato con una dichiarazione surreale, come se fosse stato assolto. Poi ieri qualcuno deve averglielo fatto notare, ed è arrivata l’autosospensione dal partito e dal gruppo consiliare alla Regione Lombardia, la procedura standard che si usa nel Pd per evitare l’espulsione. Con essa, la carriera politica dell’uomo che era stato incaricato da Bersani di strappare il Nord a Berlusconi si può considerare praticamente finita.
Stavolta infatti non si può neanche dire «aspettiamo il processo», perché il processo non ci sarà per avvenuta prescrizione. Penati potrebbe certo rinunciare alla decorrenza dei termini, per ottenere un proscioglimento nel merito o la sentenza di assoluzione. Ma ieri, pur dichiarandosi innocente, non ha anticipato niente del genere. È suo diritto, ovviamente, e il garantismo consiste anche nel difendersi dal processo, oltre che nel processo. Però Bersani deve sapere che d’ora in poi l’argomento contro il ricorso alla prescrizione, tante volte rinfacciato a Berlusconi e agli indagati dell’altra parte politica, non potrà mai più essere usato dal Pd. Per un partito che ha obbligato i suoi parlamentari a votare per l’arresto di Tedesco, accusato di fatti meno gravi di quelli contestati a Penati, è un brutto contrappasso.
Ma non è questo l’unico danno che la vicenda arreca al Pd. Il punto cruciale, infatti, è che Penati non può essere trattato come una «mela marcia». Non c’è niente di «marcio» in quest’uomo politico che si è fatto le ossa nella gavetta comunista, prima da sindaco e poi da presidente di Provincia, salendo un po’ alla volta fino a diventare il braccio destro di Bersani, alle cui truppe aveva portato la bandiera dei riformisti lombardi. Penati non commerciava in Rolex falsi e non girava in Ferrari. Se ha preso le mazzette che gli vengono contestate, le ha prese per finanziare la sua ascesa politica e quella dei suoi compagni. Ed è sgradevole che il gip, seguendo una moda ormai invalsa tra i magistrati, infili nella sua sentenza gratuiti commenti da corsivista, scrivendo che si è comportato come un «delinquente matricolato».
Ma è proprio perché Penati non è delinquente matricolato che il Pd è nei guai. Quello emerso a Sesto San Giovanni è infatti un «sistema», anzi un «sistemone» di finanziamento della politica. Non c’è solo Penati. C’è il suo capo di gabinetto, c’è l’assessore della giunta seguente, e per una vicenda minore è indagato anche l’attuale sindaco. Il pm parla di un «direttorio finanziario democratico» in opera da almeno 15 anni, di un vero e proprio «peccato originale». È di quel peccato originale che il vertice del Pd sta ostinatamente evitando di parlare, assumendo un atteggiamento da vergine offesa che le circostanze davvero non giustificano. Se infatti le cose funzionavano così a Sesto San Giovanni, che era un po’ la boutique del governo della sinistra nel Nord, se coinvolgevano le Coop, se proseguivano nell’inquinamento probatorio fino ai giorni nostri, se perfino il successo elettorale a Milano poteva diventare occasione per reiterare il reato tacitando l’imprenditore amico, titolare per altro di una società il cui nome, «Caronte», diceva già tutto; beh, allora vuol dire che si trattava di una pratica radicata, antica ed evidentemente tollerata. Il punto è: quanto è estesa? Troppe fondazioni, troppe correnti, troppi feudi locali nel Pd cercano risorse per vivere, affermarsi e contare a Roma un po’ come ha fatto Penati in questi anni.

Non so se nel Pd ci sono ancora i probiviri come c’erano una volta nel Pci. Ma, se ci sono, Bersani dovrebbe sguinzagliarli in giro per l’Italia, dovrebbe essere lui a promuovere un’inchiesta, a scrutare dentro e dietro i potentati piccoli e grandi che esistono nel suo partito, alcuni dei quali – Penati e le Coop di sicuro – fanno parte integrante della sua constituency personale. Il Pd ha proposto nella «contromanovra» un drastico taglio dei costi della politica. Ma non c’è nessun aspetto della politica italiana che costi più della corruzione. La credibilità di un partito che vuole curare il Paese sta anche nella capacità di curare innanzitutto se stesso. Antonio Polito, Il Correre della Sera, 27 agosto 2011

…….Penati non è l’unico che festeggia una prescrizione come una assoluzione. Fece altrettanto il geom. Giorgio Gaetano detto Nino all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione per le lottizzazioni abusive di via Fleming e di via Vinci. Giorgio,  dipinto  dalla Cassazione  come partecipe della “concreta attuazione del disegno criminoso diretto a condizonare la riserva pubblica della programmazione territoriale”, ha beneficiato della prescrizione, proprio come Penati, ma ciò non toglie l’accertata responsabilità per la quale però non deve rispondere,  diversamente da quelli che si erano fidati delle sue rassicurazioni e che ora trepidano, a causa sua e delle macchinazioni poste in essere grazie alla sua carica politica,  per il bene casa per il momento confiscato.  Giorgio si è guasrdato bene  dal  rinunciare alla prescrizione  e con la faccia tosta che è tipica di chi se ne infischia delle regole si atteggia a martire.  Proprio come farà Penati di qui a qualche mese, o anche meno. g.

GERMANIA INGRATA, MERKEL SENZA MEMORIA

Pubblicato il 22 agosto, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Il canceliere tedesco Merkel Ogni studente di economia sa che la Germania ha tra i fondamenti della costituzione la stabilità monetaria e la lotta all’inflazione. Frutto, anche questo è noto, della svalutazione a sei cifre del marco durante la repubblica di Weimar.  Il più studiato è l’articolo 115, che afferma: «Le entrate provenienti dal credito non possono superare la somma delle spese previste nel bilancio per gli investimenti». Vincolo esteso allo statuto della Bundesbank, la banca federale, e da essa imposto all’Europa prima con i parametri di Maastricht (dove il tetto all’inflazione di ogni paese è fissato al 3 per cento, pena sanzioni economiche), poi alla Bce, che continua a fissare la propria bussola sul contenimento dei prezzi prima ancora che sullo sviluppo. Difatti mentre le altre banche centrali dell’Occidente continuano a tenere i tassi a zero, l’Eurotower di Francoforte li ha già riportati all’1,5 per cento, con minaccia di ulteriori rialzi. E ora Angela Merkel, cui si è accodato Nicolas Sarkozy, chiede a tutta l’Europa di adottare il pareggio costituzionale di bilancio e pesanti manovre di austerity. Non solo. Sul Sole 24 Ore l’economista Luigi Zingales ha ricordato come per convincere i tedeschi ad abbandonare il marco a favore dell’euro il governo di Berlino pretese due condizioni: «1) La Banca centrale europea sarà altrettanto brava della Bundesbank nel tenere l’inflazione sotto controllo; 2) la Germania non dovrà mai intervenire per salvare altri paesi». Ed è appellandosi a queste condizioni giugulatorie che Angela Merkel insiste nei suoi «nein»: no al decollo del piano di salvataggio della Grecia, benché sia passato oltre un anno; no agli eurobond; no a qualsiasi altra cosa possa urtare la sensibilità finanziaria dei contribuenti-elettori di là dal Reno. Giusto? Forse: se la Germania avesse a sua volta la coscienza a posto in fatto di dare e avere. Ma se guardiamo alla storia, da quella tragica della Seconda guerra mondiale, a tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, agli anni più recenti della caduta del Muro di Berlino, e fino ai giorni d’oggi, scopriamo che non è proprio così. La Germania ha avuto dal mondo, Occidente in particolare, molto più di ciò che ha dato e di quel che pretende adesso. E di questo non c’è traccia né nella sua Costituzione né tantomeno nella sua «constituency», quel codice magari non scritto che è alla base della condotta e delle tradizioni dei paesi avanzati. Non parliamo dei sei milioni di morti che la follia hitleriana causò nei campi di sterminio: non è il caso di far ricadere su figli e nipoti le colpe dei padri o dei nonni. Si può però far riferimento al costo economico della Seconda guerra mondiale, che certamente ebbe nella Germania la sua causa: di recente il Congressional research service americano lo ha quantificato in 5 trilioni di dollari senza tener conto dell’inflazione. Si tratta cioè di 5 mila miliardi di dollari che aggiornata ai giorni nostri è pari, grosso modo, a metà del Pil mondiale di 74 mila miliardi. Sconfitto il nazismo, gli americani vararono poi il piano Marshall da 22 miliardi di dollari che permise all’Europa sconfitta, tedeschi su tutti, di rimettersi in piedi mentre dall’altra parte si alzava la cortina di ferro. Non tutto filò liscio: la Francia chiese che la Germania fosse esclusa dagli aiuti proprio per la sua responsabilità nella guerra. Alla fine il presidente Usa, Harry Truman, si impuntò, fece digerire il piano all’opinione pubblica americana – non meno insensibile al portafoglio di quella tedesca di oggi – e altrettanto fecero inglesi, canadesi, australiani, svizzeri, norvegesi, svedesi, perfino spagnoli. La Germania ebbe 1,5 miliardi di dollari di aiuti, più dell’Italia, un po’ meno della Francia. Ma a questo sussidio d’emergenza che terminò nel 1951 si aggiunsero i costi per l’Occidente (Usa, Francia e Gran Bretagna) dell’occupazione di Berlino e della tutela della Germania Ovest. Il solo ponte aereo con cui gli americani scongiurarono che i berlinesi morissero di fame e freddo per il blocco imposto nel 1948 da Stalin fu un regalo tanto generoso quanto gigantesco: ogni tonnellata di carbone venduta a Berlino al prezzo politico di 21 dollari, ne costava 150 agli Stati Uniti. Alla fine le tonnellate furono 1,5 milioni, mentre quelle di cibo raggiunsero i 2,4 milioni. La più grande e costosa operazione umanitaria della storia. Non è tutto. L’ombrello militare occidentale e americano permise ai tedeschi di dedicarsi in tutta tranquillità al proprio boom economico. Nessuno ha mai calcolato quanto sarebbe costato alla Germania difendersi da sola contro le mire sovietiche, e del resto l’interesse strategico era anche degli Usa. Si sa però che la spesa militare cumulata è la causa principale dei 14.400 miliardi di dollari di debito pubblico Usa, che ha provocato il downgrading di Standard & Poor’s e innescato buona parte dell’attuale rischio di recessione globale. Ma anche i tedeschi ci hanno messo del loro. La riunificazione del 3 ottobre 1990, dopo un anno dal crollo del Muro, è giustamente considerato un capolavoro strategico e di lungimiranza del governo allora guidato da Helmut Kohl. Il suo costo è stato però stimato dalla Freie Universitat Berlin in 1.500 miliardi di euro dell’epoca, una cifra allora superiore al debito pubblico tedesco che adesso sfiora i 2.100 miliardi. La parità tra marco occidentale e orientale, voluta per motivi politici, si tradusse in un crollo di competitività dell’industria tedesca, che a sua volta provocò una recessione che dalla Germania si estese a tutta Europa, Italia compresa. A tutt’oggi Berlino eroga ai territori della ex Germania Est un trasferimento speciale di 100 miliardi di euro l’anno in conto «ricostruzione»: il doppio dei sacrifici imposti in questi giorni all’Italia. E siamo ai giorni nostri. La Merkel sostiene che il salvataggio dei paesi europei a rischio si risolve con il rigore e non può essere pagato dai contribuenti tedeschi. Tanto che le rigorosissime banche di Francoforte, tipo la Deutsche Bank, hanno venduto a piene mani Btp italiani. Bene: ma qual è l’esposizione di queste banche teutoniche nei paesi maggiormente a rischio e declassati dalle agenzie di rating? Secondo la Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, si tratta di 65,4 miliardi di dollari verso la Grecia, 186,4 verso l’Irlanda, 44,3 verso il Portogallo, 216,6 verso la Spagna. Totale, 512,7 miliardi che il sistema finanziario tedesco ha «investito» nei Pigs. Cifra che si confronta con i 410 miliardi delle banche francesi, i 370 di quelle inglesi, i 76 di quelle italiane. Il risultato è che tra le dieci banche europee che fanno più ricorso alla famigerata leva finanziaria (che cioè contabilizzano maggiori crediti e capitale speculativo in rapporto al patrimonio) ben quattro sono tedesche: la Commerzbank, che occupa la prima posizione assoluta con una leva del 76,91 per cento, e poi la Berlin Landesbank, la Deutsche e la Deutsche Postban. Nessuna banca italiana figura in questa top ten. Nessun altro paese vede esposto il proprio sistema creditizio quanto la Germania. A questo punto la domanda è ovvia. Il rigore – giusto, per carità, e tanto più in un paese indebitato come l’Italia – imposto all’Europa dalla Cancelleria e dalla Bundesbank, serve a salvare gli stati o le banche? Soprattutto quelle di Francoforte e dintorni? Curiosità ancora più legittima se andiamo a guardare chi in questi mesi ha fatto più ricorso ai crediti della Bce. Ebbene, tra marzo e giugno 2011 il Tesoro e le banche tedesche hanno bussato alla porta dell’Eurotower per 247 miliardi di dollari, la Francia per 79, l’Italia per 149, la Spagna per 197. Soltanto a luglio l’Italia con altri 80 miliardi, ha portano il nostro conto a quota 229: ancora meno, comunque, della Germania. Insomma: mentre i rappresentanti tedeschi nel board della Banca centrale si opponevano al soccorso ai nostri Btp, salvo pretendere condizioni durissime, Berlino e Francoforte ottenevano crediti in abbondanza. D’accordo, loro hanno la tripla A: ma forse premia più la finanza che la riconoscenza, o la memoria. Marlowe, Il Tempo, 22 agosto 2011

…………..La riconoscenza, per gli uomini, si dice che sia l’attesa di nuovi favori. E’ ovvio ( e accade sempre e ovunque…)  che quando l’attesa è improduttiva, cessa la riconoscenza. La Germania non è diversa dagli uomini per cui non aspettandosi nuovi favori dopo  i tanti che ha ricevuto,  non ha ragione di essere riconoscente nè di doverlo ricordare. Però, non si sa mai….

IN ITALIA SI PAGANO TASSE SULLE TASSE

Pubblicato il 21 agosto, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Secondo le stime ufficiali gli italiani pagano 107 imposte. Ma un libro di Giuseppe Bortolussi (Cgia di Mestre) ci svela che sono tantissimi i balzelli che non si conoscono. Grazie ai quali lo Stato incassa più soldi di Berlino. Usandoli peggio

Il tributo che non ti aspetti: traditi dalle tasse sulle tasse
Libero-news.it

T

utti a dire che le tasse sono troppe, ma in troppi ignorano che si paga anche un’incredibile quantità di imposte nascoste: dai fondi pensione al project financing (con cui si finanziano due volte le opere pubbliche, in pratica) e dalle «tasse sulle tasse» (tipo l’Iva sulle accise della benzina) a quelle che cambiano nome ma non la sostanza. Bene, c’è un libro completo e didascalico (“Tassati e mazziati”,  di Giuseppe Bortolussi, Sperling & Kupfer) che smonta i falsi miti sulla fiscalità italiana e spiega le ricadute concrete sulle tasche di cittadini e imprese.

Ma è difficile da riassumere. Si comincia dai fondamentali, che pure, messi in fila, non smettono di impressionare: il 51 per cento del nostro reddito lordo è prelevato dal fisco, e tende notoriamente ad aumentare. In proporzione al reddito, le tasse che paghiamo sono più elevate di quelle dei tedeschi (i nostri tributi sono superiori di almeno 5 punti percentuali) il che significa che lo Stato italiano incassa più soldi di quello tedesco per erogare dei servizi: ma, quando li eroga, sono nettamente inferiori. Questo è possibile perché da noi si pagano tasse anche sconosciute che nascono da incomprensibili meccanismi di rilievo, e che ci lasciano mazziati perché i servizi scadenti che appunto riceviamo dallo Stato ci costringono a rivolgerci ai privati.

FALSI OBIETTIVI
È  d’uopo incolpare l’elevato debito pubblico, ma in realtà, anche considerando gli interessi sul debito, al nostro Paese rimarrebbe in cassa un surplus di risorse più che sufficienti per garantire buoni servizi: ma non è quello che accade. È  d’uopo incolpare anche l’evasione fiscale: se tutti pagassero – si dice – tutto sarebbe diverso. Cifre alla mano, il libro di Bortolussi dimostra che neppure quello è il punto: lo Stato italiano, anche senza i soldi dell’evasione fiscale, ogni anno incassa molti più soldi della Germania. Lo Stato non riesce a spendere bene i suoi soldi: il punto resta questo, lapalissiano ma imprescindibile.

Comprendere tutte le tasse che si pagano è davvero difficile, e questo articolo non riuscirà a riassumere quanto il libro condensa in 174 pagine zeppe di dati e di tabelle. Siamo soliti guardare solo al reddito netto, in Italia, proprio perché inconsapevoli di quanto realmente versiamo. Il cittadino medio ha in mente l’Irpef e, se ben informato, le addizionali Irpef comunali e regionali.  Pochi, tuttavia, considerano anche l’Iva e le accise che si accollano regolarmente con la spesa quotidiana: e quella la pagano tutti – studenti e pensionati – a tutte le ore della giornata. Basta usare un rasoio elettrico, farsi un caffè, usare acqua ed energia e gas, consumare benzina, comprare un whisky.

Giulio Tremonti, nel suo libro bianco del 1994, scrisse che le tasse erano almeno 100, e, di queste, 14 erano tributi sulla casa e 9 sull’auto. Ma secondo l’Istat (dati pubblicati nel giugno 2010, periodo 1980-2009) le forme di prelievo sono almeno 107, e non sono comprese, attenzione, quelle che riguardano servizi specifici come la tassa sui rifiuti. Sono però comprese le tasse che riguardano singoli eventi, tipo la maledetta Irap (Importa Regionale sulle Attività Produttive) o le tasse sul registro, l’ipotecaria, la catastale, quelle insomma più – si fa per dire – eccezionali. Nei fatti, le imposte sono corrisposte a 657 miliardi (nel 2009) a fronte di un reddito lordo nazionale di 1.521 miliardi, dato ingannevole ma che corrisponde comunque a un 43 per cento di pressione fiscale.

Perché ingannevole? Perché ci sono (prendete respiro) anche i contributi previdenziali, il contributo al Servizio sanitario, il premio Inail alle casalinghe, le citate addizionali Irpef comunali e regionali, l’Iva, la  Tia-Tarsu sui rifiuti, il bollo auto, le accise varie, l’imposta sulle assicurazioni, il canone Rai, l’addizionale comunale sull’energia elettrica, quella regionale sul gas, e ancora le ritenute d’imposta sugli interessi attivi.

DETTAGLI DIABOLICI
Il diavolo è nei dettagli, troppi dettagli. Solo i balzelli che gravano sulla casa producono un bottino che si aggira attorno ai 43 miliardi (ripartiti tra Stato, comuni, province e regioni) ma poi ci sono tasse varie su acqua, gas, energia elettrica e metratura della casa stessa: roba che può costare 300 euro annui a un single e oltre 500 a una famiglia.

E l’auto? Lo Stato finge di adirarsi per gli aumenti delle assicurazioni, ma gli incrementi dei premi convengono anche al fisco: che si becca oltre il 18 per cento del premio versato, anche se il bottino vero, com’è noto, è nei carburanti.
E qui arriviamo alle famigerate tasse sulle tasse, un rompicapo. Qualche esempio. Bollette del gas o dell’elettricità: l’Iva è calcolata sulle accise. Tassa sui rifiuti: in alcuni comuni si paga la tassa «ex Eca» sulla Tarsu, che è un’altra tassa; in altri comuni si paga l’Iva sulla Tia, che è una tariffa. Poi c’è l’Iva sul prezzo dei carburanti, che è calcolata sul valore delle accise. Ragione per cui l’aumento del prezzo della benzina, allo Stato, conviene e basta. E sarà un caso che la benzina, da noi, costa più che altrove. Tutto chiaro? No, ovviamente.

Le famigerate accise, comunque, vengono calcolate sulle quantità consumate (litro, chilo) e lo Stato le ha sempre utilizzate per fare cassa in momenti di emergenza: passata l’emergenza, però, l’accisa restava. Così abbiamo, a rendere occulta la tassazione della benzina, 1,90 lire per la guerra di Abissinia del 1935, 14 lire per la crisi di Suez del 1956, 10 lire per il disastro del Vajont del 1963, 10 lire per l’alluvione di Firenze del 1966, 10 per il Belice, 99 per il Friuli, 75 per l’Irpinia, 205 per la missione in Libano del 1983, 22 per quella in Bosnia, 39 lire per il contratto dei ferrovieri: fanno 0,25 euro a cui vanno aggiunti i ritocchi recentissimi per finanziare il Fondo unico per lo spettacolo (Fus) e per cancellare la contestata tassa di 1 euro sul biglietto del cinema, più un altro ritocco applicato dalle compagnie petrolifere per «fronteggiare lo stato di emergenza umanitaria determinato dall’eccezionale afflusso di cittadini appartenenti a Paesi del Nord Africa». Una cosa umanitaria.

LIBERAZIONE FISCALE
Questo, e altro, determina che in Italia il «giorno di liberazione fiscale» sia i primi di maggio per un operaio e a fine giugno per un impiegato. Per quanto riguarda le imposte e i contributi e le tasse di cui sono debitori i lavoratori autonomi, invece, il libro di Bortolussi ne elenca 26, e non abbiamo voglia di ricopiarle. Se già è difficile conoscerle tutte, figurarsi il comprendere se si paghi il giusto. Ci sono tasse che si pagano perché lo stipendio aumenta: ma nel caso non siamo più ricchi, perché con più soldi, causa inflazione, spesso riusciamo a comprare le stesse cose di prima. Ci sono tasse che siamo costretti a pagare – come in questo periodo – per calmierare un deficit di cui magari non abbiamo colpa. E ci sono tasse per finanziare servizi di cui non fruiamo perché, complice l’inefficienza, preferiamo o siamo costretti a rivolgersi al privato: dai trasporti alla sanità (dentisti compresi) e dalle poste alla sicurezza, dagli asili alle scuole: senza contare i soldi che diamo al Vaticano e alle strutture cattoliche. Neppure il sistema giudiziario funziona, si sa: le aziende perciò si rivolgono sempre più spesso ad arbitrati privati o a camere di conciliazione.

A proposito di servizi pagati due volte: il libro si sofferma in particolare sul trucco del project financing, ossia il coinvolgimento di partner privati nella realizzazione di un’opera pubblica; si parla di autostrade, gallerie, ospedali, teatri, ponti di Messina, tutta roba che ovviamente prevedono la possibilità che gli stessi privati recuperino l’investimento e facciano quindi pagare (spesso strapagare) servizi e pedaggi. Il project financing però si concentra soprattutto nelle regioni dove già si pagano le tasse più salate, sicché i costi aggiuntivi – che ripagheranno la parte privata – alla fine gravano sulle nostre tasche come sempre. Ecco perché il costo medio per chilometro nelle tratte per esempio del passante di Mestre (finanziato da privati) è praticamente doppio rispetto ad altre tratte autostradali paragonabili.

Anche il moloch dell’evasione fiscale, secondo Bertolussi, è un problema, ma non è il vero problema. Secondo l’Istat la ricchezza che sfugge alle tasse è racchiusa tra il 16 e il 17 per cento del Pil: anche per questo la pressione fiscale, sugli onesti, arriva al 51 per cento. Ma sono loro, appunto, le vere vittime: se lo Stato restituisse loro tutti i soldi evasi, ogni anno, gli onesti avrebbero indietro almeno 2000 euro. Da immaginarsi se lo Stato utilizzasse i soldi recuperati per altra spesa pubblica: saremmo alla follia definitiva. Morale: l’evasione fiscale è un male orrendo, ma altri e più gravi mali dell’Italia sono i medesimi che la rendono poco attrattiva per gli investimenti esteri: i costi burocratici, i tempi della giustizia, le carenze infrastrutturali, tutto ciò che il denaro incamerato dallo Stato, cioè, non ha trasformato in un Paese moderno. Filippo Facci.