SERVE (SERVIREBBE!) UN PREMIER DI “FERRO”
Pubblicato il 1 settembre, 2011 in Politica | No Comments »
Non sappiamo se quando, nel 1981, licenziò 11.345 controllori di volo che paralizzavano gli Stati Uniti, Ronald Reagan si pose il problema di che cosa avrebbero detto non solo i sindacati, ma la Corte suprema, che era per giunta ancora quella nominata da Jimmy Carter. Né se gli stessi dubbi tormentarono Margaret Thatcher quando nell’84 resistette al picchettaggio dei minatori inglesi (o anche quando tolse concessioni e privilegi ai rampolli dell’aristocrazia con i quali lei, conservatrice del popolo, era notoriamente in urto).
Di certo entrambi vinsero, segnarono un’epoca e passarono alla storia.Le vicende di queste ore della manovra finanziaria ci insegnano che un premier italiano può al massimo aspirare di passare alla cronaca. Gli emendamenti usciti dal summit di Arcore vengono già emendati da chi li ha partoriti. Figuriamoci l’opposizione, i sindacati, le magistrature di ogni ordine e grado, le infinite corporazione del Paese.
Siamo al punto che i decreti di finanza pubblica si potrebbero titolare come i sequel di Guerre Stellari: Manovra; Manovra due, il Ritorno; Manovra tre, la Vendetta. E visto che – come non fa che puntualizzare la Banca d’Italia – ciò che conta non siamo tanto noi italiani quanto i mercati, auguriamoci che non si assista a qualcosa tipo L’Impero colpisce ancora. Tornando sulla terra, era abbastanza evidente che la soppressione tout court del riscatto del servizio militare o della laurea non avrebbe retto alle minacce di incostituzionalità. Se solo Silvio Berlusconi avesse imposto all’alleato leghista il completamento della riforma delle pensioni (per esempio con l’estensione a tutti del metodo contributivo pro-rata, con la parità di pensionamento tra uomini e donne nel settore privato, come già in quello pubblico) avrebbe colto tre obiettivi in uno: risparmi significativi, una riforma strutturale e far vedere chi governa.
Ma il Carroccio, che pure nel 2001-2006 fece approvare lo scalone Maroni, si è fatto paladino di pensionati ed enti locali, proponendosi come nuova Cgil e nuovo Pd. Ed il Cavaliere si adegua. Ancora più disastroso è lo stato dell’opposizione e dei vari poteri del Paese. La prima, lasciando il volante in mano al sindacato, per natura difensore dei propri interessi, ha rinunciato ad ogni velleità riformatrice. Si torna in piazza, che bellezza. I secondi, specialisti in buoni consigli nei convegni, hanno dato abbondante spettacolo di sé in questi giorni. Organizzazioni imprenditoriali una contro l’altra: la Confindustria vuole l’aumento dell’Iva e la liberalizzazione di orari e professioni. Per la Confcommercio non se ne parla proprio. Poi si sono armati gli ordini professionali: sono ben 27, si va dagli assistenti sociali agli attuari (874 iscritti), dai giornalisti alle ostetriche, dagli avvocati agli spedizionieri fino ai notai. Rappresentano 2,1 milioni di persone e relativi congiunti, e ognuno si considera irrinunciabile.
Quindi sindaci, minisindaci, assessori, consiglieri, presidenti di provincia e di regione. I tagli, naturalmente, li costringeranno a chiudere asili e spegnere lampioni. Non, magari, a ridurre consulenze o commissioni. I magistrati hanno scoperto che l’abolizione del famigerato contributo di solidarietà sui super-redditi lascia intatto quello sulla dirigenza pubblica. È vero, ma se è per questo ci sono anche le cosiddette pensioni d’oro, che non si fila nessuno. E poi: non è proprio la Corte dei conti a fare continue prediche sul rigore? Sempre nella stessa area, è di queste ore anche la protesta del Cnel. Questo formidabile ente ha 121 consiglieri, ventuno più dei senatori americani. Se andate sul suo sito, alla voce Eventi, potete leggere: «Nessun evento in programma». Il governo ha proposto un taglio di 50 membri. Ma ecco che Confindustria, banche, coop, assicurazioni, commercianti, artigiani, Cgil, Cisl e Uil hanno tutti assieme «messo nero su bianco» una ferma richiesta al presidente del Consiglio, al ministro dell’Economia, ai presidenti di Camera, Senato, delle «commissioni competenti» e di tutti i gruppi parlamentari: un immane sforzo di tempo e di carta per perorare «il rispetto dell’attuale rapporto tra le categorie».
E a proposito di coop: tra le norme in bilico ci sono anche i tagli alle generose agevolazioni di cui esse hanno finora goduto, passando indenni dalla prima alla seconda repubblica, dai governi di sinistra a quelli di destra e viceversa. Da sempre le cooperative rosse (ma ci sono anche quelle bianche) rivendicano la «finalità mutualistica». La coop sei tu, come nel ricco spot con Woody Allen. Eppure non ci vuole certo il caso di Sesto San Giovanni per capire che le coop hanno terminali miliardari nel mondo delle costruzioni e della grande distribuzione, dove spesso agiscono in regime esclusivo alla faccia della concorrenza. La coop sono loro, e basta.
Domanda: e questa sarebbe una classe dirigente? O piuttosto un pollaio di interessi, dove se le galline si coalizzano sono in grado di far fuori qualsiasi volpe? Certo, le lobby esistono in tutto il mondo, a cominciare dagli Usa che le hanno brevettate. Ma lì alla lunga generano fenomeni popolari di rigetto, come i Tea Party. O presidenti in grado di tenerle a bada, come Roosevelt, Eisenhower, Reagan, anche Bill Clinton: quelli più amati e più forti.
Ecco: se governo e partiti non fanno una grande figura, l’Italia delle associazioni e dei sindacati non ne fa una migliore. La politica potrebbe dare una formidabile lezione: il Cavaliere ha annunciato una riforma costituzionale per eliminare le province e dimezzare i parlamentari. Tutti hanno ridacchiato. Siccome destra, sinistra e centro hanno detto di condividere questo obiettivo, si mettano al lavoro e in sei mesi approvino con la doppia lettura la nuova legge. Siamo sicuri che i cittadini trangugerebbero qualsiasi manovra. Marlowe, Il Tempo, 1 settembre 2011
.………………Marlowe mette il dito nella piaga. Non basta dirle le cose, bisogna farle. Le piroette contrinue sulla manovra, gli avanti e indietro a seconda delle presisoni e degli interessi particolaristici non solo non aiutano ad affrontare la crisi economica, ma fniscono col minare le basi della maggiorana che regge il governo. Berlusconi smetta il ruolo di mediatore e si rimetta fare il capo effettivo del governo e della maggioranza, altrimenti l’attende una fine sconsolante della sua “discesa in campo”. g.

Si è concluso dopo circa sette ore il vertice di maggioranza ad Arcore con Silvio Berlusconi e Umberto Bossi per trovare un accordo sulle modifiche alla manovra finanziaria. Diverse auto hanno lasciato villa San Martino con Fabrizio Cichitto, Maurizio Gasparri, Roberto Maroni e Giancarlo Giorgetti. Nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni anche se Gasparri dall’auto ha fatto segno di “ok” col pollice sollevato.
Piuttosto che formulare previsioni, impossibili nello scampolo di questo lunghissimo agosto, conviene esprimere solo auspici sul vertice odierno tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Mai come ora, neppure tornando con la memoria alla tarda estate del 1994, che pure fu la vigilia della loro prima clamorosa rottura, a pochi mesi soltanto di distanza dalla vittoria elettorale conseguita insieme, i rapporti fra i due protagonisti della cosiddetta seconda Repubblica e i loro rispettivi partiti si sono intrecciati con le sorti del Paese. Che francamente non si sa se sia destinato, dopo l’incontro di oggi e le modifiche che potranno derivarne alla manovra finanziaria e fiscale all’esame del Senato, più ad uscire da una crisi che è insieme economica e di sistema o a inabissarsi ancora di più. Già, perché questo rischio c’è, eccome. E dipende dal pervicace rifiuto della Lega, rimasta troppo presto orfana dell’unico e vero ideologo che ha avuto, Gianfranco Miglio, di sottrarsi ai doveri di un partito di governo.
Ogni studente di economia sa che la Germania ha tra i fondamenti della costituzione la stabilità monetaria e la lotta all’inflazione. Frutto, anche questo è noto, della svalutazione a sei cifre del marco durante la repubblica di Weimar. Il più studiato è l’articolo 115, che afferma: «Le entrate provenienti dal credito non possono superare la somma delle spese previste nel bilancio per gli investimenti». Vincolo esteso allo statuto della Bundesbank, la banca federale, e da essa imposto all’Europa prima con i parametri di Maastricht (dove il tetto all’inflazione di ogni paese è fissato al 3 per cento, pena sanzioni economiche), poi alla Bce, che continua a fissare la propria bussola sul contenimento dei prezzi prima ancora che sullo sviluppo. Difatti mentre le altre banche centrali dell’Occidente continuano a tenere i tassi a zero, l’Eurotower di Francoforte li ha già riportati all’1,5 per cento, con minaccia di ulteriori rialzi. E ora Angela Merkel, cui si è accodato Nicolas Sarkozy, chiede a tutta l’Europa di adottare il pareggio costituzionale di bilancio e pesanti manovre di austerity. Non solo. Sul Sole 24 Ore l’economista Luigi Zingales ha ricordato come per convincere i tedeschi ad abbandonare il marco a favore dell’euro il governo di Berlino pretese due condizioni: «1) La Banca centrale europea sarà altrettanto brava della Bundesbank nel tenere l’inflazione sotto controllo; 2) la Germania non dovrà mai intervenire per salvare altri paesi». Ed è appellandosi a queste condizioni giugulatorie che Angela Merkel insiste nei suoi «nein»: no al decollo del piano di salvataggio della Grecia, benché sia passato oltre un anno; no agli eurobond; no a qualsiasi altra cosa possa urtare la sensibilità finanziaria dei contribuenti-elettori di là dal Reno. Giusto? Forse: se la Germania avesse a sua volta la coscienza a posto in fatto di dare e avere. Ma se guardiamo alla storia, da quella tragica della Seconda guerra mondiale, a tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, agli anni più recenti della caduta del Muro di Berlino, e fino ai giorni d’oggi, scopriamo che non è proprio così. La Germania ha avuto dal mondo, Occidente in particolare, molto più di ciò che ha dato e di quel che pretende adesso. E di questo non c’è traccia né nella sua Costituzione né tantomeno nella sua «constituency», quel codice magari non scritto che è alla base della condotta e delle tradizioni dei paesi avanzati. Non parliamo dei sei milioni di morti che la follia hitleriana causò nei campi di sterminio: non è il caso di far ricadere su figli e nipoti le colpe dei padri o dei nonni. Si può però far riferimento al costo economico della Seconda guerra mondiale, che certamente ebbe nella Germania la sua causa: di recente il Congressional research service americano lo ha quantificato in 5 trilioni di dollari senza tener conto dell’inflazione. Si tratta cioè di 5 mila miliardi di dollari che aggiornata ai giorni nostri è pari, grosso modo, a metà del Pil mondiale di 74 mila miliardi. Sconfitto il nazismo, gli americani vararono poi il piano Marshall da 22 miliardi di dollari che permise all’Europa sconfitta, tedeschi su tutti, di rimettersi in piedi mentre dall’altra parte si alzava la cortina di ferro. Non tutto filò liscio: la Francia chiese che la Germania fosse esclusa dagli aiuti proprio per la sua responsabilità nella guerra. Alla fine il presidente Usa, Harry Truman, si impuntò, fece digerire il piano all’opinione pubblica americana – non meno insensibile al portafoglio di quella tedesca di oggi – e altrettanto fecero inglesi, canadesi, australiani, svizzeri, norvegesi, svedesi, perfino spagnoli. La Germania ebbe 1,5 miliardi di dollari di aiuti, più dell’Italia, un po’ meno della Francia. Ma a questo sussidio d’emergenza che terminò nel 1951 si aggiunsero i costi per l’Occidente (Usa, Francia e Gran Bretagna) dell’occupazione di Berlino e della tutela della Germania Ovest. Il solo ponte aereo con cui gli americani scongiurarono che i berlinesi morissero di fame e freddo per il blocco imposto nel 1948 da Stalin fu un regalo tanto generoso quanto gigantesco: ogni tonnellata di carbone venduta a Berlino al prezzo politico di 21 dollari, ne costava 150 agli Stati Uniti. Alla fine le tonnellate furono 1,5 milioni, mentre quelle di cibo raggiunsero i 2,4 milioni. La più grande e costosa operazione umanitaria della storia. Non è tutto. L’ombrello militare occidentale e americano permise ai tedeschi di dedicarsi in tutta tranquillità al proprio boom economico. Nessuno ha mai calcolato quanto sarebbe costato alla Germania difendersi da sola contro le mire sovietiche, e del resto l’interesse strategico era anche degli Usa. Si sa però che la spesa militare cumulata è la causa principale dei 14.400 miliardi di dollari di debito pubblico Usa, che ha provocato il downgrading di Standard & Poor’s e innescato buona parte dell’attuale rischio di recessione globale. Ma anche i tedeschi ci hanno messo del loro. La riunificazione del 3 ottobre 1990, dopo un anno dal crollo del Muro, è giustamente considerato un capolavoro strategico e di lungimiranza del governo allora guidato da Helmut Kohl. Il suo costo è stato però stimato dalla Freie Universitat Berlin in 1.500 miliardi di euro dell’epoca, una cifra allora superiore al debito pubblico tedesco che adesso sfiora i 2.100 miliardi. La parità tra marco occidentale e orientale, voluta per motivi politici, si tradusse in un crollo di competitività dell’industria tedesca, che a sua volta provocò una recessione che dalla Germania si estese a tutta Europa, Italia compresa. A tutt’oggi Berlino eroga ai territori della ex Germania Est un trasferimento speciale di 100 miliardi di euro l’anno in conto «ricostruzione»: il doppio dei sacrifici imposti in questi giorni all’Italia. E siamo ai giorni nostri. La Merkel sostiene che il salvataggio dei paesi europei a rischio si risolve con il rigore e non può essere pagato dai contribuenti tedeschi. Tanto che le rigorosissime banche di Francoforte, tipo la Deutsche Bank, hanno venduto a piene mani Btp italiani. Bene: ma qual è l’esposizione di queste banche teutoniche nei paesi maggiormente a rischio e declassati dalle agenzie di rating? Secondo la Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, si tratta di 65,4 miliardi di dollari verso la Grecia, 186,4 verso l’Irlanda, 44,3 verso il Portogallo, 216,6 verso la Spagna. Totale, 512,7 miliardi che il sistema finanziario tedesco ha «investito» nei Pigs. Cifra che si confronta con i 410 miliardi delle banche francesi, i 370 di quelle inglesi, i 76 di quelle italiane. Il risultato è che tra le dieci banche europee che fanno più ricorso alla famigerata leva finanziaria (che cioè contabilizzano maggiori crediti e capitale speculativo in rapporto al patrimonio) ben quattro sono tedesche: la Commerzbank, che occupa la prima posizione assoluta con una leva del 76,91 per cento, e poi la Berlin Landesbank, la Deutsche e la Deutsche Postban. Nessuna banca italiana figura in questa top ten. Nessun altro paese vede esposto il proprio sistema creditizio quanto la Germania. A questo punto la domanda è ovvia. Il rigore – giusto, per carità, e tanto più in un paese indebitato come l’Italia – imposto all’Europa dalla Cancelleria e dalla Bundesbank, serve a salvare gli stati o le banche? Soprattutto quelle di Francoforte e dintorni? Curiosità ancora più legittima se andiamo a guardare chi in questi mesi ha fatto più ricorso ai crediti della Bce. Ebbene, tra marzo e giugno 2011 il Tesoro e le banche tedesche hanno bussato alla porta dell’Eurotower per 247 miliardi di dollari, la Francia per 79, l’Italia per 149, la Spagna per 197. Soltanto a luglio l’Italia con altri 80 miliardi, ha portano il nostro conto a quota 229: ancora meno, comunque, della Germania. Insomma: mentre i rappresentanti tedeschi nel board della Banca centrale si opponevano al soccorso ai nostri Btp, salvo pretendere condizioni durissime, Berlino e Francoforte ottenevano crediti in abbondanza. D’accordo, loro hanno la tripla A: ma forse premia più la finanza che la riconoscenza, o la memoria. Marlowe, Il Tempo, 22 agosto 2011

