Archivio per la categoria ‘Politica’

CAPITALI VOLANTI COME CAVALLETTE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 3 agosto, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Non mi stanco mai di scrivere che è l’economia che fa l’economia e, aggiungo, è la finanza che fa la finanza. Stati e banche centrali hanno poteri limitati, i mercati finanziari sono liberi e ingovernabili, si muovono come organismi che hanno vita propria e nessun capo di Stato può staccare la spina a un mondo dove «il denaro non dorme mai». La fine dell’ordine di Yalta, il declino dell’era americana, il tramonto dell’euroforia, l’ascesa di Pechino e la globalizzazione in tempo reale sono i veri temi dell’agenda contemporanea. In mezzo a questa tempesta, il governo italiano cerca di difendere il nostro debito sovrano, il risparmio, le banche e la stabilità economica. Uno dei più grandi imprenditori del Paese ieri mi diceva: «Ai nostri tempi sapevamo che cosa era bene e male. Oggi decidiamo di svoltare a destra, non succede niente. Proviamo a svoltare a sinistra, non succede niente. Solo che la macchina non si può spegnere e sta andando contro un muro». Sono i frutti della teologia di Maastricht, è il vero volto del totem dell’euro senza politica. Berlusconi oggi parlerà alle Camere. Se la Borsa andrà su non avrà meriti. Se andrà giù non avrà colpe. Non siamo di fronte a una crisi del credito ma dell’insolvenza, è l’era dei titoli tossici e dei derivati, un castello di carta dieci volte più grande della ricchezza mondiale: 63 trilioni di dollari di Pil contro 615 trilioni di dollari di derivati in giro per il mondo. Flying capitals, capitali volanti. Somigliano maledettamente alle cavallette e nessuno ha il coraggio di usare l’insetticida.Mario Sechi, Il Tempo, 3 agosto 2011

NELLA REGIONE LAZIO LA CASTA E’ IMPAZZITA? ZITTA ZITTA PROVA A RADDOPPIARSI LO STIPENDIO

Pubblicato il 2 agosto, 2011 in Politica | No Comments »

Roma - Altro che tagli e sacrifici per tutti. Altro che trasparenza e contenimento delle spese nella pubblica amministrazione. Alla Regione Lazio sarebbe pronta una delibera per raddoppiare quasi lo stipendio ai dirigenti del Consiglio: da 4.500 a 7.500 euro netti al mese, con un lordo annuo che passerebbe da 100mila a 175mila.
Secondo le nostre fonti sarebbe stata già discussa dall’Ufficio di Presidenza consiliare e ci si preparerebbe all’approvazione forse anche in settimana. Ma gli interessati ora assicurano che ancora non c’è la decisione definitiva.
Il fatto è che in questi anni, a via della Pisana, si è molto largheggiato nell’assumere dirigenti esterni all’organico regionale, con stipendi d’oro da 200mila euro lordi all’anno (circa 8.500 netti al mese) per la prima fascia e 100-110mila per la seconda fascia.
I dirigenti interni si sono risentiti e hanno chiesto un adeguamento economico. Due hanno anche fatto ricorso al giudice del lavoro contro l’assunzione ingiustificata degli esterni. Per evitare troppo can can attorno a questa storia ben poco edificante, la Regione vorrebbe metterli a tacere con il raddoppio di stipendio. L’assunzione di dirigenti esterni è consentita solo in casi straordinari (mentre qui parliamo anche di incarichi di nove anni) ed entro limiti precisi. «Ma oggi nel Consiglio regionale laziale ci sono cinque dirigenti esterni di prima fascia, invece dell’unico consentito. E ben sette di seconda fascia, «invece dei quattro massimo previsti dalla dotazione organica», dice Roberta Bernardeschi, segretario del sindacato dei dirigenti Direr. Che queste cose le ha già denunciate ad aprile in una lettera ai vertici di Regione, Corte dei conti, ministeri dell’Economia e della Pubblica amministrazione. Lettera caduta nel vuoto.
L’occasione per chiedere l’aumento di stipendio ai dirigenti interni è stata fornita su un piatto d’argento dal prepensionamento di alcuni colleghi e dal blocco del concorso per 25 nuove assunzioni, per una serie di ricorsi al Tar. Lamentando di dover lavorare di più, a causa dei posti vacanti, hanno preteso di arrivare ai livelli retributivi dei dirigenti esterni. Chi in Regione ci lavora assicura che il doppio carico di lavoro è fittizio. Ma se anche fosse diversamente, un aumento così sarebbe straordinario. Anche senza crisi.
Visto che nulla è ufficiale e trasparente non si sa quanti sono gli interessati: tra gli 11 e gli 8. Ed è facile immaginare che un così pesante scatto retributivo per loro provocherebbe un effetto a cascata, con pretese da parte di altri dirigenti. Magari anche i 17 capi di segreteria scelti da esponenti politici di tutti i partiti, equiparati ai dirigenti senza averne i titoli e premiati con stipendi di 4mila euro netti al mese. Per fare la proposta all’Ufficio di presidenza, una ventina di giorni fa, si è mosso il segretario generale del Consiglio regionale, Nazzareno Cecinelli, un signore da circa 11mila euro netti al mese, visto che ai suoi 210mila euro annui (il tetto massimo) ha aggiunto da ottobre (ma con decorrenza da luglio) altri 50mila, perché ha assunto l’interim di Direttore di servizio. Ora c’è un bando e questo secondo incarico andrà ad un altro dirigente esterno, sempre da 200mila euro all’anno.
Tutta l’operazione si è svolta in gran segreto per non far scoppiare polemiche. Ed è stato abbastanza facile perché l’interesse è trasversale ai partiti, come i dirigenti interessati. Il presidente del Consiglio regionale Mario Abbruzzese (Pdl), sembra qualche dubbio l’abbia avuto, ma non ha detto di no. «Per ora è tutto fermo – spiega al Giornale – dobbiamo discuterne. E si tratterebbe solo del 25 per cento di stipendio in più». «Ci rendiamo conto – assicura il vicepresidente Bruno Astorre (Pd) – che in questo momento si chiedono sacrifici ai cittadini per la crisi, ma c’è una carenza dei dirigenti in pianta organica e aumenta il carico di lavoro sugli altri. Comunque, si tratterebbe di una delibera a tempo determinato, massimo un anno». Giuseppe Rossodivita, capogruppo dei radicali in Consiglio, dice di non saperne nulla: «Solo voci. Se fossero vere, si aggiungerebbe un altro tassello alla totale mancanza di trasparenza in cui vive la Regione. Oggi non dovrebbero aumentare di un centesimo la spesa per il personale, per evitare un possibile danno erariale».
.…..Ma sarà vero?! Se lo fosse non di impazzimento si tratterebbe ma di una vero e proprio atto delinquenziale per il quale occorre che intervengano i carabinieri (la Guardia di Finanza è impegnata in altre attività) per prenderli e portarli tutti a Regina Cieli. E avanti a tutti la signora Polverini, cioè l’ex capo di un sindacato che un tempo si fregiava dell’aggettivo “nazionale” intendendolo come valore e non come specificazione territoriale. Quella signora Polverini che negli ultimi tempi si è fatta notare,  più che per provvedimenti tesi a sanare vecchie questioni del Lazio e promuovere iniziative  di sviluppo in sintonia con quel che conclamava dai salotti televisivi nei quali, nel recente passato,  spesso era ospite,  per le arroganti aspirazioni a capeggiare nuovi movimenti politici e per le attrettanto arroganti arringhe infarcite di parolacce e romaneschi sberleffi rivolte ai suoi oppositori. Ebbene, la signora Polverini che era una signora nessuno sino a quando Berlusconi non ha deciso di adottarla e farla eleggere a capo della regione più “centrale” d’Italia,  se la notizia di questa delibera fosse vera, farebbe bene a intervenire e a impedire che essa sia adottata e resa operativa. Ovviamente ci auguriamo che la cosa sia finita sul tavolo del presidente Napolitano che dopo aver rinunziato a 68 euro mensili di aumento del suo appannaggio ha titolo a impedire che altri non lo imitino. Non fossaltro per ragioni di equità. g.

NO, L’INCIUCIO NO, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 2 agosto, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi domani sarà in aula alla Camera a fare il punto sulla crisi economi­ca. Ieri la nostra Borsa ha preso una brutta botta, più o meno in linea (fatta la tara sul­la situazione dei debiti) con quelle di Parigi, Ma­drid e Francoforte. Il mix tra la crisi americana e l’attacco degli speculatori sta facendo danni enor­mi. I governi nazionali fanno quello che possono per arginare l’onda. Quello italiano ha convocato per giovedì le parti sociali che avevano chiesto un vertice di svolta. Quando le cose girano al peggio tornano i vecchi riti della concertazione, come se sindacati e Confindustria avessero la bacchetta magica o la verità in tasca. Purtroppo è l’inverso. Proprio le parti sociali, complice una politica scel­lerata, sono le responsabili della mamma di tutti i mali, quel debito pubblico gigantesco accumula­to nei decenni di cogestione impropria della cosa pubblica. Dalle pensioni alla sanità, dal pubblico impiego alla grande impresa assistita, e più in ge­nerale agli aiuti di Stato non c’è voce importante della voragine di bilancio che non porti la firma di Cgil e industriali.

C’è quindi da fidarsi di una loro ricetta anti crisi? Non penso. Tasse in cambio di assunzioni, pace so­ciale barattata con la libertà d’impresa: questo è stata fino a ora la linea. E adesso che la melma è arri­vata al collo danno la colpa al governo, figlio del­l’unica politica, quella del centrodestra, che ha al­meno provato (fino ad ora senza raggiungere l’obiettivo)a invertire la rotta. Da Reagan in Ameri­ca alla Thatcher in Gran Bretagna, la recente storia dell’Occidente dimostra che un Paese lo si salva con un guida forte che ha il coraggio di mettere le parti sociali di fronte alle loro colpe e alle loro re­sponsabilità senza guardare in faccia a nessuno, di liberare energie. È quello che ci si aspettava da Tre­monti, è quello che ancora in molti si aspettano da Berlusconi e dal suo governo (in difficoltà ma anco­ra vivo). Il resto sono soltanto chiacchiere o mano­vre di palazzo per tentare l’ennesimo ribaltone. Il Giornale, 2 agosto 2011

MEGLIO IL MARE CHE I TAGLIETTI

Pubblicato il 2 agosto, 2011 in Politica | No Comments »

Banchi vuoti in Parlamento Sembravano undici uomini in barca. E invece era un manipolo di eroi che assisteva alla relazione dei questori della Camera sui «taglietti» al bilancio di Montecitorio. Essendo l’aula praticamente vuota, e conoscendo le abitudini di Montecitorio, suppongo che gli altri 619 onorevoli non fossero alla toilette, ma in qualche altro lido. Uso questa parola non a caso, perché ho la netta sensazione che in troppi fossero al mare. Torneranno tutti oggi e solennemente voteranno questo e quel risparmio, qualcuno si indignerà, altri diranno che finalmente ci si incammina su una strada virtuosa. Nessuno dirà che l’assenza del giorno prima è una vergogna. In qualsiasi organizzazione, azienda e istituzione, quando si discute di bilancio, di conti e soprattutto del portafoglio dei contribuenti, si fa il piccolo sforzo di essere tutti presenti. Invece no, quasi tutti vacanti, già pronti per le vacanze. Qualche volta, lo ammetto, mi sembra di essere un qualunquista, ma il Palazzo riesce a smentirmi con una rapidità impressionante: ieri congelano le pensioni degli italiani e rinviano i tagli ai loro stipendi, oggi cominciano a sforbiciare qualcosa ma certificano quanto sia insignificante con la loro assenza in aula. Ora minacciano insieme ai sindacati di occuparsi di sviluppo con un appuntamento parlamentare agostano. Francamente, con tutto il rispetto per le istituzioni, abbiamo una preghiera: per favore andate al mare. Mario Sechi, Il Tempo, 02/08/2011

TANGENTI: L’ITALIA E’ INVASA DAGLI SCANDALI PD, 101 ESPONENTI INDAGATI

Pubblicato il 1 agosto, 2011 in Politica | No Comments »

Altro che macchina del fango! Da Flavio Delbono, ex sindaco di Bologna, ad Agazio Loiero, ex governatore della Calabria, fino ad Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino: da Nord a Sud, trema un intero partito. Eppure Bersani ha il coraggio di tirare fuori la “superiorità a sinistra”

Se i sondaggi dicessero la verità e se ieri si fosse votato per il rinnovo del Parlamento, oggi Pier Luigi Bersani sarebbe a palazzo Chigi e il Pd avrebbe la maggioranza dei seggi. Interrogarsi sulle violazioni di legge più o meno gravi che vengono imputate a questo o a quel dirigente del Pd non significa dunque imbracciare il giustizialismo per favorire un’altra parte politica, né accanirsi su una forza marginale o sconfitta, ma chiedere al presidente del Consiglio in pectore di rassicurare gli italiani. Se davvero vuol essere un candidato credibile per Palazzo Chigi, Bersani non può più nascondersi dietro la propaganda: lo esigono non i suoi avversari, ma i suoi elettori.
La scorsa settimana, subito dopo aver scritto due lettere al Corriere e al Fatto per rispondere ad alcune obiezioni sull’inchiesta che coinvolge Filippo Penati, il segretario del Pd ha repentinamente cambiato linea: i giornali, anziché essere il luogo dove liberamente si confrontano i politici e l’opinione pubblica, sono improvvisamente diventati il motore della «macchina del fango». La propaganda ha avuto la meglio sulla chiarezza, e poiché il Pd non se la sente di incolpare i magistrati, per esempio sollevando un dubbio sulla sospetta coincidenza di tante inchieste vecchie e nuove proprio quando le elezioni anticipate sembrano vicine, volge i suoi strali contro i giornali, la cui unica colpa (o merito) è pubblicare quello che le Procure forniscono loro.
È un trucco antico: l’attenzione si sposta su un avversario riconoscibile e cattivissimo (i media vicini a Berlusconi), e così si occulta la cosa in sé, cioè le inchieste e i reati contestati. Il Giornale qualche volta potrà pure esagerare nei titoli e negli aggettivi, come del resto spesso esagerano nella direzione inversa i giornali di centrosinistra, ma quel ch’è certo è che le inchieste non se l’è inventate la «struttura Delta», ma i magistrati tanto coccolati dal Pd.
L’elenco pubblicato dall’ultimo numero di Panorama – che sarà pure di proprietà di Marina Berlusconi, ma che qui si limita a mettere insieme fatti già noti – è impressionante: sono oltre un centinaio in tutta Italia (e soprattutto nelle Regioni dove governano) i democratici coinvolti a vario titolo – dall’avviso di garanzia al rinvio a giudizio alla condanna – in inchieste per reati di corruzione, abuso d’ufficio, peculato, falso, truffa, turbativa d’asta e via elencando.
Parte di questi reati, come sanno bene gli amministratori locali di ogni partito, sono frutto di una legislazione farraginosa e di una giurisdizione barocca: si può essere condannati per abuso d’ufficio soltanto per aver accelerato una pratica urgente e necessaria. In altri casi (impressionante quello dell’ex governatore dell’Abruzzo, Ottaviano Del Turco) si tratta di un clamoroso errore giudiziario (se non peggio). Ma, fatta la debita tara, il problema resta, ed è di primaria grandezza.
Dall’ex sindaco di Bologna Flavio Delbono all’ex governatore della Calabria Agazio Loiero, dagli ex sindaci di Napoli Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino all’ex governatore dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti, l’elenco degli amministratori del Pd costretti a trovarsi un avvocato sta diventando imbarazzante.
Le ultime inchieste – sull’Enac (l’ex responsabile dei trasporti aerei Franco Pronzato ha già patteggiato, riconoscendosi dunque colpevole), su Enzo Morichini e i suoi rapporti con la Fondazione Italianieuropei, e infine sull’ex coordinatore della segreteria di Bersani, Filippo Penati – non segnano dunque una discontinuità ma, al contrario, sembrano confermare una tendenza consolidata. Per un partito che ancora di recente ha voluto rispolverare l’equivoca «questione morale», di cui a suo tempo Enrico Berlinguer si servì per rinchiudere il Pci nel ghetto dell’antisocialismo in cui ancora si ostina a vivere Rosy Bindi, qualcosa non torna.
Caro Bersani, permettimi un po’ rudemente di metterla così: o c’è un grande complotto della magistratura contro il Pd, secondo soltanto a quello contro Berlusconi, oppure nel Pd c’è troppo malaffare. In entrambi i casi, sarebbe bene dirlo chiaro. Non perché lo chiedono i giornali di destra (ma anche quelli di centro e di sinistra, curiosamente risparmiati dai proclami di guerra), ma perché lo domandano sinceramente gli elettori. Che vogliono sapere, e ne hanno diritto, in che modo il Pd amministra la cosa pubblica, come seleziona i suoi dirigenti e i suoi amministratori, quali rapporti intrattiene con la pubblica amministrazione e con l’impresa privata. Non basta proclamare di tanto in tanto la volontà di uscire dalle Asl o dalla Rai (senza peraltro metterla mai in pratica): prima di lasciarle è bene chiarire come ci si comporta, nelle Asl e in tutti gli altri gangli del potere pubblico. La costruzione di un’alternativa democratica in Italia passa per la trasparenza e il coraggio civile, non per l’ipocrisia e la propaganda.

FINI, DA MONTECARLO A CASA TREMONTI

Pubblicato il 1 agosto, 2011 in Politica | No Comments »

DI FRANCESCO DAMATO

Gianfranco Fini Valigie piene e parole vuote. Le valigie piene sono quelle che i politici hanno già portato via per le vacanze, o che hanno pronte al piede essendo in partenza, ma con la pretesa di farci credere che smaniano dalla voglia di disfarle per rimanere a Roma, a disposizione dei presidenti delle Camere. Dei quali ce n’è uno, l’ormai solito Gianfranco Fini, che si mostra contrariato per le resistenze del governo alle richieste di correre a farsi processare in Parlamento. Dove c’è infatti il solito – pure lui – Antonio Di Pietro smanioso di presentare la sua brava mozione di sfiducia, in un ennesimo esercizio da “asilo infantile”, come ha giustamente osservato un rinsavito Pier Ferdinando Casini dopo avervi un po’ ceduto anche lui. Le parole vuote, di contenuto e di sincerità, sono quelle che gli stessi politici pronunciano per farci credere, appunto, che sono partiti o stanno partendo malvolentieri per le vacanze. Alle quali sarebbero praticamente costretti solo da un governo sordo alle esigenze di farli lavorare ancora e di chiarire i misfatti suoi in generale e quelli, ora, in particolare del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Che nei suoi approcci con il problema casa, dopo avere disinvoltamente adoperato a Roma quella di un suo consigliere finito nei guai giudiziari, è riuscito a sorprendere persino Fini. Che proprio in una casa, quella ormai famosa di Montecarlo, lasciata in eredità al suo vecchio partito da una sfortunata elettrice di destra, è letteralmente e rovinosamente inciampato, peraltro senza avvertire il dovere di rassegnare le dimissioni. Eppure egli vi si era impegnato pubblicamente se fosse risultato ciò che le carte trasmesse dal Ministero degli Esteri alla magistratura romana, fra le rumorose proteste parlamentari dei suoi amici, hanno poi confermato: che cioè quell’appartamento è finito a prezzo, diciamo così scontato, nella piena disponibilità di suo cognato. Immagino il fastidio di Tremonti, al netto dei suoi indubbi e madornali errori quanto meno di comportamento, e dell’increscioso pasticcio nel quale si è messo anche nei rapporti con la Guardia di Finanza, nel vedersi in qualche modo additato in questi giorni pure da Fini. Che peraltro già una volta, due legislature fa, quando faceva ancora parte della coalizione berlusconiana di centrodestra, ne determinò l’allontanamento dal governo dopo avergli gridato in faccia, durante un vertice politico, all’incirca così: «Potrai anche intenderti di economia ma di politica non capisci un cazzo». Se non fu proprio questa la frase, vista la sua pesante portata, chiedo scusa per i colleghi che imprudentemente la riferirono facendola entrare nella letteratura politica dalla quale l’ho tirata fuori. Fra le parole vuote di contenuto e di sincerità che si leggono e si sentono in questi giorni di apparentemente sofferta partenza per le vacanze, o di prudente e sentito rinvio, come nel caso del presidente della Repubblica, ci sono quelle che hanno continuato a riproporre anche ieri il tema di un nuovo governo ispirato, diciamo così, dal capo dello Stato. Che dovrebbe nascere in autunno per sostituire quello di Berlusconi, del quale si immagina da parte degli avversari politici la caduta stagionale come le foglie dagli alberi, a dispetto della maggioranza di cui esso dispone sia al Senato sia alla Camera: una maggioranza più volte certificata con voti di fiducia dopo il 14 dicembre scorso, il giorno del fallito assalto finiano. Il coro di queste parole vuote ha tuttavia indotto Casini a prenderne lodevolmente ieri le distanze non solo destinando al già citato asilo infantile la minacciata mozione di sfiducia di Di Pietro, ma anche avvertendo le altre componenti dell’opposizione che un nuovo governo “di armistizio”, come lui lo chiama, per avere qualche seria possibilità di nascere non può essere concepito in chiave “punitiva” nei riguardi di Berlusconi e del Pdl, visti i voti che l’uno e l’altro hanno “incassato” nelle ultime elezioni politiche. Ma è proprio questo carattere punitivo che il Pd della Rosy Bindi, di Pier Luigi Bersani e compagnia bella insegue immaginando l’arrivo dal Cielo, cioè dal Colle, di Mario Monti o di qualche altro “tecnico” a Palazzo Chigi. Come sarebbe avvenuto- usa spesso ricordare Walter Veltroni- con l’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi nel 1993. «Gli ottimi nomi di tecnici che girano – ha opportunamente ammonito Casini in una intervista al Corriere della Sera – non possono espropriare la politica. Sono i partiti che devono assumere la consapevolezza di guidare una fase nuova». Ciampi infatti arrivò a Palazzo Chigi con la spinta dell’allora Pds-ex Pci e con la rassegnazione di una Dc e di un Psi ormai agonizzanti. Così come l’anno prima Giuliano Amato vi era arrivato su designazione del Psi di Bettino Craxi e della Dc di Arnaldo Forlani, azzoppati ma non ancora finiti. Per quanto malmessi, Berlusconi e il Pdl, ma anche la Lega, non sono nelle condizioni della Dc e del Psi ai tempi del governo Ciampi. E neppure Bersani, con i suoi Penati, è nelle condizioni del baldanzoso, per quanto arruffato, Achille Occhetto del 1993. Casini, che proviene pur sempre dalla scuderia forlaniana, evidentemente ha buona memoria. Che una volta tanto cerca di mettere a profitto.  Francesco Damato, Il Tempo, 01/08/2011

MA CHI INDAGA SULLA P5 DEI GIUDICI? di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 31 luglio, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Ma i pm combattenti, i più esposti nelle grandi cro­ciate moralizzatrici, sono eroi della legalità o fun­zio­nari dello Stato che tradiscono il dovere dell’im­parzialità e fanno politica? La seconda che ho det­to, questa è la univoca risposta alla mia domanda retorica. Gian­carlo Capaldo è sostituto procuratore in Roma. Se ne parla come di un magistrato in crociata. La cricca degli appalti cosiddetta, la cosiddetta P3, altre indagini di vario conio tra cui le dubbie in­chieste sulla ricostruzione dell’Aquila o il sordido caso Fastweb, con quintali di carcerazione preventiva a quel Sergio Scaglia che sta smantellando il processo contro di lui, come ha ricordato ieri Nicola Porro, e monumentali gogne che fanno dei crociati ap­punto degli eroi della legalità apparenti: è tutta roba sua o del suo ufficio, per dirla più correttamente, ed è tutta roba politica, è il nu­cleo originario del nuovo attacco mediatico-giudiziario a pezzi della classe dirigente (che si comporta male,che si fa pagare l’ac­quisto di una casa, che si fa ospitare a pagamento in condizioni grottesche dai collaboratori, e che collaboratori!).

Uno dirà. Vabbè, ma questo Capaldo è un magistrato all’anti­ca, la sera ascolta le sinfonie di Mendelssohn, è fuori dai giochi, la sua carriera è automatica, non lo puoi mai prendere con le mani nel vaso della marmellata, l’integrità professionale è il suo stig­ma naturale, genetico, è uno che sa quanto tu debba non solo es­sere ma apparire imparziale quando hai il potere di carcerare la gente. Poi si scopre che il dottore ha il suo bravo amico avvocato, che si chiama Fischetti,che a casa dell’avvocato difensore di suo figlio incontra il ministro dell’Economia, il suo principale colla­boratore sotto indagine anche nel suo distretto, nel suo ufficio (si parla di Giulio Tremonti e di Marco Milanese).

Richiesto di chiarimenti disciplinari, il dottor Capaldo che cosa fa? Emette un comunicato in cui si formula l’ipotesi che le attenzioni verso di lui, nate da deposizioni di indagati che fanno per così dire «tremare la Repubblica », sarebbero il frutto di un attacco al suo ufficio, al suo lavoro di tutela della legalità, e in particolare un tentativo di delegittimazione legato alla sua prospettiva di carriera, che è o era quella di diventare il procuratore capo di Roma alla scadenza imminente dell’attuale titolare. La cena con Tremonti dall’avvocato amico sarebbe stata un convivio letterario dedicato ad autori greci e latini, questa è la tesi a difesa, e il dottore pm poteva non sapere che intorno ai commensali si stava levando il fumus dell’inchiesta. Non ho alcun elemento per pensare che Capaldo non sia una persona perbene, e con lui i suoi commensali, fino a prova contraria ( del magistrato si occupano adesso i suoi superiori e il Csm). Ma osservo che tutti gli italiani dovrebbero ormai aver capito che questi uffici della pubblica accusa, in molti e documentati casi, sono sedi di partito,i loro titolari fanno politica, selezionano gli interlocutori secondo il grado di comando ministeriale, e poi, se messi in imbarazzo, la buttano in caciara politicante come qualsiasi scadente uomo di partito farebbe al posto loro. Cuginanze sospette, amicizie utili, cene riservate eccetera: cos’è, la P5?

Il nuovo ministro della Giustizia è un magistrato che fa politica da molti e molti anni, suo testimone di nozze è stato Luca Palamara, il capo dei magistrati organizzati in sindacato.

Sono fatti privati, ma ci sono fatti privati che parlano di comportamenti pubblici anche nel ceto togato (non uso la parola casta per pudore). Nel Paese in cui un pm uscito in circostanze delicate dalla magistratura, il ottor Antonio Di Pietro, ha messo su una lunga carriera politica e di partito per «sfasciare», come disse, il suo nemico assoluto, il Cav.; in un Paese in cui la sfilza dei titolari di indagini sulla politica entrata in Parlamento o comunque in lotta di fazione è molto lunga e significativa (non faccio i nomi dei D’Ambrosio, Casson, Maritati, De Magistris eccetera, li conoscono tutti); beh, in un Paese così non fa certo notizia il legame amicale tra le parti, tra quelle parti che adesso sono i massimi vertici dell’associazionismo dei magistrati (il partito dei partiti o il sindacato dei sindacati, l’Anm) e il vertice del ministero, peraltro quasi tutto gestito da magistrati. Nel mondo occidentale c’è un solo esempio serio di magistrati autorizzati in qualche senso ad avere ambizioni politiche, è quello americano, un sistema in cui i magistrati sono eletti dal popolo o nominati dal presidente, che riceve un’investitura popolare. Eppure lì al massimo si nota un «attivismo» dei giudici, che spesso viene aspramente censurato: non un partito dei giudici, come avviene disgraziatamente in questo Paese travolto dal fango e dalla redditività del fango.

NAPOLITANO RINUNCIA A 68 EURO AL MESE E NE FA UN PROCLAMA

Pubblicato il 31 luglio, 2011 in Politica | No Comments »

La casta appare al popolo italiano arrogante e spudorata, ma evidentemente qualcuno, là dentro, deve nutrire insostenibili sensi di colpa. Soltanto così si spiegano i saltuari annunci di questa o quella personalità, che ad un certo punto della propria carriera decide di «dare un segnale»: sono pronto a dare l’esempio, fatemi pure i conti in tasca perché non ho niente da nascondere, sono nella casta però sono casto.

A poche ore dalla chiusura d’agosto, un annuncio clamoroso. Il presidente Napolitano rinuncerà agli aumenti che gli spettano per contratto fino alla fine del mandato, nel 2013. In aggiunta, il capo dello Stato fa sapere che grazie a una gestione rigorosa il bilancio del Quirinale risparmia 56 milioni nel periodo 2006-2011.

Appresa questa notizia, dovremmo sentirci tutti sollevati. Come spiegano alcuni cittadini sui vari blog, «sono segnali importanti, se non altro esprimono la volontà di invertire la rotta», «Napolitano vuole smuovere le coscienze», «sarà poco, ma meglio che nulla».
Cerchiamo di non confonderci: come nazione siamo tendenzialmente abituati a subire e a digerire di tutto, magari mugugnando in sede privata, però c’è un limite. Però non abbiamo l’anello al naso. Sentitamente la collettività ringrazia il presidente Napolitano per il gesto, ma è chiaro che tale resta. Un gesto, punto. Abituati alla finanza faraonica della casta, sappiamo bene che cosa sia un vero taglio e un vero risparmio, il vero rigore e la vera trasparenza. Li aspettiamo da una vita, quando sono reali li riconosciamo al volo.
Presidente Napolitano, senza offesa: come un succulento assist, la sua stoica rinuncia agli aumenti permette facilmente a quella carogna di «Spider Truman», il blogger flagellatore della casta, di quantificare che lei in realtà rinuncia «a 68 euro mensili» (Perfida chiosa: «Gli restano comunque all’incirca 12mila euro»). Quanto al risparmio di 56 milioni negli ultimi anni, è certo positivo: ma come dimenticare che la dotazione del Quirinale resta pur sempre di 228 milioni, contro i 112 dell’Eliseo e i 43 di Buckingham Palace, dica lei, come dimenticare…

Viviamo una totale divaricazione sociale: noi continuiamo ad accumulare rancori e livori contro la casta, la casta continua ineffabile ad accumulare. Poi, quasi a volerci lisciare il pelo, ciclicamente salta fuori un politico a renderci conto per filo e per segno dei suoi averi, pubblicando sulla pubblica piazza (virtuale) l’ammontare del proprio rispettabile e immacolato patrimonio, voce per voce, euro per euro. Dovremmo acclamarli e coprirli di gratitudine, questi martiti della trasparenza. Ma grazie all’opera indefessa dei grandi giornalisti d’inchiesta – il nostro Mario Giordano, Stella e Rizzo del Corriere, tanto per citare i più forti – tutti noi siamo al corrente di quanti e quali «segnali» l’Italia abbia davvero bisogno: a partire dalle istituzioni centrali, per scendere fino agli uffici periferici degli enti locali e del parastato. Di sapere quanto l’onorevole Dagoberto e chiunque altro dichiarino, sinceramente, importa veramente poco, anche perché sappiamo bene come un sacco di bella gente accantoni fortune ingenti, le fortune vere, alla faccia del fisco e della trasparenza. E comunque c’è un’altra faccenda, sempre stranamente sottovalutata: la casta costa troppo anche perché la sua efficienza non è proporzionale ai costi, il che alla fine significa odiarla due volte.

Presidente, si tenga pure i 68 euro d’aumento.

Lei resta comunque un buon presidente. Però, per favore, non ci sottovaluti. Conosciamo l’entità del problema: l’Italia non ha bisogno di simpatici lifting, ma di brutali amputazioni. Il resto è patetica propaganda. Il Giornale, 31 luglio 2011

.…Se è vero che  Napolitano è stato sinora  un buon Presidente, si è giocata la fama con questo annuncio, lanciato dalle agenzie di stampa come se si fosse trattato di una bomba, ed invece non era neppure un petardo.  Che Napolitano rinunci a 68 euro al mese mentre continua ad incassarne netti al mese circa 12 mila,  peraltro al netto, i 12 mila,  dei tanti dolorosi costi che invece affliggono milioni di famiglia italiane, dai costi del gas alla luce, dal telefono all’acqua, etc, etc, appare più una elemosina in Chiesa che qualcosa di cui gli italiani debbano restarne folgorati. E poichè, come ci ha insegnato da ragazzi il catechismo, la vera elemosina è quella che si fa in segreto, con la mano destra che dà senza che lo sappia la mano sinistra, Napolitano poteva rinunciare ai 68 euro al mese di aumento, di qui alla fine del mandato, in tutto neppure 2000 euro, senza sbadierarlo ai quattro venti. Anche perchè di fronte agli sperperi della politica, ai suoi costi, diretti e sopratutto indiretti, quella “rinuncia” di Napolitano, appare più una beffa che qualcosa che possa placare l’animo esacerbato degli italiani ai quali, diciamolo, farebbero comodo anche i 68 euro di aumento al mese che non hanno, anche perchè per molti, come per i pensionati,  è scattato il blocco dell’adeguamento delle pensioni  e par tanti altri è scattato il blocco degli aumenti salariali.  Perciò, sia detto comunque con  il rispetto che si deve alla figura istituzionale, meglio sarebbe stato che la notizia della “dolorosa” rinuncia fosse rimasta segretata negli archivi del Qurinale. g.

MANCANO LE BARBE FINTE, di Mario Sechi

Pubblicato il 31 luglio, 2011 in Il territorio, Politica | No Comments »

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti in Senato Pasticcio. Ho usato questa parola per fotografare il caso Tremonti-Milanese e l’ultimo capitolo dedicato agli spioni. Più va avanti e più siamo di fronte a un guazzabuglio, una sceneggiatura sgangherata sulla quale si cimentano troppe mani. Su una sola cosa non ho dubbi: se la Guardia di Finanza tiene sotto controllo il ministro dell’Economia siamo al delirio istituzionale, perché è uno dei bracci operativi del ministro e, fatta salva l’autonomia dei militari, il suo operato è sottoposto a controllo e valutazione della politica. Per quali fini le Fiamme Gialle avrebbero monitorato la vita di Tremonti? La storia della spiata non sta in piedi, per il semplice motivo che la Gdf non aveva bisogno di trasformarsi in James Bond per sapere cosa fa Giulio: le divise grigie lo scortano tutti i giorni. Sono i suoi angeli custodi. Immagino la risposta: sono i servizi segreti, magari deviati, a tallonare Tremonti. Eccole, le barbe finte. E che impresa. Non c’è bisogno dell’agenzia Pinkerton per sapere cosa fa il ministro: o sta nel suo ufficio in via XX Settembre a Roma o inaugura ministeri del Nord con Bossi o dorme a Pavia o nella Capitale. Che vita hollywoodiana, un tripudio da scannerizzare e intercettare. Nel mio taccuino sono segnati due reali punti deboli: 1. L’affitto della casa in via Campo Marzio a Roma. Una vicenda che Tremonti ha spiegato a tappe e con troppa confusione. Un ministro dell’Economia non alloggia in casa di un suo sottoposto, non paga in contanti e soprattutto si accerta sull’onestà e sulla natura dei redditi di chi lo ospita; 2. La comunicazione in questa vicenda è un fiasco. Il ministro dell’Economia non ha un ufficio stampa credibile, professionale, rigoroso, informato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Mario Sechi, Il Tempo, 31 luglio 2011

……Non lo nascondiamo.  Siamo rimasti per un  verso meravigliati e per altro verso delusi dalla storiaccia che riguarda Temonti. L’uomo non è di quelli che attirano simpatia, sia, e non appaia un paradosso,  per il suo rigore nell’amministrare l’economia italiana, sia per il carattere che si ritrova, che non è dei più facili. Ma, come scriveva Montanelli, un pò per giustificare se stesso, “chi ha carattere ha sempre un brutto carattere”. E Tremonti ha davvero un brutto carattere, tanto da attirarsi l’antipatia di tanti. Però, sinora, a parte il voltafaccia a Segni nelle cui liste era stato eletto per la prima volta alla Camera nel 1994, Tremonti era stato un esempio di correttezza politica e personale. Ora non lo è più. Proprio quando,  per via delle difficoltà in cui si dibatte l’economia italiana,  maggiormente sarebbe servito che il ministro dell’Economia fosse risultato al di sopra di ogni dubbio. Invece la storiaccia dell’intricata vicenda con il deputato Milanese e quella del fitto pagato in nero per l’appartamento occupato al centro di Roma, hanno improvvisamente  creato dubbi e perplessità. Stupore e delusione. Sulla questione, tra gli altri ha posto serie domande Sergio Romano, alle quali Tremonti ha risposto un pò ironizzando, e non er ail caso, un pò sollevando polverosi in una questione già polverosa di suo. Insomma parrebbe che la toppa è apparsa più vistosa del buco, come ha chiosato un deputato dell’opposizione. Specie quando ha tirato in ballo una presunta cosiporaizone della Guardia di Finanza contro di lui. Cosicchè l’ironico Sechi è andato giù duro con l’editoriale di oggi, nel quale non a caso chiosa che mancano solo le barbe finte. In una mascherata che proprio da Temonti non ci aspettavamo, specie quando insinua che il Corpo di cui  egli è il più alto riferimento politico lo avebbe messo sotto controllo. Ci sembra una bufala per nascondere una scivolata del ministro.Peccato. Da Tremonti non ce l’aspettavamo. g.

TUTTI DENTRO. ANCHE NEL PD, di Mario Sechi

Pubblicato il 22 luglio, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Il senatore del Pd Alberto Tedesco Sceneggiatura del film di una tranquilla giornata del Partito Democratico. Titolo: «Quel pomeriggio di un giorno da cani». Interno giorno. Parlamento italiano. Piano americano. Prende la parola un senatore della sinistra: «Sono innocente, arrestatemi». Manca solo il «viva Stalin!» finale per sprofondare nell’era delle purghe del Baffone. Il Senato della Repubblica vota. Il parlamentare del Pd Tedesco non va in carcere grazie ai voti del Pdl. Salvato dal nemico. Esterno giorno. Panoramica. Carcere di Poggioreale. Il deputato del Pdl Alfonso Papa varca la soglia del penitenziario. È la prima sera in cui non potrà riabbracciare i suoi due bambini. Il Pd ha votato per il suo arresto. Interno giorno. Parlamento italiano. Primissimo piano. Parla il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani: «Il Pdl, coerentemente ma in modo sbagliato, ha detto che i deputati non sono uguali ai cittadini: ha molti più voti al Senato e lì è passata la sua tesi». Libero Tedesco nel giacobino Pd. Interno giorno. Internet. Zoomata sul blog del Fatto Quotidiano. Scrive Debora Serracchiani, europarlamentare del Pd: «Chiedo al senatore Tedesco se la sua coscienza non gli imponga di dimettersi». Esterno giorno. Piazza Montecitorio. Dettaglio sugli occhi infuocati di Arturo Parisi, parlamentare democratico: «Troppe sono le domande che sulla vicenda Tedesco mi vengono rivolte: proprio in quanto suo compagno di partito». La sceneggiatura finisce qui, perché non c’è ancora il finale. Noi cinefili de Il Tempo ci auguriamo che questa pellicola ci restituisca un senatore che si dimette e si affida alla giustizia decantata dal Pd. Non si può pensare di sbattere in galera l’avversario e poi approfittare del suo onesto e drammatico voto per farla franca e sfuggire alle manette. Tutti dentro. Hanno voluto il cappio, hanno nutrito la bestia. Ora divorerà anche loro, che si dicono democratici. Mario Sechi, Il Tempo, 22 luglio 2011

…..Furbi e spregiudicati, come sempre, come nella loro lunga storia, i comunisti, post o ex. Con il concorso di disinvolti deputati  che nel segreto dell’urna hanno regolato i loro conti personali , hanno mandato in galera, senza processo e senza prove, il soldato Papa, deputato pdiellino, per dare più che una spallata, una lezione e un avvertimento a Berlusconi. Poi, al Senato, con il concorso dell’odiato nemico e facendo perno sul suo garantismo che non è a fasi alternate, hanno salvato l’altro soldato, Tedesco, dalla galera, peraltro “solo” domiciliare, benchè su di lui pesino ben più gravi indizi rispetto a Papa. Sono sciocchi i piedillini, o sono “banditi” i post o ex comunisti? Un pò l’uno e un pò l’altro. Ma in ogni caso ha ragione Sechi. La storia non può finire con Papa rinchiuso nel carcere di Poggioreale alla mercè di un PM le cui indagini sinora si sono rivelate grandi bluff e  con Tedesco parcheggiato comodamente nel gruppo misto del Senato. Se per Papa, stando al Supremo Tuttologo Fini,  il voto è stato “regolare” benchè, nonostante segreto e quindi affidato alla libera coscienza di ciascuno, sia stato di fatto “controllato” dai partiti che della libertà di coscienza hanno fatto strame,  per Tedesco è stato di certo “irregolare”, almeno sul piano della parità perchè il PD ben sapeva che il PDL,  ben più numeroso al Senato che alla Camera, sopratutto dopo il defilamento tattico e forse strategico della Lega,  avrebbe mandato “libero” il suo senatore. Sapendo ciò il PD ha fatto sì che la Camera si trasformasse in Tribunale anticipato ai danni dell’inerme Papa del quale non vogliamo difendere l’operato che non conosciamo ma il suo ruolo di vittima sacrificale sull’altare delle incongruenze. Ha ragione Sechi: tutti dentro. Altrimenti, per giustizia, o, almeno, per parità, tutti fuori. Anche Papa. g.