GLI SPRECHI DELLA POLITICA: FINI, SIMBOLO DELLA CASTA, TUONA CONTRO I PRIVILEGI, di Alessandro Sallusti
Pubblicato il 18 luglio, 2011 in Politica | No Comments »
Il lungo viaggio de il Giornale negli sprechi di Stato ha dimostrato come, per migliorare i conti, la strada maestra sia quella dei tagli e non quella delle tasse. Ogni anno centinaia di milioni di euro si perdono in un buco nero che alimenta inutili assistenzialismi e antichi privilegi. Tra questi i più odiosi sono quelli della politica, una infernale macchina tritasoldi che sfacciatamente resiste a ogni cura dimagrante. Dal Quirinale a Camera e Senato e giù per Regioni e Province (senza contare i partiti), migliaia di persone vivono il più delle volte alla grande a nostre spese senza che ciò produca un vero beneficio per la collettività. Il paradosso è che non c’è politico che non abbia tuonato contro gli sprechi e i lussi della casta alla quale appartiene, che non abbia giurato di porre rimedio.
È successo anche in questi giorni, in occasione della finanziaria che Tremonti ha voluto di lacrime e sangue per i cittadini. Come è andata a finire lo sappiamo. Ci hanno fregato per l’ennesima volta. Lorsignori non hanno rinunciato a neppure un centesimo dei loro ricchi vitalizi.
Ma siccome la vergogna non ha limite, a cose fatte e giochi chiusi, è ricominciata la gara a promettere che presto le cose cambieranno. Al momento in testa alla corsa dei Pinocchi c’è niente di meno che il presidente della Camera, quel Gianfranco Fini che negli ultimi due anni di balle ne ha raccontate in quantità industriale.
Ieri il nostro eroe di moralità pubblica e privata ha scritto una lettera a il Fatto , il quotidiano di Travaglio che nei giorni scorsi, scambiandolo per un immacola-to e coerente statista, lo aveva supplicato di fare qualche cosa per fermare lo scempio degli sprechi in politica.
Travaglio, per le sue battaglie civili, è specialista nel cercare testimonial affidabili. Per la giustizia di solito si affida a Spatuzza (quello che scioglieva i bambini nell’acido) e a Ciancimino (indagato per mafia e tanto altro). Per la moralità privata di solito prende per oro colato le verità di escort e ricattatrici. Ora, sulla moralità pubblica e per i costi della politica interlocutore è Gianfranco Fini, uno che notoriamente su questi temi è al di sopra di ogni sospetto.
Va bene che è estate e anche i politici sono in vacanza, passi che Fini ha più tempo di altri in quanto ormai disoccupato (ovviamente di lusso), ma quando è troppo è troppo.
Mi stupisce che i giornalisti a schiena diritta de il Fatto , quelli che non ne fanno passare una a nessuno, non abbiano subito obiettato a Fini una cosa del tipo: scusi presidente, invece di pontificare adesso, non poteva fare sentire la sua voce contro i privilegi della casta nei giorni scorsi, quando bastava che dall’alto della sua autorità proponesse un piccolo emendamento per evitare la grande truffa? Oppure: scusi presidente, lei ora promette che i tagli li farà presto, ma non è che va a finire come il giuramento di dimettersi se la casa di Montecarlo fosse risultata di suo cognato?
Niente da fare, queste risposte non le sapremo mai, perché la prima regola dei giornali liberi e indipendenti è quella di non urtare i sinceri antiberlusconiani. Così si fa passare per salvatore dalla Casta uno che della Casta è il simbolo vivente.
Sessant’anni da compiere, Fini non ha mai lavorato un giorno:da quarant’anni si fa mantenere, da trenta dal Parlamento. Come segretario-presidente dei suoi partiti ha gestito una valanga di soldi pubblici e privati. Almeno in un caso, quello di Montecarlo, sappiamo l’uso che ne ha fatto (chiedere ai familiari).
Non ci risulta che in tanti anni abbia mosso un dito per cambiare le cose. Anzi, i privilegi di presidente della Camera se li è tenuti ben stretti. Così come non risulta si sia preoccupato in questi ultimi tre anni delle spese folli del suo carrozzone.
Ma adesso basta, si cambia. Parola di Fini-Pinocchio. Se c’è in giro qualcuno di più affidabile è meglio che si faccia avanti, prima che il partito trasversale degli incazzati assedi davvero il Palazzo (di Fini). Alessandro Sallusti, Il Giorale, 18 luglio 2011

Giulio Tremonti ha usato la metafora del Titanic per definire la situazione dell’Italia. Bene. A questo punto, dobbiamo porci una domanda: chi guida il Titanic? Qualcuno risponderà prontamente: “Berlusconi!”. Qualcun altro però comincerà a pensarci meglio, poi alzerà la manina e dirà: “Sì, certo, il capitano del transatlantico è Berlusconi, ma a tracciare la rotta è Giulio Tremonti”. Altri diranno che la sala del comando non è più a Palazzo Chigi: “Be’, ma è chiaro che al timone in realtà c’è il presidente Giorgio Napolitano”. Infine una voce solitaria s’alzerà più in alto di tutte e dirà: “Il problema è che al timone non c’è nessuno e la nave va dritta verso l’iceberg”. Tutte queste risposte hanno una dose di verità, ma quel che emerge chiaramente sulla carta nautica è che un governo liberale, di centrodestra, vincente nel 2008 con la promessa della riduzione della pressione fiscale, sta votando una manovra di finanza pubblica che ha elevato i saldi aumentando le tasse, senza tagliare i privilegi della casta. Questa è la cifra politica della faccenda, il resto è tecnica contabile. S’è detto che questa manovra serve a fermare le speculazioni sul debito pubblico. Per ora i risultati sono scarsi. Anche ieri lo spread tra Bund e Btp è tornato a quota 300 punti e l’asta dei Btp a 15 anni ha fatto segnare un rendimento record del 5,9 per cento, il massimo dal lancio dell’Euro. Finanziare la nostra spesa, emettere debito, costa sempre più caro. E se l’obiettivo della manovra è quello di frenare questo rally, allora qualcosa non va.
Fli perde in un giorno solo “tre pezzi”: Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pippo Scalia. Un ex ministro, un ex viceministro e il coordinatore regionale della Sicilia per Futuro e Libertà hanno così deciso, dopo un periodo vissuto da separati in casa, di abbandonare Fini per approdare, almeno per il momento, al gruppo misto in attesa di aderire al progetto lanciato da Angelino Alfano di riunire tutti i moderati in una «costituente popolare». E così, quello che qualcuno definisce già come «effetto Mirabello», inizia ad incassare proprio il sostegno dei tre ex finiani. Un annuncio che fa esultare il Pdl (la notizia dello «strappo» la dà Ignazio La Russa dal palco di Mirabello con una platea che si alza in piedi per applaudire) e che getta nell’agitazione i «futuristi» i quali, nonostante fossero preparati all’imminente rottura, si stanno interrogando sulle strane coincidenze di una decisione ufficializzata proprio nella cittadina ferrarese considerata «sacro» alla destra finiana. Fu infatti a Mirabello che Giorgio Almirante passò il testimone dell’Msi all’attuale presidente della Camera e fu qui che Fini fece il suo discorso più importante dopo la rottura con Berlusconi lo scorso settembre. Così, se da una parte Alfano difende a spada tratta la posizione dei tre («Si tratta di una decisione libera, scevra da interessi di parte, dettata da un importante segnale di condivisione di un progetto ambizioso, quello di riunire i moderati, e per questo coinvolgente»), i vertici di Futuro e libertà fanno quadrato attorno al loro leader nel tentativo di sminuire l’accaduto. «L’uscita da Fli di Urso, Ronchi e Scalia è una non-notizia, essendosi posti da tempo fuori dal partito. La notizia, semmai, sarebbe stata la loro volontà di lavorare per il partito» è il commento del vicepresidente Italo Bocchino. Qualcuno si chiede, invece, se dietro questa mossa c’è lo zampino del Cavaliere. Tra questi Roberto Menia che sottolinea «la singolare coincidenza» di lasciare Fli proprio in questi giorni di fuoco per Berlusconi, dal Lodo Mondadori alla bufera giudiziaria del caso Milanese: «Sembra che abbiano deciso di andar via su sollecitazione di qualcuno che oggi è in grossa difficoltà…». Nessuna sorpresa, dunque, anche se l’immagine di un partito che perde pezzi non è piaciuta a nessuno. «Loro hanno ritenuto di tornare sotto l’ala berlusconiana – commenta il capogruppo di Fli alla Camera Benedetto Della Vedova – Noi no perché non faremo mai la riserva berlusconiana». Eppure ora per Futuro e Libertà la faccenda si complica. Perdendo tre parlamentari il gruppo a Montecitorio passa da 29 a 26 deputati è in base ai regolamenti dovranno essere rivisti, in ribasso, i contributi economici dati dalla Camera al partito. Ma la cosa che più potrebbe spaventare i finiani è la perdita di peso nelle Commissioni parlamentari e nei rapporti con i colleghi dell’Udc. Per quanto riguarda le Commissioni ci potrebbero essere problemi in quella per le Attività produttive dove siede Urso e in quella per le Politiche dell’Unione europea dove ci sono sia Scalia che Ronchi anche se, almeno per quest’ultimo, già si ipotizza un prossimo rientro al governo. Ovviamente al ministero per le Politiche europee che da quando lui stesso lasciò il 17 novembre scorso non è stato più assegnato. Un posto che comunque Ronchi dovrà contendersi con il leghista Marco Reguzzoni che dovrebbe lasciare il posto al maroniano Giacomo Stucchi alla guida del gruppo alla Camera. Più delicata la situazione con l’Udc che non solo sta prevaricando su Fli per la gestione e organizzazione della costituente del Terzo polo che si terrà a Roma il 22 luglio, ma è mira delle attenzioni da parte del Pdl che commenta: «Lo sgretolamento di Fli si ripercuoterà anche sul progetto del Terzo polo, e Casini si sfilerà prima che sia troppo tardi». Alessandro Bertasi