REGALI ALLA SEGRETARIA DI FINI DA PARTE DELL’IMPRENDITORE CHE PAGAVA L’ALBERGO ALL’EX SOTTOSEGRETARIO MALINCONICO. MA FINI RSTA AL SUO POSTO, IMPERTERRITO .

Pubblicato il 11 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Per un Malinconico che si dimette a causa delle vacanze in hotel pagate dall’imprenditore della «cricca» Francesco De Vito Piscicelli, c’è qualcuno che non si dimetterà mai, nonostante le promesse passate.

Gianfranco Fini

Gianfranco Fini resta saldo sulla sua poltrona, incurante di Montecarlo e delle intercettazioni dell’inchiesta su G8 e Grandi eventi che hanno portato alla luce i rapporti tra lo stesso Piscicelli e il suo entourage, professionale e familiare. In particolare è la storica segretaria di Fini, Rita Marino, che viene più volte pizzicata a chiacchierare con Piscicelli di affari relativi all’appalto per la piscina di Valco San Paolo, una delle opere previste per i mondiali di nuoto del 2009.

L’imprenditore spende spesso il nome della Marino, e talvolta quello di Fini, anche per «sbloccare» situazioni delicate in Campidoglio. E sempre Piscicelli, stando a una relazione del Ros, a giugno 2008 parlando con l’altro imprenditore coinvolto nelle indagini, Riccardo Fusi della Btp, parla di un appuntamento con il fratello del presidente della Camera. «Ti cercavo di dire, stamattina – dice Piscicelli a Fusi in un’intercettazione – che lunedì alle 9 ho questo appuntamento con Massimo, il mio amico Massimo, eh… il fratello di Gianfranco». E il link con Fini lo fanno i carabinieri. «Il riferimento – scrivono – è molto probabilmente all’onorevole Gianfranco Fini, attuale presidente della Camera dei deputati. Il fratello Fini Massimo è coniugato con Patrizia (…) compare come socio della cooperativa Poliambulatorio Cave srl a cui è intestata la scheda telefonica 340… in uso a Massimo Fini».

Più abbondanti, come si diceva, i rapporti telefonici, e gli appuntamenti, emersi dalle carte dell’inchiesta a proposito di Piscicelli e Rita Marino, concentrati a cavallo tra fine 2009 e inizio 2010. Il 24 novembre, per esempio, ecco Piscicelli chiamare alle 10,48 il centralino di Montecitorio, che lo mette in contatto con la segretaria di Fini. P: «Rita, buongiorno, come sta?». M: «Buongiorno, bene, grazie, ha ricevuto tutto?». P: «Non ancora… va be’, ci vuole ancora qualche giorno». M: «Arriva, arriva». P: «Senta dottoressa, avevo bisogno di vederla un minuto per una cosa vitale, di una cosa importante che le devo parlare». M: «E io sono qua». P: «Mi dica lei quando vendo a disturbarla… domani mattina per lei va bene?». M: «Quando vuole». P: «Allora domani alle 10.30-11, va bene?». M: «Domani un attimo… allora, domani è 25, sì sì, va benissimo».

I rapporti sembrano stretti, se è vero che qualche giorno dopo, il 9 dicembre, quando il Rup (responsabile unico del procedimento) dei lavori per la piscina di Valco San Paolo, Enrico Bentivoglio, chiede a Piscicelli una strada per far incontrare Mauro Della Giovampaola col sindaco di Roma, Piscicelli taglia corto: «Vuole andare dal sindaco? E dobbiamo andare un attimo, fare un passaggio diverso (…) prendere Mauro, andare da Rita Marino e… vabbe’ mi organizzo».

Un’altra intercettazione mostra che il rapporto tra i due è bidirezionale. Parlando con un altro imprenditore di fondi da sbloccare, infatti, Piscicelli il 15 gennaio spiega: «Ieri mi stavo buttando giù, te lo giuro… no ma perché ti rendi conto che veramente, guarda, il nostro lavoro…era tutto fatto, pronto… il mandato alla ragioneria del Comune di Roma, mi chiama la mia amica (Rita Marino, ndr) della segreteria di Gianfranco (Fini, ndr) e va be’, dice: “corra là perché c’è qualcosa che non quadra”. Corro a vedere e questi mi dicono”(…) questo è un mutuo che dobbiamo fare” (…) per fortuna che dei 5,135 milioni del Comune (…) 3 e dispari sono mutuo…mentre un milione e mezzo è fondi».

A Rita Marino,  Piscicelli, per Natale, fa un bel regalo. Il 15 dicembre 2009, annotano i carabinieri, «informa la moglie che sta andando presso la gioielleria Bonanno per orientarsi sul tipo di regalo da fare per Rita, lasciando intendere che questo regalo è connesso con il pagamento del Sal per i lavori della piscina di Valco San Paolo».Fonte Il Giornale, 11 gennaio 2011

…………..Restiamo in attesa del solito e puntuale comunicato stmapa, magari a firma della moglia, nel quale Fini sosterrà che del regalo di Piscitelli alla sua segretaria lui non ne sa nulla…ma la sua segretaria quando chiamava se chiamava a nome di chiamava?

IL PDL E IL CASO COSENTINO

Pubblicato il 10 gennaio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Siamo chiari. Se giovedì’ la Camera voterà a favore dell’arresto in carcere dell’on. Cosentino, ex sottosegretario del governo Berlusconi e coordinatore regionale in Campania, al PDL non resterà altro da fare che staccare la spina al governo dei falsi tencici e interromepre la già innaturale maggioranza con quella parte della Camera che insegue impeterrita la sua vocazione giustizialistica e, sopratutto, vendicativa verso il centrodestra. Ci riferiamo al PD, senza peraltro dimenticare il compportamento ignobIle della Lega e dei suoi espoenti, dello stesso Maroni che da ottimo ministro dell’Interno sta per trasformarsi in un qualsiasi sbirro di stampo sovietico.L’arresto in carcere di Cosentino sulla scorta di accuse che lo stesso leghista Paolini ha definito “claudicanti” e il radicale Turco “del tutto infondate” è solo un ulteriore schiaffo al centrodestra, al PDL in primo luogo e poi alla sacralità del Parlamento già violentemente scossa dal caso Papa. Subire senza reagire che ciò accada e che il deputato Cosentino sia ristretto in carcere come un malfattore, senza che gli sia stato celebrato il processo e che le accuse contro di lui siano state provate, violentando il principio costituzionale secondo il quale ciascuno è innocente sinchè non sia stato emesso il verdetto finale di colpevolezza, significa violare la Costituzione e consentire ad un potere che tale non è, cioè quello giudiziario, di imporsi al di sopra del Parlamento che è sovrano perchè riceve l’investitura dal Popolo. E’ bene ricordare che i Padri Costituenti, spesso chiamati in causa ma di cui quando conviente se ne dimenticano gli insegnamenti, non a caso vollero nella Costituzione l’ex art. 68  il quale garantiva ai parlamentari l’immunità parlamentare senza escluderne le responsabilità. Sull’onda giustizialista di Tangentopoli il Parlamento suicidò se stesso, eliminando l’art. 68 della Costituzione cosicchè contravvenendo alle ragioni che avevano indotto i costituenti a prevederlo. Le conseguenze sono visibili ad occhio nudo. Prima Papa, ristretto in carcere per 100 giorni, senza processo e con accuse che per l’altro coindagato si sono conciliare con un patteggiamento ampiamente al di sotto della soglia per cui si poss andare al “gabbio”, ora Cosentino, con accuse che devono essere dimostrate in sede processuale, nel corso del dibattimento dove, come vuole la riofrma del processo penale, deve formarsi la prova. Al momento non ci sono prove ma solo tesi e non è possibile andare in galera per via delle tesi. Tutto ciò lo diciamo per Cosentino, lo abbiamo detto per Papa, lo avremmo detto anche per Penati, l’ex braccio destro di Bersani, accusato di accuse non molto dissimili, nella sostanza,  di quelle rivolte a Cosentino, ma per il quale nessuno ha chiesto l’arresto in carcere. Lo ripetiamo. Se giovedì la Camera dovesse acconsentire all’arresto di Cosentino,  al PDL non resterebbe altro da fare che tirarsi fuori da una maggioranza che più innaturale non potrebbe essere e svincolarsi da un abbraccio che potrebbe risultare mortale al termine di un esperimento di governo che peggiore non potrebbe essere. g.

FINI E LE VACANZE AI TROPICI. ECCO LA DIFESA DI LADY FINI, OVVERO LA TULLIANI

Pubblicato il 10 gennaio, 2012 in Costume | Nessun commento »

“Nessuno scandalo, il viaggio alle Maldive è stato pagato con denaro guadagnato onestamente”. In una intervista al settimanale Chi Elisabetta Tulliani parla del viaggio fatto con Gianfranco Fini a Capodanno.

Gianfranco Fini in vacanza al mare

“Siamo partiti per tagliare un traguardo importante: Gianfranco ha compiuto sessant’anni”, spiega la compagna del presidente della Camera. E sottolinea: “Siccome non capita tutti i giorni, abbiamo voluto festeggiare in una maniera gradevole”.

Sulle critiche rivolte dall’opinione pubblica nei confronti dei politici che hanno trascorso le vacanze di Natale ai tropici, la Tulliani ci tiene a sottolineare: “Io penso quello che pensa anche Gianfranco (ne abbiamo parlato, ed è un pensiero che ci accomuna), cioè che quando si paga con bonifici bancari, con denaro guadagnato onestamente, non c’è niente di scandaloso”. In molti, tuttavia, hanno giudicato la scelta di andare in vacanza alle Maldive poco sobria, specialmente se presa in un periodo di crisi economica. “Fare una vacanza l’anno non è che sia questo gran lusso”, replica la Tulliani.

Nei giorni scorsi Fini è finito sotto i riflettori dei media per aver mancato il funerale di Mirko Tremaglia. Anche in questo caso la Tulliani ci tiene a puntualizzare: “Gianfranco il 31 dicembre ha preso l’aereo ed è andato a fargli visita alla camera ardente, lo ha salutato per l’ultima volta, è stato molto toccato da questa scomparsa. E’ partito alla volta di Bergamo anche se noi avevamo il nostro volo il giorno dopo”. Fonte: Il Giornale 10 gennaio 2012

.….Avevamo già duramente stigmatizzato altri caporioni della “casta”,  da Schifani (PDL) a Casini (UDC) a Rutelli (Terzo Polo) per la loro totale mancanza di sensibilità verso un intero popolo,  costretto a sacrifici vergognosi per sanare i debiti prodotti dalla spesso dalla politica e ancor più spesso dgli intrecci tra politica e affari, ed essersene andati a fare le vacanze di Natale o Capodanno alle Maldive, in un resort superlusso, di certo pagato con i loro soldi, ma comunque grave sotto il profilo morale e comportamentale. Ora ci si mette anche la signora Tulliani, più note alle cronache rosalspinto per i suoi passati amorazzi con il piuttosto rotondetto e attempato Gaucci (ma anche Fini ha 60 anni: alla signora piacciono attempati anzichèno) a moraleggiare sulle sue di vacanze in compagnia di Fini anche loro due alle Maldive, al sole, mentre al ghiaccio delle casse vuote sono rimasti gli italiani. Sono soldi onesti!?! Certo, quanto lo sono i ricchi stipendi dei parlamentari italiani, e ancor più ricco quello del presidente della Camera che dopo aver annunciato la sua presenza ai funerali di Teremaglia, ha preferito gli atolli asiatici. Povero Tremaglia. Non foss’altro che per aver seguito Fini nell’ultima penosa avventura, compromettendo il suo passato di “ragazzo di Salò″ finito coll’essere ascaro di una manovretta sotto la regia dei postcomunisti che  quelli di Salò hanno  sempre definito poco peggio che carogne, Tremaglia meritava più di un saluto, anche una rinuncia. Ma si sa. Per un pelo di donne ci si può dimenticare di onorare gli amici, anzi, i camerati Ma Fini è mai stato amico di qualcuno? g.

INCREDIBILE, ORA SI E’ RAZZISTI SE DICI DI ESSER EITALIANO

Pubblicato il 10 gennaio, 2012 in Costume, Cronaca, Politica | Nessun commento »

Mai più vantarsi del made in Italy. Questo tricolore che tanto sbandieriamo, soprattutto negli ultimi mesi di enfasi unitaria, sta diventando scomodo. Abbiamo vissuto anni in cui il solo pronunciare la parola patria e mettere alla finestra una bandiera diventava oggetto di caccia all’uomo: era, quella, la stagione di una certa egemonia, che eliminava come nostalgie fasciste anche le più elementari espressioni di identità nazionale.

Macelleria di Treviglio (Bergamo)

In seguito la storia ha un po’ camminato. Prima gli slanci repubblicani e risorgimentali di Ciampi, poi tutto il fritto misto del centocinquantesimo anniversario, in qualche modo hanno ripulito la bandiera dalle sovrastrutture ideologiche, restituendole la sua missione originaria di unire, non certo di dividere. Un buon lavoro di tutti quanti. Ma potrebbe essere inutile. La luna di miele sembra già finita: improvvisamente, esibire il tricolore e proclamarsi italiani procura una nuova patente, nemmeno così nuova, nemmeno così originale, più che altro buona per tutti gli usi e per tutte le occasioni: razzismo. Né più, né meno.

È L’Eco di Bergamo a raccontare l’esperienza surreale di Antonino Verduci, macellaio in Treviglio, vetrina direttamente sul centro storico. Non è ben chiaro come e perché, ma ad un certo punto le sue vendite hanno cominciato a scendere in modo preoccupante, per via di un’inspiegabile nomèa nata attorno al negozio: è gestito da marocchini musulmani, si raccontava in giro, magari vende carne particolare che arriva da chissà dove.

Stanco di passare per quello che non è, bravo o cattivo che sia come venditore, comunque non straniero, il macellaio ha dunque deciso di avviare una personalissima campagna pubblica, «per fare chiarezza, per evitare qualsiasi equivoco»: sul vetro del suo negozio sono comparsi un tricolore e un cartello molto chiaro, «Macelleria italiana».

In modo istintivo e artigianale, la mossa del macellaio è un po’ quella che si vedono costretti ad adottare i costruttori di biciclette nostri per distinguersi dall’invasione dei prodotti asiatici: «Bicicletta tutta made in Italy», scrivono sui loro telai. Lo stesso fanno gli scarpari, i sarti, gli stessi fornitori di alimentari. Contro la marea dei prodotti più o meno taroccati, più o meno sottocosto, e comunque di provenienza esotica, l’ultima frontiera delle nostre aziende è puntare tutto sulla propria italianità, che per fortuna significa ancora qualcosa.

Questa l’intenzione del macellaio trevigliese, ma evidentemente anche l’intenzione più elementare, in questa era di perbenismo conformista e di buonismo tanto al chilo, diventa un boomerang pericoloso. Neppure il tempo di farsi la vetrina made in Italy e il macellaio si ritrova messo al muro, al muro più odioso dell’epoca moderna, quella rete dei social-network dove tanta bella gente sfoga tutta la sua furia inquisitrice, fustigatrice, moralizzatrice, senza mai esporsi e rimetterci in proprio. Il popolo di Facebook, come viene troppo rispettosamente definito, prontamente lancia la sua fatwa: «Orrore», «Macellaio razzista», «Boicottiamolo», «Ricorda la scritta negozio ariano ai tempi del nazismo», e via bombardando. Italiani e marocchini, più italiani che marocchini, tutti a lapidare il razzista del tricolore. In nome della vigilanza permanente antirazzista, il pessimo soggetto va perseguitato pubblicamente. Magari, dipingiamogli un marchio indelebile sullo stipite o sulla saracinesca: a suo tempo funzionava….

Diciamolo: forse dovremmo smetterla di dare tanto peso all’eminente popolo della rete. Sinceramente, sta diventando un termometro troppo autorevole per tutto, dalla politica al costume, dalla cultura alla giustizia. Stiamo attribuendo a questa massa informe e anonima, che lancia i suoi siluri da chissà dove, il ruolo di ago della bilancia su qualunque fenomeno e su qualunque questione. Anche in questo caso, la denuncia contro il macellaio razzista mobilita anime troppo equivoche e sfuocate, perché davvero l’Italia intera debba sentirsi così malmessa. Purtroppo, però, vale la famigerata regola: infanga infanga, qualcosa resterà. Così, alla riapertura del lunedì mattina, la macelleria tricolore si ritrova in qualche modo sotto protezione, con passaggi di volanti della Polizia a scanso di effetti collaterali.

Anche questo è un segno dei tempi: dal lontano pregiudizio verso le insegne «Macelleria islamica» siamo arrivati alla «Macelleria italiana» sotto scorta. Bello: potremo tutti raccontare ai nostri nipoti che ad un certo punto, chissà come, dichiararsi italiani significò essere razzisti. Purtroppo, noi c’eravamo. Il Giornale, 10 gennaio 2012

…..Lasciamo il commento ai nostri lettori. Piuttosto, chissà se il presidente Napolitano assai sollecito nel fare telegrammi e andare in visita, uno di telegrammi lo manderà al macellaio di Treviglio, magari per ordinargli un chilo di filetto da mettere in tavola al Quirinale. E quanto alle visiste , ci piacerebbe che egli partecipasse ai funerali dei due anzini coniugi baresi che ieri l’altro si sono lasciati morire causa la miseria, abbandonati da tutti, compreso lo Stato capace di pretendere sacrifici e altrettanto incapace di comprendere e alleviare  i disagi. Questo Stato può piacere a Napolitano, ma non piace a noi. g.

TRA LA LEGA E I RADICALI E’ MEGLIO FIDARSI DEI RADICALI

Pubblicato il 10 gennaio, 2012 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Nicola Cosentino
Tra poco la Giunta per le Autorizzazioni della Camera voterà sull’autorizzazione all’arresto del deputato campano del PDL Nicola Cosentino. Ha fatto rumore e sopratutto ha creato attesa la decisione della Lega, annunciata da Maroni, che i suoi due rappresentanti in seno klla Giunta voteranno per l’arresto il che fa dichiarare al deputato Paniz del PDL che il voto favorevole all’arresto sembra inevitabile. Ma a sorpresa è arrivato l’annuncio che il componente radicale della Giunta, il deputato  Turco, eletto nel PD, voterà contro l’arresto. Ma ancor più clamore ha susictato il contenuto della sua dichairazione che apre scenari di polemica ben più gravi che non quelli suscitati dalla decisione dell’Aula, complice la Lega, di mandare in galera il deputato Papa.
Ha dichiarato l’on. Turco: “Ritengo che la richiesta di esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del collega sia infondata e frutto di un obiettivo fumus persecutionis. Sino al 2005, cioé sino a quando l’on. Cosentino non ha ricoperto un ruolo politico di livello nazionale, le strade del clan dei Casalesi e dell’on. Cosentino non si sono mai, neppure per sbaglio, incrociate. Nessuna traccia nei procedimenti e nei saggi. Oggi l’on. Cosentino viene accusato di condotte che non hanno, in sé, alcun rilievo penale e delle quali l’on. Cosentino ha fornito ampia ed esaustiva spiegazione nelle memorie depositate presso questa commissione e che, se vorrà, mi incaricherò di rendere pubbliche”. “Gli inquirenti prima ed il GIP poi – aggiunge  l’on. Turco- vestono queste condotte di rilevanza penale in relazione alla circostanza per la quale l’on. Cosentino sarebbe addirittura il referente politico nazionale del Clan dei Casalesi; affermazione questa che però appare essere del tutto apodittica e slegata da qualsiasi accertamento concreto di un qualsivoglia fatto specifico. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che svolgono chiamate di correo nei confronti del collega, senza peraltro attribuirgli mai fatti concreti specifici, oltre a non essere supportate da alcun riscontro obiettivo ed individualizzante – per quanto emerge dalla stessa lettura dell’ordinanza di custodia cautelare – appaiono essere in diversi punti platealmente smentite da dati storicamente accertati di segno assolutamente diverso”.
E’ una dichiarazione e una convinzione  che vengono da parte di un deputato che non appartiene all’area dellon. Cosentino nè può essere minimamenter accusato di qualsivolgia connivenza con lo stesso. E’ parte di quella pattuglia di deputati che sebbene eletti nel PD hanno sempre svolto liberamente il proprio mandato aprlametnare ed elettorale. Sopratutto le dichiarazioni dell’on. Turco rendono molto difficili le decisioni di quei parlamentari, in primo luoogo quelli della Lega, che con il loro voto potrebbero determinare un secondo vulnus al Parlamento dopo quello di Papa e compiere una probabile ingiustizia. Riteniamo che come Papa, anche Cosentino non possa nè scapapre, nè inquinare le prove per cui il suo arreso è del tutto inutile e forse solo di natura spettacolare tesa a ulteriormente minare la credibilità del potere politico rispetto a quello giudiziario. La Magistratura inquirente ha il diritto di rinviare a giudizio Cosentin, o ma incarcerarlo senza che ci siano le certezze sulla sua  condotta e sulla sua colpevolezza, che solo il processo può stabilire,  è un fatto immorale e barbaro. g.

IN SEMILIBERTA’ UNA DELLE BESTIE DELLA UNO BIANCA

Pubblicato il 9 gennaio, 2012 in Costume, Cronaca | Nessun commento »

Semiliberta’ per Marino Occhipinti. Fu condannato all’ ergastolo per omicidio guardia giurata. I parenti delle vittime sono  ‘fuori dalla grazia di Dio’

VENEZIA – Marino Occhipinti, uno dei componenti della ‘banda della Uno bianca’  che seminò terrore e morte a Bioklogna e dintorni,   condannato all’ergastolo, ha ottenuto la semiliberta’ dal Tribunale di sorveglianza di Venezia. L’ordinanza e’ stata depositata dopo che e’ stata emessa in camera di consiglio, come si apprende da autorevoli fonti del Tribunale stesso.

Occhipinti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio della guardia giurata Carlo Beccari, compiuto durante un assalto ad un furgone portavalori davanti alla Coop di Casalecchio (Bologna) il 19 febbraio 1988. Occhipinti, ex poliziotto della Squadra mobile di Bologna, è in carcere a Padova dal 1994 ed ha già usufruito di un permesso nel 2010.

PARENTI VITTIME: FUORI DA GRAZIA DIO – “Siamo fuori dalla grazia di Dio”. Questa la reazione di Rosanna Zecchi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Uno Bianca, informata della semilibertà ottenuta da Marino Occhipinti. “Gli auguro solo – ha detto al telefono con l’ANSA – di non pentirsene”. La notizia “amareggia” l’associazione, anche se dopo la richiesta fatta nei giorni scorsi “io me lo immaginavo, ma speravo che tenessero conto di quello che lui ha fatto. Ne prendo atto, ma sono perplessa. Non so cosa dire”. Forse la decisione del tribunale è dovuta, ha detto ancora Zecchi, “a questa cosa che vogliono liberare le carceri”. Occhipinti, ha sottolineato la presidente dell’associazione, “ha ucciso una persona, un giovane. Poi si è dissociato dicendo che fu un atto di debolezza. Ma non è stato così: è stato zitto per sette anni. Se avesse parlato, altri si sarebbero potuti salvare. Lui sapeva che cosa agiva nella questura di Bologna”.

PADRE DI BECCARI: MARCISCA IN GALERA – “Non accetto niente. Lui deve star dentro, deve marcire dentro”. Così Luigi Beccari, anziano padre di Carlo, ucciso dalla Banda della Uno Bianca, ha commentato la notizia della semilibertà ottenuta da Marino Occhipinti. Che è stato condannato all’ergastolo proprio per l’omicidio della guardia giurata, compiuto durante un assalto ad un furgone portavalori davanti alla Coop di Casalecchio, alle porte di Bologna, nel 1988. “Sono avvelenato, siamo tutti avvelenati”, ha spiegato Beccari. “Mi hanno detto – ha aggiunto – che sua madre vuole venire in casa mia, a chiedere perdono. Ma quale perdono, quali scuse? Io ho un figlio morto, e ora sono solo, in una carrozzina. Mia moglie è in una casa di riposo e non abbiamo nessuno. Quel delinquente lì deve stare dentro”.Fonte ANSA, 9 gennaio 2012

..…..Siamo vicini ai parenti di questa e delle altre vittime degli ex poliziotti della Questura di Bologna che per passare il tempo organizzavano rapine e uccisioni a freddo. Presi sono stati condannati all’ergastolo, cioè, come si scrive in questi casi, “fine pena mai”, Invece prima del previsto è arrivata la fine della pena, perchè come è consuetudine della magistratura italiana ora è stata concessa la semilibertà, cioè di giorno fuori e di notte in galera, ma tra breve si passerà alla libertà vigilata e quindi alla libertà totale. Alla faccia della povera guardia giurata che facendo il suo dovere per un misero stipendio ci rimise la vita. A Lui, alla vittima, come alla altre vittime,  non c’è possibilità che qualcuno gliela restituisca la vita come la si sta restituendo ora a uno degli assassini, e poi a tutti gli altri. E poco importa che, come sostiene il legale dell’assassino, si sta solo applicando la legge. Ebbene, è la legge che è sbagliata e va cambiata. g.

MALINCONICO SI DIMETTA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 9 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Il sottosegretario del premier, chiamato a giustificarsi, è incappato in una serie di contraddizioni. E i ministri dell’”urgenza” non hanno fretta di pubblicare i loro redditi

Carlo Malinconico, sottosegretario di Monti, ha raccontato un paio di bugie e fatto ben più di una omissione cercando di spiegare come mai le sue lussuose vacanze in Argentario siano state pagate da imprenditori un po’ spregiudicati e al centro di alcuni scandali che riguardano appalti pubblici.

Di cose pubbliche Malinconico se ne intende, ha un curriculum dentro l’amministrazione dello Stato che non finisce più e che comprende pure due anni da braccio destro dell’allora premier Romano Prodi. Eppure, nonostante queste frequentazioni politiche vecchie e nuove, importanti e austere, ha pure lui il vizio di non sapere chi gli paga le cose. È in buona compagnia, successe di recente a un prestigioso ministro del governo precedente. Ci riferiamo al caso Scajola, che inciampò nel pasticcio della casa vista Colosseo che non sapeva bene chi gli aveva pagato (e che, coincidenza, veniva più o meno dallo stesso giro di Malinconico, imprenditori generosi con i politici). Ci sono però due differenze tra i casi in questione. La prima, evidente, è tra casa e vacanze. La seconda è che Scajola si dimise, Malinconico pare non abbia nessuna intenzione di farlo. Ricordo che fummo proprio noi del Giornale i primi, tra lo stupore generale, a chiedere le dimissioni di Scajola. Pensavamo che un ministro che si trova in un pasticcio e che per spiegarlo ci mette una pezza che è peggio del buco debba trarne le conseguenze, a maggior ragione se ci sono di mezzo soldi, privilegi e rapporti poco trasparenti. Rispetto a quel maggio 2010 non abbiamo cambiato parere. Politicamente, ancor prima che per l’aspetto penale,la posizione del ministro era indifendibile perché gli italiani perdonano molto ma non tutto. E tra quel poco su cui non transigono ci sono proprio i privilegi della casta nella vita privata, a partire proprio da casa e vacanze. Per questo vorremmo sentire il parere sul caso Malinconico del premier Monti. Un pasticcio del genere inzuppato pure di bugie è conciliabile con l’etica, il rigore e la serietà che il governo sta chiedendo a tutti gli italiani? Noi pensiamo di no, pensiamo che Carlo Malinconico debba lasciare subito l’esecutivo, come fece Scajola con grande dignità. Non vorremmo che in nome dello spread passasse anche il principio della doppia morale: una per giudicare l’operato dei ministri di Berlusconi; l’altra, molto più lasca, per quelli del governo Monti (che ancora, nonostante la promessa, non hanno depositato la denuncia dei loro ingenti patrimoni). Alessandro Sallusti, Il Giornale 9 gennaio 2012

………..Questa del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Malinconico, (anche il cognome fa la sua parte…) è una brutta faccenda. Ci sembra che le dimisisoni siano un obbligo e anzi ci meraviglia che non le abbia già datre e ancor più ci meraviglia che il funereo superMonti che un giorno o l’altro sarà chiamato a fare la pubblicità delle Pompe Funebri non abbia immediatamente dimesso il suo sottosgretairo. Non erano loro che dovevano essere al di sopra di ogni dubbio o sospetto? g.

QUANDO MONTI PROMETTEVA TRASPARENZA…

Pubblicato il 9 gennaio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Il 16 novembre, scorso, giorno dell’insediamento a Palazzo Chigi, Mario Monti ostentava trasparenza da parte della compagine del suo governo. A distanza di due mesi, i casi Patroni Griffi e Malinconico, così come la mancata pubblicazione dei redditi dell’esecutivo, smentiscono il premier e la dichiarazione di due mesi fa sembra ormai una barzelletta

Quando si tratta di predicare trasparenza sono tutti fuoriclasse. Al momento di applicarla invece vanno fuori pista. Nella conferenza stampa di insediamento a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio Mario Monti aveva ostentato trasparenza cristallina.

Il governo Monti

Aveva rigettato ogni accusa di conflitti di interesse all’interno della sua compagine di governo e promesso la pubblicazione dei patrimoni di ministri, viceministri e sottosegretari.

A distanza due mesi, le promesse non sono state mantenute.

Non solo. I casi di Patroni Griffi e Carlo Malinconico offuscano i propositi di trasparenza dell’esecutivo. Il primo, oltre a incassare il doppio stipendio (è titolare della Funzione pubblica e presidente di sezione del consiglio di stato, in aspettativa da una vita) e ad aver pagato 177.754 euro nel 2008 per 109 metri catastali al primo piano di uno stabile con spettacolare vista sul Colosseo, in tema di trasparenza raggiunge persino il paradosso. Perché se quando era consulente aveva online il suo compenso, da quando è ministro ha pensato bene di eliminarne ogni traccia.

Il secondo invece è andato in vacanza in un hotel a cinque stelle del’Argentario. Costo: 9800 euro. Una vacanza pagata a sua insaputa, come lui stesso ha dichiarato: “Volevo pagare, ma qualcuno l’aveva già fatto e quando mi sono rivolto al direttore per sapere chi fosse, mi ha risposto che non poteva dirlo per rispetto della privacy”. Giustificazioni che vanno a sbattere con le contraddizioni nelle sue dichiarazioni.

Il benefattore del sottosegretario fu l’imprenditore Francesco de Vito Piscicelli, come lui stesso ha raccontato al Fatto quotidiano. Piscicelli è uno degli amici di Balducci e della solita cricca. Sia in un caso che nell’altro ci sono impressionanti analogie con la vicenda Scajola (la casa davanti al Colosseo e i conti pagati “a sua insaputa”), ma c’è anche una differenza esiziale: Scajola si dimise, Malinconico sembra non abbia intenzione di farlo. Domenico Ferrara,  Il Giornale 9 gennaio 2012

L’UNGHERIA SOTTO ATTACCO DELL’U.E., PROPRIO COME BERLUSCONI

Pubblicato il 8 gennaio, 2012 in Politica estera | Nessun commento »

Il premier ungherese Orban sotto attacco perché vuole cambiare la Costituzione. Ma è l’Europa il vero regime illiberale: è un’unione monetaria ma vuole dettare legge in ogni campo e in tutti i Paesi

Chi ha paura di Viktor Orban? Chi aveva paura di Silvio Berlusconi? Chi ha paura dei vescovi cattolici? Chi ha paura che le nazioni, i popoli, i costumi, le culture, le idee, le fedi d’Europa sopravvivano e anzi vivano in modo non folcloristico, come pegno di sovranità, come elemento di diversità e di ricchezza?

Il premier ungherese Viktor Orban

Il premier ungherese Viktor Orban

Il premier ungherese ha cambiato la Costituzione e apertamente rivendicato la necessità di nuove regole, di un nuovo regime politico. Non ha attaccato le libertà civili, non ha violato la sovranità delle Camere di una Repubblica parlamentare, al contrario l’ha fatta funzionare in modo aperto e radicale; non ha abolito la libertà di stampa o di culto, non ha espropriato la proprietà individuale, non ha annullato la funzione giudicante, non ha messo in mora i partiti; ha reso la Banca centrale magiara che batte una moneta nazionale responsabile di fronte al Parlamento, meno vicina a una logica sovranazionale di mercato, come accadeva in Europa ancora vent’anni fa senza strepito e senza scandalo.

Si può criticare, attaccare, Orban, e si può diffidare di lui. Ma non esistono un potere e una ideologia che gli corrisponda, sul piano europeo e mondiale, che abbiano titoli per impedire il libero esercizio della democrazia ungherese. Forzare la situazione verso una crisi, ieri in Italia oggi in Ungheria, è diverso da un richiamo ai valori universali, è il tentativo di strangolare un meccanismo decisionale democratico in nome di qualcosa di oscuro, di non normato, di non convalidato da alcuna legittimità, e cioè un potere burocratico, tecnocratico, che vuole ordinare la storia senza avere la chiave per farlo. Berlusconi aveva cambiato la costituzione materiale italiana, cambiando la natura politica del regime nel senso del sistema maggioritario, un processo di uscita dal modo di funzionare dellavecchia repubblica dei partiti assai meno impegnativo della svolta ungherese ma altrettanto allarmante per le eurocrazie. È durato di più di quanto prevedibilmente durerà l’esperimento di Orban e della sua maggioranza di due terzi, ma anche a lui sono toccati la delegittimazione, la corrosione sistematica da parte di un fronte interno saldato a un fronte esterno, l’aggressione giudiziaria, la gogna intellettuale e morale, infine lo scherno a un passo dalla cacciata.

Quanto ai vescovi cattolici, e allo stesso papato, c’è una lunga storia di delegittimazione giuridica e civile dello spazio pubblico della religione che parte dal Parlamento europeo e dall’Onu: anche qui si vede all’opera l’intolleranza paragiacobina di un’ideologia dottrinaria, confusa ma possente e mobilitante, in nome della difesa arcigna e intollerante di ogni aspetto della secolarizzazione del costume, dello spirito e dell’etica familiare e matrimoniale, per non parlare della biopolitica e della questione dell’aborto e del maltrattamento della vita umana dalla nascita alla morte. Non c’è bisogno di essere seguaci del partito di Orban o di Berlusconi o di Ratzinger per capire che l’Europa e in genere i poteri sovranazionali, tra i quali le organizzazioni che dominano i mercati finanziari, si stanno da anni allargando oltre i limiti del consentito, da un punto di vista liberale.L’Europa della moneta è in crisi, ma vuole dettare legge in tutti i campi nel momento stesso in cui non riesce a governare la sua vera ragion d’essere, che è un mercato unico, un regime di cooperazione e concorrenza ben regolato, una disciplina di bilancio comune che sia capace di sostenere l’uno e l’altra. Gli stessi che hanno considerato criminale l’interventismo politico e militare degli occidentali a contrasto del terrorismo binladenista e delle sanguinarie tendenze jihadiste che pervadono la umma islamica, ora invocano l’ingerenza politica e correzionale per dannare con iperboliche e false accuse di populismo e fascismo, o di oscurantismo, ogni elemento della storia europea e globale non riconducibile al pensiero unico corrente.

Io credo che i diversissimi tra loro Orban e Berlusconi non siano vittime di complotti, e che la chiesa cattolica sa difendersi benissimo da sé, e non voglio cambiare le carte in tavola, non voglio impedire il libero esercizio della critica e della lotta politica. Ma la strategia di schiacciamento del diverso è il primo nucleo di un regime, quello sì illiberale, che nessun popolo europeo, nessuna nazione e nessuna democrazia di mercato hanno mai nemmeno lontanamente immaginato.

Burocrazie e media non possono prendere il posto delle sovranità e delle libertà che fanno parte della nostra storia comune. Giuliano Ferrara, Il Giornale, 8 gennaio 2012

IL PROFESSORE (MONTI) LO SA: E’ UN DISASTRO, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 7 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Meglio tardi che mai. Anche Mario Monti ha compreso che i guai italiani ( debito pubblico a parte) non dipendono tanto dalla nostra incapacità di reagire alla crisi internazionale, quanto dal marasma dell’Unione europea che sta inghiottendo l’euro con conseguenze drammatiche.

Il governo Monti

Il premier, visto il crollo della Borsa e le crescenti difficoltà interne, giovedì è corso a Bruxelles nella speranza di avere lumi dalla Comunità. Ma non pare che la luce si sia accesa. E ieri, come previsto, si è incontrato con Nicolas Sarkozy. Scontato il tema della discussione fra i due: come faremo a salvarci?

La situazione, infatti, nonostante gli sforzi dei vari Paesi membri, non è migliorata rispetto a mesi orsono. L’Italia, in particolare, non riesce a trovare una via d’uscita. Molti si erano illusi che il ritiro di Silvio Berlusconi avrebbe avuto effetti benefici non solo sui mercati ma anche sull’economia. Qualcuno, come Rocco Buttiglione (per citarne uno), si era addirittura lanciato in previsioni esaltanti: «Se il Cavaliere toglie il disturbo, lo spread guadagnerà 300 punti». Ullallà! Nemmeno per sogno. Lo spread continua imperterrito a viaggiare sopra quota 500 e non accenna a scendere. Come mai?

Evidentemente il problema non era a Palazzo Chigi e neppure delimitato dai patrii confini. Il nuovo governo prima ancora di esordire con un provvedimento era statoosannato. Poi incoraggiato, e ancora applaudito. La manovra solo tasse e niente tagli alla spesa corrente ( eccettuate le pensioni), propagandata dalla stampa come indispensabile alla sopravvivenza, ha messo invece in ginocchio parecchi cittadini e non ha aiutato l’Italia a rialzarsi. L’agognata fase due, quella che dovrebbe stimolare la crescita economica, è di là da venire. Se ne parla. Le si attribuisce un potere taumaturgico. Ma finora è soltanto un sogno.

Le indiscrezioni trapelate sui contenuti delle misure, posto che siano fondate, sono deludenti: la riforma del lavoro è vaga e si ha l’impressione che sia destinata a rimanere una buona intenzione; le liberalizzazioni sono all’acqua di rose e riguardano poche categorie, le meno tutelate dalle lobby: farmacisti, tassisti, edicole. Roba minima che, fra l’altro, susciterà proteste a non finire. Insomma, l’impresa dei celebrati professori si sta rivelando più difficile (con esiti al momento fallimentari) di quanto si pensasse.D’accordo,bisogna dare ai ministri il tempo per riordinare le idee. Ma il tempo passa (quasi due mesi se ne sono andati) e di idee neppure l’ombra. Tant’è che la sfiducia e il pessimismo stanno subentrando all’entusiasmo iniziale.

A Monti cominciano a ballare i cerchioni. E lui si renderà conto che rischia di perdere la partita, se non l’ha già persa. Per quanto assai convinto dei propri mezzi, il bocconiano, proprio perché esperto, avvertirà le minacce che gravano sull’Europa e se ne preoccuperà, anche se è attrezzato per dissimulare i suoi timori. Lodevole il comportamento freddo e distaccato del premier, però le grane sono più grandi di lui, come erano più grandi di Berlusconi.
L’implosione dell’euro è dietro l’angolo ed è probabile avvenga presto. Ventisette Paesi, ciascuno con storie, lingue, economie e potenzialità diverse, non si tengono insieme con una moneta unica che non rappresenta nessuno di essi. Ci vorrebbe un miracolo. Ma non sarà certo Monti a compierlo. È un bravo professore, non un dio. Vittorio Feltri, Il gIORNALE, 7 GENNAIO 2012

…………Feltri non lo dice (o meglio, non lo scrive) ma c’è chi giura che Monti ha i giorni contati. Non tanto per l’evidente fallimento del suo esperimento che non ha fermato la caduta delle Borse e l’impennata dello spread oggi a 525 punti, ma perchè si avvicina la decisione della Consulta sui referendum elettorali proposti da Di Pietro. Se la Consulta il prossimo 11 gennaio dichiarerà ammissibili i due refrendum che mirano ad abrogare la legge Calderoli ripristinando il vecchio mattarellum, i partiti, tutti, meno il Tezo Polo che continuerà a piroettare sulla scena della politica sapendo che il suo no è inifluente, tutti i partiti che hanno sostenuto Monti gli staccheranno la spina per andare a votare subito con l’attuale legge elettorale che  ufficialmente non piace a nessuno ma che consente ai partiti di nominarsi i propri scudieri in Parlamento. Il che non solo consentirà ai partiti, a prescindere da chi vince, di continuare a colonizzare il Parlamento ma eviterà che gli italiani li affossino con il voto plebiscitario a favore della abrogazione della legge Calderoli, aprendo la strada al sicuro e successivo successo elettorale di Di Pietro e della sinistra radicale. Chi vivrà, vedrà! g.