ODE AL BULLO, di Annalena Benini

Pubblicato il 15 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Monti si sente un incrocio tra Schuman e Spinelli, altro che alto e sobrio tecnocrate

Bisognava capirlo nel momento in cui disse: “Preferisco che ascoltiate, anziché applaudire”. Era il giorno del debutto di Mario Monti al Senato, e l’aria da alto e disciplinante tecnocrate velò al pubblico l’anima un po’ bulla, che si faceva già beffe dei senatori (io non ho bisogno di applausi, a differenza vostra, io ho delle cose da spiegare che fareste bene a memorizzare, cari i miei piccoli inadeguati contadinelli). Poi lui ascoltava e ascoltava, prendeva appunti, immobile, ruotava il busto quel minimo necessario per intercettare la traiettoria dell’onorevole parlante di turno, non aveva bisogno né di sbattere le palpebre o respirare né di andare in bagno a incipriarsi il naso (in sedute da otto ore circa). Si stava riscaldando. Sparava una battuta qui e là, “Vespa, non sono qui per compiacere lei”, “Fornero, commuoviti ma correggimi”, “Cronista, faccia pure le sue domande” (tanto io non le risponderò mai, miserello), “Come ho già detto prima che lei arrivasse” (in ritardo), “I premier passano, i professori restano”, ma sembrava solo il retaggio universitario (gli studenti di Monti arrivavano terrorizzati agli esami), l’abitudine a trattare con esseri inferiori. Quest’abitudine quasi secolare, unita evidentemente alla sensazione di essere un incrocio molto riuscito fra Robert Schuman e Altiero Spinelli, un ego per niente sobrio insomma, hanno liberato il bullo (intellettuale) che è in lui. “Scusatemi se valorizzo il Parlamento”, ha detto ieri il premier, ironico, al Senato, durante le proteste della Lega: “Dal punto di vista metodologico, cosa diversa è semplicemente, come certo è facile e magari appagante fare in casa nostra, scagliarsi contro la supremazia di certi paesi e presentare proposte in modo tale che ci sia l’assoluta sicurezza che vengano respinte”, cioè autodistruggersi stupidamente, altro è fare “un lavoro pedagogico che in passato l’Italia non ha molto tentato” (Monti, a differenza dei predecessori incapaci e pasticcioni, prenderà per mano l’Europa e le insegnerà il mondo passo passo). Ieri è toccato all’Europa, l’altroieri all’Italia: alle ventidue (un bell’orario, un’ottima alternativa alla fiction e alle televendite) Monti ha presentato il maxi emendamento e ha fatto qualche precisazione forzuta, gliele ha cantate insomma (per l’occasione il volto ha quasi tradito un’espressione).

“Rifiuto risolutamente l’idea che questa sia solo una manovra di meccanica fiscale”, innanzitutto: Monti ha spiegato di avere introdotto cose mai pensate prima da quegli altri bifolchi. “Non occorrevano professori per questa manovra, verissimo, parole sacrosante, ma allora perché non l’avete fatto voi?” (e di nuovo, per i sordi: “Perché non l’avete fatto voi?”). Perché non l’avete fatto voi, poveri disperati? Perché “eravate paralizzati, sennò non saremmo arrivati noi, non ci avreste chiamati. Io spero (sottotitolo: non credo) che torni presto il tempo in cui non avrete bisogno di professori o di tecnici, il tempo in cui voi sappiate guardare abbastanza lontano per fare le cose che servono”. Se avesse avuto più tempo, se non fosse stato così tardi, Mario Monti avrebbe chiesto l’interdizione legale di tutto il Parlamento per manifesta incapacità. Invece li ha solo bocciati tutti, con sadismo professorale. Annalena Benini, Foglio quotidiano, 15 dicembre 2011

.…..Annalena Benini ha una rubrica fissa su Panorama, all’ultima pagina. Confessiamo che quando riceviamo il settimanale è la prima che leggiamo, poche riga dedicate al costume, al vivere quotidiano, qualcuno direbbe al vivere civile. Ci piace come affronta le questioni più spinose, per esempio le spiritosaggini senza nè capo nè coda di Benigni da Fiorello. Questa nota su Monti, a metà tra l’ironico e il sarcastico,  ce lo racconta come noi stessi l’abbiamo visto, da subito, spocchioso, vanitoso, e falso, nel senso che mentre ti liscia ti accoppa. Sprizza superbia da tutte le parti ma la nasconde dietro una ipocrita maschera di uomo dedito agli altri. Invece degli altri, leggi lavoratori e pensionati di questo Paese, poco se ne impipa e fa ricadere su di loro, la mannaia delle tasse e dei costi,  ciò che gli altri non hanno fatto, non hanno saputo, forse, di certo nonhanno voluto.  Lo rivedica come un merito quando si tratta solo di disprezzo mascherato da preoccupazione. Che paghino quelli che a differenza sua non han potuto godere di vantaggi e privilegi, e poco conta che, pagando, i lavoratori e i pensionati finiscono sul lastrico. Purchè egli, il “bullo” possa dire di sè: sono bravo.  Complimenti. Si può essere bravi in due modi: o sacrificando se stesso agli altri, o sacrificando gli altri a se stesso. Monti, il “bullo”, ha scelto quel che più a lui conviene. Indovinate quale? g.

DALLE TASSE CHE CI SONO AI TAGLI CHE NON CI SONO

Pubblicato il 14 dicembre, 2011 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Ormai è fatta per Monti. Nelle prossime ore, dopo il dibattito parlamentare  che non riserverà sorprese e che vedrà tante anime belle far finta di piangere sui morti viventi quali sono i lavoratori e i pensionati italiani, la Camera, salvo sussulti dell’ultima ora, approverà, con o senza ricorso al voto di fiducia, la manovra di sangue e lacrime che il governo dei superbravi ha messo su nei giorni che vanno dal loro innalzamento sulle poltrone ministeriali ad opera del Re e Imperatore Giorgio 1° ad oggi. Il decreto “salva Italia”, come pomposamente lo ha denominato Monti, subito dopo l’altrettanto scontata approvazione da parte del Senato produrrà da subito i suoi effetti, anzi taluni li ha già prodotti come l’impennata dei prezzi della benzina, ormai bene di lusso riservato a pochi, o di alcuni prezzi sul mercato per via dell’aumento dell’IVA, tutti a carico dei cittadini, in primo luogo lavoratori e pensionati, sui quali peserà quasi per intero una manovra che, anche grazie agli emendamenti concordati ieri tra governo e commissioni parlamentari, è destinata solo a fare cassa senza raggiungere nessuno degli obiettivi più importanti, due sopratutto, la riduzione del debito pubblico, causa prima della situazione economica in cui versa il nostro Paese, e la ripresa della crescita. Questa, in particolare, a sentire quasi tutti gli economisti, che a differenza di Monti non hanno passato il tempo a poltroneggiare su comodi scranni nazionali o internazionali, non riceverà alcun impulso da una manovra che riducendo in miseria i “soliti noti” bloccherà i consumi e quindi la circolazione del denaro che è la condizione prima perchè la crescita possa ricevere impulso. Sin qui la nostra modesta analisi del decreto che il super Monti, investito della presunzione di essere una specie di Dio minore disceso sulla terra dall’olimpo sul quale sinora si era rintanato, ha messo a punto con la prosopopea degli unti del Signore. Ma accanto a queste considerazioni, c’è la disperata constatazione che mentre i sacrifici per i “soliti noti” sono stati individuati da subito e da subito messi in cantiere e in opera, per i partecipanti da sempre  al festino Italia, cioè i componenti della casta, quell’orrendo mostro a mille teste che vive nel lusso e sprofondato nei benefit, i tagli, neppure quelli simbolici, sono tutti rinviati a scadenze sempre più misteriose. Alcuni esempi. I tagli delle indennità parlamentari che nel decreto era stabilito dovessero essere fatti dal governo, si è “scoperto” che invece non può farli il governo ma deve farli il Parlamento in virtù della sua autonomia gestionale e funzionale. Non solo. Si è sottolineato che l’allineamento delle indennità dei nostri parlamentari alla media europea debbono essere fatti previo completamento dell’indagine affidata ad una commisisone presieduta dal presidente dell’Istat il quale ha fatto sapere – somma ingiuria per i “soliti noti” – che ci vorrà molto tempo perchè la commissione completi il lavoro e, peraltro, che in ottemperenza alla norma che ha istituito la commisisone l’auspicato allineamento deve partire dalla prossima legisaltura. E’ vero che Schifani e Fini si sono precipitati ad assicurare che comuqnue vadano le cose l’allineamento lo farà autonomamente il Parlamento entro il 31 gennaio 2012, ma chi ci crede? Un altro esempio. Il decreto aveva stabilito che le giunte delle Provincie dovessero essere sopresse entro il 30 aprile 2012 e le funzioni dell’ente provincia trasmesse a Comuni e Regioni entro il 30 novembre 2012. Dopo modifiche intermedie, alla fine le Provincie restano in campo sino alla scadenza naturale del loro attuale mandato…poi Dio vede e provvede. E ancora. Nel decreto era stabiito che da subito cessavano di percepire gettoni e indennità i consiglieri circoscrizionali e quelli delle Comunità Montane in  ossequio alla norma che stabiliva che tutte le cariche per organismi non previsti dalla Costituzione dovessero essere gratuite. Anche per loro, invece, con emendamento del governo che ha quindi emendato se stesso, i gettoni, le indennità, i benefit anche di queste figure del tutto inutili, restano sino alla fine del loro mandato. Morale: per i cittadini comuni, i lavoratori e i pensionati, le stangata parte da subito, per gli addetti ai lavori tutto si rinvia nel tempo. Perchè il tempo aiuta e come dice il proverbio campa cavallo che l’erba cresce. Dopo di che siamo autorizzati a dire che Monti ha preso per fondelli (ma ci sta bene anche un sostantivo più colorito…) tutti gli italiani, ovviamente con l’aiuto del Re e Imperatore Giorgio1° da Mosca. g.

ODDIO, ARRIVA UN’ALTRA TASSA: STANGATA SU PENSIONI E CONTI CORRENTI

Pubblicato il 14 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Roma – Due miliardi da tasse e contributi di solidarietà, sconti ai baby boomers e rivalutazioni assicurate fino a 1.400 euro per quanto riguarda le pensioni. Poi Ici (Imu) sulla prima casa alleggerita per le famiglie numerose, un tetto agli stipendi pubblici e altri aggiustamenti come quella salva mercato dell’usato che prevede l’esenzione dalla tassa sul lusso per le automobili che abbiano più di cinque anni.

Mario Monti

Mario Monti
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Il senso dei due pacchetti di emendamenti al decreto Salva Italia presentati ieri dal governo e dai relatori è più cassa per garantire la correzione dei conti; concessioni ai partiti, che hanno visto accettare alcune loro proposte per introdurre più «equità» e impasse su due nodi politici: le liberalizzazioni e i costi della politica.

Il maxiemendamento del governo è spuntato ieri pomeriggio, dopo una mattinata di trattative serrate e vertici che hanno coinvolto il premier Mario Monti. Il risultato delle mediazioni sono sei pagine dove la parte del leone la fanno ancora una volta fisco e previdenza.

La stretta sul fisco passa, come previsto, dai capitali scudati per i quali arriva, un’imposta di bollo ordinaria per garantire la segretezza dei dati, fissata al 4 per mille all’anno e al 10 per mille nel 2012 e nel 2013 in caso la somma sia stata prelevata dal deposito. La precedente versione prevedeva un prelievo una tantum dell’1,5 per cento.

C’è anche un giallo dei conti correnti. L’emendamento del governo alla manovra modifica la normativa sull’imposta di bollo prevedendo l’esenzione per le giacenze inferiori a 5.000 euro e l’aumento a 100 euro per le società. Ma nella parte che riguarda l’imposta ordinaria, quella che già oggi si paga sui conti correnti pari a 34,20 euro, si includono anche i «libretti di risparmio, anche postali», che oggi sono esclusi da ogni imposta, sono milioni e rappresentano la forma di risparmio dei redditi bassi. Sempre a proposito di Poste, il governo Monti ha previsto una nuova tassa per buoni fruttiferi. Alla scadenza ci sarà una tassa dello 0,1 per cento nel 2012 e dello 0,15 per cento a decorrere dal 2013. Stretta anche sugli strumenti finanziari, con un’imposta che da fissa diventa proporzionale, pari all’1 per mille annuo.

Arriva anche una nuova tassa, sugli immobili detenuti all’estero (sarà dello 0,76 per cento del valore sugli immobili oltreconfine) e sulle attività finanziare fuori dall’Italia.

La stretta fiscale serve soprattutto a finanziare l’ammorbidimento dell’Imu sulla prima casa. L’emendamento stabilisce che alla detrazione di 200 euro già prevista per la nuova Ici, valida per tutti, si aggiungano 50 euro per ciascun figlio di età non superiore a 26 anni, «purché dimorante abitualmente e residente anagraficamente nell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale».
Concessioni alla maggioranza anche sul capitolo previdenza. Le pensioni fino a 1400 euro per il prossimo anno saranno rivalutate del 100%. Ma dal 2013 le rivalutazioni riguarderanno le pensione fino a due volte la minima, ovvero fino a poco più di 900 euro.
Sono arrivate anche le misure per salvare la «generazione del ’52». I lavoratori con un’anzianità contributiva di almeno 35 anni al 31 dicembre 2012 possono andare in pensione anticipata a non meno di 64 anni. Le donne potranno andare in pensione di vecchiaia a 64 anni se al 31 dicembre 2012 avranno almeno 20 anni di contributi e 60 anni d’età. Uno sconto limitato a chi ha maturato il diritto alla pensione a ridosso della riforma.

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Il tutto a spese delle pensioni d’oro per le quali è previsto un contributo di solidarietà. Doveva essere del 25% (così era stato presentato dal ministro del Welfare Elsa Fornero), ma è stato modificato a penna nel testo del governo. Riguarderà la parte eccedente i 200mila euro all’anno, per il 15%.

Molto sofferto il capitolo liberalizzazioni. Un emendamento dei relatori le aveva rinviate al 2013, ma il governo ha confermato il 2012 come data di inizio. Ma non ha cambiato l’esclusione dai taxi dalla liberalizzazione, che resta anche nella versione definitiva del decreto.

Sempre dai relatori, è arrivato un emendamento che introduce un tetto agli stipendi pubblici compresi quelli dei manager delle società partecipate: non potranno essere più alti di quello del presidente della Corte di cassazione, quindi circa 290mila euro. Poi magistrati, procuratori dello Stato e avvocati non potranno accumulare le indennità derivanti dalla loro attività negli enti pubblici.

Sui costi della politica il governo è andato incontro alle Province prevedendo che, in vista della riforma, gli organi decadano a scadenza naturale e non nel 2013. Antonio Signorini, il Giornale 14 dicembre 2011

PEGGIO DELLA POLITICA C’E’ SOLO L’ANTIPOLITICA, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 14 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Ma se distruggiamo la politica, cosa resta a noi cittadini per contare qualcosa? Chi rappresenterà gli interessi generali e perfino i valori di parte o condivisi? Tira una brutta aria nel nostro Paese, che nasce da cause sacrosante ma rischia di produrre effetti disastrosi.

La Camera dei deputati

La Camera dei deputati
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C’è voglia di far fuori la politica intera, stoccata all’ingrosso, da destra a sinistra. C’è disprezzo per la Casta, i privilegi a cui si è avvinghiata, il suo attaccamento alle poltrone, l’incapacità di ridurre costi, numeri, personale. È un disprezzo sacrosanto, ma rischia di sfociare in un rifiuto della politica e della democrazia. E dopo cosa c’è, chi viene dopo i politici? I tecnici, i professori, i colonnelli? E perché dovrebbero essere migliori dei precedenti, più disinteressati e più capaci di capire gli interessi generali e non solo quelli del loro settore di competenza, di provenienza e di dipendenza?

In questo brutto interregno che ci troviamo a vivere, sotto i bombardamenti delle Borse, mi capita a giorni alterni di dover criticare gli abusi, le sordità e le miserie della Casta e poi di dover deprecare la pulsione popolicida dei tecnici. L’uno diventa l’alibi dell’altro. Sappiamo che la politica si è arresa alla banca, la democrazia alla Borsa, e si è fatta commissariare; ma sappiamo pure che i tecnici arrivano dopo il fallimento della politica, a causa della loro pochezza unita a livore. Ed è per questo che ho personalmente accettato, con rabbia e insieme rassegnazione, l’avvento temporaneo dei tecnici, per evitare crolli e assalti all’Italia e per dare il tempo alla politica di rigenerarsi. I tecnici hanno un compito difficile ma solo loro, si diceva, possono farlo: colpire i privilegi, tagliare i costi della politica, assumere provvedimenti impopolari. In realtà, non è così. Con la politica sono impotenti perché i tagli non saranno mai approvati dal Parlamento. Dei poteri economici sono succubi, se non addirittura emanazione e dunque non possono colpire le loro franchigie e i loro privilegi. Dunque, la loro missione è ridotta solo al punto C: picchiare sulla gente. Tanto, come dice Monti, noi non dobbiamo cercare il loro voto.

Ma con la politica si sta facendo una cosa più sporca. Non tagliano nessuno dei costi della Casta; in compenso, lasciandoli appesi ai loro soldi ma senza comando del Paese, tagliano la credibilità e le gambe alla politica. Qualcuno dei politici pensa di sopravvivere sulle spalle dei tecnici. Ma se oggi c’è un rischio di «involuzione» democratica, come si ripete spesso a sproposito, se c’è il rischio di una deriva oligarchica, beh, quel rischio non proviene da destra e nemmeno da sinistra, come non proveniva da Berlusconi. Ma è il rischio della tecnocrazia senza democrazia. I governi commissariati dalle banche, l’alta finanza, i circoli internazionali, le agenzie di rating, la Goldman Sachs: sono loro a decidere e a menare le danze. È un pericolo da non sottovalutare.

Allora io insisto: ricostruiamo la politica, rifondiamola, ripartiamo da lì. Non vogliamo una politica piccina, di piccolo cabotaggio e piccole competenze. Vogliamo una politica grande, lungimirante, in grado di rappresentare gli interessi popolari. Una politica ambiziosa, appassionata, ma non per finta. E allora i tagli che vogliamo con tutto il cuore – dimezzare il numero dei parlamentari e dei consessi regionali, dimezzare insomma i costi della politica locale e nazionale – devono essere fatti sì per dare il buon esempio, e per non far pagare solo i cittadini, e per risparmiare soldi pubblici. Ma devono essere compiuti anche per una ragione essenziale: per salvare la politica, restituirle la sua legittimità, la sua credibilità. Dunque tagli non per rimpicciolire la politica ma per ingrandirla. Perciò io dico, cari lettori e cittadini tutti, di ogni versante politico, che dobbiamo chiedere i tagli non per tagliare la politica ma per farla crescere in altezza anziché in larghezza e obesità.

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Non per rimpicciolire la politica ma per ingrandirla. Abbiamo bisogno della politica, e dobbiamo risalire la china da zero, scegliendo tra chi è zero o sottozero e chi ha un barlume di qualità. E passo dopo passo, ricostruire la credibilità di chi guida il Paese. Ai tecnici restituiamo ruoli esecutivi, la direzione del Paese va a chi si occupa di italiani, prima che di contribuenti, perché loro lo hanno eletto. Quando passerà la burrasca, riprendiamo per esempio a pensare una repubblica presidenziale, ma vera, eletta dal popolo, decisionista e responsabile, senza presidenzialismi occulti. Che la politica torni alla luce del sole; dove le teste di burro, come è noto, si squagliano. Marcello Veneziani, Il Giornale, 14 dicembre 2011

…..L’analisi di Veneziani è assolutamente condivisibile, non condividiamo il titolo dato alla nota: in questo omento non v’è nulla di peggio della politica. Non, forse qualcosa di peggio c’è: i tecnici presuntuosi e ben pagati che chiamati dalla politica a far meglio in realtà fanno peggio. g.

MINZOLINI SILURATO GRAZIE AL “FUOCO AMICO”

Pubblicato il 13 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Augusto Minzolini Augusto Minzolini non è più il direttore del Tg1. Il CdA della Rai lo ha rimosso dall’incarico, su proposta del direttore generale Lorenza Lei formulata in base a quanto previsto dalla legge n. 97 del marzo 2001 relativa a dipendenti di aziende non solo della pubblica amministrazione ma anche a prevalente partecipazione pubblica nel momento in cui sullo stesso soggetto pende un giudizio della magistratura penale. A favore della rimozione di Minzolini hanno votato quattro consiglieri, mentre quattro hanno votato contro e uno si è astenuto. La proposta è passata perché in caso di parità il voto del presidente vale doppio, e in questo caso Paolo Garimberti ha votato a favore della rimozione, come del resto aveva preannunciato nei giorni scorsi. Adesso toccherà al direttore generale proporre a Minzolini un nuovo incarico, di peso equivalente a quello da cui è stato rimosso. Con ogni probabilità gli sarà proposta una destinazione all’estero, in un ufficio di corrispondenza di primissimo piano. Fermo restando che lo stesso Minzolini non decida di ricorrere al magistrato del lavoro per il reintegro qualora ritenesse inadeguato il nuovo incarico. Lo scontro in CdA è stato tutto sulla interpretazione dell’articolo 3 della legge 97/2001, che secondo i legali consultati dalla Rai equiparano il lavoro privato al pubblico impiego e la legge è pertanto applicabile anche all’azienda di viale Mazzini non in quanto essa appartenente alla pubblica amministrazione ma perche’ caratterizzata da prevalente partecipazione pubblica. Al contrario, i consiglieri che hanno votato per il no alla rimozione ritengono non applicabile alla Rai questa legge.

Alberto Maccari direttore ad interim del Tg1, e a tempo, fino al 31 gennaio. Augusto Minzolini trasferito, alle dipendenze del Direttore generale. La delibera proposta dal Dg, Lorenza Lei, è stata approvata oggi in Cda Rai dove alla fine ci sono state due votazioni distinte: quella sulla nomina di Maccari, passata con cinque voti a favore (Gorla, Petroni, Bianchi Clerici, Rositani, Verro e il Presidente Garimberti), tre contrari (Rizzo Nervo, De Laurentiis, Petroni) e un astenuto (Van Straten); quella sul trasferimento, passata in parità con il voto del Presidente che in questo caso vale doppio: contrari Verro, Rositani, Bianchi Clerici, Petroni, favorevoli Rizzo Nervo, Van Straten, Gorla, e Garimberti con un voto che appunto, in caso di parità, pesa doppio. De Laurentiis è uscito.Il Tempo, 13 dicembre 2011

………….Il siluramento di Minzolini dalla direzione del TG1 induce a tre considerazioni. La prima. La signora Lei, direttore generale della RAI grazie al centrodestra, proponendo e ottenendo il siluramento di Minzolini, non fa nulla di nuovo, solo si riposiziona visto il vento nuovo  che spira dalle parti della politica e lei va dove va il vento. La seconda. Il siluramento di Minzolini, proposto dal direttore generale, non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato il voto di un consigliere di centrodestra passato al nemico. Anche lui si sta riposizionando? E’ probabile e ciò conferma che il centrodestra, tra le altre, sbaglia le nomine tanto che uno nominato dal centrodestra fa fuori un “campione” berlusconiano. La terza. Il defenestramento di Minzolini conferma la massima giolittina secondo la quale “le leggi per gli amici si interpretano e ai nemici si applicano”. Di chi sia nemico Minzolini è noto a tutti, Minzolini è, lo abbiamo già dtto, un berlusconiano di ferro e a lui le leggi non solo si applicano senza interpretarle, ma si contravviene a fondamentale e costituzionale principio secondo il quale il cittadino è innocente sino a sentenza passata in giudicato. Minzolini è stato solo rinviato a giudizio e quindi dovrà essere vagliato in primo, secondo e terzo grado, dalla Magistratura giudicante, che è altra cosa rispetto alla magistratura inquirente,  così come prevede il nostro ordinamento giuridico. E’ possibile che già nell primo grado di giudizio egli sia riconosciuto innocente ma intanto la frettolosa Lei lo ha già giudicato per proprio conto, e interesse, e lo ha silurato, facendo gli interessi degli avversari della parte politica a cui fa riferimento Minzolini. Certo, v’è una norma legilsativa che, forse,  consente la rimozione dei dipendenti pubblici anche in presenza del solo rinvio a giudizio. Intanto secondo ben 4 consiglieri della RAI la norma non è applicabile ai dipendenti RAI e poi, ed è quel che più conta, quante volte è stata applicata questa norma nei confronti di dipednenti pubblici – una marea – che sono stati rinviati a giudizio e prima che fossero stati condannati definitivamente? Di certo, e scommetteremmo la super pensione di dieci anni del superMario (dai 6 ai 7 milioni di euro!) mai sarebbe stata applicata se Minzolini fosse stato riferimento di Bersani. E  questa è l’ultima definitiva  diversità tra destra e sinistra, dove la destra non sa difendee i suoi uomini e la sinistra lo fa fino all’ultimo respiro. g.

IL TRUCCO DEGLI ONOREVOLI PER RIDURSI IL MEGA STIPENDIO DI POCHE CENTINAIA DI EURO AL MESE

Pubblicato il 13 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Un parlamentare appisolato nell'Aula vuota L’imperativo degli onorevoli è chiudere in fretta la questione. L’ondata di antipolitica è evidente e i toni sono già troppo alti. Dunque tra pochi giorni gli uffici di presidenza di Camera e Senato ritoccheranno gli stipendi dei parlamentari. La parola d’ordine è «adeguamento», che non significa riduzione. Sì perché è passato il principio che i compensi degli onorevoli italiani debbano essere nella media degli altri Paesi dell’Unione europea. Sulla carta l’idea funziona. Ma andando a confrontare gli stipendi la musica cambia. Deputati e senatori italiani, infatti, guadagnano più o meno come i colleghi degli altri Paesi. La differenza è che in Francia, Germania o a Bruxelles tanti servizi sono pagati e gestiti dal Parlamento e non direttamente dagli onorevoli. Lo stipendio vero e proprio si chiama «indennità» e ammonta precisamente a 5.486,58 euro netti al mese. La cifra è la stessa anche negli altri Paesi dell’Ue: 5.677 netti al mese per i deputati francesi, 6.350 per gli inglesi, 7.668, ma lordi, per i tedeschi. Un parlamentare europeo gaudagna, invece, 6.083,91 euro netti al mese. Ciò che fa lievitare lo stipendio degli onorevoli nostrani fino a 12 mila euro (non considerate le indennità aggiuntive come quelle dei presidenti di Commissione, dei segretari d’Aula o dei questori) sono le altre dotazioni: 4 mila euro al mese (ora ridotti a 3.500) di diaria, che serve a coprire le spese di soggiorno a Roma e 4.190 euro al mese per il «Rapporto eletto-elettori», utilizzati per pagare gli eventi politici e la segreteria (uno o due assistenti). A questi soldi si aggiungono i 3 mila euro all’anno per le spese telefoniche e i rimborsi per i trasferimenti da e per l’aeroporto. I viaggi, ovviamente, sono gratis. Tutti. Ogni onorevole, infatti, ha una tessera «magica». Funziona più o meno così pure negli altri Paesi, anche se la gestione è centralizzata: sono i singoli Parlamenti a pagare assistenti, uffici e trasporti ai deputati. Un sistema più trasparente visto che spesso alla Camera e al Senato i «portaborse» ricevono un compenso bassissimo. Stessa storia per i soldi che i parlamentari dovrebbero spendere per le iniziative politiche nel loro collegio di elezione. I fondi arrivano puntuali ogni mese, anche se la legge elettorale ha cancellato da tempo i collegi e dunque il rapporto con gli elettori. Salvo poche eccezioni. L’indennità dei parlamentari è equiparata allo stipendio dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione e prevede dodici mensilità. È leggermente più alta per i senatori (circa 200 euro al mese). Dal 2008 gli aumenti automatici sono bloccati. I deputati e i senatori hanno avuto finora un unico grandissimo vantaggio rispetto a quelli degli altri Paesi dell’Ue: il vitalizio. Il triplo rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna. Ancora di più rispetto ai parlamentari europei, a cui spetta una miseria. Invece in Italia è stato possibile andare in pensione anche a 50 anni con una sola legislatura alle spalle (5 anni) con 2.500 euro al mese. Fino a pochi anni fa andava ancora peggio: ci sono stati onorevoli che hanno ottenuto il vitalizio con un solo giorno di legislatura. Come vincere la lotteria. Ma le norme sono cambiate. Dal 1° gennaio 2012 anche i parlamentari passeranno al sistema contributivo, come tutti gli altri comuni mortali. Dunque gli attuali inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama avranno un vitalizio leggermente inferiore (2.300 euro) mentre dalla prossima legislatura la pensione baby scomparirà. Dunque nei prossimi giorni gli onorevoli si «adegueranno» ai colleghi europei. Quindi, nella migliore delle ipotesi, rinunceranno a poche centinaia di euro al mese. Un trucco. Il provvedimento opportuno sarebbe piuttosto dimezzare il numero dei parlamentari o tagliare gli stipendi veramente, guadagnando di meno della media europea. Come succede a un operaio, a un professore o a un impiegato italiani. Categorie ben lontane dalla speranza di ottenere un «adeguamento» all’Ue. Alberto Di Majo, Il Tempo,13/12/2011

……….Ciò che scrive stamattina il Tempo lo hanno capito benissimo quelli che hanno assistito alla sceneggiata di ieri sera  alla trasmissione di Vespa dove da Lupi (PDL) a Buttiglione (UDC) da Passina (PD) a Di Pietro (idv) si sono ritrovati d’accordo a prendere per i fondelli gli italiani. Tutti d’accordo a ridurre lo stipendio ma in pratica,come dimostra l’articolo di Di Majo, la riduzione sarà di poche centinaia di euro perchè l’eliminazione dei circa 4000 mila euro a  cui si sono dichiarati favorevoli tutti riguarda l’indennità  che sinora i parlamentari hanno ricevuto per pagare i portaborse che spesso i nostri poco onorevoli deputati non assumevano o pagavano sotto costo: ora quel costo non sarà più pagato agli onorevoli ma ai gruppi aprlamentari che provvederanno ad assumere i portaborse. Insomma una vera e propria presa in giro per gi italiani, per i milioni di lavoratori e pensionati che invece il sacrificio lo devono fare di tasca propra e da subito, dal giorno dopo che il Parlamento di  questi furfantelli avrà approvato la manovra di tasse che il super Monti ha approntato mostrando in pieno la sua scarsa capacità di gestire il Paese insieme alla combriccola di professori traslocati dalle aule o dai ben pagati consigli di amminstrazione sulle poltrone di ministri e sottosegretari. E non è questa l’unica riprova che quando si tratta di tagliare i costi della politica Monti è uguale a tutti gli altri facendo parte  a pieno titolo della casta. L’annunciata dismissione delle Provincie, con l’azzeramento delle giunte e relativi stipendi,  è rinviata,  con un emendamento con cui il governo emenda se stesso,  al 31 marzo 2013 previo una legge ad hoc che dovrà essere approvata   dal Parlamento  entro il 31 dicembre 2012. Campa cavallo…intanto il cavallo, anzi l’asino prende tempo e poi ci penserà il tempo a cambiare le carte in  tavola perchè questo Parlamento, ammesso che duri insieme al governo, farà in tempo a dimenticarsi di quest’obbligo legislativo senza del quale le Provincie resteranno in piedi a far nulla. Se davvero il signor Monti che sa fare la faccia dura solo con i deboli, cioè i lavoratori e i pensionati, avesse voluto fare sul serio avrebbe potuto, in attesa della legge specifica, ridurre del 99% gli omulenti che percepiscono gli inutili riscaldasedie della Provincia perchè, eccetto quelle del Parlamento, tutte le altre indennità degli altri livelli istituzionali sono stabiliti con legge ordinaria   per cui nel decreto  “salva Italia” (sic!) che dopo l’approvazione del Parlamento diventa legge ordinaria poteva trovare spazio la riduzione delle indennità  del presidente e degli assessori, non solo della Provincia, ma di tutti gli enti locali. Invece Monti, che,  da neo zar di questa povera Italia ridotta a fotografia dell’unione societica staliniana, con cipiglio da napoleone in sedicesimo costringe la gente a lavorare sino a età da cassa da morto e blocca le indicizzazioni delle pensioni  cosicchè costringe ad ulteriori e spesso insopportabili sacrifici economici i pensionati mediobassi, non solo ha subito passivamente l’eliminazione dei tagli alla politica, ma addirittura li ha ripristinati. E’ il caso degli inutili e parassitari consigli di circoscrizone e quelli delle comunità montane ai cui consiglieri un emedamento del governo ha garantito lo stipendio sino alla fine del mandato attuale, stabiliendo che la norma della manovra che statuisce la gratuità delle cariche negli enti territoriali non previsti dalla Costituzione entrerà in vigore solo dopo il rinnovo delle cariche attuali. Niente paura. Anche in questo caso ci sarà tempo perchè la norma o venga dimenticata o venga soppressa cosicchè i soli tagli che resteranno della manovra del superMonti saranno quelli ai “soliti noti”, eufemismo in luogo dei “soliti fessi”. g.

ILMINISTRO FORNERO PASSA DALLE LACRIME ALLA MEGALOMANIA

Pubblicato il 11 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Fornero, saldi manovra devono restare

Siamo stati chiamati come medici al capezzale del malato. C’erano medici che non erano in grado di risolvere la crisi del malato Italia e allora sono stati chiamati altri medici a cui hanno detto ‘provate voi’. Questo malato lo era gravemente. Noi siamo qui, non chiediamo come ci siamo arrivati, non guardiamo i comportamenti dello stesso malato che hanno portato a questo stadio di malattia”. Sceglie una metafora medica il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, per spiegare a In 1/2 Ora il ruolo che deve svolgere il governo Monti. “Non c’é una predisposizione solo a interventi tecnici, ma anche al confronto, soprattutto sui temi che riguardano la vita delle persone, il cui lavoro era e rimane a rischio”. Per questo, insiste Fornero, “tutta la manovra, per quanto possa sembrare non credibile, è ispirata a un sentimento di equità. Non lavoriamo nel vuoto come in un laboratorio, ma nel vivo della società“. ANSA, 11 dicembre 2011, 0re 23,00.

.…..Il ministro Fornero che è passata dai fornelli di casa alla poltrona di ministro senza alcun vaglio elettorale è la stessa che qualche giorno fa è riuscita a farci rimpiangere ben altri  e peggiori ministri del Lavoro,  scoppiando in lacrime come una collegiale alla prima cotta. E’ accaduto quando dovendo annunciare i sacrifici imposti a lavoratori e pensionati con cinico disprezzo per il loro stato e la loro vita, soppraffatta dalla vergogna,  non è riuscita ad andare oltre. E costei oggi pomeriggio ha salmoneggiato nel salotto televisivo di RAI 3 definendo se stessa  e gli altri boiardi di stato,  incaricati di affamare gli affamati , medici chiamati a salvare l’ammalato, cioè l’Italia con il loro decreto pomposamente ed enfaticamente chiamato “salva Italia”,  che in verità è un decreto o manovra che dir si voglia il cui unico obiettivo è di buttare sul lastrico milioni di famiglie a reddito fisso che sino a poche settimane fa, secondo Casini, non potevano far fronte alla quarta settimana del mese e che ora, dopo il decreto di Monti e Fornero, e con il consenso dello stesso Casini, di Bersani e, purtroppo, anche di Alfano, difficilmente potranno arrivare alla seconda settimana. Insomma, ci pare che la Fornero, insieme ai suoi colleghi più che medici si siano rivelati carnefici e becchini del popolo italiano. La signora Fornero, che forse avrebbe l’età per fare,  speriamo bene,   la pensionata, certamente di lusso, insieme ai suoi colleghi professoroni null’altro hanno saputo inventarsi che nuove e più feroci tasse sul ceto medio-basso (che quello medio -alto non esiste più da tempo!) e questo hanno l’ardire e l’arroganza di definirla medicina. Si tratta di veleno al cianuro dopo del quale del cetomedio non resterà traccia. Intanto i sindacati, dopo l’incontro con Monti che li ha ricevuti “informalmente” dando loro il contentino di un “impegno generico”  hanno confermato per domani lo sciopero generale di 3 ore in tutto il Paese. Noi ci saremo. Ci siano tutti contro una manovra che non “salva l’Italia” ma l’ammazza ancor di più. g.

PENSANO SOLO A SALVARE I LORO SOLDI, di Nicola Porro

Pubblicato il 11 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Gli stessi parlamentari che si apprestano a votare una manovra triennale che porterà le nostre tasse al 45 per cento del reddito non hanno intenzione di votare una sforbiciata ai propri stipendi.

C’è una buona ragione per la quale i deputati sono contrari al taglio delle proprie indennità: non possono essere i governi a decidere delle prerogative dei parlamenti. In ricordo degli scudi creati a tutela delle ingerenze dei sovrani, oggi i parlamenti sono immuni dalle norme retributive che possono prevedere i governi. L’impressione è che però questi signori stiano giocando con il fuoco. Si alimenta così un pericoloso scollamento dalla realtà del Paese, che gli stessi parlamentari contribuiscono a dipingere come nera, nerissima.

Cerchiamo di essere chiari. Oggi si chiede a 10 milioni di pensionati di rinunciare all’indicizzazione del proprio assegno, il che equivale a una perdita secca. Si obbligano 2,2 milioni di vecchietti ad aprire un conto corrente, a pagarci sopra un bollo, perché lo Stato ha deciso di non dare più loro pensioni in forma contante. Si allungano di botto i tempi per andare in pensione anche a lavoratori che ne avrebbero avuto diritto nel giro di pochi mesi. Ci si inventa una tassa retroattiva sugli scudi fiscali, che dovevano essere il conto finale e unico delle pendenze con le Finanze. Si aumenta il costo della benzina in un Paese in cui 59 italiani su 100 hanno un auto e l’89 per cento del trasporto commerciale è ancora fatto su gomma. Il che vorrà dire meno reddito disponibile praticamente per ogni italiano e un aumento dei costi dei prodotti finiti. Si decide di reintrodurre la tassa patrimoniale sulla prima casa, cancellata solo pochi anni fa. E lo si fa rendendola ancora più gravosa della vecchia Ici. Si decide di non dare più un’aliquota agevolata a chi affitta la casa e per questa via si ridurrà ancora di più il numero delle locazioni che oggi sono pari solo al 9 per cento del complesso degli immobili dell’intera Italia. Si decide di aumentare le tasse sui redditi. Lo si fa in modo un po’ vigliacco. Non cambiando le aliquote nazionali, ma quelle regionali. E dunque per questa via a pagare saranno i soliti onesti. Si introducono i bolli sui depositi Bot e conti correnti che possono arrivare a 1.200 euro l’anno.Si spiano i movimenti bancari di tutti gli italiani.

Insomma, è chiara l’antifona. Pagheremo tutti e pagheremo caro. Con scarsa, scarsissima attenzione alle libertà personali, al diritto di proprietà, alle questioni formali, che i deputati invece considerano così importanti quando si tratta degli affari loro. Gli italiani avranno tasse retroattive, tagli retroattivi, accise sulla benzina in vigore da ieri, doppia imposizione sul risparmio (bolli e cedolari) che è già stato più che tassato quando era reddito e gabelle sulla casa dall’incostituzionale sapore espropriativo. E i parlamentari che ci raccontano? Che c’èl’autonomia delle Camere, che la politica ha un costo, che l’antipolitica è pericolosa.

È tutto vero. E non si ha voglia di fare i pierini. Però manco essere presi per fessi. Quando un Parlamento chiede lacrime e sangue ai cittadini (è così presidente Monti, nonostante le sue improvvide smentite) deve quanto meno adottare la stessa misura a se stesso. Non è una questione di sobrietà (termine oggi molto in voga), ma di esempio e di sopravvivenza. Se è vero che l’Italia rischia il default e dunque i cittadini debbono diventare più poveri ( è ciò che avverrà con la gragnuola di tasse che dovremo pagare) non è tollerabile il balletto ipocrita dei propri rappresentanti.

Il rischio che si corre è che l’antipolitica non si fermi. Oggi questa eventualità è molto più pericolosa per il nostro sistema politico di quanto lo sia la presunta violazione delle proprie prerogative istituzionali.

Così facendo i nostri parlamentari alimentano il mostro dell’antipolitica, delle proteste di piazza, del qualunquismo più sciatto. Devono fare i sacrifici per salvarsi e salvarci.

Quando un governo dall’oggi al domani cambia le carte in tavola per l’età di pensionamento (e male ha fatto) non può pensare di aspettare i risultati di una commissione per decidere la propria riduzione dello stipendio: lo faccia e basta. Se non ama il decreto del governo (e ripetiamo che dal punto di vista formale ha ragione da vendere) decida lei quanto autoridursi l’appannaggio. Ma non tergiversi, così come non ha perso tempo quando si è trattato di tassare gli italiani.

Il rischio che i nostri politici corrono è che continuando così non possano più mettere la faccia fuori di casa o dal Parlamento e che il governo dei tecnici diventi agli occhi dell’opinione pubblica l’unica salvezza di questo Paese. Dio ce ne scampi. Faremmo qualche migliaio di anni di passi indietro. Roma val bene la riduzione di una paga. Nicola Porro, Il Giornale, 11 dicembre 2011

SALTA IL TAGLIO AGLI STIPENDI DEI DEPUTATI: TUTTI D’ACCORDO, DA SINISTRA A DESTRA

Pubblicato il 10 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Tira una brutta aria, sia a Montecitorio sia a Palazzo Madama. Il premier Mario Monti intende mettere mano agli stipendi dei parlamentari: una sforbiciatina da 5mila euro a politico per equiparare gli stipendi di casa nostra a quelli percepiti in tutto il Vecchio Continente.

Il governo Monti

Previsto all’interno della manovra economica licenziata dal Cdm, l’emendamento già ribattezzato “taglia-stipendi” scatterebbe per decreto qualora la commissione guidata dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini non riesca a depositare il previsto studio di comparazione entro fine anno. Ma il parlamento non rimane certo con le mani in mano. E già valuta l’ipotesi di presentare un emendamento per modificare la norma.

La norma, contenuta nel decreto “salva Italia” licenziato dal premier Mario Monti, prevede la riduzione – già a partire da gennaio – delle indennità ai parlamentari equiparandole a quelle percepite dai politici negli altri Paesi dell’Eurozona. Una presa di posizione che, a detta del Tgcom, non piace affatto ai nostri politici. Da Montecitorio e da Palazzo Madama fanno sapere che la norma violerebbe “l’autonomia del Parlamento”. Lo stesso Dini va a riesumare una indagine disposta dall’Europarlamento due anni fa: la ricerca serviva a fissare la retribuzione degli eurodeputati come risultante dalla media delle retribuzioni dei parlamentari dei singoli Paesi. In realtà, in una intervista all’Adnkronos il presidente della commissione Esteri del Senato, Lamberto Dini, ha spiegato che “le retribuzioni onnicomprensive nette (quindi non solo l’indennità, ma anche la diaria e i compensi accessori) sono già oggi, anche in virtù delle riduzioni già decise nei mesi scorsi, al di sotto della media delle analoghe retribuzioni dei colleghi europei”.

Lavori a Palazzo Madama

Per il parlamentare del pdl, insomma, questo dovrebbe già bastare.

Secondo i numeri riportati da Repubblica, l’indennità di un deputato ammonta a oltre 11.700 euro, cifra calcolata al netto della diaria. Si tratta di circa 6mila euro in meno (per essere precisi 5.339 euro) rispetto alla media delle retribuzioni percepite nel Vecchio Continente. A questi numeri il governo Monti sta guardando come modello al fine di riuscire a tagliare i costi del parlamento. La prima bocciatura ai tagli è stata decisa dalla commissione Affari costituzionali che ha espresso parere negativo sul settimo comma dell’articolo 23. Stesso copione anche a Palazzo Madama. “Quell’intervento, giusto nel merito, lede l’autonomia del parlamento”, ha spiegato il senatore questore Benedetto Adragna. In realtà, l’emendamento potrebbe avere vita breve. Nei prossimi giorni potrebbe, infatti, essere presentato un altro emendamento dai relatori o dal governo per modificare la norma del provvedimento. Uno dei due relatori, il democratico Pier Paolo Baretta, ha spiegato che “la Commissione Giovannini deve finire il suo lavoro ed è il Parlamento che dovrà recepirne i risultati. Non deve essere il governo a decidere per decreto”. Ad ogni modo, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha escluso che da parte del parlamento ci possa essere “un’azione dilatoria o di contrasto”.

……………..Quando si tratta di evitare il blocco della indicizzazione delle pensioni medio-basse o la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa o l’aumento dell’accise sulla benzina che ha fatto salire il prezzo sulla cima  del Monte Bianco, tutti a fare l’ammuina con il richiamo alla catastrofe dietro l’angolo, , quando invece si tratta di annullare la norma pure inserita nella manovra anticatastrofe che dimezza lo stipendio dei parlamentari per riportarlo a cifre pari a quelle degli altri parlamenti dell’Unione Europea, da sinistra a destra, da destra a sinistra,  tutti i componenti della Commissione Affari Costituzionali della Camera in nome dell’autonomia del Parlamento  hanno fatto saltare la norma per cui nulla da fare ai tagli della politica. Dopo l’annacquamento della norma azzeraProvincie voluto da Napolitano, ecco l’azzeramento del taglio ai superstipendi dei nostri parlamentari. Alla faccia della catastrofe e della equità dei sacrifici. Sacrifici si, ma li facciano solo lavoratori e pensionati! g.

POVERO MONTI, NON CONTA NIENTE, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 10 dicembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Mario Monti a Porta a porta , davanti a un Bruno Vespa incredulo, ha affermato che quando lui è arrivato a Palazzo Chigi l’Italia era a tre mesi da un crollo alla greca. Una boutade sobria? Non sappiamo.

Ma se il premier ha ragione, una cosa è certa: il default è ancora dietro l’angolo. Con un’aggravante: che alla catastrofe non mancano più tre mesi, bensì solo due. Difatti la manovra dei tecnici non ha modificato di una virgola la situazione che, quindi, rimane drammatica esattamente come 90 giorni orsono. Una manovra pesante per i contribuenti, ma leggerissima e ininfluente ai fini del debito pubblico, la cui entità è inalterata.

I miliardi recuperati nelle nostre tasche dal professore bocconiano e dai suoi colleghi serviranno a malapena a compensare le maggiori uscite dovute al rialzo dello spread, cioè degli interessi passivi sui prestiti. D’altronde, è noto a chiunque che,per diminuire il debito, e i suoi oneri, o si riduce la spesa o si fa un buco nell’acqua. Il trionfalismo suscitato dalle misure che l’esecutivo ha adottato (alle quali la stampa ha dedicato commenti encomiastici) è ingiustificato non soltanto perché esse non risolvono il problema, ma lo complicano. Motivo? Inasprire il prelievo fiscale non agevola la sospirata (e illusoria) crescita; al contrario, incentiva la depressione e favorisce la recessione. Proprio un bel risultato.

In ogni caso è inutile prendersela con il «signore in loden», cui va riconosciuto il merito di rischiare la faccia (e la perderà), visto e considerato che lui, per quanto si dia da fare, non conta e non conterà nulla nella determinazione dei destini della Patria, che dipendono esclusivamente dall’Europa e dall’euro. Lo si evince da quello che sta accadendo in questi giorni nelle trattative in sede Ue, finora inconcludenti sul piano sostanziale. Non c’è verso che le maggiori potenze trovino un accordo serio. L’Inghilterra si è defilata, infischiandosene della moneta unica che ha sempre respinto. La Germania insiste nel rifiutare gli eurobond. La Francia traccheggia. L’Italia è in balìa di tutti, perché giudicata responsabile dell’acuirsi della crisi.

Praticamente, l’unica decisione assunta dai padreterni che rappresentano le nazioni cardine dell’Unione europea è stata quella di rinviare a marzo il momento della verità, quando essi si riuniranno di nuovoallo scopo di misurare la febbre dell’euro, oggi molto alta. Il dato, dunque, è che noi siamo un vaso di vetro fra tanti vasi di coccio, ciascuno dei quali cerca di salvare se stesso e non ha alcun interesse autentico per il destino degli altri.

Ha voglia Monti di alzare le aliquote dell’Iva e di riesumare l’Ici, brodini privi di effetti benefici. Occorre ben altro per assicurare un riparo alle economie occidentali legate l’una all’altra da una moneta unica, che poi è una gabbia nella quale convivono sistemi politici diversi, diverse capacità produttive e di crescita, diverse lingue e culture. Si percepisce a occhio nudo che l’euro è in agonia, tenuto su a forza di flebo che ne prolungano l’esistenza senza alcuna possibilità di guarirlo. Va da sé che prima o poi la divisa imploderà. Sarà una liberazione o una catastrofe? Forse entrambe le cose. Certo è che avanti così non si può andare. Se i capi di Stato e di governo confluiti nella Ue avessero coraggio, o almeno non temessero di essere sconfitti alle elezioni in casa propria, dovrebbero rassegnarsi all’eutanasia della valuta fasulla e del contenitore burocratico, politicamente insignificante, chiamato Unione europea. Basta con questa finzione.

Infine, Monti si persuada di non essere in grado di compiere un prodigio: ciò che accade in Italia è il riflesso di ciò che avviene, o non avviene, a livello internazionale. Quello che lui fa è vano perché non è in condizione di ammazzare il debito pubblico.

Oddio, dalle sue iniziative qualcuno che sta per guadagnare c’è: le banche.

COMMENTA

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Che,d’ora in avanti,con la storia della tracciabilità moltiplicheranno gli affari. Già. Se i pensionati che percepiscono un assegno superiore a 500 euro non potranno riscuotere denaro contante, ovvio, saranno obbligati ad accendere un conto corrente, e il loro reddito netto sarà ancor più modesto, mentre quello lordo degli istituti di credito ancor più ricco.

Tutto questo accanimento contro i poveracci e gli anziani, fra l’altro,non darà alcun frutto, ma creerà malcontento per non dire di peggio. Anche perché, e non ci stanchiamo di ripeterlo, i giochi non si svolgono qui nel Belpaese ma a Bruxelles, dove noi (dove Monti) siamo importanti come il due di picche quando la briscola è a bastoni.

Presidente, per favore, non pigliamoci in giro. Vittorio Feltri, Il Giornale, 10 dicembre 2011