ODE AL BULLO, di Annalena Benini
Pubblicato il 15 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »
Monti si sente un incrocio tra Schuman e Spinelli, altro che alto e sobrio tecnocrate
Bisognava capirlo nel momento in cui disse: “Preferisco che ascoltiate, anziché applaudire”. Era il giorno del debutto di Mario Monti al Senato, e l’aria da alto e disciplinante tecnocrate velò al pubblico l’anima un po’ bulla, che si faceva già beffe dei senatori (io non ho bisogno di applausi, a differenza vostra, io ho delle cose da spiegare che fareste bene a memorizzare, cari i miei piccoli inadeguati contadinelli). Poi lui ascoltava e ascoltava, prendeva appunti, immobile, ruotava il busto quel minimo necessario per intercettare la traiettoria dell’onorevole parlante di turno, non aveva bisogno né di sbattere le palpebre o respirare né di andare in bagno a incipriarsi il naso (in sedute da otto ore circa). Si stava riscaldando. Sparava una battuta qui e là, “Vespa, non sono qui per compiacere lei”, “Fornero, commuoviti ma correggimi”, “Cronista, faccia pure le sue domande” (tanto io non le risponderò mai, miserello), “Come ho già detto prima che lei arrivasse” (in ritardo), “I premier passano, i professori restano”, ma sembrava solo il retaggio universitario (gli studenti di Monti arrivavano terrorizzati agli esami), l’abitudine a trattare con esseri inferiori. Quest’abitudine quasi secolare, unita evidentemente alla sensazione di essere un incrocio molto riuscito fra Robert Schuman e Altiero Spinelli, un ego per niente sobrio insomma, hanno liberato il bullo (intellettuale) che è in lui. “Scusatemi se valorizzo il Parlamento”, ha detto ieri il premier, ironico, al Senato, durante le proteste della Lega: “Dal punto di vista metodologico, cosa diversa è semplicemente, come certo è facile e magari appagante fare in casa nostra, scagliarsi contro la supremazia di certi paesi e presentare proposte in modo tale che ci sia l’assoluta sicurezza che vengano respinte”, cioè autodistruggersi stupidamente, altro è fare “un lavoro pedagogico che in passato l’Italia non ha molto tentato” (Monti, a differenza dei predecessori incapaci e pasticcioni, prenderà per mano l’Europa e le insegnerà il mondo passo passo). Ieri è toccato all’Europa, l’altroieri all’Italia: alle ventidue (un bell’orario, un’ottima alternativa alla fiction e alle televendite) Monti ha presentato il maxi emendamento e ha fatto qualche precisazione forzuta, gliele ha cantate insomma (per l’occasione il volto ha quasi tradito un’espressione).
“Rifiuto risolutamente l’idea che questa sia solo una manovra di meccanica fiscale”, innanzitutto: Monti ha spiegato di avere introdotto cose mai pensate prima da quegli altri bifolchi. “Non occorrevano professori per questa manovra, verissimo, parole sacrosante, ma allora perché non l’avete fatto voi?” (e di nuovo, per i sordi: “Perché non l’avete fatto voi?”). Perché non l’avete fatto voi, poveri disperati? Perché “eravate paralizzati, sennò non saremmo arrivati noi, non ci avreste chiamati. Io spero (sottotitolo: non credo) che torni presto il tempo in cui non avrete bisogno di professori o di tecnici, il tempo in cui voi sappiate guardare abbastanza lontano per fare le cose che servono”. Se avesse avuto più tempo, se non fosse stato così tardi, Mario Monti avrebbe chiesto l’interdizione legale di tutto il Parlamento per manifesta incapacità. Invece li ha solo bocciati tutti, con sadismo professorale. Annalena Benini, Foglio quotidiano, 15 dicembre 2011
.…..Annalena Benini ha una rubrica fissa su Panorama, all’ultima pagina. Confessiamo che quando riceviamo il settimanale è la prima che leggiamo, poche riga dedicate al costume, al vivere quotidiano, qualcuno direbbe al vivere civile. Ci piace come affronta le questioni più spinose, per esempio le spiritosaggini senza nè capo nè coda di Benigni da Fiorello. Questa nota su Monti, a metà tra l’ironico e il sarcastico, ce lo racconta come noi stessi l’abbiamo visto, da subito, spocchioso, vanitoso, e falso, nel senso che mentre ti liscia ti accoppa. Sprizza superbia da tutte le parti ma la nasconde dietro una ipocrita maschera di uomo dedito agli altri. Invece degli altri, leggi lavoratori e pensionati di questo Paese, poco se ne impipa e fa ricadere su di loro, la mannaia delle tasse e dei costi, ciò che gli altri non hanno fatto, non hanno saputo, forse, di certo nonhanno voluto. Lo rivedica come un merito quando si tratta solo di disprezzo mascherato da preoccupazione. Che paghino quelli che a differenza sua non han potuto godere di vantaggi e privilegi, e poco conta che, pagando, i lavoratori e i pensionati finiscono sul lastrico. Purchè egli, il “bullo” possa dire di sè: sono bravo. Complimenti. Si può essere bravi in due modi: o sacrificando se stesso agli altri, o sacrificando gli altri a se stesso. Monti, il “bullo”, ha scelto quel che più a lui conviene. Indovinate quale? g.

Augusto Minzolini non è più il direttore del Tg1. Il CdA della Rai lo ha rimosso dall’incarico, su proposta del direttore generale Lorenza Lei formulata in base a quanto previsto dalla legge n. 97 del marzo 2001 relativa a dipendenti di aziende non solo della pubblica amministrazione ma anche a prevalente partecipazione pubblica nel momento in cui sullo stesso soggetto pende un giudizio della magistratura penale. A favore della rimozione di Minzolini hanno votato quattro consiglieri, mentre quattro hanno votato contro e uno si è astenuto. La proposta è passata perché in caso di parità il voto del presidente vale doppio, e in questo caso Paolo Garimberti ha votato a favore della rimozione, come del resto aveva preannunciato nei giorni scorsi. Adesso toccherà al direttore generale proporre a Minzolini un nuovo incarico, di peso equivalente a quello da cui è stato rimosso. Con ogni probabilità gli sarà proposta una destinazione all’estero, in un ufficio di corrispondenza di primissimo piano. Fermo restando che lo stesso Minzolini non decida di ricorrere al magistrato del lavoro per il reintegro qualora ritenesse inadeguato il nuovo incarico. Lo scontro in CdA è stato tutto sulla interpretazione dell’articolo 3 della legge 97/2001, che secondo i legali consultati dalla Rai equiparano il lavoro privato al pubblico impiego e la legge è pertanto applicabile anche all’azienda di viale Mazzini non in quanto essa appartenente alla pubblica amministrazione ma perche’ caratterizzata da prevalente partecipazione pubblica. Al contrario, i consiglieri che hanno votato per il no alla rimozione ritengono non applicabile alla Rai questa legge.
L’imperativo degli onorevoli è chiudere in fretta la questione. L’ondata di antipolitica è evidente e i toni sono già troppo alti. Dunque tra pochi giorni gli uffici di presidenza di Camera e Senato ritoccheranno gli stipendi dei parlamentari. La parola d’ordine è «adeguamento», che non significa riduzione. Sì perché è passato il principio che i compensi degli onorevoli italiani debbano essere nella media degli altri Paesi dell’Unione europea. Sulla carta l’idea funziona. Ma andando a confrontare gli stipendi la musica cambia. Deputati e senatori italiani, infatti, guadagnano più o meno come i colleghi degli altri Paesi. La differenza è che in Francia, Germania o a Bruxelles tanti servizi sono pagati e gestiti dal Parlamento e non direttamente dagli onorevoli. Lo stipendio vero e proprio si chiama «indennità» e ammonta precisamente a 5.486,58 euro netti al mese. La cifra è la stessa anche negli altri Paesi dell’Ue: 5.677 netti al mese per i deputati francesi, 6.350 per gli inglesi, 7.668, ma lordi, per i tedeschi. Un parlamentare europeo gaudagna, invece, 6.083,91 euro netti al mese. Ciò che fa lievitare lo stipendio degli onorevoli nostrani fino a 12 mila euro (non considerate le indennità aggiuntive come quelle dei presidenti di Commissione, dei segretari d’Aula o dei questori) sono le altre dotazioni: 4 mila euro al mese (ora ridotti a 3.500) di diaria, che serve a coprire le spese di soggiorno a Roma e 4.190 euro al mese per il «Rapporto eletto-elettori», utilizzati per pagare gli eventi politici e la segreteria (uno o due assistenti). A questi soldi si aggiungono i 3 mila euro all’anno per le spese telefoniche e i rimborsi per i trasferimenti da e per l’aeroporto. I viaggi, ovviamente, sono gratis. Tutti. Ogni onorevole, infatti, ha una tessera «magica». Funziona più o meno così pure negli altri Paesi, anche se la gestione è centralizzata: sono i singoli Parlamenti a pagare assistenti, uffici e trasporti ai deputati. Un sistema più trasparente visto che spesso alla Camera e al Senato i «portaborse» ricevono un compenso bassissimo. Stessa storia per i soldi che i parlamentari dovrebbero spendere per le iniziative politiche nel loro collegio di elezione. I fondi arrivano puntuali ogni mese, anche se la legge elettorale ha cancellato da tempo i collegi e dunque il rapporto con gli elettori. Salvo poche eccezioni. L’indennità dei parlamentari è equiparata allo stipendio dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione e prevede dodici mensilità. È leggermente più alta per i senatori (circa 200 euro al mese). Dal 2008 gli aumenti automatici sono bloccati. I deputati e i senatori hanno avuto finora un unico grandissimo vantaggio rispetto a quelli degli altri Paesi dell’Ue: il vitalizio. Il triplo rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna. Ancora di più rispetto ai parlamentari europei, a cui spetta una miseria. Invece in Italia è stato possibile andare in pensione anche a 50 anni con una sola legislatura alle spalle (5 anni) con 2.500 euro al mese. Fino a pochi anni fa andava ancora peggio: ci sono stati onorevoli che hanno ottenuto il vitalizio con un solo giorno di legislatura. Come vincere la lotteria. Ma le norme sono cambiate. Dal 1° gennaio 2012 anche i parlamentari passeranno al sistema contributivo, come tutti gli altri comuni mortali. Dunque gli attuali inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama avranno un vitalizio leggermente inferiore (2.300 euro) mentre dalla prossima legislatura la pensione baby scomparirà. Dunque nei prossimi giorni gli onorevoli si «adegueranno» ai colleghi europei. Quindi, nella migliore delle ipotesi, rinunceranno a poche centinaia di euro al mese. Un trucco. Il provvedimento opportuno sarebbe piuttosto dimezzare il numero dei parlamentari o tagliare gli stipendi veramente, guadagnando di meno della media europea. Come succede a un operaio, a un professore o a un impiegato italiani. Categorie ben lontane dalla speranza di ottenere un «adeguamento» all’Ue. Alberto Di Majo, Il Tempo,13/12/2011




