ICI: I RADICALI SVELANO I FINTI “LUOGHI DI CULTO” E L’AVVENIRE ACCUSA: ESENTATE ANCHE LE CASE DEL POPOLO, LE PROPRIETA’ DEI PARTITI E QUELLE DEI SINDACATI.

Pubblicato il 10 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

È partita la caccia a chi non paga l’Ici. Si allarga il fronte politico di chi vorrebbe maglie più strette per far pagare le tasse anche alla Chiesa. Il presidente della Cei Bagnasco venerdì ha mostrato disponibilità «a valutare la chiarezza della norma». Ma allo stesso tempo l’Avvenire passa al contrattacco segnalando che non soltanto i beni ecclesiastici sono esentati dal pagamento delle tasse sugli immobili. In effetti l’elenco è lungo, e comprende tutti gli edifici di proprietà di organizzazioni internazionali e Stati esteri (compreso però il Vaticano), così come le fondazioni culturali e liriche, le Camere di Commercio, le università, le scuole. Anche i musei, ma a patto che non comprendano attività commerciali come book-shop o caffetterie (il che li esclude praticamente tutti). Sono poi esentate tutte le associazioni impegnate nel sociale, e in questo novero finiscono anche attività ricreative, come buona parte dei 5.500 circoli Arci.

LE STIME – Ma torniamo ai beni ecclesiastici. Secondo stime dell’Anci aggiornate al 2007 – quando ancora esisteva l’Ici sulla prima casa – l’esenzione vale 400 milioni di euro l’anno, al netto dell’inflazione e della rivalutazione degli estimi catastali prevista dalla manovra. Come è noto, solo i luoghi di culto, di pertinenza religiosa o che svolgono funzioni di assistenza ai bisognosi sono esentati dalla legge. Ma da più parti sono stati sollevati dubbi sul rispetto delle norme. Al punto che lo stesso Bagnasco ha chiesto che vengano sanzionati gli eventuali abusi. Il controllo «fiscale» sui beni della Chiesa spetterebbe alle amministrazioni, che però su questo fronte fanno poco o nulla. Secondo alcune rilevazione, addirittura il 20% del patrimonio immobiliare italiano farebbe capo alla Chiesa. Il catasto comprenderebbe 100mila fabbricati, il cui valore si aggirerebbe attorno ai 9 miliardi di euro. Le stime di settore parlano di circa 115mila immobili, quasi 9mila scuole e oltre 4mila tra ospedali e centri sanitari. Solo a Roma ci sono 23mila tra terreni e fabbricati, 20 case di riposo, 18 istituti di ricovero, 6 ospizi. Ma di questi quanti realmente dovrebbero essere tassate?

L’INCHIESTA DEI RADICALI – I Radicali da anni, spesso come voce solitaria, segnalano l’anomalia dei beni di proprietà della chiesa sfruttati a fini commerciali e tuttavia esentati dall’Ici. Il consigliere comunale di Milano Marco Cappato ha presentato un’interrogazione per conoscere quali solo i beni della Chiesa e quanti controlli fiscali sono stati fatti fino ad oggi e con quale risultato: «Non ho ancora ricevuto risposta – spiega – nell’attesa ho chiesto conferma del trattamento riservato ad alcuni dei beni ecclesiastici chiedendo se fossero esentati. Ed ottenuta risposta positiva, abbiamo provveduto noi a fare una piccola verifica». Il segretario dei Radicali Mario Staderini si è presentato in alcuni studentati e convitti ecclesiastici chiedendo una stanza per qualche notte. Ha così scoperto che in qualche caso, dietro la parvenza di una struttura religiosa, si celava un vero e proprio albergo, con tanto di tariffe perfettamente in linea con i costi del mercato. Il tutto filmato da una telecamera nascosta.

LA FISSAZIONE – Per Avvenire bisognerebbe diffidare dalla «Fissazione radicale». Come spiega il direttore Marco Tarquinio, quella in corso è un’offensiva contro la solidarietà: «I promotori della nuova campagna anti-Chiesa, che ha risposto acremente agli appelli del mondo cattolico per misure fiscali pro famiglia e anti evasione, vogliono in realtà tassare la solidarietà». Il giornale dei vescovi ribadisce che l’esenzione compensa il welfare erogato dalle strutture ecclesiastiche.

LE ALTRE ESENZIONI – In un altro articolo appare anche una breve elencazione degli «esenti meno noti», ossia «partiti, circoli culturali e sindacati». Tesi poi ribadita anche da alcuni esponenti politici di primo piano, come Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo alla Camera del Pdl: «Esistono esenzioni fiscali per le attività non lucrative – prosegue – di cui beneficiano non solo le confessioni religiose ma ad esempio anche i sindacati e la vasta galassia dell’associazionismo». Avvenire cita il caso delle sedi associative che diventano ristoranti: «Vi è mai capitato di entrare in un locale dove si ascolta musica, si mangia e si beve allegramente? Prima di entrare vi fanno pagare una piccola quota associativa con tanto di tesserina? Bene, quel locale, noto circolo di una nota associazione ricreativa, non paga l’Ici». E in un duello che inevitabilmente riporta la memoria ai tempi di don Camillo e Peppone, passa poi alle case del popolo. «Così pure i partiti politici», aggiunge il quotidiano, elencando le categorie che, in virtù della loro funzione sociale, sarebbero esenti dall’imposta.

I PARTITI PAGANO – Quindi anche il Partito Radicale, che da anni è l’alfiere della caccia all’esenzione, non pagherebbe l’Ici? «Non è affatto vero – replica Staderini – per la nostra sede noi paghiamo eccome, anche 2-3mila euro all’anno». È ancora più preciso il tesoriere del Pd, Antonio Misiani: «La normativa vigente prevede che i partiti politici siano soggetti al pagamento dell’Ici, salvo diversa deliberazione delle amministrazioni comunali». Che però vengono gestite dai partiti medesimi. Allo stesso tempo, tutte le sigle sindacali hanno provveduto a fare lo stesso comunicato: «Paghiamo regolarmente l’Ici». Su un patrimonio che del resto, restando solo ai confederali, sfiora quota diecimila immobili. Antonio Castaldo, Il Corriere della Sera, 10 dicembre 2011

.……..Bene, prima di dare l’ulteiror stangata ai redditi di lavforatori e pensionati con l’ICI sulla prima casa, si provveda a stangare tutti gli altri che avrebbero già dovuto pagarla e non la paganto, a incominciare oltre che dalla Chiesa per gli immobili utilizzati per lucrose attività commerciali, dia partiti e dai sidnacati, dalle finte associazioni di ogni genrere, comprese finte ONLUS utilizzate al solo scopo di ottenre vantaggi e tra questi sgravi fiscali. E’ tempo che la cuccagna finisca.

PENSIONI: I PRIVILEGI NEI PALAZZI DEL POTERE

Pubblicato il 10 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

I vantaggi dei dipendenti di Camera, Senato e Quirinale
rimasti quasi immutati

Non ci provino, a distinguere ancora figli e figliastri. Non ci provino, a toccare le pensioni degli italiani senza toccare prima (prima!) quelle dei dipendenti dei palazzi della politica o della Regione Sicilia. Un cittadino non può accettare di andare in pensione un paio di decenni dopo chi ancora può lasciare con 20 anni d’anzianità. Non solo non sarebbe equo ma, di questi tempi, sarebbe un insulto.

Che esistono qua e là staterelli dai privilegi inaccettabili non lo dicono i soliti bastian contrari. Lo dice, per la Sicilia, lo stesso procuratore generale della Corte dei Conti isolana, Giovanni Coppola, nell’ultima relazione: «L’opinione pubblica non comprende perché in Sicilia i dipendenti regionali possano andare in pensione con soli 25 anni di contribuzioni, o addirittura con 20 anni se donne, solo per il fatto di avere un parente gravemente disabile, mentre lo stesso non avviene nel resto d’Italia».

Errore: anche meno. Come nel caso dell’ispettore capo dei forestali Totò Barbitta di Galati Mamertino, che riscattando dei contributi precedenti, il 1 gennaio 2009 (ma da allora la legge non è cambiata) se n’è andato quarantacinquenne, dopo 16 anni, 10 mesi e 30 giorni. La previdenza, visto «il lavoro usurante», regala ai forestali siciliani un anno ogni cinque di servizio. Diceva di dover accudire un parente affetto da grave handicap: avuto il vitalizio, è partito per la Germania. Stracciato comunque, per età, dal record di Giovannella Scifo, una dipendente dell’ufficio collocamento di Modica (Ragusa) in quiescenza a 40 anni. «Non le pare esagerato?», le ha chiesto Antonio Rossitto di « Panorama». E lei, serafica: «Non le posso rispondere. C’è la privacy».

Fatto sta che, spiega la Corte dei conti, su 751 «regionali» andati nel 2010 in pensione 297 hanno lasciato in anticipo «rispetto all’ordinaria anzianità anagrafica e/o contributiva e, tra questi, ben 286 con le agevolazioni della legge 104/1992 che tanto ha fatto discutere per l’incomprensibile disallineamento rispetto alla normativa nazionale».

Fatto sta che, spiegava giorni fa sul Giornale di Sicilia Giacinto Pipitone, se è vero che nel 2004 la riforma Dini passò, con nove anni di ritardo, anche per i dipendenti pubblici siciliani, l’adeguamento non è mai stato varato per chi ha avuto la «fortuna» di essere assunto dalla Regione. Basti dire che «chi a livello statale ha ancora oggi quote di pensione da incassare col retributivo, fa il calcolo sulla media delle buste paga degli ultimi anni di servizio. I regionali calcolano invece la loro quota di retributivo sulla base dell’ultima busta paga incassata al momento di lasciare gli uffici: sfruttano quindi fino all’ultimo gli aumenti e i vari scatti di carriera». Conclusione? Risposta dei giudici contabili: «Nel 2010 i contributi versati sono diminuiti del 17% riuscendo a coprire appena il 32,2% della spesa».
Non basta: «lo stesso sistema più vantaggioso si applica anche sul calcolo della buonuscita. Per la maggior parte dei regionali viene calcolata moltiplicando il valore dell’ultimo stipendio». Risultato? Scrive Antonio Fraschilla: i direttori generali «vanno in pensione incassando un assegno medio di 420.133 euro, come certificato dalla Corte dei Conti, anche se hanno ricoperto l’incarico solo negli ultimi mesi della loro carriera».

Lo ricordino, Mario Monti ed Elsa Fornero: se non obbligano la Sicilia a eliminare immediatamente questi bubboni ogni loro sforzo per spiegare che la crisi planetaria è così grave da obbligare a pesantissimi sacrifici sarà inutile. Peggio: grottesco. Vale per i privilegi dei dipendenti regionali siculi, vale per quelli degli organi istituzionali.

Certo, al Senato non godono più dello stupefacente dono che fino a qualche anno fa veniva fatto da ogni presidente che, andandosene, regalava loro, a spese dei cittadini, due anni di anzianità. Ma ci sono ancora, a Palazzo Madama, persone che, assunte prima del 1998, possono andare in pensione prima di tutti gli altri italiani, a cinquant’anni o poco più, godendo anche di quella regalia. È giusto? È un diritto acquisito e quindi intoccabile anche quello?

È accettabile che, 16 anni dopo la riforma Dini, nonostante i ritocchi, non ci sia ancora un dipendente del Senato (quelli arrivati dopo il 2007 possono andarsene con qualche penalità ancora a 57 anni) che accantoni la pensione col sistema contributivo? Così risulta: dato che dal 2007 non è entrato alcuno, i primi soggetti al «contributivo» (peraltro maggiorato con un «aiutino» intorno al 18%) dovrebbero essere sette funzionari in arrivo nel 2012. Come possono capire, gli italiani, che quei fortunati godano di 15 mensilità calcolate sul 90% dell’ultima retribuzione e trasmesse intatte al 90% alla vedova se ha figli minori di 21 anni? Ma non basta ancora: nonostante le polemiche seguite alle denunce del passato come quella dell’«Espresso» che quattro anni fa rivelò che al Senato uno stenografo arrivava a 254 mila euro l’anno e un barbiere a 133 mila, le retribuzioni sono cresciute ancora dal 2006, in questi anni neri, del 19,1%. Arrivando a un lordo medio pro capite di 137.525 euro. Centodiecimila più di un dipendente medio italiano, il quadruplo di un addetto della Camera inglese (38.952) e addirittura 19 mila più della busta paga dei 21 collaboratori principali di Obama, che dalla consigliera diplomatica Valerie Jarrett al capo dello staff William Daley, prendono al massimo (trasparenza totale: gli stipendi dei dipendenti, nome per nome, sono sul sito della Casa Bianca) 118.500 euro. Lordi.

Sia chiaro: Palazzo Madama può contare su collaboratori, dai vertici fino agli operai, di eccellenza. Sui quali sarebbe ingiusto maramaldeggiare demagogicamente. Loro stessi, però, discutendo del loro futuro con l’apposita commissione presieduta da Rosi Mauro (sindacati di là, una sindacalista di qua) non possono non rendersene conto: di questi tempi, la loro trincea con tre liquidazioni (una interna, una dell’Inpdap, una del «Conto assicurativo individuale») e le due pensioni (una del Senato e ora ancora dell’Inpdap) è indifendibile. Tanto più che anche nel loro caso, il peso delle pensioni sui bilanci è cresciuto in modo spropositato.

Vale per Palazzo Madama, vale per il Quirinale dove troppo tardi la presidenza ha introdotto «misure dissuasive» con la previsione di «significative riduzioni» dei trattamenti pensionistici come un limite per l’anzianità «a regime» (campa cavallo…) di 60 anni con 35 di contributi (da leccarsi i baffi…), vale per Montecitorio, dove lo stipendio lordo è poco più basso che al Senato: 131.586 euro. Con tutto ciò che ne consegue sulle pensioni. Non sarà facile rompere certe incrostazioni. Verissimo. Ma è troppo facile far la faccia dura solo con i piccoli…Gian Antonio Stella, Il Corriere della SERA, 10 DICEMBRE 2011

…………...Chissà perchè Giorgio 1°, Re  d’Italia per volontà  ed eredità staliniana, sempre pronto a pontificare a destra e a manca, e ancor più pronto a salmoneggiare sui sacrifici che sono “dovuti” dagli italiani in genere, e in particolare dai lavoratori e dai pensionati medio-bassi, nulla ha da dire e da fare per i privilegiati dipendenti dei palazzi del potere, magari per il barbiere di Montecitorio che taglia barbe a 131 mila euro all’anno.  Ma forse Re Giorgio 1° ritene sconveniente per lui che  chi lo collabora non abbia un adeguato trattamento………… adeguato al suo ovviamente …….g.

L’ITALIA SI SPREME, LA CASTA SE NE FREGA. PER CAMERA, SENATO, CORTE COSTITUZIONALE E QUIRINALE NON VALGNO LE NORME PENSIONISTICHE VARATE DA MONTI.

Pubblicato il 9 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Papponi L'Italia si spreme, la Casta se ne frega Onorevoli: la riforma delle pensioni non vale

“Per cercare di contenere la dinamica della spesa del comparto pensionistico, è stata di recente modificata in modo incisivo la normativa dei pensonamenti anticipati di anzianità, fissando a regime il limite di 60 anni di età e 35 anni di anzianità utile al pensionamento e introducendo misure dissuasive con la previsione di significative riduzioni di trattamenti pensionistici”. Ora, tutti sappiamo che la recente manovra ‘Salva Italia’ ha toccato in modo particolarmente violento le nostre pensioni. E per questo sappiamo molto bene cosa ci succederà: i tempi per la pensione di anzianità sono stati dilatati oltre i 40 anni di contribuzione e si alzerà anche l’età di vecchiaia che arriverà a 66 anni per uomini e donne. Perché allora nel virgolettato  IN ROSSO che abbiamo riportato si parla di 35 anni e 60 anni? Una svista, un errore? Niente affatto. E’ tutto giusto, con un piccolo accorgimento: quella norma riportata in calce all’articolo è la nota illustrativa di bilancio di previsione per il 2011 dell’Amministrazione della Presidenza della Repubblica. Detta in altri termini, La riforma delle pensioni così come la conosciamo noi non si applicherà ai dipendenti di Camera, Senato, Quirinale e Corte Costutuzionale. Siamo alle solite.

Da quanto detto si scoprono due “simatici” dettagli. Anzitutto: gli organi costituzionali (Presidenza della Repubblica, governo, Camera, Senato e Corte Costituzionale) conservano per legge una propria autonomia organizzativa e di bilancio. La seconda, la più imbarazzante: al Quirinale dopo uan modifica “incisiva” della normativa intervenuta nei mesi passati, si può andare in pensione al compimento dei 60 anni e con 35 anni di anziantità: Ovevro con condizioni pensionistiche non solo infinitamente più convenienti di quelle applicate ai “comuni mortali” con l’ultima manovra, ma anche largamente migliori di quelle di tutti gli italiani prima che il pacchetto Salva Italia intervenisse. Non c’è da aggiungere altro: la vicenda si commenta da sè. Libero, 9 docembre 2011.

.…..Ecco, appunto, si commenta da sè. Non solo i dipendenti della Camera, del Senato, della Corte Csotituzionale, del Quirinale, percepiscono stipendi da favola, ma per loro non contano i sacrifici e le regole pensionistiche previste per tutti gli altri italiani. Che vergogna! g.

PROFESSORI PASTICIONI: EFFICIENTI SOLO A PAROLE

Pubblicato il 9 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Quella dei professori è una manovra ipotetica. Sulla carta funziona tutto, ma poi ogni giorno c’è un pezzo che svanisce. Puf, la magia non è riuscita.

Ingrandisci immagine

La realtà, purtroppo, ti arriva in faccia piuttosto in fretta. Ti smonta le ipotesi, ti scarnifica le buone intenzioni, non fa tornare i conti e manca sempre qualcosa. Se poi il tempo non c’è, devi fare in fretta e quei diavoli di mercati ci mettono come al solito le corna, allora tutto diventa complicato. Insomma, comincia a venir su un sospetto: neanche questi ci salvano.
Come ripete tutti i giorni Napolitano qui ci giochiamo centocinquant’anni di patria sacra e sudata e chi non si sacrifica è un vetero comunista, un padano o un papalino. Solo che poi un conto è scrivere la ricetta, altro farla digerire al paziente.
Dotti, medici e sapienti si stanno rendendo conto che i «se» ancora non fanno cassa e in più le insidie cominciano a essere tante. La luna di miele con la politica sta per finire, i partiti che sostengono la maggioranza soffrono di mal di pancia, ogni gruppo di interesse pensa prima di tutto al proprio portafoglio e, soprattutto, la manovra vive di speranze.
La carta è liscia, non crea attrito. Ti servono i soldi? Facile. Tassiamo con un altro 1,5 per cento i capitali nascosti all’estero e scudati. Il guaio è capire di chi sono, dove sono, come si fa a metterci le mani sopra e poi se si può fare. È già difficile arrivarci, ma qualcuno comincia a dire che un patto è un patto e se lo Stato non lo rispetta qualche problemino c’è. Per esempio che i «capitalisti scudati» sommergano il governo con una valanga di ricorsi, dai tribunali amministrativi a quelli europei. È la guerra giudiziaria delle scartoffie, magari ingiusta, ma intanto i soldi latitano. E poi sulla carta è facile non commuoversi per chi sente sulla pelle il sale del sacrificio. Poi, però, ti scappa da piangere e allora non te la senti di dire a chi incassa una pensione di neppure mille euro al mese di mettersi l’anima in pace. Così il blocco delle rivalutazioni viene alzato a 1400 euro. La carta non ha cuore, ma per fortuna i professori sì, anche quando fingono di averlo nascosto nella tasca di un loden. Anche loro alla fine stanno lì a fare i conti con i pasticci della realtà. Metti l’Irpef, togli l’Irpef, inventati una addizionale regionale, stana gli evasori, manda in pensione tutti a settant’anni, resta in bilico sull’orlo del baratro, fai il valzer delle province (le cancello subito, non le cancello, aspetto a cancellarle). Tutto bene, ma se qui monsieur Sarkò e frau Merkel non si mettono d’accordo salta l’Euro, l’Europa e pure l’America strizza di paura. Allora ci ritroviamo con sacrifici veri e una salvezza di carta. Per chi, poi? Per uno Stato grasso e grosso che non ci pensa neppure per sbaglio a dimagrire. Allora, professori, facciamo un’ipotesi. E se per una volta provassimo a snellire lo Stato? Così sulla carta. Magari funziona. Il Giornale, 9 diocembre 2011

IL LAVORATORE E IL POLITICO….

Pubblicato il 8 dicembre, 2011 in Il territorio | Nessun commento »

SENZA PAROLE

SACRIFICI SI, MA NON PER TUTTI. NAPOLITANO E MONTI CON LE RISPETTIVE SIGNORE GRIFFATE E INGIOELLATE SE LA GODONO ALLA SCALA ALLA FACCIA DEI SOLITI FESSI

Pubblicato il 8 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Per il presidente Napolitano la crisi è drammatica. Per il premier Monti sono a rischio gli stipendi degli statali. Ma siccome siamo in Italia, la situazione, come sempre, è grave ma non seria.

Ingrandisci immagine

Così ieri sera, dopo aver tagliato le pensioni, tassato le case e aumentato la benzina, Napolitano, Monti e mezzo governo si sono riposati della fatica. Hanno indossato lo smoking migliore e insieme alle mogli vestite da Armani e ingioiellate a dovere si sono buttati tra gli arazzi, gli ori e gli stucchi della Scala di Milano per la prima della stagione. Nulla di illegittimo. Anzi, beati loro. Dico solo che se la stessa cosa l’avessero fatta Berlusconi e soci, all’uscita (ma forse già all’entrata) i tartassati li avrebbero presi a verdure in faccia e oggi i soliti opinionisti sprecherebbero fiumi di inchiostro per indignarsi di fronte allo schiaffo alla miseria e al rigore.

E invece non accadrà nulla del genere. Basta, non si protesta più. Siamo in un’era nuova, ipocrita, moralista e anche un po’ furbetta. La verità viene edulcorata, a volte rimossa. Una sorta di regime di terrore dello spread per tenerci tutti zitti e a posto. Per esempio non è bello scoprire che gli annunciati tagli alla Casta della politica (con i quali Monti aprì la conferenza stampa della stangata) sono una bufala. Nella stesura definitiva della legge, infatti, il governo ha fatto cancellare la data dell’aprile 2013 per l’abrogazione delle Province e rimandato tutto a una legge ordinaria. Cioè a mai. Ce l’hanno forse detto? No, l’hanno scoperto, leggendo le carte e gli allegati, i colleghi del quotidiano Italia Oggi. Del resto il governo Monti ha capito velocemente che non si può fare politica senza la politica. Così, dopo aver accontentato la Casta, ora speriamo che accontenti un po’ anche noi. Per esempio su Ici, superbollo, e pure sulla tassa per le imbarcazioni, le cose non stanno come annunciato. C’è tempo per cambiare, perché la classe media non andrà alla prima della Scala ma non per questo la si può prendere per i fondelli agitando, ovviamente in smoking e sorseggiando champagne, la mannaia del rigore o morte. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 8 dicembre 2011

………Direbbero i nostri nonni: Napolitano è l’erede della nomenklatura sovietica che strangolava il suo popolo ma per sè disponeva di  tanto caviale e fiumi di champagne, Monti, invece, è uno che ha capito da subito come va il mondo e come il cane della masseria ha fiutato subito l’odore giusto. Tanto ci sono lavoratori e pensionati che la prendono nel c…..o. g.

IL FUOCO CONTRO MONTI BRUCIA SOTTO LA CASTA

Pubblicato il 8 dicembre, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Il fuoco dal quale Mario Monti e il suo governo tecnico debbono guardarsi bene non è tanto quello che un suo critico ieri gli rimproverava di avere in qualche modo attizzato aumentando all’improvviso i già salatissimi prezzi della benzina e del gasolio, quanto quello che si avverte dietro la crescente delusione per i mancati tagli alla politica. O per quelli troppo modesti apportati, o solo annunciati. Nei quali, poco importa se a torto o a ragione nel clima di protesta che i sindacati hanno sentito ancora una volta il bisogno di alimentare ricorrendo allo sciopero, alcuni hanno ravvisato la paura di ferire ancora di più il ceto politico sfiancato ma ancora capace di scalciare. O, se preferite, incapace di valutare le distanze che lo separano dai cittadini. È un ceto politico, o casta, come altri preferiscono più negativamente chiamarla, che pensa ancora di avere saldato i suoi debiti di credibilità rinunciando per il futuro ai vitalizi dei parlamentari e affini. E apportando non tagli ma parvenze di tagli a certi trattamenti destinati a sopravvivere come “diritti acquisiti”. Come se non fossero acquisiti anche i diritti di pensionati e pensionandi, e di altri percettori di redditi, sui quali l’emergenza economica e finanziaria ha imposto al governo di intervenire. Qualcuno avrà notato domenica sera, seguendo per televisione la conferenza stampa di Monti e dei suoi ministri, quel signore anziano che si è levato per raccomandare al presidente del Consiglio, per via delle pensioni già guadagnatesi per le sue passate attività, qualcosa che lo stesso presidente peraltro aveva già annunciato: la rinuncia al compenso governativo, o la sua destinazione a iniziative o organizzazioni benefiche. Nel vederlo e sentirlo sono letteralmente saltato sulla sedia conoscendone il cumulo di pensione e vitalizi: pensione di giornalista e vitalizi di ex parlamentare europeo e nazionale. Non è il solo caso, naturalmente. Direi anzi che cumuli analoghi, maturati e percepiti da parlamentari o ex parlamentari provenienti da altre professioni, sono più la regola che l’eccezione. Non si è ancora avvertito nei “sacri” palazzi del Parlamento il buon senso, e neppure il buon gusto, di porvi rimedio senza lasciarselo chiedere, pronti piuttosto a liquidare come qualunquismo osservazioni o sollecitazioni di questo tipo. A nessuno è sinora venuto in testa alla Camera, con tutto quello che bolle nel Paese, con tutti i tagli, i bolli, i balzelli e i cosiddetti contributi di solidarietà giustamente imposti a noi comuni cittadini, di eliminare, per esempio, quella Fondazione omonima che provvede a organizzare eventi e pubblicazioni a cui potrebbero provvedere direttamente, e più economicamente, gli uffici ordinari di Montecitorio. Una Fondazione che, assegnandone di diritto nello statuto la presidenza a chi ha guidato la Camera nella legislatura precedente, sembra ideata e fatta apposta proprio per questo, a costo anche di qualche disavventura. Come quella capitata nel 2008 a Pier Ferdinando Casini, costretto per l’intervenuto scioglimento anticipato delle Camere a passare la mano dopo soli due anni a Fausto Bertinotti. Che grazie al governo tecnico di Monti, e alla prevedibile prosecuzione della legislatura sino al suo epilogo ordinario, potrà invece rimanervi per un altro anno e mezzo. E passare quindi la mano, a sua volta, a Gianfranco Fini. Che, anche in caso di mancata rielezione a parlamentare, avrà maturato il suo bravo cumulo di pensione e vitalizio. Vi sembra tutto questo, francamente, uno spettacolo o scenario compatibile, per stile e contenuto, con i tempi che la gente comune è costretta a vivere? A me non sembra proprio. Monti e i suoi ministri, naturalmente, non possono intervenire direttamente su o contro queste situazioni per l’autonomia che il Parlamento rivendica nella sua organizzazione interna e gestione economica. Ma i soldi alle Camere, i conferimenti dei fondi per il loro funzionamento, li deve ogni anno trovare il governo di turno. Che se non ne ha abbastanza, specie per permettere l’uso che se n’è fatto sinora, ha pure le sue buone ragioni da sostenere, e gli strumenti per farlo. Se altri, di destra e di sinistra, o come diavolo vogliamo chiamare gli schieramenti che si sono alternati in questi quasi diciotto anni di cosiddetta Seconda Repubblica, non hanno ritenuto di avvalersene, Monti ha la forza, o la necessità, di farlo. E di coniugare ancora meglio di quanto non gli sia sinora riuscito rigore ed equità nella gestione dell’emergenza affidatagli dal presidente della Repubblica e confermatagli con la fiducia dalle Camere. Che non potrebbero decentemente revocargliela, staccandogli la famosa spina, solo se e quando toccasse avvertire anche a loro le lame del rasoio elettrico del governo. Lo stesso discorso vale per i costi degli altri organismi istituzionali, e per i privilegi – sì, i privilegi – che in altre, ben diverse condizioni economiche hanno potuto procurarsi e accumulare vertici e personale dipendente. E vale naturalmente per i partiti, il cui finanziamento pubblico con lo strumento dei “rimborsi” elettorali, adottato peraltro per aggirare l’abrogazione referendaria disposta nel 1993 dai cittadini, ha assunto dimensioni e caratteristiche a dir poco sproporzionate. Che peraltro non sono neppure bastate a far passare alla politica, come dimostrano le frequentissime cronache giudiziarie, senza distinzione di colori, la tentazione e la pratica dei finanziamenti illegali.  Francesco Damato, Il Tempo, 8 dicembre 2011

IL VERO BENE DELLA CHIESA

Pubblicato il 8 dicembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Dirigibiel Goodyear nei cieli di Roma: una veduta aerea di San Pietro (foto Gmt) Come previsto, la vicenda dell’Ici sui beni ecclesiastici è decollata e coinvolge in maniera trasversale destra e sinistra. Le richieste di assoggettare all’imposta gli immobili della Chiesa che ne sono esenti provengono da varie aree politiche. Alcuni sono mossi da un disegno ideologico (sinistra radicale, laicisti, liberali), altri da sentimenti di «equità» più o meno sinceri. Non ci sono dubbi però che il tema sia nell’agenda del Palazzo. Quel che continua ad essere un oggetto misterioso è la posizione del Vaticano. Perché appoggiare la manovra di Monti – come ha saggiamente fatto ieri il segretario di Stato cardinal Bertone – non sposta di una virgola il problema dell’Ici: la Santa Sede e la Cei hanno una linea da presentare non solo ai fedeli, ma anche al contribuente italiano? Il cittadino al quale vengono chiesti, appunto, sacrifici, in cuor suo credo si ponga anche un’altra domanda: cosa ne pensa di questa vicenda il Papa? Come si vede, porre la questione non è un esercizio scolastico, ma valutare le implicazioni del caso. Che non riguardano solo il Fisco, ma anche l’etica e il comune sentire in un momento particolare della vita italiana. Immagino che Ratzinger sia pienamente informato della situazione e che il cardinal Bertone e il cardinal Bagnasco – presidente della Cei – abbiano parlato con il Santo Padre dei risvolti che può assumere questa vicenda. Ci sono ancora alcune domande da porsi: è giusto che la Chiesa faccia muro sul tema e dica no a prescindere? O piuttosto è il caso di aprire un dialogo con lo Stato italiano e trovare una soluzione negoziata? Visto il dibattito interno, valutato il contesto economico e il peso di una manovra da 30 miliardi, penso che la seconda opzione sia quella più conveniente. La categoria di immobili «protetta» infatti è fuori dai Patti Lateranensi (che tutelano gli immobili della Città del Vaticano) e in qualsiasi momento lo Stato potrebbe gabellarvi sopra come meglio crede. Un accordo oggi avrebbe il vantaggio per il Vaticano di operare con certezza sul domani. Renderebbe pretestuose, inoltre, le richieste di revisione del gettito dell’otto per mille. La comunità dei cattolici ha bisogno di risposte certe e meditate. Io da credente me le attendo. Per il bene della Chiesa.  Mario Sechi, Il Tempo, 8 dicembre 2011

…………Ha detto il Cardinal Bertone, Segretario di Stato del Vaticano, che in tempi difficili è giusto imporre e fare sacrifici. Chi può dargli torto? E allora è altrettanto giusto (ci guardiamo bene dal dire “è sacrosanto”!) che tutti facciano sacrificoi. Anche la Chiesa nella sua veste temporale, quale è allorquando ci si riferisce  alle migliaia di immobili di cui è proprietaria, fuori dalla Città del Vaticano, come giustamente nota Sechi, che non sono sottoposti al particolare status derivante dai mussoliniani  (e craxiani) Patti Lateranensi, e per i quali la Chiuesa gode di particolari privilegi, il primo dei quali è l’esenzione dall’ICI, benchè la maggior parte di questi immobili sono utilizzati per lucrose  attività  commerciali che spesso con la Chiesa nulla hanno a che fare. E’ vero, la Chiesa svolge una funzione importante, specie nella meritevole e insostituibile azione di aiuto ai poveri, ma non siamo ormai tutti poveri, specie i lavoratori e i pensionati a carico dei quali pesa la ingiusta, iniqua, settaria manovra dei professori? E allora ci pare che la proposta di Sechi sia una proposta di buon senso. Il Vaticano si sieda a un tavolo di trattativa con lo Stato e accetti di trovare un accordo che salvaguardi la sua azione e nel contempo distribuisca i sacrifici in maniera  più equa. E già che ci siamo, una forbiciata va data anche e subito ai privilegi della politica per nulla toccati dalla manovra di Monti, salvo una avveniristica cancellazione di qualche centinaio di cariche nelle Provincie. VANNO ELIMINATI I VITALIZI, A TUTTI E PER SEMPRE. Ai deputati e ai consiglieri regionali, senza distinzione e immediatamente. I deputati e i consiglieri regionali  scelgono liberamente di candidarsi alle cariche pubbliche e se eletti percepiscono una indennità di carica. Appunto, una indennità che è legata alla carica. Cessata la carica, cessa anche l’indennità. E’ stato un abuso consentire che l’attività politica si trasformasse in un mestiere e alla cessazione della carica e quindi dell’indennità si desse luogo a quello che è stato chiamato vitalizio. Non hanno mestiere deputati e consiglieri regionali? Peggio per loro! E siccome la crisi economica sta travolgendo tutti, è una vera e propria catastrofe secondo Monti,  che però si guarda bene dal fornire  dettagli quasi fossimo tutti cretini, travolga anche e prima degli altri quelli che con il loro comportamento ci hanno portato al punto di non ritorno. Senza fare storie e prenderci in giro. Quando si arriva a negare il modesto adeguamento delle pensioni a chi vive con 1401 euro al mese (sempre che passi l’emendamento che lo consente alle pensioni sino ai 1400 euro mensili) non si possono più fare sconti a nessuno. g.

BANCHE, CHIESA E RICCHI GRAZIATI DALLA NUOVA ICI

Pubblicato il 7 dicembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

La stangata non è uguale per tutti: gli istituti e altre categorie verranno colpiti da un aumento degli estimi del 20%.

Banche,  Chiesa e  ricchi graziati dalla nuova Ici

Non è stata uguale per tutti la stangata sull’Ici decisa dal governo di Mario Monti per decreto legge.  Se la batosta arriva senza eccezioni per tutti i cittadini sulle prime e seconde case con un aumento medio degli estimi del 60%, dalle grinfie del governo si sono però salvate molte categorie privilegiate. La nuova Ici, travestita da Imu, si baserà su un rincaro degli estimi pari al 61% per negozi e botteghe, colpendo quindi i commercianti che ne sono naturali proprietari, ma sarà assai meno salata per banche e assicurazioni, la cui rivalutazione degli estimi salirà dall’attuale 50% al 60%, con un aumento in termini percentuali pari al 20%, un terzo di quello che tocca a tutti i cittadini. Il privilegio ottenuto dalle banche e dalle assicurazioni per le proprie agenzie (che pagano la metà di tasse sugli immobili rispetto ai pensionati sulla prima casa), è per altro in buona compagnia: parzialmente risparmiati dalla stangata sono anche proprietari di alberghi e pensioni, di numerosi fabbricati utilizzati per attività commerciali e di immobili utilizzati per cinema, teatri e sale per concerti e spettacoli. Tutti con un rincaro medio degli estimi pari al 20 per cento.

E la Chiesa non paga…  – Vien da dire che il governo dei banchieri ha graziato ricchi, privilegiati ed istituti di credito, allargando ulteriormente la forbice dei privilegi che esisteva già da prima. Per fare un esempio, la vecchia rivalutazione catastale di banche e alberghi (e come loro tutti gli altri graziati) era al 50%, la metà rispetto a quella del mattone di un privato cittadino. Poiché le nuove rivalutazioni in termini percentuali sono addirittura inferiori per le categorie che già pagavano meno, i privati, i normali cittadini, oggi pagheranno una differenza ancora maggiore rispetto a quanto corrisposto dalle banche. La stangata di Monti, però, non si è abbattuta nemmeno sulla Chiesa, che riesce sempre a sfangarla e a non pagare mai l’Ici. Niente balzello per gli immobili commerciali di proprietà del Vaticano. Mario Monti, nella conferenza stampa con la stampa estera, aveva candidamente ammesso: “Perché non abbiamo imposto l’Ici alla Chiesa? E’ una questione che non ci siamo mai posti”. Peccato che l’esenzione non sia soltanto palesemente ingiusta, ma anche contraria all’articolo 108 del Trattato europeo: questo è quanto aveva stabilito la sentenza 1678 del 2010 della Corte di Cassazione, anche alla luce del fatto che le norme comunitarie hanno rilievo costituzionale.

I ricchi – I più abbienti, inoltre, con la nuova Imu rischiano addirittura di pagare di meno. L’analisi è stata realizzata dagli artigiani della Cgia di Mestre: per i proprietari con redditi oltre i 100mila euro l’Imu diventerà addirittura più vantaggiosa dell’Ici. Nelle simulazioni realizzate, infatti, sono stati presi in esame quattro casi di proprietari con livelli di reddito crescenti (25mila euro, 50mila euro, 100mila euro, 150mila euro). Con l’attuale tassazione si è presa in esame una Ici con un’aliquota media che è pari a quella nazionale del 6,4 per mille, un’addizionale Irpef regionale dello 0,9% e un’addizionale Irpef Comunale dello 0,4 per cento. Nel caso dell’Imu, invece, è stata presa in esame un’aliquota media del 7,6 per mille ed una rivalutazione catastale del 60 per cento. In buona sostanza, la nuova Imu sarà praticamente una tassa piatta, che consentirà ai più ricchi, rispetto all’applicazione dell’Ici, aggravi di imposta più lievi man mano che cresce il reddito. Oltre i 100mila euro i proprietari di seconda casa pagheranno addirittura meno di quanto hanno pagato sinora con l’Ici. Libero, 7 dicembre 2011

MONTI VISTO ALL’ESTERO

Pubblicato il 6 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

MONTI VISTO DAI GIORNALI CANADESI

Abbiamo ricevuto questa vignetta pubblicata dai giornali canadesi da un nostro visitatore italo-canadese: mostra Monti mentre raschia il barile, ovviamente a carico dei lavoratori e dei pensionati.