COSTI DELLA POLITICA: ECCO QUALCHE CONSIGLIO SU DOVE E’ POSSIBILE (E DOVEROSO!) FARLI
Pubblicato il 6 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »
Spese del Parlamento, vitalizi, enti locali, auto blu e scorte. E poi benefici fiscali per chi sostiene i partiti, auto e voli blu
Li vuole davvero, Mario Monti, dei suggerimenti sui tagli possibili ai costi esorbitanti della politica come ha detto in tivù l’altra sera? Sono tante le cose che si possono fare stando alla larga dal qualunquismo, dal populismo, dalla demagogia. Purché abbia chiaro che si metterà contro il più grande dei partiti italiani, il Pti: Partito Trasversale Ingordi.
Vuole partire dal Parlamento? Ci provò, quattro anni fa, Tommaso Padoa-Schioppa, che avrebbe voluto imporre un taglio delle spese correnti, cresciute tra il 2001 e il 2006, al di là dell’inflazione, del 15,2% a Montecitorio e addirittura del 38,8 a Palazzo Madama. Un’impennata inaccettabile. Tanto più che il Paese da anni non cresceva. E subito, nei corridoi delle Camere, si levò un grido di rivolta: «Il Parlamento è sovrano!». Fausto Bertinotti e Franco Marini presero carta e penna e risposero assai piccati che per «autonoma assunzione di responsabilità» avevano deciso di rinunciare ad aumentare i costi in linea con il Pil nominale, accontentandosi dell’inflazione programmata. Come fosse una rinuncia epocale. Risultato: dal 2006 al 2010 le spese correnti di Montecitorio, con la sinistra e con la destra, sono salite ancora del 12,6% per un ammontare di 149 milioni. Quelle di Palazzo Madama del 9,4%, per altri 46 e mezzo. Totale: 195 milioni in più. Negli anni della grande crisi.
Senza ledere alcuna autonomia, né rischiare ricorsi alla Corte Costituzionale, il governo ha in mano una leva: il potere di affamare la politica più insaziabile. E sarebbe un peccato se esitasse a usarla. A partire dal meccanismo che, ipocritamente, sostituì il finanziamento pubblico abolito dal referendum.
I rimborsi elettorali
Ogni cittadino italiano (senza considerare i contributi ai gruppi parlamentari o ai gruppi consiliari regionali) spende per mantenere i partiti circa 3 euro e 30 centesimi l’anno. È molto più rispetto alla Spagna (2 euro e 30) ma il doppio della Germania (1,61 euro, anche se lì vengono finanziate pure le fondazioni che ai partiti sono strettamente legate) e due volte e mezzo rispetto alla Francia (1,25 euro). Giulio Tremonti e Vittorio Grilli lo scorso anno ci avevano provato, a ridurre i rimborsi del 50%. Battaglia persa: il taglio fu ridotto al 30, poi al 20, poi al 10%. La motivazione? Inconfessabile: il rischio che con i partiti a corto di soldi la corruzione avrebbe ripreso vigore. La risposta è nella umiliante classifica di Transparency appena pubblicata, dove per onestà amministrativa siamo sessantanovesimi. Un’impennata del 1110% in un decennio dei rimborsi elettorali non ha alcuna giustificazione. È cambiato il mondo, rispetto all’anno scorso. Se il nuovo premier vuole può riprovarci, a tagliare lì. E vediamo chi avrà il fegato di votargli contro.
«Total disclosure»
Sulla trasparenza basterebbe copiare il Regno Unito. Introdurre cioè l’obbligo di pubblicare su Internet non solo i redditi e le situazioni patrimoniali di tutti i parlamentari e i titolari di cariche elettive, ma anche gli interessi economici che fanno capo a ciascuno. Identico obbligo di trasparenza dovrebbe valere per i contributi privati ai partiti e ai singoli politici, oggi consultabili solo da chi fisicamente si presenta a un certo sportello della Camera. Vanno messi tutti su Internet, cominciando con l’abolire il limite dei 50 mila euro introdotto nel 2006 al di sotto del quale quei versamenti possono restare occulti. In Inghilterra Tony Blair, lasciando Downing Street, fu costretto a mettere in vendita 16 dei 18 orologi (due li comprò a prezzo di mercato) che gli aveva regalato il Cavaliere: che da noi si possano segretamente donare 100 milioni di vecchie lire a un partito è assurdo. Va da sé che in parallelo, finalmente, dovrebbe essere imposto a tutti i segretari amministrativi l’obbligo di certificazione dei bilanci.
Benefici fiscali
Basta un decreto per spazzare via la più indecente delle leggine, quella che spiega come «le erogazioni liberali in denaro» a organizzazioni, enti, associazioni di assistenza si possono detrarre dalle imposte per il 19% fino a un tetto massimo di 2.065 euro e 83 centesimi. Tetto che per i finanziamenti politici è cinquanta volte più alto. Di qua un risparmio di 392 euro per chi regala 100.000 euro alla ricerca sulle cardiopatie infantili, di là uno di 19.000 per chi versa la stessa somma ad Alfano o Bersani. I risparmi non sarebbero molti? È una questione di principio. Ineludibile.
Bilanci
Tutti i rendiconti (dallo Stato a quelli degli enti locali) devono essere resi omogenei, confrontabili e leggibili. I capitoli di spesa devono essere chiari e trasparenti. Un esempio? Spulciando nel bilancio di palazzo Chigi il neoarrivato Mario Monti troverà 50 milioni di euro sotto la voce opaca «Fondo unico di presidenza»: che cosa sono? Spese di rappresentanza?
Dotazioni delle Camere
Secondo l’istituto Bruno Leoni per mantenere il Parlamento ogni cittadino italiano spende 26,33 euro, contro 13,60 di un francese, 10,19 di un britannico, 5,10 di un americano. Camera e Senato, mentre votano una manovra con tagli che spingono al pianto il ministro Elsa Fornero, continuano a chiedere allo Stato sempre gli stessi soldi fino al 2014? Se davvero non si può, come dicono, interferire nella loro autonomia, il governo potrebbe tuttavia ridurre la loro dotazione a carico del Tesoro. Tanto più che a Montecitorio e Palazzo Madama c’è un tesoretto accumulato fra avanzi di amministrazione e fondi «di solidarietà» che si aggira sui 700 milioni di euro. Con la crisi che c’è, rompano quel loro «salvadanaio».
Palazzo Chigi
La presidenza del Consiglio è arrivata a occupare 20 sedi in un progressivo gigantismo che ha ridicolizzato le promesse di asciugare l’apparato che oggi occupa circa 4.600 persone: più del triplo del Cabinet office, la corrispondente struttura del Regno Unito. Per farlo, però, è fondamentale una norma che riporti la presidenza del Consiglio sotto la Ragioneria generale dello Stato, com’era fino al 1999 (senza rischi né umiliazioni per la democrazia…) prima che D’Alema rivendicasse l’autonomia finanziaria.
Vitalizi e pensioni
Stravolte pesantemente le pensioni di alcuni milioni di italiani, è essenziale un segnale dall’alto netto. Quello arrivato finora, che fa scattare il contributivo dal 2012 per i vitalizi parlamentari, è insufficiente. E anche qui è assai discutibile che il governo sia impossibilitato a intervenire. Potrebbe infatti decidere un prelievo eccezionale sugli altri redditi dei titolari di vitalizi parlamentari o regionali, più elevato per coloro che ancora non hanno raggiunto l’età per la pensione di vecchiaia. Sono diritti acquisiti? Lo erano anche quelli dei cittadini che si sono visti «cambiare il contratto» che avevano firmato con lo Stato quando erano entrati nel mondo del lavoro.
Di più: oggi deputati e senatori che durante il mandato istituzionale intendono continuare ad accumulare anche la pensione, possono farlo versando soltanto il 9% della retribuzione relativa alla loro vecchia attività: magistrato, professore, medico, dirigente d’azienda… Il restante 24% è un contributo figurativo che grava sulle casse dell’ente di previdenza. Cioè quasi sempre dello Stato. Porre l’intero 33% a carico del beneficiario sarebbe una misura di giustizia elementare.
Regioni
È dimostrato che un consiglio regionale come quello della Lombardia e dell’Emilia-Romagna possono funzionare con un costo di circa 8 euro a cittadino. Molto dignitosamente. Applicando questo standard a tutte le regioni (alcune arrivano a costare procapite 50 volte di più) si potrebbero risparmiare ogni anno 606 milioni di euro. Lo Stato non può intervenire sulle autonomie regionali, pena l’immancabile causa alla Consulta? Il governo potrebbe aggirare l’ostacolo decretando un taglio ai trasferimenti alle Regioni corrispondente alla differenza fra gli 8 euro procapite e la spesa attuale.
Gettoni di presenza
Equiparare i livelli dei gettoni di presenza nei consigli comunali, spesso diversissimi da città a città nella stessa Regione (45,90 euro a Padova, 92 a Treviso, 160 a Verona) è urgentissimo. Si fissi un parametro basato sulla popolazione e fine. Altrettanto urgente è frenare gli abusi resi oggi possibili dalle leggi sugli enti locali. Un consigliere comunale di Palermo, come abbiamo raccontato, può arrivare a intascare 9 mila euro al mese. Ricordate? Per legge il Comune deve compensare il datore di lavoro per le ore perdute dal consigliere a causa degli impegni istituzionali. Capita quindi che qualche consigliere, in precedenza disoccupato o con una retribuzione modesta, si faccia assumere appena eletto da un’impresa di famiglia con uno stipendio stratosferico: il Comune non ha scampo, deve pagare all’azienda «amica» i «danni» per quel consigliere perennemente impegnato in municipio. Una pratica molto diffusa, da stroncare: non c’è posto al mondo dove un consigliere comunale, in gettoni e rimborsi vari, possa guadagnare 10.000 euro al mese.
Auto blu
Lo Stato vuole avviare un grande piano di dismissioni del patrimonio edilizio pubblico? Bene. Ma perché non fare la stessa cosa con lo sterminato parco di auto blu, mettendole in vendita? Ne guadagnerebbe anche l’immagine della politica. Si dirà che il maggior numero di auto blu è in periferia, e su quelle il governo non può intervenire. Fissi degli standard, basati sulla popolazione e la chiuda lì.
Voli blu
In Inghilterra tutti i voli di Stato sono sul web: aeroporto di partenza, di arrivo, chi c’era a bordo, dove andava e perché aveva quel tale ospite con nome e cognome. La sola trasparenza, possiamo scommettere, ridurrebbe moltissimo decolli e atterraggi. Con risparmi conseguenti.
Scorte
Che per Roma girino ogni giorno otto auto di scorta a politici e magistrati contro una sola gazzella dei carabinieri o volante della polizia impegnata sul fronte della sicurezza dei cittadini è inaccettabile. Il ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri lo sa. E sa quanto i cittadini aspettino un segnale: più auto per la sicurezza, meno per le scorte.
Dirigenti
Il governo Prodi aveva introdotto il tetto alle retribuzioni dei dirigenti pubblici intorno ai 289 mila euro lordi l’anno. Una norma che aveva fatto a lungo discutere finché con Berlusconi era stata sostanzialmente svuotata. Non sarebbe il caso, visti i tempi, di ripristinare il tetto? Vietando, soprattutto, cumuli inaccettabili come quelli di cui godono alcuni magistrati i quali incassano lauti stipendi da componenti di authority continuando a percepire la retribuzione da magistrato «fuori ruolo»?
Conflitti d’interessi
L’Italia è il Paese dei conflitti d’interessi e intervenire a tutto campo è laborioso. Ma alcune cose si possono fare subito. Perché non stabilire che per i consigli delle società pubbliche (tutte, senza esclusione) non ci possano essere più di tre amministratori? E perché non vietare per almeno cinque anni a chi ha avuto un incarico elettivo o di governo di diventare consigliere? Sparirebbero d’incanto molte delle circa 7 mila società controllate da enti locali e Stato. Almeno quelle che servono solo a dare una poltrona ai trombati. I risparmi? Considerevoli: gli amministratori e gli alti dirigenti di quelle società sono 38 mila. Ancora più urgente, però, è fissare un paletto insuperabile: chi governa ha il diritto di scegliere gli amministratori delle società pubbliche o miste. Ma deve anche rispondere dei bilanci che essi presentano: basta con i buchi colossali che emergono da bilanci «distrattamente» approvati nella speranza che poi, a tappare la voragine, arrivi lo Stato. Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera, 6 dicembre 2011
….I consigli li giriamo alla signora Fornero, la ministra che ieri l’altro piangeva (per la vergogna) mentre annunciava che il governo dei superman aveva deciso tra le altre vergognose misure a carico dei lavoratori e dei pensionati – i soliti noti – il blocco della indicizzazione delle pensioni per due anni in danno dei pensionati con pensioni superiori ai 950 euro al mese, come se da 951 in poi i pensionati titolari di tali assegni possono scialare, come lei che non si sa quanto prende di pensione o il superMario che di assegni mensili ne percepisce per 60 mila euro dopo aver magnanimamente e spocchiosamente rinunciato ai 12 mila quale presidente del consiglio e ministro dell’economia. Di tagli reali ai costi della politica, anzi agli sprechi della politica nella supermanovra dei superprofessori non c’è traccia, benchè sarebbe stato sufficiente leggere non i consigli di oggi ma il libro di poche settimane fa di Stella e Rizzo -licenziare i padreterni – a proposito appunto degli sprechi della politica. Ma toccare gli sprechi e i costi di una casta tanto ingorda metterebbe a repentaglio le poltrone così senza fatica conquistate e sulle quali, evidentemente, Monti e compagni si trovano ben accomodati. E allora dalli al pensioanto e al lavoratore ai quali, al più, un giorno o l’altro si potrà dedicare un monumento di cartapesta, con la scritta: gli scemi di sempre. g.




Tanti saluti all’idea che si doveva far pagare quelli che non avevano pagato. Pagheranno quelli che hanno sempre pagato, per giunta di più, vale a dire le fasce alte delle aliquote Irpef. Non è un colpo di scena, ce lo aspettavamo. Credere che fosse possibile il contrario è un po’ credere nelle favole, e noi non ci crediamo. Però c’è un aspetto fastidioso, un elemento culturale che segnaliamo ai professori al governo, talché lo mettano nel conto di reazioni negative: sostenere che questo sia un atto di giustizia sociale, perché così pagano i “ricchi”, è una tesi intollerabile. Primo, perché così pagano solo le persone oneste. Secondo, perché immaginare come “ricchi” i redditi che superano i 55mila euro può farlo solo chi preferisce coltivare pregiudizi sociali al far di conto. Il ceto medio e professionale subisce una spazzolata fiscale senza veder modificare, anche nel senso di maggiore apertura alla concorrenza, le regole del proprio lavoro. Peccato, perché le riforme avrebbero favorito la crescita, mentre i prelievi favoriscono solo la depressione. A questo si aggiunga che rimane in predicato un possibile innalzamento dell’Iva, già cresciuta di un punto, il che ulteriormente colpisce i consumi, già in recessione da mesi. Ma che volete? diranno quelli del governo: siamo in un momento terribile, abbiamo ereditato una situazione difficilissima e non potevamo fare altro. È vero, avrebbero ragione a dirlo. Ma è anche drammatico perché, se ci si limita a quel che si mormora e annuncia, vuol dire che siamo finiti in un vicolo cieco. Dove i primi ad essere bendati, però, sono gli stessi che dovrebbero tirarcene fuori. Perché, per dirne una, non sento parlare di vendite e privatizzazioni? Anche con quelle si farebbe cassa, ma senza incrudelire la recessione e senza lasciare in bocca il sapore sgradevole della vendetta sociale (inaccetabile). Conosco l’obiezione: ci vuole tempo e i soldi servono subito. Ma con tante belle menti a disposizione si possono trovare soluzioni tecniche capaci di produrre liquidità. Ad esempio si possono mettere i beni pubblici dentro un contenitore immediatamente valorizzabile, quindi immediatamente capace di trasformarsi in moneta sonante. Si può anche immaginare di portare verso quel veicolo, anche forzosamente, i quattrini degli italiani che si trovano ad avere liquidità, di modo che quei soldi verrebbero comunque schierati nella trincea del debito pubblico, ma senza essere ufficialmente sequestrati da un inasprimento fiscale, bensì speranzosamente riposti sul Piave, in attesa che Vittorio Veneto getti nel passato Caporetto. Una proposta di questo tipo è stata già descritta da Enrico Cisnetto, meriterebbe che ci si spiegasse perché non preferirla al torchio dell’erario (oltre tutto egli è genovese, quindi spontaneamente portato alla micragna, sicché dovrebbe trovare ascolto in un governo ufficialmente nato per far venire il braccino corto alla spesa pubblica, non per allungare le mani nelle tasche delle persone per bene, dei benemeriti che non nascondono i guadagni). Non essendo mai stato in cattedra, dall’ultimo banco vorrei segnalare un problema, a tanti illustri docenti: se l’unica cosa che si riesce a fare, vale a dire tassare, è la medesima che chiunque altro sarebbe stato in grado di concepire, se l’attesa dei provvedimenti si corona con la presentazione dei più scontati, esclusa l’incompetenza degli autori prende corpo la disperazione dei cittadini. Insomma, vuol dire che siamo alla frutta e che le idee scarseggiano più dei talleri. È per questo, non certo per amore degli equilibrismi politici, che speriamo si sappia aggiungere alle misure di cassa anche non meno concreti provvedimenti per lo sviluppo. Nel primo semestre dell’anno in corso i distretti italiani hanno segnato una crescita delle esprotazioni più alta dei tedeschi. La migliore in Europa. Se si interseca il dato regionale (l’area più forte è stata il Nord-Est) con quello merceologico si scopre che l’area più debole, ovvero il Sud, ha elementi d’eccellenza, che la pongono all’avanguardia, laddove si parla di tecnologia avanzata. Cito questo dato per dire che l’Italia produttiva c’è, quella che rischia, che studia e che inventa, è presente. A quest’Italia non si deve raccontare la storia triste dei ricchi da punire, specialmente se l’asticella della ricchezza viene collocata così in basso. Guai a stroncare le gambe di chi vuol correre, guai a distruggere il morale di chi ha l’ambizione di vincere, perché così facendo poi ci ritroviamo solo con l’Italia che campa di trasferimenti pubblici, ovvero gli stessi che si dovrebbero comprimere. A quel punto ci troveremmo a verificare la conferma di una dannazione: il consenso elettorale raccolto proprio grazie a una spesa che condanna l’Italia a scivolare indietro, lasciando senza degna rappresentanza gli italiani che incarnano l’unica seria alternativa alla rassegnazione declinante. Il governo Monti aveva ed ha la possibilità di ridare fiducia e dignità a questa Italia. Stia attento, per assenza di coraggio e fantasia, a non accartocciarsi nella retorica del sacrificio e della sofferenza, quasi fossero lussurie e non malanni. Ricordi che siamo una delle gradi potenze economiche del mondo. Che certamente necessita di rimettere ordine nei propri conti pubblici, che sicuramente, nel farlo, si possono rompere privilegi e tabù, ma non si può e non si deve farlo fracassando le ossa all’Italia dei privati produttivi, assai meno indebitati, quindi più virtuosi, dei loro simili nel resto d’Europa. Davide Giacalone, Il Tempo, 4 dicembre 2011

