COSTI DELLA POLITICA: ECCO QUALCHE CONSIGLIO SU DOVE E’ POSSIBILE (E DOVEROSO!) FARLI

Pubblicato il 6 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Spese del Parlamento, vitalizi, enti locali, auto blu e scorte. E poi benefici fiscali per chi sostiene i partiti, auto e voli blu

Li vuole davvero, Mario Monti, dei suggerimenti sui tagli possibili ai costi esorbitanti della politica come ha detto in tivù l’altra sera? Sono tante le cose che si possono fare stando alla larga dal qualunquismo, dal populismo, dalla demagogia. Purché abbia chiaro che si metterà contro il più grande dei partiti italiani, il Pti: Partito Trasversale Ingordi.

Vuole partire dal Parlamento? Ci provò, quattro anni fa, Tommaso Padoa-Schioppa, che avrebbe voluto imporre un taglio delle spese correnti, cresciute tra il 2001 e il 2006, al di là dell’inflazione, del 15,2% a Montecitorio e addirittura del 38,8 a Palazzo Madama. Un’impennata inaccettabile. Tanto più che il Paese da anni non cresceva. E subito, nei corridoi delle Camere, si levò un grido di rivolta: «Il Parlamento è sovrano!». Fausto Bertinotti e Franco Marini presero carta e penna e risposero assai piccati che per «autonoma assunzione di responsabilità» avevano deciso di rinunciare ad aumentare i costi in linea con il Pil nominale, accontentandosi dell’inflazione programmata. Come fosse una rinuncia epocale. Risultato: dal 2006 al 2010 le spese correnti di Montecitorio, con la sinistra e con la destra, sono salite ancora del 12,6% per un ammontare di 149 milioni. Quelle di Palazzo Madama del 9,4%, per altri 46 e mezzo. Totale: 195 milioni in più. Negli anni della grande crisi.
Senza ledere alcuna autonomia, né rischiare ricorsi alla Corte Costituzionale, il governo ha in mano una leva: il potere di affamare la politica più insaziabile. E sarebbe un peccato se esitasse a usarla. A partire dal meccanismo che, ipocritamente, sostituì il finanziamento pubblico abolito dal referendum.

I rimborsi elettorali
Ogni cittadino italiano (senza considerare i contributi ai gruppi parlamentari o ai gruppi consiliari regionali) spende per mantenere i partiti circa 3 euro e 30 centesimi l’anno. È molto più rispetto alla Spagna (2 euro e 30) ma il doppio della Germania (1,61 euro, anche se lì vengono finanziate pure le fondazioni che ai partiti sono strettamente legate) e due volte e mezzo rispetto alla Francia (1,25 euro). Giulio Tremonti e Vittorio Grilli lo scorso anno ci avevano provato, a ridurre i rimborsi del 50%. Battaglia persa: il taglio fu ridotto al 30, poi al 20, poi al 10%. La motivazione? Inconfessabile: il rischio che con i partiti a corto di soldi la corruzione avrebbe ripreso vigore. La risposta è nella umiliante classifica di Transparency appena pubblicata, dove per onestà amministrativa siamo sessantanovesimi. Un’impennata del 1110% in un decennio dei rimborsi elettorali non ha alcuna giustificazione. È cambiato il mondo, rispetto all’anno scorso. Se il nuovo premier vuole può riprovarci, a tagliare lì. E vediamo chi avrà il fegato di votargli contro.

«Total disclosure»
Sulla trasparenza basterebbe copiare il Regno Unito. Introdurre cioè l’obbligo di pubblicare su Internet non solo i redditi e le situazioni patrimoniali di tutti i parlamentari e i titolari di cariche elettive, ma anche gli interessi economici che fanno capo a ciascuno. Identico obbligo di trasparenza dovrebbe valere per i contributi privati ai partiti e ai singoli politici, oggi consultabili solo da chi fisicamente si presenta a un certo sportello della Camera. Vanno messi tutti su Internet, cominciando con l’abolire il limite dei 50 mila euro introdotto nel 2006 al di sotto del quale quei versamenti possono restare occulti. In Inghilterra Tony Blair, lasciando Downing Street, fu costretto a mettere in vendita 16 dei 18 orologi (due li comprò a prezzo di mercato) che gli aveva regalato il Cavaliere: che da noi si possano segretamente donare 100 milioni di vecchie lire a un partito è assurdo. Va da sé che in parallelo, finalmente, dovrebbe essere imposto a tutti i segretari amministrativi l’obbligo di certificazione dei bilanci.

Benefici fiscali
Basta un decreto per spazzare via la più indecente delle leggine, quella che spiega come «le erogazioni liberali in denaro» a organizzazioni, enti, associazioni di assistenza si possono detrarre dalle imposte per il 19% fino a un tetto massimo di 2.065 euro e 83 centesimi. Tetto che per i finanziamenti politici è cinquanta volte più alto. Di qua un risparmio di 392 euro per chi regala 100.000 euro alla ricerca sulle cardiopatie infantili, di là uno di 19.000 per chi versa la stessa somma ad Alfano o Bersani. I risparmi non sarebbero molti? È una questione di principio. Ineludibile.

Bilanci
Tutti i rendiconti (dallo Stato a quelli degli enti locali) devono essere resi omogenei, confrontabili e leggibili. I capitoli di spesa devono essere chiari e trasparenti. Un esempio? Spulciando nel bilancio di palazzo Chigi il neoarrivato Mario Monti troverà 50 milioni di euro sotto la voce opaca «Fondo unico di presidenza»: che cosa sono? Spese di rappresentanza?

Dotazioni delle Camere
Secondo l’istituto Bruno Leoni per mantenere il Parlamento ogni cittadino italiano spende 26,33 euro, contro 13,60 di un francese, 10,19 di un britannico, 5,10 di un americano. Camera e Senato, mentre votano una manovra con tagli che spingono al pianto il ministro Elsa Fornero, continuano a chiedere allo Stato sempre gli stessi soldi fino al 2014? Se davvero non si può, come dicono, interferire nella loro autonomia, il governo potrebbe tuttavia ridurre la loro dotazione a carico del Tesoro. Tanto più che a Montecitorio e Palazzo Madama c’è un tesoretto accumulato fra avanzi di amministrazione e fondi «di solidarietà» che si aggira sui 700 milioni di euro. Con la crisi che c’è, rompano quel loro «salvadanaio».

Palazzo Chigi
La presidenza del Consiglio è arrivata a occupare 20 sedi in un progressivo gigantismo che ha ridicolizzato le promesse di asciugare l’apparato che oggi occupa circa 4.600 persone: più del triplo del Cabinet office, la corrispondente struttura del Regno Unito. Per farlo, però, è fondamentale una norma che riporti la presidenza del Consiglio sotto la Ragioneria generale dello Stato, com’era fino al 1999 (senza rischi né umiliazioni per la democrazia…) prima che D’Alema rivendicasse l’autonomia finanziaria.

Vitalizi e pensioni
Stravolte pesantemente le pensioni di alcuni milioni di italiani, è essenziale un segnale dall’alto netto. Quello arrivato finora, che fa scattare il contributivo dal 2012 per i vitalizi parlamentari, è insufficiente. E anche qui è assai discutibile che il governo sia impossibilitato a intervenire. Potrebbe infatti decidere un prelievo eccezionale sugli altri redditi dei titolari di vitalizi parlamentari o regionali, più elevato per coloro che ancora non hanno raggiunto l’età per la pensione di vecchiaia. Sono diritti acquisiti? Lo erano anche quelli dei cittadini che si sono visti «cambiare il contratto» che avevano firmato con lo Stato quando erano entrati nel mondo del lavoro.
Di più: oggi deputati e senatori che durante il mandato istituzionale intendono continuare ad accumulare anche la pensione, possono farlo versando soltanto il 9% della retribuzione relativa alla loro vecchia attività: magistrato, professore, medico, dirigente d’azienda… Il restante 24% è un contributo figurativo che grava sulle casse dell’ente di previdenza. Cioè quasi sempre dello Stato. Porre l’intero 33% a carico del beneficiario sarebbe una misura di giustizia elementare.

Regioni
È dimostrato che un consiglio regionale come quello della Lombardia e dell’Emilia-Romagna possono funzionare con un costo di circa 8 euro a cittadino. Molto dignitosamente. Applicando questo standard a tutte le regioni (alcune arrivano a costare procapite 50 volte di più) si potrebbero risparmiare ogni anno 606 milioni di euro. Lo Stato non può intervenire sulle autonomie regionali, pena l’immancabile causa alla Consulta? Il governo potrebbe aggirare l’ostacolo decretando un taglio ai trasferimenti alle Regioni corrispondente alla differenza fra gli 8 euro procapite e la spesa attuale.

Gettoni di presenza
Equiparare i livelli dei gettoni di presenza nei consigli comunali, spesso diversissimi da città a città nella stessa Regione (45,90 euro a Padova, 92 a Treviso, 160 a Verona) è urgentissimo. Si fissi un parametro basato sulla popolazione e fine. Altrettanto urgente è frenare gli abusi resi oggi possibili dalle leggi sugli enti locali. Un consigliere comunale di Palermo, come abbiamo raccontato, può arrivare a intascare 9 mila euro al mese. Ricordate? Per legge il Comune deve compensare il datore di lavoro per le ore perdute dal consigliere a causa degli impegni istituzionali. Capita quindi che qualche consigliere, in precedenza disoccupato o con una retribuzione modesta, si faccia assumere appena eletto da un’impresa di famiglia con uno stipendio stratosferico: il Comune non ha scampo, deve pagare all’azienda «amica» i «danni» per quel consigliere perennemente impegnato in municipio. Una pratica molto diffusa, da stroncare: non c’è posto al mondo dove un consigliere comunale, in gettoni e rimborsi vari, possa guadagnare 10.000 euro al mese.

Auto blu
Lo Stato vuole avviare un grande piano di dismissioni del patrimonio edilizio pubblico? Bene. Ma perché non fare la stessa cosa con lo sterminato parco di auto blu, mettendole in vendita? Ne guadagnerebbe anche l’immagine della politica. Si dirà che il maggior numero di auto blu è in periferia, e su quelle il governo non può intervenire. Fissi degli standard, basati sulla popolazione e la chiuda lì.

Voli blu
In Inghilterra tutti i voli di Stato sono sul web: aeroporto di partenza, di arrivo, chi c’era a bordo, dove andava e perché aveva quel tale ospite con nome e cognome. La sola trasparenza, possiamo scommettere, ridurrebbe moltissimo decolli e atterraggi. Con risparmi conseguenti.

Scorte
Che per Roma girino ogni giorno otto auto di scorta a politici e magistrati contro una sola gazzella dei carabinieri o volante della polizia impegnata sul fronte della sicurezza dei cittadini è inaccettabile. Il ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri lo sa. E sa quanto i cittadini aspettino un segnale: più auto per la sicurezza, meno per le scorte.

Dirigenti
Il governo Prodi aveva introdotto il tetto alle retribuzioni dei dirigenti pubblici intorno ai 289 mila euro lordi l’anno. Una norma che aveva fatto a lungo discutere finché con Berlusconi era stata sostanzialmente svuotata. Non sarebbe il caso, visti i tempi, di ripristinare il tetto? Vietando, soprattutto, cumuli inaccettabili come quelli di cui godono alcuni magistrati i quali incassano lauti stipendi da componenti di authority continuando a percepire la retribuzione da magistrato «fuori ruolo»?

Conflitti d’interessi

L’Italia è il Paese dei conflitti d’interessi e intervenire a tutto campo è laborioso. Ma alcune cose si possono fare subito. Perché non stabilire che per i consigli delle società pubbliche (tutte, senza esclusione) non ci possano essere più di tre amministratori? E perché non vietare per almeno cinque anni a chi ha avuto un incarico elettivo o di governo di diventare consigliere? Sparirebbero d’incanto molte delle circa 7 mila società controllate da enti locali e Stato. Almeno quelle che servono solo a dare una poltrona ai trombati. I risparmi? Considerevoli: gli amministratori e gli alti dirigenti di quelle società sono 38 mila. Ancora più urgente, però, è fissare un paletto insuperabile: chi governa ha il diritto di scegliere gli amministratori delle società pubbliche o miste. Ma deve anche rispondere dei bilanci che essi presentano: basta con i buchi colossali che emergono da bilanci «distrattamente» approvati nella speranza che poi, a tappare la voragine, arrivi lo Stato. Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera, 6 dicembre 2011

….I consigli li giriamo alla signora Fornero, la ministra che ieri l’altro piangeva (per la vergogna) mentre annunciava che il governo dei superman aveva deciso tra le altre vergognose misure a carico dei lavoratori e dei pensionati  – i soliti noti – il blocco della indicizzazione delle pensioni per due anni in danno dei pensionati con pensioni superiori ai 950 euro al mese, come se da 951 in poi i pensionati titolari di tali assegni possono scialare, come lei che non si sa quanto prende di pensione o il superMario che di assegni mensili ne percepisce per 60 mila euro dopo aver magnanimamente e spocchiosamente rinunciato ai 12 mila quale presidente del consiglio e ministro dell’economia. Di tagli reali ai costi della politica, anzi agli sprechi della politica nella supermanovra dei superprofessori non c’è traccia,  benchè sarebbe stato sufficiente leggere non i consigli di oggi ma il libro di poche settimane fa  di Stella e Rizzo  -licenziare i padreterni – a proposito  appunto degli sprechi della politica. Ma toccare gli sprechi e i costi di una casta tanto ingorda metterebbe  a repentaglio le poltrone così senza fatica conquistate e sulle quali, evidentemente, Monti e compagni si trovano ben accomodati. E allora dalli al pensioanto e al lavoratore ai quali, al più, un giorno o l’altro si potrà dedicare un monumento di cartapesta, con la scritta: gli scemi di sempre. g.

MEZZO PDL (PIU’ UNO, CHI SCRIVE!) CHIEDE A BERLUSCONI: STACCA LA SPINA A MONTI

Pubblicato il 5 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Mezzo Pdl chiede al Cav: stacca la spina a Monti

Nel pomeriggio di lunedì Mario Monti comincerà il suo tuor Parlamentare e presenterà la stangata prima alla Camera e poi al Senato. Il Professore dovrà cercare di convincere anche il Pdl di Silvio Berlusconi, che seppur orientato ad accordare la fiducia al pacchetto lacrime e sangue comincia a dover fronteggiare la crescita di una fronda interna contraria al provvedimento. In prima fila c’è Osvaldo Napoli, il vicepresidente dei deputati del Pdl, che chiede di pensarci bene prima di dire sì a tutto il paccehtto: “Una manovra tre quarti tasse e un quarto tagli è un cocktail micidiale”.

La fronda – Il segretario Angelino Alfano, da par suo, resta convinto del fatto che alternative non ce ne siano e si limita a sottolineare la sua soddisfazione per aver salvato l’aumento delle aliquote Irpef: “Non esiste un’alternativa tra una manovra leggera o una pesante”. Eppure non la pensano così tutti quanti, tra gli azzurri. Sandro Bondi, per esempio, spiega che la manovra “è sbilanciata sul piano delle tasse”. Margherita Boniver parla di “randellata fiscale. Non ci voleva un governo elitario per aumentare le tasse, lo poteva fare perfino l’uomo della strada”, ha commentato ironica. Anche Maurizio Sacconi non digerisce il pacchetto di misure: “Un grande partito è tenuto a comportamenti responsabili, ma turarsi il naso e votare non significa chiudere gli occhi sugli squilibri di questa manovra, tutta tasse, pensioni e ben poca crescita”.

Formigoni e Gelmini – Tra i meno critici si contano il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, soddisfatto perché non ci saranno tagli alla sanità e al trasporto pubblico. “E’ una manovra di sacrifici, lo sapevamo, distribuiti su varie categorie di pesone, sulle istituzioni”. Stesso registro quello dell’ex ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini: “E’ una medicina amara, che da un lato contiene molti degli impegni che il governo Berlusconi aveva già assunto, di fronte alle istituzioni europee, dall’altro aggiunge ulteriori interventi, resi più dolorosi dall’aggravarsi della crisi in queste ultime due settimane. Ma il Pdl non cambia certo strada – anche se larga parte del suo elettorato paga un pesante tributo alla responsabilità nazionale – dopo aver dato fiducia e coraggio all’impegno di Monti per portare l’Italia fuori dalla crisi”.

L’appello di Maroni - E in un contesto teso si fa sentire anche l’appello di Roberto Maroni al Pdl: “Mi auguro un ravvedimento operoso del partito”, ha spiegato l’ex ministro intervistato da Radio Padania. “Non vedo come si possa votare la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa da parte degli stessi parlamentai che l’avevano eliminata e non vedo come si possa votare una manovra che affossa il turismo, che reintroduce i bolli che avevamo abolito”. Per Maroni la manovra è “la sconfessione di tutto quello che si è fatto in questi tra anni e mezzo”. Libero,05/12/2011

PIANGE IL GOVERNO, NOI DI PIU’, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 5 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Dicono che siamo di fronte a una manovra equa. Sarà, a noi sembra più una manovra Equitalia, cioè da esattore delle tasse. Tasse sulla casa, sui consumi, sui beni finanziari, sulle barche, sulle auto di lusso e altro ancora (vietate spese in contante sopra i mille euro).

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Ma guai a chiamarla patrimoniale. Mario Monti, presentando ieri sera la sua manovra, ha giocato con le parole e con una retorica un po’ pretesca, stando attento a non irritare i partiti che dovranno sostenerlo in Parlamento. Il centrodestra è riuscito a portare a casa che l’Irpef non si ritocca all’insù,la sinistra ha ottenuto una tassa aggiuntiva sui capitali scudati (odiosa perché annulla un precedente patto tra lo Stato e i cittadini). Ma il risultato non cambia. I sacrifici sono grossi, tanto che nell’annunciare quelli di sua competenza (riforma delle pensioni), la ministra Fornero si è messa a piangere. Che dire, se piange il governo, figuriamoci cosa dovremmo fare noi lavoratori contribuenti. Per indorare la pillola, la declinazione dei sacrifici è stata preceduta dall’annuncio di tagli alla casta della politica. In sintesi, le Province verranno ridotte al lumicino, non saranno più organi di governo (dieci consiglieri, nessuna giunta) e le poltrone di enti pubblici non costituzionali non saranno più retribuite. Nessuna parola sul Parlamento, forse per evitare di inimicarsi deputati e senatori. Al centrodestra questa manovra ovviamente non piace e di incentivi allo sviluppo se ne vedono ben pochi. Ma se non è ancora più punitiva per il ceto medio italiano forse lo si deve proprio al fatto che il Pdl ha accettato di sostenere il tentativo del governo Monti per condizionarne alcune scelte. È quindi probabile, anzi certo,che Alfano darà l’indicazione ai suoi di votare la fiducia che Monti chiederà in aula nei prossimi giorni. Il che non è propriamente un sì ai singoli provvedimenti, ma un secondo via libera al governo dei tecnici in attesa di vedere la prossima ondata di provvedimenti, tra i quali la riforma del mercato del lavoro. Se il centrodestra non ride, a sinistra si piange. La conferma di una riforma delle pensioni che tocca età e adeguamenti rende critico come non mai il rapporto tra la Cgil e il Pd che dovrà sostenerla in aula. Ma Bersani non ha via d’uscita, se non lasciare la protesta alla Camusso e a Di Pietro. Il vero capo del Pd, Giorgio Napolitano, non ammetterebbe colpi di testa. Alessandro Sallusti, 5 dicembre 2011

..……………..E’ vero, noi piangiamo di più, molto di più, e per di più con lacrime vere, non quelle di coccodrillo del neo ministro del Welfare, la professorona Fornero, che si è emozionata solo perchè stava per pronunciare la parola “sacrificio” che non la riguardava, perchè riguardava noi, la gente comune, quella che non può vantare stipendi e pensioni d’oro, come la Fornero e il superMonti, che in un sopprassalto di vergogna ha annunciato che rinuncerà all’indennità di primo ministro, 12 mila euro al mese. Ma il suo sacrificio, quello di uno al quale restano altri 60 mila euro, sempre mensili, è poca cosa di fronte ai milioni di pensionati al minimo, al doppio del minimo, e tra i mille e 1500 euro al mese. A questi ultimi il superMonti, d’intesa con la ministro Fornero, la superesperta che altro non ha saputo fare che tassare i pensionati, ha tolto per 2 anni l’adeguamento al tasso inflattivo, circa il 2% annuo, si e non una 50 di euro all’anno. Si vergogna Monti? Neanche un pò, se si è presa la briga di polemizzare con due economisti, bocconiani come lui,  che ieri mattina l’hanno ferocemente bistrattato sul Corriere della Sera, il giornale portavoce dei poteri forti, della ricca e spesso improduttiva borghesia lombarda, accusandolo di aver saputo solo mettere tasse, tasse, tasse, e dimenticato i tagli. I tagli alla spesa improduttiva, i tagli ai costi veri e sopratutto ai privilegi della politica, alcuni dei quali ora sono appannaggio dello stesso Monti, nominato senatore a vita anteincarico di presidente del Consiglio. Avrebbe dovuto tagliare i mega rimborsi elettorali ai partiti, eliminare i vitalizi dei parlamentari e consiglieri regionali, ridurre drasticamente le indennità di carica ai professionisti della politica, non dimenticando che le indennità di carica sono, appunto, legate all’esercizio di una carica e cessata questa deve cessare l’indennità senza che questa si trasformi in vitalizio. Avrebbe dovuto salvaguardare il cetomedio, i soliti noti secondo il segretario del PDL Alfano, ma proprio sul ceto medio, lavoratori e pensionati, si è abbattuta ancora una volta la mannaia delle tasse statali, e questa volta con magggore virulenza sul bene principale, cioè la casa, sia con il ripristino della più odiata delle tasse, l’ex ICI, sia attraverso una rivalutazione degli estimi catastali che farà lievitare chissà dove l’importo della nuova tassa, l’IMU, che peserà sulle tasche del sempre più sfiancato ceto medio il quale non solo non riuscirà a far fronte alla quarta settimana del mese, ma forse non arriverà neppure alla seconda, dovendo stringere la cinghia. E i consumi? Non ci avevano sempre detto, in testa i professoroni alla Monti, che i consumi sono la benzina  per lo sviluppo? E con quali danari il ceto medio, i milioni di lavoratori e pensionati italiani,  potranno fare “consumo” e quindi far tornare a girare l’economia italiana? Nessuno lo sa e non ce lo ha detto nemmeno Monti che manca poco perchè sia già pervaso,  come il famoso cane,  dagli odori  della casta e come questa pronta a ignorare il bene di tutti per fare solo il proprio. E allora è il caso di ricordare che a Roma, alla fine della guerra,  sull’argine del Tevere un rinato Pasquino scrisse “annatevene tutti…fateci piangere da soli”: degno  epitaffio per un Popolo che muore. Di tasse. g.

LA MANOVRA DI MONTI? RETROMARCIA PER L’ITALIA

Pubblicato il 4 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Tasse e solo tasse: questa la ricetta da 24 miliardi di SuperMario per salvarci dalla crisi: così son bravi tutti. Il cdm forse si riunisce oggi

La manovra di Monti?  Retromarcia per l'Italia

Tasse, tasse, tasse. Ormai mancano pochissimo e conosceremo tutti i punti della manovra amarissima che sta per caderci sulle teste e soprattutto nelle tasche. E’probabile che la manovra da 24 miliardi venga varata oggi stesso. Da ieri sono in corso gli incontri con i partiti e le parti sociali, Monti cerca di rendere meno amaro un boccone più che indigesto. Deve eseguiire “i compiti” che l’Europa ha assegnato all’Italia per uscire dalla grave crisi economica. Il punto è che da un Rettore della Bocconi ci si aspetta che imbroccasse una strada diversa, da quella scontata, dell’aumento dell’Irpef. “Non c’era bisogno di un ex rettore della Bocconi per aumentare l’Irpef e nemmeno di un consesso di docenti universitari per ripristinare l’Ici. Bastava il professor Mortadella. Quando si trovò con le spalle al muro, con il rischio di rimanere fuori dall’euro, Prodi non seppe fare di meglio che imporre agli italiani una supertassa. A far quadrare i conti aumentando le imposte sono capaci tutti, mica serve aver studiato economia. Cirino Pomicino ha studiato Medicina, ma quando negli anni Ottanta si è trovato alla guida della commissione Bilancio non ha avuto problemi. In quegli anni la pressione fiscale passò dal 35 al 43 per cento”, scrive oggi il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, nel suo editoriale. Il punto è proprio questo: si colpiscono gli onesti, quelli che pagano. Una manovra che è fatta per tre quarti di maggiori tasse e solo per un quarto di minori spese. L’Irpeg colpisce le classi medie, sui cui è nuovamente piombata la tassa sulla prima casa. Si poteva incidere di più sui costi della politica, sul peso del pubblico impiego. Invece no. La ricetta di SuperMario è quella solita e facile: alzare le tasse, colpire il ceto medio. Libero, 4 dicembre 2011

ICI, IRPEF E CONTI CORRENTI. TUTTI GLI ERORRI DI SUPER MARIO

Pubblicato il 4 dicembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Invece di ragliare la spesa pubblica e gli sprechi Monti si è accanito sul ceto medio che, come sempre, pagherà per tutti

Ici, Irpef e conti correnti Tutti gli errori del premier

Occhio ai conti correnti. Domani mattina il saldo potrebbe essere un po’ calato. Il governo ha assicurato alle forze politiche che non ci sarà alcun prelievo forzoso allo sportello. Eppure la tentazione di ripetere il “colpo in banca” realizzato in piena notte da Giuliano Amato nel 1992 è  forte. L’opzione  è sul tavolo di Mario Monti. E il premier la valuta. Del resto, con una tassa al 6 per mille in stile Amato, il gettito immediato  per le casse dello Stato sarebbe di oltre 8 miliardi di euro. Un terzo, calcolatrice alla mano, dei 25 complessivi necessari a coprire l’intera  manovra sui conti pubblici in arrivo oggi  (o al più tardi domani) a Palazzo Chigi.

Così il termometro della patrimoniale in banca sale e segna di nuovo febbre alta. Per un conto corrente con 2mila euro, il salasso sarebbe di 12 euro. Cifra che schizzerebbe a 60 euro con un saldo da 10mila euro. E via a salire. Roba da far venire i brividi. La  voce è tornata a girare ieri come una trottola impazzita. C’è chi ha collegato l’ipotesi di un consiglio dei ministri  anticipato a oggi, all’intenzione dell’esecutivo di accelerare i tempi. Ciò, magari, per riuscire a pubblicare subito il decreto in Gazzetta ufficiale  e rendere operativa la misura fra 24 ore.    Ieri il telefono del viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli, era infuocato. A chi lo ha contattato per chiarimenti, l’ex direttore generale del Tesoro avrebbe escluso con fermezza la misura. La stessa linea tenuta da  Monti con i leader di partito. Tuttavia, un intervento nel recinto bancario pare   inevitabile, secondo indiscrezioni raccolte a via Venti Settembre.

La patrimoniale in banca, insomma, potrebbe essere mascherata. Non una tassa secca su conti e depositi. Ma più misure slegate tra loro. Un modo come un altro per mischiare le carte e smussare la rabbia degli italiani. A cominciare, a esempio, da un ritocco all’insù dell’imposta di bollo: potrebbe essere inasprito l’aumento già scattato a luglio sui dossier titoli (la botta arrivava fino a 1.500 euro) da estendere ai conti (oggi si pagano 34,2 euro). Alla fine della giostra verrebbero colpiti i risparmi. Non solo. Altri balzelli sparsi potrebbero arrivare sulle carte di credito e sui bancomat. Sulle tessere di plastica potrebbe essere chiesto qualche sacrificio anche alle banche con un abbattimento delle commissioni pagate dai commercianti. Mossa che sarebbe abbinata alle norme (blande) sulla lotta all’evasione fiscale, tra le quali, appunto,  la riduzione dell’uso del contante (massimo 300 euro). I banchieri, invece, escludono un giro di vite fiscale: a fine anno, d’altra parte, quasi tutti  i bilanci dei gruppi creditizi saranno in perdita.

Anche ai piani alti degli istituti, comunque, è forte il  timore per un  blitz sui conti correnti.  Che, di là dal “prelievo” immediato dello Stato, avrebbe altri effetti devastanti.  Si corre il rischio, infatti, di generare sfiducia tra i correntisti con ricadute sulla raccolta  delle banche. E se diminuisice    il denaro versato allo sportello dai clienti,  calano consequenzialmente i prestiti concessi a famiglie e imprese, già  drammaticamente strozzati dalla bufera finanziaria. Gli esperti delle aziende di credito hanno calcolato che nel ’92 la crescita della raccolta (misurata col rapporto tra depositi e Pil) è calata dell’1,4% nei nove mesi successivi allo scippo di Amato, mentre nel periodo precedente aumentava al ritmo del 4%.

Numeri che dovrebbero far riflettere chi in queste ore ha in mano le sorti del Paese. E che invece di dare  il via a una sfilza di tagli alla spesa pubblica e agli sprechi, pensa di risolvere i problemi dell’Italia e di aggredire il debito pubblico (1.900 miliardi) soltanto allungando le mani nelle tasche dei cittadini.
Nel provvedimento dell’esecutivo, stando alle bozze, non c’è traccia di interventi seri sulla cosiddetta Casta, peraltro promessi dal primo ministro nel programma illustrato in Parlamento. Dopo settimane di finte e dribbling, il governo dei professori (e delle tasse) ha gettato la maschera. La manovra è tutta una patrimoniale, o giù di lì. Colpisce, anzitutto,  gli immobili. Un po’ meno scontato il  ritorno dell’Ici sulla prima casa , è dietro l’angolo  una tassa molto alta sulle seconde e terze abitazioni, nonché una stangata sui beni di lusso, come gli yacht e, forse, le auto di grossa cilindrata.

Sotto tiro anche i redditi del cosiddetto ceto medio. L’idea (che potrebbe essere in parte accantonata) è portare al 45% l’aliquota del 43% e spostare al 43% quella oggi inchiodata al 41%.  Mossa che andrebbe a colpire redditi provenienti in larghissima parte da lavoro dipendente e da pensione per una quota che si aggira intorno all’80%. Denaro, in buona sostanza, che  non sfugge al fisco. Denaro di cittadini che le tasse le pagano già. Poco chiaro il capitolo sullo sviluppo: congelato il pacchetto sul rilancio delle infrastrutture, appaiono impalpabili gli sgravi fiscali (irap) per le imprese . Sul fronte della spesa statale (previsti tagli per il trasporto pubblico e  la sanità con inevitabili aumenti del ticket ospedaliero), gli unici interventi condivisibili sono quelli sulle pensioni: sistema contributivo per tutti, 42 anni di contributi per smettere di lavorare, più alta l’età per le donne. Provvedimenti coraggiosi e di buon senso.
Da chi ha studiato una vita alla Bocconi,  però,  era legittimo aspettarsi di più e di  meglio. O no?
Francesco de Dominicis, LIBERO, 4 dicembre 2011

I PROFESSORI FACCIANO IL LORO COMPITO. LI GIUDICHEREMO NOI, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 4 dicembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Ora è il professor Monti a rifilare una poderosa stangata a tutti i contribuenti (quelli che pagano le tasse, gli altri si vedrà in un molto ipotetico futuro). Un colpo duro a tutti i pensionati e pensionandi, pubblici e privati, maschi e femmine.

Mario Monti

Mario Monti
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Ai proprietari di quel bene rifugio universale chiamato prima casa, agli utenti dei pubblici servizi sanitari e di trasporto, agli enti locali territoriali e alle Regioni. Un prelievo rapace nelle tasche dei cittadini, e una intrusione forte nei modi di vita di tutti gli italiani, che farà rimpiangere le morbidezze dei Prodi, dei Padoa- Schioppa, dei Tremonti e dei Berlusconi.

La stangata è sostanziale e procedurale. La sostanza è nella corrosione di interessi corposi, difesi fino ad ora male e in modo corporativo, ma difesi con le unghie e con i denti, e con la famosa concertazione, un modo di impedire sistematicamente la decisione politica a vantaggio di una inerzia nichilista che dura da decenni. Questi interessi adesso verranno travolti. Le conseguenze saranno purtroppo di lungo periodo, e solo la proverbiale pazienza degli italiani, e la loro prostrazione di fronte alle lezioni di declinismo e catastrofismo oggi in auge, eviterà guai sociali seri. La forma procedurale è addirittura ferina per quanto risulta crudelmente offensiva. La consultazione informativa al posto della negoziazione, questo offre la ditta tecnocratica.

Di fronte a un governo tecnico e alla sua missione di salvezza nazionale ed europea concordata con il Quirinale, con l’Eliseo, con la Cancelleria federale di Berlino e con la Casa Bianca, ma cosa volete che sia se non una fastidiosa formalità un colloquio seriale, nel week end, con Casini, Alfano e Bersani, seguito da un giro di tavola con Camusso, Angeletti e Bonanni, per non parlare della Marcegaglia e altri minori.

«Venite che vi spiego quel che ho deciso, non c’è tempo per troppe vostre domande, il sapere non si contratta, non sono forse un professore? Non mi avete forse incaricato di fare al posto vostro quello che non avete saputo e voluto fare fino ad ora? Non mi avete appena votato la fiducia? Non sono forse stato cortese con voi, non ho forse proclamato la necessità di riconciliare cittadini e politica, rispettando il ruolo di Parlamento e partiti? Adesso incamerate tutto il rispetto che vi è dovuto, e fatemi fare la mia parte, perché avete appena accettato di assistere alla commedia, siamo solo al primo atto, non è tempo di buuuuuh e di fischi, lì fuori ci sono i corazzieri dei mercati, se non bastassero quelli del Quirinale». Also sprach Herr Professor Monti. Così parlò il professor Monti.

Messi davanti alla verità, strillano adesso quelli che fino a ieri ci hanno rimproverato, a noi pochi refrattari, quelli che fino a ieri ci hanno spiegato sussiegosi che la democrazia non è sospesa, che è tutto regolare, che i partiti sono in gran forma, che è avviata una spirale virtuosa di riforme di struttura anticrisi, e che le istituzioni impedendo il libero voto dei cittadini si preservano, si lustrano, si conservano in naftalina per un inverno duro, poi nella primavera del 2013 le si ritirerà fuori e, zacchete!, vedrete come ricominceranno a funzionare carburate dal consenso civile.

La posizione dei sindacati, senza distinzione, è ridicola. Si sono comportati da combriccola classista o corporativa, fa lo stesso, e si sono dimostrati meno democratici dei sindacati greci e dei centri sociali che tirano le molotov contro le banche, per dire di due cattivi soggetti ormai famosi nel mondo. Avete accettato il governo tecnocratico, il piglio di Passera a Termini Imerese vi è piaciuto, si può sempre fare roba con gente nominata come voi siete, meglio di un presidente eletto con un suo programma e una sua maggioranza, e adesso volete pure negoziare come se fossimo nella prima o nella seconda Repubblica? No cari, ora sbrigatevi, fate in fretta, esaurite il tempo concesso per la consultazione, e poi buttatevi dalla finestra di opportunità che, come ha scritto la vignettista Elle Kappa, il professore ha appena aperto per voi e per le altre parti sociali.

Dei tripartiti della maggioranza tecnocratica tripartita non mi va nemmeno di parlare. Sbuffano, rognano, rosicano, approntano le Camere per trappole che non scatteranno, perché sanno benissimo di essere del tutto impotenti, sono potenziali capri espiatori se qualcosa andasse male al cospetto dell’Europa e dei nuovi maestri di palazzo, questo sono,e non si azzardino a fare alcunché a parte un po’ di ammuina, chi sta sotto va sopra, chi sta a destra va a sinistra, e chi sta sopra va sotto e chi sta a sinistra va a destra; c’è chi vuole la patrimoniale per fare il rosso sulle barricate al grido di «equità», chi vuole difendere il ceto medio produttivo e l’imprenditoria diffusa ma si accorge che è un po’ tardi per battersi contro le tasse a chi le paga, oltre la frontiera del prelievo tollerabile, ma molto oltre; e infine, minoranza di opposizione leghista a parte, ci stanno i demo-centristi che sguazzano nell’equivoco della democrazia sospesa e dell’inciucio permanente e legittimato dalla tecnica, e se la ridono in fila indiana davanti all’ufficio di Monti.

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Ora pagate il fio della vostra dabbenaggine, sindacati e partiti che avete steso il tappeto rosso davanti al Preside e al suo Consiglio di facoltà. Noi che la fiducia non l’abbiamo votata, ora ci leggiamo le carte di Monti, vediamo se ci sia qualcosa di serio per lo sviluppo e la libertà economica competitiva, e poi giudicheremo come si fa agli esami. Siamo professori anche noi, mica assistenti del colpo di mano che ha portato al governo i professori. Giuliano Ferrara, 4 dicembre 2011

PIU’ DEI SOLDI MANCANO LE IDEE. PAGA CHIA HA SEMPRE PAGATO.

Pubblicato il 4 dicembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Soldi Tanti saluti all’idea che si doveva far pagare quelli che non avevano pagato. Pagheranno quelli che hanno sempre pagato, per giunta di più, vale a dire le fasce alte delle aliquote Irpef. Non è un colpo di scena, ce lo aspettavamo. Credere che fosse possibile il contrario è un po’ credere nelle favole, e noi non ci crediamo. Però c’è un aspetto fastidioso, un elemento culturale che segnaliamo ai professori al governo, talché lo mettano nel conto di reazioni negative: sostenere che questo sia un atto di giustizia sociale, perché così pagano i “ricchi”, è una tesi intollerabile. Primo, perché così pagano solo le persone oneste. Secondo, perché immaginare come “ricchi” i redditi che superano i 55mila euro può farlo solo chi preferisce coltivare pregiudizi sociali al far di conto. Il ceto medio e professionale subisce una spazzolata fiscale senza veder modificare, anche nel senso di maggiore apertura alla concorrenza, le regole del proprio lavoro. Peccato, perché le riforme avrebbero favorito la crescita, mentre i prelievi favoriscono solo la depressione. A questo si aggiunga che rimane in predicato un possibile innalzamento dell’Iva, già cresciuta di un punto, il che ulteriormente colpisce i consumi, già in recessione da mesi. Ma che volete? diranno quelli del governo: siamo in un momento terribile, abbiamo ereditato una situazione difficilissima e non potevamo fare altro. È vero, avrebbero ragione a dirlo. Ma è anche drammatico perché, se ci si limita a quel che si mormora e annuncia, vuol dire che siamo finiti in un vicolo cieco. Dove i primi ad essere bendati, però, sono gli stessi che dovrebbero tirarcene fuori. Perché, per dirne una, non sento parlare di vendite e privatizzazioni? Anche con quelle si farebbe cassa, ma senza incrudelire la recessione e senza lasciare in bocca il sapore sgradevole della vendetta sociale (inaccetabile). Conosco l’obiezione: ci vuole tempo e i soldi servono subito. Ma con tante belle menti a disposizione si possono trovare soluzioni tecniche capaci di produrre liquidità. Ad esempio si possono mettere i beni pubblici dentro un contenitore immediatamente valorizzabile, quindi immediatamente capace di trasformarsi in moneta sonante. Si può anche immaginare di portare verso quel veicolo, anche forzosamente, i quattrini degli italiani che si trovano ad avere liquidità, di modo che quei soldi verrebbero comunque schierati nella trincea del debito pubblico, ma senza essere ufficialmente sequestrati da un inasprimento fiscale, bensì speranzosamente riposti sul Piave, in attesa che Vittorio Veneto getti nel passato Caporetto. Una proposta di questo tipo è stata già descritta da Enrico Cisnetto, meriterebbe che ci si spiegasse perché non preferirla al torchio dell’erario (oltre tutto egli è genovese, quindi spontaneamente portato alla micragna, sicché dovrebbe trovare ascolto in un governo ufficialmente nato per far venire il braccino corto alla spesa pubblica, non per allungare le mani nelle tasche delle persone per bene, dei benemeriti che non nascondono i guadagni). Non essendo mai stato in cattedra, dall’ultimo banco vorrei segnalare un problema, a tanti illustri docenti: se l’unica cosa che si riesce a fare, vale a dire tassare, è la medesima che chiunque altro sarebbe stato in grado di concepire, se l’attesa dei provvedimenti si corona con la presentazione dei più scontati, esclusa l’incompetenza degli autori prende corpo la disperazione dei cittadini. Insomma, vuol dire che siamo alla frutta e che le idee scarseggiano più dei talleri. È per questo, non certo per amore degli equilibrismi politici, che speriamo si sappia aggiungere alle misure di cassa anche non meno concreti provvedimenti per lo sviluppo. Nel primo semestre dell’anno in corso i distretti italiani hanno segnato una crescita delle esprotazioni più alta dei tedeschi. La migliore in Europa. Se si interseca il dato regionale (l’area più forte è stata il Nord-Est) con quello merceologico si scopre che l’area più debole, ovvero il Sud, ha elementi d’eccellenza, che la pongono all’avanguardia, laddove si parla di tecnologia avanzata. Cito questo dato per dire che l’Italia produttiva c’è, quella che rischia, che studia e che inventa, è presente. A quest’Italia non si deve raccontare la storia triste dei ricchi da punire, specialmente se l’asticella della ricchezza viene collocata così in basso. Guai a stroncare le gambe di chi vuol correre, guai a distruggere il morale di chi ha l’ambizione di vincere, perché così facendo poi ci ritroviamo solo con l’Italia che campa di trasferimenti pubblici, ovvero gli stessi che si dovrebbero comprimere. A quel punto ci troveremmo a verificare la conferma di una dannazione: il consenso elettorale raccolto proprio grazie a una spesa che condanna l’Italia a scivolare indietro, lasciando senza degna rappresentanza gli italiani che incarnano l’unica seria alternativa alla rassegnazione declinante. Il governo Monti aveva ed ha la possibilità di ridare fiducia e dignità a questa Italia. Stia attento, per assenza di coraggio e fantasia, a non accartocciarsi nella retorica del sacrificio e della sofferenza, quasi fossero lussurie e non malanni. Ricordi che siamo una delle gradi potenze economiche del mondo. Che certamente necessita di rimettere ordine nei propri conti pubblici, che sicuramente, nel farlo, si possono rompere privilegi e tabù, ma non si può e non si deve farlo fracassando le ossa all’Italia dei privati produttivi, assai meno indebitati, quindi più virtuosi, dei loro simili nel resto d’Europa.  Davide Giacalone, Il Tempo, 4 dicembre 2011

.…………..Le tasse che super Monti sta per far cadere sulle spalle degli italiani non sono ancora formalmente definite, ma lo saranno nelle prossime ore se è vero che super Monti (da non confondere con Superman,  eroe dei fumetti e dei ragazzini) subito dopo aver “incontrato” partiti e parti sociali, infischiandosene delle loro opinioni e magari delle loro contrarietà, se ne andrà in Consiglio dei Ministri con gli altri superdii a cui Re Giorgio 1° ha affidato il compito di spremere gli italiani e delibererà come gli aggrada. Non si sa quindi se i redditi superiori ai 55 mila euro saranno definiti “da ricchi” e quindi penalizzabili con un aumento del prelievo IRPEF. In attesa di saperlo non possiamo che essere d’accordo con Giacalone quando ironizza sulle cifre che contrassegnerebbero i “ricchi” del nostro Paese. Perchè se sono da definire “ricchi” i percettori di 55 mila euro all’anno, poco più di 2600 euro al mese, come si dovrebbero definire quelli che percepiscono 72 mila euro al mese, al mese!, 2400 euro al giorno, al giorno!, 864000 euro all’anno? E chi è che percepisce tale fortuna, un super enalotto  annuale? Ma proprio lui, il super Monti, quello che vorrebbe imporre ai pensionati che superino i 936 euro al mese,  936 al mese!, 31 al giorno!, il congelamento dell’adeguamento della pensione al tasso di inflazione  per il 2012 (e si sa, in Italia quando si tratta di tasse si incomincia per un anno e si finisce per renderle stabili per sempre – come insegna l’addizionale per il terremoto di Messina del 1908!). Infatti super Monti percepisce 35 mila euro al mese di pensione per l’attività lavorativa svolta da “professore” a cui si aggiungono 25 mila euro al mese quale indennità di senatore a vita (ma non dovevano essere eliminati i senatori a vita?!) e infine 12 mila euro mensili quale indennità di presidente del Consiglio, in tutto 72 mila euro al mese, ripetiamo, al mese! E questo super introitatore di migliaia di euro al mese ha la faccia tosta si imporre ai lavoratori e ai pensionati l’ennesima super stangata. Ma lui perchè non rinuncia, e in proporzione è sempre poco, all’indennità di senatore a vita e all’indennità di presidente del Consiglio? Lo capiamo, se rinunciasse, forse andrebbe a dormire sotto i ponti del Tevere e insieme alla moglie andrebbe alla mensa dei poveri. Va a finire che saremmo c0stretti a fare una colletta per trovargli alloggio a pensione completa. g.

LA STANGATA DI MONTI: SE ALFANO E IL PDL CI SONO, ORA BATTANO UN COLPO, PERCHE’ E’ L’ULTIMA CHIAMATA PER FERMARE MONTI

Pubblicato il 3 dicembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Pdl in Senato ha i numeri per bloccare Monti: lo scambio imposte-interventi sulle pensioni accontenta forse il Pd, non gli azzurri

Se Alfano e il Pdl ci sono, ora  battano un colpo: è l'ultima  chiamata per fermare Monti

Giorno dopo giorno prende corpo la stangata di Mario Monti, una manovra che secondo le ultime stime dovrebbe aggirarsi intorno ai 23-25 miliardi di euro. All’interno del pacchetto sono quattro i punti che il Pdl proprio non riesce a digerire: Ici, Irpef, patrimoniale e tracciabilità dei pagamenti al di sopra di 500 euro, alias il grande fratello fiscale. Segue il commento di Martino Cervo.

Effettivamente, erano misure «impressionanti», e adesso il pettine è gonfio di nodi. Questione di ore e dovrebbe chiarirsi se le bozze trapelate ieri sono fantasie o realtà con cui le tasche degli italiani faranno rapidamente i conti, con tanti saluti alla lettera alla Bce. C’è una terza ipotesi: che la spremuta di tasse prospettata sia una mossa molto poco tecnica da parte del governo.  Che sia cioè l’equivalente di una sparata a quota 100 fatta per portare a casa 40, guadagnando anche un’immagine di ragionevolezza.

Monti e Angelino Fosse così, a maggior ragione oggi il colloquio tra Mario Monti e Angelino Alfano (e Silvio Berlusconi, se sarà confermata l’intenzione del premier di ascoltare il suo predecessore) assume un peso politico senza precedenti, perché dal suo esito dipendono le condizioni economiche, dunque una fetta di libertà, di milioni di elettori. Attenzione: non necessariamente del Pdl. L’innalzamento delle ultime due aliquote dal 41 al 43 e dal 43 al 45 investirebbe redditi mensili netti a partire da 2.600 euro di lavoratori dipendenti. Privilegiati, certo, ma difficili da considerare benestanti o tantomeno abbienti, se membri di nuclei familiari monoreddito, e senza parlare dell’Ici. C’è di mezzo pure un fiume di elettori del Pd.

Lo scambio di Pier Luigi Sarà interessante capire se è vero che il segretario democratico Pier Luigi Bersani ha di fatto condotto una trattativa che vedeva su un piatto il soffertissimo sì al ritocco delle pensioni contro cui la Cgil prepara barricate e sull’altro la macelleria di ceto medio uscita ieri pomeriggio tramite le agenzie. In pratica, avrebbe «ottenuto» tasse da far dimenticare il livello già record in cambio di assenso politico sulle pensioni e, forse, sugli interventi legati al mercato del lavoro. Se il Terzo polo fosse allineato a questa posizione, la maggioranza alla Camera può esserci. Al Senato, sulla carta, no. Oggi Angelino Alfano ha l’occasione di mettersi alle spalle una giornata storica nel suo cammino di segretario politico del Pdl.

Tecnici addio La garbata perifrasi del governo tecnico è durata lo spazio di settimane stordite dalla novità fulminea imposta dal Colle, ma in queste ore è la politica – caduto il grande alibi del Cavaliere – a fare i conti con scelte raramente così decisive per la vita dei cittadini, per di più con gli occhi di mezzo mondo puntati su Roma. O Alfano gioca il peso in Aula del partito che rappresenta – recuperando, almeno su questo, l’asse con la Lega – e fa valere l’idea di fisco, di persona, di società, che gli elettori hanno mostrato di voler difesa, o c’è da chiedersi se il Pdl meriti di esserci ancora. Anche perché, malgrado sia passato nel dimenticatoio del confuso frullato di manovre estive, il vecchio governo ha già inserito il contributo di solidarietà biennale, cui la stangata Irpef e Ici si cumulerebbe. Rendersi partecipe, con qualunque pressione dettata dall’urgenza o dal calcolo sulla durata dell’esecutivo, di quest’altra batosta, sarebbe un certificato di distruzione di identità.
di Martino Cervo, Libero, 3 dicembre 2011

DA MONTI UNA PIOGGIA DI TASSE: E’ LA STRADA PIU’ FACILE

Pubblicato il 3 dicembre, 2011 in Economia, Il territorio, Politica | Nessun commento »

Il governo tecnico ha la mano pesante. E aziona la leva fiscale senza pietà. D’altronde i medici pietosi non hanno mai salvato alcun paziente, e l’Italia è malata grave.

Mario Monti

Mario Monti
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Il morbo che la affligge è il debito pubblico, ormai cronico dopo quarant’anni di pessima amministrazione. Da notare che i politici responsabili d’aver sperperato denaro l’hanno sempre fatta franca. E il conto adesso lo pagano, come sempre in questi casi, i cittadini. Dal premier però ci si aspettava qualcosa di diverso dalle solite stangate.

Anche lui invece – forse per la fretta di affrontare l’emergenza – pare comportarsi alla vecchia maniera: e cioè prelevando sangue dal corpo anemico dei contribuenti onesti, quelli che hanno sempre versato di più. Prendiamone atto. Per commentare la manovra in arrivo usiamo una frase celebre: «Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse; l’abilità consiste nel ridurre le spese» (senza demolire la qualità dei servizi, s’intende). La scrisse all’inizio del 1900 il padre della scienza delle finanze italiana, Maffeo Pantaleoni. Oltre un secolo più tardi, Tommaso Padoa-Schioppa tentò maldestramente di correggere il maestro con la seguente espressione: «Le tasse sono belle ». Talmente belle che gli evasori italiani sono rinomati nel mondo.

Transeat. Aggiungiamo soltanto che il presidente del Consiglio se non altro ha provato a incidere sulla spesa corrente,quella che provoca l’innalzamento del debito, ritoccando il sistema pensionistico (vedremo lunedì prossimo come) e annunciando tagli alla sanità. Poca roba rispetto alle necessità di bilancio, ma è sempre meglio del niente fatto finora dagli esecutivi incapaci di eseguire il loro compito: non vivere al di sopra delle proprie possibilità, preoccuparsi di recuperare le risorse prima di spartirle. Prediche inutili. Per il resto, a giudicare da quanto si è saputo, il professore bocconiano non ha resistito alla tentazione di agire sul piano dell’ovvietà: aumentare i tributi, esattamente il contrario di ciò che suggeriva Pantaleoni, del quale abbiamo ricordato l’insegnamento.

E allora che dire? Per inasprire le aliquote dell’Iva e dell’Irpef (sui redditi stupidamente considerati alti, quando invece sono bassissimi: circa 70mila euro ed oltre), per reintrodurre l’Ici sulla prima casa e aggiungere un’Ici (patrimoniale) sulla seconda e la terza, per rivalutare gli estimi catastali degli immobili (minimo 15 per cento), per tagliuzzare qua e là, parliamoci chiaro, forse non era indispensabile un governo di docenti: come già abbiamo avuto modo di dire, sarebbe potuto bastare un ragionier Rossi, un Andreotti qualunque.

Infatti, il gigantesco apparato burocratico messo in piedi in sessant’anni di Repubblica delle banane, i numerosi enti dannosi che costano e non producono (le Authority per esempio, o i Tar, ma ce ne sono a bizzeffe), le Regioni, le Province eccetera non saranno nemmeno sfiorati dalle cesoie.

In sostanza, con i provvedimenti che Monti si accinge a presentare non andremo da nessuna parte. Nel senso che non sistemeremo i conti pubblici, non aggiusteremo lo spread, non cominceremo neppure l’opera di risanamento sollecitata dalla Ue. La speranza è che il premier abbia qualche altra carta da giocare e che il Parlamento gli spiani la strada anziché, com’è sua abitudine,creargli ostacoli e vanificare i suoi deboli sforzi. Difficile essere ottimisti. Antonio Di Pietro, sulle pensioni, ha già detto a Monti: marameo. Idem la Lega. Vittorio Feltri, Il Giornale, 3 dicembre 2011

MONTI GUADAGNA 72 MILA EURO AL MESE E CHIEDE SACRIFICI A CHI NE GUADAGNA 7.200 ALL’ANNO

Pubblicato il 3 dicembre, 2011 in Il territorio, Politica | Nessun commento »