MONTI SPACCA LA SINISTRA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 2 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Ogni volta che Berlusconi dice «non molliamo, c’è ancora il rischio che comandino i comunisti», i più sorridono come se si trattasse di una barzelletta trita e ritrita.

Ingrandisci immagine

Sarà, ma né Marchionne né Monti sul tema hanno voglia di ridere. L’amministratore delegato di Fiat ieri ha infatti posto il problema a modo suo: se sinistra e sindacati continuano così, Fiat non si farà condizionare e lascerà l’Italia. Il governo del neo premier non è meno duro con i sindacati: trattare sulle riforme?

Non se ne parla neppure, qui decidiamo noi.
Cambiano gli uomini, i governi, i contesti e le necessità, ma il problema resta sempre lo stesso. Cioè la pretesa dei sindacati di comandare in fabbrica e nel Paese. Una dittatura delle minoranze per impedire quei cambiamenti che la maggioranza chiede ed esige. Una continuazione di una lotta di classe ideologica che ha già devastato l’Italia una volta. E il Pd pare proprio incapace di spezzare il cordone ombelicale con le ali radicali. Con chi starà Bersani? Con Monti o con la Camusso? Voterà la riforma delle pensioni o scenderà in piazza per contestarla?

Si diceva che il governo Monti avrebbe messo in crisi il centrodestra, aprendo la strada alla sinistra. A naso, sta succedendo l’inverso. È la sinistra che si sta avviando verso il bivio della vita. Cioè scegliere se imboccare la nuova strada, per esempio quella che indica Renzi, di un moderno partito socialdemocratico, oppure continuare su quella vecchia del post comunismo nostalgico in compagnia di neo comunisti rancorosi.
Che cosa succederà nei prossimi giorni nelle aule parlamentari e nelle piazze è presto per dirlo. Ma una cosa è certa.

Se al termine di questo tsunami sarà spezzata l’insana subalternità della politica ai sindacati, il governo Monti una medaglia se la meriterebbe comunque. Anche se, questa volta, voglio proprio vederli i sindacati incendiare animi e piazze. Contro chi? La crisi? Napolitano che ha voluto e imposto Monti? Contro Monti che è l’unica garanzia contro un ritorno anticipato di Berlusconi? Se la sentirà Bersani di rinnegare quasi un mese di osanna e salamelecchi al governo dei tecnici salvatore della patria? Del resto, i casi sono solo due. O la Camusso starà dalla stessa parte di Berlusconi, o Bersani si schiererà con Bossi contro Napolitano. Due spettacoli, comunque vada, da non perdere. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 2 dicembre 2011

DRAGHI A BRUXELLES: MA L’AULA DELL’EURPARLAMENTO E’ (QUASI) DESERTA

Pubblicato il 1 dicembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

A Bruxelles Draghi striglia i governi  nazionali del’eurozona. Ma la reprimenda cade nel vuoto: l’aula è deserta. Che fine hanno fatto gli eurotecnocrati che chiedono sacrifici?

Oggi non doveva essere di buon umore il portavoce del Fondo monetario internazionale, Gerry Rice. Ha fatto sapere che i tecnici di New York rivedranno al ribasso le stime di crescita nel World economic outlook che sarà pubblicato a fine gennaio.

Il presidente della Bce Mario Draghi

Il fatto è che gli allarmi e i moniti si rincorrono e si infittiscono. Se non è l’Fmi ad avvertire che le maggiori potenze economiche rischiano di entrare in recessione è la Confindustria a monitorare sull’inversione di rotta nella crescita del pil nostrano, altrimenti ci pensa l’Ocse a mettere in guardia i Paesi dell’Eurozona i cui sistemi produttivi si avvicinano pericolosamente allo zero. Anche i vari capi di Stato ci mettono un gran impegno ad avvertire e ammonire. I tecnocrati di Bruxelles, poi, sciorinano teorie a go go per risolvere la crisi economica. Eppure, nonostante i patemi d’animo e i continui rischi di credit crunch di alcuni Paesi, questa mattina il neo governatore della Bce Mario Draghi ha parlato parla all’Europarlamento in un’aula deserta.

A fronte di richieste sempre più esplicite sulla disciplina di bilancio agli Stati dell’Eurozona, dal presidente della Banca centrale europea sono giunti anche possibili spiragli di apertura su un rafforzamento, in chiave futura e ipotetica, degli interventi dell’istituzione contro le tensioni sui titoli di Stato. “Per prima cosa serve un accordo con delle regole sui bilanci e sugli impegni che i paesi intendono rispettare”, ha affermato questa mattina Draghi durante la sua prima audizione da presidente al Parlamento Ue in sessione plenaria. Già, una seduta plenaria ma deserta. Poche, anzi pochissime, le persone sedute tra i banchi ad ascoltare Draghi che metteva in guardia il Vecchio Continente per l’aumento delle tensioni sui mercati e dei rischi per la crescita. Dov’erano tutti i tecnocrati che da mesi chiedono al nostro Paese di fare presto, di fare sacrifici per una crisi che non è stata causata dai contribuenti italiani, di attuare riforme strutturali che in alcuni casi rischiano di essere impopolari? Forse la prima audizione di Draghi da presidente della Bce al Parlamento europeo non era poi così interessante? Questo non possiamo dirlo. Quel che è certo, però, è che con quel che costa ai contribuenti l’Europarlamento, sarebbe opportuno che i lavori a Bruxelles iniziassero a fruttare qualcosa nel tentativo di combattere la crisi economica: di allarmi e avvertimenti, i cittadini non ne possono proprio più. Il Giornale, 1° docembre 2011

IL GIALLO DEL SOTTOSEGRETARIO “SCAMBIATO”

Pubblicato il 1 dicembre, 2011 in Costume, Cronaca, Politica | Nessun commento »

Insomma, il ministero dei “perfettini” presieduto dal più perfettino dei perfettini, cioè il super Mario, nella nomina di un sottosegretario scambia uno per l’altro. Ce lo racconta il Corriere della Sera di oggi in un articolo che riportiamo, ripreso appunto dal Corriere della Sera. Ci sarebbe da ridere se non fosse che c’è da piangere  nel constatare cosa è capace di (non) fare la super pagata burocrazia italiana di cui il ministero dei perfettini è l’emblema. g.

Quello vero, Franco Braga (a sinistra). L'omonimo, Francesco Braga (a destra)Quello vero, Franco Braga (a sinistra). L’omonimo, Francesco Braga (a destra)

ROMA – Il quasi omonimo, sotto la neve canadese di Guelph, ormai se n’è fatto una ragione e rilascia interviste a raffica: a «Un giorno da Pecora», a Radio 24, e perfino in diretta alla Bbc. Era il Braga sbagliato, finito nei registri del ministero in virtù di un nome quasi uguale, Francesco, a quello del vero sottosegretario, Franco. Il quale invece non risponde al cellulare neanche sotto tortura fino a sera e pare non se ne sia ancora fatto una ragione. Di essere lui il nuovo sottosegretario e soprattutto di esserlo diventato nel ministero sbagliato: Politiche agricole invece delle agognate Infrastrutture. E dunque per ora è un sottosegretario «in sonno»: designato ma non effettivo. E ancora del tutto sconosciuto al ministero (e al ministro) a cui è destinato. Si attende che sciolga la riserva, anche se Palazzo Chigi (r)assicura: «Tutto a posto, giurerà tra pochi giorni».

Tutto parte con la segnalazione di Altero Matteoli, che indica un «bravo sottosegretario» per quello che è stato il suo ministero, le Infrastrutture: si tratta di Franco Braga, ingegnere, docente, alla Sapienza, di tecnica delle costruzioni, presidente dell’Associazione italiana di ingegneria sismica. La segnalazione rientra nella quota di tecnici spettanti ai partiti e alle correnti e come tale viene accolta. Ma nella girandola dei ministeri, Braga finisce sulla poltrona sbagliata: al ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Nella sede del Mipaaf, nulla si sa di questo Braga. E così, nella notte fatidica, parte la caccia su Internet. Che approda a Francesco Braga, munito di curriculum perfettamente calzante, per quanto risieda in Canada da qualche anno di troppo (28): di qui la commedia degli equivoci, la email del ministero e poi la telefonata di Palazzo Chigi che chiede al Braga sbagliato se è lui il sottosegretario. Comprensibile l’agitazione del Braga canadese («Non dovreste essere voi a dirmelo?»), mentre l’ignaro ministro Mario Catania si congratula con lui e parla di «valore aggiunto».

A equivoco sciolto, resta Franco Braga. Che però non ha giurato insieme agli altri, indispettito dal cambio di poltrona. In queste ora sta prendendo la sofferta decisione. Quando giurerà? Al ministero non lo sanno: «Aspettiamo notizie». Palazzo Chigi minimizza: «A giorni giurerà». Il presidente di Fedagri Confcooperative, Maurizio Gardini, anche lui ingannato dall’equivoco, stima «entrambi» ma è chiaro: «Pur non conoscendo nessuno dei due accademici, basta dare una rapida lettura ai due curriculum per scorgere quale dei due profili sia più adatto. Visto che nel comparto agricolo è in corso un difficile negoziato in Europa, sarebbe evidentemente un gran vantaggio per il nostro ministro tecnico Catania l’essere affiancato da un sottosegretario altrettanto tecnico e che abbia una comprovata esperienza nel settore». Cioè, da Francesco Braga.
Il quale, tra un’intervista alla Bbc e una a Sabelli Fioretti e Lauro, ha appena ricevuto una email di scuse dal ministero: «Cortesissima. Non lo scrivono, ma tra le righe intuisco che avrebbero preferito me. Ho pieno rispetto per il collega, ma mi chiedo chi sia più adatto tra un ingegnere che si occupa di problemi sismici e un agronomo che si occupa di agribusiness». La neve e la distanza attutiscono le ultime parole di Braga. Che però si intuiscono: «Iddio protegga l’Italia». Alessandro Trocino, il Corriere della Sera, 1° dicembre 2011

EURO: COSA DICEVANO PRODI E COMPAGNI QUANDO VI (AP)PRODAMMO. E ORA E’ VIETATO DISCUTERE DI USCIRNE.

Pubblicato il 1 dicembre, 2011 in Economia | Nessun commento »

Lui si è sempre sentito un padre fondatore dell’euro. Tanto che Romano Prodi nel lontano 28 novembre 1996 ammise: «Ho legato il mio destino all’euro». Naturale che in tutti questi anni abbia magnificato i vantaggi della moneta unica. Per l’Italia, prima di tutto. «Siamo entrati nell’euro», disse il premier dell’Ulivo il 2 maggio 1998, «e già se ne vedono gli effetti: è calata l’inflazione, si sono abbassati i tassi di interesse, è cominciata la ripresa dell’occupazione». Ma non solo per l’Italia. Perché Prodi si innamorò subito dell’allargamento della moneta unica. E fece il matto per fare entrare anche la Grecia: «Sarei molto contento di vedere anche la Grecia nell’euro», auspicò da neo presidente della commissione Ue nel 1999.

E pochi mesi dopo: «Sono felice che la Grecia abbia chiesto ufficialmente di entrare». Fu proprio Prodi a certificare i conti pubblici truccati di Atene che da un paio di anni stanno rischiando di fare saltare l’euro. Il professore si profuse in lodi per quel governo di falsari. Tanto da applaudire così che nel giugno 2000 ad Atene: «Complimenti alla Grecia per i duri sforzi fatti per la stabilità. E oggi Atene vanta un tasso di crescita economica ben al di sopra della media europea, dopo avere fatto passi da gigante per ridurre inflazione e il deficit pubblico». Quelle bandiere sulle medicine che la moneta unica avrebbe portato all’economia italiana, non furono sventolate solo da Prodi. Anche Carlo Azeglio Ciampi era un euro-entusiasta, e il 7 febbraio 2000 accarezzò così la pancia degli imprenditori italiani incontrati al Quirinale: «Ricordate quanto si pagava più di interessi rispetto ai concorrenti europei? Prima dell’euro lo Stato italiano era considerato un debitore meno affidabile di altri stati. Ora siamo credibili quanto gli altri».

Qualche tempo dopo l’ex direttore del Fondo monetario internazionale, Vito Tanzi, sostenne: «I vantaggi dell’euro sono enormi, molto più degli svantaggi. In Italia meno inflazione, meno tassi di interesse, meno debito pubblico senza penalizzare la crescita». Anche Massimo D’Alema, che pure non aveva fatto della moneta unica una religione, arrivato a palazzo Chigi ne magnificò le doti: «Dobbiamo sfruttare i grandi vantaggi dell’euro: stabilità, spinta verso lo sviluppo economico, bassa inflazione e crescita». Ancora anni dopo – eravamo nel 2004 – l’ipnosi della moneta unica sulla sinistra italiana era ben testimoniata da questa dichiarazione di Pier Luigi Bersani: «L’euro ci ha aiutato, eccome. Ci ha regalato tassi di interesse bassi e una stabilità monetaria che mai abbiamo avuto».

Avevano torto del tutto? No, non avevano torto. L’euro avrebbe dovuto portare in Italia minore inflazione, tassi di interesse più bassi, minore debito pubblico, stabilità finanziaria, maggiore crescita. Così dicevano gli esperti. E così per qualche tempo è stato. Ma oggi non è più. Non una delle ragioni macroeconomiche per cui fu adottato l’euro oggi è ancora testimoniata da una sola cifra di finanza pubblica. L’Italia fu ammessa nella prima fase dell’Unione monetaria europea fra molti contrasti il 25 marzo 1998. A quella data il Pil era cresciuto su base annua dell’1,9%. Al novembre 2011 la crescita annua è minore: 0,7%, con una possibile recessione in vista per il 2012. Oggi l’area euro impedisce la crescita italiana, che è decisamente inferiore a quella del decennio precedente alla moneta unica. Nel marzo 1998 l’inflazione era del 2%. Oggi è assai più alta: 3,3% appena rilevata a novembre 2011. E anche la promessa sui tassi di interesse si è rivelata un bluff. Quelli ufficiali sono più bassi oggi di allora. Quelli reali sono invece più alti. Per un Bot a 12 mesi lo Stato italiano nel marzo 1998 pagava 4,71% di interessi. Nel novembre 2011 lo stesso Bot a 12 mesi ha un rendimento del 6,087%. Questo significa più deficit pubblico e più debito pubblico. Ed entrambi i dati sono peggiori oggi che nel 1998.

Se tutte le ragioni per cui l’Italia entrò nell’euro oggi sono venute meno, non si capisce perché dovrebbe essere tabù dibattere sul possibile percorso inverso: posto che i dati certificano in questo momento solo svantaggi legati alla moneta unica, quale vantaggio esiste ancora? Ce ne potrebbero essere tornando alla lira? Più svantaggi o più vantaggi? In un paese normale questo dibattito sarebbe all’ordine del giorno. In Italia è invece vietato. di Franco Bechis, Libero, 1 dicembe 2011

MONTI ZITTISCE TUTTI: SULLE PENSIONI NON TRATTO.

Pubblicato il 1 dicembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Ha ufficializzato la data    – sarà il 5 dicembre – ma continua a tenere ben nascosto il conto finale della stangata di Natale. Mario Monti è determinato. Lunedì porterà sul tavolo del consiglio dei ministri la manovra sui conti pubblici. Un mix di misure complesso. Insomma, il solito pacchetto patchwork all’italiana. La cifra non è ancora chiara e  la forchetta resta ampia: da 10 fino a 30 miliardi di euro. Una correzione necessaria sia per tentare di arginare la speculazione finanziaria sia per rimettere le casse pubbliche al sicuro.

Sta di fatto che con in tasca la promozione Ecofin, il premier punta a una approvazione lampo. L’obiettivo, ambizioso, è di varare il provvedimento anticrisi nel giro di pochissimi giorni. Il Professore della Bocconi rifiuta l’accusa di essere in ritardo e, al contrario, rivendica i «tempi record» entro i quali sta portando avanti il lavoro a palazzo Chigi. Ieri Monti a Bruxelles ha presentato il piano dell’Esecutivo all’Unione europea e ha delineato le misure. Molti partner Ue avrebbero rimarcato la «forte credibilità» del nuovo Governo. «Rigore, crescita ed equità sociale» saranno i pilastri su cui poggeranno le misure allo studio. Che insisteranno sul rilancio del Pil non perchè il consolidamento sia «meno importante», ma semplicemente perchè il Governo precedente guidato da Silvio Berlusconi ha già fatto «passi significativi» sul rigore mentre ha latitato sulla crescita.

Di numeri, però, così come il suo vice all’Economia, Vittorio Grilli, il Primo ministro si è guardato bene dal parlare. L’unico dato che conferma è lo «zero» del saldo di bilancio che l’Italia rispetterà pienamente nel 2013. Ragion per cui saranno attuate le due manovre estive, affiancandole con  «ulteriori riforme strutturali». Misure, ha precisato, che avranno «effetti di riduzione» del deficit «nel breve periodo». Solo così, anche in caso di un «deterioramento del ciclo economico», si potranno rispettare gli impegni europei. Traguardo che dovrebbe essere agevolato anche dall’inserimento nella Costituzione del vincolo del pareggio di bilancio (ieri il primo ok della Camera).

È buio pesto, però, sui dettagli delle misure del Governo. I  capitoli di intervento sono quelli annunciati alla Camera e al Senato: evasione, fisco, lavoro, dunque. Ma soprattutto pensioni. Terreno minato sul quale il premier aveva sorvolato in Parlamento nei suoi discorsi di insediamento. E proprio sul delicatissimo capitolo previdenziale, sul quale si trova già il muro dei   sindacati, Monti è stato lapidario: «Penso di agire rapidamente». Tant’è che potrebbero non esserci incontr ufficiali tra il Professore e i segretari di partito. Per le pensioni si configura una stretta importante, dal blocco della perequazione automatica all’aumento degli anni di contributi (oltre i 40), dal contributivo pro-rata per tutti all’anticipo al 2012 della riforma che aggancia l’età pensionabile alle aspettative di vita. L’obiettivo è garantire la tenuta dei conti pubblici non solo nel medio-lungo periodo ma anche nel breve. Sulla questione ieri si è registrata la levata di scudi da parte dei sindacati. Di fatto è scontro aperto tra Governo e sigle. Se Susanna Camusso della Cgil ha parlato di «40 come numero magico intoccabile», Raffaele Bonanni della Cisl ha chiesto invece «un confronto trasparente» per sapere che cosa il governo intende fare anche sulla patrimoniale e sulla spesa pubblica.

Le parti  non sono state ancora contattate dal nuovo governo. Almeno formalmente perchè sarebbero in corso contatti informali. Ma la richiesta è di vedere il pacchetto completo delle misure per poter valutare quanto i sacrifici siano distribuiti. Ieri Monti ha assicurato che «le consultazioni ci saranno» ma si è anche appellato «al senso di responsabilità» delle parti sociali e del Parlamento perché altrimenti «le conseguenze sarebbero molto gravi per tutti». E ha sottolineato che il Governo è stato chiamato per «fare cose che le ritualità tradizionali forse non hanno consentito di fare». Come dire che le trattative coi sindacati si vanno a far benedire. Più morbida la linea di Confindustria: la manovra «è necessaria» ed è «importante che ci siano anche misure che aiutino la crescita, perché il Paese è in recessione», ha detto   Emma Marcegaglia.

Altro tema caldo, le tasse sulla casa. Per quanto riguarda la fiscalità immobiliare si ipotizza un ritorno dell’Ici ma che potrebbe essere progressiva, in qualche modo agganciata al reddito o al numero degli immobili. E comunque coordinata con la nuova Imu prevista dal federalismo. Sulle rendite catastali la via più rapida sembrerebbe quella di una rivalutazione secca del 15%. Sempre in materia di tasse, possibile il rincaro di 1-2 punti per le aliquote Iva del 21% (che passerebbe al 23%) e anche del 10% (all’11%). Occorrerà verificare se questo spostamento del peso delle tasse sulle cose potrà vedere da subito anche un principio di alleggerimento dell’imposizione sui redditi da lavoro e sulle imprese. Libero, 1 dicembre 2011

SCATTA IL NUOVO REDDITOMETRO. SI DOVRANNO DOCUMENTAR ANCHE I REGALI.

Pubblicato il 30 novembre, 2011 in Costume, Economia, Politica | Nessun commento »

Scatta il nuovo redditometro Pure la paghetta sarà tassata

Meglio farsi lasciare ricevuta da papà. Anche per la paghetta settimanale. Perché quando lo studente universitario sarà chiamato dall’Agenzia delle Entrate per giustificare il cellulare o l’Ipod con cui si era fatto bello davanti agli amici,   bisognerà dimostrare da dove vengono i soldi per l’acquisto. Ed è meglio che quella ricevuta informale sia conservata anche dalla casalinga, pizzicata mentre faceva shopping. «Da dove vengono quei soldi? Da suo marito? Può dimostrarlo? Con quali documenti?». Perché dal primo gennaio prossimo saranno proprio questi i veri incerti del nuovo redditometro che al momento è solo in fase sperimentale. Più di cento voci di spesa di ogni contribuente saranno censite dal fisco e confrontate con i redditi dichiarati da ciascuno. Attenzione, non da ogni nucleo familiare, ma proprio dal singolo contribuente, che potrà essere pizzicato dall’Agenzia delle Entrate ed essere chiamato a difendersi nel contraddittorio. E non varrà trincerarsi dietro al fatto di essere “figlio di papà” o povera casalinga mantenuta dal marito. Perché il fisco mica si fa prendere in giro: vuole prove e controprove documentali. E se il capofamiglia è andato a intestare il motorino o l’Ipod al figliolo o alla moglie nullatenente solo per sfuggire alle maglie del fisco? Bisogna indagare, capire, avere risposte esaurienti. Se si è in grado di darle, naturalmente nessun guaio, e amici come prima. Ma con il nuovo redditometro il rischio di avere l’ispettore del fisco in casa è davvero alto.

Le cento voci di spesa che verranno confrontate con i redditi dichiarati sono un ventaglio davvero ampio. Alcune – come le spese veterinarie nuove indicatrici di grande benessere – hanno già fatto infuriare verdi e animalisti, altre come i versamenti a onlus o ad opere caritative, hanno fatto infuriare i cattolici. E l’idea che all’interno del nucleo familiare ognuno debba rispondere delle sue singole spese senza potersi riparare sotto l’ombrello naturale del capofamiglia, qualche brivido lo fa venire. Perché se utilizzato senza quella saggezza che naturalmente oggi l’Agenzia delle Entrate promette, potrebbe trasformare qualsiasi tranquilla famiglia in un burocratificio da museo degli errori. Da anni si discuteva di semplificazione e sburocratizzazione fiscale per le imprese (uno dei loro costi maggiori), e invece di procedere su quella strada ora si va a complicare la vita delle famiglie.

La saggezza dell’Agenzia delle Entrate sarà pure vera, ma quel che si vede già oggi agli atti delle varie commissioni tributarie provinciali e regionali non depone certo a favore. Il 21 marzo scorso ad esempio alla Ctp di Cuneo è approdata la storia di un giovane di 24 anni, da poco laureato ed entrato in uno studio professionale. Nel 2005 aveva dichiarato 3.456 euro di imponibile Irpef e nel 2006 poco di più: 9.324 euro. Piccole somme, ma è così per tutti durante il periodo di praticantato. Il fisco però lo ha pizzicato a bordo di una Chrisler Pt Cruiser del valore di 21.500 euro, acquistata nel 2005. Non solo: il ragazzo viveva da solo in un appartamento da 150 mq, che è risultato di proprietà dei genitori. Il fisco non ci ha pensato due minuti. L’appartamento sarà pure stato dei suoi, ma almeno il 50% del presumibile affitto andava imputato al ragazzo. L’auto non poteva essere acquistata con quello stipendio da fame. A questo sarebbe arrivato chiunque. Però capita a quell’età che non avendo ancora uno stipendio degno di questo nome, la macchina arrivi in regalo da papà o dai nonni o magari anche con qualche soldino messo da parte accumulando quei regali. Il fisco comunque contesta l’acquisto dell’auto al ragazzo.

Che risponde e produce anche un bel po’ di documentazione. L’auto è stata pagata per 5 mila euro con un assegno, per 3 mila euro con un assegno di mamma e per 13.500 euro con un normale finanziamento pluriennale (quindi a rate). La risposta non è bastata. E quei 5 mila euro come li aveva il ragazzo? E poi l’auto come la manteneva? E le spese di casa come se le pagava? Il fisco non ha sentito ragioni. Ha calcolato 4.364,43 euro di spese auto in un anno e 4.975,10 euro per l’anno successivo. Per le spese di casa 1.875 euro un anno e 1.947,75 euro l’anno successivo. Così l’Agenzia delle Entrate ha rettificato le due dichiarazioni dei redditi del ragazzo portando la prima da 3.456 a 34.229 euro e la seconda da 9.324 a 43.646 euro. E quindi pretendendo dal giovane, accusato di non avere abbastanza soldi per acquistare auto e mantenersi casa, nuove tasse presumibilmente con un nuovo prestito dalla madre. La commissione tributaria provinciale di Cuneo ha infilzato l’Agenzia delle Entrate e l’ha condannata anche a rifondere al ragazzo le spese del ricorso. Però ci sono voluti più di due anni, che hanno condizionato la vita di un ragazzo che aveva la fortuna di essere appena entrato nel mondo del lavoro. Il caso già ora non era affatto isolato. Il rischio con il nuovo redditometro è che diventi sempre più frequente. di Franco Bechis, Libero, 30 novembre 2011

L’ITALIA RITROVA L’ORGOGLIO CON FIORELLO. A SARKOZY: STAI SCIALLO

Pubblicato il 30 novembre, 2011 in Costume | Nessun commento »

Finalmente un po’ di Patria. Quasi sottovoce, tra una canzone e una gag, ma dodici milioni di italiani se ne sono accorti, svegliandosi dal comodo letargo postsessantottino.

Lunedì è diventato il giorno della reazione, dell’orgoglio, la più bella serata dopo il week end. Rosario Tindaro, Fiorello insomma, ha intercettato il sentire comune del popolo tutto, basta con quest’Italia presa a pernacchie, messa dietro la lavagna, derisa dal nano capoccione francese e da frau culetto Angela Merkel. «Stai sciallo, sciallati, basta» ha detto il siciliano usando il gergo romanesco giovanile per il consorte di madame Bruni, tra gli applausi degli astanti che non pensavano soltanto al titolo del nuovo film di Francesco Bruni. Sciallati, datti ‘na calmata, vola basso, tranquillino, perché è arrivato il momento di reagire a voi parenti serpenti di Francia e a voi tedeschi di Germania.

Lo fa un comico, lo fa un presentatore davanti agli spalti gremiti del Paese, ascolti massimi, share bulgaro, adunata oceanica, messaggio inoltrato sulla linea dell’utente desiderato, visto e considerato che chi è al governo, tecnico e politico non importa, ha scelto la riverenza e poi la penitenza, sottomesso allo spread e ad una diplomazia farlocca e svenevole.

Fratelli d’Italia, insomma, riuniti non soltanto davanti alla nazionale di football, ma per rimettere le cose al loro posto, pur nella loro confusione. In principio fu Benigni al Festival. L’oscar hollywoodiano si era presentato a Sanremo sventolando il tricolore per poi recitare, narrandolo e illustrandolo con passione e malinconia, l’inno di Mameli e di Novaro. Perbacco, si pensò romanticamente, anche la sinistra ha scoperto il valore della bandiera d’Italia e della Patria, mai sentiti prima certi appelli, mai segnalati tanti sventolii, Garibaldi, Mazzini e Camillo Benso al posto del Che e di Mao Tse, roba grossa, forse vedremo, a breve, nei cortei un magliettificio di riferimento, gli occhialini di Cavour, la barba di Peppino Garibaldi eroe dei due mondi, Attilio Emilio Bandiera accanto a Pippo Mazzini.

L’imprevista euforia sanremese durò lo spazio di una notte, entrò in depressione ai primi annunci dello spread di primavera-estate, una collezione di allarmi e sbandate. La caduta autunnale delle foglie e del governo, la crisi dell’euro, hanno messo il carico da mille, tra gli urrah, il lancio di monetine e di sputi e gli onorevoli gesti dell’ombrello davanti al Quirinale, il cortile nostrano è stato offerto su un piatto d’argento al monsieur parigino e la bionda frau che con sommo gaudio hanno incominciato il loro show, sorrisi di compassione, sfottò, battute ma anche ordini perentori ai soliti noti, gli italiani spaghetti, mandolino e mafia. Giorni brutti, senza una sola voce di orgoglio, bocconiani e banchieri avevano altro cui badare.

C’è stato chi, ieri, su molti quotidiani, con un manifesto pubblicitario, ha ricordato ai due ridanciani cruccofranzosi che ride bene chi ride ultimo (come si legge nell’altro articolo di questa pagina, ndr), ma Fiorello ci sta divertendo da picciotto dell’isola e cittadino del continente. Non predica, non fa il boia e nemmeno il missionario, non sfrutta i verbali altrui, non sfoglia come una jena il codice, non benedice le folle, ascolta, intuisce, è il ventriloquo di dodici milioni di italiani (sfondato il 43 per cento di share), il lunedì sera.

Patriota senza fazioni e partiti di appartenenza, come si dovrebbe nelle cosiddette sedi istituzionali laddove soltanto le celebrazioni per i centocinquant’anni dell’unità hanno costretto molti, a malincuore, a rispolverare drappi, parole, valori riposti negli armadi, cosa che accadrà prossimamente.

L’Italia c’è, reagisce, reagisce, reagisce, almeno il lunedì sera. Fiorello non è Santoro, non è Saviano, Rosario è un comico, parla, pensa, scrive, intrattiene, si desta come qualunque italiano avrebbe voglia di fare. Non ha bisogno di gridare: «Viva l’Italia». Lo fa intendere. E chi non ha inteso, non è d’accordo e si annoia: scialla.

….Viva Fiorello!

MONTI…CHE FANTASIA!

Pubblicato il 29 novembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Si attende il 5 dicembre per conoscere le misure che l’emergenziale governo del ( nuovo)  professore Monti (il vecchio era Prodi!) ha messo a punto, facendole preventivamente “approvare” dai due “protettori” Sarkozy e Merkel, per risanare il debito pubblico e far “ripartire” la logora locomotiva Italia. In attesa che esse vengano date ufficialmente in pasto  anche al “poppolo”, ci pensano i giornali a dare qualche preavviso delle misure che scoppiano di “fantasia” tutta italiana. Si tratta di tasse, tasse e ancora tasse. E qualcos’altro che fa venire voglia di fare come in Egitto, in Tunisia e perchè no, anche in Libia. Oltre che nuove tasse sulla casa con la reintroduzione della odiatissima ICI, tra gli altri balzelli che il fantasista Monti,  che intanto si è accapparrato altri 25 mila euro al mese con la nomina a senatore a vita, ha intenzione di mettere,  ce ne sono alcuni che sono ignobili e riguardano i poveri cristi, cioè gli aspiranti pensionati e i pensionati in a.m.l (attesa morte liberatoria). Per i primi,  il super Mario pare sia intenzionato a disporre che la soglia dei 40 anni di contributi per andare in pensione sia innalzata a 42-43 anni, per i secondi invece il citato super Mario sta pensando di bloccare dal 1 gennaio 2012 il recupero dell’inflazione, mica quella effettiva, cioè il caro vita che falcidia le già miserabili pensioni del 99,99% dei pensionati italiani, ma addirittura quella formale, cioè quella che si aggira (falsamente) intorno all’1%. Insomma super Mario, che l’altro super italiano, super Giorgio detto il napolitano, ha insediato sulla sedia di primo ministro in virtù della trasformazione d’imperio della democrazia parlamentare italiana in impero presovietico, è davvero un portento di fantasia e di inventiva, tanto che se la prende con i più deboli, quelli che fanno quotidiana fatica a campare e a soppravvivere, con i quattro soldi della pensione,  mangiati dal caro vita e dalle bollette sempre più care, cioè i pensionati. Diceva Andreotti che a pensar male si fa peccato ma tante volte  ci si azzecca (un pò di Di Pietro non guasta mai!): non è che super Mario sotto sotto spera che dalla sera alla mattina, con queste sue misure   che avrebbe potuto prendere chiunque, senza aggiungere  ai già alti costi della politica (che nessuno taglia)  quelli di un goverro di non parlamentari da pagare a parte,  qualche milione di pensionati si tolga autonomamente  di mezzo,  e così, d’un colpo, faccia risparmiare tanti bei soldini all’INPS,  risollevando le strambalate sorti finanziarie di questo sgangherato paese? E vuoi vedere che a super Mario lo fanno diventare super santo? Direbbe l’indimenticato Giovannino Guareschi: cose che accadono  solo da noi, al sud del mondo! g.

QUUELL’AMORE FINITO DA TEMPO, di Francesco Damato

Pubblicato il 28 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (S) e il leader della Lega Umberto Bossi C’è probabilmente più cuore che testa nella fiducia, peraltro non corrisposta, che Silvio Berlusconi ha voluto ieri confermare nell’alleanza “solida” del Pdl con la Lega. Sino a sorvolare sugli ostacoli, se non addirittura i veti, postigli dai leghisti nella scorsa estate per l’adozione tempestiva di tutte le misure chieste dall’Europa per fronteggiare la crisi economica e la tempesta dei mercati finanziari. Sono stati quelli a logorarlo a Palazzo Chigi più di quanto egli non meritasse, e costretto più a subire che a promuovere una crisi che da soli i suoi avversari, di sinistra e di centro, vecchi e nuovi, non erano in grado di provocare, potendo al massimo procurargli qualche incidente parlamentare non preclusivo della fiducia prescritta dall’articolo 94 della Costituzione.
Da politico atipico com’è sempre stato, così diverso dai professionisti che lo hanno sempre osteggiato, per i quali la gratitudine è un lusso sconsigliabile, e il cinismo una regola, il Cavaliere non dimentica gli sforzi compiuti da Umberto Bossi nei mesi e negli anni scorsi per sottrarre la Lega alle vecchie pulsioni forcaiole che ne contrassegnarono le origini. E che di tanto in tanto ne fanno ancora vibrare le viscere. Se le avesse seguite, il leader leghista avrebbe staccato la spina all’ultimo governo di Berlusconi quando le Procure della Repubblica di Milano, di Napoli, di Bari ed anche di Roma si sono addirittura contese la caccia al Cavaliere intercettando i telefonini degli amici e le lenzuola delle amiche.

Ma questa prova di indubbia e rara lealtà, sia pure contraddetta politicamente dai veti già ricordati contro la tempestiva adozione di tutte le misure necessarie a fronteggiare la crisi economica, non potrà prima o poi impedire a Berlusconi di valutare più realisticamente, e negativamente, le prospettive di alleanza con la Lega. Che, dopo la fase del governo tecnico di Mario Monti, saranno pari a quelle, sul versante opposto, di un’alleanza del Pd con Nichi Vendola. Forse Pier Ferdinando Casini e amici con il loro “terzo polo” stanno celebrando troppo presto i funerali del bipolarismo. Che però non potrà certo riproporsi come prima.  Francesco Damato, IL Tempo, 28 novembre 2011

.…E’ vero, in poliitca la gratitudine non è solo un lusso, ma una merce introvabile. Ma Berlusconi anche in questo è, per sua sfortuna, diverso. Lui che prima di fare il politico ha creato dal nulla un impero, si è incrociato nella vita con tutti i Valori e i disvalori della società. E mentre non ha praticato i secondi, ha costantemente vissuto all’insegna dei primi. Ecco perchè per lui le delusioni sono state più amare che per chiunque altro, abituato com’era a praticare nella vita personale e in quella imprenditoriale tutto ciò che nella vita politica non ha cittadinanza, ad incominciare proprio dalla gratitudine. Ma neppure le ultime vicende  lo costringeranno a cambiarsi. Per questo in tanti lo amano e in tanti lo odiano. g.

TROPPI MORALISMI: RIDATECI BERLUSCONI

Pubblicato il 27 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Pubblichiamo ampi stralci del commento di Massimo Fini uscito sul Fatto Quotidiano di ieri. Il giornalista si scaglia contro le misure per la tracciabilità, che finisce per penalizzare i cittadini «schedati» e favorire le banche.

Un ulteriore sostegno, nel mezzo della crisi, a quei soggetti che la crisi hanno contributo a creare, con i mutui subprime e i derivati.

Fra le «impressionanti» misure che il governo dei banchieri si accinge a prendere viene ventilata quella di togliere di mezzo il biglietto da 500 euro o (…) di mettere una tassa, operata dalle banche per conto dello Stato, sul deposito o sul prelievo di monete di questo taglio. In un pacchetto di sigarette ci stanno 20mila euro,in una ventiquattr’ore 6 milioni. Si vuole quindi far la lotta agli evasori, ai corruttori, ai riciclatori che si servono di questi tagli. Gli obiettivi sono nobilissimi, le vere ragioni di questo provvedimento un po’ meno.

Negli ultimi mesi molti piccoli risparmiatori, temendo un crollo delle banche, hanno prelevato tutto il possibile dai conti correnti (…). Naturalmente questi prelievi sono avvenuti con banconote da 500, per poterli nascondere agli occhi dei ladri.

Adesso, con questa misura, il governo dei banchieri vuole impedire ai risparmiatori (…) di ritirarvi il loro denaro e imporre a quelli che lo hanno già fatto di rimettercelo. Devono rimanere ostaggio delle banche. Nella stessa direzione va la misura, molto apprezzata dalla sinistra, che vuole rendere «tracciabile » ogni pagamento al di sopra dei 300 euro o addirittura (…) qualsiasi pagamento in contanti. (…) Se poi ogni pagamento in contanti, di qualsiasi entità, dovesse essere tassato le banconote sparirebbero dalla circolazione, perché nessuno (…) le accetterebbe.

Saremmo obbligati a tenere tutto il nostro denaro in banca. Ma le banche sono delle società private e lo Stato non può obbligarmi a tenervi il mio denaro. (…) Lo Stato nasce, oltre che per amministrare giustizia, per battere moneta. Se non ha fiducia nella propria moneta non è più uno Stato. Se uno Stato non è capace di contrastare l’evasione, la corruzione, il riciclaggio senza far pagare un pesante pedaggio ai cittadini che non sono né evasori, né corruttori, né riciclatori di denaro sporco, non è più uno Sta- to. Rovesciamolo assieme alle sue classi dirigenti, politiche ed economiche, che ci hanno portato a questo punto e ricominciamo da capo. Infine non è possibile che lo Stato si intrufoli attraverso la cosiddetta «tracciabilità» nella mia vita privata fino a conoscere, nel dettaglio, i miei acquisti, le mie predilezioni, i miei gusti, i miei vizi. Milena Gabanelli sostiene che «la gente comune non ha necessità di più di una cinquantina di euro alla settimana ». Ma dove vive, in un monastero? Una buona bottiglia di vino e un pacchetto di sigarette fan già 15 euro al giorno. Il moralismo della sinistra è insopportabile. E ora capisco perché tanti, senza per questo essere dei lestofanti, votavano Berlusconi. Perché Berlusconi difendendo la sua libertà criminaloide difendeva anche, per estensione, la libertà di tutti dallo strapotere dello Stato. Aridatece subito il Cainano. Massimo Fini. 27 nocvembre 2011