SERVONO DECRETI, NON MINUETTI, di Mario Sechi

Pubblicato il 27 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio, Mario Monti C’è una sola domanda che un cittadino europeo oggi dovrebbe porsi: «Ma val la pena salvare l’euro?». Non vi sembri una questione retorica, un quesito dalla risposta scontata, ragionateci sopra. Gli inglesi sono nell’euro? Gli svedesi sono nell’euro? I turchi sono nell’euro? La risposta è no e nessuno di questi tre Paesi se la passa peggio di quelli che hanno aderito al grande gioco di eurolandia. Naturalmente gli inglesi pur continuando a stampare sterline danno lezioni a tutti. Prima Berlusconi era «il Cavaliere nero» e dunque l’Italia un sistema feudatario, poi è arrivato Monti e dopo dieci giorni quelli del the alle cinque hanno deciso che pure il loden del Prof è sdrucito. In realtà i meccanismi di entrata nell’euro erano sbagliati. E addirittura non sono previsti meccanismi di uscita. Ne esci se fallisci. Ma prima di fallire paghi tutto e con gli interessi. È un sistema che sembra letteralmente quello dell’impiccato che si prepara la corda da sé. E nel Parlamento italiano che succede? Finita la transumanza da un gruppo all’altro i partitanti sono impegnati a ricollocarsi nella nuova èra. Qualcuno vuol piazzare l’amico sottosegretario, altri cercano di capire quale sarà il cavallo vincente. Previsione impossibile da fare per il semplice motivo che siamo in uno Stato d’eccezione per cui come dice papa Benedetto XVI «la crisi prima che economica e sociale è nella mancanza di significato e di valori». Nell’enciclica «Caritas in veritate» la crisi di questo capitalismo era disegnata già perfettamente. La prevalenza della finanza sul lavoro, della delocalizzazione senza regole. Trascorsi alcuni anni siamo al punto di partenza. Il caso italiano è speciale, non ci sono dubbi: pur avendo enormi risorse abbiamo perso tempo. Il Cav ci ha provato e ha fallito l’obiettivo. Lo stesso centrosinistra prodiano ha fatto crac. È così che siamo arrivati a Monti. Al quale continuiamo a dare un consiglio: lasci perdere la ricerca della concertazione a tutti i costi. È salito a Palazzo Chigi in un momento eccezionale, i cittadini si aspettano decreti non minuetti. Li faccia. Il massimo che può capitargli è quello di essere mandato a casa. Mario Sechi, Il Tempo, 27 novembre 2011

.…..Anche Sechi, evidentemente, comincia ad  avere dubbi sulla bontà della “operazione Monti”, se, dopo averne sostenuto e giustificato l’ascesa così repentina e a velocità della luce, chiude l’editoriale di oggi con il suo stesso titolo: servono decreti, non minuetti. Appunto, L’eccezionalità della situazione che aveva determinato la “caduta” di Berlusconi e l’ascesa di Monti, sottintedeva l’urgenza di provvedimenti altrettanto urgenti e incisivi, capaci di affrontare la gravità della situazione dei conti italiani. Invece Monti si è perso prima per andare a chiedere “permesso” a Sarkozy e alla Merkel sui provvedimenti da assumere, quasi fossimo un paese sottosviluppato o da terzo mondo, posto sotto tutela di questi due mascalzoni internazionali che pensano ai loro affari nazionali e se ne infischiano di quelli europei, e poi dedicandosi, pare nottetempo, a concertare i posti di governo di serie B (sottosegretari e viceministri) come un qualsiasi governo della prima repubblica, il cui unico scopo era…durare. Evidentemente anche a Sechi tutta la faccenda incomicia a puzzare e benchè sia uno dei pochi giornalisti di centrodestra (uno dei più bravi!) che abbia tifato apertamente per il governo dei tecnocrati, incomincia a domandarsi se ne valeva la pena. Non passerà tempo che Sechi muterà opinione e anch’egli si convincerà che quello in atto è un colpo di stato, nè più, nè meno di quello che in Egitto ha deposto il “politico” Moubarak per conservare ai posti di comando i generali che per 30 anni avevano sorretto e garantito il potere del deposto presidente egiziano. Solo che in Egitto è stata agitata la cosiddetta “primavera araba” e in Italia lo spettro dello spread che,  a differenza della “primavera” araba  che si è subito trasformata in gelido inverno, continua a salire, infischiandosene delle strategie “napolitane” e delle presunte capacità taumaturgiche di Monti e banchieri vari. g.

VARIANTE AL PIANO REGOLATORE GENERALE DI TORITTO: COSA SI ATTENDE?

Pubblicato il 26 novembre, 2011 in Il territorio | Nessun commento »

Riceviamo e pubblichiamo una lettera opinione di un nostro visitatore. Eccola.

QUEL PROVVEDIMENTO CHE NON TI ASPETTI

A dire il vero, percorrendo la ex statale 96, dove da anni fanno bella mostra, grandi, scoloriti, tristi cartelloni dei sogni (TORITTO 2, ZONA ARTIGIANALE, ZONA INDUSTRIALE), il dubbio che qualcosa non funzioni, affiora. Per esempio il PRG.

Qualche giorno fa, il Responsabile del settore Urbanistica ha assunto una determinazione che non lascia presagire nulla di buono.

Vediamo di cosa si tratta.

Nel 2002, viene approvato il PRG.

Nel 2004 entra in vigore il Piano di Assetto Idrogeologico che di fatto blocca l’attuazione del PRG (per la verità ancora fermo ai blocchi di partenza).

Trascorrono 3 anni.

Nel 2007, a febbraio, il sindaco annuncia che il PRG non va e va modificato: a novembre dello stesso anno   l’amministrazione affida al responsabile del settore Urbanistica ing. Nicola Crocitto, l’incarico di redigere una variante al PRG che tenesse conto del PAI.

Trascorrono 2 anni.

Nel 2009, l’amministrazione incarica una società di Foggia di offrire supporto all’ing. Crocitto nella redazione di questa variante.

Trascorre un anno. A novembre del 2010 il sindaco convoca una conferenza cittadina e informa che la variante è pronta: a gennaio (2011) sarà adottata dal consiglio comunale, entro l’annno (2011) sarà definitivamente approvata.

Trascorre un altro anno.

In questi giorni la società incaricata di supportare l’ing. Crocitto chiede ed ottiene di recedere dal contratto di consulenza e servizi.

E la variante al PRG?

Ad oggi ancora nulla di concreto, solo “elaborati bozza” che i cittadini non conoscono (e la pianificazione partecipata?!) prodotti, pare, dalla società di Foggia la quale incassa poco più di 20.000 euro  ed inspiegabilmente abbandona l’ing. Crocitto nel momento più delicato.

Sin qui i fatti.

Ci asteniamo da qualsiasi commento sull’operato delle amministrazioni Geronimo che hanno più volte dichiarato pubblicamente che la variante al PRG era lì lì per venire alla luce (dal 2007 sono ormai trascorsi 5 anni).

Non possiamo però non ricordare a noi stessi che il conto di questa inerzia lo stanno pagando: le imprese edili, gli idraulici, i falegnami, i fabbri, gli elettricisti, i tecnici, i commercianti, i proprietari dei suoli edificabili e, di conseguenza, praticamente tutti noi, sfortunati abitanti di questo paese.

….Sin qui la lettera del nostro visitatore. Aggiungiamo di nostro una domanda, anzi due. Cosa si attende? Si attende che qualche “miracolo” sblocchi la gettata di cubature del progetto “Toritto2″ cosicchè definitivamente saranno state vanificate le attese dei proprietari dei suoli che da anni pagano l’ICI senza poter costruire? A proposito, è vero che gli acquirenti dei suoli di Toritto2, di cui si conoscono nomi e cognomi, dal 2008 ancora non sono stati accertati nel ruolo dell’ICI e quindi di fatto l’evadono? g.

LE RIFORME LE SA LA MERKEL, MA NOI RESTIAMO AL BUIO

Pubblicato il 25 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Angela Merkel ieri ci ha informato che l’Italia sta per varare riforme impressionanti. Beata lo sappia lei. Noi, qui, in Italia, siamo al buio e pensavamo che il nostro presidente del Consiglio fosse Mario Monti.

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Il quale, evidentemente, ieri, al vertice con Francia e Germania, ha detto alla Cancelliera ciò che tace ai suoi concittadini e, cosa più grave, al suo Parlamento. Il portavoce del nostro governo si è affrettato a minimizzare, ma è ovvio che qualcuno ci sta prendendo in giro. La Merkel? Monti? Probabilmente entrambi, e un motivo c’è: non sanno più che pesci prendere per arginare la slavina della crisi.

Ormai siamo al tutti contro tutti. Monti è disposto a qualsiasi cosa pur di rimanere in piedi, Sarkozy implora un maggior intervento dell’Europa a sostegno della Francia (eurobond), la Merkel non vuole sentir parlare né dell’uno né dell’altro. La Germania è specialista nel fare la voce grossa in Europa. In altre epoche, così facendo, ha vinto anche importanti battaglie, ma le guerre le ha sempre perse, rovinosamente, con costi bestiali per il Vecchio Continente e per il mondo intero. La Merkel, incurante delle lezioni della storia, non si piega, e intanto le Borse calano e gli spread salgono.

E noi che facciamo? Oggi c’è il Consiglio dei ministri del governo di emergenza, messo su in due ore per disarcionare Berlusconi altrimenti eravamo morti. All’ordine del giorno ci sono tre decreti: uno riguarda gli accordi Italia-Mauritius, uno il riconoscimento dei titoli di studio con San Marino, un terzo le Isole Cook. Se a questo aggiungiamo che di sottosegretari ancora non c’è neppure l’ombra ( pare che molti tecnici di prestigio abbiano rifiutato perché si guadagna troppo poco, cioè 160mila euro), è chiaro che l’avventura di Monti parte in salita.

Crediamo, speriamo, che all’ultimo momento in Consiglio dei ministri entri qualche provvedimento più utile al nostro Paese del trattato con le isole Mauritius. Perché altrimenti la questione comincia a diventare imbarazzante. A meno che Monti, in realtà, abbia in testa di seguire il modello del Belgio, che è di fatto senza governo da oltre un anno e mezzo. E tutto sommato non è che le cose da quelle parti vadano poi così male. Ma allora, se la ricetta è questa, che bisogno c’era di fare tutto questo pandemonio e cancellare la volontà degli elettori? La risposta è ovvia. Ma non è detto che sia quella giusta. Alessandro Sallusti, 25 novembre 2011

FATE CON CALMA…MENTRE LO SPREAD VOLA E LE BORSE AFFONDANO

Pubblicato il 25 novembre, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Alcuni giorni fa, nel pieno degli attacchi degli speculatori finanziari internazionali, il giornale di Confindustria esortava il governo a “Fare presto” per approvare le misure anticrisi. Oggi, con Monti in carica, tutto tace…

“Fate presto”. E’ la frase sparata in prima pagina a caratteri cubitali dal Sole 24Ore il 10 novembre scorso, in piena crisi finanziaria, con lo spread sul Bund che schizzava alle stelle e la Borsa che subiva uno dei più forti attacchi speculativi internazionali degli ultimi anni.

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Roberto Napoletano, direttore del quotidiano di Confindustria, invitava il governo a fare il massimo sforzo, e a farlo presto, per affrontare la situazione ed evitare il disastro dell’Italia, considerato imminente. Il titolo dava il senso della drammaticità del momento. Era una citazione. Lo stesso titolo, “Fate presto”, era comparso sul Mattino di Napoli tre giorni dopo il terremoto del 23 novembre 1980.

Passate alcune settimane e archiviato il governo Berlusconi, il nostro Paese deve adottare le misure necessarie a uscire dalla tempesta. A guidare la “nave Italia” c’è il professor Mario Monti, in fretta e furia nominato senatore a vita. E’ stato chiamato a “salvare” il Paese.  In Italia gode del sostegno di tutti, meno quello della Lega. All’estero lo appoggiano la Merkel, Sarkozy, Obama, Barroso, Van Rompuy e la Lagarde. Insomma tutti, o quasi. Eppure le misure “anticrisi” tardano ad arrivare. Certo, per mettere in cantiere dei provvedimenti importaqnti serve tempo. Nessuno lo mette in dubbio. Ma non si capisce come mai per alcuni organi d’informazione, molto solerti, fino a poco fa, nel chiedere un veloce cambio di passo, ora non ci sia più alcuna fretta. Insomma, siamo già fuori dalla crisi? Non sembra proprio…

Ecco dunque che il Foglio di Giuliano Ferrara ha deciso di rompere il silenzio e, con una finta prima pagina del Sole 24Ore, ha titolato a caratteri cubitali: “Fate con calma”. In alto, sopra al titolo, una striscia rossa con dei numeri significativi. Tra questi ce n’è uno, 5.184, che indica le ore intercorse tra il giuramento del governo e domani. Poi si legge un commento, con una punta di acida ironia: “E’ nato così in fretta il sobrio gabinetto che ci ha spiazzato, viziato e il paese soffre d’astinenza grave. Vorremmo che avesse già fatto acuti, seminato sconcerto, non solo reso omaggio a chi ha preceduto, a chi sta a fianco, a chi sta dietro e ai due che stanno altrove e stanno sopra…”. E’ difficile non sorridere alla satira del Foglio. Ci auguriamo, però, che la calma auspicata da Ferrara non sia eccessiva… Il Giornale, 25 novembre 2011

RISPARMIATECI I MONACI CON I TACCHI A SPILLO, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 23 novembre, 2011 in Costume | Nessun commento »

C’è una parola d’ordine che rimbalza dai leader della sinistra ai giornali, dalla tv alla satira perfino: con la caduta di Berlusconi è finito il Carnevale, siamo finalmente tornati alla Sobrietà.

Mario Monti

Tristemente mi rallegro ma chiedo alla Confraternita dei Flagellati di Sinistra, all’Ordine dei Quaresimali della Stampa Seria e ai Penitenti tutti se con la nuova sobrietà introdotta dai Tecnici Austeri verrà soppresso anche il carnevale pacchiano del Gay Pride, i caroselli dei trans con relative marrazzate, le fellatio gay al Colosseo difese come libere effusioni, le sgargianti occupazioni di suolo pubblico, teatri, facoltà e scuole pubbliche, la centralità dei comici nel discorso politico, gli insulti al Nemico, l’invadenza urbana dei Centri sociali, i localini trendy dove bivaccano antagonisti e fancazzisti, e bevono e fumano e fanno sesso alternativo, la spinelleria assortita dei compagni da sballo o i compagni da passeggio che sfasciano vetrine e scagliano estintori sui carabinieri e vengono santificati.

Lo dico per esempio a Vendola, compagno di partito di Luxuria e di molti dei suddetti compagni, che ora celebra la fine del carnevale berlusconiano e l’avvento della sobrietà.

L’unica differenza tra i due deprecabili carnevali è che il primo almeno si svolgeva a porte chiuse, in casa, e solo incautamente a volte filtrava e s’affacciava nella vita pubblica; il secondo invece è pubblico e politico, invade le strade ed è orgoglioso di esibirsi.

Uno è priveé, l’altro è sociale. Morale: non potete fare i monaci con i tacchi a spillo. MARCELLO VENEZIANI, 23 NOVEMBRE 2011

MANOVRA DA 24 MILIARDI IN ARRIVO. COLPIRA’ LA CASA E L’EDILIZIA.

Pubblicato il 23 novembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Entro venerdì, massimo sabato prossimo, i tecnici di via XX Settembre saranno in grado di consegnare al neo presidente del Consiglio, Mario Monti, la revisione integrale della spesa pubblica (spending review). Insieme alla due diligence sui conti pubblici. E proprio queste analisi consentiranno al governo di farsi un’idea aggiornata dello stato dei conti e dell’effettiva necessità di cassa per arrivare nel 2013 al pareggio di bilancio.  Secondo gli sherpa del Fondo monetario internazionale e dell’Unione europea – che stanno spulciando i conti italiani dopo i nuovi picchi del differenziale Btp/Bund e l’ulteriore rallentamento del Pil – per centrare l’obiettivo servirà, entro dicembre, una correzione dei conti pari a 1-1,5 punti di Pil. Il che tradotto vuol dire che Monti deve trovare a breve circa 24 miliardi per far quadrare i conti. Tra nuove entrate e tagli alla spesa. E considerando che i presunti e ventilati proventi della lotta all’evasione non possono dare certezza di gettito (l’Agenzia dell’Entrate punta per il 2011 a 11 miliardi di incasso), logico attendersi misure certe di prelievo che possano tranquillizzare i signori dei conti di Bruxelles e Washington. E i mercati. ù
Batosta sul mattone E qui si torna ai provvedimenti per fare cassa. Di «scelte dolorose» ha parlato Monti e di «equità». Ma servono quattrini sonanti subito e quindi gli interventi sono limitati. L’Ici (inglobata nella nuova Imu), insieme alla revisione (soft) delle rendite catastali potrebbe far affluire nelle casse dei Comuni dai 3,5 ai 9 miliardi a seconda di quanto si calcherà la mano (con la rivalutazione), e di quali soglie di esenzione verranno applicate (reddito, disabili e figli a carico, unica proprietà, valore dell’immobile). Un bancomat di prelievo fiscale certo. Non a caso il direttore generale di Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni – presentando ieri a Parigi il “Financial Stability Report” – ha messo le mani avanti: «L’Italia è l’unico grande Paese senza una tassa sulla prima casa e una reintroduzione dell’Ici per l’abitazione principale è una delle vie utili per recuperare l’evasione fiscale». Sarà una coincidenza ma giusto lunedì sera il neogovernatore, Ignazio Visco, si è incontrato a tarda sera con Monti a Palazzo Chigi. Visco – già ad agosto – aveva evidenziato l’anomalia italiana in audizione parlamentare. Legittimo immaginare che si sia parlato anche del ventilato intervento sull’Ici.

La reazione di Confedilizia
Il timore delle associazioni di categoria (Confedilizia, Federproprietà, Uppi, Arpe) è che a furia di parlarne si riesca a far passare il messaggio che le tasse sulla casa non esistano. Confedilizia parla sarcasticamente di  «tassator cortesi»  e avverte che «la patrimoniale darebbe il colpo di grazia ad un settore che è già pressoché azzerato dalla tassazione erariale e locale». Per il presidente nazionale di Federproprietà, Massimo Anderson «è bene ricordare che sulla casa già gravano una decina di imposte diverse e che da qui al 2015 altre ne arriveranno». Anderson ha chiesto a Monti un incontro ma ci spera poco. Il Centro Studi dell’Associazione proprietà edilizia (Arpe, circa 300mila soci in Italia) ha elaborato per Libero una simulazione di quanto verrebbe a costare al proprietario di 100 metri quadri l’innalzamento degli estimi catastali. Un bel salasso che potrebbe colpire oltre il 70% degli italiani, vale a dire tutti quelli che al Catasto risultano proprietari. Senza contare che un inasprimento della tassazione sugli immobili – sempre secondo le associazioni di categoria – potrebbe portare ad un ulteriore rallentamento nelle compravendite e nel settore delle costruzioni, già praticamente disastrato dall’inizio della crisi globale.

Il  “Bancomat” Iva
L’altra leva di drenaggio allo studio potrebbe essere quella dell’ennesima revisione dell’Iva. Portando l’Iva al 22 (forse anche 23%) e aggiornando di un 1% quella oggi al 10%, si potrebbero incassare oltre 6 miliardi. Il dato è certo in quanto la manovra di agosto – che ha innalzato di un punto l’Iva al 20% -  prevede un gettito di 4,2 miliardi. Ma il rischio è di deprimere i consumi penalizzando anche quelli delle fasce di garanzia (con aliquota al 10%). E poi c’è il capitolo patrimoniale. Un’imposta sui patrimoni (non solo immobiliari), incontra la timida apertura della Lega. Luca Zaia, ex ministro dell’Agricoltura e governatore del Veneto che la preferirebbe alla riedizione dell’Ici. L’ex collega del Viminale, Roberto Maroni, crede invece che la nuova super maggioranza si impantanerà nei veti incrociati, mentre piovono ipotesi e proposte. Una cosa è certa: Monti ha fretta. Lo ha detto e ripetuto ieri a Bruxelles. Non appena il “Prof” avrà il quadro completo il governo si muoverà. Le pensioni – e la revisione di quelle di anzianità tanto care alla Lega – troveranno spazio ma prima bisognerà trovare un accordo con i sindacati. E poi non danno un gettito immediato, ma risparmi sulla lunga distanza. Antonio Castro, Libero, 23 novembre 2011

NON SONO GLI INGLESI A ESSERE STRANI, SIAMO TUTTI EUROSCETTICI. L’EUROPA HA RIBALTATO I CANONI DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE

Pubblicato il 23 novembre, 2011 in Economia, Politica estera | Nessun commento »

Per tutta la mia vita, i problemi sono sempre venuti dal continente, mentre tutte le soluzioni sono arrivate dal mondo anglosassone”, dichiarò Margaret Thatcher a un congresso del suo partito sul futuro dell’Europa. E non fu certo l’ultima occasione in cui la Lady di ferro esprimeva un’opinione largamente condivisa e sostenuta dalla maggior parte del popolo britannico. Fin dall’epoca di quell’altra collerica, la regina Elisabetta I, i pragmatici inglesi hanno forgiato la propria peculiarità in contrasto con i continentali. L’Inghilterra ha mantenuto e sviluppato in modo indipendente, fino all’era moderna, le sue istituzioni medievali: la Common law, il Parlamento, la monarchia, i vescovi.

Le rivoluzioni inglesi del 1640 e del 1689, come pure la rivoluzione americana, che ne ha raccolto l’eredità, sono state combattute all’insegna di vecchi princìpi – “Religione, libertà e proprietà” – mentre la rivoluzione francese, con “Libertà, uguaglianza e fraternità”, e quella russa, con “Pace, pane e terra”, aspiravano a qualcosa di nuovo. Per gli anglosassoni la proprietà è sacrosanta. La tassazione senza rappresentanza è un ladrocinio, così come l’incarcerazione senza un processo con giuria equivale al furto di quello che Locke definiva la proprietà fondamentale di ogni inglese: il suo corpo. Come a dire, per parafrasare J. S. Mill in “Sulla Libertà”: “Fate pure quello che volete, purché non spaventiate i cavalli”.

La tradizione continentale è fatta di diritti (concessi da chi?, strappati da chi?) da valutare in un futuro giorno del giudizio. Edmund Burke, il grande padre della politica britannica e americana, era convinto – alla pari di ogni inglese – che “un diritto privo di contesto è un torto”. Nel Parlamento di Westminster, Burke sosteneva l’appello alla base della rivoluzione americana – “Nessuna tassazione senza rappresentanza”; aveva promosso l’attacco contro l’imperialismo britannico in India e, fin dall’inizio, aveva intravisto un gulag nel tentativo della Rivoluzione francese di partire dall’anno zero, perché la mancanza di un contesto storico organico rende l’uomo primitivo, non progressista. Per citare le parole di Burke, “al limitare dei boschi della loro accademia vedo la forca”.

Burke ha ispirato il Partito conservatore di David Cameron, nonché Keynes, Beveridge e Lloyd George nella concezione dello stato assistenziale. L’euroscetticismo non contraddistingue soltanto le 81 nuove leve tra i conservatori del Parlamento inglese che hanno votato per un referendum immediato sull’adesione all’Unione europea, ma anche – e da sempre – Cameron, il suo cancelliere dello Scacchiere George Osborne, il ministro dell’Istruzione Michael Gove e il ministro degli Esteri William Hague. Ora il 49 per cento dell’elettorato britannico, cioè un inglese su due,  vuole uscire completamente dall’Unione europea. Perché? Basta guardare alla storia, e al contesto. A Bruxelles c’è un esecutivo non eletto che tassa e spende senza i voti dei rappresentanti eletti di Strasburgo o Westminster.

Nigel Farage, il deputato euroscettico che ha detto a Strasburgo: “Nessuno di voi è stato eletto”, al di là delle sfumature appartiene allo stesso popolo di Cameron, che venerdì ha provato – senza successo – a mettersi d’accordo con la cancelliera tedesca, Angela Merkel, sulla modifica dei trattati europei e su un’armonizzazione fiscale.

C’è un sistema giuridico straniero che ribalta le decisioni di giurie e corti nazionali, come pure la legislazione di parlamenti interni, in questioni quali la sicurezza, il welfare e il bilancio della nazione. C’è una congiura che – per usare le parole di Osborne – “spara una pallottola al cuore” dell’industria che da 330 anni rappresenta la spina dorsale del Regno Unito: la City. E c’è qui, al nostro fianco, una nuova valuta fallita, perché i suoi fantasiosi fondatori avevano fatalmente immaginato un altro anno zero.  Richard Newbury, FOGLIO QUOTIDIANO, 23 NOVEMBRE 2011

MONTI NON DECIDE, LA FIAT NON ASPETTA

Pubblicato il 22 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Se Berlusconi, in un giorno in cui la Borsa perdeva il 5 per cento e lo spread toccava i 490 punti avesse convocato un consiglio dei ministri per varare il decreto Roma Capitale, lo avrebbero linciato sui giornali e in piazza.

Sergio Marchionne

Sergio Marchionne
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Ma come? La barca affonda e il timoniere si occupa di quisquilie e nient’altro? Berlusconi no, ma Monti può farlo e ricevere pure gli applausi della stampa libera e indipendente. Eppure avevamo capito che l’emergenza imponeva decisioni rapide, a ore. Consultazioni in due giorni, governo in uno. Ma tanta fretta, scalzato il vecchio esecutivo, si è trasformata in calma flemmatica. Tanto che Marchionne, capita l’aria, ha rotto gli indugi e anticipato la mossa: Fiat ha disdetto tutti gli accordi col sindacato, perché se per salvarsi deve aspettare i decreti sul lavoro del governo Monti, campa cavallo.

Evidentemente i mercati vanno giù perché non leggono i quotidiani italiani che fanno a gara per esaltare le qualità miracolose del nuovo esecutivo. Il quale, per inciso, non ha fatto nulla ma non ha neppure grandi colpe. Come sosteniamo, in solitudine, da mesi, i governi nazionali possono poco o niente per arginare l’assalto all’Euro. Il terremoto non si arresta in Italia nonostante la nuova guida, insiste in Spagna nonostante dalle urne sia uscito l’altra notte un governo forte, avanza in Francia dove quel pagliaccio di Sarkozy non ride più sul nostro Paese ma piange sul suo, si affaccia pure in Germania che comincia a mostrare indici economici in ribasso.

Ma forse tutto questo non è il male assoluto. Se l’Italia non sarà più la sola Cenerentola, se anche i francesi saranno declassati, forse allora, e solo allora la Germania si deciderà a dare il via libera a ciò che Berlusconi (e Tremonti) chiedevano da un anno. Cioè a stampare quegli Eurobond (titoli di stato europei) che sono l’unico serio strumento da mettere in campo contro la speculazione (in attesa di una vera banca centrale con pieni poteri sulla moneta). Non sappiamo ancora se il governo Monti sarà bravo, speriamo almeno che sia fortunato un po’ più del precedente. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 22 novembre 2011

MARONI VA ALL’ATTACCO:MONTI? E’ UN INGANNO PER FAR FUORI BERLUSCONI

Pubblicato il 22 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

E’ tornata la Lega di lotta. E adesso che i lumbard sono all’opposizione, non la mandano certo. “Ho grande stima per il presidente Napolitano che ha colmato un vuoto che la politica ha lasciato – ha tuonato l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni – è solo responsabilità nostra, se avessimo avuto una maggioranza coesa non sarebbe successo.

Il leghista Roberto Maroni

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Napolitano ha fatto ciò che doveva fare. Nessuna critica”. A detta dell’ex titolare del Viminale, il leader leghista Umberto Bossi avrebbe cercato di convincere l’ex premier Silvio Berlusconi fin dallo scorso anno di andare al voto: “Nel Pdl si è preferito cercare qualche voto in parlamento. Subito dopo elezioni regionali del 2010 e l’uscita di Fini avevamo sollecitato Berlusconi a prendere atto che non c’era la maggioranza solida. Con le elezioni avremmo rivinto”.

Secondo Maroni, la mossa del capo dello Stato Giorgio Napolitano per mandare a Palazzo Chigi Mario Monti è stato “un grande inganno per far fuori Berlusconi e il suo governo”. Parlando a Radio Padania libera, l’esponente del Carroccio si è detto d’accordo con il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara, nel condannare le strumentalizzazioni della sinistra: “Si era detto che bastavano le dimissioni del governo Berlusconi e lo spread sarebbe sceso. Invece non è cosi, anzì”. Proprio per questo, a detta dell’ex titolare del Viminale, sarebbe stato “meglio andare al voto come in Spagna. Da ministro dell’Interno avevo fatto i conti che in 45 giorni era possibile votare”. “Nessun ripensamento – ha, però, aggiunto Maroni – per tutte le cose che il governo sta facendo ci fa dire che abbiamo fatto bene a passare all’opposizione”.

Per quanto riguarda le politiche del governo tecnico, la Lega intende aspettare al varco l’ampia maggioranza che sostiene Monti. “La patrimoniale è nel governo Monti, il Pdl la voterà? – ha detto Maroni – L’Ici l’abbiamo abolita noi e il Pdl voterà la reintroduzine? E le pensioni il Pd le voterà? Se tutti voteranno tutto e il contrario di tutto si scoprirà il bluff”. Sulle prossime mosse che la Lega farà in parlamento, Maroni è chiaro: “Adesso che siamo all’opposizione dobbiamo concentrarci sul nostro core business: la Padania. Il nostro progetto è l’unico serio che può dare un futuro alla gente del nord”. Il Giornale, 22 novembre 2011

I LEADERS EUROPEI CONTRO LA DOMINAZIONE TECNOCRATICA, STUPITI PER LA FIACCA REAZIONE IN ITALIA

Pubblicato il 22 novembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

“Come democratico non condivido la grande gioia per un governo che non è il prodotto della diretta volontà popolare, che ha la fiducia del Parlamento ma che è un’espressione non politica. Credo che il paese, tutto il paese, abbia bisogno di politici”. L’ex premier spagnolo José María Aznar ha risposto così a Sky Tg 24 che ieri gli chiedeva una valutazione sul nuovo esecutivo italiano, a margine di un’intervista sulla vittoria dei Popolari in Spagna.
Meno fair, nonostante sia inglese, il giornalista Brendan O’Neill parla sull’Australian del nuovo spettro che “si aggira per l’Europa, lo spettro della tecnocrazia. Definitivamente stanca della democrazia, l’élite europea ne sta decretando la fine, a vantaggio di cricche di esperti spediti a governare le nazioni europee”. Invita a immaginare “quante congratulazioni internazionali ci sarebbero se, per esempio, Nigeria e Sudafrica decidessero di organizzarsi e fare pressione straordinaria sullo Swaziland per sbarazzarsi dei suoi leader eletti, per sostituirli con fantocci non eletti”.

E’ sicuro che “i politici occidentali convocherebbero conferenze stampa per denunciare un grottesco colpo di stato sul continente nero, all’Onu si terrebbe una sessione d’emergenza. Ma quando questo accade in Europa nessuno ci fa caso”. Quanto è accaduto in Grecia e in Italia, continua O’Neill, “non è una ‘svolta’ ma l’estrema e logica conclusione del progetto comunitario”, della sua “ostilità verso la sovranità nazionale e la democrazia”: “Nell’Unione europea la tecnocrazia è stata sempre messa al di sopra della democrazia e la competenza al di sopra dell’impegno”. E’ stato costruito “un forum nel quale l’élite culturale può sfuggire alla pazza folla” e anche “alla necessità di consultarla”. “In un momento di crisi economica, questo processo è stato accelerato”, e in Grecia e in Italia possiamo vedere il progetto europeo “in tutta la sua nuda, tirannica, oligarchica gloria”. Il filosofo tedesco Jürgen Habermas, la scorsa settimana, aveva detto al Monde di vedere in atto sia un processo di lenta asfissia del “polmone della democrazia su scala nazionale, senza che questa perdita sia compensata a livello europeo”, sia “un passaggio da un’Europa del governo a un’Europa della governance. Ma il grazioso termine ‘governance’ è un eufemismo che indica una dura forma di dominazione politica, basata sul fondamento, debolmente legittimato, dei trattati internazionali”.

Nel Daily Mail di domenica, sul tema è intervenuto il parlamentare conservatore Daniel Hannan: “Due governi dell’Unione europea sono stati rovesciati da colpi di stato – gentili e senza spargimento di sangue, ma comunque colpi di stato. In Grecia e in Italia, i primi ministri eletti sono stati rovesciati dagli eurocrati”, e “solo ora, forse, vediamo fino a che punto l’Unione europea, oltre a essere antidemocratica nelle proprie strutture, richieda agli stati membri di rinunciare anche alla loro democrazia interna”. Hannan si chiede in particolare come facciano “gli italiani a sopportarlo”, come mai “un pezzo sorprendentemente ampio dell’elettorato sembra tranquillo per la sconfitta della democrazia dei partiti. Come può un popolo che si è liberato di una dittatura essere così indifferente?”.

L’eurodeputato inglese Nigel Farage, del gruppo Europa della libertà e della democrazia, in un intervento all’Europarlamento il 16 novembre, al cospetto di Barroso, del commissario economico Olli Rehn e di Van Rompuy, chiede retoricamente chi siano i responsabili del disastro in corso: “La risposta è: nessuno, perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricoprite in questa crisi… E devo dire, signor Van Rompuy, quando ci siamo incontrati per la prima volta un anno e mezzo fa, mi ero sbagliato sul suo conto. La definii un ‘assassino silenzioso delle democrazie degli stati nazionali’. Non è più così, lei è piuttosto rumoroso nel suo operare. Lei, non eletto, è andato in Italia e ha detto: ‘Questo non è il tempo di votare, è il tempo di agire’. Ma chi le dà il diritto, in nome di Dio,  di dire queste cose agli italiani?”. Il Foglio Quotidiano, 22 novembre 2011