NAPOLITANO E DRAGHI FANNO. IL PD DISFA

Pubblicato il 28 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Pierluigi Bersani Bip, un messaggio sul cellulare. Fine mattina, Roma, vai e vieni su piazza Colonna. Apro il Blackberry e leggo. È il trader di una superbanca, dal suo personal computer partono ogni giorno ordini per centinaia di milioni di euro. Sugli schermi dell’agenzia Bloomberg legge le dichiarazioni di Pierluigi Bersani e dei sindacati dopo il via libera dell’Europa alla lettera di Berlusconi. «Ma cosa stanno dicendo? Ma perché non pensano agli effetti di quel che dicono? Il vertice è andato bene, tiriamo il fiato, i mercati ci credono, noi dopo tanto tempo stiamo comprando titoli italiani, sosteniamo il Paese e questi giocano allo sfascio?». Stop. Questa è la realtà dei mercati. Mentre Giorgio Napolitano e Mario Draghi spendono tutte le loro energie per aiutare Berlusconi a uscire dal guado, alimentare la fiducia sul nostro Paese e metterci in condizione di superare la crisi sul debito sovrano, c’è un pezzo di establishment che pensa «tanto peggio tanto meglio». Essere italiani non è una dichiarazione retorica, è un modo di essere e di agire che si concretizza tutti i giorni. In alcuni passaggi della storia ha bisogno di essere testimoniato superando le posizioni personali per partecipare a un lavoro corale che l’altro ieri ha dato buoni frutti. Il Governatore di Bankitalia e il Presidente della Repubblica lo hanno dimostrato. Altri no. È vero che l’opposizione deve fare il suo mestiere stimolando il governo a far meglio, ma in questo caso l’errore di prospettiva è macroscopico. Mi ha sorpreso che in questa fase anche un uomo intelligente e ricco di talento come Tremonti non abbia colto l’attimo fuggente. Non era questo il momento per distinguersi, «per sfilarsi» (parole di Umberto Bossi).

Noi avremmo voluto vedere la sua intelligenza dare un contributo decisivo all’azione di Draghi, Napolitano e Berlusconi. Non è mai troppo tardi. Che senso ha per un leader come Bersani sposare la protesta demagogica, fare un calcolo politico sull’immediato, lanciare messaggi di sfiducia sugli impegni presi dal nostro Paese con l’Europa? Il Pd è nato per costruire l’alternativa di governo, è un progetto per costruire e non per demolire. Si può dichiarare riformista un partito che si ferma all’antiberlusconismo e perde di vista gli interessi del Paese? Che cosa spinge un politico abile e navigato come Pierferdinando Casini a dire che nella lettera all’Europa «c’è un patto scellerato contro il lavoro»? Pensa di capitalizzare i consensi della Cisl? Non sarebbe per lui più sensato e politicamente vincente dare agli elettori moderati l’idea che dopo Berlusconi può esserci un leader che viene dal centro ma sa parlare al blocco sociale che ha votato il Cavaliere? Il sindacato vuol difendere i posti di lavoro. Benissimo. La Bce ha dato il via libera all’acquisto di titoli di Stato italiani in virtù dell’accordo raggiunto con il nostro governo. Il debito finanzia la spesa pubblica, gli stipendi degli statali. È un dettaglio? O un fatto centrale del dibattito? Cari amici, il dopo Berlusconi si costruisce ora. Ma senza l’antiberlusconismo. Mario Sechi, Il Tempo, 28 ottobre 2011

SIRIA, OGGI UCCISI ALMENO ALTRI 36 CIVILI

Pubblicato il 28 ottobre, 2011 in Politica, Politica estera | Nessun commento »

BEIRUT – E’ di 36 civili siriani uccisi il nuovo bilancio della repressione odierna compiuta dalle forze fedeli al presidente Bashar al Assad. Lo riferisce la Commissione generale per la rivoluzione in Siria, una delle piattaforme di attivisti anti-regime, citata dalle tv panarabe al Jazira e al Arabiya. Le fonti precisano che 17 delle 36 vittime sono cadute a Homs, terza città siriana, epicentro della rivolta in corso da marzo scorso. ANSA, 28 OTTOBRE 2011

……………..ONU, NATO, CAMERON, SARKOZY, OBAMA, PACIFISTI E COMUNISTI DI TUTTO IL MONDO, SE CI SIETE (A DIFENDERE LA VITA DEI VILI E A ESPORTARE LA DEMOCRAZIA -ANCHE – IN SIRIA) BATTETE UN COLPO…..

BABY PENSIONI: FINI CRITICA LA MOGLIE DI BOSSI MA LUI HA ACCUMULATO PRIVILEGI E BEN DUE VITALIZI

Pubblicato il 27 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Gianfranco Fini l’altra sera a Ballarò se l’è presa con la pensione baby della moglie di Umberto Bossi, che quiesce dalla verde età di anni 39 al pari di altri 500mila dipendenti pubblici o parastatali che poterono approfittare della legge Rumor. Almeno avesse citato la fonte della notizia, che è il libro Sanguisughe di Mario Giordano. Quando il ministro Mariastella Gelmini gli ha rimproverato la caduta di stile, il presidente della Camera ha risposto parafrasando Caterina Caselli: la verità ti fa male, lo so.
E allora, verità per verità, parliamo della pensione e dei privilegi di Gianfranco Fini. Che non sono paragonabili nemmeno alla lontana con le somme percepite dalla sciura Bossi. Fino a non molti anni fa, i parlamentari prendevano il vitalizio e il cosiddetto assegno di solidarietà (una sorta di liquidazione) anche senza mettere piede nei palazzi del potere, come fece Toni Negri.
Oggi le regole sono più severe. Ma non così rigorose come quelle che il leader di Futuro e libertà invoca per i lavoratori normali, magari sbertucciandoli se hanno un impiego al Nord e votano Lega. E questa severità tocca solo parzialmente Fini. Infatti la riforma del 1997 (vitalizio non prima dei 60 anni e con una legislatura completa alle spalle) ha salvaguardato i diritti acquisiti. Cioè, vale soltanto per chi è entrato in Parlamento per la prima volta nel 2001. E l’ex delfino di Almirante calca il Transatlantico dal lontano 1983.
Per i comuni mortali, Fini propone di elevare l’età pensionistica a 67 anni abolendo la pensione di anzianità. Viceversa, se la legislatura finisse domani, il presidente della Camera (che compirà 60 anni tra due mesi, il 3 gennaio 2012) avrebbe già diritto alla pensione e alla «liquidazione». Immediatamente, a prescindere dall’anagrafe.
Non è il solo a fruire di questo trattamento: per fare un esempio fra i tanti, il suo braccio destro Italo Bocchino, se non fosse rieletto dopo la scadenza naturale di questa legislatura (cioè nella primavera 2013), potrebbe godersi la pensione a 45 anni.
A quanto ammonterà la pensione di Fini? Il calcolo è abbastanza semplice. Considerati i lunghi anni di presenza in Parlamento, il numero di legislature (questa per lui è l’ottava) e l’ammontare delle indennità percepite, il leader del Fli potrà contare sul massimo previsto dalle leggi, cioè al 60 per cento dell’indennità di parlamentare. Il che equivale a 10.631 euro lordi al mese, pari a 6.434 euro netti. Non rientra in questo computo l’indennità di presidente pro tempore di Montecitorio, che è pari a quella di un ministro e che va a sommarsi alle numerose voci dello stipendio di parlamentare.
Al vitalizio si aggiunge l’assegno di fine mandato, quello che una volta i lavoratori chiamavano liquidazione. Per i nuovi parlamentari tale assegno non può superare l’80 per cento dell’indennità lorda moltiplicata per i cinque anni di legislatura, all’incirca 45mila euro netti. Ma Fini godrebbe di una somma molto maggiore in quanto, come già visto, a un vecchio parlamentare non si applicano le sforbiciate apportate dalle nuove norme. Per avere dei paragoni, nel 2008 Violante incassò 271mila euro, Mastella 307mila, Sanza 337mila e il recordman Cossutta ben 345mila. Fini è sulla buona strada per battere questo primato.
Non è finita. Perché la pensione da parlamentare gode dell’ineguagliabile facoltà di sommarsi ad altri eventuali redditi. E Fini potrebbe cumulare la pensione da giornalista erogata dall’Inpgi, l’istituto previdenziale autonomo. Il giovane Gianfranco fu assunto al Secolo d’Italia, l’organo di stampa del Movimento sociale, nel 1977 come praticante; divenne professionista nel 1980 e si mise in aspettativa nel 1983 dopo l’elezione alla Camera.
Infine, in qualità di ex presidente dell’assemblea di Montecitorio, Fini avrà diritto – come i suoi predecessori – a ulteriori privilegi esclusivi come l’auto blu, la scorta, uffici riservati, personale di segreteria, viaggi gratis per un certo numero di anni. Il Giornale, 27 ottobre 2011
……FINI APPARTIENE ALLA CONGREGA DEL FAI COME TI DICO E NON FARE COME FACCIO. E I SUOI SEGUACI SONO TUTTI COME LUI, DA ROMA A TORITTO….g.

ECCO COME SARA’ L’ITALIA DI DOMANI, di Nicola Porro

Pubblicato il 27 ottobre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

L’unica lettera di Berlusconi che l’opposizione avrebbe gradito sarebbe stata quella delle sue dimissioni. La lettera che il governo ha inviato ieri all’Unione Europea (e che pubblichiamo nelle pagine interne) contiene piuttosto un programma di politica economica liberale. A cui il governo si «inchioda» definendo anche i tempi (strettissimi) per la sua realizzazione. Ci si augura che sia la volta buona.

La lettera europea si compone idealmente di due parti. La prima riguarda la tenuta dei conti pubblici italiani. Su questi c’è poco da dire. L’Italia ha fatto meglio di tutti i suoi partner europei: ha tenuto a bada la crescita del debito pubblico (relativamente ai suoi vicini di casa) grazie al contenimento dei deficit annuali. Bene come noi hanno fatto solo i virtuosi tedeschi. Ma ovviamente partivamo da una posizione decisamente peggiore ed è per questo che gli sforzi fatti fino a ora non bastano.

La seconda anima della missiva riguarda la crescita economica. Unica ricetta per bastonare il debito pubblico e dare una speranza di lavoro alle generazioni più giovani. E su questo il governo è stato chiarissimo. Da una parte una forte opera di contenimento della spesa pubblica,dall’altra un’iniezione di libertà nelle imprese e nella società.

La spesa pubblica si può contenere solo andando a toccare i gangli vitali che la alimentano: pubblica amministrazione e previdenza. Il governo si è impegnato formalmente a farlo.

Più decisive ancora sono le misure per lo sviluppo. Il principio è quello di liberalizzare e privatizzare ovunque si possa. Si deve intervenire sul mercato del lavoro rendendolo più libero anche grazie al superamento del tabù dei licenziamenti. Berlusconi ha una certa expertise sulla materia: nel 2003 proprio su questo (mentre nel 1994 il caso fu la riforma delle pensioni che poi fece il suo successore Dini) ingaggiò una battaglia dura con ilsindacato: che di fatto perse.Ora la ripropone con il timbro e l’avallo europeo. In Italia di fatto si può licenziare anche nelle imprese con più di 15 dipendenti: ma il problema è che per farlo tocca portare i libri in tribunale. Non si tratta del modo più efficiente per far girare il mercato.

Ovviamente maggiore libertà di licenziamento da sola non basta. Occorre, come è scritto nella lettera, smontare corporativismi anche nel settore delle professioni. Buona l’idea di considerare le tariffe minime alla stregua di un consiglio. Accanto al piano di liberalizzazioni, è previsto un massiccio intervento di privatizzazioni sia locali sia immobiliari. In bocca al lupo, ma la strada è quella giusta.

L’Europa ha ovviamente apprezzato il compito svolto. E Berlusconi riceverà due ordini di critiche: una da sinistra e l’altra da destra. Partiamo con la prima: si tratta di un libro dei sogni. È vero, ma fino a quando ha una maggioranza parlamentare, sulla carta, avrà la possibilità di realizzarlo. Da destra: nulla si dice sulla riduzione del peso fiscale. Ci auguriamo che sia una prudenza verso l’Europa,che di questi tempi mal sopporta ogni tipo di rilassamento tributario. Sbagliando. Nicola Porro, Il Giornale, 27 ottobre 2011

FINI FA LO SMEMORATO, E ALLA CAMERA E’ RISSA

Pubblicato il 27 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Claudio Barbaro del Fli (S) e Fabio Rainieri della Lega (D) durante la lite dopo un intervento di Reguzzoni che chiedeva le dimissioni di Fini Doveva essere un affondo un po’ «cattivello» e invece l’allusione fatta da Gianfranco Fini a Ballarò sulla moglie baby-pensionata di Bossi ha scatenato la maggioranza. «Dimettiti!» è stato il coro di protesta che si è alzato dai banchi della Lega. «A Fini dico di andare a quel Paese, quando uno va in pensione ci va con le regole che ci sono», ha tuonato il Senatùr. Eppure il sempre meno superpartes presidente della Camera sembra non scomporsi alla critiche e, benché l’Aula si fosse già trasformata in un ring dove solo l’intervento dei commessi ha impedito il contatto tra Claudio Barbaro di Fli e Fabio Raineri del Carroccio, lui ha preferito rincarare la dose: «Non è questa la sede in cui il presidente della Camera ha la possibilità di rispondere alle osservazioni che sono state formulate (…). Se lo facessi finirei per confermare quella, a mio modo di vedere, insussistente accusa di partigianeria. Saranno altre le sedi in cui, se lo riterrò, eserciterò il mio diritto di replica». E così le critiche del capogruppo della Lega Marco Reguzzoni che definiva «scandalose» le parole di Fini pronunciate a Ballarò restano senza risposta così come l’esplicito invito di Bossi ad «andare a quel Paese» al quale il numero uno di Montecitorio ha risposto con un ironico «preferisco restare sulle cose serie». E allora «sulle cose serie» si resti. Ed è proprio il suo ex collega di partito Francesco Nania a cogliere l’invito di Fini ricordangogli che fu proprio lui il 13 febbraio 1995 ad attaccare l’allora presidente della Camera Irene Pivetti per essere intervenuta al congresso del suo partito: «Se Irene Pivetti non dovesse correggere le dichiarazioni rese al Congresso della Lega, allora dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di rimettere il suo mandato». E poi Nania, anticipando qualche passo del suo ultimo libro, in uscita a novembre, La corsa x il Colle aggiunge: «Non so se Pivetti abbia riflettuto bene prima di parlare, perché da domani tornerà a sedersi sullo scranno più alto di Montecitorio. Come sarà il suo rapporto con l’Assemblea? Non vale dire che parlava non come Presidente della Camera, perché Irene Pivetti è il Presidente della Camera. La sua è stata una evidente dimostrazione di irresponsabilità politica. La terza carica dello Stato ha il dovere di essere imparziale e super partes». Parole profetiche. Peccato che a sedici anni di distanza di quelle indignazioni non è rimasto nulla. E a dirlo non è solo Nania, ma anche Cicchitto (Pdl) che annuncia che la maggioranza «investirà il presidente Napolitano della situazione di difficoltà istituzionale determinata dal comportamento del presidente Fini». Contro si schiera anche il Responsabile ed ex finiano Silvano Moffa contro cui da Fli urlano «Venduto!». A sostegno si schierano invece Franceschini del Pd («Fini va valutato solo per il modo in cui presiede i lavori») e Casini, che rivolto alla maggioranza ammonisce: «Dare lezioni di deontologia venendo da certe esperienze e dopo aver assunto certi comportamenti per voi è davvero difficile…». Ma la bagarre in Aula tiene banco anche in radio e se su Radio 24 i due protagonisti della zuffa hanno fatto virtualmente pace (con tanto di accusa di Barbaro a Fini «poteva risparmiarsi questa polemica»), su Radio Padania a tuonare ci ha pensato il conduttore, Roberto Ortelli. «Ci piacerebbe sapere da lui come abbia fatto la suocera casalinga ad ottenere contratti in Rai. Vorremmo sapere anche qualcosa in più sull’appartamento di Montecarlo, sulla sua signora e su come si mantiene». Richieste che rimarranno disattese perché a Fini piace fare il «cattivello» solo con le famiglie degli altri. Alessandro Bertasi, Il Tempo, 27 ottobre 2011

………….a Ballarò Fini ha avuto una squallidfa caduta di stile, ma non meraviglia, lui da sempre, come molti dei suoi pochi seguaci, applicano la regola: fai come dico e no n fare come faccio. g.

ACCORDO A BRUXELLES SUL PIANO ANTICRISI: L’EUROPA APPROVA LE MISURE ITALIANE

Pubblicato il 27 ottobre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi  a Bruxelles La maratona salva-Euro durata oltre dieci ore porta a casa, quasi all’alba, tutti i risultati ormai insperati. I leader dell’Eurozona hanno trovato un accordo su un pacchetto “completo” di misure anti-crisi che metterà in sicurezza le banche attraverso ricapitalizzazioni per 106 miliardi di euro, darà certezza ai Paesi a rischio con un fondo salva-Stati da oltre 1.000 miliardi e salverà la Grecia con nuovi aiuti per 130 miliardi, facendo pagare un prezzo maggiore alle banche esposte con Atene per ridurre il debito del Paese. E anche l’Italia rientra nel piano dell’Eurozona per arginare la crisi dei debiti: gli impegni che ha preso vengono inseriti nelle conclusioni del summit, che plaude alle misure annunciate ma incalza sulla loro applicazione, guardando subito alla prossima tappa, ovvero un piano pensioni definito entro dicembre. Di seguito tutte le “decisioni estremamente importanti del vertice Ue”, come ha sottolineato il presidente della Bce Jean Claude Trichet.
BANCHE L’Europa ha deciso di ricapitalizzare quelle “sistemiche”, già sottoposte agli stress test, cioè 90 in tutto. Significa trovare, entro giugno 2012, 106 miliardi di euro, e per quelle italiane 14,7 miliardi. Gli sforzi serviranno per portare il coefficiente patrimoniale al 9%. Per rifinanziarsi dovranno trovare prima capitali propri, anche attraverso ristrutturazioni e cartolarizzazioni, poi potranno chiedere l’intervento degli Stati e solo in ultima battuta può intervenire il fondo salva-Stati Efsf. Inoltre, quelle in fase di ricapitalizzazione non potranno distribuire dividendi nè bonus. E dovranno essere valutate “le esposizioni al debito sovrano dell’area euro, calcolate ai valori di mercato al 30 settembre 2011″.
FONDO SALVA-STATI L’Efsf aumenterà la sua potenza di fuoco di 4-5 volte, fino a raggiungere i 1000 miliardi di euro. Lo farà attraverso due opzioni: vendendo assicurazioni sui titoli dei Paesi, e con uno strumento ad hoc, lo ’special purpose vehiclè, che attrarrà fondi da investitori esterni (come la Cina a cui Sarkozy ha aperto) e istituzioni (come il Fmi, che ha già dato la sua dipsonibilità).
BANCHE ESPOSTE IN GRECIA L’accordo è per un taglio del valore nominale dei titoli del 50%. Tutti, tranne quelli detenuti dalla Bce. Accettando queste perdite, le banche assicureranno al debito greco di tornare nel 2020 ad un livello sostenibile, ovvero al 120% sul pil. Obiettivo che sarà raggiunto anche grazie ad un contributo ulteriore del programma di aiuti pari a 130 miliardi di euro entro il 2014. La revisione del secondo piano salva-Grecia dovrà essere approvato entro il 2011 e l’operazione sui bond greci dovrà essere realizzata all’inizio del 2012.
L’ITALIA L’Eurozona è soddisfatta degli impegni presentati dall’Italia e chiede a Roma di “presentare urgentemente” un ambizioso calendario per la realizzazione delle riforme. Per quanto riguarda le pensioni, i leader “prendono nota” delle intenzioni italiane e chiedono che entro dicembre venga presentato un piano dettagliato su come raggiungere l’obiettivo. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si è presentato al vertice europeo ben consapevole di essere sotto esame. A garanzia ha portato una lettera di 17 pagine con le misure che l’Italia si impegna ad attuare con annesse scadenze. Così hanno preteso i vertici europei prima ancora che il premier prendesse l’aereo per il Belgio. In quest’ottica, la missiva è stata limata fino all’ultimo secondo sull’asse Roma-Bruxelles, sotto l’occhio vigile e attento del Quirinale. Nel bel mezzo dell’incontro, approfittando di una pausa, il premier si è collegato telefonicamente con Porta a Porta per dire che la posizione italiana è stata “apprezzata da tutti” nell’Eurogruppo anche per i “tempi e i provvedimenti” che sono stati giudicati “efficaci per contrastare la situazione” di crisi. Neppure Berlusconi, tuttavia, può negare che l’Italia rischia di non avere altre prove di appello. “Se non rispettassimo questi impegni – sottolinea il Cavaliere poco prima di lasciare Bruxelles – non saremmo ulteriormente credibili, quindi sono impegni che abbiamo assunto e che come sempre l’Italia, che ha mantenuto tutti gli impegni precedentemente assunti, manterrà anche questa volta”. “Abbiamo presentato – spiega il presidente del Consiglio – un pacchetto di proposte per la ristrutturazione di certi nostri settori e per dare impulso alla nostra economia e sono stati accolti in maniera molto positiva e nella decisione finale c’è stato un ulteriore riconoscimento di questi nostri progetti ambiziosi che adesso aspettano di essere realizzati. Naturalmente abbiamo fornito anche le date entro le quali intendiamo realizzare ogni singola misura e successivamente confermeremo con un elenco completo delle date in cui prevediamo che il nostro Parlamento possa attuare queste riforme”. A dispetto delle apparenze e di certe voci che circolano a Bruxelles, il premier nega che l’Italia sia stata messa sotto monitoraggio e preferisce dire che il governo ha “preso l’impegno di tenere al corrente la commissione via via che il nostro Parlamento approverà le misure”. Si tratterà, specifica, di “vari disegni di legge, ciascuno per ogni singolo settore” che saranno varati “nell’arco di alcuni mesi”. Il Tempo, ottobre 2011

.…..Ed ora Berlusconi può davvero pensare di andare avanti sino al 2013!

UNA RISATA TRICOLORE ALLA FACCIA DI SARKOZY, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 25 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Pubblichiamo l’editoriale del direttore del Foglio, Giuliano Ferrara che compare oggi sulla prima pagina del quotidiano. Si tratta di una «chiamata alla piazza». Alle 17, a Roma, in piazza Farnese, di fronte all’ambasciata di Francia. Per restituire a Nicolas Sarkozy la risata in faccia a Berlusconi e al popolo italiano.

Sarkozy ha dato il «la». Ma il primo a ridere di Berlusconi è Berlusconi, perché èun italiano sorridente e non un gallo cupo e ipercinetico. Però i banchieri e gli investitori e i risparmiatori francesi non ridono. Hanno in pancia oltre 400 miliardi di titoli italiani, il debito è puntualmente onorato, il Paese emittente ha un differenziale positivo tra entrate e uscite (avanzo primario), il patrimonio pubblico e il risparmio privato italiani sono imbattibili, l’indice di disoccupazione è migliore di quello francese, la capacità esportatrice competitiva. Le nostre banche si sono tenute relativamente fuori dalla turbolenza greca e dal contagio, quelle francesi ci sono entrate con tutte le scarpe e scoppiano di titoli semi insolventi. Corporativismi e freni alla crescita sono di casa da noi e da loro.Non so se l’ultimarisata, quella che conta, sarà dei donneurs de leçons .

La Merkel ha tenuto botta, ma si vede nel video che era imbarazzata dalla gaffe, e che non poteva non opporre un timido sorriso tipicamente tedescoalla imbarazzante performance di un uomo di stato inutilmente sarcastico con il quale ha litigato per mesi in modo inconcludente, «disastroso» come ha detto Jean- Claude Juncker, presidente dell’area euro.Adesso è il nostro turno di farci quattro allegre risate, come oggi alle 17 in punto a Piazza Farnese,davanti all’Ambasciata di Francia, con Antonio Martino. Venite tutti, mi raccomando. Non piove.

Scaricare i problemi politici franco-tedeschi sull’Italia: questo il programmino, lo spot di Bruxelles. I tedeschi hanno ragione quando chiedono che noi si vada in pensione in modo europeo e non latino. Qualche riformetta, di tante che ne aveva promesse, tra un matrimonio e l’altro, perfino Sarkozy l’ha fatta. Ma non è quello il vero problema. L’Italia, i suoi governi e la società, anche imprenditoriale, peccano da tempo di inerzia davanti al problema della crescita, e una parte di questa inerzia, a parte il carattere furbo della nazione tutta, va addebitato alla scarsa propensione al rischio: che non fossimo un esempio di economia capitalistica lo si sapeva già dai tempi in cui generazioni di classi dirigenti e di italiani tutti accumulavano un debito pubblico poderoso, alimentando ricchezze sociali e private piuttosto consistenti, foraggiando una politica onnivora. Lo dicono anche i bravi giovani trentenni capi sul territorio di quel che resta del Pd. Con Berlusconi qualcosa è cambiato, ma non abbastanza. Siamo i primi ad essere insoddisfatti, ragioniamo come Giavazzi & Alesina, la premiata ditta di economisti (silete economisti!, disse un arrogante Tremonti) che ci mette generosamente in guardia dall’equivoco secondo cui più libertà e concorrenza competitiva sarebbero nemiche dei giovani e dei lavoratori. Balle antimercatiste, balle apocalittiche, balle decliniste, balle per la gola.

Paul Krugman, che non è un calvinista ma un gigantesco cervello ebraico dell’economia liberal e keynesiana, non un neoliberista, cui non per sua colpa è toccato un Nobel come economista americano, continua a ripetere nel New York Times , che non è Le Figaro , una verità assoluta, di quelle che ci vuole molta psicologia depressiva o molta furbizia politica per non voler afferrare: l’euro è in crisi perché, senza un prestatore di ultima istanza come la Bce, che fermi l’aggressività dei mercati, coloro che prestano o giudicano il livello dell’indebitamento vorranno sempre più soldi in cambio da chi emette titoli. Per la Grecia è successo quel casino che tutti sappiamo, ma è un’economia periferica, oltre che un popolo che vive di fierezza giusta e di ingiusta opulenza assistenziale. L’Italia è diversa, è un altro caso. Intanto è solvibile. Eppoi solo il circuito vizioso perverso che le impone una moneta non tutelata, come oggi è l’euro, può metterla in difficoltà, trascinando l’Europa intera nella rovina.

Bene. Krugman dixit . Provvedere dunque, visto che quella è la incontrovertibile verità e l’inflazione nelle economie depresse è una tigre di carta e di incubi da anni Trenta, a meno che non si voglia distruggere il progetto di cui anche l’Italia è Paese fondatore, la base comune del progresso pacifico e prospero promesso dopo i fascismi dagli Adenauer, dagli Ehrardt, dai Monnet, dagli Spinelli e dai De Gasperi ( sopra tutto De Gasperi). Queste cose le sanno gli artigiani, gli esportatori delle piccole e medie imprese, ma anche la grande impresa manifatturiera e le banche italiane, quando ragionano con la loro testa e non fanno controproducenti moralismi a sfondo politico. Le dovrebbe sapere anche l’opposizione di Bersani e Letta, se non fosse trascinata nel disastro di un pensiero burocratico giudiziario dall’antiberlusconismo come non programma. Agire, dunque, e subito. Ma non per autopunirsi, non per dividersi, non per procrastinare i problemi. Il colpo d’ala di Berlusconi è giudicato anche dal Corriere della Sera una possibilità. Era d’altra parte tutto scritto già, Berlusconi se ne era reso conto. Ma comandare è un’arte difficile nel Paese dei parrucconi e delle fazioni distruttive che sono capaci in questa situazione di ingaggiare una rissa strapaesana di tipo giudiziario e pornogiornalistico con il capo del governo.

Ora però si deve annunciare, fare, spiegare, senza paura e tentennamenti. Basta lagne. E vediamo chi sarà l’ultimo a ridere. Intanto prendiamoci il tempo di una risata noi, a Piazza Farnese, ore 17. Giuliano Ferrara, Il Giornale, 25 ottobre 2011

…..a proposito di Sarkozy, ieri sera a Porta a Porta, e stamattina su molti quotidiani, sono state rese note le situazioni in sofferenza delle Banche francesi per i titoli della Grecia. Perciò, come molti commentatori hanno evidenziato, la risata di Sarkozy sull’Italia è solo una isterica risposta ai guai cui va incontro la finazna francese se davvero la Gecvia dovesse fallire e con la Grecia anche l’euro. g.

IL CONFLITTO TRA PADRI E FIGLI, di Mario Sechi

Pubblicato il 25 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

L’Italia domani deve presentarsi al vertice europeo con un pacchetto di riforme credibile. È il nodo previdenziale quello che va sciolto subito. In Europa siamo noi quelli che sbagliano, non gli altri. La coesistenza delle pensioni d’anzianità e di vecchiaia deve finire. Per il bene dei conti dello Stato e delle generazioni future.
Scaricare il debito sui giovani è un delitto. C’è una generazione – quella dei nati tra il 1940 e il 1950 – che ha beneficiato della spesa senza controllo (cioè del debito) per finanziare il proprio impiego nel settore pubblico e il pagamento della propria pensione, spesso baby. Basta leggere un ottimo studio su lavoce.info per rendersene conto. I figli di quella generazione cresciuta a debito non solo non hanno alcun beneficio, ma pagano il debito accumulato dai padri. Come? Con l’inasprimento delle tasse e l’aumento del costo dei servizi, dalla scuola ai trasporti. É un gioco al massacro del futuro che va interrotto e non proseguito con i nipoti.
La Lega, la sinistra e i sindacati mettono i padri contro i figli. Come fanno questi campioni di solidarietà ad appoggiare gli indignados, ammesso che questi ultimi abbiano capito la vera posta in gioco? Su questo tema la consapevolezza rasenta lo zero. Ma sono altrettanto certo che se a un genitore viene spiegato quel che sta accadendo al figlio, egli non si sentirà per niente rappresentato da questo blocco conservatore e irresponsabile. Come faccia invece Bossi a difendere l’indifendibile invece per me resta un mistero.

La riforma da fare è di una semplicità disarmante, ma i piccoli calcoli elettorali finora hanno offuscato i grandi scenari sul futuro del Paese. Allinearci all’Europa significa cancellare l’anomalia delle pensioni d’anzianità. Il governo studi una transizione – ho scritto «transizione» non «diluizione» – e dia l’annuncio ai mercati. Berlusconi non può accontentarsi di una riforma mite, senza ambizioni. Un ritorno alla legge Maroni, giusto per intenderci, è un brodino che non risolverebbe il problema dei conti e ci lascerebbe lontani dalla media europea del collocamento a riposo. La sinistra tutto questo non può farlo. Al Cavaliere basta il coraggio.  Mario Sechi, Il Tempo 25 ottobre 2011

SARKOZY COME ZIDANE, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 24 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

I francesi hanno un brutto vizio. Quando sono in difficoltà con noi italiani perdono il controllo, diventano arroganti. E si mettono a tirare testate, pensando così di risolvere i problemi. È successo, tutti lo ricorderanno, nella finale dei campionati del mondo di calcio del 2006. Allora fu Zidane a perdere la testa picchiandola sul petto di Materazzi. Ieri è successo di nuovo, con Sarkozy che ha irriso il nostro governo e il nostro Paese. Come finirono i mondiali lo sappiamo (5 a 3 per noi dopo i calci di rigore).

Come finirà la partita economica sulla crisi economica lo vedremo, ma certo per il presidente francese in cerca di rielezione il precedente non porta bene. Perché Sarkozy ce l’ha tanto con noi è ovvio. I conti dell’Italia c’entrano ma fino a un certo punto. La realtà è che i francesi non possono sopportare che l’Italia abbia ottenuto la presidenza della Banca centrale europea (Mario Draghi) per di più senza far dimettere il suo rappresentante nel consiglio della banca stessa, Lorenzo Bini Smaghi. Situazione che mette in minoranza la Francia nella gestione della finanza europea. Berlusconi ha assicurato che le dimissioni arriveranno.

Ma i tempi, se Sarkozy permette, li decidiamo noi. Ride, il presidente francese in conferenza stampa alla domanda sull’affidabilità dell’Italia. Come rideva Zidane mentre tirava di testa. Ma è il riso isterico di un uomo in difficoltà nel suo Paese e che le sta provando tutte per risalire la china, compreso programmare un figlio per la campagna elettorale presidenziale. Ma ha poco da ridere. La Francia, le sue banche, le sue industrie, debito pubblico a parte, non è messa meglio di noi.

Tanto che la Merkel, presente alla triste sceneggiata del presidente francese, ha riso molto meno. Anzi, si è imbarazzata e ha confermato la fiducia in Berlusconi e nelle capacità dell’Italia. Ovviamente non ha riso neppure Berlusconi, che peraltro torna a casa dal vertice europeo con quello che voleva.

Cioè un mandato della comunità internazionale a fare quello che lui avrebbe già fatto se Tremonti e la Lega non si fossero messi di traverso. Parliamo di riforme strutturali, vendita del patrimonio pubblico e forse anche riforma delle pensioni. A ore ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario. Il momento della verità per la maggioranza. Lì sì che ci sarà poco da ridere, l’alternativa è andare a casa tutti. In quanto a Sarkozy prevediamo un nuovo caso Zidane: carriera finita. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 24 ottobre 2011

…….Ovviamente a Sarkozy un bel posto nel consiglio di amministrazione di qualche azienda libico-francese non glielo toglierà nessuno. Sarà  il premio per aver mandato gli aerei francesi a sganciare bombe sul popolo libico per “tutelarlo” dal dittatore Gheddafi che come ai tempi del più bieco colonialismo è stato selvaggiamente ucciso, proprio come faceva lui con i suoi nemici…….è questa è la democrazia dei tipini alla Sarkozy. g.


LA FESTA E’ FINITA, MA PER TUTTI, di Mario Sechi

Pubblicato il 24 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Il siparietto ironico tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy verrà accolto in due modi: 1. È una presa in giro dell’Italia e del governo Berlusconi che dunque se ne deve andare; 2. È inammissibile che due leader europei facciano una simile scenetta con un Paese fondatore dell’Europa. Né l’una né l’altra versione risolvono il problema. Siamo di fronte a uno scenario in cui non possiamo più permetterci la lotta tribale. La nostra vita a debito è al capitolo finale. Alla costruzione di questo scenario concorrono più fattori, in particolare il quadro fragilissimo della governance europea e le difficoltà interne di Sarkozy (deve affrontare le elezioni presidenziali ed è in svantaggio) e della Merkel (pressata da un’opinione pubblica che non vuole il salvataggio dei Paesi del Club Med). Con queste premesse, l’Italia diventa il bersaglio grosso sul quale far pesare non solo la mole del debito pubblico e le mancate riforme, ma anche le gravi indecisioni del Vecchio Continente di fronte a una ristrutturazione globale del capitalismo. Per questo al vertice europeo di mercoledì l’Italia – insieme alla Grecia – sarà il punto caldo della discussione. Quando sono state varate le manovre la scorsa estate Il Tempo ha sostenuto una linea realista e dunque allora minoritaria: servono riforme strutturali e provvedimenti per la crescita. La riforma delle pensioni, il taglio della spesa improduttiva e il rilancio degli investimenti dovevano far parte del programma di risanamento. Si è preferito andare avanti con la manutenzione tremontiana del bilancio (senza idee per lo sviluppo) e il niet leghista all’innalzamento dell’età pensionabile (senza alternative vere sul fronte dei tagli). E l’opposizione? Non pervenuta. Dopo quattro versioni della manovra e un dibattito estivo surreale siamo punto e a capo. Avevamo ragione noi. Dice Berlusconi: «Farò cose che non ho fatto per colpa d’altri». Bene, allora esca dalla palude dei veti incrociati, affronti il Parlamento, metta i partiti di fronte alla realtà. Tanto la festa è finita per tutti e le elezioni anticipate non sono la cura, ma la fuga dalla responsabilità. Mario Sechi, Il Tempo, 24 ottobre 2011