L’UNIVERSITA’ DEI LANCIAOTORI D’ESTINTORE

Pubblicato il 23 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Roma, black bloc assaltano un blindato dei carabinieri Un giovane che lancia un estintore e dice a chi lo arresta che voleva «collaborare a spegnere l’incendio». Un altro che assalta un blindato dei Carabinieri, tenta bruciare vivo un agente e viene fermato mentre sta andando a fare una scampagnata in Val di Susa. Sono due universitari a cui il nostro sistema educativo pare aver insegnato solo questo: il disprezzo per la vita, la lucida follia e il nichilismo. In redazione facciamo i conti con questa realtà tutti i giorni e forse durante le nostre riunioni di redazione agli occhi di un estraneo potremmo sembrare cinici, ma nonostante il duro allenamento quotidiano, le notizie di questi giorni ci lasciano un’ombra nell’anima, sono oggetto di discussioni anche quando abbiamo chiuso una lunga giornata di lavoro, quando varchiamo la soglia di casa e stiamo con i nostri cari, il coniuge, i figli, i nonni. Allora vediamo che il centro di tutta la nostra esistenza poggia su due pilastri, la famiglia e l’educazione, quella che abbiamo avuto e quella che speriamo di dare ai più piccoli, alle generazioni del futuro. Lo smarrimento dell’uomo parte da qui. Ricordo un saggio di Milan Kundera che spiegava le origini di un capolavoro della letteratura europea, il Don Chisciotte di Cervantes: «Mentre Dio lentamente abbandonava il posto da cui aveva diretto l’universo, Don Chisciotte uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo». È il volto del male. E senza strumenti di comprensione, una buona educazione e istituzioni che funzionano, il male si propaga. Le scuole sono il punto di partenza di questa battaglia culturale. Mi chiedo quanto la classe dirigente abbia compreso cosa accade. Vedendo le manifestazioni degli indignados, la violenza materiale e verbale diffusa – per niente minoritaria come affermano gli opinionisti da salotto – la povertà delle loro argomentazioni, ho avuto una conferma: la scuola italiana sta allevando dei mostri d’ignoranza. Mancano i cattivi maestri, ma se andiamo a lezione sono sicuro che troviamo anche quelli.  Mario Sechi, Il Tempo, 23 ottobre 2011

UN CANCRO MINACCIA IL PDL CHE RISCHIA DI DIVENTARE UN PARTITO DELLE TESSERE, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 22 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Bandiere Pdl

C’è un cancro che minaccia il Pdl e che non è riconducibile alle difficili decisioni che la maggioranza è chiamata a prendere su materie economiche e non soltanto. Si chiama «tesseramento», antica prassi di misurare le forze interne esclusivamente in base al numero di iscritti che si riescono a portare nel partito. Non conta saper fare politica, essere in sintonia con il leader o con il programma, non è importante quanto consenso elettorale hai ottenuto: conta saper vendere tessere. Più ne hai, più scali i vertici con le votazioni che avvengono nei congressi. Esattamente l’inverso della filosofia con la quale Forza Italia ha sbaragliato 18 anni fa proprio i partiti delle tessere.

Dico questo perché in queste ore dentro il Pdl i vari capi bastone si stanno scannando a caccia di tessere. Dispetti, sgambetti, furbate. Come il caso scoppiato ieri quando è stata intercettata una e-mail spedita dal presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, a centinaia di simpatizzanti nella quale si chiedeva di inviare per internet una copia della carta di identità per procedere all’iscrizione. Procedura, secondo i rivali di Podestà, anomala, ma non è questo il problema. La vera anomalia è che seguendo questa strada il Pdl rischia di diventare una nuova versione dei vecchi partiti, utili ad alimentare se stessi, avvitati sulle proprie guerre interne.

Un piccolo consiglio non richiesto: fermatevi finché siete in tempo. Al Pdl certo che ci si deve iscrivere, per finanziarlo, per sostenere il suo leader, per partecipare a una avventura che è tutt’altro che morta. Lo si è sempre fatto e bisogna continuare. Ma questo non deve essere un mezzo per dividere il partito in correnti e potentati. Sarebbe una contraddizione. La sua forza infatti sta proprio nella leggerezza tanto contestata dagli avversari, proprio perché contro di essa gli apparati burocratici perdono. Il consenso lo si raccoglie per strada tra gli elettori, innovando la politica, non contandosi in congressi che ne celebrano i riti peggiori. E neppure in primarie farlocche. E poi contarsi per che cosa? Per prendere il posto di Berlusconi? Illusi. Forse non è chiaro a tutti che un minuto dopo che Berlusconi dovesse cadere rovinosamente, le tessere diventerebbero carta straccia, coriandoli per festeggiare un suicidio collettivo. È che i politici ogni tanto perdono la testa inseguendo sogni. Ma l’unico che si è avverato è quello fatto nel ’93 da Silvio Berlusconi, ed era di tutt’altro genere: poco partito, tanto governo, sul modello dei comitati elettorali americani. Allora era piaciuto anche a chi oggi lo contesta o mina dall’interno. Ma soprattutto era piaciuto agli elettori.

Io credo che si sia ancora in tempo a riprendere la strada maestra, che non è quella dei congressi, delle cene carbonare, delle tessere ad personam. Cosa che peraltro potrebbe essere anche tempo perso. Perché scommetto che alla fine di questa folle ricreazione tutto tornerà esattamente come prima. O almeno lo spero. Alessandro Sallusti, Il Tempo, 22 ottobre 2011

.….La tessera…era il simbolo della parte peggiore della prima repubblica, il timbro dell’appartenenza, il salvacondotto per chiedere e ottenere. Nel PDL, ci consta personalmente, a conferma di quanto scrive e denuncia Sallusti, si sta tornando indietro di un ventennio, si sta tornando alla tessera come la si intendeva nella prima repubblica, in vista della celebrazione dei congressi di un partito che peraltro  è in attesa di cambiare nome, come ha annunciato Berlusconi nemmno 24 ore fa. Non  siamo contrari alla tessera quando significa atto di partecipazione alle tesi, ai Valori, alle battaglie politiche del partito in cui si crede,  siamo contrari all’uso che se ne vuole fare e se ne sta facendo per “contare”, continuare a farlo o incominciare a farlo. Siamo contrari al massiccio arruolamento di amici, parenti e compari allo scopo di cui sopra. Siamo contrari perchè sui numeri delle tessere si infrangeranno le ultime rsidue possibilità del PDL di resistere anche dopo Berlusconi. Perchè il numero delle tessere non potrà mai incoronare il migliore ma solo il maggior  raccoglitore di tessere che non è detto sia anche il migliore. g.

LEGGI SERIE E NON SPECIALI

Pubblicato il 19 ottobre, 2011 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

DI DAVIDE GIACALONE

Il ragazzo che durante gli scontri lancia l'estintore Non cadiamo nella loro trappola, non finiamo tutti quanti ostaggi dei violenti. Sono “solo” dei criminali, degli spiantati, gente che non vale l’inchiostro dedicato loro. L’errore è già stato commesso, consentendo loro di fermare i lavori dell’alta velocità in Val di Susa e lasciando credere che contino qualche cosa. Vanno solo individuati, arrestati e puniti, reprimendo una rete che non è un movimento politico (anche in quel caso andrebbe represso), ma un insieme di teppisti che puntano a imporsi scassando e a realizzarsi nella violenza. Quello fotografato nel mentre lancia un estintore dice: non sono un black bloc. Gli credo, più semplicemente è uno che merita la galera. Attenti anche a non credere che si debba limitare la libertà di tutti, per poterli ingabbiare. É sufficiente far funzionare la giustizia e affrontare senza paura i tanti che sono pronti a dir minchionerie sul disagio sociale, l’esclusione, le loro buone ragioni e la necessità di comprenderli. Non c’è un accidente da comprendere, questa è gente che sfascia per il gusto di sfasciare. Non servono leggi d’emergenza, semmai servono leggi ragionevoli e serie. Prendete il caso concreto delle telecamere e delle intercettazioni telefoniche: a Londra sono strumenti di prevenzione, utilizzati dalle forze dell’ordine, in Italia sono o materia per discutere (del tutto a sproposito) di privacy, oppure roba messa nelle mani dei magistrati che sbobinano per poi passare ai giornali. La legge deve cambiare, ma nel senso di offrire più garanzie ai cittadini e all’ordine pubblico, prendendo esempio dagli inglesi: le intercettazioni non sono prove, ma strumenti d’indagine, non si depositano e non si pubblicano, non arrivano al magistrato (se non in casi eccezionali), ma si usano per prevenire e per raccogliere prove, con le quali, in pochi giorni, si ottiene la condanna di chi mette a ferro e fuoco le piazze. Non lasciatevi distrarre da questi criminali, né lasciatevi traviare da chi vi suggerisce di doverli «capire». Se siamo nei guai è perché la nostra giustizia non funziona e non è capace di condannarli alla giusta pena (non esemplare, giusta). Corriamo dei rischi perché la giustizia ha deragliato. Rimettiamola sui binari e puniamo la teppa. Saremo più sicuri e più civili.  Davide Giacalone, Il Tempo, 19/10/2011

I POMPIERI INCENDIARI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 18 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Contro i delinquenti che sfasciano le città, l’onorevole Di Pietro ha proposto leggi speciali. Fa come il piromane che appicca l’incendio e poi invoca l’arrivo dei pompieri. Se lui, e i suoi soci di sinistra, non avessero dato in questi anni copertura politica a quei bravi ragazzi dei centri sociali, se avessero invocato la cultura della legalità non solo contro Berlusconi, se non avessero difeso una giustizia ideologica che non ha mai osato agire davvero contro violenti e mascalzoni, se non avessero santificato Carlo Giuliani e linciato i poliziotti e i carabinieri del G8 di Genova, se insomma questi signori si fossero comportati con senso di responsabilità nei confronti del Paese, oggi non saremmo qui a pensare a leggi speciali. Già, perché sarebbe bastato applicare quelle ordinarie per stroncare la nascita di cellule eversive.

E forse siamo ancora in tempo, a patto che da oggi si cambi registro. Non mancano le leggi. Manca chi le faccia applicare almeno con gli stessi rigore e severità usati nei confronti dei cittadini. I quali non possono occupare case abusivamente, non possono operare in un regime di non fiscalità come avviene nei centri sociali, non possono danneggiare beni pubblici e privati, non possono minacciare né portare con sé, e usare, armi improprie, né girare per le strade a volto coperto. A quando risale l’ultima perquisizione in uno dei tanti centri sociali dove è noto a tutti che ci si allena alla guerriglia?

L’eventuale legge speciale dovrebbe comporsi di un solo, semplice articolo: la ricreazione è finita. E se poi ci scappa il morto? Peggio per loro. Anche i rapinatori mettono in conto che possono morire sul lavoro, non per questo abbiamo abolito o lasciato nel limbo il reato di rapina. Se invece di intercettare il presidente del Consiglio (cosa illegale), i pm spiassero i leader dell’autonomia, farebbero certo miglior servizio al Paese tutto e forse riuscirebbero a sventare agguati come quello di sabato. Ma non illudiamoci. Se non si rompe la cappa di buonismo ipocrita che soffoca il Paese (lo stesso che ha permesso l’invasione impunita di migliaia di clandestini) le cose non cambieranno.

Già in queste ore ci sono segnali di voler ribaltare sul governo e su altri la responsabilità di quello che è successo. Come la ridicola caccia a fantomatici infiltrati o il processo a presunte responsabilità di chi ha gestito l’ordine pubblico.Non vorremmo che, come già visto al G8 di Genova, a pagare, in ogni senso, alla fine fosse solo chi stava dalla nostra parte. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 18 ottobre 2011

LA RIMOZIONE DELLA VERITA’ di Mario Sechi

Pubblicato il 18 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Roma, blindato dei carabinieri in fiamme a piazza San Giovanni Sono trascorse 72 ore dalla guerriglia di Roma e il fenomeno di rimozione della verità è già in pista. Al lancio del primo sampietrino i sociologi in servizio permanente effettivo avevano già sentenziato che «è colpa del sistema» mentre i nostalgici degli «anni formidabili» spiegavano accigliati che si trattava di un «gruppuscolo» e dunque si poteva sorvolare. No, non si può passare oltre e farla ancora una volta finire a tarallucci e vino. Perché una cosa è guardare in televisione quel che accade, un’altra è farsi un giretto tra le macerie di piazza San Giovanni, via Cavour, via Labicana e dintorni: sembravano strade di Beirut in fiamme. La distruzione di massa, il lancio di oggetti che possono uccidere, l’uso dell’estintore per spegnere non incendi ma vite, non fanno parte di un normale dibattito politico-filosofico, ma di un clima di tensione straordinario. Prima di evocare leggi speciali, bisogna far rispettare quelle che ci sono. L’applicazione del codice penale a certe categorie di cittadini e l’impunità per altre è un tema che non si può ignorare. La scarcerazione di massa di soggetti che fanno della violenza la consuetudine è sotto gli occhi di tutti. E mai come oggi il taglio delle risorse per le forze dell’ordine appare un errore. Ma il nocciolo della faccenda è culturale: la classe politica e l’establishment in Italia non hanno il coraggio di restituire allo Stato l’uso della forza quando è necessario. A Chicago qualche giorno fa sono stati arrestati 175 manifestanti. Erano nel parco dopo l’orario di chiusura. Immaginate la stessa scena in Italia. I poliziotti sono inermi di fronte a un corto circuito giuridico che li trasforma in imputati. Se lo Stato non mantiene l’ordine e fa rispettare la legge, il criminale si sente incoraggiato a osare di più, giusto per vedere l’effetto che fa ammazzare «uno sbirro». Finora questi farabutti hanno usato armi artigianali e improprie, ma se domani volessero fare un salto di qualità e di potenza, non avrebbero che l’imbarazzo della scelta. Temo che il dibattito in corso si risolva in un grande bla bla bla. E invece la situazione è da studiare e tenere d’occhio. Chi prova piacere a picchiare un agente, chi esulta quando un blindato va a fuoco, non è un giovane al quale lisciare il pelo e dispensare comprensione, ma un delinquente da spedire in cella. Mario Sechi, Il Tempo, 18 ottobre 2011

.…………Che Sechi abbia ragione lo dimostra il dibattito di ieri sera a Porta a Porta dove il rifondarolo Ferrero, sia pure con evidente imbarazzo, tentava di distinguere. Non v’è nulla da distinguere, l’unica distinzione è tra chi rispetta la legge e chi no. Nè tantomeno si può darla addosso alle forze dell’ordine 8in questo caso accusare di non aver…previsto) le quali sanno che se in determiante occasioni le menano,  immediatamewnter scatta l’operazione “responsabilità” per cui mentre il carabiniere Platanica  (G8 Genova), benchè  aggredito ma vivo, ancora subisce le conseguenze della suo diritto alla difesa, l’altro, benchè aggressore ma morto, si vede intitolata un’aula del Senato come se fosse un eroe. Ecco l’unica distinzione da fare: chi aggredisce, anche se muore, è colpevole e chi viene aggredito, anche se rimane vivo, è la vittima. E noi stiamo con le vittime, specie se appartengono alle forze dell’ordine. g.

VENDOLA E SCELSI, FRATELLI ILLUSTRI E INTERCETTATI

Pubblicato il 17 ottobre, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Nichi Vendola

Nomi, anzi cognomi eccellenti, nelle intercettazioni agli atti dell’inchiesta barese sull’ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco, ora senatore del Pd, salvato dall’arresto dal voto dell’Aula. Sono quelli di due medici, pizzicati a chiacchierare con i protagonisti dell’indagine. Sono Michele Scelsi ed Enzo Vendola, rispettivamente fratelli di Pino, il pm del caso D’Addario, e Nichi, governatore pugliese. Dei rapporti tra Tedesco e Michele Scelsi ha parlato anche Laudati nel memoriale consegnato al Csm. Non per l’irrilevante valenza penale degli stessi, ma perché a luglio 2009 furono sottoposti allo stesso Pino Scelsi, per valutare se astenersi dalle indagini. Il pm, nonostante i dubbi dei colleghi, si tenne stretto il fascicolo sulle escort.

Michele Scelsi, con Tedesco divenuto responsabile del Crat (Coordinamento regionale delle attività trasfusionali), parla con l’assessore tra il 2008 e il 9 febbraio 2009, quando una fuga di notizie rende pubblica l’indagine su Tedesco. Quel giorno Scelsi gli manda un sms: «La solidarietà di oggi con la stima di sempre». La prima telefonata è del 22 marzo dell’anno precedente. Scelsi: «Poi ci vediamo dopo Pasqua (…) Ho un po’ di cose anche da dirti (…) Dell’Asl, ci sono delle cose che non si muovono manco…». T: «Adesso c’è stato un intervento del presidente (…) perché adesso ho chiesto formalmente di darmi le carte dei bandi e delle commissioni, va bene?». Il 17 maggio, Scelsi informa Tedesco che il centro trasfusionale della Regione aveva ceduto sacche di sangue alla Toscana. Tedesco: «Perché non fai un comunicato come Crat?». Scelsi: «Era quello che volevo tu mi dicessi». Il 16 giugno ancora Scelsi informa Tedesco di un «allarme rientrato», che riguardava la «banca militare di Taranto», probabilmente il centro trasfusionale dell’ospedale della Marina. S: «Quella vicenda della banca militare di Taranto (…) si è conclusa positivamente, nel senso che la signora è negativa a tutti gli esami, per cui non esploderà più nessuna bomba (…)». T: «Vabbè, ma tra l’altro non me l’hanno nemmeno chiesta, voglio dire». S: «Sì, perché nessuno ne sapeva niente (…) poi ci dobbiamo comunque, eh?, ti devo comunque parlare per altre vicende, quindi…». Il 12 luglio, Scelsi e Tedesco concordano la risposta a un articolo sull’emergenza sangue. Si sentono ancora il 22 novembre, Scelsi si lamenta con l’assessore sul «piano aziendale dell’Asl che stravolge il piano sangue». «Non mi hanno chiesto niente?», domanda Scelsi, e l’assessore lo tranquillizza: «Fai conto di non averlo letto (…) in assessorato si sono resi conto che hanno fatto una puttanata».

Il fratello del governatore Vendola, l’oculista Enzo, finisce spiato, invece, con il braccio destro di Tedesco, Malcangi, indagato, che era sotto intercettazione. Il 3 settembre 2008 Malcangi lo chiama. Vuol sapere delle voci che vorrebbero Tedesco fatto fuori dalla giunta: «Mi ha detto Sigrisi che lo cacciano a Tedesco, dice che l’hai detto tu, è vero?». Vendola cambia discorso, ma Malcangi dopo un po’ insiste. M: «Ti ho chiamato per questa cosa (…) ho da decidere anche delle cose mie personali (…) se rimanere a lavorare in queste condizioni o andarmene… Allora dice che domenica il presidente è venuto alla villa tua». V: «Sì». M: «E hanno parlato di questo fatto. Ti risulta?». V: «Mario… no comment». M: «Che significa no comment? Sì, no?». V: «Quattr’occhi». M: «Va bene, a che ora?». V: «Anche oggi pomeriggio se passi dallo studio».

Il 23 settembre, Malcangi chiama Enzo Vendola e gli chiede se si ricorda «quell’amico mio di cui ti ho parlato per far la visita», riferendosi secondo gli inquirenti a Balestrazzi, un’imprenditore (indagato) che aveva rilevato quote delle società sanitarie di proprietà di Tedesco. Vendola chiede di non presentarsi in mattinata, «perché se bisogna parlare, bisogna parlare con calma, capito? Non possiamo parlare con 50mila persone alle spalle che premono… a me, a me, a me, capito? (…) ci dobbiamo vedere di sera, anche stasera». M: «Allora vengo, veniamo?». V: «Portalo un attimo, sì». Prima dei saluti, Vendola chiede a Malcangi se conosce il direttore sanitario dell’Asl Bat. Malcangi conferma: «È un mio carissimo amico». Vendola chiude: «Scusa, e gli dici di proteggere l’amico mio Ettore?». Il 7 ottobre, i due si sentono ancora, e Vendola mette in guardia ancora una volta l’amico dal parlare per telefono. Malcangi: «Quella cosa, non hai fatto niente?». Vendola: «Sì, parlai. E poi non lo so, non mi sono sentito più da allora perché c’è stato il divieto assoluto, e lui mi garantì, che anche per un altro discorso, un’altra questione, doveva chiamare… capito?». M: «Quindi si sentiranno. Non ho capito, che divieto c’è stato?». V: «No! Non possiamo parlare più per telefono di questi fatti (…) perché l’aria si è fatta proprio irrespirabile, capito?».

.…..Si attendono i commenti dei fratelli magigori….

IL COMPLOTTO E IL KRETINO DI INTERNET, di Mario Sechi

Pubblicato il 17 ottobre, 2011 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

L' Il moderno contestatore ha un arsenale composto da due strumenti: internet e l’estintore. Dopo i fatti di Genova, ci fu chi promosse con una certa preveggenza il seguente tema: «L’estintore come strumento di pace». Di questo argomento si occupa da par suo in queste pagine Davide Giacalone, io invece mi dedicherò alla Rete e all’esistenza di un tipo umano particolare: il kretino di internet. È un soggetto davvero interessante, non lo batte nessuno, è il più furbo e intelligente essere mai apparso sulla faccia della terra, sfida la biologia e il darwinismo, è praticamente infallibile. Sa tutto, vede tutto, scopre tutto. Al kretino di internet non puoi fargliela sotto al naso. Soprattutto quando si tratta di complottoni. Egli scova nel corteo pacifista e democratico infiltrati di ogni tipo. Basta la parola e il «popolo della Rete»monta una ricostruzione dei fatti a prova di bomba. In collaborazione con la premiata ditta di Repubblica – specializzata in trama e ricamo – questo gruppone di intelligentoni ha centrato lo scoop del secolo: c’è un barbuto testimone impassibile che appare e scompare continuamente dalla scena del crimine. Occhialoni neri, barba incolta, capello folto e disfatto, prima è in via Cavour che con sguardo glaciale assiste allo sfasciamento di una vetrina, poi ancora in piazza San Giovanni. Foto, testimonianze dirette e indirette. Sembra uno che conosce bene i questurini, gli odiati sbirri. Migliore del mago Houdini nel liberarsi dalla folla, più veloce di Flash Gordon negli spostamenti. Chi è? Un oscuro funzionario di polizia? Un uomo dei servizi segreti? Il popolo viola, dalla sua dependance girotondista della Rete, leva la sua voce, la faccenda s’ingrossa, evvai con James Bond. È un caso degno del commissario Basettoni e dell’ispettore Clouseau. Mi dispiace, siamo arrivati prima noi. Il nostro Fabrizio Dell’Orefice ha usato il suo intuito partenopeo e ha scovato l’uomo misterioso, l’infiltrato. E lo ha intervistato. Si chiama Fabio Di Chio, cronista di nera a Il Tempo fin dal 1987. Non c’è molto altro da aggiungere, invio i miei più cari saluti agli amici di Largo Fochetti e al kretino di internet. Mario Sechi, Il Tempo, 17 ottobre 2011

.….Meno male che l’infiltrato è stato subito “smascherato”, altrimenti di qui a 20 anni ci sarebbero stati solerti pm del 2031 pronti a riaprire fascicoli e procedimenti alla ricerca dll’infiltrato perduto. g.

ALTRO CHE INDIGNATI: SONO CRIMINALI, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 16 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Madrid, New York, Roma. Arriviamo sempre ultimi ma arriviamo. E prima di andarcene passano vent’anni o quaranta. Nella moda tout court siamo i numeri uno, ma nella moda culturale (si fa per dire) facciamo pena, tardiamo ad adottarla e anche a dismetterla. Il Sessantotto ci colse impreparati. Poi però ci attrezzammo, e non abbiamo ancora smesso di cavalcarlo. Adesso ci siamo innamorati degli indignados e chissà quando ce ne sbarazzeremo. Tutte le generazioni vogliono cambiare il mondo perché si illudono di averlo capito; in realtà, non capiscono nulla, tant’è vero che non riescono a cambiare nemmeno se stesse.

Quello dei giovani è sempre stato un falso problema che si risolve lasciandoli invecchiare. Lentamente, col trascorrere degli anni, la presunzione cede il posto non alla saggezza, che non è di questo mondo rimbambito, ma al cinismo. Prediche inutili. Ieri la capitale, che ne ha subite di tutti i colori e ha fatto della pazienza la sua unica arma di difesa, è stata costretta a sopportare un altro corteo (con annesso conflitto bestiale), quello degli indignati, appunto.Nulla di nuovo sotto il sole dell’ottobrata romana: migliaia di giovani e di ex giovani, incapaci di rassegnarsi alla legge dell’artrite e dell’aterosclerosi, hanno riproposto il solito spettacolo brutale, i soliti slogan frusti, le solite scene agghiaccianti. Una manifestazione con la muffa, un replay senza inventiva, all’insegna della mancanza di idee e della profusione di violenze.

Il pretesto della marcia è stato offerto a buon mercato dalla politica marginale che rumina da mesi luoghi comuni logori: meno banche e più scuole, fottiamocene del debito pubblico, non paghiamolo e che sia finita; massì, uccidiamo anche i padroni, case gratis per tutti, basta società per azioni e più assistenza sociale. Dimenticavo: Berlusconi ha rotto i coglioni, che fa anche rima. Gli indignados de noantri con uno sforzo di fantasia si sono perfino ribattezzati «draghi ribelli». Che siano ribelli non v’è dubbio: hanno spaccato tutto. A chi e a che cosa si ribellino è invece un mistero. Per urlare urlano, e infatti hanno urlato.

Di sicuro sono incazzati: forse perché sono nati e, come tutti gli esseri umani, hanno scoperto l’infelicità esistenziale. Sta di fatto che menano di brutto. Pretendono di campare meglio? Questa è un’aspirazione che accomuna tutti i viventi. Ma gli indignados vorrebbero che fosse lo Stato a provvedere alle loro esigenze. Delinquenti e allocchi. Ignorano che la politica al massimo può gestire i servizi, bene o male; può forse ridistribuire la ricchezza, ma non crearla. A ciò devono pensare i cittadini, maturi o giovani che siano. Come? Lavorando, benedetti ragazzi senz’arte né parte! Producendo, inventando, dandosi da fare.

Altro che intrupparsi nel gregge dei draghi acefali e picchiatori e andare in giro per la città eterna sfogando i più bassi istinti distruttivi, incendiando automobili, fracassando le vetrinedei negozi e perfino irrompendo in un supermercato per imitare i padri che si resero famosi con gli espropri proletari, salvo poi ambire all’iscrizione al Rotary e a un posto in Rai, da dove, ben remunerati, sfottere e insultare il governo. Già. Ragazzi, fateci caso. Nella professione emerge soltanto chi si impegna, chi si attrezza, chi si specializza, chi studia seriamente e seriamente affronta il primo, il secondo e il terzo impiego.

Chi, invece, suppone che lo stipendio sia un diritto come la pensione, resterà sempre, se gli va di lusso, un mantenuto, un profittatore, un parassita. E sfogherà le proprie frustrazioni dando fuoco ai cassonetti dell’immondizia, sventolando bandiere rosse, lanciando bombe, prendendo a bastonate chiunque abbia in tasca qualcosa in più del salario medio. Siamo noi, cari ribelli, a indignarci nel vedervi attivi soltanto quando si tratta di fare la guerriglia e apatici e rinunciatari quando si tratta di lavorare. Vi conosciamo. Abbiamo notato da tempo quanto siete inetti. A Milano vi siete segnalati per alcune operazioni da galera: rovesciare vernice, scrivere idiozie su muri privati, fomentare disordini. Ieri a Roma vi siete rivelati completamente: criminali.

D’accordo,vi piace sfasciare tutto ciò che è a portata di mano? Risarcite i danni, imparate a essere civili prima d’insegnare ad altri ciò che voi stessi non sapete. Certamente, siete fortunati. Perché nessuno vi torce un capello, quando invece meritereste di assaggiare il manganello e la sbobba della prigione. Ringraziate l’Italia anziché tentare di ribaltarla: qui siete protetti,coccolati,polizia e carabinieri hanno ricevuto l’ordine dall’alto di non intralciare le vostre bravate, le razzie, gli assalti sanguinari; la magistratura vi tollera e vi riserva mille riguardi, mai una condanna, un buffetto e via, così potete rientrare sereni nell’attico di papà e farvi rimboccare le coperte da mammà, senza mai pagare dazio.

Ringraziate il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che non vi ha preso a calci in bocca perché lui stesso temeva e teme di prenderne dall’opposizione che vi strumentalizza, appoggia e incita. E non venite a raccontarci che non siete responsabili dei disastri, che è tutta colpa degli infiltrati provocatori. I provocatori siete voi. E anche farabutti.

.…..Eh, si, sono solo dei criminali. E chiunque tenti di trovare anche lontane gisutificaizoni è complice confesso di questi criminali, dediti alla dvastazione, alla violenza per la violenza, alla selvaggia distruzione dei simboli della civiltà e sinche dei Valori della nostra gente: la statua della Madonna. Ma quello che è accaduto ieri a Roma è la conseguenza del permessivismo con cui sonos stati trattati nel recente passato  fatti analoghi e i loro protagononisti. Chi ha dimenticato Genova di pochi addietro? Anche lì centinaia, migliaia di delinquenti comuni spacciati per giovani non violenti distrussero, aggredirono, massacrarono le forze dell’ordine che reagirono, per difendere se stessi e per difendere l’ordine costituito. Ebbeme sul banco degli imputati, mentre i violenti se la cavavavo con qulche buffetto, come dice Feltri, salirono i poliziotti, i carabinieri, i funzionari dello Stato trattati,  loro, come delinquenti e condannati d auna giustizia miope se non complice dei violenti per partito preso. Perchè questa è la verità: i violenti sono l’altra faccia della stortura della realtà italiana nella quale chi fa il suo dovere è perseguitato da chi dovrebbe loro assicurare dignità e protezione. Ma fino a quando? Fino a quando la pazienza della gente per bene durerà e non accadrà che a reagire sia proprio la gente comune, come  20 fa, quando i 40 mila  della Fiat stanchi delle vessazioni degli onnipotenti sindacati della triplice, scesero in corteo per le strade di Torino segnando l’inizio della riscossa contro i prepotenti nelle cui fila, sotto sotto, si nascondevano non pochi fiancheggiatori delle Brigate Rosse? Allora furono sconfitte  le Brigate Rosse, ora occorre sconfiggere  il nemico che  ha cambiato volto ma il cui obiettivo è sempre lo stesso: distruggere le istituzioni dello stato democratico e parlamentare. g.

NESSUN DIBATTITO. IN GALERA CHI DISTRUGGE

Pubblicato il 16 ottobre, 2011 in Cronaca | Nessun commento »

Indignati a Roma, black bloc nel corteo. Guerriglia e cariche in centro Dialogo o repressione? Se si vuol sperare di potere parlare, se si conta di potere ascoltare e comprendere le idee altrui, deve essere chiaro che non si sfonda, non si brucia e non si aggredisce. Chi lo fa va dritto in galera, non a un dibattito. Già in passato c’è chi s’illuse di convivere con “compagni che sbagliano”, e fu una tragedia. Tollerare oltre quel che succede è un oltraggio alla legge, ai cittadini e anche ai manifestanti che vedono compromessa e corrotta la loro protesta. Mi preoccupano i gruppi organizzati, che partecipano ai cortei al solo scopo di scatenare la violenza, ma mi preoccupa anche il giustificazionismo, il farsi belli nello stare dalla parte di non si sa chi, il moto snob del dire: avete ragione, ma, suvvia, cercate di non rompere troppo. Chi ragiona così è il degno padre di giovani indirizzati allo scontro con il muro della realtà. Con una differenza: quei padri disgraziati si mantennero a carico della spesa pubblica e contraendo debiti, questi figli, doppiamente disgraziati, non solo vengono da cotanta schiatta, ma tocca loro pagare. I giovani hanno molte ragioni per ribellarsi e per voler svellere il mondo dei loro padri. Ma in direzione opposta a quel che gridano. Si guardino dai cattivi maestri, che sono i somari e i profittatori di sempre. Le “avanguardie” di un tempo sono finite a far lobby per se stesse, riuscendo a farsi pagare per far finta d’essere “contro”. Non invidiateli, compiangeteli. I cortei del nuovo secolo assediano le società di rating e le banche, quando non le sfondano. Sbagliano indirizzo. Certo, l’economia finanziaria ha provocato guasti enormi. Talmente grandi che anche chi vi ha partecipato ritiene prudente star dalla parte dei manifestanti. Ma la causa è nella debolezza della politica (dello Stato), nella sudditanza delle idee agli interessi immediati, nell’avvizzirsi della progettualità a favore della convenienza. Guardate, cari ragazzi, che potreste trovarvi con i vari governi al vostro fianco, nel mentre insultate gli gnomi della finanza. Se pretendete di restituire alla Banca Centrale Europea la lettera che ha inviato al governo italiano (dove sono scritte cose giuste e ovvie) va a finire che un bacio sulla fronte ve lo danno Berlusconi e Tremonti, che, come voi, preferiscono prendersela con chi indica i vincoli, piuttosto che con chi non rimedia ai mali (ovvero loro stessi e i loro colleghi d’inutile opposizione). Certo, si deve bloccare la speculazione sugli spread, ma questo non eliminerà affatto il bisogno di tagli alla spesa pubblica. Spesa che, ove mai vi fosse sfuggito, è pressoché totalmente corrente e finanzia le vostre famiglie a scapito del vostro futuro. La realtà, come vedete, è un filino complessa. Stesso discorso sulle pensioni: in famiglia avete gente che ci campa, mediamente bene e mediamente per troppo tempo, voi, invece, ci camperete poco e male, tendente a pochissimo e malissimo. Però, vi siete accorti che a darvi ragione ci sono gli stessi che hanno creato questo sistema? Non so quanti di voi credano alla moltiplicazione di pani e pesci, ma sappiate che la pratica non è consueta, sicché se non volete pagare a vita la pensione degli altri, per poi non averla, se non vi piace che lo scalone per chi va in pensione troppo presto venga tagliato (come è stato fatto) a spese dei co.co.co, che ingiustizia più grande era difficile, dovete chiarire e chiarirvi che i vostri interessi sono antagonisti alla conservazione di questo esistente. Attenti ad abboccare alle minchionerie di chi vi indica il “grande nemico occulto”, il “grande manovratore del mondo”. Non esiste. Già prima di voi in molti credettero di doversi battere contro il Sim, lo Stato imperialista delle multinazionali. Fecero una pessima fine, e non poteva essere diversamente. Gli interessi forti sono diffusi, ecco perché fare le riforme è difficile. Non distraetevi con le bubbole, andate al sodo, chiedete quel che avete diritto ad avere: scuola formativa, mercato competitivo, meritocrazia. Al tempo stesso: solidarietà verso i più deboli e giustizia che funzioni, per e su tutti. Se, invece, sfascerete per rivendicare l’illusione di potere avere senza produrre, discettando di diritti e dimenticando i doveri, sarete i degni figli dei vostri padri. E non è un complimento. Davide Giacalone, 16 ottobre 2011

LA DEVASTAZIONE DI ROMA: NON NUTRIRE LA BESTIA, di Mario Sechi

Pubblicato il 16 ottobre, 2011 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

Roma, scontri tra black bloc e forze dell'ordine Nutrono la bestia. La coccolano. Le dicono che ha bisogno di comprensione. La blandiscono con il pensiero più debole possibile. Poi la bestia spacca vetrine. Incendia auto. Saccheggia negozi. Ma non le basta. Non è sazia. E finisce per mangiarsi il corteo. Fine dell’Occidente. Apocalittico? Cari lettori, non sono mai stato così attaccato alla terra e a questa città, Roma. Quello che sta succedendo è figlio di una cultura sbagliata che affonda le radici nel crollo dell’alta educazione, di un piagnisteo mediatico che giustifica la violenza e in molti casi la incoraggia, di un’ignoranza che gronda dagli stereotipi dei commenti televisivi, tracima dal senso di colpa di un establishment senza pudore che riesce a dar ragione insieme alla Bce e agli Indignados, un caso clinico di schizofrenia che affligge una parte della classe politica, quella che ha appaltato il pensiero alla tecnocrazia,mentre gli amici banchieri si riempivano la pancia di spazzatura finanziaria. Sono gli stessi che oggi si battono il petto, dimenticando di aver acceso il falò della recessione. Il resto è una storia criminale, di banditismo stradale che non si è stati capaci di prevenire e contenere prima che la Capitale divenisse un set da guerriglia urbana e una confusa protesta figlia dello smarrimento dell’Occidente prendesse la mostruosa forma di una tragedia collettiva.  Mario Sechi, Il Tempo, 16 ottobre 2011