I BLACK BLOC DEVASTANO ROMA. CARICHE E FERITI MENTRE LA GUERRIGLIA CONTINUA

Pubblicato il 15 ottobre, 2011 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

Una vetrina presa a martellate durante il corteo degli indignati È partito poco prima delle 14 da piazza della Repubblica il corteo degli indignati, ma dopo appena mezz’ora di cammino frange di black bloc – si parla di 500 individui –  confuse tra la folla hanno scatenato una vera e propria guerriglia urbana. Incendi, lanci di bottiglie, bombe carta e segnali divelti ovunque usati per sfondare le vetrine di banche e negozi. Auto date alle fiamme lungo il tragitto della manifestazione, incendiati anche alcuni appartamenti in via Labicana. Gli inquilini sono stati evacuati. Le forze dell’ordine hanno cominciato ha caricare “l’esercito dei disobbedienti” cercando di disperdere le centinaia manifestanti pericolosi che stanno mettendo a ferro e fuoco la città. I feriti fra i manifestanti e la polizia sono decine. Dopo una giornata di scontri e situazioni ad altissimo rischio – in ultimo l’incendio, poi spento, di un blindato dei carabinieri in piazza San Giovanni tra la folla - una carica della polizia ha spinto i manifestanti fuori da piazza San Giovanni, all’altezza di via Merulana. Continuano i dintorni nelle strade limitrofe come viale Manzoni, via Labicana, via Merulana

Il corteo si è mosso da Piazza della Repubblica poco prima dell’orario stabilito, le 14. Su via Cavour alcuni dimostranti si sono arrampicati sopra l’ingresso dell’hotel Atlantico e hanno lanciato alla folla decine e decine di volantini con su scritto “E’ arrivata la vendetta precaria”. I manifestanti, mascherati con l’immagine di Guy Fawkes ed esponendo un grandissimo manifesto, hanno dato fuoco a una bandiera italiana e a una Ue. Stanno anche appendendo un grande striscione: “No tav, acqua bene pubblico, vayan todos”. Fra le fila dei manifestanti individuati diversi gruppi con il volto travisato e vestiti di nero. Alcuni manifestanti con caschi e maschere hanno preso a colpi di martello le serrande di un supermercato in via Cavour, successivamente hanno divelto un palo della segnaletica stradale e con questo, usandolo a mo’ di ariete, hanno sfondato la saracinesca del negozio e sono entrati al suo interno per saccheggiarlo. Incendiate diverse auto. Numerose esplosioni e una densa colonna di fumo nero si é sollevata dall’auto bruciata accanto vicino a un palazzo. Il corteo al momento si é spezzato in due. Altri manifestanti vedendo incendiare l’auto e distruggere la vetrata e il bancomat della banca Cariparma hanno insultato i responsabili del gesto. Danneggiate due pompe di benzina. Anche una truppa di Sky, a quanto riferisce l’emittente, è stata aggredita dai disobbedienti. Un gruppo di manifestanti ha occupato il piazzale di ingresso della Basilica di Massenzio. Una volta in cima alle mura ha alzato una bandiera rossa ed esposto uno striscione nero. In molti si stanno calando dai Fori Imperiali. Tra i manifestanti “in nero”, quelli che hanno compiuto atti di teppismo, ci sono anche un uomo con un bambino di circa 10 anni, presumibilmente padre e figlio. Anche il bambino ha il volto travisato con una kefiah. I due si spostano all’interno dello spezzone in nero che è andato aumentando. Tra i disobbedienti si vedono le bandiere dei No Tav, Autonomia Contropotere e in testa al blocco una bandiera rossa e nera.

Un ferito in via Cavour a Roma: si tratta di un militante dei Cobas, di circa 60 anni, rimasto ferito mentre stava tentando di impedire ad altri manifestanti di lanciare bottiglie contro i vigili del fuoco che sono intervenuti per spegnere le auto date alle fiamme. L’uomo è rimasto ferito in modo non grave da una bottigliata al volto. Intanto, il corteo sta proseguendo e anche il gruppo degli “incappucciati” si è incamminato su via Labicana. Dalla coda del corteo è stato cacciato Marco Pannella, leader Radicale, che ha provato ad unirsi al corteo degli studenti che lo hanno però “respinto” a causa del comportamento tenuto dai Radicali ieri durante il voto di fiducia al Governo.
Alcuni manifestanti incappucciati hanno assaltato a Roma una delle sedi dell’agenzia interinale Manpower, in via Labicana 88. Travestiti con tute nere e passamontagna neri, hanno lanciato 4 bombe carta e numerosi fumogeni, cercando di impedire ai giornalisti di fotografare e riprendere quanto stava accadendo. Alcuni manifestanti hanno tentato di impedire le violenze, senza risultato.

I vigili del fuoco hanno evacuato tre famiglie che risiedono in un’abitazione privata in via Labicana a Roma, che ha preso fuoco. Secondo la prima ricostruzione l’incendio è divampato per il lancio di alcune bombe carta contro il portone di ingresso determinando poi il propagarsi delle fiamme anche al piano superiore. Il ministero della Difesa ha fatto sapere che i locali sono quelli della sezione di casermaggio di un Centro Rifornimento di Commissariato sito in via Labicana e non sono uffici del ministero della Difesa.

Tra auto date alle fiamme e agenzie di istituti di credito assaltate con bastoni e pali della luce, gli incappucciati hanno sfogato la loro rabbia anche contro una statua raffigurante la Madonna di Lourdes, all’ingresso di una chiesa tra Via Labicana e Via Merulana. I resti della statua, di cui si è salvato solo il volto, sono stati abbandonati sul selciato.

Pesanti cariche della polizia in via Merulana, dove gli incappucciati si stanno fronteggiando con le forze dell’ordine. Continua anche il lancio dei lacrimogeni e la frangia violenta dei manifestanti è fuggita verso piazza San Giovanni. La polizia è intervenuta anche con degli idranti contro i violenti su via Emanuele Filiberto. I blindati della polizia hanno liberato le strade dai cassonetti incendiati posti sulle vie dagli incappucciati che si sono ricompattati in piazza San Giovanni.

Un manifestante, spiega il 118, è rimasto gravemente ferito mentre appiccava fuoco ad un petardo e ha perso alcune dita di una mano: è stato trasportato all’Umberto I dove si cercherà di sistemare l’arto. I circa 500 incappucciati hanno ripiegato oltre le mure di San Giovanni, all’imbocco con via Appia nuova e stanno cercando di riorganizzarsi. La polizia è attestata in via Vittorio Emanuele e sta continuando a lanciare lacrimogeni e fumogeni per tentare di isolare i black block. I manifestanti pacifici, intanto, a mani alzate in piazza San Giovanni stanno gridando “Basta violenza”, dissociandosi dalla frangia violenta che sta mettendo Roma a ferro e fuoco. Tra i manifestanti feriti anche un uomo investito da un blindato.

Pali e sassi contro la polizia. Gli incappucciati hanno distrutto dei marciapiedi in piazza San Giovanni a Roma e stanno lanciando grosse pietre all’indirizzo dei blindati, hanno anche divelto diversi pali della segnaletica stradale e transenne poste a delimitare la strada, che tirano contro le forze dell’ordine, assestate in via Emanuele Filiberto, che rispondono ancora con l’uso di idranti, fumogeni e lacrimogeni. I blindati stanno avanzando lentamente per cercare di isolare i violenti.

I black bloc hanno utilizzato la Scala Santa della basilica di San Giovanni, meta di pellegrini di tutto il mondo, come postazione per lanciare sassi e sampietrini sulle forze dell’ordine. La piazza, completamente avvolta dal fumo, e la parte del quartiere che va dalla piazza a Porta Maggiore erano isolato. Via Emanuele Filiberto è stata a lungo la ‘linea del fuoco’ degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Assaltato a un blindato dei carabinieri. I black block dopo aver circondato un blindato dei carabinieri a piazza San Giovanni hanno gettato un fumogeno dentro l’abitacolo facendogli prendere completamente fuoco. I due carabinieri all’interno del mezzo sono riusciti a fuggire ma il blindato ha bruciato a lungo in mezzo alla piazza prima dell’arrivo dei vigili del fuoco che hanno estinto le fiamme. Cariche della polizia hanno poi liberato la piazza dai black bloc. I gruppi di teppisti sino dispersi nelle vie limitrofe dove sono continuati gli assalti a negozi, banche ed alberghi.

In via Tasso i facinorosi hanno assaltato la caserma dei carabinieri di via Tasso con fumogeni e bombe carta per poi allontanarsi. La guerriglia continua in via Merulana e viale Manzoni. Almeno otto blindati della polizia hanno sfondato le barriere di reti metalliche e cassonetti dei black block su via Merulana. Le luci sulla strada sono state tutte spente.

…………………….Inaccettabile ha dichiarato il segretario del PDL, aLFANO, commentando l’ennesimo sfregio compiuto dai presunti pacifisti che l’unica cosa che sanno fare bene è devastare, devastare, devastare. Il conto dei danni causati alle cose e alle persone è il caso di mandarlo all’ormai ex governatore della Banca D’Italia, Draghi, che questa mattina ha rilasciato dichiarazioni di solidarietà ai manifestanti radunati a Roma dei quali, ha detto, si conmprendono le ragioni. Draghi invece di solidarizzare, cosicchè fornendo alibi morali ai delinquenti che devastano le città e picchiano le forze dell’ordine, faccia qualcosa di concreto: paghi lui i danni provocati dai “poveri” precari. g.

FANNO I CONTI SENZA L’OSTE, di Mario Sechi

Pubblicato il 15 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi a Montecitorio circondato da deputati della maggioranza Andreotti soleva dire «di fiducia si muore». La massima del divo Giulio applicata a Berlusconi si trasforma in un beffardo «la fiducia allunga la vita». Il Cavaliere ha sette vite come i gatti, non mi stanco mai di ripeterlo: tu lo dai per morto e quello resuscita e ti graffia. Ancora una volta il centrosinistra non ha capito l’essenza del berlusconismo. Il voto dell’Aula forse non è il Gerovital ma non ci sono dubbi che sia un altro mattone sulla testa di chi non comprende che in Parlamento con Silvio bisogna sempre fare i conti. Pallottoliere alla mano, il risultato è questo: 316 a 301, fiducia riconquistata e maggioranza rinsaldata, opposizione con un grave problema di coordinamento (vedi alla voce Radicali, «stronzi» secondo la Bindi) e credibilità della sua strategia. La tattica d’aula del Partito Democratico e del cosiddetto Terzo Polo è stata fallimentare e produce un grave danno all’immagine complessiva dell’istituzione. I lettori de Il Tempo sanno bene quanto rimproveri a Berlusconi l’assenza di bon ton istituzionale, il suo ruspantismo, la sua scarsa cultura politica, ma lo spettacolo dell’Aula vuota il giorno delle dichiarazioni del premier e il basso escamotage regolamentare per impedire il raggiungimento del numero legale ieri superano l’immaginazione. Che senso ha per gli eredi della tradizione comunista e quelli della storia democristiana scadere a un simile livello e farsi dare lezioni dal partito di Pannella? Chi ama la politica, e io sono tra questi, non apprezza questo modo d’interpretare la vita di gruppo e di partito. Su questo non ho mai fatto sconti a Berlusconi, figuriamoci ai suoi avversari. In realtà si sono trasformati nei suoi migliori alleati: volendone accorciare la vita a tutti i costi con tutti i mezzi, finiscono per rendergliela non solo più facile ma più lunga. L’esito vero del voto di ieri è che ora la carta delle elezioni anticipate è quasi tutta nelle mani di Berlusconi. Sarà lui insieme a Bossi a decidere se giocarla o meno. Puntare sul 2012? O durare e provare a sfangarla fino al 2013? Le opzioni possibili sono solo queste due. Un governo di transizione è più lontano, anche se il Cavaliere non deve illudersi perché i suoi veri nemici sono tra gli alleati e in politica quelli che amano vestire i panni di Bruto abbondano. Mario Sechi, Il Tempo, 15 ottobre 2011

IL GOVERNO INCASSA LA FIDUCIA:316 SI

Pubblicato il 14 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il premier Silvio Berlusconi in aula a Montecitorio per il voto di fiducia La Camera dei deputati conferma la fiducia al governo Berlusconi con 316 sì e 301 no.  “C’è questa figuraccia dell’opposizione che ha sbagliato i suoi calcoli”, ha detto a caldo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. “L’opposizione è ricorsa a vecchi trucchi e ancora una volta ha dato di sé un’immagine penosa su cui gli italiani rifletteranno”, ha detto Berlusconi che oggi, dopo il Consiglio dei ministri fissato per le 14, salirà al Colle. “Ho un appuntamento, già previsto, con il capo dello Stato dopo il Consiglio dei ministri di oggi ma su temi non attinenti”, ha sottolineato il premier. Rispondendo a chi gli chiede se ci sono novità sulla scelta del nuovo governatore di Bankitalia e se oggi pomeriggio farà il nome al capo dello Stato il premier ha detto: “Parlerò anche di questo ma abbiamo tempo e tante le possibilità in campo. La decisione – conclude Berlusconi – sarà presa entro la data del primo novembre”.

LA MAGGIORANZA Con l’ottenimento di 316 sì al voto di fiducia, il governo si è assicurato la maggioranza assoluta della Camera che conta 630 deputati. Seppur di un solo voto, dunque, l’esecutivo si è dimostrato autosufficiente. Tanto da rendere ininfluente al fine del raggiungimento del numero legale (strategia portata avanti dalle opposizioni fino ad oltre la metà della seconda chiama) la partecipazione al voto dei radicali che non hanno seguito le indicazioni del loro gruppo di appartenenza (il Pd). Sono dodici i deputati che non hanno partecipato al voto di fiducia. Di fatto, la coalizione di governo perde il sostegno di Luciano Sardelli (misto), Fabio Gava e Giustina Mistrello Destro (Pdl, dati per “scajoaliani”), Calogero Mannino (misto), Santo Versace (trasmigrato dal Pdl al gruppo misto poco tempo fa). Assente pure Alfonso Papa, deputato del Pdl detenuto a Poggio Reale per via dell’inchiesta sulla presunta P4. Non hanno risposto alla chiama anche Carmelo Lo Monte (misto, si trova in Argentina), Pietro Franzoso (del Pdl, ricoverato in ospedale), il solito Antonio Gaglione (misto, il ‘re degli assenteisti’ di Montecitorio). Per l’opposizione, tre assenze: Antonio Buonfiglio (Fli), Mirko Tremaglia (Fli, assente per malattia), Elisabetta Zamparutti (Pd-Radicali, è all’estero).

DL SVILUPPO “La prossima settimana ci sarà il decreto Sviluppo, immagino”, conferma il premier. A chi gli chiede se sarà “a costo zero” come chiede Tremonti, il presidente del Consiglio spiega: “Tremonti, naturalmente, è preoccupato del bilancio dello Stato e grazie alla sua politica sui conti abbiamo il bilancio in ordine. Quanto allo sviluppo – aggiunge il premier – Tremonti è naturalmente attento che le misure per la crescita non incidano sul bilancio”. “Ci sono tagli dolorosi ai ministeri”, ha detto Berlusconiche ha spiegato: “E’ chiaro che quando si decide di intervenire sul debito è necessario intervenire su diverse strade, noi ne abbiamo scelte due: abbiamo aumentato dolorosamente di un punto l’Iva e dolorosamente tagliato e oggi al Cdm saranno trasferiti i tagli per ciascun ministero. Cercheremo – ha garantito Berlusconi – di effettuare la contrazione minore per ogni ministero, ne discuteremo e arriveremo a una decisione che mi auguro sarà di buon senso e accolta da tutti”. “D’ora in avanti mi trasferirò come sede principale di lavoro in Parlamento, perché le riforme varate dal governo devono essere trasformate in legge”, annuncia il premier. “Abbiamo da attuare la riforma dell’architettura istituzionale, la legge elettorale, le riforma del fisco e quella della giustizia”. Il Tempo, 14 ottobre 2011


SINISTRA SULL’AVENTINO COL RIMPIANTO DI SCALFARO

Pubblicato il 14 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Un ricordo tira l’altro, e la riesumazione bersaniana dei Progressisti del ’94 sul palco dipietresco di Vasto porta con sé un’immedicabile nostalgia per Oscar Luigi Scalfaro, il presidente del «ribaltone». «Ah, se ci fosse ancora lui al Quirinale!», mormorano gli uomini dell’opposizione aventinianamente sparpagliati per i caffè intorno a Montecitorio. Se Scalfaro fosse ancora presidente, chissà, forse il piano per ribaltare il governo senza passare dal Parlamento sarebbe andato in porto. Forse Scalfaro avrebbe preso per buona la tesi secondo cui la bocciatura del Rendiconto equivale ad un voto di sfiducia, e avrebbe chiesto a Berlusconi di rassegnare le dimissioni.

Non lo sapremo mai, ma non è questo il punto: il punto è che nelle opposizioni aventiniane, da Fli all’Idv passando, naturalmente, per il corpaccione del Pd, i malumori nei confronti di Giorgio Napolitano sono diventati palpabili, e qualche volta persino pubblici. La chiave per capire che cosa è successo sta in un breve passaggio del discorso di ieri di Berlusconi: «Il presidente sorveglia sul regolare svolgimento delle istituzioni e stimola i soggetti della politica senza fare politica». Cioè non si presta a manovre forse giustificate dalla lotta politica, ma costituzionalmente illegittime (secondo Italo Bocchino, «sarebbe stato opportuno che il Quirinale convocasse Berlusconi per individuare un percorso formale meno all’acqua di rose»). Ed è per questo, ha aggiunto il premier dopo una pausa teatrale, che l’«alta vigilanza» di Napolitano è stata «impeccabile». Il Quirinale, insomma, ha separato nettamente le preoccupazioni politiche dal rispetto delle regole.

È proprio quel che non ha fatto, invece, il Pd: la cui scelta di disertare l’Aula insieme a Idv e Udc mostra un disprezzo per le regole della buona educazione istituzionale che non fa onore ad un’opposizione che tante volte ha criticato Berlusconi e il centrodestra per vere o presunte infrazioni al galateo. I Radicali, giustamente, sono entrati a Montecitorio per «la fiducia e il rispetto che abbiamo nelle istituzioni»: ma, anziché accogliere con umiltà questa sana lezione di educazione civica, Rosi Bindi s’è infuriata, ha invocato sanzioni severe e s’è infine sfogata con il compagno presidente Fini: «Per quanto tempo ancora un partito come il mio deve subire un’umiliazione del genere?».

Già: per quanto tempo ancora il centrosinistra resterà prigioniero della camicia di forza dell’antiberlusconismo, umiliandosi al punto di insultare la storia d’Italia? Perché è un insulto alla memoria, alla politica e al buonsenso paragonare la situazione attuale a quella dell’Italia dopo il delitto Matteotti, e Berlusconi a Mussolini. Erano stati i talebani di MicroMega a proporre, lo scorso febbraio, «il blocco sistematico e permanente del Parlamento su qualsiasi provvedimento e con tutti i mezzi che la legge e i regolamenti mettono a disposizione, fino alle dimissioni di Berlusconi e conseguenti elezioni anticipate». In quell’occasione i più si misero a ridere, e soltanto in quattro aderirono alla proposta: Furio Colombo, Luigi De Magistris, Pancho Pardi, Giuseppe Giulietti.

Oggi quell’idea ritorna prepotente, tanto più che le pressioni sul Quirinale si sono rivelate inutili se non controproducenti. «Il nostro non è un Aventino, ma un segnale chiaro di dissociazione da un modo di procedere che colpisce nel profondo i meccanismi democratici», ha dichiarato ieri Pier Luigi Bersani. Ma la pezza è peggiore del buco: perché tradisce un vistoso imbarazzo politico nel parallelo con il ’24, e soprattutto perché capovolge ogni principio di diritto costituzionale. Come si può seriamente sostenere che un dibattito parlamentare sulla fiducia «colpisce nel profondo i meccanismi democratici»? Quali altri esistono per rovesciare un governo, se non il voto di sfiducia?

Persino Di Pietro lo ha capito, e a modo suo se n’è fatta una ragione: «Il Quirinale ha le mani legate finché Berlusconi avrà una maggioranza numerica in Parlamento, ma sa benissimo che questa stessa maggioranza non esiste più nel Paese». Che Napolitano sappia o non sappia chi ha la maggioranza nel Paese, di certo non ha gradito l’Aventino delle opposizioni: perché gli è sembrato un venir meno al galateo istituzionale, se non una vera e propria offesa al Parlamento, e soprattutto perché, scegliendo di abbandonare l’aula, Pd e compagni non hanno soltanto espresso una critica al governo e al presidente del Consiglio, ma hanno anche implicitamente sconfessato l’intero meccanismo della verifica messo a punto fra Quirinale e Palazzo Chigi all’indomani del «pasticcio» del Rendiconto bocciato.

Al Nazareno, naturalmente, s’affannano a smentire: il Pd non ha nessuna riserva su Napolitano, e al Quirinale non c’è nessuna freddezza verso il Pd. Meglio così. Sarebbe davvero bizzarro se i partiti che hanno eletto Napolitano, cogliendone per primi i meriti e le qualità, oggi si ricredessero soltanto perché le loro forze non sono sufficienti a far cadere il governo. Fabrizio Rondolino, Il Giornale, 14 ottobre 2011

L’AVENTINO E’ UN ERRORE, di Mario Sechi

Pubblicato il 13 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi La Storia racconta che gli Aventini non portano bene, ma di lezioni mai raccolte la nostra politica è piena. La decisione dell’opposizione di non assistere oggi al discorso in aula di Berlusconi fa parte di questa infinita catena di errori. Berlusconi non è un satrapo, ha vinto elezioni libere e democratiche e chi l’ha votato non è figlio di un Dio minore. La scelta dell’opposizione è grave e i commenti della maggioranza che tendono a ridicolizzarla sono sbagliati. In realtà dovrebbero mettere in evidenza come questa linea politica sia frutto di una visione manichea che produce ulteriori divisioni nel Paese, non spezza il clima da trincea, non facilita ma rallenta drammaticamente la chiusura di questa fase.

Giorgio Napolitano ha chiesto al presidente del Consiglio «una risposta credibile» perché il ruzzolone dell’altro ieri in aula sul voto del Bilancio dello Stato è una cosa seria. Berlusconi questa risposta ha il dovere di darla. In caso contrario, passi la mano. Ma altrettanto credibile dovrebbe essere la condotta dell’opposizione. Questa non lo è. Se si vuole essere forza alternativa di governo, in aula si fa il proprio dovere. Si ascolta il discorso di Berlusconi, si replica punto su punto, si illustra una via alternativa e si vota. Il Parlamento serve a questo, non a mettere in piedi sceneggiate napoletane di cui i cittadini ne hanno piene le tasche. Mario Sechi, Il Tempo, 13 ottobre 2011

Il breve ed efficace editoriale di questa mattina del direttore de Il Termpo, Mario Sechi, avrebbe dovuto indurre l’opposizione, dall’UDC, passando per il Fli e l’IDV, sino al PD, a rivedere la decisione di “aventinarsi” questa mattina durante le comunicazioni del presidente del Consiglio, salvo ripresentarsi domani al momento del voto sulla fiducia, forse con la segreta speranza che ciò che non riusce a loro, possa riuscire per suicidio alla stessa maggioranza:disarcionare Berlusconi. Così non sarà, per molte ragioni, non ultima – lo riconosciamo – la mancanza di coraggio e la paura di autoflagellarsi dei malpancisti del PDL, ad iniziare da Scaiola, quello che va dal notaio e non sa chi paga la casa che sta comprando. Ma evidentemente le scarne e, ribadiamo, efficaci parole di Sechi non hanno fatto cambiare idea a Bersani e compagni che hanno trascorso il tempo della seduta parlamentare alla bouvette di  Montecitorio e a rilasciare dichiarazioni alla stampa, come quella di Bersani che ha definito “penoso” l’intervento di Berlusconi. Non è necessario rilevare quanto sia molto più penoso il suo rincorrere gli estremisti del suo schieramento, rimangiandosi i caratteri di moderazione e di riformismo che dovevano caratterizzare il PD e che sono ormai un ricordo. Ci sembra che  a stigmatizzare il comportamento di Bersani e di tutto lo schieramento degli “aventiniani” del secondo decennio del terzo millennio sia sufficiente riportare le parole con le quali il deputato radicale Berardini, all’opposizione ma presente in Aula insieme agli altri deputati radicali, ha   commentato la scelta  di Bersani e compagnia bella  di uscire dall’Aula durante le comunicazioni di Berlusconi. “Nella prima repubblica, ha detto l’on. Berardini, lo schieramento cosiddetto dell’arco costituzionale abbandonava l’aula quando parlava il missino Almirante, noi non lo facevamo allora,  non lo facciamo oggi“. Chissà se al Fini,  quanto mai algido e irrigidito nel suo abito di buon taglio, siano fischiate le orecchie al nome di Almirante e al ricordo della squallida discriminazione di cui Almirante e i missini erano vittime negli anni in cui egli ancora se ne stava tranquillo  a Bologna.  Certo è che la democrazia italiana, lungi dal fare passi in avanti, oggi ne ha fatto 100 all’indietro se per manifestare contrarietà ad un governo  legittimamente eletto dal popolo, le opposizioni si sono ridotte ad usare lo stesso mezzo, futile,  del 1924, contro Mussolini, e negli anni 70 contro Almirante. C’è una sola novità. Che a praticarlo, dimentichi di esserne stati vittima,  sono  anche quelli che negli anni 70 si dicevano perseguitati e invocavano giustizia.  Quanta miseria sotto il cielo d’Italia. g.

FINI E I PRECEDENTI. MA SOLO QUELLI DEGLI ALTRI

Pubblicato il 13 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

di FRANCESCO DAMATO

Gianfranco Fini Veniva da ridere a sentire ieri il presidente della Camera invocare nell’aula di Montecitorio la prassi, cioè i precedenti, per annunciare e giustificare il sipario calato dalla giunta del regolamento sul percorso del rendiconto generale dello Stato e del correlato assestamento di bilancio dopo l’incidente dell’altro ieri. Quando a parità di voti, e per una ventina di assenze nella maggioranza, fra le quali quella particolarmente sconcertante del ministro dell’Economia, è stato bocciato il primo articolo del bilancio consuntivo del 2010.
Se vi sono cose dalle quali Gianfranco Fini dovrebbe tenersi lontano sono i precedenti. In forza dei quali egli avrebbe dovuto dimettersi l’anno scorso, quando si consumò la rottura con Silvio Berlusconi e lui fece fondare dai suoi amici un nuovo gruppo parlamentare, e poi un partito, collocandolo all’opposizione. E poi ancora contribuendo, in riunioni svoltesi nel suo ufficio e dintorni, alla preparazione della mozione di sfiducia al governo bocciata nella ormai famosa seduta del 14 dicembre. Furono sin d’allora ricordati inutilmente a Fini i precedenti, fra gli altri, di Giuseppe Saragat e di Sandro Pertini. Che si erano dimessi, rispettivamente, da presidente dell’Assemblea Costituente e da presidente della Camera nel 1947 e nel 1969, quando il primo promosse e il secondo subì una scissione del partito – quello socialista, per entrambi – che li aveva designati al loro incarico costituzionale.
Saragat fu sostituito dal comunista Umberto Terracini, mentre Pertini venne ringraziato da tutti per la sensibilità dimostrata con la rinuncia, al termine di una vicenda politica nella quale si era peraltro tenuto in disparte, e fu confermato nella carica. Fini, non potendo evidentemente contare sulla conferma, visto il forte ruolo esercitato nella rottura del Pdl, si guardò bene dal dimettersi. E infilò una serie imbarazzante di conferenze stampa ed altre esternazioni onanistiche, in cui a parlare era solo lui, senza che nessuno potesse fargli domande, magari proprio sui precedenti di Saragat e di Pertini. Ma anche di Cesare Merzagora, dimessosi negli anni Sessanta da presidente del Senato per avere espresso opinioni difformi da quelle del governo allora in carica: cosa che Fini faceva spesso già prima della rottura formale con Berlusconi. Che si consumò proprio a causa delle ormai abituali contestazioni, da parte del presidente della Camera, delle scelte e dei comportamenti «cesaristi» – diceva lui – del presidente del Consiglio.
Da presidente della Camera Fini ha chiesto e ottenuto ieri un’udienza al Quirinale per riferire al capo dello Stato sulla «anomalia della situazione», come ha spiegato ieri stesso nell’aula di Montecitorio il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, nonchè capo del cosiddetto Terzo polo. Di cui i finiani fanno parte con una certa, comprensibile sofferenza, non avendo immaginato almeno alcuni di essi che il loro leader da numero due del Cavaliere, nel Pdl, sarebbe diventato il numero due, o tre, dopo Francesco Rutelli, di Casini. Il quale ieri ha concesso al suo nuovo alleato il riconoscimento alquanto sorprendente di «comportamento ineccepibile», anche nella gestione del passaggio parlamentare che ha bloccato il rendiconto generale dello Stato e l’assestamento del bilancio.
Dico «sorprendente» perché Casini, non foss’altro per l’esperienza vissuta pure da lui al vertice di Montecitorio ma con ben altro stile, sa bene che Fini è parte assai rilevante della «anomalia», appunto, della situazione politica italiana e degli equilibri istituzionali. Fanno parte di questa «anomalia», o per effetto di essa, anche le composizioni della giunta del regolamento e dell’ufficio di Presidenza della Camera, dove la maggioranza di governo si trova in minoranza per il loro mancato, o negato, o insufficiente aggiornamento alle modifiche intervenute nello scacchiere e nel numero dei gruppi parlamentari durante la legislatura. Anomalo, infine, è anche il mandato conferito a Fini dalle opposizioni, e da lui accettato, di riferire al presidente della Repubblica della loro dura contestazione – non a torto definita «eversiva» dal capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto – del dibattito di fiducia legittimamente chiesto e ottenuto per oggi e domani a Montecitorio dal presidente del Consiglio. Alle opposizioni non mancavano e non mancano certamente i mezzi e i modi per far conoscere direttamente le loro opinioni al capo dello Stato. Che non può farsi convincere dalle loro scomposte proteste a ignorare l’articolo 94 della Costituzione. «Ciascuna Camera – esso dice testualmente, al secondo comma – accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale».
Il che può avvenire per un numero illimitato di volte, anche se il capogruppo del Pd Dario Franceschini e i suoi compagni ne sono infastiditi. E vogliono praticare un Aventino ad horas. Modi diversi dall’appello nominale per verificare la fiducia o la sfiducia al governo non sono quindi contemplati dalla Costituzione, a dispetto del chiasso provocato dalla bocciatura, con votazione ordinaria, del primo articolo del bilancio consuntivo dello Stato del 2010. Né sono appropriati i precedenti anche questa volta richiamati per cercare di mettersi la Costituzione sotto i piedi. Si è invocato soprattutto quello del democristiano Giovanni Goria, dimessosi da presidente del Consiglio negli anni Ottanta per una bocciatura rimediata sul bilancio.

Quel precedente non fa onore a chi lo evoca, soprattutto se di provenienza non democristiana, perché appartiene ad una pratica politica – essa sì – da basso impero. Il povero e compianto Goria nel 1988 dovette sloggiare da Palazzo Chigi perché il suo posto veniva reclamato per sè da chi l’anno prima glielo aveva di fatto assegnato temporaneamente: l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che peraltro non ricavò molta fortuna dalla staffetta, visto che in poco più di un anno egli perse prima la guida del partito e poi quella del governo: la prima a vantaggio di Arnaldo Forlani, con un regolare passaggio congressuale, e la seconda a vantaggio di Giulio Andreotti, con l’altrettanto regolare passaggio di una crisi. Francesco Damato, Il Tempo, 13 ottobre 2011

………….Meglio non poteva Damato “inquadrare” nella sua cornice di livorosa incoerenza l’attuale presidente della Camera che anche oggi, durante il dibattito parlamentare sulla fiducia richiesta dal governo, è stato duramente attaccato da molti parlamentari di centrodestra che ne hanno denunciato la capziosa faziosità. Ma Fini, checchè si atteggi, non può in alcun modo essere paragonato a Saragat, a Pertini, a Merzagora dei quali al più è una sbiadita controfigura. g.

E’ MORTO GIOVANNI PALUMBO, UOMO DELLA SCUOLA E INTEGERRIMO AMMINISTRATORE PUBBLICO

Pubblicato il 12 ottobre, 2011 in Cronaca | Nessun commento »

E’ morto questa sera a Bitetto, ad 86 anni, Giovanni PALUMBO, più volte sindaco di Bitetto e presidente della Provincia di Bari. Il prof. Palumbo è stato  per decenni un protagonista  attivo, intelligente, preparato,  della vita pubblica del nostro territorio, integerrimo amministratore  in tutte le cariche che ha ricoperto, da sindaco di Bitetto a presidente della Provincia di Bari. Palumbo fu  anche,  e sopratutto,  uomo della scuola, educatore e dirigente scolastico di grande spessore umanistico. Fu anche preside, stimato e rispettato,  della scuola media di Toritto per molti anni. Alla Famiglia porgiamo i sentimenti del nostro sincero e sentito cordoglio. g.

VESPA SVELA CHI VOLLE LA LEGGE “PORCELLUM”:CASINI E FINI

Pubblicato il 12 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il 7 settembre 2005, un mercoledì, stavo intervistando Silvio Berlusconi per il mio libro Vincitori e vinti quando telefonò Marco Follini, allora segretario dell’Udc (Pier Ferdinando Casini era presidente della Camera). Follini disse al Cavaliere: caro Silvio, noi vogliamo cambiare la legge elettorale in senso proporzionale, altrimenti non votiamo la devolution della Lega. Berlusconi rispose: caro Marco, la devolution fa parte degli accordi di governo e la legge elettorale no. Ma poiché ritengo che Forza Italia abbia tutto da guadagnare dal sistema proporzionale, per me va benissimo.
Fu questa la pietra angolare del «Porcellum». Roberto Calderoli ricorda oggi che fu Gianfranco Fini a chiedere le liste bloccate (che naturalmente fecero comodo a tutti i leader, a destra e a sinistra), mentre Berlusconi volle naturalmente il premio di maggioranza per non tornare nella palude della Prima repubblica. Oggi un referendum molto acclamato vuole abrogare questa legge e tornare al sistema precedente (il «Mattarellum», maggioritario con un quarto di proporzionale), anche se, come ha ricordato Giovanni Sartori sul Corriere della sera, un referendum abrogativo può mutilare una legge ma non farne rivivere una precedente.
Naturalmente nessuna legge elettorale viene fatta per gratificare gli elettori. Ciascun partito tira la coperta dove più gli conviene. Il Mattarellum non conviene innanzitutto all’Udc e al terzo polo, costretti a scegliere tra destra e sinistra perdendo il potere d’interdizione che verrebbe garantito dalla legge attuale. Non giova al Pdl perché nei collegi del Nord la base leghista non voterebbe i candidati berlusconiani e non giova alla Lega perché in questo modo perderebbe le elezioni. A meno che non voglia perderle per rigenerarsi all’opposizione. La sinistra è stata sempre avvantaggiata dal Mattarellum perché ha un elettorato più disciplinato: pur di battere Berlusconi, gli elettori di Fausto Bertinotti votavano i candidati di Clemente Mastella e viceversa. Allo stesso modo, domani quelli di Nichi Vendola non batterebbero ciglio nel votare gli uomini di Beppe Fioroni.
Il problema più urgente è capire come si incrocia il referendum con la volontà dell’opposizione di andare alle elezioni anticipate. La celebrazione dell’uno nella prossima primavera impedirebbe lo svolgimento delle altre. Teoricamente potrebbe votarsi nell’autunno del 2012, ma da decenni non si vota in ottobre e poi bisognerebbe convincere deputati e senatori a perdere la pensione dopo essere stati in Parlamento per 4 anni e mezzo. Improbabile.
Resta naturalmente l’ipotesi che la maggioranza concordi una nuova legge elettorale per evitare il referendum. Se fosse proporzionale con preferenze (come ha sempre chiesto l’Udc), avrebbe il vantaggio di far scegliere gli elettori, ma dovrebbe essere comunque dotata di una qualche forma di premio di maggioranza o di alleanza preventiva di coalizione che chiarisca da subito chi è il candidato premier. Ma anche in questo caso è difficile che Berlusconi accetti di fare una corsa per votare nella primavera del 2012. Quindi, a meno di un crac generale, è difficile schiodare il Cavaliere da Palazzo Chigi prima del 2013. Bruno Vespa, Panorama, ottobre 2011

Questo articolo di VESPA, pubblicato da Panorama in edicola, non ha ricevuto alcuna smentita da parte di chicchessia, nè di Casini che era il mandatario di Follini, nè di Fini. Quest’ultimo, permanentemente in cattedra per salomoneggiare su tutti e contro tutti, e che negli ultimi mesi non fa altro che sputare nel piatto nel quale ha abbondantemente mangiato, è quello che più di altri critica le liste bloccate. Ora si scopre, ma lo aveva già denunciato settimane fa Calderoli, che fu lui, l’attuale  campione della democrazia, a volere le liste bloccate in modo da “nominare” la sua quota di componenti della Camera e del Senato nel 2006 e poi nel 2008, quando  ne nominò almeno il 30% degli eletti del PDL. Purtroppo per lui buona parte dei suoi “nominati” al  monento di scegliere se seguirlo come pecore o prenderne le distanze, preferirono rendergli la pariglia, abbandonandolo. Cosicchè, ritrovatosi solo, ha “scoperto” che quella dei nominati è stata la peggiore trovata della seconda repubblica, che manco la prima si sarebbe mai sognata di inventare e praticare e solo uno come Fini, che ha governato prima il  MSI  e poi Alleanza Nazionale come  “cosa propria” poteva volere, per garantirsi il potere di vita e di sopravvivenza sui militanti di quei partiti. Costretto dalle circostanze a cavalcare ora l’esatto contrario, sa bene che la riforma della legge, che auspichiamo con forza, almeno nella parte relativa alla scelta degli eletti che deve ritornare ad essere potere degli elettori,segnerà la sua fine definitiva come leader di partito. Per ora canti pure, ma lo farà ancora per poco. g.

DA FINI A PISANU, E’ L’ORA DEGLI AVVOLTOI

Pubblicato il 12 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Roma – Governo battuto in Aula. Il tempo di un respiro e Gianfranco Fini sentenzia: «Evidenti implicazioni politiche». Un’altra manciata di secondi e arrivano, compiaciute e premature, la constatazioni di decesso, con le relative richieste di dimissioni post mortem. Un paio di giri in volo sopra il cadavere presunto e poi via anche con la divisione delle spoglie: «Governo tecnico!»; «No elezioni»; «Ok, ma non subito, prima breve esecutivo di transizione». Il tutto mentre fuori dal Palazzo il Popolo viola, colore questa volta perfettamente intonato al clima, inscenava una manifestazione-veglia, organizzata in tempi che nemmeno il migliore dei flash mob. Nessuno, alla Camera, si è dato una mezz’ora per scovare, elenco alla mano, assenti giustificati e no, per una ricerchina Google sui precedenti. La calata è iniziata a seggi del governo ancora caldi. Scontate le campane a morto delle opposizioni. Meno scontati altri epitaffi, ad esempio quello del senatore Pdl Giuseppe Pisanu e quello dello stesso Fini, che riveste un ruolo istituzionale, ma è anche leader di Fli, una delle forze di opposizione più agguerrite.
Il presidente della Camera ha salvato la forma, ma non gli è riuscito nascondere la soddisfazione per la figuraccia della sua ex coalizione di governo: «Il presidente della commissione Giorgetti – ha riferito dallo scranno più alto della Camera – ha chiesto di sospendere la seduta. Mi sembra giusto, date anche le evidenti implicazioni di carattere politico dell’accaduto». Come dire, accetto di rinviare, ma solo perché siete messi male cari ex colleghi. Non ha detto: per pietà staccate la spina, ma solo perché lo ha fatto il vicepresidente di Futuro e libertà Italo Bocchino: «È la fine di Berlusconi». Fini si è tenuto per sé solo un paio di considerazioni tecnico-apocalittiche: è un «fatto senza precedenti» la bocciatura del primo articolo sul rendiconto e «non è chiaro se potrà sopravvivere». Il rendiconto, si intende. Velocissimo e in picchiata Giuseppe Pisanu, che peraltro è un senatore, del Pdl, e quindi non era presente, ma è arrivato prima di tanti altri: «È l’ennesima conferma che la maggioranza non tiene». Frase pronunciata quando nemmeno il governo aveva ben chiara la situazione e i boatos di palazzo andavano dal «default assicurato», alla «manovra tutta da rifare» (ma non era il rendiconto del 2010?).
Euforia tra le opposizioni, che erano presenti in massa, a partire dai papaveri più alti. Apre le danze Dario Franceschini vestito da diretta tv e l’aria di chi festeggia: «Berlusconi prenda atto che la maggioranza non esiste più. Non c’è più in quest’Aula né nel Paese. Le dimissioni sono doverose». Di fianco al capogruppo, il segretario Pd Pier Luigi Bersani applaude, freme e poi si fionda in Transatlantico e, finalmente, dice la sua. «Il governo non c’è più, Berlusconi vada al Quirinale». Seguono D’Alema («fatto senza precedenti che impone dimissioni»), battuto sul tempo da Veltroni che la sua richiesta l’ha formulata a meno di 20 minuti da un voto tecnico e difficile da pesare. Alla faccia del Pd Pippo Civati, che non li vuole in Parlamento nella prossima legislatura. I toni da crepuscolo del Pd comunque ieri stonavano con le espressioni soddisfatte e le gomitate. E la ragione è semplice: loro già sapevano che il governo è caduto in una trappola tesa da Roberto Giachetti. Deputato Pd ed ex radicale, quindi un esperto di Parlamento che sa come sfruttare – con cattiveria, ma dentro i regolamenti – le debolezze degli avversari. Quello già ribattezzato il «giochetto di Giachetti» è semplice. Ha nascosto tre deputati nei corridoi di Montecitorio. Poi li ha fatti rientrare in Aula in tempo per farli votare contro l’articolo uno del rendiconto e mandare la maggioranza sotto di un soffio. Loro, i democratici, lo sapevano, Pisanu e Fini no. A giochetto rivelato, Antonio Di Pietro non ha rinunciato al suo colpo, non contro il governo: «Penso che stia al Capo dello Stato valutare autonomamente» se staccare la spina. Tradotto: sei autonomo, ma ti teniamo d’occhio. Forse vale la pena riguardarsi il Bertinotti imitato da Corrado Guzzanti. Quello che faceva «scherzi al governo, finché non cade». Spiegava: «Siamo inaffidabili. Dico ca….te». E tutti continuavano a credergli.  Il Giornale, 12 ottobre 2011

LA COSTITUZIONE IMMAGINARIA

Pubblicato il 12 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il premier Silvio Berlusconi si alza per uscire dall'aula della Camera dopo la votazione Tanto è grave l’incidente occorso ieri al governo nell’aula di Montecitorio, dove i deputati a parità di voti hanno bocciato il primo articolo del rendiconto di bilancio dello Stato, quanto è irresponsabile la speculazione istituzionale che ne hanno subito tentato le opposizioni reclamando l’apertura della crisi. O, peggio ancora, come ha fatto il solito Antonio Di Pietro, un intervento del presidente della Repubblica per obbligare, chissà come, il presidente del Consiglio alle dimissioni. E magari anche per interrompere la legislatura e mandare il Paese alle urne, facendo controfirmare chissà da chi il decreto di scioglimento anticipato della Camera e – visto che si trova – anche del Senato.
Quel decreto non può prescindere dalla firma del capo del governo, che è ancora Berlusconi, non rimovibile d’autorità. C’è anche qualche professore incredibilmente in cattedra nelle Università che scrive sui giornali, e forse insegna che al Quirinale potrebbero fare una pernacchia al Cav refrattario al decreto di scioglimento delle Camere e ricorrere alla Corte Costituzionale. In attesa che il presidente della Repubblica ricorra e la Corte decida, che cosa si fa in Parlamento? E i mercati che fanno dei nostri titoli di Stato? Li mandano a quei professori, o ai giudici costituzionali, per farne valutare la consistenza? Via, cerchiamo di essere seri. E leggiamo la Costituzione -quella che il segretario del Pd definisce sempre “la più bella del mondo”- per ciò che vi è scritto davvero, non per ciò che immaginano le opposizioni e i loro presunti esperti. L’articolo 94 dice che «il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del governo non importa obbligo di dimissioni». Ebbene, il rendiconto di bilancio, di cui i deputati peraltro hanno bocciato il primo articolo e non l’intero testo, è una proposta del governo. La cui bocciatura, parziale o totale, non comporta quindi obbligo di crisi da parte del premier, convinto di trovarsi di fronte ad un problema di natura “tecnica” e deciso a verificare e certificare ancora una volta l’esistenza della maggioranza nell’unico modo previsto dalla Costituzione, cioè con una votazione di fiducia.
Ch’egli stesso potrebbe promuovere presentandosi alle Camere per comunicazioni. Il Cavaliere sbaglierebbe tuttavia a valutare l’accaduto solo sul piano tecnico. Vi sono anche aspetti politici che, pur senza legittimare le richieste di crisi avanzate dalle opposizioni, egli non può ignorare, né sottovalutare.
Ci sono state nella maggioranza e nella stessa compagine ministeriale assenze che si sono rivelate decisive per l’esito della votazione e meritano di essere chiarite sino in fondo, e a qualsiasi prezzo. Chi non ha sufficiente consapevolezza dei suoi doveri, dei suoi obblighi di lealtà, della delicatezza della situazione della maggioranza e, più in generale, del Paese deve essere messo con le spalle al muro e obbligato alla serietà, anche delle dimissioni personali. Fra le assenze, la più sconcertante è stata sicuramente quella del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, le cui spiegazioni diffuse dagli uffici appaiono francamente deboli per tempi e contenuti. Su tutto doveva prevalere la valutazione della sua primaria competenza sul rendiconto di bilancio all’esame della Camera.

L’assenza più inquietante e purtroppo scontata, per i suoi risvolti istituzionali, è stata invece quella di Alfonso Papa, il deputato del Pdl che i magistrati di Napoli continuano a trattenere in carcere, indebolendo una maggioranza che ha pochi voti di scarto, anche dopo averlo rinviato a giudizio, quando cioè di solito cadono le esigenze della detenzione prima del processo. Francesco Damato, Il Tempo, 12 ottobre 2011

………..Ed infatti per oggi o massimo domani è stato annunciata una comunicaione alla Camera del premier Berlusconi sulla quale il governo chiederà la fiducia. Ma rimane, come giustamente sottolinea Damato, il nodo politico, le contraddizioni e i mal di pancia di taluni ex “favoriti” di Berlusconi che da bordo campo vogliono entrare nel terreno di gioco, cioè al governo, anche a costo di mandare per aria tutto il castello che già è fragile per conto suo e che ci vuol poco, davvero poco, a far crollare. Da malpancisti a suicidi il passo è breve.g.