UCRAINA, IULIA TIMOSHENKO CONDANNATA IN UN PROCESSO FARSA A SETTE ANNI DI CARCERE

Pubblicato il 11 ottobre, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Iulia Timoshenko condannata a sette anniKIEV – Iulia Timoshenko è stata condannata a sette anni di reclusione. E’ la sentenza del tribunale di Kiev.

Dopo la condanna, Iulia Timoshenko ha annunciato che ricorrera’ alla corte di giustizia europea. L’ex lady di ferro e’ stata condannata a sette anni, tanti quanti richiesti dell’accusa per abuso di potere per i contratti siglati con la Russia nel 2009, quando era premier.

Alla lettura della sentenza, la Timoshenko ha spesso interrotto il giudice denunciando una condanna politica. Appreso della condanna a sette anni ha detto che continuerà “a lottare” per una Ucraina “libera e senza dittatura” e che si appellerà alla giustizia europea.

Iulia Timoshenko ha abusato del suo potere nel siglare i contratti per le forniture di gas russo nel 2009. Lo ha affermato il giudice Rodion Kireiev durante la seduta odierna del processo a carico della ex premier e attuale leader dell’opposizione ucraina.

Migliaia di sostenitori della Timoshenko hanno manifestato davanti al tribunale distrettuale di Pechersk, a Kiev, alla presenza di centinaia di agenti in tenuta antisommossa.

La leader dell’opposizione ucraina ha affermato in tribunale che la sentenza a suo carico è stata “pronunciata dal presidente (ucraino Viktor) Ianukovich” piuttosto che dal magistrato. Timoshenko, che è stata riconosciuta dal giudice colpevole di abuso di potere, ha dichiarato che “la sentenza non è stata pronunciata dal giudice Rodion Kireiev, ma dal presidente Ianukovich. Questa sentenza – ha poi aggiunto – non cambierà nulla nella mia vita né nella mia lotta”.

Durante una pausa del processo a suo carico, Iulia Timoshenko ha detto che “nessuno riuscirà a diffamare” il suo “buon nome”. “Nessuno – ha detto la Timoshenko -, in Ucraina o in qualunque altro luogo del mondo, crede nei crimini che sono stati enunciati qui. Per questo, né Ianukovich (il presidente ucraino Viktor) né Kireiev (il giudice Rodion) riusciranno a diffamare il mio buon nome”. L’ex lady di ferro ha quindi detto che “continuerà a lavorare per il bene dell’Ucraina” e ha definito quella odierna una “sentenza fabbricata” da Ianukovich. L’intesa tra Kiev e Mosca, che nel 2009 mise fine a una guerra del gas di due settimane che aveva lasciato al freddo mezza Europa, secondo l’accusa fu imposta alla società energetica statale Naftogaz dall’ex premier senza il consenso del governo da lei guidato. Inoltre, il prezzo concordato, 450 dollari ogni mille metri cubi,sarebbe stato svantaggioso.

L’eroina della Rivoluzione arancione filo-occidentale del 2004 è accusata di aver imposto alla società statale energetica Naftogaz un accordo con il colosso russo Gazprom per le importazioni di gas nel 2009, senza il parere del governo da lei guidato. Secondo l’accusa, il prezzo concordato, 450 dollari ogni 1000 metri cubi, sarebbe stato svantaggioso per l’Ucraina, con un danno finora di 130 milioni di euro. ‘Iulia’ si è però sempre detta innocente e ha definito quello a suo carico un “processo farsa” orchestrato dal presidente ucraino Viktor Ianukovich per sbarazzarsi di lei in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno e delle presidenziali del 2015. Il processo è iniziato il 24 giugno scorso e la Timoshenko è in carcere da più di due mesi per aver assunto un atteggiamento irriverente nei confronti della corte e i testimoni. ANSA, 11 ottobre 2011

…..Tutto cambia in questo mondo meno che i comunisti i quali cambiamo nome ma restano gli stessi di sempre. Quelli ucraini hanno rispolverato il sistema dei gulag sovietici e per liberarsi della portabandiera della lotta contro la dittatura, l’ex premier Iulia Timoshenko,  le hanno imbastito un processo farsa per “abuso di potere” a favore della ex Unione Sovietica, la Russia di Putin ( grande protettore dell’attuale ras postcomunista ucraino,  Ianukovich) che a sua volta ha smentito di essere stata favorita dalla Timoshenko per la fornitura di gas. E’ insomma il classico sistema dei comunisti, comunque si chiamino dopo la caduta del Muro, da sempre e di sempre, quello di mettere in galera, quando non possono ammazzarli, gli avversari politici. Del resto non è quello che si tenta di fare in Italia a danno di Berlusconi perseguitato da centinaia di procedimenti giudiziari, decine di processi, spiato sin nelle mutande per costringerlo ad andarsene nonostante abbia ottenuto la maggioranza dei voti degli italiani? Non cederà Berlusconi, come non cederà la pasionaria ucraina alla quale testimoniamo la nostra solidarietà di viscerali e non pentiti anticomunisti. g.

AVVISO AI NAVIGANTI

Pubblicato il 10 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Più chiaro e tempestivo non poteva essere il segretario del Pdl Angelino Alfano nel lanciare i suoi segnali ai naviganti in attesa della crisi. Il famoso passo indietro di Silvio Berlusconi prima della conclusione della legislatura, e a dispetto del mandato ricevuto dagli elettori, è “impraticabile e ingiusto”, come ha detto appunto ieri Alfano. Il quale ha inteso così prepararsi anche agli incontri annunciati con gli attori o protagonisti di quella che si può ormai definire nel suo partito una fronda, anche se gli interessati negano o sminuiscono. L’accantonamento del presidente del Consiglio è impraticabile sul piano politico e costituzionale per la perdurante esistenza di una maggioranza parlamentare a suo favore. È ingiusto perché viene preteso dalle opposizioni con uno spirito punitivo che l’uomo non merita, per quanti errori possa avere compiuto. E ne ha di certo commessi. Berlusconi non può lasciare il campo per indegnità, come gli avversari vorrebbero, sotto l’effetto di un gigantesco processo di piazza sostitutivo di quelli falliti nei tribunali, o lontani dalla loro conclusione, o solo dal loro avvio. Vale anche a favore del Cavaliere il monito rivolto da Aldo Moro nell’aula di Montecitorio quando l’allora presidente della Dc disse: “Non ci faremo processare sulle piazze”. Come una certa sinistra rappresentata anche in Parlamento desiderava, o minacciava, con il pretesto delle tangenti Lookeed. E lo disse senza timore di mettere a repentaglio la maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, comprensiva dei comunisti, che sosteneva allora un governo scudocrociato. Quello era uno statista, che purtroppo lo Stato non si sarebbe rivelato in grado di proteggere dai terroristi rossi. Spiace che Lorenzo Cesa, un uomo proveniente dal partito di Moro, e formalmente segretario di un partito, l’Udc, guidato di fatto dall’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, abbia criticato le parole di Alfano dicendo che “una buona politica impone prima di tutto serietà“. È appunto la serietà che obbliga il Pdl, e non solo il suo segretario, a non abbandonare Berlusconi alla ferocia dei suoi avversari, o agli opportunisti.  Francesco Damato, Il Tempo, 10 ottobre 2011

SCAIOLA E PISANU VISTI DA BELPIETRO

Pubblicato il 9 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Per anni Paolo Cirino Pomicino mi ha perseguitato con una minaccia: vedrà, alla fine, tornerà la Dc. Cioè noi. Il giorno in cui i magistrati di Mani pulite l’hanno cacciato dal Parlamento, l’ex ministro del Bilancio non si è arreso.

Saltando da Forza Italia all’Udc, da Mastella a non so più cosa, in fondo ha sempre avuto in testa una sola idea: rianimare la Balena Bianca. Con i suoi inciuci e i suoi intrighi, le clientele e le lottizzazioni, le correnti e i conti correnti. Recentemente il sogno dell’ex andreottiano di ferro ha preso una consistenza che pare non farlo sembrare più la follia di un parlamentare nostalgico.

Da settimane gli ex diccì sono in fermento. Già, perché pur essendo scomparso lo scudo crociato come partito (che poi non è vero, in quanto una piccola Libertas è rimasta), i democristiani non sono scomparsi mai. Hanno ripiegato le insegne, fatto sparire i simboli, chiuso le sedi di partito. Ma i dc non se ne sono andati. Molti di loro siedono in Parlamento, sotto l’ombrello del Popolo della Libertà, ma anche del Pd, oltre che ovviamente nell’Udc.

Tuttavia mentre di quelli di Casini si conoscono le intenzioni (che Pierfurby voglia rifare il grande partito bianco è noto), gli altri fino a ieri sembravano felicemente accasati. Fino a ieri, cioè fino a che Berlusconi era saldo in sella e imponeva un bipolarismo il quale non lasciava spazio al centro. Adesso che il Cavaliere traballa, hanno riscoperto l’orgoglio democristiano e fantasticano di rimettersi in proprio in un bel partitone scudocrociato che riunisca i pezzi di quella che fu la Balena Bianca.

I primi a darsi da fare sono deputati e senatori del Pdl, i quali non vogliono rimanere sepolti sotto le macerie berlusconiane. Da mesi scalpitano, anche perché non avendo ruoli di primo piano sono a dieta di potere. I due che più si scaldano sono Claudio Scajola e Beppe Pisanu. Del primo i trascorsi sono noti. La conferenza stampa in cui annunciò che avrebbe venduto la casa con vista Colosseo, se si fosse appurato che qualcuno l’aveva pagata a sua insaputa, è una gag passata alla storia.

Per quella faccenda, tutt’ora al vaglio della magistratura, ha dovuto lasciare il posto di ministro dell’Industria (l’appartamento però gli è rimasto). Ora scalpita. Il digiuno di poltrone deve sembrargli insopportabile e già prima dell’estate aveva avanzato richiesta d’essere ricollocato in un incarico di prestigio, ovviamente al governo. Non essendo stato soddisfatto, ora Scajola minaccia di fare lo sgambetto al Cavaliere, facendogli mancare i voti che gli servono.

Con lui, come detto, c’è il secondo democristiano di lungo corso. Questi è un sardo di 74 anni, che da quasi quaranta siede in Parlamento. A lanciarlo in politica fu Cossiga, ma nella sua carriera parlamentare ha servito molti padroni: sottosegretario di Forlani, ma anche di Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria e De Mita, non si è fatto mancare neppure Zaccagnini, il dc triste che guidò il partito negli anni Settanta, e del quale fu capo della segreteria.

Insomma, per intenderci, uno navigato. Tanto navigato che andava in barca con Flavio Carboni. Proprio per quelle gite in yacht e per i passaggi sugli aerei del faccendiere e piduista sardo, Pisanu fu costretto a dimettersi da sottosegretario al Tesoro. Lui si giustificò dicendo che Carboni gli era sembrato «un interlocutore valido per le forze politiche richiamatesi alla stessa aspirazione politica, cioè quella cattolica».

Si tratta dello stesso Carboni che frequentava gente della banda della Magliana e intratteneva rapporti stretti e un po’ loschi con Roberto Calvi. Anche Pisanu conosceva il banchiere: grazie al «valido interlocutore» lo incontrò quattro volte, l’ultima poche settimane prima che sparisse per poi finire impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra.

Fu probabilmente durante gli incontri che si fece una buona idea delle condizioni finanziarie del Banco Ambrosiano, tanto che da sottosegretario, rispondendo a un’interrogazione, tranquillizzò il Parlamento sullo stato di salute dell’istituto di credito milanese. Tutto ciò poco prima che la banca fallisse.

Con Berlusconi, Pisanu si è riciclato, riuscendo perfino a divenire ministro dell’Interno nel 2002, quando Scajola fu costretto alle dimissioni per aver dato del «rompi» a Marco Bia-gi. Nel 2008, quando Silvio è tornato a Palazzo Chigi, si è p rò dovuto accontentare della poltroncina di presidente anti-mafia.

Troppo poco, evidentemente, per uno del suo calibro. E dunque eccolo qui, insieme al suo compare, pronto a far cadere il Cavaliere. Se il presidente del Consiglio si dimette, per lui e gli altri diccì, si riaprono le danze e uno strapuntino si può rimediare. Niente di nuovo dunque rispetto a ciò che abbiamo visto nella prima Repubblica. L’unica novità è che Pisanu, Scajola e i democristiani si presentano come il cambiamento. E che qualcuno sembra dar loro retta. Ma forse aveva ragione Pomicino: torneranno. Maurizio Belpietro Libero, 9 ottobre 2011

SE BERLUSCONI FARA’ IL BERLUSCONI L’ITALIA POTRA’ RIALZARSI, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 9 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Milano – Chissà che non si sia stu­­fato, il Cav. In caso con­trario, vedremo che succede nel prossimo Consiglio dei ministri. Niente Ro­mani o Tremonti, con tutto il dovu­to rispetto. Quel che man­ca ormai da troppo tempo è Berlusco­ni. È quello il si­gnore che è stato votato da una maggioranza po­litica per fare le cose ritenute giu­ste. E le democrazie funzionano così: si elegge un governo e il go­verno, sotto la responsabilità del suo capo, cerca di fare quel che ha detto di voler fare, la ragione per cui ha vinto le elezioni. Se non gli riesca, saranno gli elettori a deci­dere di questa semplice alternati­va nel giudizio sovrano: glielo han­no impedito, magari in modo frau­dolento, e bisogna sostenerlo; op­pu­re non ha saputo decidere e rea­lizzare quel che poteva de­cidere e realizzare, proviamo con un al­tro. Vorrei essere ancora più preci­so, se possibile. I giovani o una par­te dei giovani, ha ragione Mario Dra­ghi, soffrono della ma­lattia dell’immobilismo sociale.

Manca mobilità,c’è il dop­pio del lavoro che è possibile trovare in Spagna, più o meno quello che c’è in Francia e in In­ghilterra, ma la ricchezza sociale e la dinamica sociale sono ancora troppo asfittiche per evitare la pre­carietà di una generazione. C’è sfi­ducia. Il Mezzogiorno se ne sta lì, con qualche caso di eccellenza, e per il resto vita grama a spese del­lo Stato, e molta economia in nero ed evasione contributiva e fiscale, lavoro sottopagato lì dove per tan­te ragioni storiche sono in pochi a mettere quattrini e a cercare di in­nestare il capitalismo moderno produttivamente. Poi c’è qualche pigrizia atavica, perché a fare il pa­nettiere regolare in Abruzzo, e mancano cento posizioni, si pos­sono guadagnare, con le marchet­te, 3000 euro al mese, che a Pesco Costanzo sono una cifra possibile per vivere. Si investe poco, anche nella ricerca, anche nel nord, che è opulento e terra di immigrazio­ne da tutto il mondo, un luogo do­ve i leghisti amministratori accol­gono e integrano senza la retorica di don Colmegna, più utilmente di lui (vedi il caso di Treviso). Non me ne importa niente del condono, e delle puttanate mora­leggianti che se ne scrivono. Il pro­blema è uno solo, alla luce di quel che ho detto prima (si è stufato? non si è stufato? bisogna votare?). Berlusconi non deve firmare al­cun decreto-sviluppo che non contenga Berlusconi. Ci deve esse­re scritto Berlusconi in ogni singo­la riga, deve essere «la più grande frustata al cavallo dell’economia che la storia italiana ricordi», do­poguerra a parte. È la formula usa­ta da Berlusconi nel suo discorso alle Camere di presentazione del programma di governo, è il suo mandato, è quanto ha scritto al Corriere della sera nello scorso me­se di gennaio, per poi essere subi­to­accerchiato dai disfattisti e cata­strofisti e declinisti e fiscalisti del­la patrimoniale.

L’Italia, che ha un debito soste­nibile, un grande e disciplinato avanzo primario (la differenza po­sitiva tra quel che spendiamo e quel che incameriamo al netto de­­gli interessi); l’Italia che ha la gran­dissima riserva del sud e delle ri­for­me di struttura e delle liberaliz­zazioni per fare emergere un quar­to del Pil in nero e per instaurare di brutto regole di concorrenza liber­tà e fiducia che solleveranno rab­bia corporativa (per questo ci so­no le battaglie culturali, le contro­mobilitazioni, e se del caso polizia e carabinieri): questa Italia qui, che è quella vera, non quella che vediamo nei talk show addomesti­cati dalle balle decliniste sempre ricorrenti quando si tratti di abbat­tere il governo eletto, se non piac­cia, questa Italia non è sofferente perché c’è Berlusconi al governo, ma per la ragione contraria. Berlu­sconi è stato espropriato dal por­no giornalismo e dalla porno giu­stizia della sua effettiva capacità di governo: o cede ai suoi nemici, e ci lascia tutti in braghe di tela, op­pure contrattacca e restituisce al­la democrazia italiana il suo sen­so, facendo quel che oggi soltanto un tipaccio come lui è in grado di fare. La frustata, appunto. Il Berlusconi degli ultimi due an­ni e mezzo, a partire dalla conver­gente crisi pornografica e finanzia­ria del mondo e dell’Italia dei peg­giori, i suoi arcinemici per la gola, è lamentoso e insicuro. Ha incorpo­rato le idee strambe e il malocchio profuso da quelli che parlano a no­m­e dei mercati e dei tassi di interes­se per farci i soldi con il pessimi­smo. Lui è esattamente il contrario. Si cresce con l’ottimismo. È la sua maggiore lezione. Ora basta. Le ri­cette si conoscono, si sa che saran­no aspramente combattute, anche dentro il Consiglio dei ministri, ma non hanno alternativa. Faccia, fac­cia sapere che ci prova con chiarez­za, si batta con le unghie e con i den­ti, senza badare ad alleati e amici frenanti, decida o se ne vada. Giuliano Ferrara, Il Giornale, 9 ottobre 2011

……………...E noi la pensiamo come Ferarra. E chi se ne importa dei benepensanti a tempo perso, dei moralisti un tanto al chilo, dei bacchettoni che si dicono indignati per via delle “marachelle” di Berlusconi e magari la loro è tutta invidia, e nulla ce ne importa dei voltagabbana  un centesimo al quintale che si aggirano dappertutto e intorno a noi (ed ogni riferimento è puramente voluto!) che, esperti nuotatori nel mare della melma politica,  saltano giù dalla barca per trovarsi una zattera su cui salire pur di continuare a fare i c….i propri. Invece ha ragione Ferrara. E noi la pensiamo come lui. g.

C’E’ UN POSTO DA PREPARARE CON BERLUSCONI

Pubblicato il 9 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Quando le maggioranze sono strette, governare è un’impresa. Alla prova del voto di fiducia, l’esecutivo Berlusconi ha sempre dimostrato una tenuta stagna. Ma su votazioni considerate di minore importanza, s’è perso il conto di quante volte il governo è andato sotto. Può andare avanti così? Sì, ma per fare cosa? Manca un anno e mezzo alla fine della legislatura e non c’è spazio per fare grandi riforme. Si può obiettare che i provvedimenti importanti non passano con il solo voto della maggioranza, si condividono con l’opposizione. È lo scenario ideale, ma non siamo in una condizione di normalità. Le Camere sono divise in fazioni armate e l’arbitro di un ramo del Parlamento – il presidente Gianfranco Fini – è un giocatore in campo che vuole fare gol nella porta della squadra che lo ha eletto. Vi pare normale? Se questo è lo scenario, tentare di allargare la maggioranza o darle un assetto variabile a seconda delle leggi in discussione non è sbagliato. Ma il tema chiave è un altro: la premiership di Berlusconi e il futuro del Pdl. C’è chi sostiene che il Cavaliere deve lasciare Palazzo Chigi, chiedere al Colle elezioni anticipate e lanciare un altro candidato; chi non ne vede le ragioni e lo sprona ad andare avanti; chi gli consiglia di puntare alle elezioni senza cedere lo scettro; chi non ha nulla da dire e sta alla finestra.
Frondisti e malpancisti nascono da questo magma. Alcuni sono in buona fede, altri meno. Resta il fatto che una discussione sul tema non può essere un tabù. Il segretario del Pdl Angelino Alfano, ha compreso il problema e non a caso ieri ha ribadito di volersi confrontare con Claudio Scajola, Beppe Pisanu e altri che nel campo dei moderati si pongono la questione. Costruire e non distruggere. Allargare e non arretrare. Questo è il disegno di Alfano. Ci riuscirà? Non abbiamo la sfera di cristallo. Lo deve fare con o senza Berlusconi? Ecco, siamo al nocciolo della questione, il post-berlusconismo. L’uscita da un tempo lungo della vita italiana è un tema serio, non un giochetto da retrobottega del Palazzo. Berlusconi, piaccia o meno, è l’icona di una storia che ha plasmato l’immaginario collettivo di una nazione. La stessa opposizione, senza il Cavaliere, non esisterebbe in questa forma e con questi rappresentanti. Un pezzo di establishment non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere e, nel vuoto di idee, si sarebbe ritrovato senza un lavoro. Berlusconi potrebbe lasciare Palazzo Chigi, ma continuerebbe a far sentire la sua influenza e presenza sul sistema politico per ragioni che sono evidenti e solo gli ipocriti non vogliono vedere.

Diciamo la verità, Berlusconi ha fatto in qualche maniera comodo a tutti. È stato – e lo sarà finché non si palesa un’alternativa credibile – non solo il catalizzatore dei voti della maggioranza degli elettori, ma anche l’uomo che ha giustificato la presenza dei suoi avversari. Senza di lui avremmo avuto un’altra storia e non è affatto detto che sarebbe stata migliore. L’Italia dopo il Cav non sarà un Paese diverso da quello che raccontiamo nelle nostre cronache. I temi dell’agenda politica saranno sempre gli stessi. E le soluzioni sono quelle rifiutate da una società che non riesce ad allontanarsi da un modello neocorporativo che rischia di ucciderla. Berlusconi non è per sempre, ma (forse) l’Italia sì.  Mario Sechi, Il Tempo, 9 ottobre 2011

L’ITALIA DEI POVERI, un libro da non perdere

Pubblicato il 8 ottobre, 2011 in Recensioni | Nessun commento »

L'ITALIA DEI POVERI, di Giovanni Russo

E’ in libreria da qualche giorno l’ultima fatica letteraria di Giovanni Russo, inviato speciale del Corriere della Sera, già collaboratore de “Il Mondo”  di Mario Pannunzio, autore di molti libri sulle condizioni sociali del Paese, specie nel Mezzogionro,  e vincitore di numerosi premi tra cui il Premio Mezzogiorno nel 1993 e il Premio Positano nel 1998.

L’Italia dei poveri, edizioni Hacca,  ha come protagonisti gli operai, contadini, emigranti, sacerdoti, prostitute, turisti. Nel libro, Giovanni Russo ci parla di un’Italia umile, costretta a muoversi in un orizzonte precario, ma non privo di speranza, e lo fa per dare luce ai volti anonimi di una nazione sommersa. Leggendo queste pagine, è come se una nazione che fino agli anni Cinquanta era stata prigioniera di un antico e pesante letargo, adesso si fosse destata per entrare in un destino di modernità. Ne viene fuori un quadro che non soltanto contempla la condizione del “mondo chiuso” di un tempo ormai passato, ma annovera anche luoghi e abitudini del sottoproletariato tanto cari all’immaginario di molti scrittori,  e da un Mezzogiorno, dove il tempo continua a scorrere con la sacralità dei patriarchi biblici, ci si proietta a grandi falcate negli scenari industriali. In questo libro, Giovanni Russo   fornisce un ritratto di un Paese ingenuo e stralunato, candido e smaliziato, incantato e perverso, com’era in quegli anni e come ha continuato a esserlo fino a oggi. Saggio imperdibile per chi vuole documentarsi su quel che eravamo e quel che siamo diventati.

L’ITALIA DEI POVERI, di Giovanni Russo, Edizioni Hacca, euro 16,oo

PERCHE’ STEVE JOBS NON MI HA CAMBIATO LA VITA

Pubblicato il 7 ottobre, 2011 in Costume | Nessun commento »

Vorrei spiegare ai lettori del Foglio, ammesso siano interessati a un punto di vista tanto personale, per quali ragioni Steve Jobs non mi ha cambiato la vita (diversamente da quel che è accaduto a Jovanotti, a Beppe Severgnini e a quanto pare ad alcuni milioni di altre persone) e perché questo piagnisteo universale – da Obama a Filippo Rossi – sul genio che ci ha lasciati prematuramente, lasciando un vuoto incolmabile, mi sembra francamente esagerato e sospetto.

Bisognerebbe intendersi, per cominciare, sul concetto di rivoluzione applicato alla vita delle persone. Cos’è che ha realmente modificato l’esistenza quotidiana di miliardi di individui negli ultimi settant’anni, diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti, in termini materiali e concreti, esonerandoli da incombenze e problemi secolari? Mi vengono in mente, a casaccio, la plastica e la lavatrice, e magari mettiamoci anche, giusto per apparire banali sino in fondo, gli antibiotici e l’elica doppia della molecola del Dna (che magari non sarà il “segreto della vita”, come si disse all’epoca della sua scoperta, ma insomma, un bel salto in avanti l’ha rappresentato). Non mi viene in mente, invece, l’attrezzo per ascoltare la musica mentre si corre o si sta seduti nel tram: rilassante e divertente, per carità, ma se non sbaglio c’era già prima di Jobs.

Intendiamoci, l’iPod, l’iPhone, l’iPad sono “fighissimi”, come dicono i miei nipotini: pieni di applicazioni, intuitivi, veloci, coloratissimi, ma già l’idea di un prodotto che cambia ogni anno e mezzo, che costringe milioni di persone a sbarazzarsi della versione “vecchia” per prendere quella appena lanciata sul mercato, più leggera di cinquanta grammi, dall’identico design ma più accattivante, che fa una cosa in più dell’altra ma ad una velocità maggiore, mi sembra una gran furbata commerciale: se la bulimia da consumo è un segno di cambiamento epocale, allora è vero, Jobs ha cambiato la vita di molte persone, rendendole però dipendenti non da una filosofia di vita quale non si era mai vista nella storia, ma da una strategia di marketing questa sì geniale e rivoluzionaria. La stessa che ha portato il Nostro a fare meglio, con più originalità e intelligenza, le cose che già altri facevano. E dunque a rendere esteticamente gradevoli e di più facile uso i personal computer. Ovvero a dare un nome proprio alle cose, a personalizzare con denominazioni intriganti e davvero easy oggetti altrimenti tutti eguali a se stessi e di solito aridamente marcati dai produttori: vuoi mettere la differenza tra chi ha l’iPhone (e per questa sola ragione pensa di appartenere ad una comunità di eletti) e chi, come il sottoscritto, possiede un Nokia-N95 avendo prima posseduto un Samsung SGH-S3000M.
Ma questo appunto è marketing creativo, peraltro con venature gnostiche: fa volare le quotazioni in Borsa, crea utenti fedeli e devoti ad un marchio che entrano negli Applestore come si trattasse di un tempio e non d’un normale negozio, ma è tutto da dimostrare che ciò renda l’umanità migliore.

Se il mondo intero sostiene che Jobs era un genio, mi riesce difficile argomentare il contrario. Accettiamo dunque che lo sia stato, sapendo però che lo stesso verrà detto – ancor più a ragione, a mio giudizio – per Bill Gates e Mark Zuckerberg; e sapendo altresì che gli altrettanto geniali inventori di Internet e della posta elettronica – strumenti senza i quali la storia di Jobs nemmeno sarebbe cominciata e la vicenda personale di ognuno di noi sarebbe stata per davvero differente – non se li ricorda nessuno: forse sono ancora vivi, ma se sono morti di sicuro non si è andati oltre un trafiletto in cronaca. Perché quello che colpisce nel caso di Job è appunto il rilievo mediatico di questa morte, prematura e largamente annunciata. E il fatto che il cordoglio planetario si stia appuntando non, come dovrebbe essere normale, su un capitano d’industria di vaste idee, perciò regolarmente definito “intraprendente” e “visionario”, che ha contribuito a creare un sistema di organizzazione aziendale, una tecnica di vendita e una forma di relazione con i consumatori in effetti diverse da quelle dei diretti competitori (che è poi la vera ragione del successo della Apple, come ben sanno gli esperti di cultura d’impresa), ma sul fondatore di una sorta di religione pop o light, su un capo setta che sembrerebbe aver lasciato orfani milioni di devoti inconsolabili.

Morire (relativamente) giovani e drammaticamente, secondo un’antica legge, è preferibile che tirare le cuoia nel proprio letto ad un’età veneranda, se si vuole accedere se non al mito almeno alla leggenda. E’ accaduto anche stavolta. Ma va anche detto che le uscite di Jobs in pubblico degli ultimi anni, dimagrito a causa del male, spartanamente abbigliato in nero come si conviene ad un guru che abbia già preso distacco dal mondo, solo sul palco come si conviene ad un predicatore che debba annunciare verità universali alle folle, hanno senz’altro contribuito a creargli attorno un’aura misticheggiante: una scelta anche questa – non si offendano i vertici di Cupertino – abilmente studiata a tavolino, con l’evidente obiettivo di trasformare ogni lancio di un nuovo prodotto, per solito indirizzato alla rete vendita dell’azienda e agli operatori del settori, in una celebrazione liturgica in mondovisione. Geniale e mirabile, senz’altro, ma sempre di marketing stiamo parlando, applicato a quanto pare anche post-mortem con non poco cinismo.

Se poi si aggiunge il vuoto emotivo
e spirituale che caratterizza l’epoca nostra, il senso di solitudine universale che le invenzioni alla Jobs hanno paradossalmente alimentato a dispetto del convincimento che, maneggiando un pezzo di plastica colorato o toccando uno schermo (siamo una civiltà regredita alla tattilità), si sia tutti fratelli e amici in rete, a contatto con l’umanità intera in ogni momento della nostra esistenza, si capisce meglio il diluvio di banalità encomiastiche cui stiamo assistendo: le stesse già sentite per Lady Diana o Michael Jackson. Un mondo sempre più abitato da coscienze fragili e inquiete, alla disperata ricerca di figure e personalità esemplari nelle quali riconoscersi, forse farebbe meglio ad andare in chiesa a pregare, piuttosto che portare fiori o scrivere messaggi disperati a ricordo dell’idolo del momento asceso in cielo. Con tutto il rispetto, è morto un inventore con un grande senso per gli affari. Umanamente mi dispiace, ma né piango disperato né mi sento meno solo di prima. E tranquilli che l’umanità, tra alti e bassi, andrà avanti lo stesso.

P.s.: “Intraprendente”,
“visionario” e “geniale” si dovrebbe dire, alla lettera, anche di uno come Silvio Berlusconi, rispetto al quale ci si potrebbe chiedere se per caso non abbia a sua volta cambiato la vita di molte persone, almeno in Italia, rivoluzionando la comunicazione televisiva e di conseguenza l’immaginario di massa, ma so che il tema è controverso e difficile da approfondire con pacatezza, visto il clima d’odio e rancore che si respira dalle nostre parti, e per oggi ho deciso di non farmi troppi nemici. Ne riparleremo tra cinquant’anni.

di Alessandro Campi, Foglio Quotidiano, 7 ottobre 2011

.…..L’opinione di Campi nulla toglie al sincero e unanime  cordoglio per la morte prematura di Jobs.

RAI, L’OLIMPIADE DEGLI SPRECHI: IN 170 IN TRANSFERTA A LONDRA AL COSTO DI UN MILIONE E DUECENTOMILA EURO

Pubblicato il 7 ottobre, 2011 in Cronaca, Politica, Spettacolo | Nessun commento »

L’avviso è apparso con grande evidenza questa settimana sul Financial Times e sul Daily Telegraph. La Rai cerca un letto a Londra. Anzi, più di un letto: 5.377 letti nella capitale inglese fra il 14 luglio e il 10 settembre dell’anno prossimo. Un po’ perché Londra piace agli inviati di viale Mazzini. Un po’ perché in quel periodo là si terranno i giochi olimpici a cui seguiranno immediatamente le Paralimpiadi. E si sa, bilanci in nero o in rosso, in queste occasioni la Rai  sente profondamente la sua vocazione da servizio pubblico ed è perfino pronta a mobilitare un suo esercito per non deludere gli sportivi italiani.
Vero che fece scandalo nel 2008 il Jumbo di inviati e operatori Rai che partì alla volta di Pechino: furono più di 200. A Londra la spedizione sarà appena più contenuta: per le sole Olimpiadi le stanze singole o doppie uso singola richieste saranno 170 nei 18 giorni di punta che andranno dal 26 luglio al 12 agosto. I giochi peraltro inizieranno il 27 luglio. Eppure la Rai avrà bisogno oltre a quelle 170 stanze dalla vigilia della cerimonia di apertura alla notte successiva alla chiusura anche di 150 stanze per due notti ulteriori, di 148 stanze per altre due notti, di 140 stanze per una notte ulteriore, di 100 stanze ancora per due notti in più, di 59 stanze per una notte, di 50 stanze per un’altra notte, di 42 stanze per altre due notti, di 26 stanze per una notte, di 12 stanze ancora per due notti e la prima notte, quella del 14 luglio in cui sbarcheranno gli avamposti, di sette ulteriori stanze.

La riduzione è quindi assai parziale: un po’ meno inviati, ma per assai più giorni. Con una differenza non da poco: la Rai per Pechino 2008 acquistò i diritti tv e trasmise 800 ore di gare in diretta. Questa volta i diritti li ha acquistati Sky, che ha offerto 80 milioni circa per Londra e per i giochi invernali che si sono tenuti a Vancouver. La Rai ha come tutti gli highlights per i tg e grazie a un accordo commerciale con Sky Italia (che aveva al centro pacchetto giochi olimpici e mondiali di calcio in Sudafrica), potrà trasmettere 200 ore. Un quarto di quelle che Rai ha mandato in onda e un ottavo di quelle che Sky Italia trasmetterà in diretta (1.600 ore). L’azienda italiana del gruppo di Rupert Murdoch invierà a Londra 200 persone in tutto per 1.600 ore di trasmissione. Rai 170 inviati per 200 ore di trasmissione. La sproporzione è evidente.

Per le Paralimpiadi, dove i primi atleti scenderanno in gara il 30 agosto e gli ultimi chiuderanno i giochi il 9 settembre, Rai ha previsto un secondo charter da inviare a Londra. La spedizione è prevista con avamposto di 17 inviati venerdì 24 agosto. Dalla notte successiva alla notte di domenica 9 settembre bisognerà trovare invece 69 stanze per altrettanti inviati della Rai. Lunedì 10 settembre si fermeranno a dormire per chiudere baracca e portare via i burattini 10 inviati in altrettante stanze singole o doppie uso singola.

Pensando di risparmiare un po’ offrendo il pacchetto completo a un tour operator, Rai ha chiesto di inviare offerte entro il mese di novembre, massimo dicembre 2011. Per conquistare le notti degli inviati della tv di Stato italiana bisognerà «avere svolto attività di intermediazione alberghiera o di gestione alberghiera o di servizi equivalenti o di gestione di eventi aziendali legati al business travel per un controvalore non inferiore a 600 mila euro nel biennio 2009-2010 o successivo» ed essere in grado di offrire «una capacità ricettiva per un numero di camere singole o doppie uso singola compreso fra 4.900 e 5.400 per notti -  con picco giornaliero di massimo affollamento pari a 170 camere -  presso strutture alberghiere o residence localizzati in Londra per il periodo di interesse concentrata in max. 3 siti cittadini».

Per il pacchetto solo pernottamento la Rai ha stimato di spendere un milione e 200 mila euro, e naturalmente ha dato questa cifra come riferimento a chi volesse presentare l’offerta. Non è una cifra bassissima, perché si traduce in una tariffa media di 225 euro a notte per stanza singola o doppia uso singola che naturalmente dovrebbe già incorporare un robusto sconto comitiva, visto che ci si offre di riempire più stanze per quasi due mesi. Tanto per capirci, provando adesso a prenotare una singola per quel periodo attraverso i siti specializzati si trovano al di sotto di quella cifra 6 hotel a 5 stelle e 153 hotel a 4 stelle. Le stanze rimaste però sono poche, bisogna affrettarsi. Altrimenti i faraoncini di viale Mazzini non troveranno degno materasso dove riposarsi dopo le 200 ore di telecronaca…di Franco Bechis, Libero, 7 ottobre 2011

…e non è tutto.Proprio ieri lo stipendio della direttrice generale della Rai, Lorenza Lei, è stato aumentato da 420 a 650 mila euro annui, circa 50 mila euro al mese (speriamo che le bastino….). E si ha anche il coraggio di chiedere agli utenti il pagamento del canone. Ma la si venda la RAI e i circa tre miliardi che se ne ricaverebbero si potrebbe dare fiato alla economia italiana.

E’ MORTO STEVE JOBS, PADRE VISIONARIO DI APPLE

Pubblicato il 6 ottobre, 2011 in Cronaca, Economia, Storia | Nessun commento »

di Ugo Caltagirone

NEW YORK – Steve Jobs, il ‘visionario della Silicon Valley’ e’ morto a 56 anni. Lo scorso 25 agosto aveva annunciato le sue dimissioni irrevocabili da amministratore delegato dell’azienda che ha fondato e che dall’orlo della bancarotta ha portato nell’Olimpo delle grandi. Quarantun giorni dopo e’ arrivata la tanto temuta quanto attesa notizia. A finirlo e’ stato quel male che per anni lo ha tormentato e lentamente consumato. Ma che non gli ha impedito di continuare a esercitare la sua straordinaria leadership e genialita’.

Caratteristiche che lo hanno portato, con le sue invenzioni, a rivoluzionare la vita di milioni di persone. L’annuncio arriva con uno stringatissimo comunicato del gruppo californiano. Ma in contemporanea sul sito appare una foto in bianco e nero di Jobs con la data di nascita e quella della morte. A seguire un messaggio: ”Apple perde un genio creativo e visionario, e il mondo ha perso un formidabile essere umano”.”Quelli di noi che hanno avuto la fortuna di conoscerlo abbastanza e di lavorare con lui – si legge – hanno perso un caro amico e un mentore ispiratore. Steve lascia una societa’ che solo lui avrebbe potuto costruire e il suo spirito sara’ sempre il fondamento di Apple”’.
A prendere in mano le redini dell’azienda e’ stato gia’ da tempo Tim Cook. Ma Jobs lascia un vuoto incolmabile tra i suoi collaboratori, come tra i milioni di fan. Ora tutti, soprattutto i piu’ giovani, lo conoscono come l’inventore della ‘tavoletta magica’. Con l’iPad e l’iPhone ha infatti rivoluzionato il mondo della tecnologia e delle comunicazioni. Con l’iPod quello della musica. Ma fu lui che nel 1977 – dopo aver creato la Apple insieme all’amico Steve Wozniak – lancio’ il primo personal computer della storia. La marcia era appena cominciata. Lascio’ la Apple nel 1985, in polemica con l’amministratore delegato da lui stesso nominato. Quando fu richiamato nel 1996 l’azienda di Cupertino era in profonda crisi, e Jobs in quindici anni l’ha trasformata nella societa’ piu’ ricca del pianeta. Nel 2007 la rivista Fortune lo ha indicato come l’uomo d’affari piu’ potente del mondo: il suo rivale di sempre, il fondatore di Microsoft Bill Gates, fini’ solo sesto. Nel 2010 – quando gia’ la malattia lo aveva allontanato da ogni ruolo operativo in Apple – il Financial Times ha eletto Jobs uomo dell’anno, riconoscendo la sua capacita’ di riportare in vetta un’azienda raccolta sull’orlo del fallimento.
Con l’iPhone e l’iPad ha realizzato il suo sogno del ‘piccolo schermo’, di un mondo al di la’ del computer e senza Windows. Non a caso il sorpasso sulla rivale Microsoft per valore di mercato e’ oramai da tempo compiuto. Sempre il Financial Times lo defini’ ”la prima rock star dell’industria high-tech” per la sua abitudine – oramai copiata da tutti – di presentare ai suoi fan tutte le novita’ della casa dal palco di un teatro. Ma anche per aver portato Apple in Borsa a soli 25 anni: prima di quanto non abbia fatto Mark Zuckerberg con Facebook. Qualcuno lo ha descritto come un ‘tiranno’ nei confronti dei suoi collaboratori e dipendenti. Ma la verita’ – spiega la maggior parte degli osservatori – e’ che in un momento di grande crisi economica e occupazionale in America, Jobs, a differenza di tutti gli altri Ceo, ha continuato a creare posti di lavoro. E probabilmente la Apple ne continuera’ a creare ancora malgrado la morte del suo ‘genio’, grazie alla sue ultime creature: l’ultimo modello di iPhone, presentato appena ieri, e la terza terza generazione dell’iPad che dovrebbe vedere la luce all’inizio del prossimo anno. ANSA,  6 OTTOBRE 2011

INTERVISTA DEL CORRIERE A MARINA BERLUSCONI: “CONTRO MIO PADRE BARBARIE LEGALIZZATA. NON MOLLERA’”

Pubblicato il 5 ottobre, 2011 in Costume, Giustizia, Politica | Nessun commento »

Marina Berlusconi, presidente di Fininvest
Marina Berlusconi, presidente di Fininvest

Marina Berlusconi non è una donna che teme di essere dura. E questa volta sembra volerlo essere ancora di più. Come presidente Fininvest ha appena presentato un esposto al ministro della Giustizia e al procuratore generale della Cassazione, che segnala un’anomalia che ha avuto un peso decisivo sulla sentenza che ha portato la Cir a incassare un assegno di 564 milioni come risarcimento per la vicenda Mondadori. «Abbiamo scoperto un tarlo, una falla clamorosa che mina dalle fondamenta un castello di ingiustizie. Altro che leggi ad personam, qui siamo alle sentenze ad personam, al diritto cucito su misura: quando ci sono di mezzo mio padre o le nostre aziende, spuntano addirittura principi giurisprudenziali inediti e totalmente innovativi. Peccato che siano principi inesistenti, nati dal “taglio” di una frase addirittura sostituita da puntini di sospensione e dalla mancata citazione di altre».
Un conto sono le sentenze, un conto le interpretazioni, come la vostra.
«Qui non si tratta di interpretazioni, questi sono dati di fatto. Sono scomparse frasi intere di una sentenza della Cassazione».
Sia esplicita, che cosa è successo, cosa hanno fatto i giudici?
«Con il taglio e l’omissione di alcune frasi questa pronuncia della Cassazione, che ha un ruolo fondamentale ai fini della condanna, è stata letteralmente stravolta, ed è stato in questo modo creato un precedente giuridico ad hoc».
Sta dicendo che la sentenza è stata manipolata. Accusa i giudici di un falso?
«Me ne guardo bene, l’esposto si limita a segnalare alle autorità competenti quanto è accaduto. È un fatto talmente evidente e grave che abbiamo non soltanto il diritto ma addirittura il dovere di renderlo noto, al di là del ricorso in Cassazione che seguirà la sua strada. Il taglio e l’omissione di alcuni passaggi ribalta totalmente la tesi della Cassazione con la conseguenza che noi dobbiamo firmare un assegno da 564.248.108,66 euro. Incredibile? Assolutamente sì, è quello che ho pensato quando i legali me ne hanno parlato. Però, ripeto, le carte sono lì, basta confrontare i testi sul sito della Fininvest. Incredibile, ma vero».
Senta, a me paiono scaramucce giudiziarie, costose quanto vuole …
«Altro che scaramucce, stiamo parlando di più di mezzo miliardo».
Sì, ma è sempre la stessa storia.
«Eh no. Partiamo dalla sentenza del 1991 della Corte d’Appello di Roma, quella che dava torto a De Benedetti, dalla quale tutto è cominciato. Dopo che uno, uno solo badi bene, dei tre giudici romani era stato condannato per corruzione, per cancellare gli effetti di quella sentenza d’Appello le norme davano a De Benedetti una sola possibilità: rivolgersi al giudice della revocazione. Non è una formalità, ma un istituto fondamentale, previsto dall’articolo 395 del Codice di procedura civile. La Cir però la revocazione, che le regole avrebbero peraltro imposto di discutere a Roma e non a Milano, non l’ha mai chiesta. I termini sono scaduti nel settembre 2007. Morale: azione improponibile, fine della storia».
Altro che fine della storia, poi il giudice Mesiano vi condanna a un risarcimento di 750 milioni.
«Esatto. Questa è la dimostrazione che trovano sempre il modo per superare ostacoli che dovrebbero essere insuperabili. Mesiano punta sulla chance: non ci sono certezze, ma è molto probabile che un giudizio non viziato da corruzione nel ‘91 avrebbe dato ragione alla Cir. Un escamotage così poco sostenibile che la stessa Corte d’Appello lo “boccia” e cambia strada. Stabilisce che la sentenza che ci aveva dato ragione era nulla. Si arroga il diritto di rifare il processo e la Cir vince. Si sostituisce, quindi, al giudice della revocazione. E per farlo utilizza, nel modo sconcertante che le ho detto, la pronuncia 35325/07 della Cassazione».
Capisco che tutto ciò vi crei problemi. Insisto: questioni giuridiche, procedurali, da tribunali …
«Non ci sono solo procedure, ci sono anche i fatti. Eccoli: la Cir non ha avuto alcun danno da parte nostra; noi, che non avremmo dovuto pagare neppure un euro, abbiamo subito un esproprio di 564 milioni, un danno gravissimo per un gruppo che, non mi stancherò mai di sottolinearlo, è uno dei grandi protagonisti dell’economia del Paese, e che solo per dare una cifra, negli ultimi 10 anni ha versato nelle casse dello Stato la bellezza di oltre 5 miliardi di euro, più di 2 milioni al giorno».
Veramente è De Benedetti che lamenta un danno.
«Ma quale danno? La vicenda si concluse con una transazione impostaci dalla politica che De Benedetti accettò entusiasticamente, come dimostrano le sue dichiarazioni di allora, senza neppure ricorrere in Cassazione e ci credo che fosse soddisfatto: si prendeva Repubblica , l’Espresso e i quotidiani locali di Finegil, una parte rilevantissima della Mondadori, politicamente ed economicamente».
Lascio a lei la responsabilità di quello che afferma su Cir e magistratura. Ma a me pare l’ennesima versione della persecuzione contro suo padre.
«Persecuzione? Non avevo dubbi sul fatto che si trattasse di una sentenza politica, ora si scopre su che cosa si basa! Non tiro conclusioni, ma veda lei… Purtroppo la verità è che parlare di persecuzione non è più sufficiente. Ormai contro mio padre siamo alla barbarie quotidiana legalizzata».
Addirittura barbarie…
«Certo, mi ha molto turbato leggere articoli di informatissimi notisti politici in cui si considera come un dato scontato che questa aggressione furibonda possa mettere in discussione la sua libertà personale, il futuro delle sue aziende e addirittura la sua incolumità. E nessuno fa un salto sulla sedia? Sì, barbarie quotidiana legalizzata, ma assolutamente illegale».
Illegale cosa? E allora tutte le inchieste aperte da Napoli a Bari, da Roma a Milano?
«Si inventano inchieste a ripetizione su reati inesistenti e senza vittime solo per fabbricare fango. Poi il fango fabbricato viene palleggiato tra una Procura e l’altra e infine riciclato. Il processo, con relativa, inevitabile condanna, lo si celebra sui media. Quello in aula, se si farà e come finirà non interessa più a nessuno. So bene, e ci tengo a ripeterlo, che dietro tutto questo c’è solo una minoranza di toghe, che la magistratura come istituzione merita il massimo rispetto. Ma il risultato non cambia. E mi chiedo che cosa tutto ciò abbia a che fare con la giustizia, con l’informazione, con un Paese che si considera civile».
Me l’aspettavo, il problema sono i magistrati che intercettano e i giornali che pubblicano.
«Stiamo parlando di centinaia di migliaia di intercettazioni, un numero spropositato, di cui si è fatto un uso fuori da ogni regola, mi riesce perfino difficile trovare le parole per definirlo, la verità è che se ci penso mi viene la nausea. Credo che raramente si sia assistito ad un tale spettacolo di inciviltà. Altro che bavagli: ma davvero qualcuno può credere e sostenere che si possa continuare così?»
Un presidente del Consiglio non è proprio un cittadino qualunque. Strauss-Kahn ha chiesto scusa in tv, persino Giuliano Ferrara invita suo padre a fare altrettanto …
«Intanto il paragone è del tutto inaccettabile. Mio padre non ha mai fatto assolutamente nulla di male e vedere il modo in cui cercano di sfregiarlo, per chi come me lo conosce davvero e sa davvero com’è, è ogni volta un pugno nello stomaco. È uno di quegli uomini, non rari ma rarissimi, che ha sempre saputo far coincidere la realizzazione di se stesso e dei propri obiettivi, la creazione di opportunità per sé con la creazione di opportunità e di benessere anche per gli altri. E tutto questo sia per indole, sia per coraggio, sia per capacità, sia soprattutto per la sua grande generosità. Mio padre non ha mai preso soldi dalla politica, è uno dei pochi che con la politica i soldi li ha spesi e per il suo impegno ha pagato e sta pagando un prezzo altissimo anche dal punto di vista personale. Non deve scusarsi proprio con nessuno, anzi sono gli altri, e sono in tanti, tutti coloro che lo assediano in modo vergognoso, a doversi scusare con lui».
Secondo lei quello della magistratura è un complotto, la società civile che si lamenta sbaglia. E le critiche di Marcegaglia, di Della Valle, solo una serie di errori.
«Intanto, non concordo per nulla con chi contrappone una società civile buona a una politica cattiva. Certo, è compito della politica, tanto più in un momento così delicato, affrontare e risolvere i problemi, ma politici di qualità ce ne sono da entrambe le parti, e cose importanti e di qualità il governo ne ha fatte molte».
Eppure la situazione economica è sotto gli occhi di tutti…
«Non dimentichiamoci che si sta fronteggiando una crisi globale, si deve operare in un sistema che, lo riconoscono perfino gli inflessibili censori di Standard & Poor’s, somiglia molto a una palude, dove tutto finisce frenato, smorzato se non svuotato. E il governo ha di fronte un’opposizione divisa su tutto tranne che sull’agitare qualunque bandiera, anche la più improbabile per le idee della sinistra, che possa essere sventolata contro Berlusconi».
Sta chiedendo che nessuno disturbi il manovratore? Mi pare eccessivo.
«La società civile non può cavarsela con apocalittici proclami di una pochezza desolante, o dettando lezioncine scontate».
A chi si sta riferendo, perché non fa nomi?
«Non mi interessa fare nomi. Dico solo che non se ne può davvero più di maestrini o maestrine, tanto bravi finché c’è da parlare, molto meno una volta messi alla prova dei fatti. Le ricette ci sono e sono note, il problema è poterle realizzare. E allora, se non si tratta solo di voglia di protagonismo o di ambizioni d’altro genere, se l’intento sincero è quello di dare una mano all’Italia del futuro ma anche a quella del presente, non si può pensare di farlo restando seduti in platea. Bisogna salire sul ring e cominciare con il battersi con quello che è l’avversario più temibile: chi sullo sfascio, sul tanto peggio-tanto meglio costruisce le proprie fortune».
Nell’ultimo editoriale di Angelo Panebianco si parlava di ciclo concluso per Berlusconi e che se suo padre facesse un passo indietro la situazione si svelenirebbe.
«Mio padre non deve assolutamente mollare e non mollerà. Per molte ragioni. Intanto in un momento come questo la stabilità è un bene prezioso, e oggi non mi pare proprio ci siano alternative degne di questo nome all’attuale governo. Ma soprattutto non deve mollare e non mollerà per il rispetto e l’amore che ha verso la democrazia».
Mi pare proprio esagerato tirare in ballo la democrazia .
«No, purtroppo no. La democrazia non si può piegare alle trame di qualche Procura e di qualche redazione. Pensare che lo scempio di ogni regola cui stiamo assistendo sia un problema che verrà risolto come per incanto se e quando Silvio Berlusconi deciderà di dedicarsi ad altro, è solo una pericolosa illusione. E chi si illude di cavalcare questo scempio dovrebbe sapere che rischia di esserne travolto se verrà il suo turno».
La solita difesa di suo padre, come sempre, senza se e senza ma.

«Guardi, mio padre sta lottando per il rispetto della sua libertà, ma la sua lotta è in realtà una lotta per la libertà di tutti. Possiamo essere liberi solamente se tutti lo sono. Qui non è solo la figlia che difende il padre, cosa che ho fatto e che continuerò a fare perché è sottoposto a un’aggressione sempre più violenta e vigliacca. Difendendo lui difendo anche me stessa, il rispetto della mia dignità e della mia libertà, e soprattutto difendo il diritto dei miei figli a vivere e a crescere in un Paese davvero democratico e civile».Daniele Manca, Il Corriere della Sera, 05 ottobre 2011 13:19