DELLA VALLE INSISTE E AGLI INDUSTRIALI DICE: BASTA FARE LA BELLA VITA. MA E’ UNA BURLA DEL FOGLIO DI FERRARA

Pubblicato il 4 ottobre, 2011 in Economia, Gossip | Nessun commento »

Diego Della Valle

E’ tutto uno scherzo. Va detto subito perché ieri sera, quando la redazione del Foglio ha anticipato l’uscita, i collaboratori di Diego Della Valle sono trasecolati. L’avviso a pagamento ospitato dal quotidiano diretto da Giuliano Ferrara e dal titolo Imprenditori ora basta è una bufala. Divertente, ma comunque una presa in giro. Il succo? All’indomani dell’addio della Fiat dalla Confindustria, l’imprenditore marchigiano avrebbe preso carta e penna per bastonare Emma Marcegaglia per le sue confidenze con il segretario della Cgil, Susanna Camusso, e per bacchettare i (troppi) industriali che “preferiscono lunghi e possenti yacht e bella vita corporativa”.

Nel giro di pochi giorni il Foglio fa un tiro mancino. Oggi ha preso di mira il patron delle Tod’s che sabato scorso aveva comprato una pagina su Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport, Sole 24Ore e Repubblica per dire: Politici, ora basta. Così Ferrara, dopo le critiche che ieri sono piovute da tutte le parti contro Della Valle, ha deciso di fargli il verso con una lettera per imprenditori e industriali. Una risposta ironica e tutta da gustare. Un testo piuttosto duro che smaschera tutte le mancanze degli industriali e le colpe di Confindustria in un momento di crisi in cui una certa parte del Paese è chiamata a fare di più per il bene degli italiani. “Lo spettacolo indecente e irresponsabile che molti di noi stanno dando non è più tollerabile da gran parte degli italiani e questo riguarda la buona parte degli appartenenti a tutti i settori industriali del Centro, del Nord e del Sud”. Inizia con queste parole il “contro-manifesto” del Foglio. Se in fondo alla pagina non ci fosse scritta la parola satira, quasi si potrebbero attribuire queste frasi alla penna affilata di Della Valle. Cadere nell’errore sarebbe davvero facile. Ad ogni modo fa sorridere ugualmente.

Il quotidiano di Ferrara riprovera a industriali e imprenditori un agire “attento solo ai piccoli o grandi interessi personali o di bottega” e un modo di fare che trascura “gli interessi del Paese. Insomma, atteggiamenti che starebbero portando l’Italia e gli italiani “al disastro” dal momento che sta danneggiando “irrimediabilmente il ruolo sociale dell’imprenditoria italiana” in tutto il mondo. Secondo il Foglio, il dado sarebbe tratto e lo schiaffo di Marchionne alla Confindustria (“organizzazione burocratica e obsoleta di interessi corporativi perseguiti in modo velleitario e subalterno”) ne sarebbe la riprova. La colpa della Marcegaglia sarebbe proprio quella di essersi allontanata dalla “realtà delle cose” e dai “bisogni reali del sistema economico e produttivo”.

Marcegaglia bocciata. Il “contro-manifesto” rimprovera, infatti, alla leader degli industriali di sgambettare per inseguire “le photo-opportunity in bella vista con la Camusso, magari per svuotare le politiche attive del mercato del lavoro promosse dal governo con l’articolo 8 della manovra”. Insomma, per il Foglio la Confindustria non ha più niente da dire. Il vero fallimento della Marcegaglia sta proprio nella (mancata) riforma del sistema previdenziale. Il finto Della Valle fa presente che gli industriali chiedono al governo che “i lavoratori vadano in pensione a 68 anni”, come già accade in Germania, mentre la Cgil preme perché gli operai continuino ad andare in pensione a 58.

“Come si fa con questo retroterra di fallimenti, con questa tendenza a fottere i soldi dello Stato in regime di mono o oligopolio, con questa incapacità di battersi perché un governo capeggiato da un imprenditore abbassi le tasse e la spesa pubblica – chiede provocatoriamente il “contro-manifesto” del Foglio – a dare lavoro ai giovani e a garantire a tutti, anche a Casette d’Ete (la località delle Marche dove risiede Della Valle, ndr) una vita dignitosa?”. La colpa, va detto, non è tutta della Confindustria. Gli stessi industriali devono rispondere delle proprie mancanze: “Alla parte migliore dell’imprenditoria che si impegnerà a lavorare seriamente in questa direzione, saremo in molti a dire grazie – conclude il testo – Agli industriali che preferiscono lunghi e possenti yacht e bella vita corporativa a un ruolo dirigente nella vita nazionale, saremo sicuramente in molti a voler dire di vergognarsi”. Solo satira? Spesso, con una battuta beffarda, si dicono grandi verità. 4 OTTOBRE 2011

LODO MONDADORI, SENTENZA TAROCCATA?

Pubblicato il 4 ottobre, 2011 in Economia, Giustizia | Nessun commento »

Fininvest accusa: la sentenza della Corte d’appello di Milano che condannò il gruppo di Berlusconi a versare 560 milioni alla Cir di Carlo De Benedetti è stata stilata alterando, tagliandone i passaggi decisivi, una sentenza della Cassazione. Per questo Fininvest chiede al ministro della Giustizia e al procuratore generale della Cassazione di aprire un procedimento disciplinare a carico di Luigi de Ruggiero, Walter Saresella e Giovan Battista Rollero, i tre magistrati d’appello che nella primavera scorsa disposero il megarisarcimento a favore dell’editore di Repubblica. In sostanza, ai tre magistrati viene contestato “un errore grave e inescusabile”, se non addirittura la malafede. Al centro dell’esposto c’è un tema cruciale della causa tra il Cavaliere o l’Ingegnere relativa al controllo della casa editrice Mondadori. Nel 1991 una sentenza della Corte d’appello di Roma assegnò a Berlusconi la vittoria, aprendo la strada alla spartizione della casa editrice. Cinque anni dopo si scoprì che uno dei tre giudici che diedero ragione a Fininvest, Vittorio Metta, era stato corrotto. Dopo quella scoperta, la Cir di De Benedetti ha chiesto che le venissero risarciti i danni causati dalla sentenza di Metta: ed ha ottenuto il gigantesco risarcimento (750 milioni in primo grado, ridotti a 560 in appello) che Fininvest ha già provveduto a versare. Ma una delle tesi difensive dei legali di Berlusconi è sempre stata: prima di chiederci i danni, Cir avrebbe dovuto chiedere ed ottenere l’annullamento e la revoca della sentenza del 1991. Poichè questa domanda non è stata mai fatta, la richiesta di risarcimento è inammissibile. Questa tesi è stata respinta sia dal tribunale di Milano che dalla Corte d’appello. Ma oggi, con l’esposto disciplinare, Fininvest sostiene che la decisione della Corte d’appello è basata su un orientamento della Cassazione sforbiciato qua e là, e che letto per intero darebbe ragione al Biscione. Negli ambienti della Corte d’appello di Milano, si fa presente che in realtà la sentenza “sforbiciata” veniva citata in tutt’altro contesto, e per motivare tutt’altro passaggio della decisione. Ma la sostanza cambia di poco: l’esposto disciplinare contro i giudici della Corte d’appello milanese segna un altro passaggio dello scontro tra le imprese del Cavaliere e la magistratura, cui fa compiere un ulteriore salto di qualità. 4 OTTOBRE 2011

ADESSO DIMENTICHIAMO PERUGIA

Pubblicato il 4 ottobre, 2011 in Costume, Cronaca, Giustizia | Nessun commento »

Processo di Perugia, Amanda Knox e Raffaele Sollecito Possiamo far finta di credere che sia solo una sentenza, un semplice ribaltamento del giudizio di primo grado, passando dalla colpevolezza per omicidio all’innocenza. Avviene più spesso di quel che si crede. Possiamo anche spingerci a dire che la sentenza di Perugia dimostra che la giustizia funziona e sa correggere i propri errori. Ma forse è meglio guardare in faccia la realtà: l’assoluzione di quei due ragazzi condanna il modo in cui sono state fatte le indagini, il modo in cui s’è condotto il processo di primo grado e l’intero baraccone vergognoso del giustizialismo spettacolare, compresi i libri che hanno arricchito presunti esperti, che spero, da oggi, non siano mai più chiamati a svolgere quale che sia perizia a spese del contribuente. È facile che qualcuno scriva, oggi, che l’Italia fa una pessima figura agli occhi degli statunitensi, i cui mezzi d’informazione si sono mobilitati per sostenere l’innocenza di una loro concittadina. Dissento: facciamo una pessima figura, è vero, ma agli occhi di noi stessi. Che dovrebbe essere ancor più grave. In quanto allo scenario globale, la giustizia italiana è già stata umiliata da francesi e brasiliani, che hanno, del tutto a torto, rifiutato di consegnarci un assassino. È già esposta al ludibrio generale dal suo inarrestabile e infruttuoso tentativo di condannare chi governa. È troppo berlusconiano sostenere che questa caccia all’uomo è incivile? No, è grandemente barbaro far finta di niente. Nelle sue dichiarazioni spontanee la giovane imputata statunitense (non mi caverete il nome neanche ora, perché non contribuisco neanche con una goccia al dilagare infame della giustizia spettacolo) non si è difesa, ha accusato.

Le sue parole sarebbero potute essere quelle di un occidentale qualsiasi che si trova a fare i conti con un buco nero tribale, o con un tribunale islamico: io mi sono fidata degli inquirenti, loro erano lì per difendermi, invece mi hanno usata e manipolata. Di questo c’è uno strascico nella condanna per calunnia. Più mite il coimputato, italiano, forse geneticamente meno attrezzato a considerare repellente la messa in scena. Mi ha colpito un particolare: la loro relazione è stata posta a fondamento del movente, raccontata come un sabba, loro, proclamandosi innocenti, ci hanno tenuto a proteggere quei loro sentimenti di allora. Come normali ragazzi, come persone cui la natura e l’età consentono di credere nel valore di un sentimento. Fosse stato un processo iraniano ne parleremmo con le lacrime agli occhi. Ma era italiano. Dovremmo piangere a dirotto. Ma non è finita, e disinteressandomi, ora, della sorte di quei due, la cui vita è già massacrata, rivolgo l’attenzione a quella di noi tutti. Non è finita: la Corte di cassazione potrà chiudere il caso, ma potrà anche annullare la sentenza e chiedere un nuovo giudizio. Dimenticatevi Perugia: questo modo di procedere è folle. Se, avendo scopiazzato dalla formula americana, abbiamo stabilito che si può condannare solo in assenza di “ragionevole dubbio”, come mai si può credere che il dubbio non sia ragionevolissimo, se una corte, in un qualsiasi grado di giudizio, assolve? Noi riusciamo a demolire la ragionevolezza solo in base ad una finzione: chiamiamo “processo” l’insieme dei giudizi, per questo possiamo cambiarli a piacimento, sempre all’interno del medesimo “processo”. Era più che giusto quel che stabiliva la legge Pecorella: chi viene assolto non può più essere processato. La Corte costituzionale provvide a chiudere questo spiraglio di civiltà. Molti, troppi, ne pagano le conseguenze. Davide Giacalone, Il Tempo, 04/10/2011

.…………In questa vicenda, come nelle altre analoghe che occupano quintali di carta stampata e chilometri di video,  non siamo stati nè innocentisti, nè colpevolisti, ritenendo che nessuno è in grado di stabilire la verità senza conoscere fatti e documenti e sempre convinti che tale compito spetti alla Magistratura. Ma non possiamo non essere d’accordo con Davide Giacalone e con le sue amare considerazioni su una giustizia che in Italia fa acqua da tutte le parti. Tanto da essere elogiata dalla stampa americana e   vilipesa da quella inglese, mentre, come tutti si sforzano di dire, ma solo quando conviente, le decisioni della Magistratura vanno rispettate, qualsiasi esse siano. Ma per essere tali devono esserre emesse da chi gode di indiscussa  credibilità. E pare che così non sia per quella italiana.g

OGGI IL VIA ALL’ASSALTO GIUDIZIARIO CONTRO BERLUSCONI

Pubblicato il 3 ottobre, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Oggi entra nel vivo a Milano il processo a Silvio Berlusconi per il caso Ruby. Qui non si par­la di inchieste ma della più grande operazione di spionaggio messa in piedi da un potere dello Stato, la magistratu­ra, contro un premier in carica. Spionaggio illegale non sulla sua attività pubblica o im­prenditoriale ma sul suo privato. Manca il reato, mancano le presunte vittime. Nessu­no deg­li oltre cento ospiti della villa di Arco­re chiamati a testimoniare dopo essere stati intercettati e schedati, si è mai lamentato di alcunché. Anzi, semmai dagli atti risulta che Silvio Berlusconi è uno squisito e gene­roso padrone di casa. Lo dice anche la famo­sa Ruby, unica minorenne agli atti, la quale ha aggiunto di aver mentito al premier e a tutti sulla sua età e sulle sue generalità.

Quel­lo che si apre è quindi uno spettacolo di giu­stizia mediatica, frutto del protagonismo e dell’odio di pm spregiudicati. Siamo al pro­cesso numero 26 in diciotto anni, senza che l’imputato sia mai stato condannato una so­la volta. In compenso una condanna di fat­to c’è stata eccome. Per difendersi Berlusco­ni ha dovuto sborsare oltre trecento milioni di euro ad avvocati e consulenti. Che se som­mati al risarcimento- rapina di seicento mi­lioni nella causa civile con De Benedetti, fanno un miliardo di euro (duemila miliar­di di lire). È una cifra spaventosa – sarebbe un pezzo importante della manovra econo­mica – pari a venticinque anni di utili che Berlusconi ha guadagnato come imprendi­tore. Mezza vita lavorativa bruciata per di­fendersi dall’accanimento giudiziario.

Ma non paga di avergli messo pesantemente le mani in tasca e impunita per i suoi errori, og­gi su Berlusconi la magistratura mette in scena il suo ultimo spettacolo. Un branco di guardoni in toga proveranno a farci entrare nel letto del presidente. Per poi dire, assie­me ai loro soci dell’opposizione, che un Pae­se normale non può rimanere inchiodato ai fatti privati del premier. Appunto, non può. In un Paese normale nessun pm avreb­b­e potuto fare come la Boccassini e compa­gni. Li avrebbero cacciati con infamia dalla magistratura per attentato contro lo Stato. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 3 ottobre 2011

L’IPOCRISIA DEL COLLE E IL SOGNO DEI LEGHISTI

Pubblicato il 2 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

La secessione è un sogno e non si arrestano i sognatori, caro presidente della Repubbli­ca, Giorgio Napolitano. Che poi i sogni sia­no realizzabili o meno, questo è un altro di­s­corso di cui il capo dello Stato non si dovrebbe occu­pare. Si occupi piuttosto della sua sudicia Napoli che, al contrario del resto d’Italia, non riesce a smalti­re i propri rifiuti dovuti ad eccesso di consumi pagati da chi? In buona parte dai padani che lavorano sodo e che, in cambio, ricevono sputi e sfottò. Caro Napolitano, se i nostri problemi fossero tutti qui, nei vagheggiamenti di Umberto Bossi, nei suoi progetti onirici di indipendenza, saremmo un Paese fortunato. Invece siamo un Paese sfigato perché la metà di esso produce più del resto d’Europa e l’altra metà tira a campare alle sue spalle. I nordisti bronto­lano, protestano, si sono dati la Lega per illudersi, un giorno, chissà, di potersi organizzare in Repubblica autonoma che consenta loro di sgravarsi dal fardello meridionale. Ma si sono appunto limitati al mugu­gno, che è sempre stato un diritto dei popoli anche sotto le monarchie assolute d’altri tempi, e non han­no mai fatto del male a nessuno. Si sono sempre com­portati civilmente, sopportando con pazienza perfi­no gli insulti di Roberto Saviano, quello di Gomorra , che ha dipinto la Lombardia quale terra di mafia e ‘ndrangheta, come se i picciotti non fossero importa­ti dal Sud, ma allevati in Valtellina e in Valbrembana. Lei, caro presidente, dovrebbe avere la delicatez­za di non nominare invano la secessione e sapere che non sono i leghisti a minacciare la sopravvivenza dello Stato, ma i lazzaroni che sfruttano il Settentrio­ne e gli sputano addosso. Arrestare Bossi? Ma non ci faccia ridere. Lo ha guardato in faccia quest’uomo che, nonostante gli acciacchi e le malattie e pure l’età, è ancora lì a tenere insieme un popolo incazza­to nero, impedendogli di abbandonarsi alla dispera­zione? Le sembra un tipo che si arma e parte alla con­quista della Padania? Cerchiamo di essere seri: per commettere un reato bisogna disporre dei mezzi ido­nei a commetterlo. E a lei pare che la Lega abbia una forza anche solo poten­ziale per minare l’Unità d’Italia? Le pa­re che sia in grado di fare una rivoluzio­ne? O anche solo di vincere un referen­dum, che si ignora attraverso quali pro­ce­dure potrebbe svolgersi e dove svol­gersi? Non le viene il sospetto che il suo in­tervento inopportuno, in cui ha ram­mentato l’arresto di Aprile ( il separati­sta siciliano attivo oltre cinquant’anni orsono), serva soltanto a esacerbare gli animi anziché favorire la concordia nazionale? La colpa di Bossi è quella di ostinarsi a ostacolare la riforma dell’ età pensionabile e non quella di parla­re in modo suggestivo alla sua gente della Padania che, peraltro, non è vero sia un luogo della fantasia leghista, ma è un’espressione geografica autenti­ca, come ha precisato ieri sul Giornale il professor Stefano Bruno Galli. Non capisco perché si continui a questionare sul punto. La Padania c’è. D’altronde se c’è la Valpadana, dove si addensa la nebbia segnalata dai bollet­tini meteorologici, se c’è il Grana pada­no, se c’è il Gazzettino Padano , ci sa­ranno anche i padani, perdio. E allora la si smetta di prenderli in giro e, sem­mai, vengano ringraziati perché sono la spina dorsale di un Paese che da Ro­ma in giù ne è privo. Perdoni l’ardire, presidente. Ma invece di intossicarci l’anima con questa storia della seces­sione, rifletta piuttosto sul comuni­s­mo di cui lei è stato per decenni un ba­luardo. Quello sì era un pericolo non solo per la democrazia rappresentati­va (la dittatura del proletariato mica l’ho inventata io) ma anche per il siste­ma delle alleanze occidentali di cui l’Italia era una colonna, mentre il suo Pci faceva l’occhiolino all’Unione So­vietica, nostra nemica nella Guerra Fredda. Lei per questa sua scelta di allora, sbagliata e secondo me illegittima, fu forse intimidito dal Quirinale? Mac­ché! La dittatura del proletariato le ha addirittura spianato la strada per an­darci, al Quirinale. Le conviene sorvo­lare sui sogni di Bossi. Buon riposo. VITTORIO FELTRI, 2 OTTOBRE 2011
.…………..Era da mesi che non leggevamo un editoriale di Feltri altrettanto duro, anzi sanguigno, sul filo dell’ironia sfiorando il sarcasmo. Ma ci pare che Napolitano se la sia cercata questa “reprimenda” di Feltri che tra l’altro era emersa anche in un editoriale del direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, che l’altro ieri si domandava: ma che c’è dietro questa improvvisa e piuttosto ingiustificata “uscita” di Napolitano contro la Lega che, pure, negli ultimi tempi, proprio per bocca di Bossi, non aveva lesinato elogi e attestati all’indirizzo dello stesso Napolitano? L’editoriale di  Sallusti si limitava a porre qualche interrogativo e a insinuare dubbi, oggi Feltri ha rotto gli argini ed è andato giù duro contro Napolitano. Certo ha esasperato i toni, sopratutto nella polemica contro i “sudisti” che non sono di certo tutti lazzaroni,  a favore dei “nordisti” che non sono tutti fior di galantuomini come li descrive nell’impetodella polemica  giornalistica Feltri. Ma c’è di certo che ha ragione Feltri quando sottolinea che il vagheggiamento leghista della secessione “padana” è appunto un vagheggiamento e paragonarlo al movimento secessioniosta siciliano  che fiorì e mori agli inizi degli  anni 50 dell secolo scorso,  guidato da Finocchiaro Aprile e sostenuto dalle “milizie” del bandito Giuliano,  è una assurdità storica, e sopratutto sinchè si limita ad essere vagheggiamento non è reato e non dovrebbe suscitare tanto clamore, alla luce, poi, delle altre ben sottolineate riflessioni di Feltri sulle contradditorie declamazioni secessioniste di Bossi che vanno a braccetto con le tante altre a cui Bossi ci ha abituato e verso le quali non ci sembra che ci sia stato nè preoccupazione nè interesse oltre quello fiolcloristico. Del resto, ben più gravi delle frasi di Bossi, sono gli incitamenti alla rivolta che vengono dal roberspierre de “noantri” Di Pietro,  rispetto ai quali Napolitano si è ben guardato dall’intervenire, neppure per condannarne duramente i toni. Perciò l’intervento a gamba tesa di Napolitano, ancorchè nel suo diritto, lascia perplessi e induce a chiedersi: cui prodest? Curiosità che si infittisce dopo la trasmissione di questo pomeriggio su RAI 3 “IN MEZZ’ORA” della solita Annunziata, dedicata oggi solo al gossip circa una presunta strategia della Lega per trasferire al Nord risorse industriali allocate nel Sud, strategia smentita categoricamente dall’amministratore delegato della industria chiamata in campo e supportata solo dai “si dice” di un ex leghista, l’ex direttore del quotidiano  della Lega, “Padania”, di certo non “terzo” nel riferire fatti che confermassero le tesi della giornalista comunista che ci è sembrata scesa in campo per dare una mano, diciamo così, a quella che Feltri ha definito “l’ipocrisia del Colle”. Ipocrisia che se consente a Napolitano di cogliere virtuali consensi non aiuta il Paese in questa fase assai delicata della vita politica e, sopratutto, economica. g.

ORA MISTER TOD’S VUOLE FARE LE SCARPE ALL’ITALIA

Pubblicato il 2 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

L’opinione di Giuliano Ferrara
Caro Della Valle, non mi scandalizza che lei compri delle pagine di giornale per censura­re il ceto politico. È uno sport nazionale. Direi che è un’abitudine un po’ abusata e una punta vizio­sa. La politica è messa all’angolo in vari modi,e in par­t­e se lo merita perché non trova il modo di reagire co­me si deve. Molti cercano di liberarsi della loro appar­tenenza castale facendo roventi polemiche contro la casta. Approfittano della situazione, come si dice. Succede a giornalisti, magistrati, banchieri, diploma­tici, alti funzionari, qualche prete di quelli mondani e solidali, e naturalmente tocca anche agli imprendi­tori. Lei è ricco di suo.

Ha carattere e radici nell’umile Italia appenninica. Le scarpe che lei produce sono una bonanza per il nostro export e una diramazione di successo internazionale del marchio italiano. Lei è anche un finanziere intrusivo, che non la manda a dire, e le sue ambizioni sono notevoli. Vuole cose di un certo peso: le Generali, Mediobanca, il Corriere , la Confindustria, magari l’Italia, non si accontenta della Fiorentina, è tentato dalla politica. Legittimo. Perfino utile, a certe condizioni. Molti oggi le diranno, perché lei picchia per primo per picchiare due volte (ma non tutti le faranno da sparring partner), che uno scarparo deve fare il suo mestiere.

Io no. Penso che chi fa scarpe, chi fa banca, chi fa acciaio e freni, chi è nel ciclo della chimica, tutti devono prima di tutto fare il loro mestiere, ovvio. Ma se c’è una le­zione degli ultimi vent’anni è che quando crolla un sistema politi­co e istituzionale, quello dei vec­chi partiti, nella società nascono tentazioni virtuose, movimenti di forza e trascinamento inauditi, tutto diventa possibile. Ha pre­sente Berlusconi? Tutto questo è bene,finché l’anomalia di una po­litica che non sa più parlare altro che una lingua di legno persista. Ma a certe condizioni, come ho già detto. Fare l’anticasta va bene, è una ginnastica redditizia, tiene in for­ma oltretutto.

Ma c’è poi la verità delle cose, che gli italiani cono­scono e nessuna inserzione pub­blicitaria può occultare. Da vent’anni in questo Paese,che ha conosciuto mezzo secolo di regi­me bloccato, nel bene e nel male, si alternano due governi diversi, la principale conquista di quel saggio matto che è Berlusconi. Di­cono tutti di voler fare la stessa co­sa. Riforme serie per la concorren­za, per le libertà economiche, per la riduzione del debito e dell’inva­denza delle ideologie regolatrici, stataliste e fiscali, su un tessuto produttivo e del lavoro ingessati da vecchie incrostazioni corpora­tive. Berlusconi è più credibile, nonostante errori madornali, dei suoi avversari, che sbagliano me­no perché fanno poco o niente, il loro è spesso un chiacchiericcio vano, che non buca, non arriva.

Le domando. Chi è che impedi­sce di sbloccare, liberare la patria ingrata? Ministri mafiosi, politici ladri, gli eletti del privilegio, i con­flitti di interesse? Spero che lei non creda alle favole, e non voglia intraprendere la carriera del can­tastorie. Quelli che sanno, e che hanno il coraggio di dire ciò che pensano, hanno stilato un referto definitivo. Parlo dei liberali veri, economisti e analisti politici co­me Giavazzi, Alesina, Panebian­co, Ostellino e altri. Parlo di un Marchionne, che ha tanti difetti ma si è mosso e si è reso indipen­dente dai fattori di blocco.

Dico­no, all’unisono, che i sindacati classisti, le burocrazie confindu­striali, le burocrazie togate che fanno della giustizia un casino fa­zioso, un pezzo della politica ben distribuito a destra e a sinistra, e molti complici di sistema della co­alizione conservatrice, impedi­scono che le migliori intenzioni si realizzino, impongono ritardi fa­tali, rischi continui, automatismi viziosi. Siamo arrivati al punto che la Camusso e la Marcegaglia sembrano figurine interscambia­bili, la grinta classista e corporati­va è la stessa, a Capri si lotta come una volta alle Reggiane, solo che una vuole le pensioni a 58 anni, l’altra a 68. Una bella differenza, non crede?

E significativa per far capire l’inganno in cui l’ipocrisia ci trascina tutti. Da Casette d’Ete, il suo borgo natio, l’Italia si vede. Non è affat­to un Paese distrutto. La fola decli­nista è per i più piccoli e inesperti. Se uno riesca a superare in corsa i posti di blocco del sistema, come a lei è successo anche spericolata­mente, i risultati si vedono, quat­trini, lavoro, competitività, indu­striosità, distribuzione equa del­la ricchezza diventano varianti possibili del panorama italiano.

Se lei desidera mettersi un po’ in mostra nella campagna generica e inconcludente contro la casta, la via dell’inserzione sui giornali è quella giusta. E non porta da nes­suna parte. Se vuole dare una ma­no a sé stesso e­al Paese che ha fat­to della moda e delle scarpe un mi­to mondiale, tenendo d’occhio anche la storia e la natura degli ita­liani, rifletta su questi vent’anni, cerchi di capire dove stanno i gua­sti e i furbissimi rovesciatori di frittata, intercetti almeno un pez­zo della verità, e si dia da fare con le idee giuste. Le sparate fanno bordello, ma non risolvono i pro­blemi. Nemmeno il suo proble­ma. Giuliano Ferrara, 2 ottobre 2011

UNA DOMANDA A DIEGO DELLA VALLE

dal Corriere della Sera del 2 ottobre 2011
Caro direttore, io sono un imprenditore e un lettore del Corriere della Sera. E sul mio giornale vorrei porre al dottor Diego Della Valle una domanda. «Gentile dottor Della Valle, ho letto con attenzione il suo appello ai politici e con estrema curiosità vorrei sapere se lei si riconosce tra “quella parte del mondo economico che per troppo tempo ha avuto rapporti con tutta la politica in base alle opportunità e alla sua convenienza del momento” e che cosa ha fatto, a parte le sue numerose presenze in programmi televisivi in veste di paladino del ” made in Italy”- anche se mi risulta che gran parte dei suoi prodotti venga realizzata all’estero – per difendere i posti di lavoro in Italia, per tutelare i diritti del consumatore a conoscere dove tutti i prodotti in commercio sono stati realizzati, per contrastare la legge “truffa” Reguzzoni-Versace proprio concepita per favorire chi nel settori abbigliamento-calzature effettua fasi importanti di lavorazione all’estero.

1ag13 d dellavalle sbadiglio Gentile dottor Della Valle, il suo potere economico è indiscusso, ma almeno quando parla o scrive si renda conto che alle sue parole o ai suoi scritti dovrebbero fare riscontro altrettanti comportamenti in difesa del vero e solo “made in Italy”, quello fatto unicamente e totalmente in Italia. Ciò potrebbe dare certezza di lavoro a tanti dipendenti ora in cassa integrazione o mobilità e speranza di futuro ai giovani disoccupati del nostro Paese. Attendo con curiosità la sua risposta, grazie » . Luciano Barbera – pinkhome2010@ gmail. Com

DON DIEGO NON E’ ZORRO MA…., di Mario Sechi

Pubblicato il 2 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Diego Della Valle Dopo aver letto le reazioni all’uscita di Diego Della Valle mi sono convinto: ha fatto bene. Provo a spiegare perché. Diciotto anni fa un altro italiano di genio, Silvio Berlusconi, ragionava da imprenditore sulla politica e sotto sotto pensava di far da sé. Il creatore della tv commerciale cominciava a tastare il terreno. Dopo lunghe consultazioni Sua Emittenza – così lo chiamavano i nemici – decise di provarci e inventò Forza Italia. Il Palazzo reagì alla stessa maniera di oggi: scetticismo, disprezzo, partito di plastica, consensi politici più opportunistici che sinceri. Tutti gli imprenditori dell’ancien régime restarono alla finestra. Pensavano a una meteora. Il resto della storia lo conosciamo. Un Berlusconi entrato nel mondo della politica animato da spirito riformatore ha provato sulla propria pelle quanto sia difficile governare questo Paese. Alla fine, è stato anch’egli fagocitato e azzannato dal sistema e il tasso di realizzazione delle promesse è al di sotto delle speranze alimentate. Non è tutta colpa sua, ma questa è la verità. Vale anche per la sinistra. E da qui si riparte. Attenzione, ho i piedi per terra, non scambio Diego Della Valle per Don Diego De La Vega, siamo di fronte a un ottimo imprenditore, non a Zorro e non mi sfugge il suo status di pezzo da novanta del potere economico, ma credo sia realmente mosso da amore per il Paese che il suo gruppo rappresenta (bene) nel mondo. Non possiamo lamentarci dello scarso impegno della classe dirigente e poi ogni volta che qualcuno s’affaccia nella stanza dei bottoni viene sommerso di ortaggi. Comprendo l’istinto di conservazione della politica, ma non i piccoli interessi di bottega, questo spirito di fazione e casta è autodistruttivo. L’appello di Della Valle pubblicato su alcuni quotidiani può essere criticato, giudicato eccessivamente antipolitico – ma ha parole aspre per tutti, imprenditori-prenditori compresi – però se facciamo un giro di opinioni comuni, scopriremo che è condiviso da tanti italiani che si districano nell’Italia dei furbi. Milioni di cittadini non ci stanno più a fare i fessi a vita e se la proposta dei partiti è sterile, dedita alla lotta tribale e non a un sano pragmatismo (di cui Berlusconi è stato solo in parte interprete), allora è chiaro che qualcuno oltre a urlare comincia anche ad attrezzarsi per riaprire il mercato della politica. Il milione e passa di firme raccolte per il referendum elettorale – che Il Tempo ha sostenuto con fermezza e senza complessi ideologici, vedendoci giusto – è un macigno che dovrebbe far riflettere il sistema dei partiti. Vedo che non hanno capito. Eppure la rivoluzione della politica è sotto i loro occhi. Buona fortuna. Mario Sechi, Il Tempo, 2 ottobe 2011

………………..Tutto giusto, e tutto vero. Solo che vale per  Della Valle ciò che vale per tutti: può scagliare la prima pietra chi è senza peccato. Ma Della Valle non ci sembra che sia senza peccato(i), anche lui ha tratto vantaggio e ne continua a trarre dal sistema che consente a chi è più furbo di far fessi gli altri. Ora pubblica paginate a pagamento contro la politica, senza distinzione fra destra,  sinistra e centro. Ma questo ha un nome antico e non più nobile: qualunquismo. Comunque, sul filo del paragone tra lui e Berlusconi, faccia anche Della Valle una scelta che vada oltre le parole e   scenda in campo direttamente. Stia tranquillo che non passeranno giorni che ci sarà chi inizierà a contare anche a lui peli e contropeli e ciò che ora è solo sussurrato in breve diverrà di pubblico oltraggio. E le sue scarpe che costano un occhio della testa e se le possono permettere solo i ricchi diventeranno pietre contro di lui. g.



LA DESTRA INTELLETUALE, TROPPO AVANTI E PERCIO’ EMARGINATA E SCIPPATA

Pubblicato il 1 ottobre, 2011 in Costume, Cultura | Nessun commento »

Ecco gli intellettuali “maledetti” che precorsero i tempi. Le loro idee? Saccheggiate dalla sinistra

Intellettuali di destra

Giorgio Pisanò, Gianna Preda, Angelo Manna… li citavo giorni fa a proposito della scomparsa di Enzo Erra. Sarebbe tutta da scrivere, ma è un’impresa difficile, la Spoon River dei precursori dimenticati, spesso maledetti o emarginati in vita, che hanno avuto postuma ragione ma per interposta persona. Citavo Pisanò non in veste di politico missino ma di giornalista – rilanciò il Candido alla morte di Guareschi – anzi di inviato postumo nei luoghi dolorosi della guerra civile. Pisanò fu tra i primi a compiere l’arduo e meticoloso lavoro di tirare fuori dall’oblio e dalla damnatio memoriae storie e tragedie dell’ultima guerra.

Fu un lavoro aspro che rimase in un circuito nostalgico. Poi, dopo tanti anni, arrivò da sinistra Giampaolo Pansa e riportò alla luce le storie dei vinti, con grande e meritato successo editoriale. Citavo poi Gianna Preda, firma di punta del Borghese negli anni sessanta, mordace e aggressiva nel suo giornalismo d’assalto.

Era lei la Camilla Cederna della destra, anzi la Fallaci degli anni sessanta quando l’Oriana era ancora di sinistra. Poi arrivò la Fallaci dopo l’11 settembre e si sentì nuovamente il linguaggio del vecchio Borghese, inclusa l’esortazione a ritrovare la rabbia e l’orgoglio di un occidente vile, arreso al nemico; ma con ben altra accoglienza. Si legga di Gianna Preda (Predassi era il suo vero cognome) la vivace autobiografia, Fiori per Io, o si ritrovino le sue interviste che mettevano in crisi i governi o i suoi dialoghi con i lettori.

Citavo poi Angelo Manna, giornalista del Mattino e deputato missino, che fu il primo a raccontare negli scritti e nelle tv private napoletane l’altra faccia del Risorgimento e il sud violentato e tradito. Se Carlo Alianello (o Silvio Vitale) scriveva l’epopea del sud preunitario, Manna trasmetteva a livello popolare l’orgoglio meridionalista contro la Malaunità. Poi, molti anni dopo, arrivò da sinistra Pino Aprile con il suo efficace Terroni e conquistò il successo editoriale e l’attenzione dei media negata al “reazionario” Manna. Penso a Nino Tripodi, intellettuale e politico missino, direttore del Secolo d’Italia, che ricostruì il percorso dei voltagabbana dal fascismo all’antifascismo, ma solo di recente (penso ad esempio al lodevole I redenti di Mirella Serri) sono stati portati alla luce quegli «intellettuali sotto due bandiere».

E a proposito di fascismo, penso al meticoloso lavoro storico-giornalistico di Giorgio Pini e Duilio Susmel su Mussolini, usato poi da Renzo De Felice. O Roberto Mieville che descrisse in Criminal fascist camp quel che solo oggi si riscopre grazie ad Arrigo Petacco col suo Quelli che dissero No: gli italiani che dopo l’8 settembre preferirono il campo di concentramento alla resa.
Citavo pure Alfredo Cattabiani (e con lui Mario Marcolla), che prima con le edizioni dell’Albero, poi con Borla, infine soprattutto con Rusconi, scoprì e tradusse interi filoni di pensiero ed autori che poi sarebbero diventati alimento di base per l’Adelphi di Calasso: Guénon, Florenskij e Zolla, Cristina Campo e Simone Weil, Ceronetti e Quinzio, Severino e Jünger, Alce Nero e Comaraswamy, oltre a Eliade, Tolkien e altri autori. Adelphi sterilizzò del catalogo Rusconi il filone cattolico-tradizionale, quello ispirato da Del Noce risalendo fino a de Maistre, e riprese l’altro filone tradizionale spiritualista, mai riconoscendo il ruolo dei precursori.

La Rusconi destò invece la preoccupata attenzione di Pasolini che agli inizi degli anni settanta denunciò la nascita editoriale di una destra colta e raffinata. E Walter Pedullà auspicava un cordone sanitario per isolare quella cultura; non i picchiatori, ma gli scrittori e i libri della destra. La stessa cosa accadde con le edizioni Volpe e con Claudio Quarantotto che pubblicò per le edizioni del Borghese opere e scritti di Jünger e Cioran, Spengler e Mishima, poi sdoganati altrove con successo.

Vi dicevo di Enzo Erra paragonato a Giorgio Bocca. Proseguendo nella vite parallele penso a Mario Tedeschi, uscito come Eugenio Scalfari da Roma fascista, e poi direttore come lui di un settimanale di successo, Il Borghese, che col suo fondatore Leo Longanesi fu una splendida rivista di élite, ma con Tedeschi superò le centomila copie e negli anni sessanta vendeva più del suo dirimpettaio di sinistra, L’Espresso di Scalfari. Poi Tedeschi, dopo la parentesi parlamentare missina, finì ai margini del giornalismo; mentre Scalfari, dopo la parentesi parlamentare socialista, fu venerato fondatore de La Repubblica.

O Giano Accame, lucido giornalista e intellettuale, vissuto ai margini del giornalismo e della cultura. E Fausto Gianfranceschi, scrittore e giornalista di valore. O Piero Buscaroli, fior di giornalista storico e musicologo, per anni costretto allo pseudonimo sul nostro Giornale che, grazie a Montanelli, lo ospitava negli anni di piombo però sotto falso nome (Piero Santerno).

O talenti precocemente stroncati dal destino, come Rodolfo Quadrelli o Adriano Romualdi. Vorrei ricordare il frizzante Adriano Bolzoni, autore prolifico di sceneggiature e di reportage storico-giornalistici, dimenticato come Luciano Cirri, salace critico televisivo prima di Sergio Saviane e di Aldo Grasso. Cirri fondò con Castellacci e Pingitore il cabaret “di destra”, Il Giardino dei supplizi e il Bragaglino, divenuto poi Bagaglino, nato da una costola del Borghese e de Lo Specchio di Giorgio Nelson Page.

E Giancarlo Fusco o Nino Longobardi, personaggi estrosi e briosi osservatori dei costumi, ma irregolari e dalla parte sbagliata.

O grandi firme del giornalismo politico come il socialfascista Alberto Giovannini, che diresse Il Roma e Il Giornale d’Italia, o i conservatori liberali Enrico Mattei de Il Tempo e Panfilo Gentile su Lo Specchio, critico della partitocrazia e delle democrazie mafiose. Appestati in vita, dimenticati in morte. O la heroic fantasy, fiorita a destra (uno su tutti, Gianfranco de Turris) e poi scoperta con successo altrove. Non mi addentro a citare gli studiosi, gli autori non conformisti, limitando questa Spoon River al giornalismo e all’editoria: ma non erano scarsi né in numero né in qualità.

Il filo comune che lega tutti loro, oltre l’appartenenza a quel variegato arcipelago destrorso, è l’oblio già in vita (pochi di loro sono viventi). Taluni percorsero vite parallele o furono precursori in ombra di altri venuti da sinistra e baciati dal successo. Tanti ci saranno sfuggiti e ci dispiace. A tutti loro portiamo il modesto fiore del ricordo. Marcello Veneziani, Il Giornale 1° ottobre 2011

………….Grazie, Caro Veneziani, per questo inestimabile tuffo nel nostro passato, attraverso i nomi  degli intellettuali, dei giornalisti, degli scrittori, delle “testate”  che hanno indirizzato e poi fortificato la nostra scelta all’alba della nostra vita, che ci hanno accompagnato nel lungo percorso della nostra battaglia politica, che ci hanno aiutato, con  l’esempio delle vessazioni subite, a non lamentarci delle nostre, che ci hanno aiutato a formare la nostra coscienza. Grazie Veneziani, ma soporatutto grazie a Loro, ai pochi viventi e ai tanti scomparsi,  ma vivi nella memoria degli uomini liberi. g.

IL VOLGO DISPERSO CHE NOME NON HA, di Mario Sechi

Pubblicato il 1 ottobre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Le scatole con le firme per il Referendum Un milione di cittadini hanno firmato a sostegno del referendum sulla legge elettorale. Il Tempo l’ha sostenuto e continuerà a farlo in assenza di riforme che restituiscano al cittadino la scelta dei parlamentari, della coalizione che deve governare e del suo leader. Si tratta di un punto ineludibile dell’agenda parlamentare e mi auguro che tutti i partiti vogliano dare al Paese una risposta chiara, credibile, trasparente. Quando le Camere non decidono, i cittadini hanno il diritto di prendere lo scettro ed esprimersi. Centocinquanta anni dopo la nostra unità, la nazione non ha un assetto istituzionale in grado di affrontare le sfide della contemporaneità. È un paradosso della storia che proprio ora si levino nuove pulsioni secessioniste e voci anti-italiane in patria e all’estero.
Nord e Sud non sono entità scindibili e gli slogan della Lega sono un’illusione. Raccontare ai cittadini del Settentrione (milioni sono immigrati o figli di immigrati del Sud) che la soluzione dei nostri problemi passa attraverso lo sbrego costituzionale e la rottura del patto di solidarietà nazionale è un errore. La Lega ha il diritto di perseguire il suo disegno federalista e su questo ha l’appoggio di validi riferimenti politici e culturali, ma l’idea di buttare a mare il Meridione per diventare il Sud della Germania è suicida.
Basta leggere il rapporto sull’economia meridionale presentato qualche giorno fa dallo Svimez per comprendere che il nostro futuro può esser scritto solo nell’unità, un valore non negoziabile con minacce di crisi o cadute di governi. Fuori da questo destino comune, c’è il caos, la colonizzazione economica e il ritorno al manzoniano «volgo disperso che nome non ha». Mario Sechi, Il Tempo, 1° ottobre 2011

CASO BERLUSCONI-TARANTINI: LE “CARTE” SPEDITE A BARI MA SFUMA L’ESTORSIONE

Pubblicato il 30 settembre, 2011 in Giustizia | Nessun commento »

Gianpaolo Tarantini e sua moglie ''Nicla '' Angela Devenuto nel 2003 Caso Tarantini punto e a capo. «Tutto come previsto», dicono gli addetti ai lavori. La procura di Roma ha deciso di inviare a Bari gli atti che riguardano Valter Lavitola per l’ipotesi di reato di induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria, la stessa configurata dal tribunale del riesame di Napoli. «Se c’è o non c’è se la vedranno loro», ammettono gli inquirenti. Restano nella Capitale, invece, le posizioni dei cinque soggetti precedentemente indagati per estorsione ai danni di Silvio Berlusconi: Tarantini, la moglie Angela Devenuto (detta Nicla), lo stesso Lavitola e due suoi collaboratori coinvolti nella vicenda in quanto avrebbero ritirato materialmente i soldi destinati dal presidente del Consiglio ai coniugi Tarantini. Il tribunale del Riesame di Napoli ha stabilito che a loro carico non ci sono «gravi indizi di reato», ma spetta al loro giudice naturale (Roma appunto) procedere o meno per la presunta estorsione. tutti e cinque, comunque, possono dormire sonni tranquilli: la loro posizione – si apprende tra i corridoi di piazzale Clodio – «verrà al novanta per cento archiviata». Sì, archiviata. L’estorsione, insomma, non ci sarebbe. L’ipotesi di reato per cui Tarantini è stato messo in carcere il primo settembre (dopo esser stato pedinato il giorno prima) e liberato solo lunedì scorso, dopo 26 giorni di detenzione cautelare a Poggioreale, semplicemente non esisterebbe. E Gianpi – prima indagato e ritenuto capace di fuggire, di inquinare le prove e reiterare il reato – è diventato vittima. Il miracolo è dei pm di Napoli. È grazie a loro che il «caso Tarantini» è tornato alla ribalta. Adesso lui, Gianpi, è tornato in libertà. E a seguirlo – stavolta – sono fotografi e telecamere. «Siamo contenti del risultato – ammette Ivan Filippelli, legale dell’imprenditore barese – ma molto dispiaciuti per quanto è accaduto. Due giovani sono stati privati della libertà per circa un mese per un’ipotesi di reato veramente fantasiosa». Già perché se Tarantini è stato a Poggioreale («ha sofferto molto, parliamo di una delle carceri più dure d’Italia») Filippelli non dimentica l’«aggressione» ricevuta dalla moglie Nicla. «Secondo l’articolo 275 comma 4, la donna non poteva nemmeno essere arrestata (come è avvenuto in un primo momento, ndr). I suoi figli hanno meno di tre anni, parliamo di garanzie fondamentali». Quanto alla carcerazione dell’imprenditore barese l’avvocato non ha dubbi: «È ingiustificabile. È figlia di una frettolosità dettata dalla fuga di notizie che non ha dato ai magistrati la serenità di valutare correttamente gli elementi a disposizione». Adesso Gianpi è una «vittima». Di Lavitola, intanto. Almeno secondo il Riesame di Napoli. E di Berlusconi, forse. Ma questo sarà Bari a deciderlo. Filippelli non è d’accordo. «Se vittima è stato, è stato una vittima inconsapevole – spiega – Quello che ha detto nel 2009 ha ripetuto nel 2011 nelle 200 ore di interrogatorio che ha subito. Non vi è mai stata una versione diversa. Edulcorata. O di comodo». Se così fosse anche Bari dovrebbe archiviare. Dopo centomila intercettazioni, richieste di accompagnamento coatto nei confronti di un primo ministro e un tifone mediatico internazionale che ha travolto il Paese. È la giustizia, bellezza. Nadia Pietrafitta, 30 SETTEMBRE 2011

……Già, è la giustizia, bellezza! E a pagare  le spiate milionarie sono i contribuenti italiani.