A NAPOLI I CLAN PAGAVANO 10 EURO PER UN VOTO ALLE PRIMARIE DEL PD
Pubblicato il 24 settembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Napoli - Una dozzina di nomi o poco più: secondo l’inchiesta sulle primarie Pd aperta dalla Procura di Napoli sarebbero diversi personaggi legati al mondo della camorra di Miano, quartiere limitrofo a Secondigliano, ad avere gestito nel famigerato seggio di via Janfolla, le consultazioni (poi annullate) indette per scegliere il candidato a sindaco di Napoli. Il nome del clan non è un mistero: è quello dei potenti Lo Russo, famiglia con le mani in pasta dappertutto: droga, estorsioni ed ora – a quanto pare – anche in politica.
In base all’indagine condotta dal Procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, per portare a votare il popolo del Pd nel seggio di via Janfolla, dove stravinse con 1.067 preferenze l’europarlamentare Andrea Cozzolino, di stretta fede bassoliniana (al secondo posto Umberto Ranieri, vicino al capo dello Stato Giorgio Napolitano, con appena 208 voti) furono sborsate promesse e soprattutto fior di quattrini.
Ci sarebbe stato un vero e proprio tariffario per convincere i napoletani ad andare a votare alle primare Pd. Dieci, venti euro, finanche 50 o una spesa di poche decine di euro per votare il candidato prescelto. Pane, latte, carne, yogurt in cambio di un voto, in un quartiere dove i problemi di camorra, disoccupazione, casa e spazzatura (da queste parti l’emergenza non è mai finita) sono una vera emergenza. Per i «grandi elettori», probabilmente, le promesse erano ben diverse: un posto di lavoro.
Nell’elenco stilato dalla polizia giudiziaria ci sarebbero i nomi di camorristi e galoppini del clan Lo Russo, incaricati di operare un vero e proprio rastrellamento nel quartiere, per portare la gente a votare nel seggio di via Janfolla nei giorni del 23 e 24 gennaio scorsi. Un’affluenza strana, insolita: ritmi insostenibili per consentire a tutti di poter espletare il proprio diritto a scegliere il successore di Rosetta Iervolino. L’informativa è quasi completa, qualche limatura poi verrà consegnata ai pm della Direzione distrettuale antimafia.
Le polemiche sulle primarie vinte da Cozzolino e gli scambi di accuse tra i candidati scoppiarono mentre erano ancora in corso le votazioni. Cozzolino, giova ricordarlo, si impose con uno scarto di 1.200 voti sull’ex sottosegretario agli Esteri Ranieri. Sconfitti anche l’altro bassoliniano, Nicola Oddati e il candidato di Sinistra e libertà, l’ex magistrato Libero Mancuso. E alla fine la vittoria di Cozzolino che sognava di aprire un nuovo ciclo dopo il suo capo Bassolino, non fu mai omologata. La federazione del Pd di Napoli fu commissariata: da Roma fu mandato – e da allora non è più ripartito – il commissario Andrea Orlando.
Il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, ieri ha telefonato ai vertici del Pd partenopeo: «Le infiltrazioni camorristiche sono un problema comune a tutti e nessuno può pensare di mettersi in cattedra e dire: il problema è solo tuo». Ma tra i democrats la tensione è alta. L’ex parlamentare dell’ex Pds, Berardo Impegno, rilancia: «Azzeriamo il partito e cambiamo il regolamento delle primarie». Il Giornale, 24 settembre 2011

La contemporaneità non fa sconti. Se gli Stati Uniti non riescono a trovare la cura dopo l’intossicazione finanziaria, l’Europa si lambicca su come interrompere la sua vita a debito. Parliamoci chiaro, i governi stanno seduti sulla nitroglicerina dell’inettitudine. La Grecia ha il novanta per cento di probabilità di fallire, la Bce per la prima volta non esclude il crac. Era questa la via da seguire mesi e mesi fa, senza perdere tempo e imporre a un popolo una ricetta che conduce alla guerra civile. Se la gente ha fame, se ne infischia della partita doppia degli gnomi della finanza. Brucia la casa di chi lo affama. Punto. Il collasso di Atene è in questi fatti e numeri: 353 miliardi di euro di debito pubblico (cinque volte quello dell’Argentina quando crollò nel 2001), due salvataggi inutili e tre anni di recessione. Capolinea. Credit Suisse ha messo le mani avanti e fatto i conti della dissoluzione dell’Euro. Non si sa mai. Mentre Atene brucia, Roma si contorce in una babele di ridicoli penultimatum. Confindustria presenta un manifesto che serve a fare titoli di giornale ma non aggiunge niente sul tavolo delle soluzioni concrete. I sindacati sono archeologia industriale, l’establishment sta alla finestra aspettando la caduta di Godot-Berlusconi. Nessuno tiene conto di una cosa: il nostro debito ha un rating da Paese in difficoltà ma in grado di far fronte alla sfida. L’Italia è ricca e può farcela. Basta avere visione e coraggio, perché la volatilità dei mercati sarà una condizione normale per lungo tempo e ci saranno cadute rovinose e formidabili riprese. È la storia che si fa e disfa sotto i nostri occhi. Dove qualcuno perde, altri guadagnano. È la legge di Wall Street, «il denaro non dorme mai», soprattutto quando i governi ronfano. Mario Sechi, Il Tempo, 24 settembre 2011
Le borse sono sotto un bombardamento planetario: il Dow Jones sta per bucare il pavimento dei 10 mila punti, tornando indietro di oltre un decennio; piazza Affari ha sfondato i 14 mila, considerato un supporto strategico di resistenza. Se noi siamo al Piave, gli americani sono sul tetto dell’ambasciata di Saigon, gli inglesi a Dunkerque, i francesi a Vichy. Neppure la super-Germania se la passa meglio: la Cancelleria assomiglia a un bunker, con tutte le sue sinistre memorie. Qui, chi volesse il 51 per cento di Intesa se lo prende con 8 miliardi: una bazzecola per un Warren Buffett di passaggio. Scopriamo che non c’è più nulla il cui rating non possa essere declassato: Italia, Usa, Giappone; la Fiat; le nostre banche, quelle francesi, domani le tedesche. Siamo tutti sotto downgrading, eppure sarebbe interessante capire dove vanno i soldi perché la regola che per ognuno che vende qualcuno compra non è stata ancora abrogata. Quando lo scopriremo vedremo il vincitore di questa guerra. Intanto ne conosciamo gli sconfitti: la classe dirigente americana ed europea, i banchieri centrali con le ferree e contrastanti religioni (quelli americani predicano il denaro facile, i tedeschi l’esatto opposto); gli industriali che guardano solo a Cina, Brasile e Turchia; i top manager tornati ai bonus milionari. E certo i politici. In questa situazione in Italia pare a molti un’idea vincente quella di sfrattare il Cavaliere. Fatto questo, risolto il problema. Al trio Bersani-Di Pietro-Vendola si è aggiunta Emma Marcegaglia. Partita per abolire il contratto nazionale, lascia la Confindustria a dov’era vent’anni fa, ai piedi del totem della concertazione e della Cgil. Il crollo dei mercati è impressionante. Quello dei cervelli ancora di più. Che ci sia un nesso? Marlowe,, Il Tempo, 23 settembre 2011
In tempi non sospetti ho scritto su questo giornale che per la storia personale di Berlusconi e collettiva del berlusconismo va preparato un soft-landing, un atterraggio morbido. Ho sempre combattuto in punta di penna l’estremismo di chi desidera in maniera compulsiva la fine tragica del Cavaliere, la sua uscita di scena a suon di monetine o pietrate. È un’idea di Italia lontanissima dalla democrazia, dal dibattito civile, dalla buona politica, un sogno psicotico pericoloso, foriero di altri drammi e divisioni di cui il Paese non ha bisogno.

I giudizi della agenzie di rating, gli strappi nel centrodestra, le difficoltà dell’opposizione e le inchieste che colpiscono Berlusconi e il Partito democratico sono fatti apparentemente slegati. In realtà, hanno tutti una medesima matrice ed effetto finale. L’origine è nell’assenza di un assetto istituzionale chiaro nel Paese. Ponetevi un semplice quesito: chi comanda? Non Berlusconi che ha difficoltà a guidare le scelte dei suoi ministri, figuriamoci una maggioranza che ieri è andata cinque volte sotto in un’aula di assenteisti; non Napolitano il quale esercita al meglio il suo ruolo, ma pur sempre limitato; non i poteri forti che la crisi economica ha reso deboli; non i sindacati, in crisi di rappresentanza; non la Chiesa, «minoranza creativa» per lo stesso Papa; non la magistratura che ha la forza di distruggere ma non quella di creare.