PROCESSO LAMPO PER IL CAVALIERE
Pubblicato il 20 settembre, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »
DI DAVIDE GIACALONE
Vita politica e vicende processuali sono indissolubilmente connesse, e già questo descrive un male profondo della vita italiana. Sia per la politica che per la giustizia. Si può sostenere che questo discende dalle colpe di Silvio Berlusconi, oppure dal tentativo, che si trascina da diciassette anni, di farlo fuori per via giudiziaria, ma quale dei due punti di vista si adotti, il risultato è che ci tocca occuparci di processi penali anziché di processi decisionali. Chi, come noi, ha a cuore sia il diritto che l’autonomia della politica, chi sa che, in una democrazia e in uno Stato di diritto, non si deve mai essere costretti a scegliere fra la legittimità che deriva dal consenso popolare e la regolarità che discende dal rispetto della legge, cerchi, almeno, di non perdere la bussola. Cominciamo dal processo Mills, che ieri s’è avvicinato alla sentenza. Di una cosa sono sicuro: avrà un posto nei libri di diritto. Un giorno si chiederà agli studenti di legge di riferire su come sia stato possibile processare in due sedi e tempi separati i protagonisti di un reato che il codice vuole a “concorso necessario”: non può esserci un corrotto senza un corruttore, e viceversa. Un tempo, quando era reato l’adulterio, anche quello era un reato a concorso necessario, perché non si può tradire da soli. Vi pare pensabile che si condanni uno per avervi preso parte senza sapere con chi giacesse? È quel che è successo: l’avvocato Mills è stato condannato quale corrotto, e ora, dopo anni, si cerca di capire se Silvio Berlusconi era il corruttore. Se dovesse essere assolto (ipotesi che non si può escludere, o no?), Mills resterà da solo. Una specie di adulterio mediante onanismo. Ecco, avendo alle spalle una tale premessa, ieri il collegio giudicante, in quel di Milano, ha ridotto significativamente la lista dei testimoni. Così si arriva prima alla conclusione. Ridurre i testimoni è una facoltà di chi giudica. Non è sbagliato: se un Tizio viene derubato all’Auditorium e l’avvocato di Caio, presunto ladro, pretende di sentire tutti i presenti quali testimoni è ragionevole che gli si dica di no. Bastano quelli in grado di dare dettagli rilevanti. Ma quando un collegio giudicante cancella dei testimoni sa di correre un rischio, perché se la difesa potrà dimostrare, in Cassazione, che i suoi diritti sono stati violati e il proprio lavoro reso impossibile, la sentenza diventerà carta straccia. Quindi si deve fare attenzione. C’è stata, ieri, a Milano? Non lo so, ma so che non sarebbe servita a nulla, perché la sentenza, quale che sarà il contenuto, è già in partenza carta straccia, visto che il procedimento è destinato a sicura estinzione per prescrizione. Allora, perché si corre? Per arrivare a concludere il primo grado, a beneficio esclusivo dei mezzi di comunicazione. Berlusconi non sarà mai condannato in via definitiva, è escluso, e non perché innocente (non lo so, non c’ero), ma perché il processo è già morto. Lo si celebra a solo beneficio del pubblico. Cambiamo città, andiamo a Napoli, inesauribile fonte di sollazzo telefonico e d’intrusione per via giudiziaria. Qui le cose sono più bislacche, anche in omaggio alla tradizione partenopea: non si ha idea del perché quella procura si senta competente. A parte ciò, gli atti di un’inchiesta sono considerati coperti da segreto anche durante l’udienza preliminare, e restano riservati se poi divengono atti di un futuro processo. Questo dice la legge. Un parlamentare non si può intercettare, se non con l’autorizzazione del Parlamento. Questo dice la legge. Ma nessuno la legge, la legge. Così tutte le telefonate possono essere pubblicate, perché dal momento che vengono messe a disposizione delle parti non si sa più chi le abbia passate alla stampa. Voi dite che è stata la difesa del pappone industriale? A me pare difficile. In quanto alle conversazioni di un parlamentare, presidente del Consiglio, non è lui che intercettano, ma quelli con cui parla. E non è una barzelletta, ma la tesi della procura. E non basta, perché i giornali di ieri titolavano: scaduto l’ultimatum della procura. L’ultimatum? Siamo in guerra? Intanto il giudice dell’udienza preliminare manda prosciolti tutti gli imputati del processio “Cassiopea”, più noto per avere ispirato Gomorra. Traffico di rifiuti tossici. Il proscioglimento è un doppio veleno dell’ingiustizia: i colpevoli fanno marameo e gli innocenti resteranno marchiati a vita. Ma chi se ne importa, i riflettori puntano altrove, oramai. Da quella parte c’è una presunta parte lesa che non si sente lesa, essendo, in realtà un potenziale imputato, cui si nega la presenza degli avvocati all’interrogatorio. E c’è chi sostiene, come fa Carlo Federico Grosso, che se la difesa lo vuole «imputato in procedimento connesso» questa è, di fatto, una confessione. Roba che neanche alla santa inquisizione. Tutto questo per dire: sono procedimenti fatti a mezzo stampa e per la stampa. Siamo l’unico Paese al mondo in grado di pubblicare le conversazioni di chi governa, sputtanandolo. Siamo gli unici in grado di demolire da sé soli una propria multinazionale. Può darsi che se lo meritino, ma non ce lo meritiamo noi. A me piace un mondo in cui i colpevoli vanno in galera, mi piace assai meno un Paese prigioniero dei processi.
Davide Giacalone, il Tempo, 20/09/2011

Intercettazioni «svincolate» dalla loro «naturale finalità», prassi illegittime, come quella di «ascoltare nella veste di persona informata sui fatti», e dunque senza avvocato, «persone potenzialmente sospettate dei reati per i quali si indaga». Ancora: ordinanze di custodia cautelare emesse prima di aver sentito la presunta vittima e scorrettezze verso gli avvocati «forzosamente sollevati dal segreto professionale con riguardo ad avvenimenti appresi nel corso del mandato». È quello che sta accadendo a Napoli con il caso Tarantini. Una prassi che «permette al pubblico ministero di giocare letteralmente al gatto con il topo con chi è oggetto di attenzione nell’indagine». È l’allarme lanciato dall’Unione delle Camere Penali Italiane, messo nero su bianco in un documento approvato ieri. I penalisti, ovviamente, non entrano nel merito del procedimento che riguarda, come presunta vittima, il presidente del Consiglio Berlusconi ma mettono in guardia contro l’uso distorto della giustizia «che tutti i giorni si fa nei tribunali». Secondo gli avvocati, a Napoli i magistrati seguono prassi illegittime verso le persone coivolte «all’occorrenza, ignorandone la veste sostanziale di indagato, o di indagato in procedimento connesso o collegato, per poterlo ascoltare in assenza di garanzie di difesa». Si tratta di una «ripetuta violazione di alcuni diritti fondamentali, in particolare del diritto di difesa tanto sul piano del rispetto delle regole di tutela degli indagati, sia per ciò che concerne l’intangibilità del rapporto tra l’avvocato ed il proprio assistito». I legali se la prendono anche con la politica, colpevole di accorgersi «delle illegalità solo quando queste la colpiscono oppure finge di non sapere che è dovere di tutti i cittadini, anche del presidente del Consiglio, rendere testimonianza quando ciò è necessario e se realmente la veste di testimone è giustificata». Tuttavia, i penalisti sottolineano come l’inchiesta che chiama in causa il premier dimostri ancora «che in questo Paese è normale che vengano emesse ordinanze di custodia cautelare, per un reato come l’estorsione, prima ancora di aver interrogato la presunta vittima e prima di avergli chiesto dove mai il fatto si sarebbe consumato. Il che fa dubitare dello stato delle garanzie – per tutti i cittadini non solo per Berlusconi – e della reale finalità di questo braccio di ferro processuale, che senza ipocrisie segna l’ennesimo capitolo dello scontro tra politica e magistratura». Ma non è tutto. Nel corso dell’indagine napoletana, ricorda ancora l’Unione delle Camere Penali Italiane, gli avvocati «sono stati ascoltati come testimoni e forzosamente sollevati dal segreto professionale su avvenimenti appresi in occasione del mandato e potenzialmente pregiudizievoli quantomeno dell’immagine dei loro assistiti. Tutto ciò – si legge nel documento approvato ieri dalla Giunta – non in presenza di alcun tipo di comportamento illegittimo, secondo gli stessi inquirenti, da parte degli avvocati che ben avrebbe determinato l’eliminazione delle guarentigie difensive». Ciò per i penalisti è «intollerabile e si iscrive nella progressiva erosione di quell’ambito sacrale ed intangibile che deve tutelare l’attività difensiva che connota questi ultimi anni in cui si sono registrati reiterati ascolti di conversazioni tra difensori ed indagati, ipocritamente giustificati dalla giurisprudenza a seconda dell’utenza intercettata; ovvero con iniziative come quelle degli ultimi mesi che hanno visto diverse Procure incriminare taluni difensori per il reato di infedele patrocinio in funzione delle scelte da costoro operate all’interno dei processi». Una prassi, «invalsa in molte Procure», che costantemente si ripete mentre «alla intangibilità del rapporto tra l’avvocato e il proprio assistito si deve restituire reale tutela» ribadisce l’Unione Camere Penali. Le parole della Giunta dei penalisti sono nette e denunciano ancora «una prassi contra legem diffusissima, apparentemente giustificata dall’ampia discrezionalità che la legge, e soprattutto la giurisprudenza, riconoscono al pm rispetto al momento di iscrizione nel registro notizie di reato degli indagati, ma in realtà frutto di un rigurgito di cultura inquisitoria che ciclicamente riemerge». Per le Camere penali si tratta quindi dell’«ennesimo punto di degrado del conflitto improprio tra politica e magistratura, punteggiato dalla consueta, ma non per questo accettabile, circolazione di brogliacci di intercettazioni telefoniche che costituiscono oramai una micidiale forma di gogna moderna del tutto svincolata dalla sua naturale finalità». E la politica, si fa notare ancora, continua a «non rendersi conto che l’unica maniera corretta di affrontare la questione è quella di ridisegnare in modo equilibrato l’assetto costituzionale della giurisdizione e riformare alcuni istituti processuali, mettendo mano alle proposte che pure giacciono in Parlamento su entrambi i temi». Oggi più che mai, concludono i penalisti, «ribadiamo che per dare un nuovo volto alla giustizia occorre “costruire sulle macerie”, segnalando che di fronte all’attuale degrado, l’avvocatura penale, non potrà che adottare forti iniziative di protesta anche a tutela della libertà della Difesa». Alberto Di Majo, il Tempo
Esiste un’ipotesi più sana e più credibile di Silvio Berlusconi al governo? Meglio le elezioni anticipate, un governo tecnico o un governo di unità nazionale? Il professor Gianfranco Pasquino e il professor Alessandro Campi, due politologi di diversa estrazione culturale, l’uno di centrosinistra ed ex senatore del polo progressista, l’altro di centrodestra ed ex consigliere di Gianfranco Fini, accettano il gioco di società (non così peregrino) del Foglio e si scoprono d’accordo: lo scenario più naturale e credibile è quello di un governo del centrodestra, con Pdl e Lega, allargato alle forze del Terzo polo e guidato da un uomo del Pdl, anche da Angelino Alfano. “Ma l’operazione richiede buon senso da parte di Berlusconi”, dice Pasquino. “Spetta agli amici del Cavaliere convincerlo a fare un passo indietro. Dentro il Pdl c’è gente capace, che potrebbe guidare un governo. Penso ad Alfano, ma anche a Formigoni e ad altri. Il premier sbaglia a rifiutare questa ipotesi che salverebbe la sua storia personale e politica, il suo partito e anche l’Italia nella difficile contingenza della crisi economica. Riportando nel centrodestra l’Udc di Casini e conquistando anche l’Api di Rutelli, Berlusconi chiuderebbe il proprio ciclo al governo completando una interessante operazione di ‘rifondazione’ del centrodestra. Penso che Gianni Letta e Fedele Confalonieri debbano insistere con il Cavaliere nel dire quello che pensa anche l’avvocato Gaetano Pecorella, non certo un nemico di Berlusconi, ovvero che il premier deve farsi da parte. Mi preoccupa che Berlusconi rifiuti questa ipotesi. Forse significa che non si fida nemmeno del suo partito e dei suoi uomini”.
Caro direttore,
L’ex senatore e dirigente comunista Emanuele Macaluso, legato da una vita all’amico ed ex compagno di partito Giorgio Napolitano, non avrà certamente condiviso la lettera con la quale Silvio Berlusconi ha spiegato le ragioni del rifiuto di “mollare” di fronte all’ennesima offensiva giudiziaria, politica e mediatica. Ma altrettanto certamente non ne sarà rimasto sorpreso, avendo pure lui protestato ieri come più chiaramente e vigorosamente non si poteva contro lo scempio che “anche” i magistrati fanno degli “equilibri istituzionali”. E dei “richiami” del presidente della Repubblica. Di cui, in particolare, Macaluso ha ricordato in un apprezzabile editoriale del suo giornale – il Riformista- gli appelli contro l’uso distorto delle intercettazioni e le “esternazioni di procuratori chiacchieroni”. È “intollerabile”, secondo Macaluso, la furbesca “retorica” di usare gli interventi del capo dello Stato, come fanno i politici ma anche i magistrati, “solo per questioni che riguardano altri, e non se stessi”. Fra i politici egli ha messo in testa naturalmente il presidente del Consiglio per i suoi continui e “devastanti” attacchi alle toghe, senza distinzioni. Fra i magistrati, Macaluso ha citato, in particolare, il presidente della loro potente associazione e il capo della Procura di Napoli. Al primo, Luca Palamara, egli ha contestato di ignorare “le responsabilità di chi deve custodire le intercettazioni” negli uffici giudiziari e non lo fa. Al secondo, Giandomenico Lepore, ha contestato l’esibizionismo da quando cerca di interrogare anche con le cattive il presidente del Consiglio in un procedimento che lo vede parte lesa come ricattato. Ma dove il Cavaliere, che avverte “il trappolone”, potrebbe ritrovarsi indagato pure lui. Il fatto che il governo sia “screditato” e ne “occorra un altro”, ha scritto Macaluso, dal quale certamente non si possono attendere sconti politici a Berlusconi, “non può essere un alibi per nessuno” per sottrarsi al “dovere” di ristabilire un equilibrio istituzionale che non c’è più. Non può esserlo neppure per la magistratura, che in questo campo ha anch’essa i suoi obblighi. E deve decidersi a rispettarli. “Oggi, non domani”, ha avvertito Macaluso. Senza la pretesa, e neppure l’intenzione, di tirare la giacca a lui e al capo dello Stato, di cui egli riflette spesso pensieri, umori, preoccupazioni e quant’altro può procurargli una situazione critica come quella che attraversa il Paese, è augurabile che la sortita di Macaluso non venga liquidata come lo sfogo estemporaneo di un vecchio e deluso dirigente politico. E apra invece gli occhi a tanti suoi ex compagni di partito che dall’opposizione si mostrano interessati più ad aumentare la confusione che a diradarla, più ad esasperare gli animi che a placarli, nella illusione di potersi finalmente liberare del loro più odiato avversario di turno. Che è naturalmente Berlusconi, come lo era vent’anni fa Bettino Craxi. Delle cui debolezze ed errori, in materia per esempio di finanziamento illegale della politica, per quanto fosse una pratica generalizzata, proseguita anche dopo di lui pure a sinistra, come dimostrano le attuali vicende giudiziarie di Filippo Penati, l’ex braccio destro del segretario del Pd Pier Luigi Bersani; delle cui debolezze ed errori, dicevo parlando di Craxi, la sinistra volle che si facesse un uso giudiziario distorto per toglierselo dai piedi. Paradossalmente, fra le macerie di un comunismo che egli aveva avuto il torto di combattere. Francesco Damato, Il Tempo, 17 settembre 2011
Toghe, banche e luci rosse. Raccontiamo un Paese impazzito che ha deciso di frantumare se stesso nel vortice delle intercettazioni, delle spiate, delle relazioni scosciate e istituzioni ammosciate. Mi chiedo dove sia finita la ragion di Stato, quella che distingue una società tribale da una comunità civile. Non c’è niente di simile in tutto l’Occidente: una nazione intenta a pugnalarsi, a cercare l’eliminazione dell’avversario con mezzi non convenzionali, a sfasciare la propria casa e poi fare salti di gioia. Nerone incendiò Roma, noi stiamo dando fuoco alle polveri per far saltare tutto.