TUTTO E’ PRONTO PER SOSTITUIRE BERLUSCONI…SOLO CHE A LUI NON C’E’ CHI GLIELO DICE….

Pubblicato il 9 settembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

In teoria è tutto pronto, ma in pratica c’è un problema: chi lo va a dire a Silvio Berlusconi? Nel Pdl in cui, per citare Denis Verdini (fonte Corsera) “è tutto uno sbattere d’ali”, esiste un piano apparentemente perfetto per sostituire in corsa il Cavaliere con Angelino Alfano alla presidenza del Consiglio. Ne hanno discusso alla corte di Palazzo Grazioli, lunghi conciliaboli (un po’ tremebondi) che fino a ieri si sono sempre interrotti sulla soglia dello studio privato del presidente del Consiglio. Ci vuole fegato. Anche se negli ambienti del Pdl circola una leggenda: un coraggioso sarebbe riuscito a pronunciare di fronte al grande capo la parola “dimissioni”, ma pare sia finita malissimo (per lui). Il premier a farsi da parte non ci pensa nemmeno. E sono forse solo due, Gianni Letta e Fedele Confalonieri, le persone in grado di affrontare senza rischi un argomento di cui il Cavaliere talvolta si diverte a parlare, molto meno a sentirne parlare.

Ma che cosa si dice ai piedi del trono?
Lo schema è più o meno il seguente: il Cav. dovrebbe salire da Giorgio Napolitano facendogli presente di essere disposto a un passo indietro se il presidente della Repubblica gli usasse la cortesia di offrire un mandato esplorativo al presidente del Senato, Renato Schifani. Un’operazione che ha un precedente, il modello Prodi-Marini del 2008. Come si sa, Schifani in Sicilia è socio anziano del segretario del Pdl Alfano e dunque, secondo questo piano tutt’altro che fantasioso, il presidente del Senato, dopo aver fatto le opportune verifiche, direbbe a Napolitano che un presidente del Consiglio in grado di mantenere l’alleanza con la Lega e di allargare gli orizzonti della maggioranza verso il centro (Udc, Rutelli, Popolari pd) c’è, ed è Alfano.

Il giovane segretario che ne pensa?
Ha ricandidato per tre volte in pochi giorni il Cavaliere a Palazzo Chigi. Di fronte ai militanti leghisti ha tentato di pronunciare questa frase: “Per il 2013 abbiamo già il candidato, ed è…”. Non ha fatto in tempo a dire “Berlusconi” che il popolo in camicia verde si è messo a urlare: “Maroni! Maroni!”, e quando è finalmente riuscito a dire “Berlusconi”, giù fischi. Segno dei tempi. Non a caso Alfano, da mesi, tesse rapporti trasversali. Non più soltanto con Pier Ferdinando Casini o con l’amico Maroni, ma anche con le gerarchie vaticane, con la Cei, con la Cisl di Raffaele Bonanni e con quel Beppe Fioroni (“io tifo per Angelino”, ha detto il leader dei Popolari all’Avvenire) al quale il Pd filo Cgil di Bersani va stretto. Della partita è ovviamente Roberto Formigoni: lo scalpitante governatore va sistemato in una posizione di prestigio ancora da individuare, malgrado lui – dicono – accetterebbe di fare il capo del Pdl se Alfano andasse a Palazzo Chigi. L’operazione, sostengono gli architetti che l’hanno studiata “per salvare Berlusconi” dal massacro delle intercettazioni e dalla trappola della crisi economica, è conveniente per il premier: gli permetterebbe di salvare la sua storia personale rilanciando il centrodestra con un governo dei quarantenni; gli permetterebbe di salvare la sua classe dirigente; gli consentirebbe di continuare a muovere le leve del potere, da fondatore del Pdl e consigliere paterno del giovane Alfano; lo garantirebbe dal punto di vista finanziario, il patrimonio personale e le aziende sarebbero protetti da un governo amico. Si allenterebbe anche l’accanimento mediatico-giudiziario. Ma il problema rimane: chi riuscirà a spiegarlo al capo? Salvatore Merlo, Foglio Quotidiano, 9 settembre 2011

……………………Sin qui il gossip che gira per le stanze del potere che conta.Ci sarà del vero, ci sarà  del falso, chissà, intanto bisogna attendere che la Camera approvi defnitivamente la manovra economica bis, senza della quale e nonostante la quale non sembra che la crisi allenti la morsa intorno alla nostra economia. E ciò costituisce una prima seria ragione per dubitare che si realizzi quanto ipotizzi il Foglio, in quanto un cambio di governo, sia pure a guida Alfano, potrebbe danneggiare la corsa a frenare le conseguenze della crisi. Ma in politica  come nella vita mai dire mai. Del resto, che Berlusconi sia logorato è più che evidente, non dall’età, nè dagli affanni che gli derivano dall’uso delle sue energie nelle attività extra governo, ma dalla continua e defatigante fuga dinanzi all’accerchiamento che gli viene da certa magistratura militante che pare si occupi solo e soltanto di lui, abbandonando ogni qualsiasi  altra preoccupazione che pure nel disastrato Paese in cui viviamo  non mancano e per le quali dovrebbero sentirsi impegnati i magistrati. Invece non c’è giorno che intorno a Berlusconi, a torto o a ragione, non vengano stese tele di ragno perchè vi incappi, sia pure solo con qualche parola di troppo che non  ha valenza penale ma che puntualmente finisce sui giornali  per la gioia dei gossipari di ogni luogo e colore. Non è il caso che noi si citi qualche esempio perchè basta al riguardo sfogliare qualche giornale o navigare in qualsiasi sito internet. E’ ovvio che tutto ciò finisce col ricadere sull’attività di govenro e sulla capacità/possibilità di Berlusconi di andare avanti sino al 2013. E siccome lui non è diverso dai tanti altri “condottieri”, grandi e piccoli,  di cui la Storia  nel corso dei secoli si è occupata, è ovvio che chi gli sta intorno,  almeno alcuni, che sinora da lui ha tratto vantaggi e poltrone, si preoccupi di tentare, come  milioni di altri hanno fatto nel passato,  di non affogare insieme a lui e quindi ipotizza scenari nei quali l’unico a pagare sia Berlusconi, facendo salva per sè poltrona e appannaggio. Così va il mondo e così continuerà ad andare. E se gli “amici” pensano a sostituirlo, i “nemici” fanno di peggio: lo trattano come Gheddafi. A Gheddafi, gli insorti”,  che non sono altro che gli ex amici e cortigiani e complici dello stesso Gheddafi, hanno promesso un processo regolare prima di…impiccarlo magari per impedirgli di chiamarli a correità. A Berlusconi i “nemici”, prima Buttiglione, poi Bocchino, il primo UDC, il secondo FLI, entrambi ex cortigiani ,  gli hanno “promesso”, se se ne va e si toglie dai c…i , di assicurargli immunità dai processi in cui è imputato, tutela dalla galera, salvaguardia delle sue imprese. Cosicchè in Italia,  un cittadino imputato di reati gravissimi, almeno stando alle tesi accusatorie dei pubblici ministreri che hanno speso la loro vita per incastrare Berlusconi, questi può farla franca se lo vogliono Buttiglione e Bocchino. Delle due l’una, o Berlusconi è colpevole e deve pagare le sue responsabilità secondo i canoni della giustizia italiana, oppure se non ne deve essere chiamato a risponderne vuol dire che è innocente e che quindi l’azione giudiziaria contro di lui è davvero una vera e propria caccia all’uomo attraverso un complotto che vede compromessi insieme parte della politica, parte  della magistratura, parte dei mass-media. Se così non è,   Buttiglione- Bocchino stanno millantando credito e i millantatori in un Paese serio dovrebbe stare dietro le sbarre. Magari a Bocchino lo si potrebbe far accompagnare dalla fata Began giusto per non lasciarlo solo a sbattere la testa contro il muro della cella. g.

LA BANCA CENTRALE EUROPEA “APPROVA” LA MANOVRA DEL GOVERNO CHE DELIBERA L’ABOLIZIONE DELLE PROVINCIE: CHE SIA LA VOLTA BUONA?!

Pubblicato il 8 settembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge per l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione a partire dal 2014. In particolare sarà introdotto nella prima parte del testo costituzionale, quella su Diritti e doveri dei cittadini e varrà anche per i comuni, le province, le città metropolitane e le regioni.

Il provvedimento prevede: “Non è consentito ricorrere all’indebitamento, se non nelle fasi avverse del ciclo economico nei limiti degli effetti da esso determinati, o per uno stato di necessità che non può essere sostenuto con le ordinarie decisioni di bilancio” e impatterà sugli articoli 81 (modalità di approvazione del bilancio dello stato), 53 (contribuzione tributaria) e 119 (federalismo fiscale). “Il pareggio di bilancio non sarà solo un criterio contabile ma un principio ad altissima intensità politica e civile”, ha detto il ministro Tremonti, che poi ha auspicato “un ok rapido in Parlamento nell’interesse del paese”. Il provvedimento inizierà adesso l’iter parlamentare rafforzato con doppia lettura e doppia votazione in Camera e Senato, con un intervallo non inferiore a tre mesi tra una lettura e l’altra.

Un’altra novità decisa dal Cdm, ma già contenuta nella prima versione della manovra e poi stralciata, riguarda l’abolizione delle province, le cui competenze saranno trasferite alle regioni.

Lunedì pomeriggio il decreto e la manovra saranno discussi alla Camera. Il voto finale è previsto tra mercoledì e giovedì. Secondo quanto riferito dal capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, il governo potrebbe porre la fiducia. E’ quanto emerso dopo la riunione della conferenza dei capigruppo di Montecitorio.

Il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, insieme alle preoccupazioni per l’incertezza dell’economia in area euro, ha espresso soddisfazione per l’approvazione della manovra. “Le misure prese con la manovra italiana “confermano una cosa che era molto importante per il consiglio direttivo, e cioé un primo impegno del governo italiano”, ha detto Trichet.

…………La approvazione del disegno di legge costituzionale che prevede l’abolizione delle provincie è un fatto concreto nella direzione da tutti auspicata e che si attendeva da 40 anni, cioè dal varo delle Regioni. L’atto del Cionsiglio dei Ministri è solo il primo di un lungo e periglioso percorso, ma senza dubbio è un fatto concreto visto che è la prima volta che dalle parole si passa ai fatti. Ora bisognerà vedere quale velocità, sia pure nell’ambito delle procedure previste dalla Costituzione,  si vorrà dare al disegno di legge per capire se esso è destinato ad arrivare in porto prima delle scadenza dell’attuale Parlamento oppure se è destinato a “perdersi” con la fine della legislatura. Certo è che ora i partiti, tutti, da destra a sinistra, non potranno giocare a rimpiattino o peggio a ping-pong, palleggiandosi la responsbailità delle scelte: tutti hanno detto che le Provincie vanno abolite. Lo si faccia senza perdere tempo e si eliminino questi inutili carrozzoni buoni solo a parcheggiare personale politico di terza o quarta scelta, ma comunque ben pagato. Sarebbe non solo un grande risparmio per le esauste casse del sistema politico ma anche un bel segnale per la gente. Speriamo che non finisca con una presa in giro. Perchè i partiti la pagherebbero molto cara. g.

A TORITTO COMMISSARIATA LA POLIZIA MUNICIPALE….ARRIVANO I “MERCENARI”

Pubblicato il 7 settembre, 2011 in Notizie locali | Nessun commento »

Checchè ne dicano sindaco e comandante della polizia municipale,  “intervistati”  per la bisogna dal solito accomodante pennivendolo ( quanti ce ne sono  in circolazione di “manzoniani che tirano quattro paghe per il lesso” per dirla con  Carducci), lo “sbarco” a Toritto di un paio di agenti  motociclizzati della Polizia Municipale di Bari ha sapore di “commissariamento” della locale polizia municipale.  Commissariamento di un settore del Comune preposto alla cura e alla salvaguardia del territorio,  che alza bandiera bianca, si arrende per impotenza dinanzi al nemico (leggasi: violatori delle leggi e dei regolamenti) e chiama in soccorso,  per svolgere il lavoro che dovrebbero svolgere, che avrebbbero dovuto svolgere,  i vigili urbani dipendenti del Comune di Toritto, i vigili urbani di un altro Comune. Non per un lavoro stroardinario in  collaborazione e ad aiuvandum di quelli di Toritto, ma sostituendoli….E’ una dichiarazione di fallimento, altro che euforica soddisfazione espressa da sindaco e da comandante dei vigili urbani. Di quest’ultimo, della sua incompetenza  non è il caso di parlare, parla anche troppo il fatto stesso che per multare gli occupanti abusivi di luoghi e spazi pubblici si sia dovuto attendere  che a farlo fossero i due motociclisti in transferta da Bari come se la violazione si sia  verificata solo ora e non perdurasse  invece da tempo,  o sia stata  scoperta solo ora  e non fosse nota, anzi,  non dovesse essere nota al comandande dei vigili urbani che il suo “ricco” stipendio lo  riceve proprio per far rispettare le leggi e i regolamenti e perchè conosca, prevenga, reprima,  ciò che avviene sul territorio (che, detto per inciso, non  è quello di New York!) su cui esercita autorità e vigilanza,  oppure come se le violazioni al codice della strada da parte di automobilisti e motociclisti indisciplinati e molesti,   per essere sanzionate dovesse aspettarsi che a farlo fossero  i due motociclisti  “esterni” e non potessero, anzi non dovessero farlo per mestiere ( e stipendio) i vigili urbani di Toritto che, comunque, il loro orario di servizio lo svolgono o dovrebbero svolgerlo sulla strada e nel controllo del territorio,   a meno che, come si diceva una volta,  con una battuta che fece la felicità dei loro detrattori “ i vigili urbani sono come i cornetti, se li vuoi trovare devi andare al bar“. Certo gli uomini sono pochi,  ma sei, ci sembra!,  sono di più di due e se due sono stati in grado di mettere in riga il paese (come si  legge tra le riga delle dichiarazioni rese da sindaco e comandante dei vigili urbani) e di fare esplodere di gioia neppure contenuta  sindaco e comandante, figuriamoci sei, se, opportunamente guidati, supportati e indirizzati da guide esperte e sopratutto incalzanti, lavorassero  o avessero lavorato come hanno lavorato i due “venuti dal mare”, che hanno elevato contravvenzioni per violazioni del codice della strada  per 5000 mila euro (che poi sono un centinaio di multe….) e emesso alcuni  verbali contravvenzionali per violazioni ai regolamenti comunali  e alle leggi sul collocamento e sul lavoro nero. Senza dimenticare che il lavoro straordinario se lo si può far fare ai motociclisti di Bari, ben avrebbero potuto e dovuto farlo i vigili di Toritto, peraltro autodotati.  Diciamolo, senza ingingimenti, l’euforia di sindaco e di comandante dei vigili urbani  per questo  vero e proprio arruolameto di “mercenari” (sia detto con garbato rispetto per gli onesti lavoranti comandati da Bari),  chiamati, forse, per fare il lavoro “sporco” da “poteri”- amministrativo e burocratico -  che inneggiano la mattina e anche la sera  alla “legalità” ma così  confessano clamorosamente  di non essere neppure  in grado di usare gli strumenti a loro disposizione  (personale e mezzi) per far rispettare  leggi, regolamenti, viver civile,  è del tutto fuori luogo ed  è solo una maschera che nasconde il fallimento  dell’uno e dell’altro. E il fallimento più clamoroso, prima ancora che della burocrazia, è della politica, cioè del sindaco, di questo sindaco,  che in  13 anni di potere assoluto  è riuscito a sfasciare anche quel poco di buoco che nonostante le non eccelse capacità  del comandante,   la locale  Polizia Municipale era riuscita  a conservare: il rispetto per se stessa. Dopo l’arrivo dei “mercenari” e la loro esaltazione per un lavoro che francamente  era solo di routine e che non dubitiamo che i vigili urbani di Toritto avrebbero ben potuto svolgere,  chi mai nutrirà più rispetto e considerazione per la polizia  locale,  commissariata, derisa e vilipesa? E con quale spirito da ora in poi questa svolgerà le sue funzioni? Prima di euforizzarsi, il sindaco, almeno lui, se ne è capace, ci pensi e, magari, ci ripensi. g.

…………Naturalmente ai finti euforici fanno codazzo gli sciocchi che non vogliono essere da meno, almeno nell’euforia.  Cosicchè il solito pennivendolo è tornato  a lessare la questione informando che il locale assessore alla polizia urbana è stato multato e che è felice di esserlo stato. Contento lui, che si confessa anche felice violatore della legge,  contenti tutti. Ma eviti  di rivendicare  vanto  e di sollecitare  apprezzamenti (almeno presso le persone che sanno far di conto)  per aver  dichiarato fallimento e contribuito a commissariare il settore cui, diciamo così,  è  nominalmente preposto, senza contare più del due di bastoni quando la briscola è a denari. g.

APPROVATA DAL SENATO LA MANPVRA BIS: 165 A FAVORE, 141 CONTRARI

Pubblicato il 7 settembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

E alla fine manovra fu. In tempo per affron­tare l’esame della Banca centrale euro­pea che domani deve decidere se rinnova­re l’acquisto dei nostri titoli di Stato e so­stenere quindi i conti pubblici italiani pericolosa­mente in bilico. Le novità sono ormai note. Aumen­to di un punto dell’aliquota dell’Iva oggi al 20 (sono quindi esclusi il comparto turistico e i generi alimen­­tari), aumento del 3 per cento delle tasse sopra i 300mila euro di redditi,anticipo al 2014 dell’adegua­mento dell’entrata in pensione delle donne a quello degli uomini nel settore privato, subito una legge per l’abolizione delle Province. Così i conti dovreb­bero quadrare e permettere di avviarsi verso il tra­guardo del pareggio di bilancio.

Le manovre, per definizione, non sono né belle né brutte. Inevitabilmente si paga dazio. Il compromes­so raggiunto può anche scontentare qualcuno, ma sicuramente non si accanisce contro nessuno. Quantomeno apre un varco nel muro di gomma con­tro il­quale rimbalzava chiunque tentasse di moder­nizzare il Paese. Si tocca lo statuto dei lavoratori che ingessava le aziende e alla fine danneggiava pure i la­­voratori stessi. Si scardina il veto assoluto sull’invio­labilità dell’attuale sistema pensionistico (la que­stione femminile non è decisiva ma aiuta i conti Inps). Inizia finalmente e per davvero il dimagri­mento dell’infernale macchina ( e dei costi) della po­litica. I ricchi sono chiamati a dare un contributo maggiore (sia pure modesto, poche migliaia di euro a testa) nei momenti di crisi. E ultimo, come avviene nei Paesi più avanzati,la tassazione (col balzello del­­l’Iva), comincia a spostarsi dalle persone ai consu­mi.

Fatti concreti e passi poco più che simbolici. Non si può dire che Berlusconi sia entusiasta, ma certo ha tirato un sospiro di sollievo e resta ottimista. Così facendo è stato possibile, come promesso e necessa­rio, tenere insieme le anime della maggioranza, pez­zi dell’opposizione e parti sociali. Non tutti, ovvia­mente. L’unanimità non è di questa terra,figuriamo­ci della politica. Il dissenso è legittimo, la protesta pure (quella di ieri della Cgil, peraltro, è fallita nei nu­meri e nei contenuti) ma chi di fronte a questi provve­dimenti continua sulla strada dello sfascismo è in malafede e ha obiettivi da raggiungere (la caduta del governo) diversi dal risanamento. Perché, sia chia­ro, l’alternativa non è qualche cosa di più leggero, ma di molto più pesante. Auguriamoci di non dover­ci arrivare. Il Giornale, 7 settembre 2011

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Pubblicato il 2 settembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Caro presidente Silvio Berlusconi, mi permetta di darle alcuni consigli sulle imposte e gli evasori in queste ore in cui il centrodestra parla tra l’altro di “caccia” ai “grandi evasori”.
Sin dalla sua entrata nel campo della politica, lei ha sventolato una bandiera liberale contro la vessazione fiscale.
Le do del lei, perché il tu potrebbe essere equivoco. Nel mio collegio elettorale  di Como-Sondrio-Varese, durante la buonanima della Prima Repubblica, nel Psi, quando non ci si conosceva, ci si dava del lei, perché ciascuno considerava gli altri come persone private. Sembra banale ma non lo è.

Secondo Franz Böhm, il giurista tedesco che assieme all’economista Walter Eucken ha fondato il movimento di Ordo, quella del “liberalismo delle regole” è una società di diritto privato. Questo concetto riguarda anche la materia fiscale di cui sto discorrendo. Quando lei afferma che non intende mettere le mani nelle tasche degli italiani, non dice soltanto che non li vuole aggravare fiscalmente. Dice   anche e soprattutto che non vuole entrare nella loro privacy, per prelevare l’obolo per il fisco.
L’ex ministro delle Finanze, Ezio Vanoni, mio maestro, ha stabilito la dichiarazione dei redditi, affinché si determinasse un rapporto di fiducia fra fisco e contribuente, portando nel rapporto tributario qualcosa di simile al contratto, cioè la società di diritto privato, non lo stato di polizia inquisitorio.

Nella mia esperienza, come ministro delle Finanze che aveva fatto la gavetta al ministero come ragazzo di bottega di Vanoni e di Tremelloni (il ministro socialdemocratico con cui ci si dava del lei, pur essendo dello stesso partito), le posso assicurare che non servono le manette agli evasori, né i libri rossi con l’elenco dei contribuenti, per incrementare i gettiti e ridurre l’evasione.
Nella società di diritto privato la dichiarazione dei redditi è un atto privato, che non va reso pubblico come se fosse una lista di proscrizione. E l’evasione tributaria non va concepita come reato penale da punire col carcere (magari preventivo, con pubblici ministeri amanti delle manette come metodo di confessione). E’ un’omissione di cifre dovute, da penalizzare con sanzioni pecuniarie e la temporanea chiusura degli esercizi che hanno evaso. Credo di essere stato il ministro delle Finanze che ha incrementato il gettito semestrale della maggiore percentuale, per colmare paurosi deficit di bilancio. E l’ho fatto attuando la trattenuta alla sorgente, il registratore di cassa sigillato, il redditometro fondato su indici oggettivi, su base statistica; attuando il principio per cui non importa la proprietà ma il possesso effettivo dei beni e la verifica contabile.
L’amministrazione finanziaria è una grande azienda. Bisogna cercare di farla operare con efficienza, con regole semplici e poco mutevoli. La moltiplicazione di obblighi invasivi complica inutilmente le cose.

La “caccia” ai “grandi evasori” è un fatto classista, in cui i “grandi” sono odiati perché capitalisti e in cui la parola “caccia” dà la sensazione che il contribuente non sia uno che deve pagare il prezzo dei servizi pubblici, ma selvaggina da impallinare. L’imposta, se è moderata, appare giusta e chi non paga è mal giudicato.

Caro presidente Berlusconi, non tradisca il suo Dna. Lasci il fisco come tortura e l’evasione come delitto alla sinistra giustizialista e ai finti liberali. Non si vergogni di  parteggiare per la società di diritto privato. Francesco Forte,  FOGLIO QUOTIDIANO, 2 settembre 2011

Perchè premiare la delazione fiscale è un vero metodo tribale

Cosa penseremmo di un governo che obbligasse i sindaci a rendere pubblici, su appositi registri, gli orientamenti sessuali dei cittadini dei rispettivi comuni? Ne saremmo, com’è giusto, inorriditi. C’è un’idea di “privatezza” che è cresciuta nei secoli, fino a diventare parte integrante del nostro vivere civile. Quest’idea si basa sul fatto che non siamo obbligati a dire tutto di noi ad altri esseri umani. Man mano che le società si sono fatte più estese, le relazioni hanno smesso di essere inevitabilmente “faccia-a-faccia”. Siamo usciti dalla logica del piccolo gruppo, imparando a sviluppare rapporti anonimi che fanno, in buona sostanza, la nostra libertà.

Il celeberrimo passo in cui Adam Smith ci rammenta che non dobbiamo appellarci alla benevolenza del macellaio per avere carne sulle nostre tavole dice tutto su quanto di più miracoloso vi sia stato nella nostra storia: l’aver trovato il modo di superare le relazioni tribali, di amicizia e inimicizia sanguigne e viscerali, che ci hanno costretto da che l’uomo è sulla terra. Oggi sono atavismi relegati ad ambiti intensi ma periferici della nostra esistenza, tipo il calcio e la politica. Il risultato non è solo “più efficiente” che andare a comprare il pane esclusivamente da parenti-dei-parenti, perché di loro soltanto ci si può fidare, ma è anche più “civile”. La “privatezza”, lo scegliere di ignorare intere dimensioni gli uni degli altri, è figlia e madre della nostra libertà. Noi sappiamo tutto dei componenti del “piccolo gruppo”, di madri padri figli e nonni, non del resto del mondo. Il non sapere ci aiuta a non giudicare. Il non giudicare ci facilita una convivenza serena e serenamente superficiale.

Per quale motivo i rapporti economici dovrebbero seguire regole diverse? Perché il denaro dovrebbe esigere una dimensione scrupolosamente “non-privata”? Costringere i sindaci a pubblicare i redditi degli italiani è lo stesso che fargli distribuire triangoli di diversi colori, da appuntare sul bavero. Se comprendiamo che esiste un diritto del nostro prossimo a selezionare cosa vuole e non vuole farci sapere di sé, non c’è ragione di fare eccezione per i redditi, il patrimonio, il quattrino. E’ proprio questo il vero nodo. Da anni ci fabbrichiamo difese contro il “controllo sociale”, cerchiamo di stemperare le influenze improprie dei gruppi sul comportamento degli individui. I comportamenti economici dovrebbero fare eccezione? Solo in questo frangente, a una società ritenuta altrimenti inabile a governarsi da sé, viene chiesto di supplire all’inefficienza dei controllori, facendo leva sull’invidia sociale. Perversa sussidiarietà esattoriale.

In un paese come l’Italia, in cui la cultura politica resta soverchiamente incapace di accettare il successo economico come altro che un’intollerabile beffa del destino ai danni di chi non è riuscito a raggiungerlo, gli esiti di un pubblico invito alle spiate fiscali sono prevedibili. E sarebbero disastrosi anche per i “controllori”, dacché la moltiplicazione delle anticamere della verità non rende certo più veloce arrivarci, alla verità.

Ma soprattutto: vogliamo davvero essere tutti “ausiliari della tassa” in borghese, vogliamo davvero fare del sospetto fiscale un elemento costitutivo del nostro essere con gli altri, vogliamo davvero disossare di ogni elemento “economico” la dimensione del privato? I pubblici elenchi preludono alla gogna: sono pensati per quello. La lotta non all’evasione ma alla dimensione del “privato”, perché di questo stiamo parlando, farà di noi sempre meno una società libera e sempre più una grande tribù. Coi suoi stregoni, coi suoi ostracismi, coi suoi sacrifici umani.

di Alberto Mingardi, Direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni


SERVE (SERVIREBBE!) UN PREMIER DI “FERRO”

Pubblicato il 1 settembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Ronald Reagan, 40° presidente degli Stati Uniti dal 1981 al 1989 e Margaret Thatcher, primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990 Non sappiamo se quando, nel 1981, licenziò 11.345 controllori di volo che paralizzavano gli Stati Uniti, Ronald Reagan si pose il problema di che cosa avrebbero detto non solo i sindacati, ma la Corte suprema, che era per giunta ancora quella nominata da Jimmy Carter. Né se gli stessi dubbi tormentarono Margaret Thatcher quando nell’84 resistette al picchettaggio dei minatori inglesi (o anche quando tolse concessioni e privilegi ai rampolli dell’aristocrazia con i quali lei, conservatrice del popolo, era notoriamente in urto).
Di certo entrambi vinsero, segnarono un’epoca e passarono alla storia.Le vicende di queste ore della manovra finanziaria ci insegnano che un premier italiano può al massimo aspirare di passare alla cronaca. Gli emendamenti usciti dal summit di Arcore vengono già emendati da chi li ha partoriti. Figuriamoci l’opposizione, i sindacati, le magistrature di ogni ordine e grado, le infinite corporazione del Paese.
Siamo al punto che i decreti di finanza pubblica si potrebbero titolare come i sequel di Guerre Stellari: Manovra; Manovra due, il Ritorno; Manovra tre, la Vendetta. E visto che – come non fa che puntualizzare la Banca d’Italia – ciò che conta non siamo tanto noi italiani quanto i mercati, auguriamoci che non si assista a qualcosa tipo L’Impero colpisce ancora. Tornando sulla terra, era abbastanza evidente che la soppressione tout court del riscatto del servizio militare o della laurea non avrebbe retto alle minacce di incostituzionalità. Se solo Silvio Berlusconi avesse imposto all’alleato leghista il completamento della riforma delle pensioni (per esempio con l’estensione a tutti del metodo contributivo pro-rata, con la parità di pensionamento tra uomini e donne nel settore privato, come già in quello pubblico) avrebbe colto tre obiettivi in uno: risparmi significativi, una riforma strutturale e far vedere chi governa.
Ma il Carroccio, che pure nel 2001-2006 fece approvare lo scalone Maroni, si è fatto paladino di pensionati ed enti locali, proponendosi come nuova Cgil e nuovo Pd. Ed il Cavaliere si adegua. Ancora più disastroso è lo stato dell’opposizione e dei vari poteri del Paese. La prima, lasciando il volante in mano al sindacato, per natura difensore dei propri interessi, ha rinunciato ad ogni velleità riformatrice. Si torna in piazza, che bellezza. I secondi, specialisti in buoni consigli nei convegni, hanno dato abbondante spettacolo di sé in questi giorni. Organizzazioni imprenditoriali una contro l’altra: la Confindustria vuole l’aumento dell’Iva e la liberalizzazione di orari e professioni. Per la Confcommercio non se ne parla proprio. Poi si sono armati gli ordini professionali: sono ben 27, si va dagli assistenti sociali agli attuari (874 iscritti), dai giornalisti alle ostetriche, dagli avvocati agli spedizionieri fino ai notai. Rappresentano 2,1 milioni di persone e relativi congiunti, e ognuno si considera irrinunciabile.
Quindi sindaci, minisindaci, assessori, consiglieri, presidenti di provincia e di regione. I tagli, naturalmente, li costringeranno a chiudere asili e spegnere lampioni. Non, magari, a ridurre consulenze o commissioni. I magistrati hanno scoperto che l’abolizione del famigerato contributo di solidarietà sui super-redditi lascia intatto quello sulla dirigenza pubblica. È vero, ma se è per questo ci sono anche le cosiddette pensioni d’oro, che non si fila nessuno. E poi: non è proprio la Corte dei conti a fare continue prediche sul rigore? Sempre nella stessa area, è di queste ore anche la protesta del Cnel. Questo formidabile ente ha 121 consiglieri, ventuno più dei senatori americani. Se andate sul suo sito, alla voce Eventi, potete leggere: «Nessun evento in programma». Il governo ha proposto un taglio di 50 membri. Ma ecco che Confindustria, banche, coop, assicurazioni, commercianti, artigiani, Cgil, Cisl e Uil hanno tutti assieme «messo nero su bianco» una ferma richiesta al presidente del Consiglio, al ministro dell’Economia, ai presidenti di Camera, Senato, delle «commissioni competenti» e di tutti i gruppi parlamentari: un immane sforzo di tempo e di carta per perorare «il rispetto dell’attuale rapporto tra le categorie».
E a proposito di coop: tra le norme in bilico ci sono anche i tagli alle generose agevolazioni di cui esse hanno finora goduto, passando indenni dalla prima alla seconda repubblica, dai governi di sinistra a quelli di destra e viceversa. Da sempre le cooperative rosse (ma ci sono anche quelle bianche) rivendicano la «finalità mutualistica». La coop sei tu, come nel ricco spot con Woody Allen. Eppure non ci vuole certo il caso di Sesto San Giovanni per capire che le coop hanno terminali miliardari nel mondo delle costruzioni e della grande distribuzione, dove spesso agiscono in regime esclusivo alla faccia della concorrenza. La coop sono loro, e basta.
Domanda: e questa sarebbe una classe dirigente? O piuttosto un pollaio di interessi, dove se le galline si coalizzano sono in grado di far fuori qualsiasi volpe? Certo, le lobby esistono in tutto il mondo, a cominciare dagli Usa che le hanno brevettate. Ma lì alla lunga generano fenomeni popolari di rigetto, come i Tea Party. O presidenti in grado di tenerle a bada, come Roosevelt, Eisenhower, Reagan, anche Bill Clinton: quelli più amati e più forti.

Ecco: se governo e partiti non fanno una grande figura, l’Italia delle associazioni e dei sindacati non ne fa una migliore. La politica potrebbe dare una formidabile lezione: il Cavaliere ha annunciato una riforma costituzionale per eliminare le province e dimezzare i parlamentari. Tutti hanno ridacchiato. Siccome destra, sinistra e centro hanno detto di condividere questo obiettivo, si mettano al lavoro e in sei mesi approvino con la doppia lettura la nuova legge. Siamo sicuri che i cittadini trangugerebbero qualsiasi manovra. Marlowe, Il Tempo, 1 settembre 2011

.………………Marlowe mette il dito nella piaga. Non basta dirle le cose, bisogna farle. Le piroette contrinue sulla manovra, gli avanti e indietro a seconda delle presisoni e degli interessi particolaristici non solo non aiutano ad affrontare la crisi economica, ma fniscono col minare le basi della maggiorana che regge il governo. Berlusconi smetta il ruolo di mediatore e si rimetta fare il capo effettivo del governo e della maggioranza, altrimenti l’attende una fine sconsolante della sua “discesa in campo”. g.

CASTA ITALIA

Pubblicato il 31 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

Manovrare con i decreti, cercando di mettere in equilibrio i conti pubblici, salvo modificarne i contenuti in corso d’opera e reintervenire dopo poche settimane, non è una condotta ammirevole. Lo abbiamo scritto e non abbiamo risparmiato le critiche, posto che le correzioni da ultimo ideate sono migliorative. Ma è anche vero che questo è un Paese balzano, ove prima si strilla al cielo per il terrore di quel che può accadere, poi ci si lamenta per qualsiasi provvedimento sia adottato. Mi colpisce, in tal senso, che quasi tutti i giornali affermino che il governo, correggendo il decreto, ha messo le mani sulle pensioni. Il Corriere della Sera ha lanciato anche un sondaggio presso i propri lettori, ponendo loro questa suggestiva domanda: “Condividete la nuova manovra che prevede interventi sulle pensioni e sul riscatto della laurea e del militare?”. Provate a immaginare le risposte. Il fatto è che le pensioni andrebbero sì toccate, ma alzando l’età per andarci e smettendola di pensare solo a chi s’avvicina alla fine della propria vita lavorativa, fregandosene di chi, invece, la sta iniziando e una pensione non la vedrà mai. Sono tutti bravi a dar lezioncine di rigore, poi si prende una decisione alla camomilla, contabilizzando gli anni della laurea e del servizio militare (come se fossero stati anni di lavoro) ai fini dei conteggi pensionistici ma non dell’anzianità, e subito si solleva il coro dolente dei diritti acquisiti violati. Ma se non si può fare manco questo allora rassegniamoci a non riformare mai un bel niente. Il che vale anche nel caso in cui a qualcuno venga in mente di considerare illegittimo il provvedimento, perché viola il patto stipulato con chi ha già pagato per riscattare quegli anni. Ciò dimostrerebbe l’imperizia tecnica di chi ha steso l’emendamento, non l’ingiustizia del suo contenuto. Ed è così per tutto, dalla sanità alla scuola, dal mercato del lavoro al pubblico impiego: tutti si lamentano della situazione attuale, ma poi si cerca disperatamente d’impedire che cambi. E la spiegazione è semplice: siccome nessuno fa più politica (vera), nessuno s’incarica di dire chiaramente che i debiti vanno pagati e che ci sono privilegi cui si deve rinunciare, nessuno sa spiegare che l’egoismo generazionale ha un limite ed è stato superato, va a finire che gli interessi generali restano senza rappresentanti e ciascuno si ribella quando vengono toccati i propri vantaggi, la propria condizione. Quindi le reazioni sono sempre di protesta e mai di consenso, sempre rivolte alla conservazione e mai alla riforma. Si può sostenere che questo mondo politico se lo merita, ed è probabilmente vero, ma il prezzo di tanta cocciuta resistenza ai cambiamenti lo pagheremo tutti, anche se ciascuno s’illuderà di avere ingannato gli altri, scansando da sé il dovere di fare il necessario. L’insieme condito con un tripudio d’incoerenza e demagogia, talché chi chiede gran rigore poi si preoccupa di sollecitare e raccontare il plebiscito contro due cosucce da niente.  Davide Giacalone, Il Tempo, 31/08/2011

.…………..Troppo presto avevamo, insieme al direttore de Il Tempo,creduto che Berlusconi, governo e maggioranza, avessero imboccato la strada del realismo, sia pure timidamente, mirando a riforme strutturali per aggredire la crisi e invertire la tendenza dell’economia del nostro Paese. Sono bastate poche ore perchè la norma sulle pensioni di anzianità fosse cancellata dalla manovra, per cui riparte la corsa alla ricerca di fonti alternative per trovare i soldi necessari a colmare il buco. Non è una cosa seria e non è necessario che lo dicano le opposizioni che nel recente passato hanno fatto di peggio. Lo dicono tutti coloro che hanno buon senso e lo pensano gli italiani, specie quelli che hanno votato questo centrodestra ed ora ne sono profondamente delusi. E non è nemmeno il caso di fare affidamento sulle altre decisioni assunte lunedì e che sono destinate a rimanere sulla carta, dall’abolizione delle Provincie  al dimezzamento dei parlamentari. Se questa maggioranza non ha tenuto difronte alle proteste di alcune categorie, come potrebbe mai resistere alle proteste e ai privilegi consolidati  della “Casta” che dovrebbe votare contro se stessa? Domanda senza risposta! g.

LA SOPRESA DI UN PDL DIVERSO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 30 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi C’erano tutte le premesse per un’altra delusione, ma non abbiamo mai abbandonato l’idea che la manovra si potesse migliorare e perciò in queste settimane Il Tempo è stato un pungolo continuo sul governo, la maggioranza e l’opposizione. Siamo realisti, non siamo nel mondo ideale, ma dopo il vertice di maggioranza la manovra ha un volto migliore. Silvio Berlusconi ha recuperato lo spirito del 1994 e cancellato il contributo di solidarietà, una Super-Irpef che pesava su chi già dichiara i redditi e paga le tasse, un provvedimento che tradiva la storia del Pdl. Questa decisione dimostra che eravamo nel giusto. L’abolizione delle Province, altra battaglia del nostro giornale, avverrà per via costituzionale, insieme al dimezzamento dei parlamentari. Il disegno di legge verrà presentato subito. Ne auspichiamo un percorso rapidissimo. I cittadini hanno bisogno di segnali concreti. Si poteva fare di più? Certo, ma i governi di coalizione hanno il limite del compromesso e con questo bisogna alla fine fare i conti. È soprattutto il risultato politico, in prospettiva, ad essere positivo per il centrodestra. Dal vertice esce fuori un Pdl con una nuova formazione e una Lega capace di ripensare i propri dogmi, almeno in parte. È un passo avanti, non una rivoluzione, ma lo registriamo e lo apprezziamo. La nomina di Angelino Alfano come segretario politico del partito si è dimostrata di grande importanza perché ha consentito al Pdl di giocare liberamente la partita del confronto con la Lega, di mettere sul tavolo proposte alternative, di liberare altre energie e personalità, di dare a Giulio Tremonti una gamma d’opzioni politiche e non solo tecniche, frutto del confronto tra culture diverse. Questa manovra restituisce ai partiti e al capo del governo la conduzione della politica economica. È giusto così, perché il popolo sovrano non vota i tecnocrati ma i politici. Da questo momento la manovra entra nella fase parlamentare e potrà essere emendata. E qui veniamo al ruolo dell’opposizione e agli appelli alla collaborazione fatti da Giorgio Napolitano. Il centrodestra ascolti quel che ha da proporre il centrosinistra, ma quest’ultimo esca dal terreno della critica a prescindere e si cali nel ruolo di forza alternativa di governo. Se non lo fa, con l’aria che tira, i guai che attraversa e la riorganizzazione di ruoli e strategia in corso nel Pdl, starà fuori dal governo anche al prossimo giro.  Mario Sechi, Il Tempo, 30 agosto 2011

……….A commento delle prime notizie sul vertice di ieri tra Berlusconi e Bossi avevamo espresso un giudizio di attesa ma positivamente sorpreso per le intese raggiunte che hanno riequilibrato il rapporto tra PDL e Lega e riconfermato al PDL il ruolo di guida della maggioranza. Perciò non possiamo non condividere ciò che scrive Sechi e mostrarci, con lui, fiduciosi di una sterzata del governo verso misure mirate a bloccatre la crisi ma nello stesso tempo finalizzate a varare riforme strutturali e di principio. Ci attendiamo che giovedì prossimo il Consiglio dei Ministri vari il DSL costituzionale per l’abrogazione delle Provincie e per il dimezzamento dei parlamentari, provvedimento che costiuira la cartina di tornasole del vento nuvo che spira a destra. g.

RIDEFINITA LA MANOVRA, INTERVENTO SULLE PENSIONI, ABOLIZIONE DELLE PROVINCIE, DIMEZZAMERNTO DEI PARLAMENTARI

Pubblicato il 29 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il premier Silvio Berlusconi (S) con Umberto Bossi Si è concluso dopo circa sette ore il vertice di maggioranza ad Arcore con Silvio Berlusconi e Umberto Bossi per trovare un accordo sulle modifiche alla manovra finanziaria. Diverse auto hanno lasciato villa San Martino con Fabrizio Cichitto, Maurizio Gasparri, Roberto Maroni e Giancarlo Giorgetti.  Nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni anche se Gasparri dall’auto ha fatto segno di “ok” col pollice sollevato.

Nessuna modifica all’Iva, soppressione di tutte le province e dimezzamento del numero dei parlamentari per via costituzionale. È quanto si sarebbe stabilito nel corso del vertice di maggioranza ad Arcore. Decisa l’abolizione del contributo di solidarietà che sarà sostituito con un intervento sulle pensioni. Le pensioni verranno calcolate in base “agli effettivi anni di lavoro”, escludendo quindi dal calcolo dell’anzianità gli anni relativi all’Università e al servizio militare obbligatorio, che manterranno invece la loro validità relativamente al calcolo della pensione.

L’aumento dell’imposta sul valore aggiunto sarà prevista invece nella delega fiscale. Il contributo di solidarietà sui redditi più alti sarà cancellato dalla manovra, ma resterà in vigore solo per i redditi dei parlamentari. Non una patrimoniale anti evasione come avrebbe voluto la Lega, ma comunque una stretta sulla società “di comodo” cui vengono intestati beni di lusso come yacht, elicotteri, aerei o macchine di alta gamma, per eludere il fisco è stata decisa dal vertice di maggioranza di Arcore sulla manovra. Decisa anche la riduzione dei vantaggi fiscali per le società cooperative.
Salvi i piccoli Comuni, dimezzati i tagli agli enti locali, che avranno maggiori poteri per la lotta all’evasione e la possibilità di trattenere le maggiori entrate. L’articolo della manovra che disponeva l’accorpamento dei piccoli Comuni sarà dunque sostituito con un nuovo testo che preveda “l’obbligo dello svolgimento in forma di unione di tutte le funzioni fondamentali a partire dall’anno 2013 nonché il mantenimento dei consigli comunali con riduzione dei loro componenti senza indennità o gettone alcuno per i loro membri”. L’impatto della manovra per Comuni, Province, Regioni e Regioni a statuto speciale viene “sostanzialmente dimezzato”, spiega una fonte presente all’incontro. E agli enti territoriali saranno attribuiti maggiori poteri e responsabilità nel contrasto all’evasione fiscale “con vincolo di destinazione agli stessi del ricavato delle conseguenti maggiori entrate.”

.…….Queste le prime notizie diffuse  al termine del vertice PDL-LEGA durato molte ore. Bisognerà attendere domani per capire meglio le decisioni assunte e quali riequilibri determinano all’interno della manovra finanziaria. A prima vista sembrerebbe che Berlusconi abbia ottenuto qualche passo indietro dalla Lega sulle pensioni, abbia ceduto sul contributo di solidarietà che è stato revocato, abbia ottenuto l’abolizione delle Provincie, tutte, e il dimezzamento del numero dei parlamentari, entrambi questi due provvedimenti da assumere con legge costituzionale.  Ma la legge si farà, o meglio il disegno di legge approderà mai in Parlamento? Se avvenisse,  assisteremmo a una decisione epocale perchè non crediamo che ci possa essere nessuno dei partiti presenti alla Camera e al Senato che non voterebbero i due provvedimenti, con il rischio di divenire impopolari. Il punto è: ci arriverà mai questo disegno di legge costituzionale, per il momento solo annunciato, in Parlamento? Ma su questo Berlusconi si gioca definitivamente la faccia! g.

ASPETTANDO IL COLPO DI SCENA

Pubblicato il 29 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

Da sin. il ministro Maroni, il segretario del Pdl Alfano e il ministro Calderoli Piuttosto che formulare previsioni, impossibili nello scampolo di questo lunghissimo agosto, conviene esprimere solo auspici sul vertice odierno tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Mai come ora, neppure tornando con la memoria alla tarda estate del 1994, che pure fu la vigilia della loro prima clamorosa rottura, a pochi mesi soltanto di distanza dalla vittoria elettorale conseguita insieme, i rapporti fra i due protagonisti della cosiddetta seconda Repubblica e i loro rispettivi partiti si sono intrecciati con le sorti del Paese. Che francamente non si sa se sia destinato, dopo l’incontro di oggi e le modifiche che potranno derivarne alla manovra finanziaria e fiscale all’esame del Senato, più ad uscire da una crisi che è insieme economica e di sistema o a inabissarsi ancora di più. Già, perché questo rischio c’è, eccome. E dipende dal pervicace rifiuto della Lega, rimasta troppo presto orfana dell’unico e vero ideologo che ha avuto, Gianfranco Miglio, di sottrarsi ai doveri di un partito di governo.

A costo anche di sembrare un visionario, spero ancora in un colpo di scena. Che rovesci il teatrino deludente della festa leghista nel bergamasco dove il segretario del Pdl Angelino Alfano e i ministri del Carroccio Roberto Maroni e Roberto Calderoli, l’uno rassegnato e gli altri due gongolanti, hanno annunciato che le pensioni di anzianità “non si toccano”. Come se fossero mai state minacciate da tagli e sovrattasse. E’ stato in discussione nei giorni scorsi, e spero che torni ad esserlo, solo il lusso che il Paese non si può più permettere di erogarle ancora in anticipo rispetto all’età media in cui si smette di lavorare in tutta Europa, e altrove. È un lusso, quello delle pensioni anticipate di anzianità, che Maroni, anche se finge di averlo dimenticato, conosce bene per essersene occupato come ministro del Lavoro nel 2004, quando decise di metterle al giusto passo con l’introduzione di quello che fu chiamato allora uno “scalone”. E che la sinistra con il secondo e fortunatamente ultimo governo di Romano Prodi due anni dopo rimosse, o quasi, procurando un aggravio dei conti dello Stato unanimemente valutato in 10, dico dieci, miliardi di euro. Fu una decisione, quella, di una totale irresponsabilità finanziaria, politica e sociale, riconosciuta come tale in questi giorni anche nel maggiore partito di opposizione, il Pd dell’amletico Pier Luigi Bersani, fra gli altri, dal presidente della regione Liguria Claudio Burlando e dal senatore Enrico Morando. Ma Bossi, con la complicità persino di Maroni e di tutti gli altri dirigenti della Lega, aspiranti o no che siano alla sua successione, non ha voluto saperne di mettervi riparo. E, insultando alleati e avversari, ha battuto di tutto sul tavolo, anche il gomito che poi si è fratturato in casa.

Questa storia delle pensioni anticipate di anzianità, erogate peraltro con il vantaggioso sistema retributivo e destinate a rendere agli interessati ben più dei contributi versati, visto l’allungamento medio della vita, grida semplicemente vendetta. Specie agli occhi dei giovani che sanno di dover trovare anche per questo, quando capiterà a loro, delle pensioni da fame, se mai riusciranno a maturarne e trovarne una. Sono una vergogna pari solo a quella delle Province sopravvissute alla istituzione degli enti regionali, anch’esse difese dalla Lega con un misto di sfrontatezza e di penose furbizie, o a quella di tante dissestate e male amministrate aziende municipali al cui risanamento, con il ricorso alle privatizzazioni, si oppongono o resistono i dirigenti locali e nazionali del Carroccio. I costi economici e sociali che la Lega con queste dissennate scelte impongono al Cavaliere e al Pdl per proseguire nell’alleanza di governo, e risparmiare al Paese, nel bel mezzo di una turbolenza planetaria dei mercati, quella crisi ministeriale reclamata dalle parti peggiori dell’opposizione, e dalla solita Cgil già ricorsa allo sciopero generale, sono destinati a vanificare anche il salutare ripensamento maturato, salvo smentite, sul fronte della maggiore tassazione degli stipendi, delle pensioni e dei redditi superiori ai 90mila euro lordi l’anno. Che costituiscono la soglia oltre la quale, secondo la manovra fiscale di ferragosto uscita dalle supermeningi del ministro Giulio Tremonti, comincerebbero in Italia le praterie dei ricchi, le vene d’oro- pensate un po’- del Paese. Eppure negli Stati Uniti d’America la soglia reddituale della ricchezza, oltre la quale scatta il massimo del prelievo fiscale, è di 250 mila dollari. Nella più vicina Francia la soglia appena indicata per applicarvi una maggiorazione fiscale, che in Italia si chiama ipocritamente contributo di solidarietà sociale per sottrarla al rischio di un giudizio di illegittimità costituzionale, è di ben 500mila euro lordi l’anno. Sarebbe proprio bello se oggi Bossi spiazzasse tutti, a cominciare dai suoi, e si facesse convincere da Berlusconi a cambiare registro e spartito. Troppo bello per essere vero e non buscarsi invece l’ennesima, solita pernacchia. Francesco Damato, Il Tempo, 29 agosto 2011

.……Anche noi, come l’editorialista de Il Tempo, aspettiamo e speriamo (come la  famosa canzone in voga ai tempi della conquista dell’Abissinia) il colpo di scena o di teatro, dopo il vertice tra Berlusconi e Bossi. Si sa che la speranza è l’ultima a morire, ma abbiamo il fondato timore che al termine del vertice – che è già iniziato – non ci sarà alcun colpo di scena e nessuna novità rispetto a quanto si dice in giro. Del resto fu fulminante – e per molti versi imbarazzante per chi come noi abbiamo riposto speranze ed attese in Alfano – vedere qualche giorno fa Alfano alla festa leghista di Bergamo annaspare dinanzi ai diktat urlati da Maroni:” le pensioni d’anzianità non si toccano, è vero che non si toccano, si non si toccano…”), fulminante e imbarazzante perchè al segretario del maggior partito della maggioranza e del più grande partito italiano fu impedito – come si è visto nei filmati televesivi trasmessi e ritrasmessi -  di prendere la parola lì per lì, salvo prenderla dopo per dire, sconsolatamente, che se la Lega dice di no non si può che fare come dice la Lega. E non solo sul tema delle pensioni di anzianità, ma anche sui tagli ai costi della politica,  a incominciare dalla provincie la cui   sforbiciata  già annacquata dall’intreccio del numero degli abitanti ai chilometri quadrati di territorio  è destinata ad essere stralciata per essere inserita in una disegno di legge costituzionale che comprenderebbe anche il dimezzamento del numero dei parlamentari….ossia campa cavallo che l’erba cresce! Con questi precedenti è difficile che possa verificarsi il colpo di scena auspicato da Damato e che rimetterebbe in corsa il governo non solo per salvare il Paese dalla tenaglia della crisi ma anche per riprendere la corsa per continaure a governare sino al 2013 ed essere in grado di  competere per il futuro. Al contrario è prevedibile che la Lega imponga la sua volontà con tutte le conseguenze che ne deriveranno. g