TREMONTI RESTA SOLO. SI RIAPRONO I GIOCHI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 28 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

Domani sapremo come sarà la manovra finanziaria. Quali tasse e quali tagli saranno noti al termine dell’incontro tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Angelino Alfano e Roberto Maroni stanno finendo il lavoro preparatorio. Ritocco all’Iva, balzello sui redditi ma solo sopra i 150mila euro (o addirittura niente), stralcio per pensioni e abolizione delle province (se ne parlerà nelle prossime settimane), nuove contrattazioni nel mercato del lavoro. Questo è quello che bolle in pentola ma i colpi di scena non sono da escludere. Il ministro Tremonti non si sbottona. Ieri è stato l’ospite d’onore del Meeting di Cl. Ha volato alto (Eurobond, governo europeo dell’economia) e come al solito gioca da solo. Lui è l’economia, Lui è la finanza. Lui sapeva, Lui ha fatto, Lui vorrebbe fare. Verrebbe da dire: ma se è così bravo e l’hanno lasciato pure fare (la sua prima manovra di giugno ha resistito poche settimane al giudizio dell’Europa) perché mai siamo in questa situazione? Domanda inutile, troppo banale per il professore che odia la politica, i politici, i giornali e anche un po’ il popolo degli elettori, fastidioso lasciapassare per arrivare nelle stanze che contano.
Giustamente ieri il ministro non è entrato nei dettagli della manovra. Troppo delicati sono gli equilibri politici per anticipare decisioni che non hanno ancora il timbro dell’ufficialità. Ma detto questo, colpisce che Tremonti in un discorso pur sempre politico (non era alla Bocconi e neppure alla Sorbona ma in un consesso politico-culturale) non abbia nominato neppure una volta il governo del quale fa parte né il suo premier Berlusconi. Quasi non volesse sporcarsi le mani con compagni di viaggio che mal sopporta, con un partito, il Pdl, che non ha mai amato. Nessuno si aspettava una difesa passionale di quello che il governo ha fatto e sta facendo, ma un distacco così netto e gelido è la prova che Tremonti ha ormai poco a che fare con la maggioranza della quale fa parte e con il suo futuro.
La verità è che soltanto la pazienza proverbiale di Berlusconi ha fino ad ora impedito la rottura clamorosa e definitiva. Ma l’aria per il superministro è cambiata. Da mesi è caduto il dogma che «senza Tremonti non si può». Persino il moderato Sandro Bondi, non più coordinatore del Pdl ma pur sempre nelle grazie di Berlusconi, ieri lo ha definito «un problema». La sua incapacità di gestire situazioni complesse è evidente, serviva un ministro e nel momento decisivo è emerso il commercialista, che per di più offre ricette a scatola chiusa non condivise dai clienti. Anche lo scudo che la Lega gli ha sempre offerto ormai traballa perché il prezzo che Giulio vuole far pagare è troppo alto pure per il popolo padano.
Così da commissario del governo, Tremonti piano piano si ritrova commissariato. Alcuni ministri stanno ritrovando il coraggio di contestarlo apertamente (Galan, Sacconi, Brunetta), le trattative vere passano attraverso Alfano e Maroni (con Gianni Letta sempre molto vigile), la linea e i rapporti con l’Europa vengono filtrati da Mario Draghi, futuro governatore della Banca Centrale. Se poi si pensa che tra poche settimane tornerà alla ribalta la vicenda del suo ex braccio destro Marco Milanese (richiesta di arresto alla Camera), il professore ha poco da stare tranquillo. Il Giornale, 29 agosto 2011
.…….Sallusti ci piace e lo leggiamo sempre con attenzione, condividendone spesso i giudizi e i propositi. Questa volta però se i giudizi sono condivisibili, non tanto i propositi. Battere Tremonti – che non ci piace – usando lo strumento dello smantellamento della manovra finanziaria non ci sembra un buon proposito, anzi non ci sembra  un buon obiettivo. Cedere, come ci pare stia per accadere, ai diktat della Lega  a proposito delle pensioni, del contributo di solidarietà e dei tagli veri ai costi della politica (rinvio alle prossime settimane cioè a mai dell’abolizione delle Provincie) non è un buon risultato e non risolve i problemi, salvo, forse, il prepensionamento di Tremonti. Un pò poco, ci pare. g

I VOLTAGABBANA DI TRIPOLI? DA BRUTO A FANFANI STORIA -ED ELOGIO! – DEI TRASFORMISTI

Pubblicato il 28 agosto, 2011 in Costume, Politica, Storia | Nessun commento »

Un po’ sfacciatella,nel suo cambio di casac­ca, la giornalista televisiva libica Hala Mi­srati lo è indubbiamente stata. Presentata­si in video con pistola in pugno ed espressione eroica, una settimana fa si dichiarò pronta a esse­re martire della causa di Gheddafi. Adesso, dopo l’arresto, gli si è rivoltata contro e parla di «regime del tiranno». Una bella faccia tosta da affiancare ad altre facce non meno toste. Come quelle del pri­m­o ministro del governo transitorio Mahmoud Ji­bril, o di Mustafa Jalil presidente del Cnt, un tem­po entrambi ferventi seguaci del Colonnello. I ripensamenti libici non sono che gli ultimi esempi d’una cultura del voltagabbanismo che percorre tutta la storia millenaria delle relazioni tra potentati e tra potenti. Tanto da sollecitare un interrogativo che i moralisti della politica potran­no anche ritenere improponibile, ma che a me sembra invece molto sensato. I voltagabbana so­no stati e sono, negli eventi dei popoli, una vergo­gna, o una risorsa, o tutte e due le cose in­sieme? Prendiamo proprio il caso libi­co. A chi è meglio affidarsi, per assi­curare una transizione morbida, senza ammazzamenti rappresa­glie e vendette dalla dittatura di Gheddafi al regime prossimo ven­turo? Non certo ai fanatici del fon­damentalismoislamicoche, incor­rotti e incorruttibili, aspirano a in­staurare in Libia, e possibilmente dovunque, clericocrazie autorita­rie, munite di temibili polizie per la salvaguardia dei costumi e del cora­no. E nemmeno a intellettuali elita­ri che sognano per il terzo mondo istituzioni ricalcate sul modello delle più solide e antiche democra­zie. I traghettatori lì si sono dovuti cercare-nella speranza d’averli tro­vati- altrove: proprio tra gli ex preto­riani e cortigiani del raìs sconfitto. Infatti è di là che viene il nerbo della nuova- si fa per dire- dirigenza libi­ca. Tutti ostentano buoni motivi per i loro pentimenti, ci sono i trom­bati con il dente avvelenato, ci so­no i furbi che hanno subodorato il fatale declino d’un despota in sella da 42 anni, ci sono gli acrobati del salto all’ultima ora,appena in tem­po per accodarsi alla turba inneg­giante ai vincitori e imprecante contro lo sconfitto. Saranno loro, forse,cherisparmierannoall’Occi­dente il pericolo di trovarsi di fron­te, sulla sponda africana, un bloc­co politico-religioso intollerante e aggressivo. I voltagabbana come lubrifican­te della storia. Può essere sconfor­tante ammetterlo ma è così. Si può tradire per mille diversi motivi, per i più nobili ideali come Bruto: o per venalità come i condottieri rinasci­mentali che si mettevano al servi­zio di questo o quel signore dietro lauto pagamento: o per alti e anche lodevoli disegni politici. Si diceva d’un principe di casa Sa­voia che non finisse mai una guerra dalla stessa parte in cui l’aveva co­minciata, e se questo ac­cadeva era perché ave­va cambiato campo due volte. In determinate epoche, prima cioè che la politica e i conflitti ve­nissero rivestiti a torto a ragione di panni ideali, queste trasmigrazioni erano normali. Apparte­nevano alla lotta per il dominio e per il potere. Machiavelli ha dato si­stematicità e dignità a questo brutale procede­re degli avvenimenti che coinvolgono i re­gnanti, a Cesare Borgia detto il Valentino nessu­no avrebbe mai chiesto d’essere coerente, gli si chiedeva d’essere – e non lo fu – vincente. La figura del voltagab­bana- o se vogliamo del mercenario militare, pronto a mettere la sua spada al servizio del mi­gliore offerente – si è in­cupita e avvilita quando l’ideologia ha rivestito di fini salvifi­ci o patriottici le guerre, le conqui­ste, le vittorie, le sconfitte, i patteg­giamenti. Fu esaltata la resistenza della Francia rivoluzionaria all’as­sedio dell’ancièn régime. Ma toccò proprio a Napoleone I,l’erede del­la Rivoluzione che ne portò in tutta Europa il verbo – seppure correda­to di ori imperiali – di patire i più brucianti abbandoni. Quello del maresciallo Ney che passò ai reali­­sti, nei cento giorni dopo la fuga dal­l’-Elba tornò agli ordini di Napoleo­ne e, dopo Waterloo, fu infine dai re­alisti fucilato per tradimento. Ci vuole, per sopravvivere come volta­gabbana, un talento che a Ney man­cava. O quello-l’abbandono-di Char­les Maurice Talleyrand, volta a vol­ta vescovo, rivoluzionario, mini­stro bonapartista, orditore di com­plotti contro Napoleone, rappre­sentante della Francia al congres­so viennese della restaurazione. Il «Girella emerito» del Giusti che, per àncora d’ogni burrasca teneva – cito a memoria- «da dieci a dodici coccarde in tasca».Servì più padro­ni, ma servì alla Francia o la danneg­giò? Camillo Benso conte di Cavour fu un voltagabbana? Di sicuro lo fu. Gli avversari gli rimproverarono la spregiudicatezza con cui nel 1852, per avere la nomina a primo mini­stro, si alleò alla sinistra di Urbano Rattazzi. Avevaungrandedisegno, e nessuna esitazione nell’essere,al­l’occorrenza, ambiguo o bugiardo tout court. Nell’«italietta» post ri­sorgimentale Agostino Depretis diede un’etichetta quasi ufficiale alle giravolte della sua esperienza di governo, alla sua arte di navigare senza fulgori ma anche senza gli gIà, SIAMer­rori di cui si rese poi colpevole Cri­spi tra opposte sponde e scogli affio­ranti. La si chiamò,quell’esperien­za, trasformismo. Se la qualifica di voltagabbana si addice anche agli Stati, la merita senza dubbio l’Italia del 1914-1915 passata, dopo lo scoppio della Grande Guerra, dall’alleanza con l’Austria alla neutralità e infine al­l’intervento a fianco dei francesi e degli inglesi.
Ci saremmo esibiti in analoghi e peggiori voltafaccia an­che nella seconda guerra mondia­le, quanto ci schierammo con la Germania trionfante e l’abbando­nammo allorché fu in difficoltà. Con zelo servile dichiarammo infi­ne guer­ra ai nostri ex alleati Germa­nia e Giappone. Alla caduta del fascismo la voca­zione italiana per il voltagabbani­smo- ma non è un’esclusiva,basta pensare alla Francia tra Pétain e De Gaulle- emerse prepotentemente. Il maresciallo Badoglio, protagoni­sta negativo di Caporetto, conqui­statore dell’Etiopia, vecchio arne­se del regime fascista, si scoprì de­mocratico, Vittorio Emanuele III, che aveva apprezzato Giolitti e su­bìto mugugnando ma obbedendo Mussolini, riluttò all’abdicazione, riteneva d’essere adatto per tutte le stagioni. Un popolo che era stato compattamente in camicia nera di­chiarò da u­n giorno all’altro d’aver­la sempre aborrita, e Amintore Fan­fani che aveva tessuto in un suo li­bro le lodi del corporativismo fasci­sta si ritrovò tra gli uomini più pro­mettenti della Dc. Possiamo anche aggrottare il sopracciglio per certe deambulazioni sfrontate, ma non senza riconoscernel’utilità.Nel tra­monto- non foss’altro che per moti­vi anagrafici- della stagione berlu­sconiana, si profilano altri travesti­menti e mascheramenti. Preparia­moci a tutto. Mario Cervi, Il Giornale, 29 agosto 2011
.…………….L’avvertimento di Cervi è superfluo, come del resto questo breve excursus nella storia del trasformismo, anzi, chiamiamolo per nome, del tradimento, sta a dimostrare.

L’IPOCRISIA DEI PACIFISTI:URLA SU SADDAM E SILENZIO SU GHEDDAFI, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 28 agosto, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Una delle guerre più stupide e sporche della storia europea cominciò con una sequela di menzogne, parte delle quali timbrate dalle Nazioni Unite, parte subite nell’ignavia della comunità internazionale: bisogna difendere i civili da Gheddafi, bisogna riscattare un paese in cui il de­stino dell’opposizione pri­maverile sono le fosse comu­ni (inesistenti, si trattava di un cimitero marino), biso­g­na cacciare un tiranno stra­tegicamente pericoloso per la pace nel Mediterraneo, ma non daremo la caccia a Gheddafi, vogliamo solo pro­teggere i diritti di coloro che lo combattono, gente solida e affidabile che garantisce un futuro di pace e di democrazia per la Libia. Saddam Hussein era effettivamente un tiranno fuorilegge da anni nella comunità internazionale, un signore della tortura che non piantava le sue ten­d­e e le sue amazzoni nei centri storici di Roma e Pa­rigi, che non faceva affari, se non loschi e clandesti­ni, con l’occidente, che era stato dichiarato fuori­legge per avere tentato di accaparrarsi il Kuwait, per avere stermina­to curdi e sciiti con armi di distru­zione di massa, per aver progetta­to il n­ucleare militare finché Israe­le con un blitz non distrusse il suo sogno e il nostro incubo del reatto­re di Ozirak, detto anche O-Chi­rac. E dietro la guerra a Baghdad, costata molto agli iracheni e agli americani e combattuta anche con il sacrificio di migliaia di vite di soldati eroici dell’Occidente in reazione politica dopo l’11 settem­bre, non c’erano le menzogne del­l’Onu e le farneticazioni della rive gauche parigina, non c’erano le bestialità umanitarie che cercano penosamente di coprire il bagno di sangue clanistico e tribale in corso in Libia con la nostra fattiva complicità,c’era un manifesto po­litico delle libertà civili nel mondo islamico, c’era il riscatto costitu­zionale di un popolo vissuto per trentaquattro anni all’ombra di un socialismo arabo del terrore e della repressione più spietata. Co­me in Siria, dove l’umanitarismo non penetra chissà perché. Avete per caso visto un manife­stante pacifista di quelli indignati contro la «guerra per il petrolio», che non ha portato una goccia di petrolio nelle casse imperialiste e ha lasciato l’oro nero finalmente nelle casse di uno stato ricostruito secondo giustizia, ribellarsi alla vera guerra del petrolio, per di più cinica e levantina perché non era in discussione la giugulare petroli­fera libica ma solo le condizioni di forza tra diversi paesi europei per il suo accaparramento? Avete let­to qualcuno dei commentatori malmostosi e insinceri del dolore iracheno scrivere con toni indi­gnati del carattere neocoloniale, assurdo, surreale e sanguinario, della guerra dei cieli che la Nato è stata portata a combattere senza una strategia chiara, senza un sen­so politico accettabile, con un di­spendio vano e crudele di risorse dall’alto che ha imposto la feroce, lunga carneficina in corso? La guerra in Iraq aveva piegato quel vecchio capo tribale, quel mascalzone di Tripoli, e lo aveva convinto a trasformarsi in uomo d’affari, a eliminare i programmi di riarmo non convenzionale, a mettersi sotto la tutela delle diplo­mazie e delle cancellerie occiden­tali. La guerra giusta aveva inflitto una sconfitta strategica definitiva al clan Gheddafi, bisognava solo lavorare per un cambio di regime politico con mezzi politici. Ma l’iperattivista Sarkozy e l’inesper­to pupo del numero 10 di Dow­ning Street non potevano aspetta­re, avevano bisogno di muovere lo scacchiere e farsi belli di qual­che decina di migliaia di morti a scopo umanitario. Così il paese, la Francia, che aveva diviso l’Occi­dente davanti a un pericolo reale, Saddam, e a una missione leale, ha trascinato l’Europa e purtrop­po una riluttante Italia minore, con la solida eccezione della Ger­mania, in una insidiosa avventura che al meglio è destinata a sostitui­re Gheddafi con i gheddafiani, al peggio è candidata a procurarci un’altra bella Somalia nella quar­ta sponda. Può succedere che la politica di potenza abbia risvegli da incubo, e produca menzogne belluine, ma che l’opinione pubblica «de­mocratica e pacifista e antimpe­rialista » abbia subito tutto questo, con rare eccezioni,e che abbia ac­comp­agnato l’avventurismo euro­peo con una palese esibizione del doppio standard, due pesi e due misure, è un’ombra che peserà sulla nostra storia, e sui nostri ef­fettivi interessi strategici, per mol­ti anni a venire. Il Giornale, 29 agosto 2011

SI VUOL NEGARE A GHEDDAFI ANCHE IL DIRITTO A DIFENDERSI? di Massimo Fini

Pubblicato il 27 agosto, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Una foto d’archivio che ritrae la stretta di mano tra Sarkozy e Gheddafi: forse che allora Sarkozy non sapeva che Gheddafi era un sanguinario dittatore? E se lo sapeva perchè mai gli stringe la mano, lo riceve all’Eliseo e gli sorride beato?
Non c’è da indignarsi se i soldati di Gheddafi hanno sequestrato quattro giornalisti italiani. A furia di chiamarla con altri nomi ci siamo dimenticati che cos’è la guerra. Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia hanno attaccato la Libia di cui Gheddafi era fino a pochi mesi fa il riconosciuto e legittimo leader. È ovvio che qualsiasi francese, inglese, americano o italiano, anche se civile, che si trovi oggi sul suolo libico sia considerato un nemico e trattato come tale. Che i quattro fossero giornalisti ha un’importanza relativa.

Nella seconda guerra mondiale, l’ultima in cui vigeva ancora uno “ius belli”, non sarebbe stato nemmeno pensabile che un giornalista inglese operasse al di là delle linee tedesche o viceversa.

Certamente in una guerra civile le cose sono più complesse. Perché non c’è un fronte o se c’è è labile, una zona che è sotto il controllo di una fazione può passare nel giro di due ore nelle mani di un’altra. È questa la trappola in cui sono caduti i coraggiosi inviati italiani. I giornalisti sono stati poi liberati da due giovani e generosi lealisti (gli uomini hanno occhi per vedere e cuore per sentire, i missili no). Ma se fossero stati tenuti prigionieri sarebbe stato legittimo.

GHEDDAFI E OBAMA

Altra foto d’archivio: doppia stretta di mano tra Gheddafi e Obama. Neppure Obama sapeva che stava stringendo le mani di un violento e sanguinario dittatore?

Di tutte le aggressioni perpetrate dalle Democrazie dopo il crollo del contraltare sovietico quella alla Libia è la più sconcertante. Per anni Gheddafi aveva trafficato col terrorismo, ma da quando la Libia aveva pagato un enorme risarcimento per le 700 vittime dell’attentato di Lockerbie, il Colonnello era tornato a pieno titolo nell’arengo della rispettabilità internazionale.

Paesi europei facevano lucrosi affari con la Libia (non olet) e il leader libico era ricevuto con tutti gli onori dai Premier . Poi qualcuno, improvvisamente, ha deciso che Gheddafi doveva essere eliminato. “Agenti provocateur” francesi e britannici furono inviati in Cirenaica per fomentar la rivolta.

Quando è scoppiata Gheddafi ha cercato di reprimerla. Si disse allora che sparava sui civili. Ma una rivolta, un’insurrezione, è fatta, per definizione, da civili, altrimenti porta un altro nome, si chiama golpe militare. Si varò una risoluzione Onu che, si disse, doveva imporre una “no fly zone” per impedire a Gheddafi di sfruttare la propria superiorità aerea.

ZAPATERO E GHEDDAFI

Anche  Zapatero – l’ex voto spagnolo della sinistra italiana – non disdegnava di intrattenersi con Gheddafi. Anche Zapatero non sapeva?

Anche se violava il principio di diritto internazionale della non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano, peraltro già buttato a mare con la Serbia, la cosa ci poteva anche stare per rendere meno sperequati i rapporti di forza fra le fazioni.

Ma subito si capì che le Democrazie non volevano affatto difendere i civili libici, ma semplicemente abbattere il regime di Gheddafi bombardando con gli aerei Nato anche le sue forze terrestri, i suoi comandi e la popolazione che gli era rimasta fedele. A causa dell’intervento Nato non sapremo mai quale era la reale consistenza della rivolta.

blair gheddafi

E non poteva mancare il laburista Blair che abbraccia Gheddafi.

Sappiamo però che il dittatore non era così isolato come oggi si vuol far credere. Come scrive Sergio Romano sul Corriere (24/8) il suo nazionalismo, l’antiamericanismo, il no al radicalismo religioso avevano l’approvazione di una parte consistente del popolo libico.

Inoltre le grandi risorse del sottosuolo gli avevano consentito di creare nuovi ceti sociali benestanti. Se fosse altrimenti non si capirebbe la strenua resistenza che i gheddafiani, pur in totale inferiorità militare, stanno opponendo alla Nato.

Il ministro Frattini ha dichiarato che “se Gheddafi continuerà a incitare alla guerra civile sarà tenuto come unico responsabile del bagno di sangue” (peraltro già avvenuto: 20mila morti). Si vuole negare a Gheddafi anche il diritto di difendersi? Massimo Fini, Il Fatto, 27 agosto 2011

.……Massimo Fini è un giornalista che non le manda a dire…le dice.  Questo articolo, infatti,  si discosta dalle veline con cui i mass media hanno trattato la guerra d’agressione perpetrata dalla Francia e dall’Inghilterra, d’intesa con gli USA, trascinandovi per il collo anche l’Italia, contro la Libia, Paese sovrano e membro dell’ONU. L’articolo di Fini evidenzia che mentre  sembrava che le guerre coloniali fossero un  brutto ricordo del secolo scorso,  pare invece  che siano tornare di attualità. Grazie al duo Cameron e Sarkozy. A chi toccherà la prossima volta? g.

BANDIERE ROSSE E PRIVILEGI D’ORO: ECCO LA “CASTA” DEI SINDACALISTI

Pubblicato il 27 agosto, 2011 in Costume | Nessun commento »

Strumenti utili
Con leggi e leggine si sono rita­gliati privilegi su privilegi. Una norma qui, un articolo là e tutto s’incastra al punto giusto. I sinda­cati dovrebbero tutelare i lavora­tori, ma in realtà sono, come ha in­­titolato un suo libro il giornalista dell’ Espresso Stefano Livadiotti, l’altra casta. Una nomenklatura che spesso si sovrappone e si con­fonde con quell­a ospitata sui ban­chi di Palazzo Madama e Monteci­torio. Nella scorsa legislatura 53 deputati e 27 senatori, per un tota­le di 80 parlamentari, provenivano dalla Triplice. Secondo Livadiotti costituiscono il terzo gruppo par­lamentare, insomma formano una lobby agguerrita quanto se non più di quella degli avvocati. E nel tempo hanno strutturato un si­stema di potere studiato fin nei dettagli.Non che non abbiano me­riti storici impo­rtantissimi nell’af­francamento di milioni di italiani, ma col tempo i sindacati hanno cambiato pelle. E anima. Basti dire che i rappresentanti dei lavoratori hanno un patrimo­nio immobiliare immenso, ma non pagano un euro di Ici. Si fa un gran parlare di questi tempi delle sanzioni di cui gode la Chiesa cat­tolica ma i sindacati non versano un centesimo. Altro che santa eva­sione. Il lucchetto è stato fabbrica­to col decreto legislativo numero 504 del 30 dicembre 1992, in pie­no governo Amato. Con quella tro­vata, i beni sono stati messi in sicu­rezza: lo Stato non può chiedere un centesimo. Peccato, perché non si tratterebbe di spiccioli. Per capirci la Cgil dice di avere 3mila sedi in giro per l’Italia. È una sorta di autocertificazione perché, al­tra prerogativa ad personam , i sin­dacati non sono tenuti a presenta­re i loro bilanci consolidati. Sfug­gono ad un’accurata radiografia e non offrono trasparenza, una mer­ce che invece richiedono punti­gliosamente agli imprenditori. Dunque, la Cgil dispone di un al­bero con 3mila foglie ma la Cisl fa anche meglio: 5mila sedi. Uno sproposito. E la Uil, per quel che se ne sa, ha concentrato le sue pro­prietà nella pancia di una spa, la Labour Uil, che possiede immobi­li per 35 milioni di euro. Lo Stato che passa al pettine le ricchezze dei contribuenti non osa avvici­narsi a questi beni. Il motivo? La legge equipara i sindacati, e in ve­rità pure i partiti, alle Onlus, le or­ganizzazioni non lucrative di utili­tà sociale. Dunque la Triplice sta sullo stesso piano degli enti che raccolgono fondi contro questa o quella malattia e s’impegnano per qualche nobile causa sociale. Insomma, niente tasse e map­pe s­fuocate perché in questa mate­ria gli obblighi non esistono. E pe­rò lo Stato ha alzato un altro ponte levatoio collegando il passato al presente con un balzo vertigino­so. Risultato: le principali sigle hanno ereditato le sedi dei sinda­cati di epoca fascista. Gli immobi­li del Ventennio sono stati asse­gnati a Cgil, Cisl Uil, Cisnal (l’at­tuale Ugl) e Cida (Confederazio­ne dei dirigenti d’azienda). Senza tasse, va da sé, come indica un’al­tra norma: la 902 del 1977. Leggi e leggine. Così un testo ad hoc , questa volta del 1991, permet­te alle associazioni riconosciute dal Cnel di poter creare i centri di assistenza fiscale. I mitici Caf. Qui i lavoratori ricevono assistenza prima di compilare la dichiarazio­ne dei redditi. Attenzione: la con­sulenza è gratuita perché, ancora una volta, è lo Stato a metterci la faccia e ad allungare la mano. Per ogni pratica compilata lo Stato versa un compenso. È un busi­ness che vale (secondo dati del 2007) 330 milioni di euro. Soldi e un trattamento di lusso. Altro capitolo, altro scivolo, altro privilegio: quello dei patronati. Ogni sindacato ha il suo. Il moti­vo? Tutelare i cittadini nel rappor­to con gli enti previdenziali. Co­me i Caf, ma sul versante pensio­nati. Questa volta la legge è la 152 del 2001. Lo Stato assegna ai patro­nati lo 0,226 dei contributi obbli­gatori incassati dall’Inps, dal­l’Inpdap e dall’Inail. Altri trecen­to e passa milioni che servono per far cassa. E per tenere in piedi la baracca. Le stime, in assenza di bi­lanci, sono approssimative ma i sindacati mantengono un appara­to di prima grandezza e hanno cir­ca 20mila dipendenti. Sono i nu­meri di una multinazionale che però si comporta come un’azien­dina con meno di 15 dipendenti. Altrove, vedi lo Statuto dei lavo­­ratori, le tute blu sono tutelate tan­t’è che Berlusconi a suo tempo aveva provato, invano, ad aprire una breccia proponendo la can­cellazione dell’articolo 18. Ma dal­le parti della Triplice valgono al­tre regole, diciamo così, più libe­ral o, se si vuole, meno restrittive. Un’altra leggina, questa volta del 1990, offre a Cgil, Cisl, Uil la possi­bilità di mandare a casa i dipen­denti senza tante questioni. In­somma, è la libertà di licenzia­mento. Una bestemmia per gene­razioni di «difensori» degli ope­rai, dei contadini e degli impiega­ti. Ma non nel sancta sanctorum dei diritti. Due pesi e due misure. Come sempre. O almeno spesso. Per non smarrire le ragioni degli ultimi si sono trasformati nei pri­mi. Creando appunto un’altra ca­sta. Ora, la Cgil di Susanna Camus­so proclama lo sciopero generale per il 6 settembre e chiama a rac­colta milioni di uomini e donne. Un appello, legittimo, ci manche­rebbe. Ma per una volta i sindaca­ti farebbero bene a guardarsi allo specchio. Forse, qualcuno non si riconoscerebbe più. Stefano Zurlo, Il Giornale, 27 agosto 2011
.……E Zurlo dimentica le migliaia di sindacalisti, pagati dalle aziende e sopratutto dallo Stato, posti comando o in distacco  retribuiti che lavorano (se lavorano!) per i sindacati. Altro che casta. E una banda di delinquenti che sfrutta i lavoratori per farsi i propri affari.  Come quell’ analfabeta insegnante  (sic!) di tecnica nelle scuole media che si è inventato un sindacato che conta due o tre iscritti, grazie ai quali ottiene distacco retribuito e riesce a farsi incaricare dirigente scolastico. Uno che al più in una scuola seria e libera dai sindacati avrebbe potuto fare il puliscia cessi.

IN SIRIA IL REGIME SPEZZA LE MANI AL VIGNETTISTA ANTISADAT. E NESSUNO FIATA

Pubblicato il 27 agosto, 2011 in Costume, Politica estera | Nessun commento »

DAMASCO – Aveva disegnato Assad che faceva l’autostop con Gheddafi e altre vignette satiriche anti regime. Lo hanno pestato a sangue e gli hanno spezzato le mani.

Così gli agenti dei servizi di sicurezza di Damasco hanno dato una lezione al celebre vignettista siriano Ali Ferzat per ridurlo al silenzio. Gli hanno detto, ha riferito un familiare dell’artista, che si è trattato «solo di un avvertimento» e gli hanno ordinato di smettere di disegnare.

Le vignette di Ali Ferzat Le vignette di Ali Ferzat Le vignette di Ali Ferzat Le vignette di Ali Ferzat Le vignette di Ali Ferzat Le vignette di Ali Ferzat Le vignette di Ali Ferzat Le vignette di Ali Ferzat

«Le nostre vite sono in pericolo», ha spiegato l’uomo. Fondatore di un giornale satirico chiuso dopo numerosi attacchi e censure, il disegnatore ha un sito dove pubblica i suoi disegni (www.ali-ferzat.com) che ieri è stato a tratti oscurato. Alla vigilia del 25esimo venerdì consecutivo di proteste, gli attivisti hanno denunciato l’uccisione di almeno quindici persone in 24 ore, tra cui una donna. Il Corriere della Sera, 27 agosto 2011

…. Fin qui il Corriere della Sera che in prima pagina, come hanno fatto ieri nunmerose testate televisive, hanno dato notizia del pestaggio cui è stato sottoposto il vignettista satirico siriano Alì Ferzat come punizione per le vignette  contro il dittatore siriano che a parole promette democrazia e nei fatti reprime il dissenso, anche quello della satira che, come si sa, uccide più delle baionette. Naturalmente il silenzio delle diplomazie internazionali è assordate. Non osiamo pensare cosa sarebbe accaduto se, per esempio, qualche cosa molto, molto meno simile fosse accaduto al Vauro di Santoro o al Crozza di Floris. Sorvoliamo. E ci domandiamo. Dove diavolo sono Cameron e Sarkozy che mossi da irrefrenabile preoccupazione per le vittime del sanguinario Gheddafi hanno scatenato una guerra contro un Paese sovrano, membro dell’ONU, sganciando tonnellate di esplosivo sulle città libiche che hanno mietuto, pare,  oltre 20000 mila morti, la maggior parte dei quali tra i civili inermi che si sono trovati nella traiettoria delle bombe? E contro la Siria di Sadat, che nelle ultime settimane, senza l’aiuto delle bombe democratiche  francesi e inglesi , ha falciato centinaia di inermi cittadini la cui unica colpa era ed è quella di aspirare alla libertà di cui la democrazia è una conseguenza, perchè mai nottetempo i due campioni sopradetti non hanno concordato l’invio dei superjet armati di missili  per sforacchiare il regime  e costringerlo a lasciare liberi i siriani? E perchè il Tribunale penale dell’Aia, sempre pronto a reclamare imputati quando questi non sono più in grado di reagire, non chiedono l’immediata estradizione di Sadat dinanzi a quel Tribunale per rispondere, come Gheddafi e i suoi figli,  e prima di lui, Milosevic, e gli altri brutti ceffi del genocidio serbo,  dei crimini contro l’umanità? Ci viene il dubbio che al duo Cameron-Sarkozy dei libici non gliene fregasse più di tanto e che ad indurli alla guerra  non sia stata la commossa preoccupazione per la le loro vite, bensì i loro affari e quelli dei loro amici e delle loro aziende petrolifere. Quanto al Tribunale penale dell’Aia, ci fa  venire alla mente che da sempre i vinti hanno torto e i vincitori scrivono la storia. Spesso genuflettendola ai propri interessi.  g.

CASO PENATI: RINUNCIATE ALLA PRESCRIZIONE

Pubblicato il 27 agosto, 2011 in Costume, Giustizia, Politica | Nessun commento »

Il Pd sta perdendo la battaglia di Stalingrado. Se continua così, finirà che gli iscritti dovranno fare una class action contro Filippo Penati. Il danno che la vicenda di Sesto San Giovanni sta infatti arrecando al partito di Bersani è molto serio, e ogni mossa dell’indagato tende ad aggravarlo.
Alla notizia che il gip aveva confermato «l’esistenza di numerosi e gravissimi fatti di corruzione», ma non li aveva considerati «concussione» evitandogli così l’arresto, Penati ha infatti festeggiato con una dichiarazione surreale, come se fosse stato assolto. Poi ieri qualcuno deve averglielo fatto notare, ed è arrivata l’autosospensione dal partito e dal gruppo consiliare alla Regione Lombardia, la procedura standard che si usa nel Pd per evitare l’espulsione. Con essa, la carriera politica dell’uomo che era stato incaricato da Bersani di strappare il Nord a Berlusconi si può considerare praticamente finita.
Stavolta infatti non si può neanche dire «aspettiamo il processo», perché il processo non ci sarà per avvenuta prescrizione. Penati potrebbe certo rinunciare alla decorrenza dei termini, per ottenere un proscioglimento nel merito o la sentenza di assoluzione. Ma ieri, pur dichiarandosi innocente, non ha anticipato niente del genere. È suo diritto, ovviamente, e il garantismo consiste anche nel difendersi dal processo, oltre che nel processo. Però Bersani deve sapere che d’ora in poi l’argomento contro il ricorso alla prescrizione, tante volte rinfacciato a Berlusconi e agli indagati dell’altra parte politica, non potrà mai più essere usato dal Pd. Per un partito che ha obbligato i suoi parlamentari a votare per l’arresto di Tedesco, accusato di fatti meno gravi di quelli contestati a Penati, è un brutto contrappasso.
Ma non è questo l’unico danno che la vicenda arreca al Pd. Il punto cruciale, infatti, è che Penati non può essere trattato come una «mela marcia». Non c’è niente di «marcio» in quest’uomo politico che si è fatto le ossa nella gavetta comunista, prima da sindaco e poi da presidente di Provincia, salendo un po’ alla volta fino a diventare il braccio destro di Bersani, alle cui truppe aveva portato la bandiera dei riformisti lombardi. Penati non commerciava in Rolex falsi e non girava in Ferrari. Se ha preso le mazzette che gli vengono contestate, le ha prese per finanziare la sua ascesa politica e quella dei suoi compagni. Ed è sgradevole che il gip, seguendo una moda ormai invalsa tra i magistrati, infili nella sua sentenza gratuiti commenti da corsivista, scrivendo che si è comportato come un «delinquente matricolato».
Ma è proprio perché Penati non è delinquente matricolato che il Pd è nei guai. Quello emerso a Sesto San Giovanni è infatti un «sistema», anzi un «sistemone» di finanziamento della politica. Non c’è solo Penati. C’è il suo capo di gabinetto, c’è l’assessore della giunta seguente, e per una vicenda minore è indagato anche l’attuale sindaco. Il pm parla di un «direttorio finanziario democratico» in opera da almeno 15 anni, di un vero e proprio «peccato originale». È di quel peccato originale che il vertice del Pd sta ostinatamente evitando di parlare, assumendo un atteggiamento da vergine offesa che le circostanze davvero non giustificano. Se infatti le cose funzionavano così a Sesto San Giovanni, che era un po’ la boutique del governo della sinistra nel Nord, se coinvolgevano le Coop, se proseguivano nell’inquinamento probatorio fino ai giorni nostri, se perfino il successo elettorale a Milano poteva diventare occasione per reiterare il reato tacitando l’imprenditore amico, titolare per altro di una società il cui nome, «Caronte», diceva già tutto; beh, allora vuol dire che si trattava di una pratica radicata, antica ed evidentemente tollerata. Il punto è: quanto è estesa? Troppe fondazioni, troppe correnti, troppi feudi locali nel Pd cercano risorse per vivere, affermarsi e contare a Roma un po’ come ha fatto Penati in questi anni.

Non so se nel Pd ci sono ancora i probiviri come c’erano una volta nel Pci. Ma, se ci sono, Bersani dovrebbe sguinzagliarli in giro per l’Italia, dovrebbe essere lui a promuovere un’inchiesta, a scrutare dentro e dietro i potentati piccoli e grandi che esistono nel suo partito, alcuni dei quali – Penati e le Coop di sicuro – fanno parte integrante della sua constituency personale. Il Pd ha proposto nella «contromanovra» un drastico taglio dei costi della politica. Ma non c’è nessun aspetto della politica italiana che costi più della corruzione. La credibilità di un partito che vuole curare il Paese sta anche nella capacità di curare innanzitutto se stesso. Antonio Polito, Il Correre della Sera, 27 agosto 2011

…….Penati non è l’unico che festeggia una prescrizione come una assoluzione. Fece altrettanto il geom. Giorgio Gaetano detto Nino all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione per le lottizzazioni abusive di via Fleming e di via Vinci. Giorgio,  dipinto  dalla Cassazione  come partecipe della “concreta attuazione del disegno criminoso diretto a condizonare la riserva pubblica della programmazione territoriale”, ha beneficiato della prescrizione, proprio come Penati, ma ciò non toglie l’accertata responsabilità per la quale però non deve rispondere,  diversamente da quelli che si erano fidati delle sue rassicurazioni e che ora trepidano, a causa sua e delle macchinazioni poste in essere grazie alla sua carica politica,  per il bene casa per il momento confiscato.  Giorgio si è guasrdato bene  dal  rinunciare alla prescrizione  e con la faccia tosta che è tipica di chi se ne infischia delle regole si atteggia a martire.  Proprio come farà Penati di qui a qualche mese, o anche meno. g.

VIZIATI E STRAPAGATI, I CALCIATORI PROFESSIONISTI MERITANO SOLO UNA PEDATA_: NEL SEDERE!

Pubblicato il 26 agosto, 2011 in Costume, Economia | Nessun commento »

Calcio Il simbolo dell’ipocrisia? I calciatori. Eto’o, sbarcato in Russia per giocare con una squadra ignota ma ricchissima, ha detto: non vengo per denaro, mi interessa il progetto. Cosa c’è di più interessante di 20 milioni di euro l’anno? Così i calciatori sciopereranno nella prima di campionato non per dei princìpi ma per avidità.  La contesa è su un ipotetico contratto collettivo. Eppure non c’è atleta che non abbia un procuratore, un ufficio legale e un contratto preciso in ogni dettaglio. Stipendio, premi, bonus per lo sfruttamento dell’immagine, diritti. Tutto è precisato e pagato. Ben pagato. Come non dar ragione al presidente Beretta quando dice degli scioperanti in mutande: hanno retribuzioni da amministratore delegato e vorrebbero diritti superiori a quelli degli operai della catena di montaggio. Eppure dicono che non sono i soldi il problema. Ma allora perché non vogliono assicurare che pagheranno il contributo di solidarietà? Il problema in fondo è questo. Inutile che dicano il contrario. Loro quel contributo in realtà non vogliono pagarlo o comunque vogliono trattarlo con le società. Ma quale categoria ridiscute il contratto per il fondo di solidarietà? Nessuna. A chi verrebbe in mente di andare dal proprio datore di lavoro e dire: questo lo paghi tu? Sai che pernacchie riceverebbe. I calciatori no. Questa classe eletta, persone che guadagnano in un anno quello che molti professionisti prendono in una vita, non si vergognano nemmeno un poco. Chiedono e minacciano. Così il presidente della Federazione gioco Calcio, Abete, arriva perfino a proporre un fondo di 20 milioni messo a disposizione per eliminare il contenzioso. L’intenzione di Abete nasce dalla preoccupazione di disinnescare la bomba dello sciopero. Mettendo sul piatto quei soldi sperava di convincere le società di calcio a firmare l’intesa con la garanzia che non correrebbero il rischio di dover mettere mano al bilancio. Bene ha fatto la Lega calcio a dire no. È una questione di giustizia, di decoro. Se il mercato porta dei giocatori di calcio a guadagnare tanto non siamo qui a scandalizzarci, ma le tasse, giuste o ingiuste che siano le paghino come gli altri. Si immergano nella realtà. Così il tentativo di Abete e gli appelli di Petrucci sono caduti nel vuoto. Lo scopo era lodevole, quello di garantire la partenza del campionato. Il gioco del calcio non è solo divertimento, non è soltanto l’argomento preferito di discussione per milioni di italiani. È una vera industria che muove grandi risorse, un meccanismo che coinvolge le tv e la pubblicità. Ma dare garanzie che nessuno altro ha sarebbe stato un pessimo segnale per il Paese. Un precedente pericoloso. Così resta il braccio di ferro. Per disennescarlo basterebbe che i calciatori, senza ambiguità, si facessero carico di pagare di tasca propria il contributo. Se lo facessero darebbero un segnale forte di responsabilità. C’è un altro punto, più tecnico che alimenta la discussione: la possibilità o meno dei dirigenti di allontare dal gruppo qualche atleta. Ma parliamoci chiaro, questo non significa toccare le retribuzioni. Per il sindacato calciatori non si può isolare una persona dai compagni e farlo allenare separatamente. Ma quanto sono sensibili questi signorini. Si fanno fare dei contratti ricchi, se poi non rendono per quello che sono pagati, non fanno sconti. I soldi li vogliono tutti anche se la domenica vanno alla stadio, ma in tribuna. E se invece rendono di più ecco arrivare i procuratori per reclamare una revisione del contratto, e spesso le società devono cedere. Non hanno difese, nemmeno quello di mettere «fuori rosa». Diritti a senso unico. Solo per loro. Per i più ricchi dipendenti del mondo. Altro che attaccati alla maglia come ripetono con retorica. Sono attaccati solo allo stipendio, e che stipendio. Che scioperino pure. Se lo facessero i tifosi di calcio, quelli che pagano questo baraccone, altro che veline e Ferrari. I ragazzi viziati dovrebbero lavorare. Gli farebbe bene. Giuseppe Sanzotta, Il Tempo, 26/08/2011

.…..E come non essere d’accordo con questo articolo e anche, nonostante tutto, con Calderoli quando,  alle minacce di sciopero dei calciatori professionisti che protestano per il contributo di solidarietrà che non vorrebbero pagare, minaccia di raddoppiarglielo. Questi viziati e strapagati tiratori di calci al pallone che approfittano degli enormi vantaggi economici di cui fruiscono per vivere senza rispetto e decoro per i tanti tifosi che per andarli a vedere  giocare sacrificano  talvolta  elementari necessità familiari, non riescono nemmeno a capacitarsi che quando la corda la si tira troppo può spezzarsi…anche per loro. E allora addio a ville megagalattiche, agli alberghi di lusso, alle vacanze dorate, ai festini a base di ostriche e champagne, alle splendide veline di cui amano accerchiarsi. Per cui la smettano di fare gli schizzinosi, paghino le tasse, giochino senza riparmiarsi, altrimenti siano i tifosi a scioperare. Contro di loro. g

IN POLITICA I SESSANTENNI SI SENTONO IL “NUOVO”

Pubblicato il 23 agosto, 2011 in Costume | Nessun commento »

Molte circostanze congiurano per rende­re attuale il problema della successione a Berlusconi. Lo rendono attuale, nel colmo di una crisi economica gigantesca, i suoi set­tantaquattro anni; lo rende attuale lo stato di salute fisica e mentale dell’indispensabi­le alleato Bossi; lo rende attuale l’agitarsi sul­la scena pubblica di probabili o possibili del­fini. Come Roberto Formigoni o come Luca Cordero di Montezemolo. Che oppongono alla vecchiezza del regnante la loro vigorosa maturità. In realtà proprio ragazzi non sono nemmeno loro, entrambi hanno passato la sessantina. Ma amano presentarsi come la fresca linfa dalla quale la disseccata pianta della politica italiana trarrà alimento e rigoglio.

Tra i giovani che tanto non lo sono, ma che sembrano addirittura bambini nella loro predilezione per le favole, va messo secondo me Nichi Vendola. Incalzano infine i giovanissimi – come Angelino Alfano o come qualche signora ministra – al cui confronto Tremonti è un matusa e il neo guardasigilli Nitto Palma un rottame. Viene così riproposto al Paese un interrogativo cui è tutt’altro che facile dare risposta. Qual è, per un politico che aspiri a impugnare le più importanti leve di comando, l’età giusta?

La schiera dei giovanilisti è sempre agguerrita e aggressiva. Per ragioni di principio ma anche per motivi personali – se i vecchi non si fanno da parte come riusciranno i meno vecchi a far carriera- molti predicano il cambio generazionale, ci vuole aria fresca, dicono, nel Palazzo, solo così gli ammuffiti rituali d’una politica senescente saranno spazzati via. Sono argomenti, questi, che fanno colpo anche su uno, come me, che dovrebbe aborrirli. La tentazione del largo ai giovani è forte. Ma poi, con lo scetticismo di chi la giovinezza l’ha perduta di vista da un pezzo, ricordo alcune cose. Ricordo che Giulio Andreotti fu, nei governi di Alcide De Gasperi, una quasi imberbe promessa; ma forse era in buona sostanza più vecchio lui del suo protettore, il trentino cui fu consegnata l’Italia quando già aveva sessantaquattro anni (una speranza in più per Montezemolo).

È opinione di tantissimi, me compreso, che De Gasperi sia stato, da veterano della politica ma non del potere, il miglior presidente del Consiglio che la Repubblica abbia avuto. Assieme a lui colloco grandi vecchi della democrazia, citando un po’ a caso. Winston Churchill, Konrad Adenauer, Ronald Reagan. E assegnando ad altra e meno meritevole categoria i grandi vecchi dell’autoritarismo Francisco Franco, Mao, Tito, che tuttavia alla vecchiaia non erano arrivati quando s’erano imposti. La difesa delle capacità di giudizio e che l’anziano acquista per esperienza di vita (ma che possono diventare calcificazione mentale) si fonda dunque su eccellenti argomenti. Ma sarebbe stupido negare o sminuire il fascino – mentale e d’aspetto-della giovinezza.Non fu necessario il raggiungere la tarda età perché un Napoleone, un Cavour (e diciamo pure anche un Mussolini, dotato d’un innegabile carisma e capace di mettere nel sacco l’esperto Giolitti)irrompessero prepotentemente sulla scena. Anche in tempi recenti si sono visti i decolli di esordienti di talento. Come l’ex premier britannico Tony Blair e come l’attuale David Cameron. E poi le speranze deluse, Luis Zapatero in Spagna e Barack Obama negli Stati Uniti.

Sarà una mia maligna sensazione siamo sempre severi verso i contemporanei- , ma non mi pare che gli enfant prodige pullulino nelle camere e nelle anticamere romane. Lo so, i vecchi sono abbarbicati alle poltrone più che l’edera, ma i nuovi virgulti danno anche loro l’impressione di pensare a quello: a una poltroncina o poltronciona cui siano correlati indennità e privilegi vari. La mia conclusione, per quanto riguarda l’anagrafe, è che non contino tanto gli anni quanto le idee, i progetti e la capacità di realizzarli. Ci sono cretini o lestofanti ventenni che tali rimangono strenuamente fino alla soglia della tomba, e onesti servitori dello Stato immuni da tentazioni venali e da manovrette carrieristiche.

Il dramma d’oggi sta a mio avviso nel discredito da cui sono avvolti gli eletti dal popolo. È possibile, anzi è probabile, che tra loro ci siano intelligenze notevoli e doti di carattere ammirevoli. Ma rimangono poco visibili, sono sommerse da un giudizio sommario che nega la sufficienza all’intera dirigenza politica, senza distinzioni di colore. Il recupero dell’economia è arduo, ma non quanto il recupero del prestigio che una classe politica dovrebbe avere e che ha perduto. Il Giornale, 23 agosto 2011.

.…….Ciò che scrive Cervi, che di anni ne ha ben più di Berlusconi, vale per qualunque categoria e mestiere, non solo per la politica. L’essere giovani o vecchi è solo un dato anagrafico, essere bravi o sciocchi, innovatori o conservatori, onesti o lestofanti, nulla ha a che vedere con l’età, semmai con il carattere di ciascuno, la sua formazione, la sua indole. A proposito di  vecchi e di vecchiaia ci piace ricordare ciò che ne disse Hemynguay in un suo romanzo:”non si è vecchi sino a quando i rimpianti non prendono il posto delle speranze”. Ci sono “giovani” che rimpiangono quel che non è stato prima ancora di nutrire speranze per quel che può essere. E ci sono “vecchi” che pur “vivendo come se dovessero morire subito, pensano come se non dovessero morire mai”. Fra i primi e i secondi preferiamo i secondi. g.

TRIPOLI E’ CADUTA, GHEDDAFI NO

Pubblicato il 23 agosto, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Muammar Gheddafi Sei mesi di campagna militare da dimenticare ci consegnano (forse) una Libia liberata da Gheddafi, ma non libera dagli errori del colonialismo, gli orrori del colonnello, le stupidaggini di Grandi Nazioni che continuano ad essere piccole.
Gheddafi ha rappresentato per quel Paese – che prima di lui Paese non era – la soluzione dei mille conflitti tribali. Non voglio qui ripercorrere la vita di Muammar, cosa che fa con la sapienza dello storico il nostro Francesco Perfetti, ma la storia della Libia e della caduta del suo uomo-simbolo mi offrono lo spunto per affrontare, ancora una volta, uno dei temi che dovrebbe far parte dell’arsenale di idee dell’Occidente: la democrazia e la sua diffusione nel mondo.
Quando nel febbraio di quest’anno decisi di titolare la prima pagina de Il Tempo «Liberiamo Tripoli» pensavo di aprire un dibattito sul modo in cui i governi democratici si confrontano con i tiranni. Una cosa è la realpolitik, alla quale non mi stanco mai di far riferimento, un’altra è continuare a chiudere gli occhi di fronte agli orrori che si perpetrano in nome del potere personale senza muovere un dito e continuando pure a far finta che l’organizzazione delle Nazioni Unite, l’Onu, sia un club dove tutti sono gentiluomini. Il colonnello libico in quel club non era neppure il peggiore. Pensate solo a quel macellaio di Assad che in Siria ha schierato i carri armati contro i civili. Ha ucciso migliaia di persone negli ultimi anni e sta ancora al potere. Come lui tanti altri. Continua a farmi impressione vedere il presidente iraniano Ahmadinejad prendere la parola nel Palazzo di Vetro e dire chiaramente che Israele deve morire. Non voglio fare l’elenco delle satrapie mediorientali, non voglio sollevare qui il mai risolto problema dell’indipendenza del Tibet e dei diritti umani in Cina. Sono un realista, ma fino a un certo punto. Perché se si smette di pensare che la libertà non possa essere diffusa, allora ha poco senso vivere.
Per questo non ho mai esitato un minuto: Gheddafi doveva cadere e non per consunzione naturale, ma con il suono delle armi. Le rivoluzioni non si fanno con i fiori, quelle sono invenzioni buoniste che vanno bene per spalmare la Nutella non per fare politica estera. E qui veniamo al nocciolo centrale della faccenda: l’Europa, un’opera incompiuta che si sta disfacendo anche perché non ha un sistema comune di difesa (e offesa). La campagna militare in Libia è quanto di più sgangherato si sia visto nei manuali militari. Quando la guida dell’operazione è passata dal triangolo Stati Uniti-Francia-Inghilterra alla Nato il risultato è stato un fiasco. Contro un esercito quasi inesistente, un’aviazione che non volava e un sistema missilistico le cui qualità balistiche sono ricordate dalla pizzeria «Il missile di Lampedusa», bastava un mese di operazioni aeronavali e uno sbarco a terra di un gruppo speciale. Per ipocrisia si è scelta un’altra strada: finanziare gli insorti di Bengasi fornendo loro anche le armi e il supporto aereo per creare una bugia colossale, la rivoluzione libica contro il rivoluzionario per eccellenza, Gheddafi.
Così i cirenaici potranno rivendicare il loro primato sulla Tripolitania, in quanto rivoluzionari, e le tribù, che da sempre decidono i destini della Libia, saranno ancora una volta il fattore chiave di una partita post bellica ancora tutta da scrivere. Dal punto di vista militare la guerretta libica ci insegna che l’Europa non sa fare la guerra e senza gli americani è meglio che si dedichi ad altro. Quanto all’Italia avevamo cominciato malissimo, sostenendo uno zombie, cioè Gheddafi, la cui fine era segnata. Abbiamo poi deciso di usare le basi e far decollare i Tornado con un comico avviso: non sparano. In realtà in questa campagna abbiamo quasi finito le bombe, che poi siano andate a segno è tutto da vedere. Dal punto di vista politico l’Italia resta il Paese che ha più chances di tutti, i francesi e gli inglesi sono odiati ben più degli italiani, la bandiera di Sarkozy può sventolare a Bengasi non a Tripoli. E la nostra collaborazione con Gheddafi è esattamente pari a quella di tutto l’Occidente che con il colonnello faceva affari.

Più passa il tempo e più le idee dei neoconservatori americani, quelle del gruppo dei Vulcans, che sostenevano la politica estera di George W. Bush mi sembrano corrette: i massacri dei tiranni a un certo punto devono finire e chi desidera la libertà deve essere aiutato a trovarla. Non so se questo sia esportare la democrazia, ma certamente è sostenere l’idea di una società più giusta dove la libertà non è solo per pochi eletti, e l’Occidente può tutte le mattine svegliarsi e guardarsi allo specchio senza vergogna.  Mario Sechi, Il Tempo, 23/08/2011

……L’editoriale di Sechi è a cavallo della notizia che i figli di Gheddafi, dati per arrestati, sono più liberi che mai e che gli annunci sul loro arresto rappresentano la metafora del titolo dell’editoriale di Sechi: Tripoli è caduta, ma Gheddafi no! La verità è che la sgangherata guerra contro Gheddafi,  lanciata da Francia e Germania per motivi distanti quanto la Luna da quelli umanitari,  è lungi dall’essere conclusa e comunque non è certo che al termine si innalzerà su Tripoli  la bandiera della democrazia, mentre, come ricorda Sechi, in tante altre parti del mondo, sotto gli occhi strabici di un occidente a fasi alternate,  altri regimi autoritari e sanguinari reprimono nel sangue l’anelito alla libertà e alla democrazia dei loro popoli. La Siria e l’Iran ne sono i più squallidi esempi e per i loro capi, responsabili di genocidi accertati e di minacce di genocidio pronunciate nei luoghi consacrati al rispetto dei diritti dei popoli, non c’è nessun Tribunale speciale (dell’Aia) che intervenga, nella consacrata quanto avvilente abitudine di attenderne la caduta per denunciarne gli orrori. E se non cadono mai? g.