GERMANIA INGRATA, MERKEL SENZA MEMORIA

Pubblicato il 22 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il canceliere tedesco Merkel Ogni studente di economia sa che la Germania ha tra i fondamenti della costituzione la stabilità monetaria e la lotta all’inflazione. Frutto, anche questo è noto, della svalutazione a sei cifre del marco durante la repubblica di Weimar.  Il più studiato è l’articolo 115, che afferma: «Le entrate provenienti dal credito non possono superare la somma delle spese previste nel bilancio per gli investimenti». Vincolo esteso allo statuto della Bundesbank, la banca federale, e da essa imposto all’Europa prima con i parametri di Maastricht (dove il tetto all’inflazione di ogni paese è fissato al 3 per cento, pena sanzioni economiche), poi alla Bce, che continua a fissare la propria bussola sul contenimento dei prezzi prima ancora che sullo sviluppo. Difatti mentre le altre banche centrali dell’Occidente continuano a tenere i tassi a zero, l’Eurotower di Francoforte li ha già riportati all’1,5 per cento, con minaccia di ulteriori rialzi. E ora Angela Merkel, cui si è accodato Nicolas Sarkozy, chiede a tutta l’Europa di adottare il pareggio costituzionale di bilancio e pesanti manovre di austerity. Non solo. Sul Sole 24 Ore l’economista Luigi Zingales ha ricordato come per convincere i tedeschi ad abbandonare il marco a favore dell’euro il governo di Berlino pretese due condizioni: «1) La Banca centrale europea sarà altrettanto brava della Bundesbank nel tenere l’inflazione sotto controllo; 2) la Germania non dovrà mai intervenire per salvare altri paesi». Ed è appellandosi a queste condizioni giugulatorie che Angela Merkel insiste nei suoi «nein»: no al decollo del piano di salvataggio della Grecia, benché sia passato oltre un anno; no agli eurobond; no a qualsiasi altra cosa possa urtare la sensibilità finanziaria dei contribuenti-elettori di là dal Reno. Giusto? Forse: se la Germania avesse a sua volta la coscienza a posto in fatto di dare e avere. Ma se guardiamo alla storia, da quella tragica della Seconda guerra mondiale, a tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, agli anni più recenti della caduta del Muro di Berlino, e fino ai giorni d’oggi, scopriamo che non è proprio così. La Germania ha avuto dal mondo, Occidente in particolare, molto più di ciò che ha dato e di quel che pretende adesso. E di questo non c’è traccia né nella sua Costituzione né tantomeno nella sua «constituency», quel codice magari non scritto che è alla base della condotta e delle tradizioni dei paesi avanzati. Non parliamo dei sei milioni di morti che la follia hitleriana causò nei campi di sterminio: non è il caso di far ricadere su figli e nipoti le colpe dei padri o dei nonni. Si può però far riferimento al costo economico della Seconda guerra mondiale, che certamente ebbe nella Germania la sua causa: di recente il Congressional research service americano lo ha quantificato in 5 trilioni di dollari senza tener conto dell’inflazione. Si tratta cioè di 5 mila miliardi di dollari che aggiornata ai giorni nostri è pari, grosso modo, a metà del Pil mondiale di 74 mila miliardi. Sconfitto il nazismo, gli americani vararono poi il piano Marshall da 22 miliardi di dollari che permise all’Europa sconfitta, tedeschi su tutti, di rimettersi in piedi mentre dall’altra parte si alzava la cortina di ferro. Non tutto filò liscio: la Francia chiese che la Germania fosse esclusa dagli aiuti proprio per la sua responsabilità nella guerra. Alla fine il presidente Usa, Harry Truman, si impuntò, fece digerire il piano all’opinione pubblica americana – non meno insensibile al portafoglio di quella tedesca di oggi – e altrettanto fecero inglesi, canadesi, australiani, svizzeri, norvegesi, svedesi, perfino spagnoli. La Germania ebbe 1,5 miliardi di dollari di aiuti, più dell’Italia, un po’ meno della Francia. Ma a questo sussidio d’emergenza che terminò nel 1951 si aggiunsero i costi per l’Occidente (Usa, Francia e Gran Bretagna) dell’occupazione di Berlino e della tutela della Germania Ovest. Il solo ponte aereo con cui gli americani scongiurarono che i berlinesi morissero di fame e freddo per il blocco imposto nel 1948 da Stalin fu un regalo tanto generoso quanto gigantesco: ogni tonnellata di carbone venduta a Berlino al prezzo politico di 21 dollari, ne costava 150 agli Stati Uniti. Alla fine le tonnellate furono 1,5 milioni, mentre quelle di cibo raggiunsero i 2,4 milioni. La più grande e costosa operazione umanitaria della storia. Non è tutto. L’ombrello militare occidentale e americano permise ai tedeschi di dedicarsi in tutta tranquillità al proprio boom economico. Nessuno ha mai calcolato quanto sarebbe costato alla Germania difendersi da sola contro le mire sovietiche, e del resto l’interesse strategico era anche degli Usa. Si sa però che la spesa militare cumulata è la causa principale dei 14.400 miliardi di dollari di debito pubblico Usa, che ha provocato il downgrading di Standard & Poor’s e innescato buona parte dell’attuale rischio di recessione globale. Ma anche i tedeschi ci hanno messo del loro. La riunificazione del 3 ottobre 1990, dopo un anno dal crollo del Muro, è giustamente considerato un capolavoro strategico e di lungimiranza del governo allora guidato da Helmut Kohl. Il suo costo è stato però stimato dalla Freie Universitat Berlin in 1.500 miliardi di euro dell’epoca, una cifra allora superiore al debito pubblico tedesco che adesso sfiora i 2.100 miliardi. La parità tra marco occidentale e orientale, voluta per motivi politici, si tradusse in un crollo di competitività dell’industria tedesca, che a sua volta provocò una recessione che dalla Germania si estese a tutta Europa, Italia compresa. A tutt’oggi Berlino eroga ai territori della ex Germania Est un trasferimento speciale di 100 miliardi di euro l’anno in conto «ricostruzione»: il doppio dei sacrifici imposti in questi giorni all’Italia. E siamo ai giorni nostri. La Merkel sostiene che il salvataggio dei paesi europei a rischio si risolve con il rigore e non può essere pagato dai contribuenti tedeschi. Tanto che le rigorosissime banche di Francoforte, tipo la Deutsche Bank, hanno venduto a piene mani Btp italiani. Bene: ma qual è l’esposizione di queste banche teutoniche nei paesi maggiormente a rischio e declassati dalle agenzie di rating? Secondo la Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, si tratta di 65,4 miliardi di dollari verso la Grecia, 186,4 verso l’Irlanda, 44,3 verso il Portogallo, 216,6 verso la Spagna. Totale, 512,7 miliardi che il sistema finanziario tedesco ha «investito» nei Pigs. Cifra che si confronta con i 410 miliardi delle banche francesi, i 370 di quelle inglesi, i 76 di quelle italiane. Il risultato è che tra le dieci banche europee che fanno più ricorso alla famigerata leva finanziaria (che cioè contabilizzano maggiori crediti e capitale speculativo in rapporto al patrimonio) ben quattro sono tedesche: la Commerzbank, che occupa la prima posizione assoluta con una leva del 76,91 per cento, e poi la Berlin Landesbank, la Deutsche e la Deutsche Postban. Nessuna banca italiana figura in questa top ten. Nessun altro paese vede esposto il proprio sistema creditizio quanto la Germania. A questo punto la domanda è ovvia. Il rigore – giusto, per carità, e tanto più in un paese indebitato come l’Italia – imposto all’Europa dalla Cancelleria e dalla Bundesbank, serve a salvare gli stati o le banche? Soprattutto quelle di Francoforte e dintorni? Curiosità ancora più legittima se andiamo a guardare chi in questi mesi ha fatto più ricorso ai crediti della Bce. Ebbene, tra marzo e giugno 2011 il Tesoro e le banche tedesche hanno bussato alla porta dell’Eurotower per 247 miliardi di dollari, la Francia per 79, l’Italia per 149, la Spagna per 197. Soltanto a luglio l’Italia con altri 80 miliardi, ha portano il nostro conto a quota 229: ancora meno, comunque, della Germania. Insomma: mentre i rappresentanti tedeschi nel board della Banca centrale si opponevano al soccorso ai nostri Btp, salvo pretendere condizioni durissime, Berlino e Francoforte ottenevano crediti in abbondanza. D’accordo, loro hanno la tripla A: ma forse premia più la finanza che la riconoscenza, o la memoria. Marlowe, Il Tempo, 22 agosto 2011

…………..La riconoscenza, per gli uomini, si dice che sia l’attesa di nuovi favori. E’ ovvio ( e accade sempre e ovunque…)  che quando l’attesa è improduttiva, cessa la riconoscenza. La Germania non è diversa dagli uomini per cui non aspettandosi nuovi favori dopo  i tanti che ha ricevuto,  non ha ragione di essere riconoscente nè di doverlo ricordare. Però, non si sa mai….

IN ITALIA SI PAGANO TASSE SULLE TASSE

Pubblicato il 21 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Secondo le stime ufficiali gli italiani pagano 107 imposte. Ma un libro di Giuseppe Bortolussi (Cgia di Mestre) ci svela che sono tantissimi i balzelli che non si conoscono. Grazie ai quali lo Stato incassa più soldi di Berlino. Usandoli peggio

Il tributo che non ti aspetti: traditi dalle tasse sulle tasse
Libero-news.it

T

utti a dire che le tasse sono troppe, ma in troppi ignorano che si paga anche un’incredibile quantità di imposte nascoste: dai fondi pensione al project financing (con cui si finanziano due volte le opere pubbliche, in pratica) e dalle «tasse sulle tasse» (tipo l’Iva sulle accise della benzina) a quelle che cambiano nome ma non la sostanza. Bene, c’è un libro completo e didascalico (“Tassati e mazziati”,  di Giuseppe Bortolussi, Sperling & Kupfer) che smonta i falsi miti sulla fiscalità italiana e spiega le ricadute concrete sulle tasche di cittadini e imprese.

Ma è difficile da riassumere. Si comincia dai fondamentali, che pure, messi in fila, non smettono di impressionare: il 51 per cento del nostro reddito lordo è prelevato dal fisco, e tende notoriamente ad aumentare. In proporzione al reddito, le tasse che paghiamo sono più elevate di quelle dei tedeschi (i nostri tributi sono superiori di almeno 5 punti percentuali) il che significa che lo Stato italiano incassa più soldi di quello tedesco per erogare dei servizi: ma, quando li eroga, sono nettamente inferiori. Questo è possibile perché da noi si pagano tasse anche sconosciute che nascono da incomprensibili meccanismi di rilievo, e che ci lasciano mazziati perché i servizi scadenti che appunto riceviamo dallo Stato ci costringono a rivolgerci ai privati.

FALSI OBIETTIVI
È  d’uopo incolpare l’elevato debito pubblico, ma in realtà, anche considerando gli interessi sul debito, al nostro Paese rimarrebbe in cassa un surplus di risorse più che sufficienti per garantire buoni servizi: ma non è quello che accade. È  d’uopo incolpare anche l’evasione fiscale: se tutti pagassero – si dice – tutto sarebbe diverso. Cifre alla mano, il libro di Bortolussi dimostra che neppure quello è il punto: lo Stato italiano, anche senza i soldi dell’evasione fiscale, ogni anno incassa molti più soldi della Germania. Lo Stato non riesce a spendere bene i suoi soldi: il punto resta questo, lapalissiano ma imprescindibile.

Comprendere tutte le tasse che si pagano è davvero difficile, e questo articolo non riuscirà a riassumere quanto il libro condensa in 174 pagine zeppe di dati e di tabelle. Siamo soliti guardare solo al reddito netto, in Italia, proprio perché inconsapevoli di quanto realmente versiamo. Il cittadino medio ha in mente l’Irpef e, se ben informato, le addizionali Irpef comunali e regionali.  Pochi, tuttavia, considerano anche l’Iva e le accise che si accollano regolarmente con la spesa quotidiana: e quella la pagano tutti – studenti e pensionati – a tutte le ore della giornata. Basta usare un rasoio elettrico, farsi un caffè, usare acqua ed energia e gas, consumare benzina, comprare un whisky.

Giulio Tremonti, nel suo libro bianco del 1994, scrisse che le tasse erano almeno 100, e, di queste, 14 erano tributi sulla casa e 9 sull’auto. Ma secondo l’Istat (dati pubblicati nel giugno 2010, periodo 1980-2009) le forme di prelievo sono almeno 107, e non sono comprese, attenzione, quelle che riguardano servizi specifici come la tassa sui rifiuti. Sono però comprese le tasse che riguardano singoli eventi, tipo la maledetta Irap (Importa Regionale sulle Attività Produttive) o le tasse sul registro, l’ipotecaria, la catastale, quelle insomma più – si fa per dire – eccezionali. Nei fatti, le imposte sono corrisposte a 657 miliardi (nel 2009) a fronte di un reddito lordo nazionale di 1.521 miliardi, dato ingannevole ma che corrisponde comunque a un 43 per cento di pressione fiscale.

Perché ingannevole? Perché ci sono (prendete respiro) anche i contributi previdenziali, il contributo al Servizio sanitario, il premio Inail alle casalinghe, le citate addizionali Irpef comunali e regionali, l’Iva, la  Tia-Tarsu sui rifiuti, il bollo auto, le accise varie, l’imposta sulle assicurazioni, il canone Rai, l’addizionale comunale sull’energia elettrica, quella regionale sul gas, e ancora le ritenute d’imposta sugli interessi attivi.

DETTAGLI DIABOLICI
Il diavolo è nei dettagli, troppi dettagli. Solo i balzelli che gravano sulla casa producono un bottino che si aggira attorno ai 43 miliardi (ripartiti tra Stato, comuni, province e regioni) ma poi ci sono tasse varie su acqua, gas, energia elettrica e metratura della casa stessa: roba che può costare 300 euro annui a un single e oltre 500 a una famiglia.

E l’auto? Lo Stato finge di adirarsi per gli aumenti delle assicurazioni, ma gli incrementi dei premi convengono anche al fisco: che si becca oltre il 18 per cento del premio versato, anche se il bottino vero, com’è noto, è nei carburanti.
E qui arriviamo alle famigerate tasse sulle tasse, un rompicapo. Qualche esempio. Bollette del gas o dell’elettricità: l’Iva è calcolata sulle accise. Tassa sui rifiuti: in alcuni comuni si paga la tassa «ex Eca» sulla Tarsu, che è un’altra tassa; in altri comuni si paga l’Iva sulla Tia, che è una tariffa. Poi c’è l’Iva sul prezzo dei carburanti, che è calcolata sul valore delle accise. Ragione per cui l’aumento del prezzo della benzina, allo Stato, conviene e basta. E sarà un caso che la benzina, da noi, costa più che altrove. Tutto chiaro? No, ovviamente.

Le famigerate accise, comunque, vengono calcolate sulle quantità consumate (litro, chilo) e lo Stato le ha sempre utilizzate per fare cassa in momenti di emergenza: passata l’emergenza, però, l’accisa restava. Così abbiamo, a rendere occulta la tassazione della benzina, 1,90 lire per la guerra di Abissinia del 1935, 14 lire per la crisi di Suez del 1956, 10 lire per il disastro del Vajont del 1963, 10 lire per l’alluvione di Firenze del 1966, 10 per il Belice, 99 per il Friuli, 75 per l’Irpinia, 205 per la missione in Libano del 1983, 22 per quella in Bosnia, 39 lire per il contratto dei ferrovieri: fanno 0,25 euro a cui vanno aggiunti i ritocchi recentissimi per finanziare il Fondo unico per lo spettacolo (Fus) e per cancellare la contestata tassa di 1 euro sul biglietto del cinema, più un altro ritocco applicato dalle compagnie petrolifere per «fronteggiare lo stato di emergenza umanitaria determinato dall’eccezionale afflusso di cittadini appartenenti a Paesi del Nord Africa». Una cosa umanitaria.

LIBERAZIONE FISCALE
Questo, e altro, determina che in Italia il «giorno di liberazione fiscale» sia i primi di maggio per un operaio e a fine giugno per un impiegato. Per quanto riguarda le imposte e i contributi e le tasse di cui sono debitori i lavoratori autonomi, invece, il libro di Bortolussi ne elenca 26, e non abbiamo voglia di ricopiarle. Se già è difficile conoscerle tutte, figurarsi il comprendere se si paghi il giusto. Ci sono tasse che si pagano perché lo stipendio aumenta: ma nel caso non siamo più ricchi, perché con più soldi, causa inflazione, spesso riusciamo a comprare le stesse cose di prima. Ci sono tasse che siamo costretti a pagare – come in questo periodo – per calmierare un deficit di cui magari non abbiamo colpa. E ci sono tasse per finanziare servizi di cui non fruiamo perché, complice l’inefficienza, preferiamo o siamo costretti a rivolgersi al privato: dai trasporti alla sanità (dentisti compresi) e dalle poste alla sicurezza, dagli asili alle scuole: senza contare i soldi che diamo al Vaticano e alle strutture cattoliche. Neppure il sistema giudiziario funziona, si sa: le aziende perciò si rivolgono sempre più spesso ad arbitrati privati o a camere di conciliazione.

A proposito di servizi pagati due volte: il libro si sofferma in particolare sul trucco del project financing, ossia il coinvolgimento di partner privati nella realizzazione di un’opera pubblica; si parla di autostrade, gallerie, ospedali, teatri, ponti di Messina, tutta roba che ovviamente prevedono la possibilità che gli stessi privati recuperino l’investimento e facciano quindi pagare (spesso strapagare) servizi e pedaggi. Il project financing però si concentra soprattutto nelle regioni dove già si pagano le tasse più salate, sicché i costi aggiuntivi – che ripagheranno la parte privata – alla fine gravano sulle nostre tasche come sempre. Ecco perché il costo medio per chilometro nelle tratte per esempio del passante di Mestre (finanziato da privati) è praticamente doppio rispetto ad altre tratte autostradali paragonabili.

Anche il moloch dell’evasione fiscale, secondo Bertolussi, è un problema, ma non è il vero problema. Secondo l’Istat la ricchezza che sfugge alle tasse è racchiusa tra il 16 e il 17 per cento del Pil: anche per questo la pressione fiscale, sugli onesti, arriva al 51 per cento. Ma sono loro, appunto, le vere vittime: se lo Stato restituisse loro tutti i soldi evasi, ogni anno, gli onesti avrebbero indietro almeno 2000 euro. Da immaginarsi se lo Stato utilizzasse i soldi recuperati per altra spesa pubblica: saremmo alla follia definitiva. Morale: l’evasione fiscale è un male orrendo, ma altri e più gravi mali dell’Italia sono i medesimi che la rendono poco attrattiva per gli investimenti esteri: i costi burocratici, i tempi della giustizia, le carenze infrastrutturali, tutto ciò che il denaro incamerato dallo Stato, cioè, non ha trasformato in un Paese moderno. Filippo Facci.

L’ESTREMA UNZIONE A ZAPATERO

Pubblicato il 21 agosto, 2011 in Cronaca | Nessun commento »

Papa Ratzinger ha dato l’estrema unzione al governo di Luis Zapa­tero forse alla sua ultima comparsa pubblica. La Spagna di Zap ha perso la vitalità dei decenni precedenti e ha saputo solo rompere con la sua storia e la sua indole, i suoi legami civili, reli­giosi, nazionali e popolari. La Spagna olandesina di oggi cede il passo alla Spagna di ieri e di domani. La parabo­la di Zapatero è il succo concentrato della sinistra europea e atlantica. Co­me Obama, Zap ha goduto di consen­si e appoggi mediatici e internaziona­li enormi, ma ha tradito pure le spe­ranze della sinistra.

In quasi tutta Eu­ropa la­sinistra al governo non ha pro­mosso giustizia sociale, tutela dei più deboli, vera accoglienza, primato del­l­a politica sull’economia e della socie­tà sulle oligarchie, ma è stata anzi la guardia del corpo di quel sistema, in versione politically correct . In com­penso ha contribuito a spezzare i le­gami che tengono unita una società: la famiglia, le nascite, il senso religio­so, nazionale e naturale, le tradizio­ni, i limiti e i sacrifici.

Da decenni op­pone figli a padri, donne a maschi, gay a etero, ambiente a gente, islami­ci a cristiani, immigrati a compatrio­ti, vite e morti artificiali a vite e morti naturali. Dell’emancipazione ha col­­to il lato conflittuale, figlia com’è del­la lotta di classe. Una pseudo-destra sbracata l’ha seguita a ruota, crescen­do sulle sue devastazioni. Ora che urge un rinato legame so­ciale per fronteggiare la crisi non sa dove andarlo a prendere. O va a costi­tuirsi col rosario al meeting di Cl con il benemerito Napolitano. Marcello Veneziani

…………….Si concluderà questo pomeriggio il viaggio in Spagna di Benedetto XVI in occasione della terza Giornata Mondiale della Gioventù. Questa notte, nonostante il nubifragio che ha investito Madrid, 2 milioni di giovani (secondo stime dei mass media spagnoli), provenienti da ogni parte del mondo, hanno partecipato alla veglia insieme al Pontefice che è rimasto sul palco in attesa che il nubifragio terminasse e la veglia riprendesse in una atmosfera da stadio e di straordinario fervore dei giovani verso il Papa che ha commosso tutti per il sorriso che ha conquistato tutti. Oggi pomeriggio, dopo la Santa Messa che sarà celebrata nei pressi dell’aerfporto di Madrid, il Papa, salutato dai reali iberici, farà ritorno a Roma dove si prevede che gfiunga intorno alle 21.

MANOVRA: NELLA MAGGIORANZA SI VA VERSO L’AUMENTO DELL’IVA E SI TRATTA SULLE PENSIONI

Pubblicato il 21 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Verso un aumento dell’Iva di un punto, sempre che si superino le perplessità del ministro dell’Economia, contributo di solidarietà inevitabile anche se maldigerito da tutti; pensioni appese alle trattative, che andranno avanti fino all’ultimo minuto utile. A due giorni dall’inizio dell’esame del decreto al Senato e nonostante il fine settimana agostano, il borsino degli emendamenti alla manovra è in piena attività. Tanto che di certezze sulle modifiche al provvedimento che porterà il bilancio in pareggio nel 2013, ancora non ce ne sono.

Non sono mancati contatti e pressioni tra gli schieramenti all’interno della maggioranza, tanto che il ministro Roberto Calderoli, ha cercato di mettere uno stop, accusando parte del Pd e anche della Lega, di fare il gioco dei «poteri forti».

A pesare, per il vertice del Carroccio, è ancora il capitolo pensioni, sul quale i liberali del Pdl non intendono mollare. Ieri anche il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto, ha segnalato «l’assenza di riforme strutturali» sulla previdenza, come uno dei punti migliorabili del decreto. Su questo fronte restano per interventi radicali l’udc Pier Ferdinando Casini e soprattutto Confindustria. La presidente Emma Marcegaglia è tornata a chiedere misure forti sulla previdenza e la cancellazione del contributo di solidarietà, cioè l’imposta aggiuntiva per i redditi sopra i 90 mila euro.
Ma sulle pensioni la partita è politica ed esclusivamente di vertice, in mano, insomma, al premier Silvio Berlusconi e al leader della Lega Nord Umberto Bossi.

Le ipotesi di intervento sono varie, dalle più morbide (l’anticipo di un anno di «quota 97» requisito che somma età anagrafica e contributiva, che a normativa vigente scatterà nel 2013) a una graduale cancellazione delle anzianità. E poi l’accelerazione dell’aumento dell’età della pensione di vecchiaia per le donne del privato. Se il premier e il leader del Carroccio troveranno un compromesso, sarà comunque su una formula meno drastica rispetto a quelle circolate in questi giorni. Delle forzature, soprattutto sulle donne, vedrebbero l’opposizione dei sindacati, che in occasione di questa manovra si sono di nuovo divisi sull’atteggiamento da tenere verso il governo.
La Cgil farà lo sciopero generale mentre Cisl e Uil considerano l’astensione dal lavoro dannosa per il Paese e i lavoratori. Ieri la segreteria guidata da Susanna Camusso ha cercato di ricucire con le altre due confederazione attraverso una lettera aperta nella quale conferma la «ferma volontà di un’azione comune», nonostante lo sciopero generale.

Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni propone come alternativa una protesta da tenere la sera o il sabato, in modo da non incidere sulle buste paga. Non boccia il decreto in toto, ma fa proposte, come l’aumento di un punto percentuale dell’Iva.
Tra tutte le proposte, quella di un aumento dell’imposta indiretta, è proprio quella che ha più possibilità di passare. Ieri l’hanno chiesta, sul fronte della politica, anche il pdl Claudio Scajola e il governatore della Campania Stefano Caldoro.
Ma restano le perplessità di Giulio Tremonti. Il ministro dell’Economia teme che il ritocco all’imposta scateni speculazioni e aumenti di prezzo ingiustificati come quelli che si verificarono con l’entrata in vigore dell’euro.
Stabili, nel borsino degli emendamenti, le quotazioni del contributo di solidarietà, sia pure con delle correzioni come quella pro famiglia proposta dal sottosegretario Carlo Giovanardi. Tutta da giocare, quella che riguarda i tagli ai trasferimenti agli enti locali, che sarà l’oggetto del vertice della Lega Nord in programma per domani. Partita che è ancora legata ad uno scambio con la riforma della previdenza, anche se la Lega cercherà di alleggerire gli enti locali, anche grazie all’aumento dell’Iva.
Resta in lista la vendita degli immobili pubblici e un’accelerazione sulle privatizzazioni, anche se le dismissioni danno entrate una tantum, che non possono essere utilizzate per rimpiazzare misure strutturali, come il contributo di solidarietà. Il Giornale, 21 agosto 2011

20 AGOSTO 1968: I CARRI ARMATI SOVIETICI SPENSERO NEL SANGUE LA “PRIMAVERA” DI PRAGA.

Pubblicato il 20 agosto, 2011 in Il territorio, Storia | Nessun commento »

Era il 20 agosto del 1968, 43 anni fa,  quando le truppe sovietiche e dei paesi del patto Varsavia (ad eccezione della Romania)invadevano Praga. La Cecoslovacchia dal gennaio dello stesso anno aveva inaugurato, nell’ambito del Partito Comunista, un “Socialismo dal volto umano”. Alexander Dubček era stato il maggiore fautore del rinnovamento, che consisteva in una nuova politica non sganciata da Mosca ma con maggiori libertà, quali la creazione di partiti di opposizione e introduzione della libertà di stampa.
I dirigenti sovietici intravidero nella primavera di Praga una minaccia per il regime comunista e per il patto di Varsavia, temettero un “contagio” in campo socialista. Dubcek tentò di rassicurare i sovietici, evidentemente non ci riuscì, se la notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968 le truppe del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia.
Dubček era in una riunione del Partito Comunista Cecoslovacco, quando il premier Cernik fu avvisato dell’invasione. Era un “tipico giorno estivo, – scrive Dubček nella sua autobiografia – caldo, con un sole velato. Praga era piena di turisti, intere famiglie passeggiavano o sedevano nei parchi. La città, anzi l’intero paese era tranquillo…era impossibile pensare che nel giro di poche ore i carri armati sovietici ci avrebbero assalito”.
Per protestare contro l’invasione sovietica alcuni studenti universitari decisero di immolarsi appiccandosi il fuoco dopo essersi cosparsi di benzina. Si sacrificarono estraendo a sorte l’ordine secondo cui avrebbero dovuto immolare le loro vite. Il primo ad appiccarsi il fuoco fu Jan Palach, studente di Filosofia di 21 anni. Era il 25 gennaio 1969. Per non dimenticare. g.

QUESTO GOVERNO E’ CONTRO IL CETO MEDIO

Pubblicato il 20 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Assalto alla borghesia. Furto senza destrezza nei confronti del ceto medio. Questo è, in parole povere, il succo delle manovre economiche adottate negli ultimi tempi da un governo che si autodefinisce di centrodestra ma che opera come un governo di centrosinistra, se non, pure, di sinistra tout-court. L’assalto alla borghesia, la rapina cioè del ceto medio produttivo – ché di rapina, di vera rapina, si tratta – è la conseguenza di una scelta culturale prima che politica. È il risultato di una mentalità socialista e statalista, che ha sempre guardato con sufficienza, se non proprio con occhio malevolo, l’iniziativa privata, soprattutto quella espressa dalla laboriosità e dall’inventiva dei piccoli imprenditori, degli artigiani, di coloro cioè che, ogni giorno, si rimboccano le maniche e, con il sudore della propria fronte, creano ricchezza, non tanto per sé, quanto per il Paese. È, ancora, il frutto di una mentalità che ha prodotto il pansindacalismo e l’assistenzialismo, la burocratizzazione della società, la crescita incontrollabile della spesa pubblica, l’invadenza sistematica dello Stato nell’esistenza dei cittadini. E, come esito finale, una società basata sul privilegio di casta e sulla rendita di posizione. Le pensioni di anzianità – caparbiamente difese dal neofascismo corporativo della Lega – che cos’altro sono se non privilegio allo stato puro, conseguenza della dilatazione senza controllo dello Stato sociale? E che cosa rappresenta la resistenza a oltranza di fronte alla prospettiva di un innalzamento dell’età pensionabile delle donne, al di là di ogni logica e al di là di ogni sostenibile motivazione economica ed etica oltre che al di là di ogni discorso sulla parificazione dei sessi, se non una difesa egoistica di uno status quo privilegiato, cascame, anch’esso, della società assistenziale? Una manovra finanziaria che colpisce, utilizzando la mannaia fiscale, i ceti medi produttivi è una manovra «culturalmente» socialista nella sostanza e antiquata nella struttura. Non tiene conto del fatto che i ceti medi – la borghesia produttiva insomma – sono la struttura portante della società contemporanea, il fattore che determina la ricchezza e la vitalità del Paese. Dovunque, e da sempre, questi ceti medi sono stati il cuore pulsante di una società in evoluzione e avviata lungo le strade dello sviluppo e del progresso. Lo sono stati agli albori dell’età moderna, quando artigiani, commercianti, piccoli e medi proprietari fondiari e via dicendo hanno avviato, grazie alla loro libera iniziativa, il processo di trasformazione da una economia di sussistenza a una economia fondata sullo scambio. Lo sono stati, nella parte più evoluta dell’Europa occidentale, all’epoca del decollo della rivoluzione industriale e dello sviluppo capitalistico. E lo sono stati portando avanti una concezione della vita fondata su valori quali la parsimonia, la laboriosità, il senso della disciplina, il culto del dovere, il gusto per l’innovazione e l’imprenditorialità. Lo sono stati, ancora, quando hanno contribuito a tradurre, in termini politici, nelle istituzioni democratiche e rappresentative dell’età liberale questi principi. Quelle parti dell’Europa dove la formazione della borghesia produttiva è stata ostacolata o si è manifestata con ritmi molto più lenti hanno fatto registrare, nel corso della loro evoluzione storica, un ritardo nello sviluppo non soltanto economico ma anche politico. Perché – non dimentichiamolo mai – la conquista della libertà politica procede di pari passo con la valorizzazione della libertà economica. Tanto è vero che le limitazioni e i condizionamenti della libertà economica e, più in generale, dell’iniziativa privata hanno accompagnato, nel secolo passato, la nascita e l’affermarsi dei regimi autoritari di ogni tipo e di ogni colore. Così come, nel secondo dopoguerra, il mito della «società del benessere» fondata sull’assistenzialismo di Stato ha portato all’elefantiasi burocratica, alla creazione di privilegi, a dimenticare – per usare una bella espressione dell’economista Milton Friedman, che «nessun pasto è gratis». L’assalto alla borghesia, ai ceti produttivi e tartassati del paese, così come è stato effettuato dal governo, attraverso l’arma del ricorso massiccio a un prelievo fiscale destinato a tappare soltanto buchi di bilancio, è destinato ad affrettare la corsa verso la stagnazione perché soffoca e deprime la capacità di iniziativa del ceto medio e non interviene, se non in misura risibile, sulle cause strutturali che, oltre alla congiuntura internazionale, sono all’origine delle difficoltà economiche del nostro paese. Un paese che è ben tratteggiato da una battuta di Antonio Martino: «L’Italia è una madre che ha due figli: Privato, che lavora, produce e risparmia. E Pubblico, che dissipa quanto incassa e si appropria anche dei risparmi di Privato. Un figlio creativo e laborioso che ha fatto del nostro uno dei paesi più prosperi del mondo e un fratello pletorico, inefficiente e dissestato». Gli interventi del governo, contenuti nella manovra di metà agosto, non sono soltanto un tradimento nei confronti delle promesse elettorali di dar vita a una «rivoluzione liberale». Sono, anche e soprattutto, una complice strizzatina d’occhio alla vocazione dissipatoria di Pubblico e un irridente rimprovero alla vocazione operosa e risparmiatrice di Privato. Francesco Perfetti, Il Tempo 20 agosto 2011

.…….Ci spiace doverlo ammettere ma ha ragione Perfetti. Questo governo di centro destra è di fatto un governo contro il ceto medio. Se continua così il ceto medio si trasformerà nella clava che lo butterà giù senza pietà. Berlusconi torni sui suoi passi e modifichi la manovra facendo buon uso della magggioranza in Senato dove è più facile costringere i riottosi della Lega ad accettare interventi che non si pongano sulla linea di distruzione del ceto medio italiano. Prima che sia troppo tardi. g.

COSI’ SI ARRIVA AL DOPPIO EURO, di Mario Sechi

Pubblicato il 20 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il cancelliere tedesco Angela Merkel Noi non li vogliamo. Angela Merkel ha liquidato così l’idea di lanciare gli eurobond, i prestiti garantiti dall’Europa. La cancelliera tedesca chiude la porta e la Francia gira la chiave. Se questa è l’Europa unita, cari lettori, stiamo freschi, e cantiamo il De Profundis per un sogno che si sta trasformando in un incubo. L’Italia, Paese fondatore dell’Europa, dovrebbe cominciare a organizzarsi per una dissoluzione dell’Euro che giorno dopo giorno appare sempre più all’orizzonte non come un’ipotesi scolastica, ma come un’opzione. E quando le cose diventano possibili, è bene pensarci prima. L’ingresso nell’Eurozona all’Italia è costato lacrime e sangue (ricordate le manovre di Prodi e Ciampi?), la permanenza in questo club continua ad essere fonte di sacrifici enormi e frustrazioni economico-sociali. Anche gli spiriti più ingenui oggi hanno realizzato che il nostro rapporto di cambio è svantaggioso e ha determinato una diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie che tutti toccano con mano ogni giorno. La moneta unica per evitare distorsioni e funzionare bene aveva bisogno di tre condizioni base: 1. Assenza di shock e virus che contagiano gli altri Stati; 2. Mobilità e flessibilità del lavoro; 3. Armonizzazione fiscale nei Paesi che adottano la moneta unica. Nessuna di queste tre condizioni si è realizzata e la situazione invece di viaggiare verso la «normalità» sta diventando sempre più «subnormale». Il caso della Grecia manda a carte quarantotto la condizione numero uno e dimostra come il contagio del virus da una nazione all’altra oggi sia una realtà che si tramuta in moneta sonante. I tedeschi e i francesi hanno detto sì al salvataggio di Atene per mettere al sicuro i bilanci delle loro banche che detenevano il debito del Peloponneso, ma si oppongono all’estensione di meccanismi di solidarietà continentale e dulcis in fundo all’unico strumento che potrebbe davvero salvare l’Eurozona dalla rottura del patto fondato sulla moneta unica. Il professor Alberto Quadrio Curzio da anni spiega come questa idea può essere realizzata: costituire un Fondo Comunitario Europeo, garantito dalle riserve auree, il quale poi emette obbligazioni pari al 5 per cento del Pil di Eurolandia. Si ricaverebbe una «dotazione» del Fondo pari a circa mille miliardi di euro, ipergarantita dall’oro che oggi viaggia alla cifra record di 1800 dollari l’oncia, ma secondo alcuni analisti in grado di toccare quota 2000 dollari entro la fine dell’anno. Problemino: i tedeschi dicono no. E i francesi si accodano. A questo punto, paradossalmente, proprio per salvare l’Euro e quel che resta dell’Europa, riemergerà il disegno messo nero su bianco nel 2010 da Michael Arghyrou e John Tsoukalas, due studiosi della Cardiff Business School e della Nottingham University, lanciato da Nouriel Roubini, l’economista che aveva previsto il crac del 2008. La base di partenza è questa: i Paesi periferici dell’area Euro invece di adeguare le proprie politiche economiche e fiscali agli standard previsti dall’Unione, fin dal 1999 hanno proseguito la loro marcia in rosso. Anno dopo anno, siamo arrivati ai giorni nostri con debiti sovrani troppo alti per esser onorati senza avviare riforme strutturali, cioè quelle che andavano fatte fin dall’inizio dell’avventura dell’Euro e nessun Paese in crisi (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, ma ormai la stessa Francia) vuol fare per ragioni politiche, di mero consenso elettorale. Non avendo fatto in passato le riforme, non c’è più tempo per passaggi graduali, ma i governi non hanno il coraggio di sottoporre i propri Paesi a cure shock. Si può condurre una vita a debito, ma prima o poi si paga. E nessuno vuol staccare l’assegno, ma continuare a scaricare in avanti il fardello. La conclusione dei teorici del doppio conio è la seguente: la Banca Centrale Europea dovrebbe gestire due monete. Un euro forte e un euro debole. Il primo in circolazione nei Paesi più solidi (Germania, Francia, etc.), il secondo nei Paesi più fragili (Portogallo, Grecia, Spagna, Italia, etc.). Il debito dei Paesi da curare, continua ad essere contabilizzato con l’Euro forte, mentre l’Euro debole al momento del varo, viene svalutato di una percentuale sufficiente a consentire un recupero di competitività dei Paesi con problemi di crescita (sì, ricorda le nostre svalutazioni competitive della Lira). La Bce continuerà ad avere il monopolio della politica monetaria e avrà due tassi di riferimento per le due monete. I Paesi che oggi hanno il problema di gestire il debito sovrano avranno più tempo (quello che ora manca, insieme al coraggio) per gestire il rientro nell’Euro forte, dopo aver fatto le riforme strutturali, mentre gli Stati orientali che oggi non possono entrare nell’Eurozona potranno cominciare la loro marcia di avvicinamento verso l’Euro debole e poi puntare al top dell’Euro forte. É un sistema tutt’altro che sballato, dal punto di vista teorico, ha un suo grande fascino, inutile nasconderlo. Un Euro troppo forte – come quello attuale – è fonte di squilibri enormi, non favorisce Paesi che tradizionalmente esportano (vedi il caso Italia) e la bassa inflazione da sola non compensa la perdita di potere d’acquisto (ancora una volta, il caso Italia). Domanda: si può fare? La risposta dei signori della Bce è una sola, no. Non esistono meccanismi di uscita dalla moneta unica. Entri, chiudi la porta, ma non la riapri. Il problema è che la Storia non aspetta i trattati, si fa, a prescindere da quello che pensano gli uomini. Se gli spread restano a questi livelli, le Borse giocano al toso tutto quello che si muove sopra l’erba e l’economia mondiale entra in una drammatica recessione (Jp Morgan ieri ha tagliato seccamente le stime di crescita del Pil americano per i prossimi due trimestri), la faccenda diventa come alla roulette: i giochi sono fatti e chi ci ha rimesso la puntata non può chiedere indietro il piatto. I tedeschi si credono – e in parte certamente sono – il giocatore vincente. La Merkel non è ancora riuscita a far digerire il pagamento del conto degli allegri prepensionati greci, figurarsi garantire il portafogli della carovana di spendaccioni del Club Med. Il pasticciaccio brutto è tutto qui. Siamo di fronte a un Paese forte con l’opinione pubblica che ha il mal di tasca (la Germania) e a un’altra nazione (la Francia) che sta a Berlino come il vagone alla locomotiva. Mezza Europa di traverso. É un modo ottuso di ragionare e procedere, condurrà al patatrac del Vecchio Continente, ma la cronaca ci consegna tutti i giorni storie di ordinaria follia. Povera Europa. Mario Sechi, Il Tempo 20 agosto 2011

LA MANOVRA DI VENDOLA, EROE ANTICASTA? ASSUMERE LA NIPOTE DI NAPOLITANO

Pubblicato il 19 agosto, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Roma – Il precariato questa brutta rogna che qualche leader combatte per davvero, non a ciance. Prendete Nichi Vendola. Anche ad agosto, invece di aprire ricci e cozze in riva al mare, si occupa di lavoro. Eccome se ne occupa. Ha persino raddoppiato la task force sull’occupazione in Puglia (5 esperti che diventano 10) e ha creato un ufficio ad hoc per la sua portavoce, Susanna Napolitano. Tra presidenze illustri ci sarà pure del feeling, ma la parentela è solo un caso, una coincidenza che la bravissima nipote del presidente della Repubblica lavori per il presidente della Puglia. Un governatore che prometteva primavere che però tardano a sbocciare. L’allenatore nel pallone Oronzo Canà ormai lo stacca di molte posizioni nella classifica dei pugliesi più amati da quelli che tweettano, cliccano «mi piace» su Facebook e Youtube. Nichi Vendola, il poeta con la «s» sifula, il governatore nel pallone, è ormai «tallonato» – riporta famecount.com – pure da certa Emma, una salentina che cantava ad Amici (ecco forse Vendola farà un salto dalla De Filippi, come fece Fassino, per ingraziarsi le massaie conservatrici pro domo sua?). «Vendola e la rete, il feeling è più soft» riassume morbidamente il Corriere del Mezzogiorno, solitamente tenero col governatore, che gode di molta stampa amica. Nessuno dei giornali pugliesi ha dato spago all’opposizione in Regione che da qualche giorno mitraglia comunicati stampa sulle ultime «duplicazioni» del mago Vendola. Due raddoppi, come si diceva: quello della comunicazione della regione Puglia, e quello della «task force per l’occupazione», cioè gli esperti chiamati ad aiutare chi cerca lavoro, e che nel frattempo hanno risolto il loro. «Poche migliaia di euro – dice l’assessore di Vendola – per affrontare con professionalità crisi aziendali difficili». Ma il Pdl pugliese fa l’ironico: «Il raddoppio della task force contribuisce direttamente alla soluzione della questione che dovrebbe affrontare…».
L’altra polemichetta pugliese riguarda la comunicazione. Il 3 agosto scorso il direttore dell’«Organizzazione» della Regione Puglia ha vergato una «Determinazione» che «configura» «due uffici non dirigenziali, stampa del Presidente e stampa della Giunta regionale, con il sottoelencato contingente per ciascuno di essi: n. 1 caporedattore, n. 2 giornalisti». Da uno, due. Di nuovo l’ironia del Pdl locale: «Vendola istituisce ex novo un Ufficio stampa, previa onerosa scissione di quello già esistente, tutto e solo per il Presidente, al quale pure non si può dire manchi l’attenzione continua ed adorante dei mass media». I due capiredattori per i due uffici sono già belli e pronti. Chi altri mettere alla guida dell’Ufficio stampa del Presidente Vendola, se non la sua attuale portavoce (già inquadrata come caporedattore a 91.701 euro lordi l’anno), Susanna Napolitano? Che ci va per tre mesi, fino a «disegno normativo ad hoc». Per gli altri 4 posti così creati (due giornalisti per ognuno dei due uffici stampa) invece «si provvederà con successiva disposizione alla copertura dei posti vacanti», chiarisce il dirigente.
Non abbastanza per l’opposizione, coadiuvata in altri casi anche da Idv e Udc, come nel terzultimo «raddoppio», la nomina (del 2 agosto, mese fervido per la Regione Puglia) di sette consulenti per il Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici regionali. Costo: un milione e mezzo in tre anni. E potevano farlo internamente. Chiedere a Vendola? Sarebbe insensato. Come spiegò in un suo appassionante libro, «non sono la persona deputata alle risposte, posso solo allargare l’ambito delle domande». Il Giornale 19 agosto 2011
…………….L’avevamo appena scritto che bisogna ridurre i costi della casta e della politica ed ecco quà la bella notiza: Vendola, esperto predicatore contro i vizi altrui, ha raddoppiato il personale addetto alla comunicaizone e allo studio dei problemi dell’occupazione e tra i prescelti chi ti sceglie? La nipote di Napolitano! Ogni ulteriore  commento è superfluo. g.

E’ IL MOMENTO DI FARE ALTRO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 19 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Borse europee, operatori al lavoro a Francoforte O la borsa o la vita. Questa è la scelta che abbiamo di fronte. E un’altra non esiste. Chi cerca la terza via è un povero illuso. Stiamo navigando in un mare in tempesta, e allora siamo obbligati a fare un rapido punto nave per capire dove stiamo andando. I grandi trend sono essenzialmente tre: l’America è in declino, l’Europa affonda e l’Asia si prepara a dominare.
Sono direttrici della Storia che la classe politica e una fetta enorme del ceto intellettuale occidentale stentano a comprendere, addirittura le considera inaccettabili. Ma la realtà delle cose non lascia scampo. Ieri il mercato ha dato l’ennesima prova di essere dominato da «animal spirits» che se ne infischiano di quello che pensano, dicono e fanno i politici. Stati Uniti ed Europa sono due grandi malati. Il presidente Obama è ridotto a fare i comizi in campagna, con alle spalle un trattore che sembra uscito dall’Ottocento, per inseguire i voti di un’America rurale devastata dalla globalizzazione dei mercati. La cancelliera Merkel e il presidente Sarkozy hanno preso un caffè a Parigi e senza prendere alcuna decisione operativa hanno già fatto suonare la campana a morto per l’euro.
È una situazione grave per il Vecchio continente, tanto che il settimanale Time ha titolato così la copertina dell’ultimo numero: «Declino e caduta dell’Europa». Il mondo è dominato da forze sempre più indipendenti dai governi e dunque dalla volontà popolare. Andiamo scrivendo da almeno un anno su questo giornale che senza un radicale cambiamento della politica economica globale e un ricambio della leadership finiremo tutti contro gli scogli. Ieri sul Financial Times Jeffrey Sachs, professore della Columbia University, ha scritto un bellissimo articolo sul «grande fallimento della globalizzazione». Improvvisamente stanno venendo al dunque tutti i problemi rinviati: la politica macroeconomica ha fallito nel creare posti di lavoro e non risponde più ad alcun valore sociale positivo, favorendo solo la classe dei super ricchi, come testimoniato dall’intervento di Warren Buffett l’altroieri. Di fronte a uno scenario così grave, l’Europa spera ancora che gli Stati Uniti trovino una via d’uscita ai loro problemi e salvino così anche il Vecchio Continente.
È un’illusione. L’America non è più l’America, e rischia addirittura una doppia recessione. L’Europa in queste condizioni rischia lo sfascio. Ci vorrebbero leader che hanno lo stomaco e il coraggio per salvare l’euro, ma per ora all’orizzonte non s’è visto nessuno. Per la prima volta negli ultimi sei mesi una grande banca europea ha cominciato ad acquistare dollari al posto dell’euro: 500 milioni al tasso fisso dell’1,1 per cento. È un segnale. Significa che la fiducia in quella che era l’unica forza dell’Europa, cioè la sua moneta, sta scricchiolando, e il bigliettone verde è destinato a tornare – nonostante gli americani facciano di tutto per tenerlo basso – l’incontrastata moneta di riferimento dei mercati. Le borse ieri hanno guardato a uno scenario economico più che politico, gli operatori sono nervosi, la parola d’ordine è panico, improvvisamente il mercato dei prestiti interbancari ha cominciato a raffreddarsi e la parola tanto temuta da tutti è “freezing”, “congelamento”, cioè il momento in cui nessuno compra e vende denaro, il blocco totale del sistema del credito. Era già successo con la crisi dei mutui subprime, la crisi di liquidità fece schiantare in pochi giorni i colossi del credito che non avevano più soldi per ricoprire le loro posizioni esposte nel mercato della finanza creativa.
A differenza della recessione del 2008 siamo in una prospettiva persino peggiore: non c’è nessuna bolla da far scoppiare. Morgan Stanley ieri ha sfornato un report in cui vede la crescita globale al 3,9 e non al 4,2. I mercati hanno registrato la cifra e hanno cominciato a vendere i titoli della Old economy: chi produce cemento, acciaio, materie prime legate al mondo delle infrastrutture e dell’edilizia ha visto deprezzare le sue azioni. Stiamo assistendo a una partita a poker in cui tutti mentono e i governi non riescono a uscire dalla spirale del debito, degli stimoli fiscali a tempo, delle agenzie di rating che ne condizionano le politiche fiscali ed economiche, tutte concentrate sui bilanci e completamente assenti sul fronte della creazione di ricchezza e lavoro. Se questo è lo scenario – e potete star tranquilli che è così – il governo italiano si sta letteralmente impiccando da solo. Né la maggioranza né l’opposizione hanno compreso che è arrivato il momento di fare altro.
È inutile mettersi col calcolatore a varare manovre che non risolvono il problema del debito, ma al limite solo del deficit. Al posto di Berlusconi io avrei bussato alle porte dell’Europa e avrei detto: toc toc, è permesso? Cari Sarkozy e Merkel, ma non vi siete accorti che stiamo affondando? E tu, cara Angela, com’è possibile che dici “no” a una politica europea comune di salvataggio, chiudi la porta agli eurobond, e ti sia dimenticata della storia della Germania? Non ricordi come siete usciti dalla seconda guerra mondiale? Ti dice niente la parola Piano Marshall? E non ricordi chi ti ha pagato la riunificazione dopo la caduta del muro di Berlino?

Tu puoi, insieme a Nicolas, decidere di non decidere, lasciare che l’euro si sfasci, introdurre due monete nel Vecchio Continente; ma allora cari amici di Parigi e Berlino, io vi dico che preferiamo cavarcela facendo le nostre scelte, consultandoci con gli amici del Club Med, la Grecia, la Spagna il Portogallo e gli altri che pensano stiate sbagliando e proviamo un’altra via. Quale? Quella del rigore, certo, ma anche quella che prevede la crescita, lo sviluppo, la creazione di lavoro per i nostri giovani e per le famiglie. Falliremo? Non lo sappiamo, ma almeno saremo liberi di fare crac un po’ più tardi invece che subito per effetto della politica della vostra Banca centrale e delle vostre piccole idee. Tra la borsa e la vita, scusateci, scegliamo la vita.  Mario Sechi, Il Tempo, 19 agosto 2011

.………..L’editoriale di Sechi è stato scritto prima ancora che riaprissero le Borse e di nuovo queste  affondassero, dall’Ovest all’Est, investite come  da uno tsunami inarrestabile. E mentre le Borse affondano il duo Merkel e Sarkozy continuano imperterriti a conclamarsi padroni delle scelte di tutti. Ieri sera un “uomo della strada”, non un esperto di economia e finanza,  diceva le stesse cose che oggi scrive Sechi sul Tempo. Bisogna impedire al duo Merkel e Sarkozy di  affondare l’Europa e con essa i Paesi che talvolta senza crederci hanno imboccato la strada dell’euro. Bisogna che ai due venga tolta la leadsership europa che si sono presa senza che nessuno gliela abbia mai affidata, e occorre farlo prima che sia troppo tardi. E prima che sia troppo tardi occorre che ciascuno faccia la sua parte. Anche l’Italia, il suo governo, la sua opposizione. Mentre tutto crolla intorno a noi, non si può continuare a giocare a tamburello, rilanciandosi a vicenda accuse e contraccuse, senza tentare di trovare intese reciproche che rinviino a tempi successivi la disputa politica ed elettorale. Il Parlamento riesamini la manovra, la ritocchi lì dove appare zoppicante e inadeguata. L’altro ieri Montezemolo ha proposto di vendere la Rai, privatizzandola: è una buon idea. In nessun Paese al mondo, ad incominciare dalla democraticissima America,  esiste una TV di Stato con tre canali che si fanno concorrenza tra loro, sperperando quattrini ed energie. Si impedisca che l’egoismo “padano” intralci riforme strutturali come la eliminazione delle pensioni di anzianità che tanto male hanno fatto alle casse dello Stato e come la eliminazione di tutte le Provincie, come sostiene oggi sul Giornale il deputato PDL Santo Versace, sia perchè fonte di sprechi, sia perchè  la loro eliminzione era prevista dalla riforma regionale del 1970: dopo 40 anni è tempo di rispettare la legge. Lo stesso  Versace sostiene anche che utile e opportuno sarebbe l’accorpamento dei Comuni sino a 25 mila abitanti come accade  in altri paesi europei. Non è una cattiva idea sia sul piano economico, sia sul piano della riduzione di sprechi e disperdimento di risorse.   E poi i costi della politica e della casta. I timidi provvedimenti assunti,  e qualcuno solo annunciato,   sono poca cosa. Basta leggere le inchieste giornalistiche . assolutamente bipartisan – per rendersi conto che ci troviamo di fronte a pozzi senza fondo nel quale si nascondono  privilegi e benefici tenuti sinora accuratamente nascosti e difesi da tutti, senza eccezioni, perchè tutta la “casta” vi trova il proprio tornaconto. Non occorrono leggi speciali o riforme costituzionali per eliminare privilegi e benefici che oggi più che mai appaiono insulti alla gente comune che ogni giorno deve rimboccarsi le maniche per far quadrare i bisogni della propria famiglia. Bastano la volontà e una legislazione “normale”  g.

BONO, IL “BENEFATTORE” INVESTE SU FACEBOOK E GUADAGNA – PER SE’ – 850 MILIONI DI DOLLARI

Pubblicato il 18 agosto, 2011 in Costume | Nessun commento »

V
Benefattore sì, ma di sé stesso. Questa volta Bono Vox ha fatto solo i suoi di interessi. E li ha fatti anche bene. Il leader degli U2 nel 2009 ha investito tramite la sua società, l’Elevation partners, 210 milioni di dollari su Facebook. Una mossa azzeccatissima: oggi il social network vale 23 miliardi di dollari e il “cantante benefattore” ha in mano azioni per 875 milioni di dollari, a occhio e croce il quadruplo di quello che ha messo in mano a Mark Zuckerberg appena due anni fa. Un dieci con lode al Bono imprenditore, ma che fine ha fatto il Bono terzomondista? Quello sempre pronto a salmodiare di pelose beneficenze, quello che si fa accogliere come un capo di stato in tutti i paesi del mondo per promuovere l’azzeramento del debito? Lavora a giorni alterni. Il Bono “buono” è operativo i giorni pari, quello “cattivo” (per modo di dire, ovviamente) i dispari. L’11 agosto, infatti, il cantante irlandese inviava al mondo intero un messaggio congiunto con il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon: datevi da fare, servono piu’ fondi per aiutare le popolazioni affamate dalla carestia che ha colpito il Corno d’Africa, finora è stata raccolta solo la meta dei 1.600 milioni di dollari chiesti dall’Onu. Pochi giorni dopo la solerte Hillary Clinton apriva il borsellino della Casa Bianca per sganciare altri 17 milioni. Quisquiglie per le casse degli States e pure per quelle del leader degli U2. Specialmente ora. Ottocentosettantacinque milioni di dollari sono un patrimonio ingente, praticamente un anno di Pil di un paese africano come il Gibuti. Un plauso alle doti impreditoriali della Voce di Dublino: ha messo i suoi soldi dove meglio gli pareva (come è legittimo) e ha saputo farli fruttare. Ma, almeno per un po’, ci risparmi le prediche.
.………..Non è una novità che Bono – e come lui tanti altri predicatori coi soldi degli altri – predichi bene e razzoli male. Non è una novità che i telepredicatori – come Bono -  pensino prima a se stessi e poi – sempre con i soldi pubblici – ai derelitti del mondo. Ecco perchè oltre che far voti perchè ci risparmi le solite prediche sui debiti del mondo, è il caso di augurarsi che Bono – con lui tutti quelli come lui – la smettano di far soldi a palate sulle disgrazie altrui delle quali a loro impipa meno di tanto. g.