RICORDO DI FRANCESCO COSSIGA AD UN ANNO DALLA MORTE

Pubblicato il 18 agosto, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Paolo Savona per “Il Messaggero

IL 17 agosto di un anno fa è venuto a mancare Francesco Cossiga. Uomo di grande ingegno e di profonda cultura, era una vera macchina per pensare. La sua scomparsa pesa in questi giorni tormentati. Politico fine, ha percorso l’intera carriera nella corrente liberal-democratica della Dc, da galoppino elettorale a presidente del Consiglio, del Senato e della Repubblica. È sempre stato uomo delle istituzioni, più che di partito, per la sua raffinata cultura costituzionale: egli era libero docente d’antan di questa fondamentale branca del diritto. Ha attraversato l’intera storia della Repubblica italiana; la triste appendice che viviamo gli è stata risparmiata dalla sorte.

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Ha tentato e qualche volta gli è riuscito di affrontare il problema più difficile del Paese, la riforma della pubblica amministrazione, che sta avvelenando la convivenza sociale e strozzando l’economia. Lo Stato si prende metà del Pil, il Prodotto nazionale lordo, e non è ancora soddisfatto. C’è sempre un motivo per cui si deve incrementare il prelievo fiscale, ma pochi per ridurre le spese. È l’unico soggetto che può violare impunemente un contratto: è il peggiore pagatore, ma il più intransigente creditore, anche se si tratta di pochi euro.

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Per la pubblica amministrazione il cittadino è restato sempre un suddito e questo status era mal sopportato da Cossiga, che aveva nel Dna le tracce delle dominazioni subite dalla sua terra, la Sardegna, di cui andava molto orgoglioso. Seguace di Aldo Moro, si è trovato a dover combattere il più subdolo attacco alla democrazia italiana, quello mosso dalle Brigate rosse, ed è restato coinvolto politicamente nel percorso drammatico del suo maestro, dimettendosi da ministro degli Interni dopo l’assassinio dello statista, con un gesto di dignità oggi inconsueta.

L’impegno che ha posto nel comprendere le ragioni dei giovani brigatisti culturalmente sbandati e i suoi legami con i movimenti rivoluzionari europei forniscono un primo spaccato interpretativo della sua cultura politica, che respingeva il conservatorismo e puntava all’elevazione delle classi svantaggiate nelle forme proposte dal riformismo moderato. Si considerava erede di Alcide De Gasperi, per la concezione laica dello Stato e la vocazione europeista, ma sapeva valutare i difetti degli accordi stipulati tra tanti compromessi, lontani dalla razionalità e quindi destinati a impantanarsi come sta accadendo di fronte ai grandi problemi geopolitici.

Da presidente del Consiglio fu l’unico che riuscì a congelare il rapporto debito pubblico/Pil. Si documentava attentamente sui contenuti delle decisioni da prendere e prendeva nota dei pro e dei contro, indicando i motivi per cui sceglieva una soluzione piuttosto che un’altra; questo modo di procedere meriterebbe un attenta considerazione da parte di chi si dedica agli studi politici e storici. Il suo archivio è certamente un tesoro culturale da fare oggetto di prospezione. Si potrebbe partire studiando il messaggio alle Camere che inviò prima delle sue dimissioni anticipate dal massimo incarico della Repubblica.

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Il carattere di Francesco Cossiga, con la sua forte impronta sassarese, ha indotto taluni a considerarlo un politico non del tutto equilibrato, invece di un censore cosciente e responsabile. In un habitat dei media in cui non fa notizia se un cane morde la gamba di un uomo, ma solo se un uomo morde quella di un cane e i media italiani eccellono in questo comportamento egli riteneva che, per essere preso in considerazione, occorresse «fare notizia».

A lui riusciva particolarmente bene, talvolta tra lo sconcerto dei suoi stessi amici: castigat ridendo mores, si può considerare il suo motto. Gli eventi succedutisi nella parte più importante della sua esperienza dalla caduta del Muro di Berlino al ciclone di «mani pulite» lo portarono a connotarsi come un «picconatore» della prima Repubblica, ma le sue esternazioni avevano sempre alla base conoscenze precise che gli derivavano dalla sua ampia rete di relazioni che intratteneva quotidianamente e dall’attenta considerazione del parere di esperti delle materie di volta in volta affrontate, che sottoponeva a domande incalzanti.

L’eredità che ci ha lasciato va ancora correttamente collocata nella storia d’Italia. Non spetta certo agli amici e ai contemporanei pronunciare giudizi su un personaggio così complesso. Questa piccola eccezione è giustificata dal compimento del primo anniversario della sua scomparsa, ma anche dal dovere di sollecitare riflessioni sulla sua opera perché, se è vero che la storia non si ripete, essa è comunque maestra di vita. La vita e l’opera di Francesco Cossiga sarebbero per tutti una fonte preziosa di insegnamento. Tanto più oggi che l’Italia ha perso coscienza della direzione di movimento.

AL SENATO PRESENTI 11 SENATORI SU 326. E GLI ALTRI?

Pubblicato il 18 agosto, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Commento di Mattia Feltri per la Stampa

Mattia Feltri per La Stampa

Una grande domanda: avevano ragione gli undici senatori presenti in aula o i trecentodieci rimasti in spiaggia? Ha dimostrato più senso civico il manipolo di indefessi o più senso pratico l’esercito dei contumaci? Alla fulminea seduta (quattro minuti e trenta secondi arrotondati per eccesso) era giusto partecipare per fare sfoggio di una classe dirigente responsabile e inappetente agli ozi, oppure era giusto stare in panciolle vista l’occasionale e manifesta inutilità di un’aula chiamata a doveri formali e preistorici?

Intanto la notizia: ieri a Palazzo Madama la presidenza (rappresentata da Vannino Chiti del Pd, perché Renato Schifani si ritempra a Porto Cervo) ha informato l’assemblea che il governo ha varato un decreto (la manovra correttiva) il cui testo è stato indirizzato al Senato per la conversione in legge, e di conseguenza sarà affidato alle competenti commissioni (che già da oggi cominciano a spulciare). Fine.

Affari di questo genere, solitamente, si sbrigano in chiusura di sedute più cicciose, come titoli di coda. A memoria, non si ricorda una convocazione di scopo. Comunque stavolta s’è fatto e hanno risposto in undici. Di Chiti si è detto. Poi altri tre del Partito democratico, Mariangela Bastico (di Modena, in viaggio verso la Calabria, ha colto l’occasione e s’è fermata a metà strada e preferiva che tutti i colleghi accorressero), Lionello Cosentino (di Napoli, lì per lì scambiato per Nicola, quello del Pdl, per l’orrore della senatrice Bastico) e Carlo Pegorer (della provincia di Pordenone, da dove è arrivato con mitteleuropeo senso del dovere).

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Poi ce n’erano quattro del Popolo della Libertà, Giacomo Santini (di Trento, già compagno di classe della brigatista Margherita Cagol ma molti lo ricorderanno perché dalla moto del Giro d’Italia si palleggiava la linea con Adriano De Zan, erano gli anni di Francesco Moser, Beppe Saronni e Bernard Hinault), Paolo Barelli (l’unico di Roma insieme col dipietrista Stefano Pedica, e pertanto accolto da travolgenti applausi), Cinzia Bonfrisco (di Riva del Garda, sponda trentina del lago) e Raffaele Fantetti (eletto all’estero, avvocato londinese dal cui ricorso è partita l’indagine che condusse in galera Nicola Di Girolamo).

Due erano dell’Italia dei Valori, Luigi Li Gotti (celebre avvocato di Tommaso Buscetta e Giovanni Brusca) e Pedica (il quale martedì ha girato un indignato video in un Senato deserto, sebbene non si capisca chi dovesse esserci visto che il Senato è chiuso). L’undicesima è Maria Ida Germontani (lecchese e finiana) e corre l’obbligo di segnalare il dodicesimo, che però senatore non è: da sottosegretario all’Economia rappresentava il governo Alberto Giorgetti.

Dunque, ha parlato per due minuti la Bonfrisco, per due e mezzo Chiti, i senatori hanno ascoltato in ossequioso silenzio e stop, per i giornalisti neanche il tempo di affilare le penna (il drappello era invece nutrito: tutti sguinzagliati dietro il medesimo osso, la casta nullafacente). Non farà onore ai parlamentari ma un qualsiasi martedì e un qualsiasi venerdì non raccolgono più presenze di quelle raccolte ieri.

Eppure i presenti non hanno lesinato gli assist fratricidi: Pedica era indignato col latitante Schifani e Santini diceva che la circostanza magari era poco concreta ma il momento meritava solennità (Santini alla buvette ha poi sguainato le competenze: Silvio Berlusconi ha l’intuizione e l’incostanza di Pantani mentre Romano Prodi ha il senso di squadra e la metodicità di Moser).

E alla fine, sbrigata la pratica, è rimasto il tempo per un suggestivo ribaltamento del pregiudizio, destinataria sempre la casta che, dovrebbe averlo capito, di questi tempi come si muove sbaglia: questa bazzecola quanto ci sarà costata di luce? E di aria condizionata? E di mobilitazione commessi? Per non dire degli aerei, andata e ritorno, tutto a carico del contribuente eccetera.

E forse la chiave della giornata era tutta lì: la macchina legislativa a quali norme ottocentesche è vincolata se, per informare col pennacchio un’aula già ipertroficamente informata dell’esistenza di un decreto, il quale decreto dev’essere convertito eccetera, ecco, se per la minuzia bisogna mettere in moto un elefantiaco ramo del Parlamento, non è forse il caso di affacciarsi sul Terzo Millennio e spedirsi un’ufficialissima mail?La Stampa, 18 agosto 2011

NIENTE GIUDICI, BASTANO LE TASSE

Pubblicato il 18 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

DI FRANCESCO DAMATO

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Va bene che i tribunali sono chiusi per ferie, ma è assordante il silenzio sceso improvvisamente sui processi di Silvio Berlusconi. A nessuno degli avversari del presidente del Consiglio viene più la voglia di rimproverargli la vicenda Mills o quella di Ruby. D’un tratto gli antiberlusconiani hanno scoperto la possibilità di sconfiggere il Cavaliere con le armi proprie della politica, e non più con quelle improprie e odiose della giustizia di parte. Certa sinistra assapora già il gusto di vedere l’avversario – se si ricandida – bocciato dagli elettori sul tema spinosissimo delle tasse al prossimo appuntamento con le urne.
Berlusconi, per quanto danneggiato oggettivamente anche da vicende estranee alla sua volontà e responsabilità, dal terremoto in Abruzzo all’esplosione di una crisi economica di dimensioni planetarie, si è infilato in una serie di errori politici che rischiano di costargli carissimo. Prima è caduto nelle provocazioni di Gianfranco Fini perdendo un pezzo di maggioranza e di partito. Poi si è disinteressato della gestione del suo movimento politico ricorrendo forse troppo tardi alla scelta di un segretario politico. Infine si è lasciato imporre non tanto dall’Unione Europea quanto da Giulio Tremonti e da Umberto Bossi due manovre fiscali in un mese che lo hanno fatto entrare clamorosamente in collisione con il ceto medio e, più in generale, con i suoi elettori: quel “Popolo della Libertà” che poi è anche il nome del suo partito. Il Tempo, 18 agosto 2011

L’INCREDIBILE FOLLIA DELLA SPAGNA LAICISTA

Pubblicato il 18 agosto, 2011 in Costume, Politica estera | Nessun commento »

Papa Benedetto XVI Mentre tutto il mondo cattolico, ma anche ateo, è concentrato su Madrid e la giornata mondiale della gioventù, gli spagnoli cosa fanno? Meglio: la stampa, la radio, la televisione spagnoli, come introducono e commentano l’evento dell’estate 2011, l’evento positivo, l’evento buono, non quello angosciante della distruzione di ricchezza finanziaria e di perdita di certezze professionali, economiche e sociali? Come preparano, dicevo, quel fatto mondiale che mostra la speranza di tanti giovani, giovani che seguono un Papa anziano nella convinzione di ascoltare, attraverso di lui, una parola di amore che viene direttamente da Dio? I media spagnoli hanno preparato la GMG centrati su una preoccupazione. Su una concreta e apparentemente giusta attenzione alle pubbliche finanze: quanto costerà ai contribuenti questa invasione di cavallette cattoliche provenienti da ogni parte del pianeta?
Gli organizzatori hanno garantito che non ci saranno costi perché l’evento è interamente coperto dalle tasse dei pellegrini, dall’intervento di privati e dagli sponsor. Nossignori, si risponde. Perché la Generalità (il comune) di Madrid ha deciso una riduzione dell’80% del prezzo dei trasporti e, di conseguenza, tutti gli spagnoli ci rimetteranno. Perché, piuttosto, invece di dare privilegi ai pellegrini, non si facilita la vita ai disoccupati?
Che dire? La Spagna ha più del 20% di disoccupazione, una crisi morale e sociale devastante, una gioventù allo sbando e, invece di ringraziare la Santa Sede perché, ancora una volta dopo Santiago e Barcellona, sceglie la Spagna a meta di un pellegrinaggio petrino e, quindi, mondiale, invece di benedire Dio perché tutto il mondo guarda alla Spagna con ovvie ricadute a livello di immagine e di promozione, invece di benedire, maledice. Fa parte, diciamolo pure, della follia degli apostati cattolici. Di quelli che, in questi giorni, acquistano credibilità gridando ad alta voce che si vogliono sbattezzare pubblicamente. Quanti sono? Abbastanza per fare notizia. Abbastanza per avere mezzi di comunicazione dalla loro parte. Abbastanza perché i sindacati, rigorosamente di sinistra, dichiarino proprio nei giorni in cui il papa è a Madrid uno sciopero dei trasporti.
Cambiamo pagina e veniamo a Benedetto XVI e alla schiera di pellegrini che riempie Madrid. Strade, piazze, bar, alberghi, parchi: tutto pieno di ragazzi che non si drogano, non si ubriacano, non fanno pubblica esibizione della loro vita sessuale. In una parola, una cosa inaudita. Un mondo di marziani. In tanti hanno risposto alla chiamata del Papa. Con sacrifici, con fatica, con allegria. E la Spagna cosa fa? La Spagna che fu cattolica, granitamente cattolica, assiste in diretta a quel modo di credere, di vivere e di pensare che l’ha resa grande per più di un millennio e che, da quando Napoleone ha riempito le sue città di logge massoniche anticattoliche, ha rigettato. La Spagna evangelizzatrice, come ha gridato ad una folla sterminata Giovanni Paolo II durante la sua ultima visita a Madrid, la Spagna che ha plasmato alla speranza cristiana un intero continente, è oggi costretta, volente o nolente, ad assistere a questa pubblica manifestazione di fede. Di una fede mite, inerme e gioiosa. Chissà che un’eco del passato non raggiunga il cuore di qualcuno e non riapra una finestrella, uno spiraglio, per tornare a guardare a Dio. Per svegliarsi dall’incubo della violenza anticristiana (antispagnola) degli ultimi due secoli, culminato nell’orrore della guerra civile del 1936-39 e rimesso in circolo dalla prassi anticattolica del laicista Zapatero.

Radicalità per radicalità, in Spagna è nato agli inizi degli anni sessanta nelle baracche di Madrid un Cammino di fede per riscoprire la bellezza e la forza del battesimo: il Cammino Neocatecumenale iniziato da Kiko Argüello e Carmen Hernandez. Questo Cammino ha portato in questi giorni centocinquantamila giovani da tutti i continenti a percorrere, prima di arrivare a Madrid, gli itinerari della nostra Europa pagana, sazia, impaurita e disperata. Abitata da soli, vecchi e bambini. Bambini soli con famiglie allargate e vecchi soli senza figli o abbandonati dai figli. Una carovana di evangelizzazione fatta da ragazzi accompagnati dai loro catechisti. Gente che sembra venire dal mondo delle favole o dalla luna. Gente che con la sua sola presenza, con la forza della propria esperienza e della propria fede, testimonia che è possibile vivere in pace un’esistenza piena di senso. Ma di questo parleremo la prossima volta. Angela Pellicciari, Il Tempo, 18 agosto 2011

…………..Sono le conseguenze del governo libertario di Zapatero che si fanno sentire e che sono destinate, purtroppo, a durare a lungo, molto più del breve regno di Zapatero.

A SETTEMBRE SVOLTARE O DIRSI ADDIO

Pubblicato il 17 agosto, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Non ho mai creduto alle promesse del tipo meno tasse per tutti e da tempo non aspetto la rivoluzione italia­na. Coltivavo però una convinzione mi­nimalista: i governi di centrodestra, per­lomeno, non vessano e non stressano i cittadini e non li tartassano. Non ridu­cono le tasse ma almeno non danno mazzate. Oggi mi devo ricredere: certo, la crisi è globale e non è colpa di questo governo. Però se devo subire da Tremonti e dal go­verno le stesse angherie di un governo Prodi o Amato, Visco o Bersani, beh, allo­ra passo alla neutralità assoluta. Cresce il disgusto paritario.

Non ca­pisco il criterio dei sacrifici a chiazze, e non a gradi, feroci e non spalmati: alcu­ne Province soppresse altre no, alcune categorie spremute, altre- pur abbien­ti – no; alcuni rami minori della Casta tagliati, altri no. Allora sposto su altri piani la domanda: se un governo fa scempio delle mie tasche, vorrei che perlomeno mi gratificasse sui temi po­litici e sociali, etici e ideali. Se non tute­la gli interessi, che almeno tuteli i valo­ri.

L’amor patrio e la tradizione, il sen­so vivo della comunità, la difesa dei de­boli, della vita e della cultura, e poi grandi imprese, grandi esempi, gran fervore di idee. Macché, solo l’ombra. E allora se in questo indecente teatri­no su come è meglio affondare, gigan­teggia il modesto Casini e un democri­stiano che giocava nei juniores sem­bra uno statista, beh, allora vuol dire che abbiamo superato la frutta, siamo all’ammazzacaffè. A settembre o cambiate voi o cam­biano gli italiani. Svoltare o dirsi ad­dio. Marcello Veneziani, Il Giornale 17 agosto 2011

.…..Alle domande -riflessioni di Marcello Veneziani ne potremmo aggiungere tante altre ma il finale sarebbe lo stesso: il centro-destra si dia una mossa e sopratutto tenti di parlare una sola lingua altrimenti il popolo che ci ha creduto e forse ci crede ancora finirà collo stancarsi e se non sarà a settembre di certo lo sarà al momento del voto: dirà addio a questo centro destra che riesce a far rimpiangere quello che si identificava con la vecchia DC. Con buona pace di tutti, compreso Bossi del cui acume politico  ormai rimangono solo le ingiurie con cui ricopre avversari e alleati. Questi ultimi peggio degli avversari.  g.

LA PARABOLA DI MR. OBAMA CHE E’ RIUSCITO A SCONTENTARE TUTTI

Pubblicato il 16 agosto, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Barack Obama (Ansa)Barack Obama (Ansa)

Devo fare due premesse. Non sono un economista e non ho, quando osservo la politica americana, un partito preso. Tradotte in chiaro queste due premesse significano anzitutto che non sono in grado di dire, con certezza e convinzione, se il piano approvato a Washington per evitare l’insolvenza corrisponda alle esigenze dell’economia americana e di quella mondiale. E significano, in secondo luogo, che le mie reazioni non sono condizionate da particolari simpatie per l’una o l’altra delle maggiori forze politiche degli Stati Uniti.
Vi sono tuttavia altre domande a cui posso cercare di dare una risposta: concernono Barack Obama, il suo profilo politico e il ruolo dell’America nel mondo. Obama è ancora un liberal, come sembrò essere durante la campagna per le elezioni presidenziali? O non è piuttosto un moderato centrista, desideroso di evitare rotture e pronto a ricercare soluzioni di compromesso? All’inizio della sua presidenza, quando la crisi del credito rischiava di azzerare  grandi banche e grandi industrie, agì con rapidità e con una certa efficacia. Ma negli ultimi mesi è sembrato tentennante e ambiguo. Non ha dato retta ai keynesiani che gli chiedevano di uscire dalla crisi aumentando spregiudicatamente la spesa pubblica. Ha rinunciato a revocare le esenzioni fiscali decise dal suo predecessore. Ha cercato di inserire nel pacchetto finanziario degli scorsi giorni l’aumento delle tasse per i redditi più elevati, ma ha fatto, almeno per ora, un passo indietro. In Libia ha combattuto una guerra a metà, un piede dentro e un piede fuori. Nella questione palestinese ha fissato scadenze che il governo di Benjamin Netanyahu ha ignorato.  In Afghanistan e in Iraq vuole al tempo stesso il ritiro delle truppe americane e la stabilità politica dei due paesi: obiettivi difficilmente conciliabili. Sappiamo che voleva cambiare gli aspetti più discutibili della politica del suo predecessore, diminuire le spese militari, abbassare la soglia dell’interventismo americano negli affari mondiali, ridurre i poteri di Wall Street, aggiungere con la riforma sanitaria un tassello importante all’architettura dello stato assistenziale americano. Ma il quadro resta piuttosto incerto e confuso. Oggi, a quasi tre anni dall’inizio del mandato, Obama non piace né alla sinistra liberal e progressista, né alla tradizionale destra repubblicana.
Ho scritto «tradizionale» perché il confine tra le due maggiori forze politiche del paese è stato spostato dall’esistenza di una nuova destra populista e libertaria (il movimento del Tea party) che si è servita dello scontro sul tetto del debito pubblico per  una battaglia ideologica contro la natura dello stato americano. Il Tea party non vuole soltanto la morte politica di Obama. Vuole soprattutto ridurre drasticamente la presenza dello stato nella società e spera di raggiungere lo scopo imponendogli una severa cura dimagrante. Mentre Obama e la destra tradizionale cercavano di trovare il giusto mezzo tra riduzione della spesa pubblica e livello dell’imposizione fiscale, il Tea party voleva chiudere contemporaneamente il rubinetto della spesa e quello del gettito.
Quali sarebbero gli effetti di una tale politica sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo? Non credo che questa domanda preoccupi i dottrinari del Tea party. La nuova destra è l’ultima incarnazione di un’America puritana nel campo dei costumi sessuali, libertaria in economia e soprattutto isolazionista, vale a dire convinta che questo grande paese debba voltare le spalle alle cose del mondo e occuparsi soltanto di se stesso. Se le cose sono in questi termini la crisi provocata dal tetto del debito non è soltanto materia  di lavoro per i ministri dell’Economia dell’Unione Europea. È anche e soprattutto materia per i suoi ministri degli Esteri e capi di governo. Sergio Romano per Panorama

I SOLDI NON CI SONO? ALLORA NON SPENDETE!

Pubblicato il 15 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

di Credo che nessun pasto sia gratis e che si debba pagare di tasca propria. Mi secca perciò essere chiamato a fronteggiare sprechi di Stato che non avrei mai voluto e che detesto. La crisi economica come dice il Cav è mondiale, ma il debito pubblico che ci azzoppa è italiano.
Governo e opposizione, hanno le loro ricette sui sacrifici da fare. Nessuno dice però se lo sforzo sia un lenitivo o una vera soluzione. Il Cav anziché ripetere che gli sanguina il cuore per la mazzata che ci dà, dica se vale la pena darcela. Se restituisce un futuro al Paese, ci sottomettiamo. Se è un furtarello i cui effetti si esauriranno in pochi mesi, la politica è in coma. Ciò che impressiona nell’ansimante dibattito, in cui la paura spadroneggia e la razionalità è abbandonata, è che non si pensi ad accompagnare la pretesa di sacrifici con ferme garanzie che il caos non si ripeterà.
Prima di essere spremuto, avrei voluto sentirmi dire dal centrodestra quanto segue. Caro Perna ti stiamo impoverendo per un debito non tuo, contratto da noi politici dimentichi delle regole del buon governo. Non accadrà più. Inseriremo l’obbligo del pareggio del bilancio nell’articolo 81 della Costituzione. Ciò significa che lo Stato spenderà annualmente solo il denaro delle tasse. Non una lira di più. Rinunceremo ai prestiti – cioè Bot e compagnia – buoni solo a espandere l’ingerenza pubblica. Sono 30 anni che il debito è incontrollato. Come sai ha raggiunto la cifra di 1.843 miliardi equivalente al 120 per cento del Pil e ci costa 70 miliardi di interessi l’anno (quasi il doppio dell’attuale dura manovra che, per di più, è diluita in due anni). Senza contare che il 40 per cento è in mano estera e così siamo in balia di altri.
Con l’obbligo del pareggio, i nostri unici introiti saranno le tasse. Ovviamente, stabiliremo nello stesso articolo 81 il limite massimo delle imposte da pagare, così da evitare che per megalomania spendereccia i futuri governi le portino alle stelle. Già adesso siamo largamente sopra il limite, poiché sottraiamo ai cittadini circa il 50 per cento del loro reddito, come dire che lo Stato succhia ogni anno metà del Pil: 750 miliardi sui 1500 di fatturato nazionale. Un’idrovora che soffoca la libertà economica degli individui e delle imprese. Con la conseguenza che il denaro che i privati farebbero fruttare con nuove iniziative, è utilizzato dallo Stato per la spesa corrente, ossia sterile.
Che questa modifica costituzionale dell’articolo 81 sia assolutamente necessaria, è provato non solo dalle regole dell’economia classica liberale – vai a rivedere Perna quanto scriveva Luigi Einaudi, che oggi ci osserverebbe inorridito -, ma anche dalla contrarietà di Bersani, Bindi, Prodi & Co, di inserire l’obbligo del pareggio nella Costituzione. Sono il partito della spesa pubblica, quello dei keynesiani, che vuole dare mano libera allo Stato paventando situazioni eccezionali – una grave recessione, per esempio – in cui il governo potrebbe avere bisogno di indebitarsi per tenere botta. È quello che sostengono anche otto Nobel americani che in una lettera a Obama – evidenziata pour cause dall’Unità – lo sconsigliano di introdurre il pareggio di bilancio nella Carta Usa. Naturalmente, in queste perplessità c’è del vero. Ma noi abbiamo un altro imperativo: stroncare il vizio italiano del debito sistematico. Quindi ben venga il divieto costituzionale. Se poi sarà necessario un indebitamento antirecessivo – una volta ogni trent’anni – la politica farà un’eccezione, come è avvenuto nei giorni scorsi in Usa.
Dimenticavamo, ma è sottinteso: nella spesa statale – quella che ha il suo tetto nelle entrate fiscali – sono inclusi i 70 miliardi annui di interessi del debito pubblico in atto. Perché è vero che, con la regola del pareggio, non andremo più in deficit, ma l’indebitamento precedente resta. E finché non sarà estinto, costa. Dunque – problema ulteriore – bisognerà cominciare a ridurre i 1.800 miliardi di prestiti fino all’azzeramento. Se ogni anno paghiamo, senza rinnovarli, il 3 per cento di titoli pubblici, in 33 anni saldiamo. L’operazione ci costerà ulteriori 48 miliardi annui.
Queste sono le cifre. Un quadro tremendo, ma tiene conto degli italiani che verranno. Non c’è spazio per sprechi, né per furti e resta meno della metà di quanto spendiamo oggi per le solite cose, vitali ma improduttive: stipendi pubblici, previdenza, sanità, ecc. L’unico modo di uscirne è quello finora inutilmente caro al premier: produrre di più. Moltiplicare il Pil, lavorare molto, esportare come tedeschi. Più redditi, più entrate fiscali, più ricco il bilancio pubblico. Dimenticate una cosa, dico io. Togliete ai parlamentari il potere di presentare leggi di spesa (per ingraziarsi il collegio), lasciandone il monopolio al governo. Compito delle Camere è controllarne la correttezza. Se invece maneggiano anche loro, chi controllerà il controllore? Hai ragione Perna, sarà fatto. Questo avrei voluto sentirmi dire. Inserita in questo quadro d’insieme, considererei la mazzata dolorosa ma utile. In mancanza, la vivrò come quella cialtronata del governo Amato che, vent’anni fa, ci lasciò più poveri ed egualmente vulnerabili. Il Giornale, 15 agosto 2011

QUEL PATTO NON RISPETTATO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 15 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il ministro Calderoli Il patto tra contribuente e Stato è uno dei pilastri sul quale poggia la democrazia. Deve essere chiaro, netto, duraturo. Così lo Stato può gestire le entrate e le spese necessarie per svolgere i suoi compiti fondamentali, mentre il cittadino può condurre la sua vita da buon padre di famiglia. Questo patto è scritto nei codici. Quando un Parlamento discute e vota una legge in materia fiscale deve sempre avere in mente di non violare questo accordo, di non disporre del suo potere in maniera dispotica e ingiusta. Purtroppo nella manovra approvata l’altro ieri il patto si è rotto. Il governo ha deciso che la platea di contribuenti più onesta, seria e virtuosa, quella che dichiara i redditi e si piega a una pressione fiscale superiore di tre punti alla media europea, deve pagare ancora di più. Lo Stato che oggi detiene il record mondiale di gabelle sulla persona fisica, con un colpo di mano ha cambiato le regole del gioco. Che ora si fa pesantissimo. Provo a spiegare perché. Ogni famiglia misura il suo stile di vita sulla capacità di reddito. I suoi guadagni servono a comprare una casa, pagarne il mutuo, provvedere alla crescita dei figli, curarsi, acquistare beni, vestiti, cibo, cultura, viaggiare, investire sul talento. Il patto tra cittadino e Stato deve essere certo e duraturo, affinché le famiglie possano prendere decisioni di medio-lungo termine, cioè programmare investimenti in beni materiali o immateriali come, per esempio, un’alta educazione per i figli. Ma lo Stato improvvisamente taglia questa certezza. Ha bisogno urgente di risorse. E invece di studiare riforme strutturali sulla spesa, scovare l’evasione e far emergere fiscalmente i patrimoni non tassati a dovere, decide che il contribuente onesto non va premiato ma punito riducendo la sua capacità di spesa.

Cosa succederà? Molte famiglie taglieranno i consumi. Sicuro. Altre però non potranno farlo perché avevano già preso degli impegni commisurati al proprio reddito. Chi ha un mutuo dovrà continuare a pagarlo, chi ha figli che studiano all’estero o in una università privata cercherà di non interrompere la loro formazione. Sono esempi di spese incomprimibili. Risultato: molte famiglie oneste del ceto medio-alto nel 2012 non solo taglieranno i consumi – con effetto recessivo sull’economia – ma al momento di liquidare le supertasse dovranno o intaccare i propri risparmi o perfino indebitarsi. È questo il mondo reale dell’economia, di chi paga le tasse, fa il suo dovere e si vede offeso e umiliato da una politica incapace di mantenere i patti. Mario Sechi, Il Tempo, 15 agosto 2011

……………E’ vero, l’ulteriore stangata sul ceto medio, la spina dorsale del Paese e, sopratutto, la spina dorsale dell’elettorato di centrodestra, davvero non la si può mandare giù. Così come non va giù l’annuncio di tagli alla politica che, pur pochi e insufficienti, decorerranno, comunque, dal prosismo turno elettorale. Sino ad allora c’è tempo, come il passato ci ha insegnato, per annacquare i tagli e se non proprio eliminarli, renderli del tutto inutili, cioè vanificarli. Il presidente del Consiglio ha l’occasione per dimostrare che il suo contratto con gli italiani non era aria fritta e che al “suo” elettorato egli deve la correttezza del rispetto dei patti. In sede parlamentare provveda lì dove le alchimie del consiglio dei ministri non ha potuto: tagli tutte le provincie, inutili e sprecone; elimini sprechi e benefici per la classe dei politici, restituisca alla politica il valore del “servizio”, colpisca gli evasori e i mantenuti di stato, privatizzi la Rai e ponga fine ai contratti milionari per subrette e conduttori che sono offesa violenta al popolo degli elettori. Lo faccia se vuole rimanere nella storia e non solo nella croanca. g.

IL VALORE DELLA PATRIA, di Mario Sechi

Pubblicato il 11 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il 13 agosto del 1961 iniziava la costruzione del Muro di Berlino. Quarantatré chilometri di cemento, filo spinato e torrette. Sono trascorsi cinquant’anni, il Muro è crollato, la Germania riunificata, l’Europa in pace e con un benessere insperato in quegli anni di Guerra Fredda. Ma lontano s’ode uno scricchiolìo. L’Unione è senza una linea comune che non sia quella del gettito, del debito e del credito. E la politica? Non pervenuta. Travolti dal crac americano, gli Stati procedono a fari spenti nel buio. La Francia teme di perdere la «tripla A», i listini azionari tedeschi crollano, la Spagna è zavorrata dalla sua finanza creativa, la Grecia è salvata ma fallita. E l’Italia? Ha un debito pubblico abnorme ed è guidata da uno spirito neocorporativo in cui i veti della politica, delle associazioni imprenditoriali e dei sindacati si annullano a vicenda. Fino a confondersi. La Cgil ha già minacciato uno sciopero generale. A prescindere. E la Lega è il suo insolito alleato sul no all’innalzamento dell’età pensionabile. Così non si riforma niente. È la metafora di un immobilismo che non taglia la spesa pubblica improduttiva, non ferma il welfare scaricato sulle spalle delle generazioni future, non liberalizza, non combatte l’evasione e l’elusione, non disegna un Fisco dal volto umano. Il momento è straordinario. Da più parti si invoca un provvedimento per fare subito cassa e allora è giunto il momento di fare chiarezza: il governo dica se vuole istituire una patrimoniale sulla liquidità e gli immobili. Sì o no. Noi siamo contrari all’assalto al risparmio e al capitale. Ma vogliamo un futuro per i nostri figli e crediamo in un valore superiore: siamo patrioti. Post scriptum. Ai partitanti: siamo patrioti, non scemi. Tagliate davvero i costi della politica. Mario Sechi, Il Tempo, 11 agosto 2011

.……………..Siamo d’accordo con Sechi di cui apprezziamo sempre più la chiarezza e la capacità di non essere fazioso oltre i limiti degli interessi generali. Come quelli che oggi sono stati ragione di dibattito alla Camera in occasione della audizione del ministro dell’Economia Tremonti dinanzi alle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato in seduta congiunta. Fumose, ha detto delle dichiaraziomi di Tremonti, Bossi che pure di Tremonti è amico e gran protettore. Non solo fumose, aggiungiamo noi, che abbiamo ascoltato l’intervento di Tremonti dinanzi alla TV, ma inutilmente accompagnate da citazioni e  dotti riferimenti del tutto superflui in considerazione della gravità del momento e comunque prive di veri e propri impegni e di punti fermi dell’azione che il govenro deve mettere in atto per bloccare la crisi. Ma non solo Tremonti è stato fumoso, altrettantolo sono stati i suoi interlocutori, da quelli della maggioranza a quelli della opposizione, tutti incartati dalla logica, forse, della ripresa televisiva e timorosi, ciascuno, di dire parole in più del necessario attendendo di fare gioco di rimessa rispetto agli altri. E così chi si aspettava chiarezza e precise indicazioni per l’immediato futuro è rimasto completamente deluso, salvo, forse, ci duole ammetterlo ma è la verità, per l’intervento di Di Pietro che pur usando un linguaggio poco consono al suo e al ruolo delle istituzioni ha tirato il sasso nello stagnante lago delle chiacchiere che anche oggi l’hanno fatta da padrone nel palazzo del potere, senza che nessuno abbia avuto il coraggio di indicare la ricetta e l’amara medicina che servono al Paese per salvare il presente e, sopratutto, il futuro. Post scriptum: ha ragione Sechi, “qua nessuno è fesso”. E chiunque ha seguito il dibattito di oggi alla Camera ha potuto constatare che nessuno, nè della maggioranza nè della minoranza, si è avventurato sul terrerno dei costi della politica, quelli che, per intenderci si possono tagliare subito, senza leggi costituzionali, e che se non possono da soli risanare la situazione debitoria del Paese, almeno, come ha scritto oggi Sole 24 Ore, possono essere d’esempio e di stimolo ad accettare i sacrifici che il partito della casta vuole imporre agli italiani. Imporre sacrifici agli italiani non può essere disgiunto dall’imporre sacrifici ai tanti che mungono la vacca: dai parlamentari ai consiglieri comunali. Senza indugio e scuse di sorta. g.

RIVOGLIAMO L’AMERICA CHE NON SI VERGOGNA DI UN PRESIDENTE COWBOY

Pubblicato il 8 agosto, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

La crisi di leadership c’è, il suo indirizzo è la Casa Bianca di Obama. Dopo la decisione storicamente inaudita di Standard & Poor’s, una A in meno e previsioni negative per le finanze americane, i cinesi hanno letteralmente preso a schiaffi gli americani. Gli hanno detto che sono spendaccioni, e che a Pechino vogliono garanzie serie per i titoli in dollari nelle loro mani, ma glielo hanno detto con un sovrappiù di disprezzo senza precedenti, insomma una rampogna aspra e per loro, concorrenti strategici sempre in crescita, goduriosa. Potevano farlo, visto che avevano appena brindato per i tagli al Pentagono, un ridimensionamento netto della capacità di comando degli Stati Uniti nel mondo, il primo di due colpi micidiali a quel possibile ordine mondiale da sempre imperniato sulla forza imperiale americana.
Alla fine del secondo mandato di George W. Bush, il cui consenso domestico si era progressivamente incrinato, America e mondo occidentale subirono gli effetti di una crisi da crescita fatta di follie della finanza privata legata, anzi impiccata, ai debiti collegati ai farlocchi incrementi esponenziali di valore degli immobili: improvvisamente niente liquidità e recessione, logica dei salvataggi di Stato incentivata dal fallimento sinistro della Lehman Brothers, esplosione del debito privato delle famiglie convertito nel tempo in debito pubblico (causa prima del finale colpo d’artiglio di Standard & Poor’s). Era l’autunno del 2008, l’America era cresciuta per anni a ritmi vertiginosi sul fondamento di un ruolo sempre decrescente dello Stato fiscale, Wall Street aveva divorato con la nota voracità sia il ricordo della bolla tecnologica, la «new economy» che ha fatto più morti e feriti di una guerra persa, sia la memoria dolente dei tremila ammazzati delle Twin Towers. Alla base di quella fase di prosperità, che ovviamente incubava nuove possibilità di crisi, c’era una leadership univoca, forte, neoreaganiana, con le sue scelte di ordine mondiale (Afghanistan, Irak, guerra al terrorismo, unilateralismo strategico). Nel pieno della tempesta l’oracolo di Omaha, il grande finanziere Warren Buffet, investì cinque miliardi di dollari nella Goldman Sachs, e nel giro di tre anni Dio solo sa quanto abbia guadagnato. Perché quella dell’autunno del 2008 era una crisi da eccesso di ricchezza alla Schumpeter, distruzione creativa, mentre quella di questi mesi sembra proprio essere la crisi di un capitalismo impoverito, senza energia, senza una bussola, incapace di far funzionare il meccanismo del fallimento e dunque succubo di tutti i fallimenti da salvare.
Obama non ha fatto cose soltanto negative. È un solido liberal della scuola politica di Chicago. Sa come muoversi a Washington. Su Guantanamo e sulla caccia a Bin Laden è stato di molto superiore alla sua retorica della mano tesa verso l’islam. Ma la sua epica del consenso interno, la sua incapacità di decidere presto e bene, assumendosi rischi seri, sono le concause evidenti del nuovo tremore e terrore che attraversa i mercati, con gli speculatori (ma anche gli investitori e i risparmiatori) sul piede di guerra intorno ai fronti della crescita, insufficiente, e dell’indebitamento euro-americano, a livelli mai visti prima. I risultati sono quelli che sono, e non si dà un declassamento così sorprendente, nonostante la disputa sugli errori di calcolo dell’agenzia di rating e le scelte diverse delle altre agenzie, senza una precisa responsabilità del capo dell’esecutivo.
Il problema che ci angustia, che mette in pericolo risparmi e capitali e lavoro, che ha fatto risalire le quotazioni del partito della patrimoniale, la botta secca che ti fa restare come prima e ti evita le riforme serie, è che le forze di mercato trovano molle, sono fronteggiate anche in Europa da decisioni miopi, lente, da coalizioni di interessi che non hanno un raccordo comune e si scontrano tra loro (il fallimento greco sarebbe stato salvifico se non ci fossero andate di mezzo le banche tedesche e inglesi). D’altra parte il principale difetto di Obama è di essere un leader all’europea, uno che i veri applausi se li è guadagnati con il comizio al Tiergarten di Berlino, gli mancano gli stivaletti da cowboy, il passo ispirato dell’americano che ha fiducia in sé e in nessun altro. Non sottovaluto i pregi di un presidente elegante e cosmopolita, ma ho una nostalgia canaglia di Bush, dei tagli fiscali in profondità e della crescita americana al 4 per cento. C’è crisi e crisi, questa è particolarmente avvilente. Giuliano Ferrara, Il Giornale, 8 agosto 2011