RICORDO DI FRANCESCO COSSIGA AD UN ANNO DALLA MORTE
Pubblicato il 18 agosto, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »
Paolo Savona per “Il Messaggero“
IL 17 agosto di un anno fa è venuto a mancare Francesco Cossiga. Uomo di grande ingegno e di profonda cultura, era una vera macchina per pensare. La sua scomparsa pesa in questi giorni tormentati. Politico fine, ha percorso l’intera carriera nella corrente liberal-democratica della Dc, da galoppino elettorale a presidente del Consiglio, del Senato e della Repubblica. È sempre stato uomo delle istituzioni, più che di partito, per la sua raffinata cultura costituzionale: egli era libero docente d’antan di questa fondamentale branca del diritto. Ha attraversato l’intera storia della Repubblica italiana; la triste appendice che viviamo gli è stata risparmiata dalla sorte.
Ha tentato e qualche volta gli è riuscito di affrontare il problema più difficile del Paese, la riforma della pubblica amministrazione, che sta avvelenando la convivenza sociale e strozzando l’economia. Lo Stato si prende metà del Pil, il Prodotto nazionale lordo, e non è ancora soddisfatto. C’è sempre un motivo per cui si deve incrementare il prelievo fiscale, ma pochi per ridurre le spese. È l’unico soggetto che può violare impunemente un contratto: è il peggiore pagatore, ma il più intransigente creditore, anche se si tratta di pochi euro.
Per la pubblica amministrazione il cittadino è restato sempre un suddito e questo status era mal sopportato da Cossiga, che aveva nel Dna le tracce delle dominazioni subite dalla sua terra, la Sardegna, di cui andava molto orgoglioso. Seguace di Aldo Moro, si è trovato a dover combattere il più subdolo attacco alla democrazia italiana, quello mosso dalle Brigate rosse, ed è restato coinvolto politicamente nel percorso drammatico del suo maestro, dimettendosi da ministro degli Interni dopo l’assassinio dello statista, con un gesto di dignità oggi inconsueta.
L’impegno che ha posto nel comprendere le ragioni dei giovani brigatisti culturalmente sbandati e i suoi legami con i movimenti rivoluzionari europei forniscono un primo spaccato interpretativo della sua cultura politica, che respingeva il conservatorismo e puntava all’elevazione delle classi svantaggiate nelle forme proposte dal riformismo moderato. Si considerava erede di Alcide De Gasperi, per la concezione laica dello Stato e la vocazione europeista, ma sapeva valutare i difetti degli accordi stipulati tra tanti compromessi, lontani dalla razionalità e quindi destinati a impantanarsi come sta accadendo di fronte ai grandi problemi geopolitici.
Da presidente del Consiglio fu l’unico che riuscì a congelare il rapporto debito pubblico/Pil. Si documentava attentamente sui contenuti delle decisioni da prendere e prendeva nota dei pro e dei contro, indicando i motivi per cui sceglieva una soluzione piuttosto che un’altra; questo modo di procedere meriterebbe un attenta considerazione da parte di chi si dedica agli studi politici e storici. Il suo archivio è certamente un tesoro culturale da fare oggetto di prospezione. Si potrebbe partire studiando il messaggio alle Camere che inviò prima delle sue dimissioni anticipate dal massimo incarico della Repubblica.
Il carattere di Francesco Cossiga, con la sua forte impronta sassarese, ha indotto taluni a considerarlo un politico non del tutto equilibrato, invece di un censore cosciente e responsabile. In un habitat dei media in cui non fa notizia se un cane morde la gamba di un uomo, ma solo se un uomo morde quella di un cane e i media italiani eccellono in questo comportamento egli riteneva che, per essere preso in considerazione, occorresse «fare notizia».
A lui riusciva particolarmente bene, talvolta tra lo sconcerto dei suoi stessi amici: castigat ridendo mores, si può considerare il suo motto. Gli eventi succedutisi nella parte più importante della sua esperienza dalla caduta del Muro di Berlino al ciclone di «mani pulite» lo portarono a connotarsi come un «picconatore» della prima Repubblica, ma le sue esternazioni avevano sempre alla base conoscenze precise che gli derivavano dalla sua ampia rete di relazioni che intratteneva quotidianamente e dall’attenta considerazione del parere di esperti delle materie di volta in volta affrontate, che sottoponeva a domande incalzanti.
L’eredità che ci ha lasciato va ancora correttamente collocata nella storia d’Italia. Non spetta certo agli amici e ai contemporanei pronunciare giudizi su un personaggio così complesso. Questa piccola eccezione è giustificata dal compimento del primo anniversario della sua scomparsa, ma anche dal dovere di sollecitare riflessioni sulla sua opera perché, se è vero che la storia non si ripete, essa è comunque maestra di vita. La vita e l’opera di Francesco Cossiga sarebbero per tutti una fonte preziosa di insegnamento. Tanto più oggi che l’Italia ha perso coscienza della direzione di movimento.








Va bene che i tribunali sono chiusi per ferie, ma è assordante il silenzio sceso improvvisamente sui processi di Silvio Berlusconi. A nessuno degli avversari del presidente del Consiglio viene più la voglia di rimproverargli la vicenda Mills o quella di Ruby. D’un tratto gli antiberlusconiani hanno scoperto la possibilità di sconfiggere il Cavaliere con le armi proprie della politica, e non più con quelle improprie e odiose della giustizia di parte. Certa sinistra assapora già il gusto di vedere l’avversario – se si ricandida – bocciato dagli elettori sul tema spinosissimo delle tasse al prossimo appuntamento con le urne.
Mentre tutto il mondo cattolico, ma anche ateo, è concentrato su Madrid e la giornata mondiale della gioventù, gli spagnoli cosa fanno? Meglio: la stampa, la radio, la televisione spagnoli, come introducono e commentano l’evento dell’estate 2011, l’evento positivo, l’evento buono, non quello angosciante della distruzione di ricchezza finanziaria e di perdita di certezze professionali, economiche e sociali? Come preparano, dicevo, quel fatto mondiale che mostra la speranza di tanti giovani, giovani che seguono un Papa anziano nella convinzione di ascoltare, attraverso di lui, una parola di amore che viene direttamente da Dio? I media spagnoli hanno preparato la GMG centrati su una preoccupazione. Su una concreta e apparentemente giusta attenzione alle pubbliche finanze: quanto costerà ai contribuenti questa invasione di cavallette cattoliche provenienti da ogni parte del pianeta?
Il patto tra contribuente e Stato è uno dei pilastri sul quale poggia la democrazia. Deve essere chiaro, netto, duraturo. Così lo Stato può gestire le entrate e le spese necessarie per svolgere i suoi compiti fondamentali, mentre il cittadino può condurre la sua vita da buon padre di famiglia. Questo patto è scritto nei codici. Quando un Parlamento discute e vota una legge in materia fiscale deve sempre avere in mente di non violare questo accordo, di non disporre del suo potere in maniera dispotica e ingiusta. Purtroppo nella manovra approvata l’altro ieri il patto si è rotto. Il governo ha deciso che la platea di contribuenti più onesta, seria e virtuosa, quella che dichiara i redditi e si piega a una pressione fiscale superiore di tre punti alla media europea, deve pagare ancora di più. Lo Stato che oggi detiene il record mondiale di gabelle sulla persona fisica, con un colpo di mano ha cambiato le regole del gioco. Che ora si fa pesantissimo. Provo a spiegare perché. Ogni famiglia misura il suo stile di vita sulla capacità di reddito. I suoi guadagni servono a comprare una casa, pagarne il mutuo, provvedere alla crescita dei figli, curarsi, acquistare beni, vestiti, cibo, cultura, viaggiare, investire sul talento. Il patto tra cittadino e Stato deve essere certo e duraturo, affinché le famiglie possano prendere decisioni di medio-lungo termine, cioè programmare investimenti in beni materiali o immateriali come, per esempio, un’alta educazione per i figli. Ma lo Stato improvvisamente taglia questa certezza. Ha bisogno urgente di risorse. E invece di studiare riforme strutturali sulla spesa, scovare l’evasione e far emergere fiscalmente i patrimoni non tassati a dovere, decide che il contribuente onesto non va premiato ma punito riducendo la sua capacità di spesa.
