SPECULATORI DELLA POLITICA, di Francesco Damato

Pubblicato il 8 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

C’è qualcosa di peggio della speculazione finanziaria internazionale, ai cui polsi il nostro Marlowe vorrebbe giustamente mettere le manette. È la speculazione politica che cerca di farne in Italia il principale partito di opposizione, il Pd. Immagino, e mi auguro, con quanto disappunto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, vista la presenza da quelle parti di molti suoi ex compagni. Gli può essere tuttavia di conforto, per quanto gramo, il fatto che a speculare di più politicamente sugli “speculatori” finanziari – le virgolette sono dell’Unità- sia nel Pd un uomo di provenienza non comunista ma democristiana, il capogruppo dei deputati Dario Franceschini. Che è stato il predecessore più immediato, e temporaneo, di Pier Luigi Bersani alla segreteria. E che, sconfitto dallo stesso Bersani nella corsa congressuale per la successione a Walter Veltroni, è stato singolarmente premiato con il maggiore incarico istituzionale del partito, costituito appunto dalla presidenza del più consistente dei due gruppi parlamentari: quello di Montecitorio. È proprio in questo ruolo che Franceschini è arrivato a sostenere, testualmente, che la formazione di un nuovo governo, cioè una crisi, equivarrebbe da sola a “tre manovre economiche messe insieme”. Gli ha fatta eco ieri il solito Marco Travaglio, in una gioiosa sospensione delle ferie appena annunciate, scrivendo che con una crisi di governo “Piazza Affari, anziché chiudere per eccesso di ribasso, riaprirebbe di domenica per eccesso di tripudio”. Ma torniamo a Franceschini e alla sua strana visione dei mercati e della politica. Di fronte alla quale viene voglia di chiedere al segretario del suo partito se più opportune e urgenti delle dimissioni di Silvio Berlusconi dalla guida del governo, non siano quelle dello stesso Franceschini da capogruppo del Pd. Al quale peraltro l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, già capo dell’Ulivo e dell’Unione, le due alleanze di cosiddetto centrosinistra sperimentate negli ultimi quindici anni, e già presidente della Commissione dell’Unione Europea, sembra ancora più bollito del Cavaliere per avere osato schierarsi nei giorni scorsi contro una crisi. E avvertire che «nella tempesta non si cambia pilota». Ciò varrebbe, secondo Franceschini, in «tempi ordinari». Che non sarebbero naturalmente questi. Ci sono evidentemente tempeste ordinarie, durante le quali è bene tenersi stretto il pilota, e tempeste straordinarie, al cui arrivo l’equipaggio e i passeggeri della nave debbono subito provvedere a buttarlo a mare. È proprio un intelligentone, questo capogruppo, smanioso con il suo predecessore Veltroni di un governo tecnico, o di analoga denominazione, sapete per quale astuto motivo? Perché, non avendo i suoi componenti l’onere di candidarsi alle elezioni, potrebbe fregarsene della impopolarità ed assumere tutte le decisioni drastiche e necessarie a mettere a posto le cose. Emanuele Macaluso, il direttore del giornale il Riformista, al quale Franceschini ha affidato sabato queste sue convinzioni, è stato il primo a sobbalzare sulla sedia a leggerne le stravaganze. Egli ha infatti ricordato onestamente nel suo editoriale che «l’opposizione ha la responsabilità di non sapere proporre al popolo italiano un governo alternativo in grado di fronteggiare meglio l’emergenza». Evidentemente Macaluso, buon amico peraltro del Capo dello Stato, non considera tale il governo dei tecnici sognato da Franceschini, e magari guidato dall’ex commissario europeo Mario Monti. Che da tempo si lascia tranquillamente candidare a questo ruolo discettando della crisi sul Corriere della Sera, come ha fatto anche ieri. Spero senza condividere la presunzione alquanto cervellotica di Franceschini, e compagni, che possano esonerarsi dalla impopolarità dei provvedimenti di un suo o analoghi governi, e dagli effetti elettorali, i partiti necessariamente chiamati ad approvarli. E naturalmente a dare la fiducia parlamentare, ancora imposta dalla Costituzione. A meno che Franceschini, preso dai suoi romanzi, non se lo sia dimenticato. Francesco Damato, Il Tempo, 08/08/2011

……………….Franceschini è la versione aggiornata e al maschile di Rosy Bindi. Dio ci liberi dei fustigatori a senso unico, con gli occhi coperti dal prosciutto. Sono peggiori dei moralisti della domenica. g.


L’EURO FINISCE IN COMA. LA FINE DEL MONDO

Pubblicato il 5 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Una tempesta perfetta. Così un banchiere ci­nico ma realista ha definito la giornata di ie­ri sui mercati finanziari mondiali. Solo uno sprovveduto può legare la questione ai soli affari di casa nostra (non proprio ben condotti dal punto di vista economico). Anzi, converrebbe chie­dere allo sprovveduto di sottoporsi alla prova del nove.

Una controprova dei propri pregiudizi è a disposizio­ne di chiunque la voglia saggiare. Chi crede che il virus sia italiano si metta a comprare sulle piazze finanziarie a sua scelta di tutto il mondo. E buona fortuna. Parliamo piuttosto di cose serie e cioè di cosa sta ac­cadendo. Peraltro come già abbiamo scritto, solo po­che settimane fa, il grande tema oggi si chiama euro. Un esperimento che alla prova dello stress non sta reg­gendo. Non è possibile immaginare una moneta uni­ca, con politiche fiscali ed economiche divergenti. Non si può immaginare la Germania che cresce al 3 per cento e con tassi a breve dell’1 e a lunga del 2 per cento, competere con l’Italia o la Spagna che crescono meno dell’1%,ma con tassi quattro volte più alti.Con l’aggra­vante di disporre una moneta unica e soprattutto di una politica monetaria che tiene in considerazione so­lo l’economia più virtuosa. Non stiamo bestemmian­do in chiesa, stiamo semplicemente sostenendo che le economie europee sono malate, quasi terminali, tran­ne una.

E, nonostante ciò, al corpaccione europeo inve­ce di prescrivere un antibiotico si somministra una blanda aspirina. Quando gli Stati Uniti si trovarono, tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009,nel panico più totale, furono investiti da una cura da cavallo targata Fed (la loro banca centrale). Quando a marzo del 2009 i merca­ti a stelle e strisce ripresero a girare, fu solo per l’inter­vento massiccio della loro banca centrale che senza tante regole iniziò a comprare titoli di debito a piene mani.

Oggi la situazione, se vogliamo, è ancora più complessa. L’Europa soffre per l’immenso debito pubblico che i suoi Stati hanno accumulato. I virtuosi tedeschi hanno un debito pubblico pari, in termini assoluti, a quello italiano, e hanno poco da brindare. A ciò si aggiunge che le loro banche private hanno in portafogli titoli di Stato di Paesi a rischio in notevole quantità. E se questi Paesi dovessero saltare, si trascinerebbero anche i bilanci delle banche di Berlino. Insomma ce n’è per tutti.

Per un’Europa che piange c’è un’America che non ride. La soluzione del suo problema del 2008, dal punto di vista delle politiche fiscali (non quelle monetarie adottate dalla Fed) è stata suicida. O per essere più semplice è stato come nascondere la polvere sotto al tappeto.

Il gigantesco debito che avevano contratto i privati con i loro mutui, con le loro carte di credito, è passato dai privati appunto al settore pubblico. Il problema non è stato cancellato: è solo stato intestato a qualcun altro. E ora si trovano con la loro economia che vale la mostruosa cifra di un quinto di quella globale, impantanata: non cresce, la disoccupazione è alta.

Come se non bastasse nei Paesi emergenti si rischia di soffocare, per il motivo opposto: troppa crescita. I loro tassi di interesse sono stati alzati a livelli per noi occidentali favolosi.

E il loro contributo alla crescita globale non è detto che continui ai livelli del passato.

Chi ha un euro in banca non sa cosa fare. Difficile puntare su un’America così conciata. Troppo a rischio andare sugli emergenti.L’Europa oggi sembra la Lehman. Insomma, le vendite sui nostri mercati, tutti, hanno gioco facile.

Non è la fine del mondo. Ma la fine di un mondo forse sì. Quello del debito e della moneta unica senza guida politica. Ieri sui mercati c’erano solo venditori: il che è apparentemente privo di senso. Ma il gioco era vendere tutto sapendo che dopo poche ore si poteva ricomprare quel tutto con un buono sconto. Dall’inizio della settimana la Borsa italiana ha perso il 13 per cento: roba da brividi. La natura, diceva quel filosofo greco, fa di tutto per nascondersi. E così abbiamo fatto noi con i nostri debitucci. Oggi si sono finalmente mostrati nella loro dimensione e la via per risolverli è scritta, ma politicamente molto difficile.

Per quanto riguarda noi europei, vi è una strada con due tappe. La prima è quella di tamponare l’emergenza, spegnere il fuoco. Insomma i quattro big dell’euro (Spagna, Italia, Francia e Germania, fanno l’80 per cento del Pil europeo) devono mettersi d’accordo per una politica economica unitaria. Devono, è molto difficile, obbligare la Bce a emulare i cugini americani della Fed: interventi forti sui mercati del debito. Insomma, comprare quei titoli pubblici che oggi la speculazione getta nel cestino. È la prima tappa, ma non basta.
Ci dobbiamo poi mettere in testa che sono finite le generazioni sulle quali possiamo caricare debiti. Basta, stop. Non ci sono più pasti gratis. Abbiamo un sistema di welfare che non regge più. Non possiamo, ad esempio, permetterci pensioni e tutele di un piccolo mondo che era fatto solo da Noi….Il Giornale, 5 agosto 2011

ORA BERSANI TENTA LA SPALLATA: VUOLE ANDARE ALLE ELEZIONI PER SALVARE IL PD DAGLI SCANDALI

Pubblicato il 4 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

Al voto, al voto!, dice Pierluigi Bersani nell’aula strapiena di Montecitorio rispondendo picche all’«appello alla coesione» lanciato nei giorni scorsi da Napolitano e appena fatto proprio, almeno a parole, dal presidente del Consiglio. Al voto, al voto!, chiede senza se e senza ma il leader del Pd, ieri insolitamente emozionato, a tratti anche indignato o minaccioso, e leggermente sopra le righe nei panni inusuali del censore severo. Al voto, al voto: prima che la Tangentopoli di Sesto San Giovanni rischi di allargarsi ad altre aree sensibili del Nord, o magari di lambire addirittura Roma. E prima che qualcuno nel Pd cominci a dire a voce alta quello che molti stanno già pensando in silenzio, e che Travaglio ha scritto sul Fatto: Bersani non è più candidabile a Palazzo Chigi, il centrosinistra dopo il caso Penati si scelga un altro condottiero.
Sia chiaro: i democratici hanno ottime ragioni per chiedere le dimissioni del governo e le elezioni anticipate. Le difficoltà in cui si dibattono Berlusconi e l’esecutivo sono evidenti. Nei sondaggi il Pd risulta il primo partito. Con indubbia abilità, ha saputo cavalcare l’onda referendaria senza preoccuparsi di capovolgere le proprie posizioni. E l’alleanza con il Terzo polo, indispensabile per assicurarsi una vittoria certa in entrambe le Camere, è tanto più probabile quanto più vicine sono le elezioni.
Ciò nonostante, il Pd in queste ultime settimane ha sempre evitato di chiedere esplicitamente il voto anticipato: in parte perché c’è chi – come D’Alema e Veltroni, seppur con sfumature e intenzioni diverse – preferisce un governo «tecnico» o «istituzionale» o «di transizione» che affronti l’emergenza economica e finanziaria e riscriva la legge elettorale. In parte perché il principale alleato potenziale del Pd, l’Udc, di elezioni anticipate non vuol proprio sentir parlare (e Casini lo ha ripetuto ieri alla Camera con grande nettezza). E in parte perché il Quirinale, a torto o a ragione, preferirebbe non sciogliere il Parlamento in una situazione di grande instabilità internazionale che rende l’Italia, vaso di coccio, particolarmente vulnerabile.
Ieri Bersani ha rovesciato il ragionamento: «I problemi non si risolvono con un discorso o un monitoraggio con le parti sociali, ma serve un po’ di tempo per una tregua con gli investitori e i mercati, e il tempo si può avere solo con un gesto politico», con una «novità politica» che archivi il governo Berlusconi. Le dimissioni dell’esecutivo e lo scioglimento delle Camere sostituiscono dunque la «coesione nazionale» come gesto risolutore della crisi. Soltanto la «discontinuità», conclude Bersani chiedendo «un passo indietro» al presidente del Consiglio, può salvare l’Italia.
La nettezza di Bersani – comunque se ne giudichino le motivazioni – suona dunque come una novità: «Noi davanti all’emergenza del Paese siamo disposti, a fronte di un passo indietro di chi è responsabile di averci portato fin qui, a fare un passo in avanti». E alle proteste che arrivano dai banchi della maggioranza replica quasi stizzito: «Non intendete avere questa generosità e togliere l’impedimento? Ve ne prendete la responsabilità di fronte al Paese e ai cittadini».
Tanta impazienza induce a pensare che qualcosa sia cambiato nei piani strategici del segretario del Pd, che in questi anni e in questi mesi è stato semmai accusato del contrario, cioè di temporeggiare e di avere idee poco chiare sulla prospettiva da seguire. E se qualcosa è cambiato, dev’esserci un motivo. L’aria che si respira nel Pd, dopo il salvataggio di Tedesco e l’inchiesta su Penati, non è affatto tranquilla. Da un lato cresce l’insofferenza dei «giustizialisti» capitanati da Rosi Bindi e da Franceschini, dall’altro cresce il timore che l’indagine su Penati sia destinata ad ingrossarsi fino ad esplodere.
Perché la questione, in fondo, è molto semplice e attraversa tutte le scuole di pensiero del Pd: che Penati sia colpevole o innocente, che la Procura di Monza lavori in modo impeccabile o sia invece parte di un complotto politico, che lo scandalo resti confinato in Lombardia o lambisca il Pd nazionale – in tutti i casi, resta il fatto che Penati è stato il braccio destro di Bersani. «È come Milanese con Tremonti – sorride amaro un deputato democratico -, mica si può far finta di niente». Al voto, chiede dunque Bersani, al voto: prima che il vulcano esploda.
….Questo commento al discorso per molti versi scialbo  e incolore di Bersani ieri alla Camera è tanto più congruo se si considera che l’autore è quel Fabrizio Rondolino un tempo molto vicino a D’Alema e suo diretto collaboratore ai tempi di D’Alema presidente del Consiglio. Nessuno meglio di Rondolino può fasi interprete dei pensieri che attraversano la mente dei post comunisti che dopo aver visto deragliare la gioisa macchina da guerra di Occhetto, ora sentono che sta per sfumare di nuovo la possibilità di occupare il posto di comando della nave Italia a causa del fattore “T”, T come tangenti. g.

IL PIANO DI BERLUSCONI PDER RIDIMENSIONARE LA CASTA: TAGLIOLA SU STIPENDI E AUTO BLU, RIDUZIONE DELLE PROVINCIE E DI ALTRI ENTI INUTILI

Pubblicato il 4 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi imbraccia le forbici e, nel suo discorso alla Camera, annuncia una raffica di tagli e di decise misure anticasta. Il menu è nutrito e va dal tetto europeo agli stipendi degli elettì e dei vertici della Pubblica Amministrazione fino a una nuova disciplina, ovviamente restrittiva, sull’utilizzo di auto blu. Senza dimenticare l’annuncio di una verifica sull’utilità di società ed enti pubblici con loro eventuale fusione e la promessa di una «razionalizzazione» delle province, tema su cui da mesi è in corso un braccio di ferro con la Lega.
Il premier, dunque, sceglie di tornare a un punto a lui caro e non estraneo al suo curriculum politico, visto che al di là delle tante chiacchiere e promesse firmate a turno dai vari partiti, i due grandi, veri provvedimenti «taglia-politica» vennero firmati dai governi da lui presieduti: il primo fu la riforma del 2006 che ridisegnava l’assetto istituzionale e dimezzava i parlamentari; il secondo la riforma dei servizi pubblici locali del 2008 che abbatteva il giardinetto di sottopotere delle società municipalizzate. Riforme entrambe bocciate attraverso referendum appoggiati da coloro che oggi cercano di indossare il vestito dei paladini anticasta.
«Il governo ha istituito una commissione per contenere gli emolumenti dei titolari di cariche elettive e dei vertici delle amministrazioni italiane riconducendoli ai valori medi europei» annuncia Berlusconi in aula. Un organismo sul quale è il ministro Renato Brunetta a fornire maggiori dettagli. «La Commissione governativa provvederà a raccogliere le informazioni necessarie a livellare – rispetto al livello medio dei sei principali Paesi dell’area euro – le retribuzioni dei titolari di cariche elettive e delle figure apicali dell’amministrazione. La Commissione è presieduta dal presidente dell’Istat Giovannini ed è composta da un rappresentante di Eurostat e da altri 3 esperti di chiara fama. Non prevede alcun compenso per i propri componenti. Entro il 1 luglio di ogni anno (quest’anno entro il 31 dicembre), la Commissione Giovannini provvederà all’individuazione di questa media». Questa operazione di adeguamento coinvolgerà 945 parlamentari e 124.893 tra presidenti delle regioni e province, sindaci e consiglieri regionali, provinciali e comunali. Saranno interessati anche i vertici delle amministrazioni e i componenti di organismi, enti e istituzioni: la Corte costituzionale, gli Organi di autogoverno della magistratura, il Cnel, Civit, Digitpa, l’Aaran, l’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, le Autorità indipendenti, la Consob e le Agenzie governative (ad esclusione della Banca d’Italia).
Linea dura anche sulle auto blu, con l’obiettivo di arrivare a una pesante riduzione delle circa 72mila vetture circolanti. D’ora in poi nei ministeri avranno diritto alle auto solamente ministri, viceministri, sottosegretari, capi di gabinetto, di dipartimento e del segretariato generale. Grazie a queste misure si prevede una riduzione di circa il 70% degli attuali beneficiari e, nel triennio 2012/2014, un risparmio complessivo di circa 900 milioni di euro. Berlusconi promette poi un intervento sulle province, «attraverso la cui riorganizzazione il governo potrà pervenire a un ulteriore contenimento della pressione fiscale e a una maggiore efficienza». Il premier ricorda anche che il Consiglio dei ministri ha già approvato la riforma costituzionale «che porterà a dimezzare il numero parlamentari e a contenere i costi dell’attività legislativa». E invita a procedere a una «verifica congiunta sulla ragion d’essere di società ed enti pubblici allo scopo di procedere a liquidazioni e fusioni». Un programma ambizioso sul quale è facile prevedere, fin da ora, il fiorire di un ginepraio di feroci quanto inevitabili resistenze.
……..La prova del fuoco l’avremo tra pochi mesi, cioè il 31 dicembre prossimo con la prima verifica  della commissione sugli stipendi di parlamenteri e burocrati. Vedremo se si è trattato solo di annuncio o di qualcosa di serio. Berlusconi con questo impegno si sta giocando il credito del PDL verso gli elettori di centrodestra che non gli rinnoveranno più la fiducia se anche questa volta le promesse non saranno mantenute. g.

STANDING OVATION ALLA CAMERA PER LA 2PRIMA2 DI ANGELINO ALFANO

Pubblicato il 4 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il ministro Alfano La sua è un’Italia calma. Tranquilla. Democristiana. Angelino Alfano prende la parola perché è il giorno in cui parlano i segretari di partito e non i capigruppo. Ed è il suo esordio al fianco di Fabrizio Cicchitto. L’ex ministro della Giustizia parla di politica, si sofferma poco sui tecnicismi dell’economia. Mette i suoi paletti: «Noi siamo contrari a fantomatici governi tecnici». Chi è stato eletto e governa poi «torna dal popolo e si fa giudicare». Chi invece «presiede un governo tecnico mette le tasse e poi dal popolo a farsi giudicare non ci torna. Noi diciamo che con i governi tecnici si sente l’odore delle tasse», aggiunge Alfano rivolgendosi continuamente alla sinistra.

Spiega il segretario del Pdl: «Le parole di Silvio Berlusconi sono state oneste, serie, affidabili per un Paese che chiede affidabilità e serietà al governo che ha voluto che governasse». «Autorevoli esponenti del Pd – attacca Alfano – hanno detto che il governo deve dimettersi perché i mercati lo chiedono. Siamo sgomenti: ma da quando in qua sono i mercati a scegliere il governo o a stabilire che debbano andare a casa? E il popolo, ciascun cittadino, che ruolo ha nella vostra visione politica e del paese?».

«Per noi – aggiunge – sono espressione della gente, del popolo che rappresentano. Per questo siamo contrari a fantomatici governi tecnici, contrari all’idea di piegare la democrazia alla tecnocrazia». «Un governo fa le sue scelte, poi torna dal popolo e viene giudicato. I governi tecnici no e gli italiani, ogni volta che sentono parlare di governi tecnici devono sentire profumo di tasse». «Il governo Berlusconi è legittimato a governare perchè ha vinto le elezioni – va avanti Alfano interrotto da due standing ovation – Voi nel 2008 avete varcato la soglia di sbarramento e siete la principale forza di opposizione. A ciascuno il suo mestiere».

Lo sforzo comune sulla manovra «ha funzionato e bisogna replicarlo, ma se voi dite di aver dato idee e contributi negli ultimi 3 anni noi non li abbiamo sentiti». «Siamo pronti – dice Alfano – ad accordi qui in Parlamento, non con governi tecnici, e chiediamo alle opposizioni di collaborare con spirito patriottico ad una fase difficile, perché la crisi c’è, nessuno la nega ma noi siamo fiduciosi di uscire dal mare in tempesta non perché velleitari, ma perché fiduciosi negli italiani». Pochi minuti dopo arriva l’ok di Casini. Fabrizio dell’Orefice, Il Tempo, 4 agosto 2011


BERLUSCONI ALLE CAMERE: INFORMATIVA SULLO STATO DELLA ECONOMIA ITALIANA

Pubblicato il 3 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

Ieri, prima alla Camera e poi al Senato, il Presidente del Consiglio è intervenuto per rendere a nome del governo una informativa sullo stato della economia italiana. Pubblichiamo di seguito il testo integrale del discorso del presidente Berlusconi.

Silvio Berlusconi in aula durante il suo intervento per l' Informativa del Governo alla Camera Onorevoli Deputati,

sono qui per fare il punto sulla situazione economica italiana, sulle conseguenze della crisi internazionale e sulle decisioni che il Governo ha assunto e intende assumere.

È a tutti chiaro che i problemi e l’emergenza che in queste ultime settimane abbiamo dovuto affrontare sono la diretta conseguenza di una crisi di fiducia che scuote i mercati internazionali e non accenna a placarsi, tanto per l’incertezza sull’euro quanto per la spinta della speculazione finanziaria.

Tale crisi deve essere fronteggiata con fermezza e coerenza, senza inseguire i nervosismi del mercato, finendo così con l’alimentarli.

Onorevoli Deputati,

il nostro Paese ha un sistema politico solido che si è dimostrato capace, con il concorso responsabile dell’opposizione, di approvare in soli tre giorni una manovra di quasi 80 miliardi di euro, raccogliendo l’invito alla coesione nazionale del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Abbiamo fondamentali economici solidi. Le nostre banche sono liquide, solvibili, e hanno superato agevolmente gli “stress test” europei.

Abbiamo registrato segnali significativi di ripresa, pur in una congiuntura altalenante.

Nel mese di luglio si è registrata una decisa diminuzione delle ore complessivamente autorizzate della Cassa Integrazione Guadagni rispetto a quelle dello stesso mese di un anno fa (-28,8%).

Non è venuta meno la voglia di fare impresa, la voglia di investire e di superare le criticità che permangono nel nostro Paese.

Il governo e la maggioranza hanno approvato il 6 luglio una manovra economica diretta ad assicurare attraverso provvedimenti adottati nell’immediato, l’obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2014, condizione che determinerà la conseguente stabilizzazione strutturale del debito e la sua progressiva riduzione in rapporto al Pil.

Questa manovra è stata concepita in coerenza con gli obiettivi fissati in sede europea ed è stata giudicata adeguata e sufficiente dall’Europa e da tutti gli osservatori internazionali anche relativamente alla tempistica.

Anche questa mattina il Presidente dell’Eurogruppo Juncker e il Commissario Europeo agli Affari Economici Rehn hanno confermato al ministro Tremonti la piena fiducia nelle misure prese dal Governo italiano. Lo stesso apprezzamento è stato espresso dal presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy che mi ha telefonato subito dopo il Consiglio dei Ministri.

Onorevoli colleghi,

desidero approfondire l’analisi della situazione per cui oggi siamo qui, a cominciare dall’andamento dei mercati finanziari. Ovunque, è aumentata l’incertezza sull’intensità della crescita nel mondo, in particolare negli Stati Uniti e in Giappone. Anche la robusta attività produttiva dei paesi emergenti tende a rallentare. Negli Stati Uniti, le difficoltà di raggiungere un accordo sull’innalzamento del limite al debito pubblico, e il conseguente rischio di default, hanno indotto una ricomposizione dei portafogli degli investitori in favore degli investimenti a breve termine. L’accordo bipartisan tra democratici e repubblicani recentemente raggiunto non pare aver ridotto le tensioni internazionali.

Le turbolenze sui mercati finanziari hanno tratto alimento anche dalla percezione di una eccessiva lentezza nella reazione delle autorità europee alla crisi del debito sovrano innescata dalla situazione greca.

Il 21 luglio scorso, il Consiglio Europeo ha approvato un nuovo programma di assistenza per la Grecia, volto ad assicurarne pienamente le esigenze di finanziamento e a migliorarne radicalmente la sostenibilità del debito, con tassi d’interesse più bassi, con scadenze più lunghe e con il coinvolgimento del settore privato.

Il Consiglio ha anche ampliato la capacità del Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria di intervenire nella gestione delle crisi, con maggiore flessibilità e forza economica.

Sono decisioni di grande portata, anche se i mercati non riflettono ancora l’importanza degli interventi che sono stati deliberati.

È quindi essenziale dare certezza ai mercati, definendo con chiarezza tempi, strumenti, risorse degli interventi previsti.

I rischi di contagio influenzano le scelte degli investitori istituzionali europei, orientandole in favore delle attività ritenute meno rischiose, in primo luogo i titoli pubblici tedeschi, a scapito del debito sovrano degli altri Paesi. Le tensioni si sono estese al nostro Paese, ma non solo al nostro Paese. Problemi analoghi sono avvertiti anche in molti altri Paesi dell’area euro. Queste tensioni hanno elevato il differenziale tra il rendimento dei Buoni del Tesoro decennali e quelli del corrispondente titolo tedesco fino ai massimi storici dall’avvio dell’Unione monetaria. In occasione degli ultimi collocamenti di titoli pubblici i rendimenti sono saliti di oltre un punto percentuale.

Come spesso accade nelle crisi di fiducia, i mercati non valutano correttamente il merito di credito.

Le valutazioni degli investitori sui nostri titoli non tengono nel giusto conto la solidità del sistema bancario, la salda posizione patrimoniale delle nostre famiglie e delle nostre imprese, il contenuto indebitamento estero del paese, l’assenza di squilibri nel settore immobiliare, la prudenza seguita nella conduzione della politica di bilancio durante la crisi.

Si tratta di punti di forza che in più di un’occasione hanno spinto le autorità europee a considerare l’Italia in condizione di assoluta sicurezza. Lo ha riconosciuto poco fa il Presidente della Commissione Europea Barroso che ha definito “chiaramente ingiustificate” le pressioni sul nostro mercato.

Le nostre banche hanno superato con le loro sole forze la crisi finanziaria; hanno assorbito le ingenti perdite su crediti provocate dalla profonda recessione dell’economia reale. Nei mesi scorsi hanno fatto ricorso con tempestività al mercato dei capitali, dotandosi delle risorse patrimoniali necessarie a fronteggiare anche eventi particolarmente sfavorevoli; hanno superato brillantemente gli stress test condotti a livello europeo. Anche la raccolta obbligazionaria effettuata sui mercati internazionali nei primi mesi del 2011 è stata cospicua e sufficiente a far fronte ai rimborsi di titoli nell’intero anno.

Le banche italiane si presentano oggi ben capitalizzate, in grado di sostenere la ripresa dell’economia, in grado di soddisfare le esigenze finanziarie di famiglie e imprese. Anche per questo motivo, da noi la crescita del credito al settore privato è attualmente superiore a quella degli altri grandi Paesi.

Il saldo radicamento sul territorio ha consentito di espandere la raccolta presso le famiglie sotto forma sia di depositi sia di obbligazioni.

La redditività, già in miglioramento, beneficerà della espansione dei prestiti, beneficerà del miglioramento della qualità del credito, beneficerà del contenimento dei costi perseguito dalla quasi totalità degli istituti bancari.

I ribassi dei corsi azionari delle nostre banche che si stanno verificando sono eccessivi. Per i maggiori istituti, i valori di mercato sono oggi di gran lunga inferiori ai valori di bilancio.

Anche il settore privato italiano, famiglie e imprese, è caratterizzato da condizioni finanziarie solide. Le famiglie sono contraddistinte dal più basso indebitamento in rapporto al PIL tra i maggiori paesi, con un valore pari a meno della metà di quelli del Regno Unito e degli Stati Uniti e tre quarti di quello della Germania; la loro ricchezza finanziaria è particolarmente elevata nel confronto internazionale.

Anche i debiti delle nostre imprese sono assolutamente contenuti in rapporto al loro fatturato.

Veniamo al nostro debito pubblico. Dopo lo scoppio della crisi l’evoluzione dei nostri conti pubblici è risultata nell’insieme più favorevole di quella della gran parte dei paesi avanzati. Con la recessione anche la situazione del nostro bilancio era peggiorata: nel 2009 il deficit aveva superato il 5 per cento del PIL, un valore però inferiore a quello registrato dagli altri Paesi dell’area.

Con la ripresa dell’attività economica, e grazie alla nostra azione di finanza pubblica, i conti sono migliorati. Nel 2010 l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche è sceso di quasi un punto percentuale in rapporto al PIL; il disavanzo primario si è sostanzialmente annullato.

Il deficit di bilancio è risultato meno ampio di quanto avevamo prudenzialmente indicato come obiettivo (5,0 per cento); ancora una volta è risultato significativamente più basso di quello degli altri paesi dell’area dell’euro (6,3 per cento).

Il sentiero di riduzione del deficit concordato in sede europea viene percorso, di fatto, più rapidamente.

È quello che ci chiedono, è quello che cercheremo di fare.

Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone hanno registrato disavanzi compresi tra il 9 e l’11 per cento del PIL.

Nel maggio dello scorso anno abbiamo definito la manovra di bilancio per il triennio 2010-12, volta a condurre il disavanzo al 3,9 per cento del PIL quest’anno e al 2,7 per cento l’anno prossimo, in linea con il piano concordato in sede europea per il rientro dalla situazione di disavanzo eccessivo.

I dati relativi al fabbisogno del settore statale per i primi sette mesi di quest’anno sono coerenti con l’obiettivo che ci siamo posti.

Con il decreto legge manovra il Consiglio dei Ministri ha approvato un percorso di finanza pubblica che porterà al pareggio di bilancio entro il 2014. Le misure del decreto legge sono state ulteriormente rafforzate nel corso dell’iter parlamentare di conversione in legge. Questi interventi ci consentiranno di avviare una rapida riduzione del peso del debito pubblico, in rapporto al PIL sotto il 113 per cento nel 2014, sette punti in meno di quanto registrato nel 2010.

Con il collegamento fin dal 2013 dell’età di pensionamento all’andamento delle aspettative di vita e con gli altri interventi in materia di previdenza, abbiamo ulteriormente rafforzato la solidità dei conti pubblici nei prossimi decenni. Le riforme introdotte negli ultimi anni pongono l’Italia tra i Paesi europei in cui la pressione esercitata dai regimi previdenziali sui conti pubblici sarà la più contenuta.

Non abbiamo fatto poco, ma sappiamo certo che c’è ancora molto da fare.

Lo sforzo di contenimento della spesa deve fondarsi sempre più su efficaci procedure di spending review, che rendano strutturali i risparmi di spesa.

Occorre anche un piano di azione immediata che risponda agli sviluppi dei mercati.

Dobbiamo considerare interventi che sostanzialmente azzerino il fabbisogno finanziario nell’ultima parte dell’anno.

Questo sforzo dovrà integrarsi con il crescente decentramento delle decisioni previsto dal federalismo fiscale.

Dobbiamo migliorare la qualità dei servizi pubblici e della regolamentazione, che sempre più incidono sulla nostra capacità competitiva e sulle nostre prospettive di crescita. Dobbiamo infine liberare maggiori risorse per gli investimenti chiamando alla collaborazione anche gli investitori privati.

È quindi essenziale che Governo e Parlamento attuino in tempi brevi la delega fiscale e assistenziale, definendo un regime di tassazione che modernizzi l’Italia e sia più favorevole alla famiglia, al lavoro e all’impresa.

Ma certamente è la crescita l’obiettivo essenziale.

In questa ottica il Comitato interministeriale della Programmazione Economica ha questa mattina dato concretezza al Piano per il Sud con la destinazione immediata di 7,4 miliardi di euro per la realizzazione di circa 130 interventi che rilanceranno l’economia del Mezzogiorno. Oggi ho inoltre firmato due decreti. Il primo che istituisce la Commissione governativa, affidata all’autorevole guida del Presidente dell’Istat, che fornirà le informazioni necessarie per procedere al livellamento retributivo dei titolari di cariche elettive e dei vertici delle amministrazioni italiane rispetto agli standard europei. Il secondo che definisce modalità e limiti di utilizzo delle auto di servizio, le cosiddette auto blu, al fine di ridurne numero e costo.

Per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, nell’incontro che avremo domani con le forze sociali, il Governo proporrà una collaborazione per la stabilità, per la crescita e per la coesione sociale, che dovrà accompagnare il Programma di Stabilità e il Piano Nazionale di Riforme presentati a Bruxelles nel maggio scorso.

La crescita dell’economia e dell’occupazione è la conseguenza soprattutto della positiva convergenza dei comportamenti responsabili degli attori istituzionali, economici e sociali. Per questo ci adopereremo per un’intesa tra Governo e organizzazioni rappresentative dell’impresa e del lavoro sui modi con i quali realizzare un’efficace unità di intenti.

Questo confronto dovrebbe riguardare in particolare quattro punti: la gestione della manovra e dei provvedimenti per lo sviluppo; gli investimenti nelle infrastrutture; il ruolo delle banche e dei finanziamenti alle imprese e le relazioni industriali tanto nel settore privato quanto nel pubblico.

L’emergenza della situazione finanziaria ed economica descritta ci impone – come ho già detto – di dare una risposta ancora più forte, immediata e visibile sul piano dell’impegno per la crescita, che renderà credibile e sostenibile il piano di stabilizzazione finanziaria.

Nel merito desidero anticipare al Parlamento i temi del confronto con le parti sociali.

La gestione della manovra riguarda tanto le misure approvate, che quelle da approvare, attraverso il disegno di legge delega di riforma del sistema fiscale e assistenziale.

Il monitoraggio congiunto degli investimenti infrastrutturali consentirà di verificare tempi e modi dell’effettivo trasferimento di risorse pubbliche, consentirà di controllare la spesa effettiva dei concessionari e licenziatari di servizi nazionali di pubblica utilità, a partire dalle nuove reti di telecomunicazione, consentirà di verificare l’efficacia delle misure rivolte ad accelerare i procedimenti di esecuzione, consentirà di rimuovere insieme le strozzature che rallentano l’esecuzione delle opere.

Il ruolo delle banche e della finanza d’impresa è ancor più necessario in un contesto di prolungata difficoltà per molte attività produttive. Oltre alle intese tra banche e associazioni d’impresa per garantire la necessaria liquidità, governo e parti sociali verificheranno tempi e modi di operatività dei nuovi strumenti di sostegno finanziario alle imprese.

Le relazioni industriali, soprattutto in un Paese che ha conosciuto elevati livelli di conflittualità sociale, costituiscono uno strumento fondamentale per attrarre investimenti quando garantiscono un’adeguata produttività attraverso la piena utilizzazione degli impianti e la tregua sociale.

Il Governo ha da tempo proposto alla valutazione delle parti sociali una bozza di riforma dello Statuto dei Lavoratori denominata Statuto dei Lavori. E’ giunto il momento di verificarne il grado di consenso per procedere all’esame parlamentare. Lo sviluppo della contrattazione territoriale o aziendale è altresì sostenuto dalla proroga della detassazione e della decontribuzione degli incrementi retributivi che genera. Al tempo stesso, il Governo garantisce anche per il prossimo anno un’adeguata dotazione di risorse per gli ammortizzatori sociali, che dovremo ancor più collegare con le attività di ricollocamento dei lavoratori.

Le nuove norme in materia di pubblico impiego incentivano interventi di razionalizzazione e riqualificazione delle amministrazioni pubbliche garantendo incrementi retributivi legati alla produttività individuale e collettiva attraverso la contrattazione.

Non intendo sorvolare sui costi della politica, di cui si fa un gran parlare. Ma voglio farlo senza demagogia.

Sulla base di quanto previsto dal decreto legge manovra il Governo agirà per contenere tutti gli emolumenti delle alte professionalità pubbliche, elettive e non, riconducendoli ai valori medi europei. Inoltre il Governo attraverso la riorganizzazione delle Province, connessa con la diffusa aggregazione delle funzioni fondamentali dei Comuni, già prevista dal decreto sul federalismo municipale, potrà pervenire a un ulteriore contenimento della pressione fiscale e ad una ben maggiore efficienza nella gestione dei servizi locali.

Sapete tutti del resto che il Consiglio dei Ministri ha già approvato la riforma costituzionale che porterà a dimezzare il numero dei parlamentari e a contenere i tempi e i costi dell’attività legislativa.

Sarà possibile anche compiere una verifica congiunta sulla ragion d’essere di società ed enti dello Stato – chiedendo la stessa riflessione in ciascuna dimensione regionale – con lo scopo di procedere a liquidazioni o fusioni.

Onorevoli colleghi,

prima di concludere, vorrei ricordare che la crisi finanziaria ha colto il nostro apparato produttivo nel corso di un processo di adattamento alle nuove tecnologie e alla globalizzazione. Ne ha risentito la crescita, da tempo meno intensa di quella degli altri Paesi dell’area dell’euro, per effetto delle eredità del passato e dei nodi strutturali che frenano il nostro sviluppo.

Prima con il decreto Sviluppo e poi con la Manovra di Bilancio triennale, il Governo coerentemente con quanto fatto fin dal 2008, ha introdotto 27 misure concrete per sostenere la crescita economica del Paese: quattro relative alla fiscalità di vantaggio per imprese e cittadini, cinque in materia di semplificazione e liberalizzazioni, quattro per aumentare l’efficienza della giustizia, ben undici di incentivazione al sistema produttivo, tre di valorizzazione del capitale umano. A questo riguardo mi preme sottolineare le misure che riconoscono un credito d’imposta in favore delle imprese che investono in ricerca scientifica e una tassazione secca del 5%, l’aliquota più bassa d’Europa, a favore delle imprese guidate da giovani sotto i 35 anni.

Il Governo si è fortemente impegnato anche per la soluzione delle crisi aziendali. Solo negli ultimi 8 mesi, sono state risolte ben 30 vertenze. Grazie all’azione del governo, alla voglia e alla capacità di reagire del tessuto imprenditoriale italiano, alla stretta collaborazione con i sindacati, siamo riusciti a garantire un futuro stabile e produttivo a tante aziende e a tante famiglie.

Restare al fianco di chi lavora e produce è uno dei modi più efficaci che abbiamo per contrastare la crisi. Continueremo a lavorare su questo fronte difficile, consapevoli che la difesa e l’innovazione del nostro apparato produttivo sono fondamentali per la ripresa economica del Paese.

La nostra economia è vitale, forte della capacità innovativa degli imprenditori e del senso di responsabilità delle parti sociali che si è riflesso anche nel loro recente appello sulla necessità di accelerare l’azione di rilancio della crescita.

Ricordiamolo, a noi stessi e a tutti: il Paese è economicamente e finanziariamente solido; nei momenti difficili sa essere coeso e sa affrontare le difficoltà.

Il Governo e il Parlamento agiranno, mi auguro con un ampio consenso politico e sociale, per affrontare ogni minaccia alla nostra stabilità finanziaria.

Oggi più che mai dobbiamo agire tutti insieme. Raccolgo con convinzione l’invito alla coesione nazionale che il Presidente Napolitano ha sollecitato più volte. Un monito saggio, che faccio mio: nelle difficoltà tutti hanno il dovere di rimboccarsi le maniche. Il nostro dovere, quale che sia la nostra collocazione politica, è di operare per il bene dell’Italia e per costruire la ripresa dell’economia, facendo ciascuno la propria parte, ricordando che la stabilità politica è da sempre l’arma vincente contro la speculazione.

Onorevoli colleghi,

in conclusione, nessuno nega la crisi, tutti dobbiamo lavorare per superarla. Ciascuno facendo la propria parte. Non chiedo alle opposizioni di condividere il nostro programma, ma auspico vivamente che possano contribuire con le loro idee e con le loro proposte a fare emergere sempre di più ciò che serve al Paese.

Auspico cioè che le opposizioni facciano ciò che sono state chiamate a fare, ma lo facciano senza mai perdere di vista il comune obiettivo, perché comune sono certo che sia l’obiettivo di portare l’Italia fuori da questa crisi che non è italiana ma planetaria.

Assicuro che il governo non resterà sordo alle vostre proposte ed alle vostre idee quando esse saranno animate da questo spirito patriottico.

Al governo spetterà di fare per intero il proprio compito, di completare il proprio lavoro. Un lavoro cui gli italiani ci hanno chiamato nel 2008 e che completeremo nel 2013 quando ci sottoporremo nuovamente al loro giudizio con la serena coscienza di chi ha fatto tutto il possibile per il proprio Paese in anni così difficili.

Nei venti mesi che ci separano da quell’appuntamento, il governo farà il governo: completerà il percorso delle riforme già all’attenzione del Parlamento, rafforzerà sempre di più il rapporto con le parti sociali e proporrà un’agenda di interventi per sostenere la crescita e lo sviluppo economico dell’Italia.

Agli italiani diciamo che il governo è pronto a fare, fino in fondo, la sua parte. Abbiamo la maggioranza parlamentare, una forte determinazione, la piena consapevolezza delle responsabilità e dell’impegno che ci attendono e il desiderio profondo e sincero di consegnare agli italiani, tra due anni, un Paese più forte e sicuro di sé.

È una sfida difficile, ma gli italiani meritano che venga giocata fino in fondo e con tutte le nostre forze e siamo convinti che sapremo essere, tutti insieme, all’altezza di questa sfida.

Vi ringrazio.

…Alla informativa del presidente del Consiglio sullo stato della economia italiana è seguito alla Camera e al Senato il dibattito con l’intervento dei rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari. Alla Camera per il PDL è intervenuto l’on. Angelino Alfano nella sua prima volta nella veste di segretario politico del PDL. E’ stato un intervento lucido, di alto livello e di profondo spessore politico. E’ un buon inizio, salutato dalle ovazioni del gruppo parlamentare del PDL a cui si sono aggiunti i parlamentari della Lega e dei Responsabili.

LE TANGENTI ROSSE: “PENATI CHIESE VENTI MILIARDI PER IL PARTITO”

Pubblicato il 3 agosto, 2011 in Costume, Cronaca, Politica | Nessun commento »

Milano – A questo punto, dopo ave­re letto le accuse circostanziate e devastanti che gli muove uno dei suoi stessi alleati, quel Diego Cotti della lista «Sesto per Penati» che racconta a Panorama di aver rice­vuto una richiesta di venti miliari di lire per sbloccare l’area Falck, una domanda sorge inevitabile: ma perché diavolo la Procura di Monza non ha chiesto l’arresto di Filippo Penati? Perché, di fronte ad una massa di elementi d’accu­sa ben più pesanti di quelli che qua e là per l’Italia spediscono gli indagati al fresco, l’ex presidente della Provincia di Milano nonchè numero uno del Partito Democra­tico al nord, continua ad essere un semplice indagato a piede libero? L’unica risposta che viene dagli ambienti investigativi è che la par­te­più grave dei reati attribuiti a Pe­nati risale a diversi anni fa, e che una richiesta di arresto si sarebbe pertanto scontrata con un diniego del giudice preliminare. «Ma- ag­giungono fonti vicine alla Procura – non è detta l’ultima parola…». Di certo, le nuove accuse contro Penati e il suo braccio destro Gior­da­no Vimercati cambiano radical­mente il quadro dell’inchiesta: perché stavolta a parlare non è un imprenditore in difficoltà come Piero Di Caterina o un rivale politi­co come Giuseppe Pasini, ma un uomo politicamente assai vicino a Penati: tanto vicino da avere affian­cato e sostenuto con una lista la sua candidatura a sindaco di Se­sto. Si chiama Diego Cotti, dirigen­te dell’Associazione industriali del nord Milano, esponente della Margherita ed ex genero di Pasini. Intervistato da Panorama , Cotti è andato giù pesante: come aveva fatto poco tempo prima nel corso di due interrogatori davanti ai pm monzesi che indagano su questa sorta di Tangentopoli rossa. E il suo racconto chiama in causa, ol­tre alla passione di Penati per il de­naro contante, anche il vero co­protagonista di questo scandalo: le Coop, i colossi dell’edilizia di si­nistra che da sempre sostengono finanziariamente i Ds e poi il Pd, e la cui presenza negli appalti era im­posta senza mezzi termini. «Non ti facciamo perdere tempo, ma tu ci devi dare i soldi»:Questo Cotti rac­conta di essersi sentito dire da Vi­mercati, alla presenza di Penati, in un incontro nell’estate del 2000 per discutere del futuro dell’area Falck. Vimercati, racconta Cotti, gli dis­se: «Pasini compera i terreni, li compera di fatto grazie a noi per­ché noi siamo i mediatori in questi affari. Ci riconosca la mediazione che si pattuisce abitualmente. I sol­di servono non solo a noi, la politi­ca ha dei costi, servono per Milano provincia, servono per scalare il partito, servono per Roma». L’in­contro, racconta Cotti, avviene nel Municipio sestese, in piazza della Resistenza. Vimercati parla, Penati assiste in silenzio. Il contri­buto economico, dice Vimercati a Cotti, «serve per Penati, per avere un ruolo più importante nel parti­to ». Vimercati e Penati, insomma, si rivolgono all’alleato Cotti perché il messaggio arrivi a Pasini. E in un incontro successivo, questa volta con il solo Vimercati, Cotti si sente precisare ulteriormente il messag­gio: «Mi disse: l’area Falck la può comprare solo uno che diciamo noi, perché fa parte di un accordo più vasto. La può comprare Pasini, se vuole, perché noi abbiamo ga­rantito che lui è un imprenditore serio e corretto e noi lo possiamo gestire perché è amico mio. Però se fa questa cosa deve coinvolgere le cooperative». Cotti specifica: «Non si riferiva a quelle locali, che infatti si infuriarono, ma a quelle emiliane, la Ccc, perché risponde­vano ad altri meccanismi». Diego Cotti,nell’intervista a Pa­norama , spiega anche come dove­va avvenire il pagamento: «All’ini­zio si pensò alla costituzione di una società di consulenza che fat­turasse il denaro, ma poi l’idea ven­ne scartata. A questo punto mi fu detto da Giordano Vimercati che di questa cosa non mi dovevo più occupare perché l’avrebbe segui­ta Piero Di Caterina. Di questa estromissione fui ben lieto». Il rac­conto, insomma, coincide perfet­tamente con quelli di Pasini e Di Caterina, gli altri testi chiave del­l’indagine su Penati. E proprio per­ché i tre pezzi del domino vengo­no messi a verbale da persone as­sai distanti l’una dall’altra, l’ipote­si di un complotto a base di calun­nie – cui si sta disperatamente ag­grappando la difesa di Penati- ap­pare sempre più difficile da soste­nere. Ma non è solo la posizione perso­n­ale di Penati ad uscire appesanti­ta da questa svolta dell’indagine. C’è il passaggio dell’intervista di Cotti in cui si dice chiaramente che, secondo Vimercati, una parte dei miliardi non doveva fermarsi né a Sesto né a Milano, ma viaggia­re verso la Capitale, verso le casse nazionali del partito: «Servono per Roma», avrebbe detto il brac­cio destro di Penati. Dove,all’epo­ca, esistevano ancora i Ds, guidati da Walter Veltroni.
…..Si attende la solita bischerata romagnola di Bersani a commento dell’ulteriore sviluppo dell’inchiestra di Sesto San Giovanni che definitivamente distrugge il falso mito della diversità dei comunisti, ex o post che siano. g.

IL PALADINO DELLA CASTA E’ FINI CHE HA SALVATO I VITALIZI DEGLI EX PARLAMENTARI

Pubblicato il 3 agosto, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

La difesa della casta è qualco­sa di politicamente molto scorretto, adesso. E chissà, Gianfranco Fini non ha calcolato forse il rischio di esporsi «a gamba tesa», come accu­sa l’Italia dei Valori, a tutela dei privi­legi. All’ordine del giorno dell’Idv, che chiedeva di abolire per sempre il vitalizio dei deputati, il presidente della Camera ha risposto con uno stop: «inammissibile». Non è possi­bile, ha detto,perché è«incostituzio­nale ». Non ha calcolato Fini in che guaio è andato a infilarsi con questo «no» scandito in ufficio di presiden­za. l’Italia dei Valori ha subito annun­ciato di non votare il bilancio inter­no della Camera, ma soprattutto questo rifiuto all’abolizione del vita­lizio, privilegium privilegiorum , ri­suona davvero come una mossa da rappresentante integralista della ca­sta, e non certo come un comporta­mento da buon riformatore dei vizi di palazzo. E poi non è bastato che Fini abbia correttosuccessivamente: volevadi­re, cioè,che l’idea dei dipietristi è otti­ma, ma che non può valere per la legi­slatura in corso, quanto «per il futu­ro ». Tanto più che l’Italia dei Valori l’ha rosolato a puntino tirando fuori un ordine del giorno identico sulla cancellazione dei vitalizi, presenta­to dallo stesso deputato (Antonio Borghesi) un anno fa, e che non ave­va avuto nessun rifiuto pre- aula, ma era stato discusso nell’emiciclo,sal­vo essere affondato, come immagi­nabile, da più di quattrocento «no». E dunque, perché Fini ha tirato fuori ora la storia dell’incostituzionalità ora e non nel 2010? Insomma, è facile parlare di tagli alle saponette dei bagni e alle auto blu, ma se si va a pizzicare i vitalizi do­rati, nemmeno il fondatore di Futu­ro e Libertà riesce a combattere il ri­chiamo della casta. Va detto che in uf­ficio di presidenza, composto anche da quattro vicepresidenti, tre questo­ri e otto deputati segretari, nessuno l’ha contestato,tutti i rappresentan­ti dei gruppi presenti hanno lasciato correre, ma «la scelta gravissima», per l’Idv,è soprattutto quella di Fini. Nell’ordine del giorno si chiede «la soppressione immediata di ogni forma di assegno» denominato ap­punto vitalizio, di cui un deputato può godere con soli cinque anni di mandato, al compimento dei 65 an­ni di età (60 in relazione alla durata del mandato), e di «destinare la me­desima quota dell’indennità parla­mentare alla gestione separata pres­so l’Inps». Si propone in sostanza di equiparare, almeno da questo pun­to di vista, un deputato a un cittadi­no normale. Secondo i promotori, questo intervento garantirebbe un risparmio per la Camera di circa 100 milioni di euro l’anno. Ogni parlamentare versa mille e sei euro al mese per il vitalizio. La pensione-premio va da un minimo di 2.486 a un massimo di 7460 euro al mese, circa il triplo di quella percepi­ta dai colleghi europei. La precisazio­ne succes­siva di Fini è stata una retro­marcia che ha solo complicato le co­se: la scelta sull’ordine del giorno del­l’I­talia dei Valori è stata fatta conside­rando il metodo, «ovviamente pre­scindendo da qualsiasi giudizio di merito che potrà, (e a mio avviso do­vrà) esserevalutatodalleforzepoliti­che attraverso conseguenti iniziati­ve legislative». Il metodo sarebbe appunto l’inter­vento anche sugli assegni in corso, coneffettoretroattivo, perché, haob­biettato Fini, «in contrasto con i prin­cipi generali posti dalla giurispru­denza della Corte Costituzionale». Ma a Fini si potrebbe obbiettare che l’ultima manovra economica, per esempio, è intervenuta sulle pensio­ni in essere, nel caso dei tagli a quelle superiori ai 90mila euro, e quindi non sarebbe uno scandalo attuare fin da subito il taglio all’assegno per­petuo, tantopiù che l’ultima relazio­ne annuale dell’Inps dice che la me­tà delle pensioni percepite dagli ita­liani è sotto i 500 euro. «Altro che metodo!- è stata la repli­ca conro Fini del capogruppo del­­l’Italia dei Valori Massimo Donadi ­L’ordine del giorno dell’Idv è stato re­spinto per la paura d­i sostenere le cri­tiche dell’opinione pubblica nel boc­ciarlo »,in aula,qualora fosse andato al voto e non fosse stato congelato prima, come è invece avvenuto. In serata il questore della Camera Anto­nio Mazzocchi (Pdl) ha poi chiarito che«l’ufficio di presidenza di Monte­citorio ha deliberato la sostituzione dell`attuale istituto del vitalizio a de­correre dalla prossima legislatura, con un nuovo sistema previdenzia­le, analogo a quello previsto per la ge­neralità dei lavoratori ».Insomma,la stangata degli assegni perpetui ri­guarderà i prossimi parlamentari. E sarà affare del futuro presidente del­la Camera. Emanuela Fontana, Il Giornale, 3 agosto 2011
……L’articolo non ha bisogno di commenti. Si sa che Fini è solito predicare bene e razzolare male. Specie quando in campo ci sono i suoi personali interessi. Perchè è lui il primo che, destinato come Bertinotti a sedere ai giardinetti dopo la fine dell’attuale legiuslatura,  vedrebbe sfumare benefici e vantaggi e quindi si  preoccupa di tutelare il suo “futuro”. Intanto si ha notizia che la Regione Lazio ha “affossato” la delibera con cui si intendevano  coprire  d’oro i dirigenti dell’Ente: ora della delibera nessuno si dice padre e nemmeno orfano. Semplicemente hanno tentato e il colpo non è riuscito. Per cui …alla prossima. g.

CAPITALI VOLANTI COME CAVALLETTE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 3 agosto, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Non mi stanco mai di scrivere che è l’economia che fa l’economia e, aggiungo, è la finanza che fa la finanza. Stati e banche centrali hanno poteri limitati, i mercati finanziari sono liberi e ingovernabili, si muovono come organismi che hanno vita propria e nessun capo di Stato può staccare la spina a un mondo dove «il denaro non dorme mai». La fine dell’ordine di Yalta, il declino dell’era americana, il tramonto dell’euroforia, l’ascesa di Pechino e la globalizzazione in tempo reale sono i veri temi dell’agenda contemporanea. In mezzo a questa tempesta, il governo italiano cerca di difendere il nostro debito sovrano, il risparmio, le banche e la stabilità economica. Uno dei più grandi imprenditori del Paese ieri mi diceva: «Ai nostri tempi sapevamo che cosa era bene e male. Oggi decidiamo di svoltare a destra, non succede niente. Proviamo a svoltare a sinistra, non succede niente. Solo che la macchina non si può spegnere e sta andando contro un muro». Sono i frutti della teologia di Maastricht, è il vero volto del totem dell’euro senza politica. Berlusconi oggi parlerà alle Camere. Se la Borsa andrà su non avrà meriti. Se andrà giù non avrà colpe. Non siamo di fronte a una crisi del credito ma dell’insolvenza, è l’era dei titoli tossici e dei derivati, un castello di carta dieci volte più grande della ricchezza mondiale: 63 trilioni di dollari di Pil contro 615 trilioni di dollari di derivati in giro per il mondo. Flying capitals, capitali volanti. Somigliano maledettamente alle cavallette e nessuno ha il coraggio di usare l’insetticida.Mario Sechi, Il Tempo, 3 agosto 2011

NELLA REGIONE LAZIO LA CASTA E’ IMPAZZITA? ZITTA ZITTA PROVA A RADDOPPIARSI LO STIPENDIO

Pubblicato il 2 agosto, 2011 in Politica | Nessun commento »

Roma - Altro che tagli e sacrifici per tutti. Altro che trasparenza e contenimento delle spese nella pubblica amministrazione. Alla Regione Lazio sarebbe pronta una delibera per raddoppiare quasi lo stipendio ai dirigenti del Consiglio: da 4.500 a 7.500 euro netti al mese, con un lordo annuo che passerebbe da 100mila a 175mila.
Secondo le nostre fonti sarebbe stata già discussa dall’Ufficio di Presidenza consiliare e ci si preparerebbe all’approvazione forse anche in settimana. Ma gli interessati ora assicurano che ancora non c’è la decisione definitiva.
Il fatto è che in questi anni, a via della Pisana, si è molto largheggiato nell’assumere dirigenti esterni all’organico regionale, con stipendi d’oro da 200mila euro lordi all’anno (circa 8.500 netti al mese) per la prima fascia e 100-110mila per la seconda fascia.
I dirigenti interni si sono risentiti e hanno chiesto un adeguamento economico. Due hanno anche fatto ricorso al giudice del lavoro contro l’assunzione ingiustificata degli esterni. Per evitare troppo can can attorno a questa storia ben poco edificante, la Regione vorrebbe metterli a tacere con il raddoppio di stipendio. L’assunzione di dirigenti esterni è consentita solo in casi straordinari (mentre qui parliamo anche di incarichi di nove anni) ed entro limiti precisi. «Ma oggi nel Consiglio regionale laziale ci sono cinque dirigenti esterni di prima fascia, invece dell’unico consentito. E ben sette di seconda fascia, «invece dei quattro massimo previsti dalla dotazione organica», dice Roberta Bernardeschi, segretario del sindacato dei dirigenti Direr. Che queste cose le ha già denunciate ad aprile in una lettera ai vertici di Regione, Corte dei conti, ministeri dell’Economia e della Pubblica amministrazione. Lettera caduta nel vuoto.
L’occasione per chiedere l’aumento di stipendio ai dirigenti interni è stata fornita su un piatto d’argento dal prepensionamento di alcuni colleghi e dal blocco del concorso per 25 nuove assunzioni, per una serie di ricorsi al Tar. Lamentando di dover lavorare di più, a causa dei posti vacanti, hanno preteso di arrivare ai livelli retributivi dei dirigenti esterni. Chi in Regione ci lavora assicura che il doppio carico di lavoro è fittizio. Ma se anche fosse diversamente, un aumento così sarebbe straordinario. Anche senza crisi.
Visto che nulla è ufficiale e trasparente non si sa quanti sono gli interessati: tra gli 11 e gli 8. Ed è facile immaginare che un così pesante scatto retributivo per loro provocherebbe un effetto a cascata, con pretese da parte di altri dirigenti. Magari anche i 17 capi di segreteria scelti da esponenti politici di tutti i partiti, equiparati ai dirigenti senza averne i titoli e premiati con stipendi di 4mila euro netti al mese. Per fare la proposta all’Ufficio di presidenza, una ventina di giorni fa, si è mosso il segretario generale del Consiglio regionale, Nazzareno Cecinelli, un signore da circa 11mila euro netti al mese, visto che ai suoi 210mila euro annui (il tetto massimo) ha aggiunto da ottobre (ma con decorrenza da luglio) altri 50mila, perché ha assunto l’interim di Direttore di servizio. Ora c’è un bando e questo secondo incarico andrà ad un altro dirigente esterno, sempre da 200mila euro all’anno.
Tutta l’operazione si è svolta in gran segreto per non far scoppiare polemiche. Ed è stato abbastanza facile perché l’interesse è trasversale ai partiti, come i dirigenti interessati. Il presidente del Consiglio regionale Mario Abbruzzese (Pdl), sembra qualche dubbio l’abbia avuto, ma non ha detto di no. «Per ora è tutto fermo – spiega al Giornale – dobbiamo discuterne. E si tratterebbe solo del 25 per cento di stipendio in più». «Ci rendiamo conto – assicura il vicepresidente Bruno Astorre (Pd) – che in questo momento si chiedono sacrifici ai cittadini per la crisi, ma c’è una carenza dei dirigenti in pianta organica e aumenta il carico di lavoro sugli altri. Comunque, si tratterebbe di una delibera a tempo determinato, massimo un anno». Giuseppe Rossodivita, capogruppo dei radicali in Consiglio, dice di non saperne nulla: «Solo voci. Se fossero vere, si aggiungerebbe un altro tassello alla totale mancanza di trasparenza in cui vive la Regione. Oggi non dovrebbero aumentare di un centesimo la spesa per il personale, per evitare un possibile danno erariale».
.…..Ma sarà vero?! Se lo fosse non di impazzimento si tratterebbe ma di una vero e proprio atto delinquenziale per il quale occorre che intervengano i carabinieri (la Guardia di Finanza è impegnata in altre attività) per prenderli e portarli tutti a Regina Cieli. E avanti a tutti la signora Polverini, cioè l’ex capo di un sindacato che un tempo si fregiava dell’aggettivo “nazionale” intendendolo come valore e non come specificazione territoriale. Quella signora Polverini che negli ultimi tempi si è fatta notare,  più che per provvedimenti tesi a sanare vecchie questioni del Lazio e promuovere iniziative  di sviluppo in sintonia con quel che conclamava dai salotti televisivi nei quali, nel recente passato,  spesso era ospite,  per le arroganti aspirazioni a capeggiare nuovi movimenti politici e per le attrettanto arroganti arringhe infarcite di parolacce e romaneschi sberleffi rivolte ai suoi oppositori. Ebbene, la signora Polverini che era una signora nessuno sino a quando Berlusconi non ha deciso di adottarla e farla eleggere a capo della regione più “centrale” d’Italia,  se la notizia di questa delibera fosse vera, farebbe bene a intervenire e a impedire che essa sia adottata e resa operativa. Ovviamente ci auguriamo che la cosa sia finita sul tavolo del presidente Napolitano che dopo aver rinunziato a 68 euro mensili di aumento del suo appannaggio ha titolo a impedire che altri non lo imitino. Non fossaltro per ragioni di equità. g.