SCIACALLI IN AGGUATO: LA SETTIMANA DECISIVA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 16 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

La manovra finanziaria è legge. A leggerne il contenuto c’è poco da esultare. E a vede­re ieri la faccia di Berlusconi, riapparso in pubblico dopo giorni, si capisce che le co­se non sono andate come il premier avrebbe voluto. Stretto tra la speculazioni finanziarie, le bizze e le idee di Tremonti e i diktat di Napolitano, il presiden­te del Consiglio ha dovuto mediare oltre ogni previ­sione per evitare che una crisi di governo trascinasse nel baratro l’intero Paese.Il rischio non è cessato con il voto di ieri, perché gli sciacalli non hanno intenzio­ne di mollare la presa.

Quanto l’Italia dovrà ancora penare lo capiremo meglio lunedì alla riapertura dei mercati. Sarà il mo­mento della verità per stabilire se i sacrifici imposti dalla manovra sono sufficienti a fugare i dubbi degli investitori e l’appetito degli speculatori. Non ci sarà appello, promossi o bocciati. Una tensione sulla no­stra Borsa e sui nostri titoli di Stato sarebbe a questo punto imparabile e innescherebbe di certo la richie­sta di un governo tecnico di salvezza nazionale. L’op­posizione, sempre attenta agli interessi della gente, ovviamente ci spera: meglio una botta economica di quelle che fanno male davvero che tenersi Berlusco­ni. Ma attenzione, da sola neppure una situazione del genere permetterebbe il ribaltone a favore del «governo del presidente Napolitano», come già vie­ne chiamato e auspicato un esecutivo di tecnici.

Al di là dei desideri del Quirinale e dei sogni dell’opposi­zione, una maggioranza può cadere soltanto in Parla­mento, non certo per chiamata. E ancora ieri il cen­trodestra ha dimostrato di avere senza patemi i nu­meri per continuare la legislatura. Perché si realizzi il piano degli sciacalli occorrono almeno altre due condizioni. La prima è la caduta del ministro Tremonti per via giudiziaria-mediatica. Ov­viamente il fatto non è in nessuna agenda, ma un «in­cidente »del genere è nell’aria da giorni (ieri lo ha pre­annunciato persino l’austero e rigoroso quotidiano La Stampa ). Parliamo ovviamente dell’inchiesta na­poletana che coinvolge pesantemente l’ex braccio destro del ministro, Marco Milanese (che con Tre­monti condivideva pure l’ormai famosa super casa romana). Certo che con la Borsa in difficoltà e Tremonti az­zoppato, la faccenda si farebbe davvero spessa. La possibilità di andare avanti starebbe tutta nella te­nuta dell’asse tra Pdl e Lega, che- co­sa non secondaria – da qualche me­se non coincide più perfettamente con quello Berlusconi-Bossi, soprat­tutto per le ambizioni di alcuni co­lonnelli leghisti. La tensione tra i due partiti ieri, forse non a caso, ha raggiunto un picco preoccupante.

È successo che in commissione i leghi­­sti, astenendosi, hanno di fatto auto­rizzato, assieme all’opposizione, l’arresto chiesto dai pm di Napoli per il deputato del Pdl Alfonso Papa, coinvolto nella vicenda cosiddetta P4. È la prima volta che la maggio­ranza­si spacca su un provvedimen­to del genere e la cosa è grave per più motivi. Primo: non si sbatte in gale­ra una persona (a meno di una sua pericolosità sociale) prima di una condanna. Secondo: i parlamentari non sono giudici e il Parlamento non è un tribunale del popolo. Ter­zo, e nel merito,l’inchiesta cosiddet­ta P4 è un teorema giudiziario ( mes­so in piedi con chiari fini politici) per ora smentito anche dal Gip che ha respinto per il maggiore imputa­to ( Bisignani)l’accusa di associazio­ne per delinquere e società segreta.

Quarto: autorizzando l’arresto, il Parlamento crea un pericoloso pre­cedente del quale si dovrà tenere conto ogni volta che a un pm verrà in mente di ammanettare un onore­vole. Nei prossimi giorni la decisione della commissione deve essere con­fermata oppure no dal voto (segre­to) dell’aula. Se i leghisti dovessero ripetere anche al riparo dagli occhi dei loro elettori (il voto sarà come detto segreto) l’intenzione forcaio­la, be’allora è possibile che la tenuta della maggioranza possa vacillare.

Tutti questi elementi messi insie­me fanno sì che in settimana il gover­no Berlusconi si giochi gran parte della possibilità di arrivare a fine legi­slatura come è nei suoi programmi. Napolitano, che forse sa o immagi­na cose che a noi sfuggono, ha già messo le mani avanti dicendo che su­bito dopo la finanziaria serviranno nuove prove di coesione nazionale. Già, come ai tempi di Scalfaro che convinse Bossi a far cadere Berlusco­ni per fare spazio al governo tecnico di Dini. Vatti a fidare degli arbitri de­mocristiani e comunisti. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 16 luglio 2011

ALTRA NAVE, ALTRO EQUIPAGGIO, di Mario Sechi

Pubblicato il 15 luglio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti Giulio Tremonti ha usato la metafora del Titanic per definire la situazione dell’Italia. Bene. A questo punto, dobbiamo porci una domanda: chi guida il Titanic? Qualcuno risponderà prontamente: “Berlusconi!”. Qualcun altro però comincerà a pensarci meglio, poi alzerà la manina e dirà: “Sì, certo, il capitano del transatlantico è Berlusconi, ma a tracciare la rotta è Giulio Tremonti”. Altri diranno che la sala del comando non è più a Palazzo Chigi: “Be’, ma è chiaro che al timone in realtà c’è il presidente Giorgio Napolitano”. Infine una voce solitaria s’alzerà più in alto di tutte e dirà: “Il problema è che al timone non c’è nessuno e la nave va dritta verso l’iceberg”. Tutte queste risposte hanno una dose di verità, ma quel che emerge chiaramente sulla carta nautica è che un governo liberale, di centrodestra, vincente nel 2008 con la promessa della riduzione della pressione fiscale, sta votando una manovra di finanza pubblica che ha elevato i saldi aumentando le tasse, senza tagliare i privilegi della casta. Questa è la cifra politica della faccenda, il resto è tecnica contabile. S’è detto che questa manovra serve a fermare le speculazioni sul debito pubblico. Per ora i risultati sono scarsi. Anche ieri lo spread tra Bund e Btp è tornato a quota 300 punti e l’asta dei Btp a 15 anni ha fatto segnare un rendimento record del 5,9 per cento, il massimo dal lancio dell’Euro. Finanziare la nostra spesa, emettere debito, costa sempre più caro. E se l’obiettivo della manovra è quello di frenare questo rally, allora qualcosa non va.

Quel che non funziona Il Tempo lo ha messo nero su bianco: è una manovra depressiva, priva di tagli strutturali, una pioggia di gabelle senza prospettiva per la crescita economica. Con uno spirito di rassegnazione che rasenta l’istinto suicida, il Parlamento intero – destra e sinistra – sta abdicando allo sviluppo del Paese in nome di un rigorismo formale che si trasformerà in un cappio al quale finirà impiccata la politica e la classe dirigente che la sta interpretando in questa maniera. E’ proprio questo il problema dei problemi, il punto da cui parte tutto e sul quale si concentrano le attenzioni del mercato, degli speculatori buoni e cattivi: l’Italia è l’anello debole della catena che tiene insieme l’Euro. Attaccarla significa far ballare la rumba al Vecchio Continente, tedeschi compresi. Il problema è che a Berlino tutto questo lo capiranno solo quando sul campo sarà rimasto un numero impressionante di morti e di feriti. E’ già accaduto con la Grecia. Tutti sapevano che Atene truccava i conti dello Stato. Ma quando si è deciso di intervenire era già troppo tardi. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: il meeting europeo che oggi doveva decidere che fare con l’allegra brigata spendacciona di Atene è stato rinviato per mancanza di soluzioni. La Grecia potrebbe perfino fallire e l’Eurozona continuare ad esistere senza enormi problemi. Ma se casca l’Italia viene giù anche l’Europa. Quel che tutti stanno facendo finta di ignorare è che un debito come quello italiano non è gestibile se non c’è una cura-shock sulla spesa e una crescita superiore all’asfittico uno per cento al quale siamo inchiodati. Sembra di stare sulla nave di Linea d’Ombra. Nel romanzo di Conrad si racconta l’odissea di un giovane capitano che prende il comando di una nave il cui precedente capitano è morto pazzo. E’ l’occasione della sua vita, ma la navigazione viene funestata prima dalle febbri tropicali poi dalla bonaccia. L’epidemia mette l’equipaggio fuori gioco. L’assenza di vento blocca il veliero come uno scoglio in mezzo all’oceano. Solo il capitano e il cuoco resistono. Alla fine, dopo due settimane, miracolosamente l’aria riprende a soffiare, la nave di moribondi giunge a Singapore, i malati vengono sbarcati, viene assunto un nuovo equipaggio, la nave riparte per un’altra avventura. No, non mi piace la metafora tremontiana del Titanic. Preferisco quella conradiana della Linea d’Ombra. All’Italia serve un nuovo equipaggio. Mario Sechi, Il Tempo, 15 luglio 2011.

..……Come dare torto a Sechi, come sempre lucido nella più assoluta indipendenza di giudizio?  La crisi economica non è solo italiana, ma planetaria e  investe l’Europa come l’America. Per cui la manovra varata dal governo e approvata a tambur battente ieri dal Senato e oggi dalla Camera era indispensabile e obbligatoria. Come indispensabili e obbligatori erano all’interno della manovra gli interventi che peseranno sulle spalle e nelle tasche degli italiani che di certo, anche di fronte alle terribili reralità dell’Irlnda e della Grecia,   non possono tirarsi indietro. Ma i sacrifici cui essi sono chiamati sarebbero stati più sopportabili se insieme a quelli imposti ai cittadini comuni ci fossero stati altrettanti e ben più vistosi sacrifici imposti alla “casta”. Questa invece ne esce indenne, o quasi, perchè i vantaggi di cui gode non sono stati neppure lontanamente scalfiti. E se è vero che a guidare la crociata per una manovra inflessibile è stato l’ex comunista e amico dei lavoratori Napolitano, è ancor più strano che questi non abbia usato piglio e cipiglio per imporre all’interno della manovra tagli vistosi e non apparenti ai tanti benefit di cui la “casta” gode e che nonostante la manovra sono destinati a rimanere. Tremonti ha tentato, ha solo tentato di “toccarli”, ma si è fermato non appena sono stati sollevati scudi da parte degli interessati. Che sono di ogni colore politico, perchè quando si tratta di difendere se stessi, i politici fanno fronte comune. Come in Puglia. La rivendicazione degli arretrati sui tagli alle indennità dei consiglieri regionali  annullati da una sentenza del Consiglio di Stato è di tutto lo schieramento politico, da destra a sinistra, passando per il centro. Come ovunque. La vergogna delle provincie con il suo esercito di politici nullafacenti e inutilmente logorroici come il presidente di quella di Bari, non accenna ad essere rimossa. Anzi, in Parlamento giacciono proposte di istituzione di nuove provincie, talune di modestissima entità, a riprova della scarsissima sensibilità della politica rispetto alla necessità di tagliare i già tanto elevvati costi della politica. L’altra vergogna, quella delle doppie e triple cariche, non supera la barriera della retorica disapprovazione e così quella dei favolosi rimborsi elettorali ai partiti che ha preso il posto del finanziamento pubblico bocciato a maggioranza bulgara dal referendum promosso dai radicali. E potremmo continaure a lungo, sottolineando sempre che la questione è assolutamente bibartisan, per cui ieri, mentre assistevamo alla sceneggiata del voto contrario alla manovra  da parte dei partiti della opposizione senza minimamente entrare nel merito dei problemi, pur avendo sostenuto poche ore prima di avere “ricette” alternative,  ci domandavavamo se talvolta a costoro, e a tutti,  non venga  in mente che “qua nessuno è fesso”. A buon intenditor, poche parole. g.


VERGOGNE ITALIANE: UNA DONNA IN COMA VIENE LICENZIATA PERCHE’ “INTRALCIA L’ATTIVITA’ PRODUTTIVA”

Pubblicato il 14 luglio, 2011 in Costume, Cronaca | Nessun commento »

Una donna incinta era stata ricoverata per un’aneurisma cerebrale: la figlia, in bilico tra vita e morte per quattro mesi, è nata prematura, con un parto cesareo, il 31 maggio del 2010. La stessa donna, però, non si risveglia: resta in stato vegetativo. E viene licenziata perché l’azienda dove lavorava come operaia da 16 anni – la Nuova Termostampi di Lallio, in provincia di Bergamo – rileva che ha effettuato 368 giorni di malattia più del dovuto.
“Ha superato il periodo di conservazione del posto di lavoro”, spiega la società. Che aggiunge: “La discontinuità della prestazione lavorativa crea evidenti intralci all’attività produttiva”. Per il marito, che poco prima del licenziamento aveva chiesto all’azienda che fosse concesso alla moglie di usufruire delle ferie accumulate negli anni, si tratta di una macroscopica ingiustizia. Così si rivolge alla Cgil di Bergamo per impugnare il licenziamento. Quello che chiede è semplicemente il rispetto della moglie in coma, e che venga riassunta.

La ditta, però, non vuole sentire ragioni. La Nuova Termostampi ha un’altra verità. Così l’amministratore delegato risponde al sindacato: “Preso atto del comunicato della Cgil, si ritiene che le informazioni siano altamente fuorvianti della realtà dei fatti e lesive dell’immagine aziendale. L’azienda provvederà a intraprendere tutte le iniziative del caso al fine di tutelarsi nelle opportune sedi”. Ma a dispetto delle “informazioni altamente fuorviani”, la donna è in coma e non ha più un lavoro.

VOLTAGABBANA SULLE PROVINCIE: C’E’ CHI LE ABOLISCE SOLO A PAROLE

Pubblicato il 14 luglio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

C’era questa cosa che diceva De Gasperi, peraltro il politico più frequentemente citato (a sproposito) dagli attuali parlamentari d’ogni colore. E niente, lui era convinto che «politica vuol dire realizzare», in questo senso intendendo il prender decisioni, tener fede agli impegni. Prendiamo questa nostra mania dell’abolizione delle Province, ente istituzionalmente superfluo che cosa 17 miliardi l’anno e pesa fiscalmente sugli italiani per 4,4 miliardi e mantiene senza una vera ragione 4.200 politici e sempre ogni anno paga oltre mezzo miliardo  di interessi passivi, visto l’indebitamento complessivo arrivato a 11 miliardi. Ecco, se ne discute da anni, e tutti lì a far di sì con la testa, ché «bisogna tagliare gli sprechi». Sì, questo a parole.  Poi, quando c’è per l’appunto da realizzare, magari votando “sì” al disegno di legge presentato lo scorso 5 luglio dall’Idv che per l’appunto delle Province disponeva l’eliminazione,  ecco, tutti a fischiettare, girarsi dall’altra parte, sperticarsi in improbabili distinguo. Risultato: no, niente, la legge non passa.
E per la verità scandalosamente pilatesco è l’atteggiamento del Pd. Neanche ha avuto il coraggio di votare contro (ché chissà la gente che cos’avrebbe pensato): ha preferito astenersi – e comunque, di fatto è stato come dire di no. Con il sindaco progressista di Firenze Matteo Renzi a commentare deluso, «il Pd ha perso un’ottima occasione per dare un segnale al Paese, avevamo da battere un rigore e non l’abbiamo neanche calciato».  S’è astenuto anche Veltroni, quello che durante la campagna elettorale del 2008 andava dicendo che «cominceremo da subito abolendo le Province nei grandi Comuni metropolitani», e però facendo trasparire l’insoddisfazione: «Io ero per votare insieme alle altre forze di opposizione per l’abolizione delle Province, poi mi sono adeguato alla decisione di astenersi» – ah, buona vecchia disciplina di partito. E addirittura surreale suona il percorso decisionale di Franceschini. Che a metà giugno, quando si decise di rinviare la discussione sul disegno di legge,  spiegò che «così almeno evitiamo di pregiudicare la discussione di merito sul riassetto delle Province». Poi, al momento del voto, ha preferito astenersi. Così non è che ha pregiudicato la discussione: l’ha proprio cassata.

Girandosi poi dall’altra parte, verso lo schieramento di maggioranza, le contraddizioni se possibile addirittura aumentano. In questo senso, buon profeta fu il brusco ma franco ministro Brunetta, che senza troppe ipocrisie così rispose un paio d’anni fa a uno studente della Luiss: servono le Province? «No». Quindi, alla Marzullo, si fece le domande poi dandosi le risposte: «Riusciremo a cancellarle nell’arco della legislatura? No. Farlo è fondamentale? No. Eliminandole si potrebbe risparmiare? Sì». A parte il “no” alla necessità di sopprimerle, su cui com’è ovvio non concordiamo, per il resto non fa una grinza.

E però scoccia. Scoccia leggere le dichiarazioni d’intenti, le promesse, addirittura gli appelli. Sempre nel 2008, quando ancora Libero martellava sulla questione, il presidente dei deputati PdL Cicchitto commentava che «l’appello sull’abolizione delle Province va preso in seria considerazione dal centrodestra e dal governo, c’è un gran bisogno di tagli di spesa»: l’altro giorno ha invece votato contro.  E Michele Scandroglio, parlamentare berlusconiano e primo firmatario di una proposta di legge costituzionale per l’abolizione degli enti, uno che «se aboliamo le Province, inutili e costose, potremmo detassare per sempre le tredicesime»: almeno lui  avrà votato a favore? Macché: contrario. Così come contro ha votato persino Andrea Pastore, che nel 2008 aveva annunciato anche lui – e proprio a Libero – il disegno di legge di rito, considerando (allora) le Province enti da eliminare per ragioni «finanziarie, funzionali, etiche». E i 9-deputati-9 che, solo un anno fa, s’appellarono proprio a Cicchitto, visto che «l’abolizione delle Province è già stata approvata dagli italiani quando hanno eletto questa maggioranza e questo governo». Ecco le firme: ancora Scandroglio, poi Eugenio Minasso (che l’altro giorno ha però votato contro),  e Maurizio Bianconi (voto contrario), e Giorgio Stracquadanio (contrario), e Viviana Beccalossi (voto contrario), poi Santo Versace (che era assente), quindi Roberto Cassinelli e Pietro Laffranco (che perlomeno si sono astenuti), e infine Aldo Di Biagio. L’unico, quest’ultimo, che coerentemente con i passati convincimenti ha votato a favore della soppressione delle Province. Chissà come l’han guardato.

Che poi, a parte il voto parlamentare,  anche un autorevole esponente dell’attuale governo  come il ministro della Difesa La Russa s’è sempre dimostrato a favore, «invito anche la Lega a non opporsi alla chiusura di tutte le Province: non alcune sì e alcune no, che farebbe scatenare na guerra fra gli enti». E il sindaco di Roma Alemanno, «sono sempre stato favorevole all’abolizione delle Province». E anche Isabella Bertolini, vicepresidente del gruppo pdl alla Camera. La quale, pressoché contemporaneamente al voto contrario espresso in aula, ha annunciato che «sto predisponendo, insieme ad altri colleghi, un progetto di legge per abolire le Province che non abbiano almeno 500mila abitanti».  Forse è un’impressione, ma questa ci sembra d’averla già sentita. di Andrea Scaglia,14/07/2011, LIBERO

LO SFOGO DI MARINA BERLUSCONI A PANORAMA: MALGRADO L’ESPROPRIO HO FICUCIA NEI GIUDICI

Pubblicato il 14 luglio, 2011 in Economia, Giustizia, Politica | Nessun commento »

Sarà anche un’intervista «a mente fredda» quella concessa da Marina Berlusconi al direttore di Panorama Giorgio Mulè che la pubblica nel numero oggi in edicola. Ma è un’intervista in carne viva. Un’intervista di accuse roventi. Con gli artigli sguainati. Contro i magistrati autori della sentenza che, riaprendo ancora la «guerra di Segrate», condanna la Fininvest a risarcire con 560 milioni di euro la Cir di Carlo De Benedetti. Contro l’Ingegnere, titolare di «un capitalismo cannibale». Contro «certi politici più o meno improvvisati che costruiscono il consenso sull’aggressione all’avversario». Contro certi editori e giornalisti «che hanno trasformato l’informazione in un campo di battaglia». Ne ha per tutti il presidente della Fininvest e della Mondadori. Si salva solo «quella sinistra rispettosa e non forcaiola… che sarebbe un bene per tutti se riuscisse a farsi sentire».
Marina è decisa a dar battaglia ad oltranza. Se possibile, verrebbe da dire, ancor più del padre. E dunque, schiacciamo il tasto play e ascoltiamo il registratore di Panorama: «A mente fredda», va subito al sodo la primogenita di casa Berlusconi, «dico con chiarezza che c’è un tentativo, fin troppo evidente, di cancellare le nostre aziende dalla storia economica di questo Paese. E con altrettanta chiarezza dico che non ci riusciranno». Snocciola le cifre del contributo del gruppo all’economia italiana: ventimila posti di lavoro, un indotto di oltre 40mila solo per Mediaset, più di 2 milioni di euro tra imposte e contributi versati all’Erario, i primati all’estero. «È tutto questo che si colpisce, si ferisce e si insulta» con quella sentenza che ha realizzato «un esproprio inaccettabile». Una sentenza motivata da 283 pagine che Marina ha letto «con molta attenzione». Ma alla fine, dice, «non si può che arrivare a un’unica, ragionevole certezza: in Italia non esiste più la certezza del diritto. Da ogni pagina delle motivazioni emerge chiaramente l’intenzione di condannarci “a prescindere”».
Sulla scorta della denuncia dell’editore, il settimanale mondadoriano dedica la copertina a «La grande rapina», titolo su uno sfondo bianco dove spiccano i fori lasciati da degli spari. Fu solo uno dei tre giudici della Corte d’Appello di Roma che emise il famoso Lodo da cui tutto nacque a essere ritenuto colpevole di corruzione, ribadisce il presidente Fininvest. Gli altri due giudici non sono mai stati corrotti, e hanno sempre dichiarato di «aver studiato nei dettagli la causa e di non aver subito alcun condizionamento». Semmai, il Lodo deluse suo padre, amareggiato perché vide sfumare il sogno della «grande Mondadori». E accontentò De Benedetti, come dimostrano i suoi commenti all’indomani della sentenza nella primavera 1991 che Marina puntualmente riporta. «L’accordo di spartizione», disse l’Ingegnere all’epoca, «è positivo per una serie di ragioni. Cir ha fatto un investimento importante in Mondadori e ne esce con plusvalenze di qualche decina di miliardi e con liquidità per alcune centinaia di miliardi».
Per tutte queste ragioni, rivela la primogenita del premier, «stiamo preparando il ricorso in Cassazione perché, sapendo di essere nel giusto, siamo certi che le nostre ragioni non potranno che essere accolte». Perché, dice chiaro Marina, «anche dopo questo esproprio inaccettabile continuo ad avere fiducia nei giudici, resto convinta che la stragrande maggioranza dei magistrati faccia il proprio lavoro con onestà ed equità, che resti capace di distinguere i propri orientamenti dal proprio giudizio, basato soltanto sulla legge».

Perciò, per Marina è uno scandalo che alcuni magistrati di Milano, «e sottolineo Milano», condannino il gruppo del premier «a versare o meglio a finanziare con 560 milioni di euro l’editore di un gruppo che predica ogni giorno l’eliminazione politica di Silvio Berlusconi». E che, dice Marina, è capeggiato da un padrone che pratica un «capitalismo cannibale» costellato «di fallimenti industriali – a cominciare da quello, storico, dell’Olivetti – di incursioni manageriali molto discusse come i quattro mesi alla Fiat o i 40 giorni all’Ambrosiano di Calvi».
La guerra di Segrate, madre di tutte le guerre della seconda Repubblica, continua. Il Giornale, 14 luglio 2011

TREMONTI RESISTE, MA I VELENI DI WOODCOCK DANNEGGIANO TUTTO IL PAESE

Pubblicato il 14 luglio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

«Hic manebimus optime».Tre­monti cita Tito Livio per dire che resterà qui a combattere, senza scappare, lasciandosi alle spalle le voci di resa, i pettegolezzi, le di­missioni, la bufera. Non molla. E butta in faccia agli speculatori una manovra ancora più dura. La scommessa del superministro è far approdare l’Italia in un porto si­curo. Tutto questo rischia di nau­fragare per l’azione di una procu­ra, che con l’ennesima inchiesta apparentemente senza prove, fat­ta di sussurri e grida, sta mettendo a rischio il portafoglio italiano. Questa procura ha due nomi e un cognome: Henry John Woodcock.

Sulla strada di Tremonti, e sul suo lavoro per tutelare l’Italia dagli squali, è apparsa un’onda anomala. Magari casuale. Magari non voluta. Ma sta lì e cresce insieme al suo carico di dubbi. È il fattore W.

E se tutta questa tempesta giudiziaria che ruota intorno a Tremonti fosse solo l’ultimo buco nell’acqua del pm Woodcock? Il dubbio maggiore è proprio qui. Alimentato dal capo della procura di Napoli, Lepore, che ieri s’è affrettato a dire che il ministro non è indagato.

Eppure i magistrati napoletani hanno lasciato che per giorni si speculasse, che per giorni si rincorressero le voci. Viene da chiedersi perché, allora. Forse non è neanche dolo, ma sfiga. A pensarci bene sarebbe la più masochistica delle beffe italiche. Nessuna accusa di disfattismo: il buon magistrato non aveva sicuramente come obiettivo lo scossone finanziario. Solo che se si dà uno sguardo al suo curriculum un po’di sfiducia c’è.Ormai ci siamo abituatiai processi celebrati sui giornali, ogni carta, ogni telefonata, ogni parola, nelle mani delle procure diventa pubblica piazza. È un vizio che già crea seri problemi di filosofia del diritto, morali: è giusto sputtanare senza processo chi si trova sotto indagine? La giustizia italiana non riesce, purtroppo, a essere al di sopra di ogni sospetto. Capitano strane coincidenze. Saverio Romano quando non faceva il ministro dell’Agricoltura era a un passo dall’archiviazione. Gli stessi pm di Palermo erano favorevoli. Poi, dopo avere salvato il governo, la sua situazione si aggrava. Il gip rigetta l’archiviazione. Viene rinviato a giudizio con l’accusa di concorso in associazione mafiosa. Troppo vicino a Berlusconi. Casualità, ma che si ripetono.

Il guaio è che il marchio d’infamia viene scolpito prima di qualsiasi processo. Di solito ci rimette solo chi si ritrova sulla gogna. Questa volta, nel caso che sfiora Tremonti, c’è però in ballo la fortuna dell’Italia. È il salto di qualità. Il fattore W. rischia di tradursi in bancarotta. Malfidàti? Forse. Ma qualche ragione c’è. Le grandi inchieste di Woodcock hanno sempre un finale sgonfio, come quei gialli che promettono bene ma all’ultima pagina ti lasciano con l’amaro in bocca: tutto qui?

Ecco come W. è diventato un’onda anomala. L’assalto degli speculatori al sistema Italia non parte dall’inchiesta su Milanese, però la fuga di notizie danni ne ha fatti. Tremonti finora era stato l’anticorpo contro il virus che ha steso la Grecia, debilitato la Spagna e spaventato mezza Europa. È un virus che si nutre di instabilità, paura e conti pubblici fuori misura. In Italia le condizioni per il suo assalto ci sono.

L’anticorpo era riuscito a rendere inefficaci i tentativi di far sviluppare la malattia. Il fattore W., con la sua inchiesta pubblica, ha reso più fragile e solo Tremonti. Ha fatto pensare agli speculatori che fosse arrivato il momento di attaccare il sistema, di concentrare sull’Italia le loro attenzioni, di assaporare una preda grossa.

Il dottor Woodcock in fondo non si è mai trovato a proprio agio con le piccole storie. Non si è mai sentito semplicemente un pm, piuttosto un moralizzatore di costumi, soprattutto quando interrogava re, vip e veline. Per poi vedersi archiviare tutto. Questa volta il gioco rischia di andare al di là delle sue stesse intenzioni. Non è solo spettacolo, qui si scommette sul futuro dell’Italia. E chissà se in mano il dottor W. ha davvero le carte o è pronto a calare il suo ultimo bluff. Andremo a vedere. Ma quanto ci costa? Il Giornale, 14 luglio 2011

LO CHIEDE ANCHE LA BORSA: ITALIA, TAGLIA LA CASTA

Pubblicato il 11 luglio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Secondo il Sole24ore, la politica pesa per 23 miliardi all’anno:gli stipendi degli onorevoli vanno dimezzati. E basta sprechi, a cominciare dalle Province

Piazza Affari manda segnali precisi: dopo il rosso di venerdì, un lunedì di passione aperto col -1,2%. In più, il nuovo record nel rapporto tra Btp e Bund tedeschi, con i titoli di stato italiani che hanno superato i 260 punti. Martedì inizierà la discussione della manovra e mai come in questo momento pare che il messaggio che arriva dai mercati sia uno solo: basta sprechi.

Politica pesante – Lo dice anche la stampa. Vitalizi, spese, sprechi. Consulenze, auto blu, rimborsi elettorali. E, aggiungiamo, Enti inutili a cominciare dalle Province. Secondo il Sole 24 Ore di lunedì la poltica pesa sulle tasche degli italiani 23 miliardi all’anno. Nel suo editoriale Fabrizio Forquet cita la morigeratezza ostentata di due padri della Patria, gli ex presidenti della Repubblica Enrico De Nicola e Luigi Einaudi, poi attacca: “Sono passati vent’anni da tengentopoli e quattro dal successo del libro sulla casta dei colleghi Rizzo e Stella. Ma nulla è cambiato. Usi e abusi sono gli stessi. E sono gli stessi, soprattutto, i costi”. Insomma, sostiene il Sole, “Nessun Paese che viole essere competitivo può allegramente sperperare risorse in una ‘esuberanza’ istituzionale che sa di spreco e irresponsabilità“.

Spendaccioni – Nel dettaglio, Camera e Senato spendono ogni anno 1,7 miliardi (oltre un milardio Montecitorio, 600mila euro Palazzo Madama), di cui 144 milioni in indennità, 96,1 milioni per i rimborsi spese (viaggi, bollette telefoniche e altro), 18,3 milioni in vitalizi agli ex parlamentari, 45,5 milioni per l’affitto di immobili utilizzati come sedi istituzionali. C’è poi il capitolo che riguarda l’intera macchina istituzionale, una burocrazia che succhia 21,3 miliardi all’anno: un miliardo di euro se ne va in auto blu, 180 milioni in rimborsi elettorali, 2,5 miliardi per le partecipate, 2,5 miliardi per le consulenze.

Enti territoriali – Consistente il ‘peso’ degli Enti territoriali. Regioni, Province e Comuni costano 8,6 miliardi, mentre gli Enti intermedi (Parchi, agenzie) ne costano 1,5. Numeri che destano preoccupazione. Ecco il perché della campagna di Libero contro gli sprechi di quegli enti superflui come, appunto, le Province. Ed ecco perché, inoltre, con la manovra dovrebbe arrivare un taglio sostanzioso allo stipendio dei parlamentari che, sempre secondo il Sole 24 Ore, dovrebbe venire dimezzato: l’indennità mensile degli onorevoli, infatti, potrebbe passare da 11.704 a 5.339 euro. Non sufficienti a rimettere, da soli, in sesto i conti dello Stato. Ma di certo un segnale che, in tempi di crisi

Bivio pericoloso – “L’economia italiana – scrive Franco Bruni su La Stampa è messa abbastanza male per precipitare nel baratro, se solo prosegue il deterioramento del meccanismo di decisione politico, ormai divenuto vero e proprio azzardo istituzionale. Ma ha anche potenzialità di resistenza e ripresa sufficienti per vedere ridursi rapidamente i pericoli e scendere il costo del ‘rischio Paese’: basta che dia qualche segnale indiscutibile di cessazione dei comportamenti caricaturali”. Il messaggio è chiaro: basta sprechi, basta indecisioni, basta prese in giro.

Appello all’unità – Di fronte allo scricchiolare di Piazza Affari, dalla politica arrivano segnali di impegno, se non ottimismo. “Se siamo seri – ha commentato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ci dobbiamo preoccupare”. L’opposizione depone, almeno a parole, l’ascia di guerra. Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini hanno annunciato riforme e liberalizzazioni da presentare insieme alla maggioranza. “Chi non combatte la speculazione internazionale contro l’Italia, chi diserta in questo momento da un impegno comune fa solo e semplicemente una scelta antinazionale. Noi non saremo mai tra questi”, ha scritto il leader Udc sulla sua pagina Facebook. Il segretario del Pd avverte che “siamo intenzionati a reagire coralmente a eventuali tentativi di ondate speculative che vogliono mettere in ginocchio il Paese che non sarà messo in ginocchio da nessuno”. Anche l’Idv assicura che pur non condividendo la manovra manterrà un atteggiamento “costruttivo”.

IL PDL DEGLI ONESTI, NON DEI “MANETTARI”

Pubblicato il 11 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Forse qualcuno ha capito male, forse il segretario Alfano è stato frainteso, ma nel Pdl c’è una strana aria giustizialista. Quasi che l’invito a costruire il «partito degli onesti» sia stato scambiato con quello di diventare il «partito dei manettari», che è cosa ben diversa se non addirittura opposta. L’onestà infatti prevede certo il rispetto delle leggi e delle regole, ma anche quello delle norme che sono alla base di una democrazia liberale che è cosa diversa da una dittatura giudiziaria o etica.

Diciamo questo perché ci stanno sorprendendo le aperture, incondizionate e in alcuni casi entusiaste, di una parte dei deputati Pdl, alla richiesta di arresto giunte alla Camera (che dovrà approvarle o respingerle) per due onorevoli del centrodestra, Marco Milanese (ex braccio destro del ministro Tremonti) e Alfonso Papa, ex magistrato inquisito nell’inchiesta cosiddetta P4. Una piccola premessa. La richiesta di sbattere i due in galera arriva, in un caso, dallo stesso magistrato (Woodcock), che non tanti anni fa mise in cella Vittorio Emanuele di Savoia. Una operazione spettacolare che tanto per cambiare finì nel nulla. Il mancato re fu infatti prosciolto da tutte le accuse, e non fu l’unico di quella sciagurata inchiesta a subire un ingiusto trattamento.

Vittorio Emanuele non ci è simpatico, il nostro giudizio sugli eredi Savoia, per quello che conta, non è certo lusinghiero. Ma non sono certo questi buoni motivi per vedere di buon occhio i reali al gabbio. Stessa cosa vale per i due deputati Pdl. Dalle carte depositate dai pm emergono fatti e circostanze che non fanno certo onore a loro e alla classe politica che rappresentano. Se si tratta di reati oppure no, a stabilirlo deve essere un giusto e veloce processo. E se al termine dei tre gradi di giudizio risulteranno colpevoli ben venga una condanna esemplare. Ma mi chiedo, e domando agli onorevoli loro colleghi, quale è il motivo per assecondare la frenesia dei Pm di arrestarli prima che la verità sia accertata? La carcerazione preventiva è una pratica barbara, i cui effetti sono stati ben misurati durante la sciagurata stagione di Tangentopoli da un tale Antonio Di Pietro che usò le manette come pratica investigativa: io li sbatto dentro così quelli confessano.

Un Parlamento dalla schiena diritta, un partito degli onesti, dovrebbe opporsi a questa via. Se pensiamo che una persona indagata per omicidio cruento della moglie Melania, Salvatore Parolisi, è a piede libero perché c’è ancora un piccolo dubbio che sia lui l’assassino, non si capisce perché due signori sospettati di aver ricevuto e fatto favori debbano finire in carcere prima di una sentenza.

Il sospetto, che è poi una certezza, è che certi Pm vogliano scorrazzare a loro piacimento dentro la politica. Sono convinto che essere deputato debba essere considerata una aggravante in caso di condanna. Ma anche che i deputati debbono avere una tutela maggiore in fase di inchiesta. Ne va della libertà di tutti noi cittadini elettori. Giocare sulle suggestioni, assecondare l’onda giustizialista può essere davvero pericoloso. Oggi è il turno di due signori discussi, ma se passa il principio domani a chi toccherà? Che i pm indaghino e portino le prove davanti a una corte, senza l’ipocrita aiutino di chi, tra l’altro, non conosce i fatti se non per averli letti (forse) su la Repubblica. Il Giornale, 11 luglio 2011

LODO MONDADORI, BERLUSCONI RAPINATO. E’ UNA SENTENZA BOMBA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 10 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Lo schiaffone era previsto e non si poteva schivare. Quando sono i giudici a me­nare le mani, non c’è salvez­za. Sono forti e decisi, loro. Se poi la fac­cia da colpire è quella di Silvio Berlusco­ni, diventano irresistibili. E giù botte. Con una violenza da tramortire un to­ro. Come fa un’azienda che vale 300 mi­lioni di euro o poco più a sborsarne sul­l’unghia 550­ 560 per risarcire Carlo De Benedetti? E perché risarcirlo? Si dà il caso che l’Ingegnere non fos­se riuscito ad acquistare la Mondadori (venti anni or sono). Berlusconi lo bat­té in volata e gliela soffiò, ovviamente pagandola. Seguì una bega infinita tra i due imprenditori. Avvocati, giudici, cause, ricorsi. La solita trafila italiana. Un processo dà ragione a una parte, un secondo processo dà ragione all’al­tra.

E avanti con le pandette per lustri e lustri. Si giunge in Cassazione (procedi­mento penale). La cui sentenza affer­ma: alla base dell’affare conclusosi a fa­vore del Cavaliere ci fu corruzione. Di chi? Di uno dei tre magistrati chiamati a giudicare. Dal che si evincerebbe che Silvio è scemo. Difatti il collegio di magistrati inca­ricato di stabilire chi avesse torto e chi ragione era composto di tre persone, bisognava corromperne almeno due per avere la certezza di cavarsela. Cor­rompendone solo una, c’era il rischio di perdere due a uno. Nella circostan­za Silvio vinse tre a zero. Quindi cor­ruppe tutti e tre i giudici? No, confer­ma la giustizia: solamente uno. Se è co­sì, Berlusconi è fesso. Dato che non lo è, anzi, passa per essere più furbo del diavolo, significa che così non è. Non importa. Lo schiaffone glielo hanno ammollato lo stesso.

Lui è obbligato a scucire 550 milioni di euro. Uno spro­posito, benché la somma sia inferiore di 200 milioni rispetto al verdetto di primo grado. Chi osa parlare di sentenza politica viene insultato o deriso, che è pure peggio. In re­altà dice il vero. Intanto perché il Ca­valiere è un politico e non credo che si possa negarlo. Poi perché non è un politico qualunque, ma il pre­mier e il leader del maggiore partito italiano, il Pdl, notoriamente impe­gnato – con risultati pari a zero – nel­la riforma della giustizia, ciò che fa imbestialire un discreto numero di appartenenti alla casta giudiziaria, i quali non sarebbero contrari a tale riforma: semplicemente aspirereb­bero a farsela da soli, su misura per loro, forse non riconoscendo al pre­sidente del Consiglio la capacità di realizzarne una che vada bene alle toghe. Cosicché tra magistrati e Berlusco­ni è in atto non una disputa dialetti­ca, bensì un duello all’ultimo san­gue.

Nel quale – se ci è concessa la metafora – Silvio è un topo veterano, rotto a ogni astuzia, e i magistrati so­no i gatti che gli danno la caccia, co­stringendolo a nascondersi come può, anche dietro qualche leggina ad personam, nei momenti di dispe­razione. D’altronde per non finire in bocca ai felini, di cui è famosa la spietatez­za, il sorcio ha il diritto di rintanarsi dovunque. Per quanto stanco di es­sere inseguito, il topo sembra im­prendibile. E i gatti, sempre più ner­vosi, hanno intuito che per acchiap­parlo è necessario indebolirne la fi­bra. Come? Intaccando le sue riser­ve alimentari. Ecco fatto. Berlusco­ni, minacciato nelle sue aziende, si sente smarrito. Nessun imprenditore ha nel cas­setto 550 milioni di euro.

Di sicuro il Cavaliere ha un patrimonio immobi­liare­e mobiliare sufficiente per fron­teggiare qualsiasi evenienza.

Ma chiunque comprende che non sarà facile neppure per lui, considerato tra i più ricchi del mondo, disporre in fretta di oltre mille miliardi di lire fuori corso da pagare sull’unghia. Non solo. La sentenza che ordina un esborso di tale portata è un segnale inquietante: potrebbe essere l’ini­zio di un assedio senza requie fina­lizzato a demolire l’impero e far sì che il padrone rimanga sotto le ma­cerie. È un’ipotesi, ma non tanto pe­regrina. Se fossimo al posto di Berlusconi, invece di aprire il portafogli, chiude­remmo la Mondadori e la consegne­remmo, opportunamente impac­chettata, a De Benedetti: tienitela. Ignoriamo le norme specifiche in materia civile, ma, se fosse lecito, co­me alternativa ripiegheremmo sul fallimento e ne scaricheremmo le re­sponsabilità su chi ha fissato un ri­sarcimento così devastante. Molti lavoratori resterebbero di­soccupati? Questo è indubbio. Im­magino che andrebbero in massa a protestare in tribunale e, per una vol­ta, tutti capirebbero che non è tanto Berlusconi a fare danni quanto chi lo combatte con armi improprie. Vittorio Feltri.

.….Noi faremmo come suggerisce Feltri e al diavolo il buonismo di cui notoriamente soffre Berlusconi. Ovviamente mettiamo nel conto quel che direbbe  il co…ne di turno il quale non mancherebbe di stigmatizzare la “cattiveria” di Berlusconi il quale non solo le deve prendere ma non le deve restituire. Tipicamente gesuitico per cui lontano da noi. g.

ALFANO METTE IN CRISI IL MINI PARTITO DI FINI

Pubblicato il 10 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Angelino Alfano Fli perde in un giorno solo “tre pezzi”: Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pippo Scalia. Un ex ministro, un ex viceministro e il coordinatore regionale della Sicilia per Futuro e Libertà hanno così deciso, dopo un periodo vissuto da separati in casa, di abbandonare Fini per approdare, almeno per il momento, al gruppo misto in attesa di aderire al progetto lanciato da Angelino Alfano di riunire tutti i moderati in una «costituente popolare». E così, quello che qualcuno definisce già come «effetto Mirabello», inizia ad incassare proprio il sostegno dei tre ex finiani. Un annuncio che fa esultare il Pdl (la notizia dello «strappo» la dà Ignazio La Russa dal palco di Mirabello con una platea che si alza in piedi per applaudire) e che getta nell’agitazione i «futuristi» i quali, nonostante fossero preparati all’imminente rottura, si stanno interrogando sulle strane coincidenze di una decisione ufficializzata proprio nella cittadina ferrarese considerata «sacro» alla destra finiana. Fu infatti a Mirabello che Giorgio Almirante passò il testimone dell’Msi all’attuale presidente della Camera e fu qui che Fini fece il suo discorso più importante dopo la rottura con Berlusconi lo scorso settembre. Così, se da una parte Alfano difende a spada tratta la posizione dei tre («Si tratta di una decisione libera, scevra da interessi di parte, dettata da un importante segnale di condivisione di un progetto ambizioso, quello di riunire i moderati, e per questo coinvolgente»), i vertici di Futuro e libertà fanno quadrato attorno al loro leader nel tentativo di sminuire l’accaduto. «L’uscita da Fli di Urso, Ronchi e Scalia è una non-notizia, essendosi posti da tempo fuori dal partito. La notizia, semmai, sarebbe stata la loro volontà di lavorare per il partito» è il commento del vicepresidente Italo Bocchino. Qualcuno si chiede, invece, se dietro questa mossa c’è lo zampino del Cavaliere. Tra questi Roberto Menia che sottolinea «la singolare coincidenza» di lasciare Fli proprio in questi giorni di fuoco per Berlusconi, dal Lodo Mondadori alla bufera giudiziaria del caso Milanese: «Sembra che abbiano deciso di andar via su sollecitazione di qualcuno che oggi è in grossa difficoltà…». Nessuna sorpresa, dunque, anche se l’immagine di un partito che perde pezzi non è piaciuta a nessuno. «Loro hanno ritenuto di tornare sotto l’ala berlusconiana – commenta il capogruppo di Fli alla Camera Benedetto Della Vedova – Noi no perché non faremo mai la riserva berlusconiana». Eppure ora per Futuro e Libertà la faccenda si complica. Perdendo tre parlamentari il gruppo a Montecitorio passa da 29 a 26 deputati è in base ai regolamenti dovranno essere rivisti, in ribasso, i contributi economici dati dalla Camera al partito. Ma la cosa che più potrebbe spaventare i finiani è la perdita di peso nelle Commissioni parlamentari e nei rapporti con i colleghi dell’Udc. Per quanto riguarda le Commissioni ci potrebbero essere problemi in quella per le Attività produttive dove siede Urso e in quella per le Politiche dell’Unione europea dove ci sono sia Scalia che Ronchi anche se, almeno per quest’ultimo, già si ipotizza un prossimo rientro al governo. Ovviamente al ministero per le Politiche europee che da quando lui stesso lasciò il 17 novembre scorso non è stato più assegnato. Un posto che comunque Ronchi dovrà contendersi con il leghista Marco Reguzzoni che dovrebbe lasciare il posto al maroniano Giacomo Stucchi alla guida del gruppo alla Camera. Più delicata la situazione con l’Udc che non solo sta prevaricando su Fli per la gestione e organizzazione della costituente del Terzo polo che si terrà a Roma il 22 luglio, ma è mira delle attenzioni da parte del Pdl che commenta: «Lo sgretolamento di Fli si ripercuoterà anche sul progetto del Terzo polo, e Casini si sfilerà prima che sia troppo tardi». Alessandro Bertasi