SCIACALLI IN AGGUATO: LA SETTIMANA DECISIVA, di Alessandro Sallusti
Pubblicato il 16 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »
La manovra finanziaria è legge. A leggerne il contenuto c’è poco da esultare. E a vedere ieri la faccia di Berlusconi, riapparso in pubblico dopo giorni, si capisce che le cose non sono andate come il premier avrebbe voluto. Stretto tra la speculazioni finanziarie, le bizze e le idee di Tremonti e i diktat di Napolitano, il presidente del Consiglio ha dovuto mediare oltre ogni previsione per evitare che una crisi di governo trascinasse nel baratro l’intero Paese.Il rischio non è cessato con il voto di ieri, perché gli sciacalli non hanno intenzione di mollare la presa.
Quanto l’Italia dovrà ancora penare lo capiremo meglio lunedì alla riapertura dei mercati. Sarà il momento della verità per stabilire se i sacrifici imposti dalla manovra sono sufficienti a fugare i dubbi degli investitori e l’appetito degli speculatori. Non ci sarà appello, promossi o bocciati. Una tensione sulla nostra Borsa e sui nostri titoli di Stato sarebbe a questo punto imparabile e innescherebbe di certo la richiesta di un governo tecnico di salvezza nazionale. L’opposizione, sempre attenta agli interessi della gente, ovviamente ci spera: meglio una botta economica di quelle che fanno male davvero che tenersi Berlusconi. Ma attenzione, da sola neppure una situazione del genere permetterebbe il ribaltone a favore del «governo del presidente Napolitano», come già viene chiamato e auspicato un esecutivo di tecnici.
Al di là dei desideri del Quirinale e dei sogni dell’opposizione, una maggioranza può cadere soltanto in Parlamento, non certo per chiamata. E ancora ieri il centrodestra ha dimostrato di avere senza patemi i numeri per continuare la legislatura. Perché si realizzi il piano degli sciacalli occorrono almeno altre due condizioni. La prima è la caduta del ministro Tremonti per via giudiziaria-mediatica. Ovviamente il fatto non è in nessuna agenda, ma un «incidente »del genere è nell’aria da giorni (ieri lo ha preannunciato persino l’austero e rigoroso quotidiano La Stampa ). Parliamo ovviamente dell’inchiesta napoletana che coinvolge pesantemente l’ex braccio destro del ministro, Marco Milanese (che con Tremonti condivideva pure l’ormai famosa super casa romana). Certo che con la Borsa in difficoltà e Tremonti azzoppato, la faccenda si farebbe davvero spessa. La possibilità di andare avanti starebbe tutta nella tenuta dell’asse tra Pdl e Lega, che- cosa non secondaria – da qualche mese non coincide più perfettamente con quello Berlusconi-Bossi, soprattutto per le ambizioni di alcuni colonnelli leghisti. La tensione tra i due partiti ieri, forse non a caso, ha raggiunto un picco preoccupante.
È successo che in commissione i leghisti, astenendosi, hanno di fatto autorizzato, assieme all’opposizione, l’arresto chiesto dai pm di Napoli per il deputato del Pdl Alfonso Papa, coinvolto nella vicenda cosiddetta P4. È la prima volta che la maggioranzasi spacca su un provvedimento del genere e la cosa è grave per più motivi. Primo: non si sbatte in galera una persona (a meno di una sua pericolosità sociale) prima di una condanna. Secondo: i parlamentari non sono giudici e il Parlamento non è un tribunale del popolo. Terzo, e nel merito,l’inchiesta cosiddetta P4 è un teorema giudiziario ( messo in piedi con chiari fini politici) per ora smentito anche dal Gip che ha respinto per il maggiore imputato ( Bisignani)l’accusa di associazione per delinquere e società segreta.
Quarto: autorizzando l’arresto, il Parlamento crea un pericoloso precedente del quale si dovrà tenere conto ogni volta che a un pm verrà in mente di ammanettare un onorevole. Nei prossimi giorni la decisione della commissione deve essere confermata oppure no dal voto (segreto) dell’aula. Se i leghisti dovessero ripetere anche al riparo dagli occhi dei loro elettori (il voto sarà come detto segreto) l’intenzione forcaiola, be’allora è possibile che la tenuta della maggioranza possa vacillare.
Tutti questi elementi messi insieme fanno sì che in settimana il governo Berlusconi si giochi gran parte della possibilità di arrivare a fine legislatura come è nei suoi programmi. Napolitano, che forse sa o immagina cose che a noi sfuggono, ha già messo le mani avanti dicendo che subito dopo la finanziaria serviranno nuove prove di coesione nazionale. Già, come ai tempi di Scalfaro che convinse Bossi a far cadere Berlusconi per fare spazio al governo tecnico di Dini. Vatti a fidare degli arbitri democristiani e comunisti. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 16 luglio 2011

Giulio Tremonti ha usato la metafora del Titanic per definire la situazione dell’Italia. Bene. A questo punto, dobbiamo porci una domanda: chi guida il Titanic? Qualcuno risponderà prontamente: “Berlusconi!”. Qualcun altro però comincerà a pensarci meglio, poi alzerà la manina e dirà: “Sì, certo, il capitano del transatlantico è Berlusconi, ma a tracciare la rotta è Giulio Tremonti”. Altri diranno che la sala del comando non è più a Palazzo Chigi: “Be’, ma è chiaro che al timone in realtà c’è il presidente Giorgio Napolitano”. Infine una voce solitaria s’alzerà più in alto di tutte e dirà: “Il problema è che al timone non c’è nessuno e la nave va dritta verso l’iceberg”. Tutte queste risposte hanno una dose di verità, ma quel che emerge chiaramente sulla carta nautica è che un governo liberale, di centrodestra, vincente nel 2008 con la promessa della riduzione della pressione fiscale, sta votando una manovra di finanza pubblica che ha elevato i saldi aumentando le tasse, senza tagliare i privilegi della casta. Questa è la cifra politica della faccenda, il resto è tecnica contabile. S’è detto che questa manovra serve a fermare le speculazioni sul debito pubblico. Per ora i risultati sono scarsi. Anche ieri lo spread tra Bund e Btp è tornato a quota 300 punti e l’asta dei Btp a 15 anni ha fatto segnare un rendimento record del 5,9 per cento, il massimo dal lancio dell’Euro. Finanziare la nostra spesa, emettere debito, costa sempre più caro. E se l’obiettivo della manovra è quello di frenare questo rally, allora qualcosa non va.
Fli perde in un giorno solo “tre pezzi”: Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pippo Scalia. Un ex ministro, un ex viceministro e il coordinatore regionale della Sicilia per Futuro e Libertà hanno così deciso, dopo un periodo vissuto da separati in casa, di abbandonare Fini per approdare, almeno per il momento, al gruppo misto in attesa di aderire al progetto lanciato da Angelino Alfano di riunire tutti i moderati in una «costituente popolare». E così, quello che qualcuno definisce già come «effetto Mirabello», inizia ad incassare proprio il sostegno dei tre ex finiani. Un annuncio che fa esultare il Pdl (la notizia dello «strappo» la dà Ignazio La Russa dal palco di Mirabello con una platea che si alza in piedi per applaudire) e che getta nell’agitazione i «futuristi» i quali, nonostante fossero preparati all’imminente rottura, si stanno interrogando sulle strane coincidenze di una decisione ufficializzata proprio nella cittadina ferrarese considerata «sacro» alla destra finiana. Fu infatti a Mirabello che Giorgio Almirante passò il testimone dell’Msi all’attuale presidente della Camera e fu qui che Fini fece il suo discorso più importante dopo la rottura con Berlusconi lo scorso settembre. Così, se da una parte Alfano difende a spada tratta la posizione dei tre («Si tratta di una decisione libera, scevra da interessi di parte, dettata da un importante segnale di condivisione di un progetto ambizioso, quello di riunire i moderati, e per questo coinvolgente»), i vertici di Futuro e libertà fanno quadrato attorno al loro leader nel tentativo di sminuire l’accaduto. «L’uscita da Fli di Urso, Ronchi e Scalia è una non-notizia, essendosi posti da tempo fuori dal partito. La notizia, semmai, sarebbe stata la loro volontà di lavorare per il partito» è il commento del vicepresidente Italo Bocchino. Qualcuno si chiede, invece, se dietro questa mossa c’è lo zampino del Cavaliere. Tra questi Roberto Menia che sottolinea «la singolare coincidenza» di lasciare Fli proprio in questi giorni di fuoco per Berlusconi, dal Lodo Mondadori alla bufera giudiziaria del caso Milanese: «Sembra che abbiano deciso di andar via su sollecitazione di qualcuno che oggi è in grossa difficoltà…». Nessuna sorpresa, dunque, anche se l’immagine di un partito che perde pezzi non è piaciuta a nessuno. «Loro hanno ritenuto di tornare sotto l’ala berlusconiana – commenta il capogruppo di Fli alla Camera Benedetto Della Vedova – Noi no perché non faremo mai la riserva berlusconiana». Eppure ora per Futuro e Libertà la faccenda si complica. Perdendo tre parlamentari il gruppo a Montecitorio passa da 29 a 26 deputati è in base ai regolamenti dovranno essere rivisti, in ribasso, i contributi economici dati dalla Camera al partito. Ma la cosa che più potrebbe spaventare i finiani è la perdita di peso nelle Commissioni parlamentari e nei rapporti con i colleghi dell’Udc. Per quanto riguarda le Commissioni ci potrebbero essere problemi in quella per le Attività produttive dove siede Urso e in quella per le Politiche dell’Unione europea dove ci sono sia Scalia che Ronchi anche se, almeno per quest’ultimo, già si ipotizza un prossimo rientro al governo. Ovviamente al ministero per le Politiche europee che da quando lui stesso lasciò il 17 novembre scorso non è stato più assegnato. Un posto che comunque Ronchi dovrà contendersi con il leghista Marco Reguzzoni che dovrebbe lasciare il posto al maroniano Giacomo Stucchi alla guida del gruppo alla Camera. Più delicata la situazione con l’Udc che non solo sta prevaricando su Fli per la gestione e organizzazione della costituente del Terzo polo che si terrà a Roma il 22 luglio, ma è mira delle attenzioni da parte del Pdl che commenta: «Lo sgretolamento di Fli si ripercuoterà anche sul progetto del Terzo polo, e Casini si sfilerà prima che sia troppo tardi». Alessandro Bertasi