LODO MONDADORI: SCONFITTA DEI LEGALI E DELLA “LEGALITA’”
Pubblicato il 10 luglio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »
Nonostante lo sconto, la sentenza d’appello sul risarcimento Fininvest alla Cir di Carlo De Benedetti segna l’ennesima sconfitta dello staff legale di Silvio Berlusconi. Senza voler esprimere giudizi di merito né dare pagelle alla professionalità degli avvocati del premier, si può dire: nessuna sorpresa, visti i precedenti. Ripetiamo, la nostra è un’opinione politica che riguarda sia la (indubbia) persecuzione giudiziaria di cui il Cavaliere è stato vittima da quando è entrato in politica, sia le ancora più sbagliate e goffe campagne che Berlusconi ed il suo inner circle giuridico-governativo-parlamentare hanno promosso in quasi tutti questi anni sulla questione giustizia. È una lunga sfilza di cause perse sia nelle aule dei tribunali sia in quelle istituzionali. All’inizio di tutto c’è ovviamente il mai risolto conflitto d’interesse: e, diciamo la verità, non basta affermare che neppure la sinistra ha voluto affrontarlo per utilizzarlo a sua volta come pretesto. Eppure sarebbe bastato un blind trust serio, dal quale il Cavaliere potesse attingere i profitti ma dalla cui gestione fosse realmente interdetto. Qualcuno può davvero affermare che la capacità di nomina dei dirigenti e dei direttori di Mediaset e di Mondadori ha determinato le sorti elettorali dell’Italia e del centrodestra in particolare? Per non parlare della Rai: certo, il governo fa le nomine, con quali risultati però si vede. L’annuale telenovela intorno al contratto di Michele Santoro (e di Fazio, Floris, Dandini, Litizzetto e giù a scendere), ed i dividendi mediatici e pecuniari che puntualmente ne conseguono parlano da soli. Con il blind trust ci saremmo risparmiati inchieste come la memorabile RaiSet, nonché le varie serie di velinopoli e vallettopoli. Senza contare che una rinuncia vera e non di cartapesta da parte di Berlusconi ad occuparsi di tv pubbliche e private avrebbe automaticamente messo in mora il centrosinistra che, dal governo e dall’opposizione, nella Rai ha messo mani e piedi da ben prima che il Cavaliere fondasse il Biscione. Ma questa è solo una parte del problema, anche se è all’origine di tutto. Perché nei suoi ormai diciassette anni di prima linea nella vita pubblica, Berlusconi ha denunciato problemi e colpe reali del nostro sistema giudiziario, e ha spesso portato ed offerto se stesso come prova vivente ed evidente degli intrecci fra pm, giudici, politica e media. Due esempi su tutti: il bluff del teste Omega, cioè Stefania Ariosto, creato in provetta da quella Ilda Boccassini che tuttora continua ad inquisire Berlusconi (fatto che negli ordinamenti giuridici anglosassoni solleverebbe un conflitto d’interessi, ma dall’altra parte); e l’altrettanto grave invenzione del superteste Massimo Ciancimino, che doveva semplicemente dimostrare che Forza Italia organizzò le stragi mafiose del ‘92-’93. Ancora oggi se qualcuno va su Google e digita «stragi di mafia», come seconda voce esce «Berlusconi». In quei due processi, nelle clamorose storture che li hanno contraddistinti, era compreso quasi l’intero catalogo delle mostruosità e delle faziosità della nostra magistratura. La parte mancante sta nel ramo civile, e non è poco. Purtroppo anziché offrire la propria vicenda di vittima acclarata per fare di se stesso l’esempio e lo scudo per decine di migliaia di altre vittime meno importanti di lui, testimoniando con la pratica che i suoi problemi erano i problemi di tutti i cittadini, e quindi andavano risolti non con scorciatoie personali ma con una riforma complessiva del sistema, il Cavaliere e i suoi avvocati hanno finito per capovolgere l’ordine delle cose. Grandi riforme solo promesse e mai attuate. E, al loro posto, una miriade di leggi, leggine, commi che inevitabilmente sono, ed erano, risultati ad personam. Il problema di tutti è finito per diventare l’interesse di uno. L’interesse di uno è a sua volta divenuto il problema di tutti. L’ordine delle cose si è capovolto. Alla grande riforma – che può essere realizzata solo con il fair play istituzionale e la massima trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica – si sono sostituite i decreti e gli scudi firmati di volata, magari sotto dettatura dei Ghedini di turno, dai Cirami, Cirielli, Paniz: con tutto il rispetto, non passeranno alla storia dei riformatori di questo Paese. Quando si è voluto tenere più alto il tono, si è passati ai lodi affidati al presidente del Senato o al ministro della Giustizia. Il tutto per che cosa? Per finire triturati dal Quirinale, dalla Corte costituzionale, dal Csm, dal sindacato dei pm, quando non c’è stato l’aborto prematuro come per il recente comma salva-Fininvest (appunto) inserito in una manovra di aggiustamento dei conti pubblici chiesta dall’Europa. Il tutto nel tripudio dei media di sinistra, nell’imbarazzo dei liberali e dei moderati veri, a maggior gloria dello scandalizzarsi interessato dell’opposizione. Già, ma chi gli ha fornito le munizioni? Chi, in questi quasi vent’anni, è riuscito a perdere tutte le battaglie, legali e politiche? Il bilancio è questo: il Cavaliere è oggi privo di qualsiasi scudo, e deve corrispondere pronta cassa 560 milioni a De Benedetti. E questi sono problemi suoi. L’Italia ha ancora un sistema giudiziario penale e civile che fa vergogna, e questo è un problema di tutti. E per giunta se lo scrivi rischi la querela. Marlowe, Il Tempo, 10/07/2011
...Senza voler gettare la croce sulle spalle dei singoli, non c’è dubbio che Marlowe centra il problema e interpreta i sentimenti di tutti gli elettori moderati di questo Paese. I problemi della giustizia sono sotto gli occhi di tutti, le storture cui si assiste sono note a tutti, a prescindere dalle posizioni politiche. Però non si è mai messo mano seriamente ad una riforma che ponesse al centro del sistema giudiario i diritti dei cittadini che nessuno può o deve calpestare in nome di una presunta superiorità di una casta che risponde a se stessa, quella dei magistrati. . Quella della giustizia era non un problema ma “il” problema sul quale doveva misurarsi Berlusconi ed invece è rimasto tale e quale com’era prima della sua discesa in politica. E’ una delle principali se non la principale ragione della attuale delusione dei cittadini verso il premier. Riuscirà nei due anni che resano dell’attuale legislatura a porre rimedio alla vergogna di cui parla Marlowe? Le scommesse sono aperte. g.

Incrociamo le dita e speriamo che domani i mercati finanziari risparmino all’Italia un lunedì nero. Ma non è facendo gli scongiuri che evitiamo il crac e fermiamo gli speculatori. Basta leggere un po’ di stampa internazionale per capire che il nostro problema è sintetizzabile in due parole: «stabilità» e «credibilità». Se un governo impegna la sua agenda per comporre liti tra fazioni, stabilità e credibilità spariscono per lasciare il posto a «turbolenza» e «fragilità». È il gorgo nel quale sguazzano i pescecani della finanza, quelli che pensano esclusivamente al guadagno netto. Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi l’altroieri ha spiegato che il nostro sistema è solido e che la manovra è un buon pilastro. La sortita di Draghi – prossimo presidente della Bce – serviva a raffreddare le tensioni sul debito e a mettere al sicuro lo Stato (cioè noi) e le banche italiane (alla fine, sempre noi). Tutto questo, ovviamente, non basta. Serve un governo che governi e un’opposizione non demagogica. Mission impossible? Il quadro non è dei migliori. Berlusconi ai guai pendenti ha aggiunto un assegno da 560 milioni da staccare per l’Ingegner De Benedetti, Tremonti deve barcamenarsi con i conti pubblici ma anche con i conti privati di un’inchiesta spinosa che ha coinvolto un suo stretto collaboratore e gettato un’ombra sulla sua persona. Tremonti è una risorsa, ma deve essere inattaccabile o finiamo a carte quarantotto. Silvio e Giulio, i due pilastri (litiganti) del governo sono distratti da vicende che poco hanno a che fare con l’interesse primario dei cittadini e molto (purtroppo) con il privato. A questo dobbiamo aggiungere la balcanizzazione del Pdl (Alfano, pensaci tu), gli attriti con la Lega e l’immaturità dell’opposizione che pensa di fare il gioco del gatto con il topo non capendo che di questo passo tutti saranno topi. In un simile contesto i movimenti di base e un sentimento di antipolitica stanno occupando lo spazio che dovrebbe essere dei partiti. Questo di per sé non è un male, nei momenti di crisi la società civile si auto-organizza e svolge un ruolo di supplenza rispetto alle istituzioni. Ne ho prova tangibile: il nostro appello per abolire le Province viaggia a una media di circa mille messaggi al giorno. Grazie di cuore, e avanti così. Quando leggo cosa scrivono i lettori divento ottimista: alla fine questo è un grande Paese, l’Italia ce la farà. Mario Sechi, Il Tempo, 10 luglio 2011
A Wall Street gira una battuta: «Il denaro non dorme mai». Cosa vuol dire? Che la finanza non si cura dei problemi dei singoli, tantomeno delle collettività o degli Stati. La finanza è il distillato finissimo del capitalismo: soldi, soldi, soldi. E guadagni. Come funziona il meccanismo lo spiega da par suo a pagina 2 il nostro Marlowe, e non voglio aggiungere altro. Invece quel che desidero sottolineare, cari lettori, è che questa partitaccia riguarda tutti noi, nessuno escluso. Il debito non è una cosa astratta. E il bilancio dello Stato non è tanto diverso da quello di una famiglia. Entrate e uscite. Costi e ricavi. In questi casi, maggioranza e opposizione dovrebbero ritrovare uno spirito bipartisan. Invece quel gran genio di Bersani ha chiesto le dimissioni di Berlusconi e dell’esecutivo. Ora, bisognerebbe spiegare al segretario del Pd che se il governo casca mentre è in corso un attacco speculativo, non è che le cose migliorino, ma peggiorano. Nella concretissima Emilia, dalla quale proviene, queste cose le sanno bene. L’opposizione, in particolare la sinistra che si dice riformista, dovrebbe responsabilmente far da scudo al Paese e sottrarlo allo sciame di locuste che hanno un solo obiettivo: mangiarne i pezzi migliori e ridurre il popolo italiano nelle condizioni in cui versano altre nazioni presunte grandi.
Cosa pensiamo della manovra l’abbiamo già detto nei giorni scorsi: non ci piace. Con buona pace dei parrucconi che ci vogliono spiegare le leggi del rigore senza aver mai letto Adam Smith e neppure aver visto una sala trading. Con tutto il rispetto, vorremmo giocare un altro campionato e, caro presidente Berlusconi, non si può più dire «non abbiamo mai messo le mani nelle tasche degli italiani». Sta avvenendo. E i suoi elettori se ne sono accorti. Esca dal Palazzo. Ascolti il suo popolo. Siamo sommersi da una valanga di lettere e mail che dicono una cosa sola: «Dovevano tagliare le tasse, stanno facendo le stesse cose di Visco e Prodi. Non li votiamo più». È una rivolta che ha il sapore della delusione e viene dal blocco sociale che ha scelto il Pdl e il centrodestra nelle ultime elezioni. Non sono di sinistra, ma senza un cambio di rotta, quel voto non ci sarà più. Per questo mi auguro che la manovra venga seriamente emendata. Toglie senza dare, tassa senza redistribuire, deprime senza far crescere. I famosi tagli annunciati ai costi della politica sono virtuali. Dovevano spezzare le unghie e i denti alla casta, aspettiamo Godot. La manovra è un’occasione persa e un boomerang elettorale. Non abbiamo pregiudizi, facciamo solo i cronisti, raccontiamo quel che vediamo, ascoltiamo i nostri lettori. Non sono felici di quel che accade. Facciamo qualche modesta proposta: Marlowe auspica un referendum per l’abolizione delle province. Il direttore de Il Tempo è d’accordo e lo appoggia. Chi si farà vivo avrà il nostro piccolo aiuto, ma soprattutto la spinta ben più grande dei milioni di italiani che sono stufi di vestire i panni dei fessi che pagano il conto per i furbi. Avanti con le firme. Mario Sechi, Il Tempo, 7 luglio 2011
La prima notizia è che ieri l’Aula della Camera ha «affossato» la proposta di legge dell’Italia dei valori per l’abolizione della province. Presenti 548 deputati, è stato loro chiesto se mantenere o meno l’articolo 1 del testo che prevedeva «la cancellazione, dalla rubrica del Titolo V della seconda parte della Costituzione», della parola «province»: 225 hanno detto no, 83 sì, 224 si sono astenuti. La seconda notizia è più datata e risale al 2008. Ad essere precisi alla campagna elettorale per le elezioni Politiche del 2008. In campo Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Come è andata a finire è cosa nota. Ma forse pochi ricordano una delle promesse elettorali fatta dai due candidati. Ecco allora un piccolo aiuto. Programma del Partito Democratico. Uno dei punti si initola «Stato: spendere meglio e meno». Si parte con una domanda: «Mezzo punto di Pil in meso di spesa corrente prima nel primo anno; un punto nel secondo; un altro punto nel terzo. Come?» L’ultima risposta è difficilmente equivocabile: «Nelle Aree Metropolitane via le Province e unione/fusione dei comuni piccolissimi». Il 22 marzo, intervistato dal Messaggero, Veltroni va addirittura oltre. E alla domanda su quali siano gli interventi «immediati, ancorché impopolari, indispensabili per fronteggiare l’emergenza economica», risponde: «Un intervento è la riduzione della spesa pubblica che per me significa cose concrete». Quali? «Riduzione dei costi della politica, abolizione delle province, livelli di efficienza nella pubblica amministrazione». Passiamo al campo avverso. Anche Berlusconi non si risparmiò. «Se l’opposizione ci darà una mano, come dice voler fare, si può andare all’abolizione delle province» (20 marzo). «Aboliremo la province, è nel nostro programma» (10 aprile). «Bisogna tagliare gli enti inutili come le province e le comunità montane» (11 aprile). In mezzo anche un’intervista al Tempo (2 aprile) in cui, oltre a confermare l’impegno, il Cavaliere offriva una soluzione per i 60 mila dipendenti che sarebbero rimasti senza lavoro: «In due anni andranno in pensione settantamila dipendenti della pubblica amministrazione. Gli impiegati delle Province prenderanno il posto dei neo-pensionati».