LODO MONDADORI: SCONFITTA DEI LEGALI E DELLA “LEGALITA’”

Pubblicato il 10 luglio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Niccolò Ghedini Nonostante lo sconto, la sentenza d’appello sul risarcimento Fininvest alla Cir di Carlo De Benedetti segna l’ennesima sconfitta dello staff legale di Silvio Berlusconi. Senza voler esprimere giudizi di merito né dare pagelle alla professionalità degli avvocati del premier, si può dire: nessuna sorpresa, visti i precedenti. Ripetiamo, la nostra è un’opinione politica che riguarda sia la (indubbia) persecuzione giudiziaria di cui il Cavaliere è stato vittima da quando è entrato in politica, sia le ancora più sbagliate e goffe campagne che Berlusconi ed il suo inner circle giuridico-governativo-parlamentare hanno promosso in quasi tutti questi anni sulla questione giustizia. È una lunga sfilza di cause perse sia nelle aule dei tribunali sia in quelle istituzionali. All’inizio di tutto c’è ovviamente il mai risolto conflitto d’interesse: e, diciamo la verità, non basta affermare che neppure la sinistra ha voluto affrontarlo per utilizzarlo a sua volta come pretesto. Eppure sarebbe bastato un blind trust serio, dal quale il Cavaliere potesse attingere i profitti ma dalla cui gestione fosse realmente interdetto. Qualcuno può davvero affermare che la capacità di nomina dei dirigenti e dei direttori di Mediaset e di Mondadori ha determinato le sorti elettorali dell’Italia e del centrodestra in particolare? Per non parlare della Rai: certo, il governo fa le nomine, con quali risultati però si vede. L’annuale telenovela intorno al contratto di Michele Santoro (e di Fazio, Floris, Dandini, Litizzetto e giù a scendere), ed i dividendi mediatici e pecuniari che puntualmente ne conseguono parlano da soli. Con il blind trust ci saremmo risparmiati inchieste come la memorabile RaiSet, nonché le varie serie di velinopoli e vallettopoli. Senza contare che una rinuncia vera e non di cartapesta da parte di Berlusconi ad occuparsi di tv pubbliche e private avrebbe automaticamente messo in mora il centrosinistra che, dal governo e dall’opposizione, nella Rai ha messo mani e piedi da ben prima che il Cavaliere fondasse il Biscione. Ma questa è solo una parte del problema, anche se è all’origine di tutto. Perché nei suoi ormai diciassette anni di prima linea nella vita pubblica, Berlusconi ha denunciato problemi e colpe reali del nostro sistema giudiziario, e ha spesso portato ed offerto se stesso come prova vivente ed evidente degli intrecci fra pm, giudici, politica e media. Due esempi su tutti: il bluff del teste Omega, cioè Stefania Ariosto, creato in provetta da quella Ilda Boccassini che tuttora continua ad inquisire Berlusconi (fatto che negli ordinamenti giuridici anglosassoni solleverebbe un conflitto d’interessi, ma dall’altra parte); e l’altrettanto grave invenzione del superteste Massimo Ciancimino, che doveva semplicemente dimostrare che Forza Italia organizzò le stragi mafiose del ‘92-’93. Ancora oggi se qualcuno va su Google e digita «stragi di mafia», come seconda voce esce «Berlusconi». In quei due processi, nelle clamorose storture che li hanno contraddistinti, era compreso quasi l’intero catalogo delle mostruosità e delle faziosità della nostra magistratura. La parte mancante sta nel ramo civile, e non è poco. Purtroppo anziché offrire la propria vicenda di vittima acclarata per fare di se stesso l’esempio e lo scudo per decine di migliaia di altre vittime meno importanti di lui, testimoniando con la pratica che i suoi problemi erano i problemi di tutti i cittadini, e quindi andavano risolti non con scorciatoie personali ma con una riforma complessiva del sistema, il Cavaliere e i suoi avvocati hanno finito per capovolgere l’ordine delle cose. Grandi riforme solo promesse e mai attuate. E, al loro posto, una miriade di leggi, leggine, commi che inevitabilmente sono, ed erano, risultati ad personam. Il problema di tutti è finito per diventare l’interesse di uno. L’interesse di uno è a sua volta divenuto il problema di tutti. L’ordine delle cose si è capovolto. Alla grande riforma – che può essere realizzata solo con il fair play istituzionale e la massima trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica – si sono sostituite i decreti e gli scudi firmati di volata, magari sotto dettatura dei Ghedini di turno, dai Cirami, Cirielli, Paniz: con tutto il rispetto, non passeranno alla storia dei riformatori di questo Paese. Quando si è voluto tenere più alto il tono, si è passati ai lodi affidati al presidente del Senato o al ministro della Giustizia. Il tutto per che cosa? Per finire triturati dal Quirinale, dalla Corte costituzionale, dal Csm, dal sindacato dei pm, quando non c’è stato l’aborto prematuro come per il recente comma salva-Fininvest (appunto) inserito in una manovra di aggiustamento dei conti pubblici chiesta dall’Europa. Il tutto nel tripudio dei media di sinistra, nell’imbarazzo dei liberali e dei moderati veri, a maggior gloria dello scandalizzarsi interessato dell’opposizione. Già, ma chi gli ha fornito le munizioni? Chi, in questi quasi vent’anni, è riuscito a perdere tutte le battaglie, legali e politiche? Il bilancio è questo: il Cavaliere è oggi privo di qualsiasi scudo, e deve corrispondere pronta cassa 560 milioni a De Benedetti. E questi sono problemi suoi. L’Italia ha ancora un sistema giudiziario penale e civile che fa vergogna, e questo è un problema di tutti. E per giunta se lo scrivi rischi la querela. Marlowe, Il Tempo, 10/07/2011

...Senza voler gettare la croce sulle spalle dei singoli, non c’è dubbio che Marlowe centra il problema e interpreta i sentimenti di tutti gli elettori moderati di questo Paese. I problemi della giustizia sono sotto gli occhi di tutti, le storture cui si assiste sono note  a tutti, a prescindere dalle posizioni politiche. Però non si è mai messo mano seriamente ad una riforma che ponesse al centro del sistema giudiario i diritti dei cittadini che nessuno può o deve calpestare in nome di una presunta superiorità di una casta che risponde a se stessa, quella dei magistrati. . Quella della giustizia era non un problema ma “il” problema sul quale doveva misurarsi Berlusconi ed invece è rimasto tale e quale com’era prima della sua discesa in politica. E’ una delle principali se non la principale ragione della attuale  delusione dei cittadini verso il premier. Riuscirà nei due anni che resano dell’attuale legislatura a porre rimedio alla vergogna di cui parla Marlowe? Le scommesse sono aperte. g.

UN LUNEDI’ DIVERSO DA TUTTI GLI ALTRI, di Mario Sechi

Pubblicato il 10 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Borse e mercati Incrociamo le dita e speriamo che domani i mercati finanziari risparmino all’Italia un lunedì nero. Ma non è facendo gli scongiuri che evitiamo il crac e fermiamo gli speculatori. Basta leggere un po’ di stampa internazionale per capire che il nostro problema è sintetizzabile in due parole: «stabilità» e «credibilità». Se un governo impegna la sua agenda per comporre liti tra fazioni, stabilità e credibilità spariscono per lasciare il posto a «turbolenza» e «fragilità». È il gorgo nel quale sguazzano i pescecani della finanza, quelli che pensano esclusivamente al guadagno netto. Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi l’altroieri ha spiegato che il nostro sistema è solido e che la manovra è un buon pilastro. La sortita di Draghi – prossimo presidente della Bce – serviva a raffreddare le tensioni sul debito e a mettere al sicuro lo Stato (cioè noi) e le banche italiane (alla fine, sempre noi). Tutto questo, ovviamente, non basta. Serve un governo che governi e un’opposizione non demagogica. Mission impossible? Il quadro non è dei migliori. Berlusconi ai guai pendenti ha aggiunto un assegno da 560 milioni da staccare per l’Ingegner De Benedetti, Tremonti deve barcamenarsi con i conti pubblici ma anche con i conti privati di un’inchiesta spinosa che ha coinvolto un suo stretto collaboratore e gettato un’ombra sulla sua persona. Tremonti è una risorsa, ma deve essere inattaccabile o finiamo a carte quarantotto. Silvio e Giulio, i due pilastri (litiganti) del governo sono distratti da vicende che poco hanno a che fare con l’interesse primario dei cittadini e molto (purtroppo) con il privato. A questo dobbiamo aggiungere la balcanizzazione del Pdl (Alfano, pensaci tu), gli attriti con la Lega e l’immaturità dell’opposizione che pensa di fare il gioco del gatto con il topo non capendo che di questo passo tutti saranno topi. In un simile contesto i movimenti di base e un sentimento di antipolitica stanno occupando lo spazio che dovrebbe essere dei partiti. Questo di per sé non è un male, nei momenti di crisi la società civile si auto-organizza e svolge un ruolo di supplenza rispetto alle istituzioni. Ne ho prova tangibile: il nostro appello per abolire le Province viaggia a una media di circa mille messaggi al giorno. Grazie di cuore, e avanti così. Quando leggo cosa scrivono i lettori divento ottimista: alla fine questo è un grande Paese, l’Italia ce la farà.  Mario Sechi, Il Tempo, 10 luglio 2011

.…L’ottimismo di Sechi è contagioso? Speriamo di si, perchè solo una iniezione di ottimismo può aiutarci tutti a soppravivere in queta ondata di incertezza che tutti coinvolge e avvolge. Però, Sechi ha ragione. L’Italia è un grande paese e il meglio di sè lo dà nei momenti più difficili. E’ allora che trova di forza di trovare le soluzioni e risalire la china. Se volgiamo la testa al passato possimo constatare che così è stato sempre. Basta l’esempio del secondo dopoguerra. Eravamo usciti stremati oltre che sconfitti da una guerra costata all’Europa milioni di morti. Eppure in pochi anni riuscimmo a metterci dietro le spalle le macerie della sconfitta e a ricostruire un futuro che apparve prodigo di certezze. E fu il boom economico con la lira che conquistava l’Oscar delle monete. Poi sono venuti gli anni di piombo e il terrorismo che sembrava dovesse travolgere tutto. Anche in quei frangenti il nostro paese e il popolo italiano riuscirono a trovare le ragioni della riscossa e della ripresa, nonostante l’alto scotto di sangue pagato da vittime innocenti di un odio tanto feroce quanto inspiegabile. E siamo ad oggi. Ad una stagione difficile, non soltanto dal punto di vista economico ma anche sociale e morale. Sembra che stiano saltando tutti i parametri del vivere civile e le ragioni del comune sentire. Sono questi i momenti in cui il popolo italiano dà il meglio di sè. Perciò volentieri ci facciamo contagiare dall’ottimismo di Sechi e insieme a lui siamo convinti che l’Italia ce la farà. g.

NEL FLI SI PENSA AI FUNERALI…E INTANTO RONCHI, URSO E SCALIA LO ABBONDONANO

Pubblicato il 9 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Che le cose andassero piuttosto male in casa di Fli lo si sapeva, ma che stessero già pensando al funerale è una novità. Il certificato di morte della neonata creatura finiana lo firma il settimanale il Futurista, foglio dei falchi finiani diretto da Filippo Rossi. La proposta che campeggia sulla copertina del magazine è una dichiarazione di resa: “E se Fini facesse un altro partito?”.  “A metà strada: Futuro e libertà per l’Italia – si legge – sembra in affanno. I numeri parlano chiaro, e i sondaggi non raggiungono più, come avveniva ai tempi di Bastia Umbra, percentuali a due cifre. C’è troppa vecchia politica, in quello che doveva essere il primo partito della Terza Repubblica. E la spinta ’giovanè, che ne aveva scandito le prime fasi, si è esaurita di fronte alla barriera conservatrice delle burocrazie di partito, degli apparati ereditati dai vecchi partiti che pretendono di dettar legge anche in questa nuova avventura”. Per questo, prosegue l’articolo, servono “nuove facce e nuove idee per non fermarsi in mezzo al guado”. “Serve un cambio di rotta. Serve un ’altrò partito: e non c’è bisogno per forza di cambiare nome o simbolo”.

L’analisi è spietata: “A vederlo da dentro – scrive Federico Brusadelli – Futuro e libertà assomiglia sempre di più a un banale partitino da Prima Repubblica. Ingessato. Cannibalizzato da vecchie correnti, che trascinano stancamente da decenni le loro lotte di potere (e non solo dai tempi di Alleanza nazionale, perchè capita addirittura che si tratti di infelici eredità del Movimento sociale italiano). Inquinato dalle pratiche sempreverdi della cooptazione, della lottizzazione, dei pacchetti di tessere che trasmigrano appresso a qualche notabile di provincia e che pretendono di occupare gli spazi, di dettar legge, di decidere cosa si deve e cosa non si deve fare o dire. Burocrati che non hanno mai letto nemmeno una riga dei discorsi di Gianfranco Fini, che non hanno capito un’acca della svolta di questi ultimi anni, che non saprebbero spiccicare una parola sulla ’laicità positivà, sull’integrazione, sulla lotta all’omofobia, sulla difesa del pluralismo dell’informazione, sull’importanza della cultura, sul superamento degli steccati e delle ideologie. Convinti che valga sempre la legge del gattopardo, che tutto cambi perchè tutto si conservi. Affannati nel difendere il loro orticello elettorale, ormai ridotto a un angusto fazzolettino di terra. Terrorizzati dal nuovo, ossessionati dalle ’radicì, dalle ’identita”, dagli ’elettorati di riferimentò. Custodi di chissà quale ’libro della leggè, di chissà quali ’annalì. È la legge della conservazione degli apparati: molto semplicemente, c’è chi ha ritenuto di potersi inserire nell’avventura di Fli, usando i mezzi a propria disposizione (conoscenze, consenso, radicamento) con la speranza di garantirsi qualche anno di permanenza in più al potere, che fosse in Parlamento o in qualche consiglio comunale”. Insomma, nemmeno un anno dopo il batetsimo di Bastia Umbra, Fli pensa già al funerale.

E intanto Urso, Ronchi e Scalia vanno via…

“Alfano ci ha convinti, ce ne andiamo”. La dichiarazione non lascia margine a nessuna marcia indietro. L’esodo continua: un’emorraggia costante di deputati. Dopo tentennamenti, aperture e dichiarazioni in dissenso con la linea del presidente della Camera Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pippo Scalia hanno lasciato il gruppo di Fli per aderire al Misto. “La proposta di Angelino Alfano di una costituente popolare in grado di realizzare in Italia un soggetto politico che si ispira a valori e programmi del Ppe e la decisione di Berlusconi di non ricandidarsi alle elezioni del 2013 con la scelta delle primarie quale strumento di rinnovamento e di partecipazione aprono nuovi scenari per il centrodestra italiano. Da subito, quindi, intendiamo lavorare in piena autonomia e senza vincoli di partito per costruire la nuova casa dei moderati italiani”. Con queste motivazioni Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pippo Scalia annunciano la loro uscita da Fli lanciando l’associazione “Fare Italia per la costituente Popolare”.

Bocchino minimizza: “E’ una non notizia” Una non notizia, Italo Bocchino cerca di sgonfiare e stemperare l’ennesima fuoriuscita dal partito.  “L’uscita da Futuro e Libertà di Urso, Ronchi e Scalia è una non-notizia, essendosi posti da tempo fuori dal partito. La notizia, semmai, sarebbe stata la loro volontà di lavorare per Fli”. Lo dichiara in una nota il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino. “La nascita di un’area nazionale moderata e popolare riferita al Ppe e depurata dal berlusconismo -argomenta- risponde esattamente a quanto Fini ha chiesto prima al Pdl e poi al centrodestra in occasione della Convention di Bastia, ottenendo sempre risposte negative da chi ha preferito un centrodestra populista, padronale, non legalitario e non nazionale a quello di ispirazione europea e occidentale”. ANSA, 9 luglio 2011

MARINA BERLUSCONI: E’ UN ESPROPRIO. SCANDALOSO ATTACCO A MIO PADRE

Pubblicato il 9 luglio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Milano – Quella sul Lodo Mondadori “è una sentenza che sgomenta e lascia senza parole”. “Rappresenta l’ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione che viene portata avanti da anni contro mio padre, con tutti i mezzi e su tutti i fronti, compreso quello imprenditoriale ed economico”. È questo il primo commento del presidente della Fininvest Marina Berlusconi alla sentenza d’appello. “Gia in queste ore i nostri legali cominceranno a studiare il ricorso in Cassazione”. Lo afferma il presidente Fininvest. “Anche di fronte ad un quadro così paradossale e inquietante, non ci lasciamo però intimorire”, sottolinea, aggiungendo: “Siamo certi di essere assolutamente nel giusto”.

La posizione di Marina “Neppure un euro è dovuto da parte nostra, siamo di fronte ad un esproprio che non trova alcun fondamento nella realtà dei fatti nè nelle regole del diritto”. “È indiscutibile – evidenzia il presidente di Fininvest – che questo attacco abbia come principali protagonisti una parte della magistratura (e della magistratura milanese in particolare) e il gruppo editoriale che fa capo a Carlo De Benedetti. E adesso, con un verdetto che nega l’evidenza emesso dalla magistratura milanese, la Fininvest viene condannata a versare una somma spropositata proprio al gruppo De Benedetti. Una somma addirittura doppia rispetto al valore della nostra partecipazione in Mondadori”.

Ghedini: “Faremo ricorso” “La Corte d’Appello di Milano ha emesso una sentenza contro ogni logica processuale e fattuale, addirittura ampiamente al di là delle stesse risultanze contabili che erano già di per se erronee in eccesso, e addirittura superiore al valore reale della quota Mondadori posseduta da Fininvest” dice l’avvocato Niccolò Ghedini, avvocato del premier, secondo il quale ora la Cassazione “non potrà che annullare la sentenza”. Secondo Ghedini la sentenza “è la riprova, se ve ne fosse stato bisogno, che a Milano è impossibile, quando vi è anche indirettamente coinvolto il presidente Berlusconi, celebrare un processo che veda la applicazione delle regole del diritto. E se la Corte d’Appello non sospenderà l’esecutività della sentenza – prosegue l’avvocato del premier – tale prova sarà ancora più evidente. Comunque la Corte di Cassazione non potrà che annullare questa incredibile sentenza”. Il Giornale, 9 luglio 2011

LODO MONDADORI: “SCIPPO” A BERLUSCONI CHE DEVE PAGARE SUBITO 560 MILIONI DI EURO

Pubblicato il 9 luglio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Milano - Rapina doveva essere e rapina è stata. La Fininvest sarà costretta a versare a De Benedetti 560 milioni di euro per il Lodo Mondadori e la sentenza è immediatamente esecutiva. I giudici della seconda corte d’Appello di Milano hanno atteso la chiusura settimanale delle Borse poi hanno emesso il verdetto di secondo grado. Fininvest condannata a pagare il maxi risarcimento da 540 milioni di euro, a cui si sommano 20 milioni di euro di spese legali e interessi legali maturati dall’ottobre 2009. Una cifra nettamente inferiore ai 750 milioni disposti in primo grado dal giudice Raimondo Mesiano. Si tratta del risarcimento di Carlo De Benedetti per i danni causati dalla corruzione giudiziaria che nel 1991 inquinò la fine del braccio di ferro tra Berlusconi e De Benedetti per il controllo della Mondadori. La sentenza è immediatamente esecutiva. Quindi Berlusconi è costretto a pagare subito, sperando di rivedere il fiume di soldi tornare indietro se e quando la Cassazione dovesse ribaltare la sentenza. Un risarcimento record, oltre mille miliardi delle vecchie lire, che i legali di Fininvest considerano sproporzionato anche perché la quota del Biscione in Mondadori oggi vale 300 milioni.

Le motivazioni dei giudici “La sentenza Metta fu ingiusta”. È quanto sostengono i giudici della seconda sezione civile del tribunale di Milano che hanno condannato oggi la Fininvest a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti per il “Lodo Mondadori”. Secondo i giudici “con Metta non corrotto il lodo sarebbe stato confermato”. Il riferimento è alla decisione del 24 gennaio del 1981 della Corte d’Appello di Roma che stabilì invece nulli gli accordi intervenuti in precedenza tra la famiglia Formenton e la stessa Cir riconsegnando così la Mondadori a Berlusconi.

Lo “sconto” Decisiva nel determinare lo “sconto” a Fininvest  è stata la consulenza tecnica d’ufficio depositata nel settembre scorso. Lo studio aveva rivelato che il valore delle società oggetto dello scambio (tra cui L’Espresso e Repubblica) era diminuito tra il giugno del 1990 e l’aprile del 1991, periodo durante il quale ci fu la trattativa. Inoltre, i giudici non hanno riconosciuto il danno di immagine, sancito invece dalla sentenza di primo grado, per la Cir. Secondo il collegio, presieduto da Luigi De Ruggero, anche se la sentenza Metta le avesse dato ragione, la Cir comunque non sarebbe stata in grado di costituire la ’grande Mondadorì, perchè la politica non avrebbe mai avallato questa soluzione, privilegiando invece una spartizione tra i gruppi facenti capo a De Benedetti e Berlusconi. Non ci sono state peraltro, aggiungono i giudici, significative variazioni del valore delle azioni Cir in Borsa, dopo il verdetto firmato da Metta.  Il Giornale, 9 luglio 2011

UNA SINISTRA PECHINESE, di Mario Sechi

Pubblicato il 9 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani A Wall Street gira una battuta: «Il denaro non dorme mai». Cosa vuol dire? Che la finanza non si cura dei problemi dei singoli, tantomeno delle collettività o degli Stati. La finanza è il distillato finissimo del capitalismo: soldi, soldi, soldi. E guadagni. Come funziona il meccanismo lo spiega da par suo a pagina 2 il nostro Marlowe, e non voglio aggiungere altro. Invece quel che desidero sottolineare, cari lettori, è che questa partitaccia riguarda tutti noi, nessuno escluso. Il debito non è una cosa astratta. E il bilancio dello Stato non è tanto diverso da quello di una famiglia. Entrate e uscite. Costi e ricavi. In questi casi, maggioranza e opposizione dovrebbero ritrovare uno spirito bipartisan. Invece quel gran genio di Bersani ha chiesto le dimissioni di Berlusconi e dell’esecutivo. Ora, bisognerebbe spiegare al segretario del Pd che se il governo casca mentre è in corso un attacco speculativo, non è che le cose migliorino, ma peggiorano. Nella concretissima Emilia, dalla quale proviene, queste cose le sanno bene. L’opposizione, in particolare la sinistra che si dice riformista, dovrebbe responsabilmente far da scudo al Paese e sottrarlo allo sciame di locuste che hanno un solo obiettivo: mangiarne i pezzi migliori e ridurre il popolo italiano nelle condizioni in cui versano altre nazioni presunte grandi.

Vorrei ricordare ai professoroni dell’economia de’ noantri che il nostro debito è tutto interno, non è posseduto da banche straniere, che gli italiani sono grandissimi risparmiatori, che oltre l’80 per cento delle famiglie ha una casa di proprietà, che in più di 1700 settori industriali siamo i numeri uno, che il nostro sistema di piccole e medie imprese è eccezionale, che l’Italia, a dispetto dei declinisti, è ancora un grande Paese e può farcela. La maggioranza serri i ranghi e la sinistra sia, se ci riesce, un po’ patriottica. Proprio nell’anniversario dei 150 anni della nostra Unità siamo chiamati a dimostrare di amarlo davvero questo Paese. Se Bersani non ha altri argomenti che quello della piccola propaganda, vuol dire che anche la grande tradizione dei comunisti s’è dispersa. Berlinguer scelse l’Italia e ruppe con Mosca. Non vorrei che qualcuno abbia intenzione di consegnarci agli speculatori di Londra o Pechino. Mario Sechi, Il Tempo,09/07/2011

VIA LE PROVINCIE CON UN REFERENDUM: NOI CI SIAMO

Pubblicato il 7 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il Parlamento boccia il taglio delle province

La fotografia che pubblichiamo riporta il risultato della votazione alla Camera dei Deputati sulla proposta di abolizione delle Provincie. A favore hanno votato 83 deputati, contrari  sono stati 225, gli astenuti sono stati 240. 240 più 83 fa 323, quindi la maggioranza assoluta della Camera dei Deputati, se gli astenuti, tra cui vi sono i parlamentari del PD,  avessero votato contro, si sarebbe espressa a favore dell’abolizione di uno degli enti più inutili  del nostro Paese, le Provincie, che benchè fossero destinate alla soppressione con l’entrata in vigore delle Regioni – 1970 – riescono da 41 non solo a soppravvivere, ma addirittura a moltiplicarsi ad onta della loro inutilità. E’ la prova che la casta è ben lontana dalla aspirazione del popolo a rimodularsi secondo le reali esigenze del Paese e, sopratutto, in  relazione alla realtà economica che è sotto gli occhi di tutti. Dopo questo ennesimo tentativo andato a vuoto di sopprimere enti inutili e costosi per i quali tutti, dal centro destra al centro sinistra, si sono detti pronti a cessarne l’esistenza,  l’editorialista economica del Tempo, Marlowe, ha lanciato l’idea di proporre un referendum popolare per affidare al popolo – sovrano – la decisione ultima. Benchè quella del referendum è una strada che, visto i precedenti, non porta di certo al risultato, condividiamo l’iniziativa. Se qualcuno avvierà la raccolta di firme per l’abolizione delle Provincie, non ci tirereremo indietro e ci metteremo in fila,  per firmare e far firmare.g.

Pubblichiamo ampi stralci del capitolo sulle Province tratto dal libro scritto dalle due firme di punta del Giornale e pubblicato da Mondadori. In Italia ci sono 110 Province: ogni anno si spendono 120 milioni di euro solo per pagare le cariche elettive. I dipendenti, che sono 62mila, arrivano ad assorbire oltre 2 miliardi in stipendi. La provocazione: imputiamo le Province di “associazione esterna allo scialo”

Mario Cervi – Nicola Porro

Abbiamo sbagliato, lo confessiamo, definendo le province nell’introduzione a questo libro, come enti inutili. Non è vero. Per alcuni esse sono non solo utili ma indispensabili: e rappresentano una fonte di reddito insostituibile. Tra costoro mettiamo anzitutto un piccolo esercito fatto da quattromila politici di professione: cui sommare portaborse consulenti e assistenti, in numero imprecisato, che all’istituzione provincia debbono carriere e stipendi. Si aggiungano ancora più di 60mila burocrati alle dirette dipendenze provinciali.
Il vero motivo per cui l’abolizione delle province – da anni evocata da costituzionalisti e opinionisti – non è mai stata seriamente messa all’ordine del giorno è tutto in questi numeri. La provincia significa un livello di politica in più, un grado di burocrazia che si somma ai tanti già esistenti. È benvenuto e benvoluto nei palazzi del potere. Soltanto considerando le cariche elettive le province ci costano più di 120 milioni l’anno. I dipendenti provinciali (che per l’esattezza sono 62mila) assorbono inoltre due miliardi di euro l’anno in stipendi. Ovviamente queste cifre non considerano importanti annessi e connessi: uffici, macchine, telefoni, carta, segreterie e simili.
Ma tutto questo personale politico – e i burocrati alle sue dipendenze – di cosa dovrebbe occuparsi? Con il passare degli anni, soprattutto negli ultimi dieci, sono aumentate le competenze e le funzioni attribuite alle province. E il loro ruolo istituzionale è via via cresciuto. Si ha l’impressione che la provincia sia un’istituzione ereditata dal passato e in qualche modo subita cui la politica, già che c’era, ha nel frattempo attribuito una serie di funzioni tali da giustificarne la sopravvivenza. Un esperimento politico, ottimamente riuscito, di sostentamento in coma vegetale.
Ciclicamente nel Palazzi romani qualcuno proclama a gran voce che il re è nudo, ossia che le province sono inutili. Anche un politico di peso, Gianfranco Fini, si è unito durante un congresso tenuto a Genova ai tanti che, senza peso politico, sono contrari all’istituzione provincia. «Le province – ha detto l’allora leader di Alleanza nazionale – servono solo al ceto politico, dovrebbero essere abolite». Essendogli stato chiesto a quel punto – si era nel 2007 – perché non avesse agito contro il proliferare delle province quando il suo schieramento era al governo, Fini ha risposto che «non fu possibile abolirle perché la sinistra alzò le barricate». Solo la sinistra? A smentire Fini ha provveduto, pensate, proprio un notabile leghista, Roberto Maroni: sostenendo che la provincia di Varese ha il triplo degli abitanti del Molise e che «ci sono regioni più inutili di alcune province». Sembra se ne debba dedurre che le province popolose meritino la salvezza, o l’assenso alla nascita, e le poco popolose una croce tombale. Ma è il parere di Maroni, originario ovviamente d’una provincia popolosa. Altri sono di parere opposto. Insomma non se ne esce se non varando province a gogó, così da rendere contenti tutti.
QUOTA 110
Ritornando alla nostra lista, e completandola con le ultime arrivate, tocchiamo quota 110 province, comprese le due province a statuto e spesa speciale che sono Trento e Bolzano. Le ultime arrivate sono però di emanazione prettamente parlamentare: Monza e Brianza, Andria, Barletta, Canosa e Fermo. Tanti nomi, ma il totale fa tre. E per di più in un decretino di legislatura il governo Prodi stanziò ulteriori 19 milioni per la loro messa in opera.

Che si sommano ai circa cento milioni già previsti da precedenti leggi per l’istituzione delle nuove tre province.
Il calcolo finale dei costi d’una nuova provincia lievita, considerando proprio tutto, all’astronomica cifra di cinquanta milioni di euro. Una bella distanza dai 3,5 miliardi di vecchie lire che il legislatore aveva previsto nel 1992, non un secolo fa, per la nascita di otto nuove targhe automobilistiche. Il dettaglio è presto fatto.
Il ministero degli Interni fa la parte da leone, e assorbe poco meno del costo totale (24 milioni di euro). Sul suo bilancio gravano le uscite con le quali si finanzia, tanto per iniziare, l’indispensabile ufficio del Commissario che mette in piedi la struttura: prefettura, questura, vigili del fuoco. Altri 15 milioni di euro vengono imputati alla Difesa, per il comando dei carabinieri. Solo un nuovo indispensabile Archivio di Stato (una fetta a carico dei Beni culturali ed una fetta a carico delle Politiche Agricole e Forestali) vanno 5 milioni. Quasi altrettanti ne devono essere previsti dal ministero dell’Economia, per la costituzione dei suoi dipartimenti provinciali, per la Commissione tributaria, per la Guardia di finanza. Alla fine almeno mezzo milione se ne va nella predisposizione delle necessarie procedure e attenzioni burocratiche per l’espletamento delle elezioni. Il giuoco, sia chiaro, non è a somma zero. Ciò che metto in provincia non lo tolgo simmetricamente al centro: sia in termini di personale sia in termini di risorse vengono aggravati gli oneri che pesano sul contribuente, e complicati i processi decisionali.
Per degli accaniti critici, quali noi siamo, dell’istituzione provinciale vi è un ulteriore elemento negativo. Le province potrebbero essere imputate di «associazione esterna allo scialo» perché rappresentano l’entità territoriale e giuridica sulla quale altri enti pubblici o semipubblici organizzano la capillarità dei loro uffici.
Ci spieghiamo. Sulla base delle circoscrizioni provinciali quegli enti hanno una sede ritenuta necessaria, e dunque eliminando la lussureggiante vegetazione provinciale potrebbero essere eliminato anche il parassitismo che vi trova riparo. Il caso più eclatante è quello della Banca d’Italia: che nel tempo ha modellato nel tempo la sua organizzazione su base, appunto, provinciale. Alla Banca d’Italia, e ai suoi uffici centrali di Palazzo Koch, a due passi dal Quirinale, fa capo una fitta rete di sedi provinciali. Dispone perciò della bellezza di 95 filiali: e, bontà sua, ha evitato di coprire le 8 neo-province costituite nel 1992. La gloriosa Bank of England ha una sola sede centrale e meno di dieci diramazioni sul territorio. E non si può certo dire che la struttura finanziaria inglese sia meno complessa di quella italiana. Quasi un dipendente su quattro della Banca è impiegato in una filiale locale.

E’ L’ORA DI USCIRE DAL PALAZZO, di Mario Sechi

Pubblicato il 7 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi Cosa pensiamo della manovra l’abbiamo già detto nei giorni scorsi: non ci piace. Con buona pace dei parrucconi che ci vogliono spiegare le leggi del rigore senza aver mai letto Adam Smith e neppure aver visto una sala trading. Con tutto il rispetto, vorremmo giocare un altro campionato e, caro presidente Berlusconi, non si può più dire «non abbiamo mai messo le mani nelle tasche degli italiani». Sta avvenendo. E i suoi elettori se ne sono accorti. Esca dal Palazzo. Ascolti il suo popolo. Siamo sommersi da una valanga di lettere e mail che dicono una cosa sola: «Dovevano tagliare le tasse, stanno facendo le stesse cose di Visco e Prodi. Non li votiamo più». È una rivolta che ha il sapore della delusione e viene dal blocco sociale che ha scelto il Pdl e il centrodestra nelle ultime elezioni. Non sono di sinistra, ma senza un cambio di rotta, quel voto non ci sarà più. Per questo mi auguro che la manovra venga seriamente emendata. Toglie senza dare, tassa senza redistribuire, deprime senza far crescere. I famosi tagli annunciati ai costi della politica sono virtuali. Dovevano spezzare le unghie e i denti alla casta, aspettiamo Godot. La manovra è un’occasione persa e un boomerang elettorale. Non abbiamo pregiudizi, facciamo solo i cronisti, raccontiamo quel che vediamo, ascoltiamo i nostri lettori. Non sono felici di quel che accade. Facciamo qualche modesta proposta: Marlowe auspica un referendum per l’abolizione delle province. Il direttore de Il Tempo è d’accordo e lo appoggia. Chi si farà vivo avrà il nostro piccolo aiuto, ma soprattutto la spinta ben più grande dei milioni di italiani che sono stufi di vestire i panni dei fessi che pagano il conto per i furbi. Avanti con le firme. Mario Sechi, Il Tempo, 7 luglio 2011

..……………..Noi siamo tra quelli che guardano con apprensione mista a delusione a quanto sta accadendo. E non solo per i contenuti della manovra che come sottolinea Sechi “tassa ma non ridistribuisce”, ma ancor più per lo scollamento sempre più evidente all’interno del governo. Intendiamoci, non è in discussione la nostra condivisione dei valori del centrodestra, ma siamo fortemente preoccupati del continuo stillicidio di dichiarazioni a dir poco inopportune   all’interno del governo. L’ultima,  il cretino appioppato da Tremonti a Brunetta. Non entriamo nel merito, anche perchè è sempre difficile stabilire chi ha totalmente torto e chi ha totalmente ragione. Ma è davvero possibile  che membri dello stesso governo non sappiano trovare modi più sobri e più “attinenti” al loro ruolo per dissentire l’uno dall’altro? Dissentire fa parte della democrazia oltre che del diritto di chiunque, purchè avvenga non solo con la sobrietà necessaria, ma anche all’interno dei luoghi deputati a farlo. Dissentire sui contenuti della manovra economica – che non ci piace – è un diritto di Brunetta ma doveva farlo all’interno del Consiglio dei Ministri, contestare il dissenso di Brunetta è altrettanto un diritto di Temonti ma deve farlo nello stesso luogo e usando termini forti, se necessari,  ma rispettosi non solo del collega ma anche di entrambe le loro stesse non contestate intelligenze. Cosa possono pensare gli italiani di due ministri che si beccano come due comari per la strada?  E come possono gli italiani continuare ad avere fiducia in un governo di cui due membri si beccano come comari per la strada? Il momento della fede sino alla morte è finito, ora è l’ora di riconquistare con i fatti il consenso e, soprattuto, la stima degli elettori. g.

SALVANO PURE LE PROVINCIE

Pubblicato il 6 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

La Camera dei deputati La prima notizia è che ieri l’Aula della Camera ha «affossato» la proposta di legge dell’Italia dei valori per l’abolizione della province. Presenti 548 deputati, è stato loro chiesto se mantenere o meno l’articolo 1 del testo che prevedeva «la cancellazione, dalla rubrica del Titolo V della seconda parte della Costituzione», della parola «province»: 225 hanno detto no, 83 sì, 224 si sono astenuti. La seconda notizia è più datata e risale al 2008. Ad essere precisi alla campagna elettorale per le elezioni Politiche del 2008. In campo Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Come è andata a finire è cosa nota. Ma forse pochi ricordano una delle promesse elettorali fatta dai due candidati. Ecco allora un piccolo aiuto. Programma del Partito Democratico. Uno dei punti si initola «Stato: spendere meglio e meno». Si parte con una domanda: «Mezzo punto di Pil in meso di spesa corrente prima nel primo anno; un punto nel secondo; un altro punto nel terzo. Come?» L’ultima risposta è difficilmente equivocabile: «Nelle Aree Metropolitane via le Province e unione/fusione dei comuni piccolissimi». Il 22 marzo, intervistato dal Messaggero, Veltroni va addirittura oltre. E alla domanda su quali siano gli interventi «immediati, ancorché impopolari, indispensabili per fronteggiare l’emergenza economica», risponde: «Un intervento è la riduzione della spesa pubblica che per me significa cose concrete». Quali? «Riduzione dei costi della politica, abolizione delle province, livelli di efficienza nella pubblica amministrazione». Passiamo al campo avverso. Anche Berlusconi non si risparmiò. «Se l’opposizione ci darà una mano, come dice voler fare, si può andare all’abolizione delle province» (20 marzo). «Aboliremo la province, è nel nostro programma» (10 aprile). «Bisogna tagliare gli enti inutili come le province e le comunità montane» (11 aprile). In mezzo anche un’intervista al Tempo (2 aprile) in cui, oltre a confermare l’impegno, il Cavaliere offriva una soluzione per i 60 mila dipendenti che sarebbero rimasti senza lavoro: «In due anni andranno in pensione settantamila dipendenti della pubblica amministrazione. Gli impiegati delle Province prenderanno il posto dei neo-pensionati».

Tre anni dopo eccoci qua: le promesse sono rimaste tali e le province sono ancora al loro posto. Non solo, ma mentre si continua a discutere dei tagli ai costi della politica, si fa di tutto per slavaguardare l’esistente. Ciò che è accaduto ieri alla Camera ne è la prova più evidente. Certo, la scelta non è stata indolore. Sulla carta si sono dichiarati contrari alla proposta dell’Idv Lega e Pdl. Il Terzo Polo si è schierato a favore, mentre il Pd ha scelto di astenersi. I Democratici, però, hanno raggiunto un accordo solo dopo 4 durissime ore di confronto interno. Mentre il partito del premier ha dovuto fare i conti con 43 «dissidenti» che hanno scelto di astenersi (tra gli altri il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi e Maurizio Paniz). Ma, nonostante i malumori e i dissensi, l’abolizione è stata fermata. E immediata si è scatenata la polemica. «Mi dispiace molto perché il Pd ha perso l’occasione per fare una cosa saggia – ha commentato il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini – visto che se avessero votato a favore il governo sarebbe andato in minoranza e poi si sarebbe mandato un segnale perché dividere le competenze tra Regioni e Comuni non sarebbe un peccato di lesa maestà». Più duro Antonio Di Pietro: «Oggi si è verificato il tradimento generalizzato degli impegni e dei programmi elettorali da sinistra a destra. Tutti hanno fatto a gara nel far sognare in campagna elettorale gli italiani sul fatto che si sarebbe tagliata la casta eliminando le province e poi oggi non hanno mantenuto gli impegni. In aula si è verificata una maggioranza trasversale: la maggioranza della Casta».

«È stato patetico – ha proseguito il leader dell’Idv – che anche nella coalizione di centrosinistra si sia chiesto un rinvio dopo che da 51 anni si rinvia. La verità è che c’è un’enorme differenza tra le chiacchiere elettorali e i fatti». Parole che non hanno fatto piacere a Pier Luigi Bersani che ha subito replicato: «Noi abbiamo le nostre proposte, non ci facciano tirate demagogiche. La nostra proposta è di ridurre e accorpare le Province perché bisogna anche dire come si fa perché alcune cose nelle Province sono inutili e altre utili come ad esempio il fatto che si occupino dei permessi per l’urbanistica». Una linea non molto distante dal quella del ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli convinto che «molte province» debbano essere «effettivamente riviste e soppresse», ma che per farlo sia necessario «l’abbinamento fra una riforma costituzionale e una legge ordinaria». Nel frattempo l’esponente leghista annuncia che il Carroccio ha presentato un nuovo disegno di legge che dimezza «complessivamente» i parlamentari e crea il Senato Federale. Il testo è stato portato lunedì al pre-consiglio e Calderoli sfida tutti. «Vedremo chi lo vota» dice subito dopo che l’Aula ha bocciato la proposta di legge sulle province. Non proprio un ottimo precendente. Nicola Imberti, Il Tempo, 6 luglio 2011

UN DIETROFRONT SENZA PREZZO, di Mario Sechi

Pubblicato il 6 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi e Angelino Alfano La storia non si fa con i se, ma spesso ho pensato a come sarebbero potuti essere i nostri ultimi vent’anni se Berlusconi e De Benedetti, invece di combattersi, avessero cooperato. Entrambi hanno una grande passione, l’editoria, pur diversi sono dotati di genio, hanno costruito due imperi e sono riusciti a spaziare in altri campi. Entrambi borghesi, rappresentanti di un’Italia produttiva, self made men, uomini del fare e del pensare. Capitani d’industria. E impegnati in politica. Berlusconi prima come alleato di Craxi e poi come leader di partito, De Benedetti come appassionato king-maker di una sinistra che lo ha sempre deluso, non riuscendo mai a fare il salto decisivo dal post-comunismo al riformismo. Due talenti così, insieme avrebbero potuto fare grande l’Italia. Invece leggiamo di una battaglia tra guelfi e ghibellini. Il Cavaliere e l’Ingegnere sono già nei libri di storia, ma sono certo che in cuor loro questa sfida lascia qualche rimpianto, qualche occasione persa e, forse, un desiderio di pacificazione irrisolto. Mentre già la guerra imperversava, nel 2005 i due stavano per unirsi nell’avventura di Management&Capitali. Un veicolo finanziario per investire nel Paese. La redazione di Repubblica insorse. La pace col nemico no. E non se ne fece niente. Ora la cronaca ci restituisce il clangore della battaglia. Ieri la Mondadori a Berlusconi, domani un megarisarcimento a De Benedetti. Oggi Fininvest in difesa, e Repubblica all’attacco. Una battaglia rusticana che ha condotto a molti errori da entrambe le parti. Uno l’ha compiuto il Cavaliere quando ha pensato di introdurre nella manovra di finanza pubblica una norma che riguardava il contenzioso civile tra Cir e Fininvest. Sospendere un potenziale risarcimento di 750 milioni di euro poteva anche essere ragionevole, in punta di diritto, in attesa della sentenza della Cassazione, ma non siamo di fronte a una semplice partita economica. Ciò che è equo nel confronto imprenditoriale, può non esserlo nel contesto politico, apparire una forzatura, un provvedimento perfino impopolare se lo si mette a confronto con il congelamento delle pensioni degli italiani. Ieri Berlusconi ha deciso di ritirare questa norma e ha fatto bene. Avevo spiegato in tv che non era una mossa intelligente. Di fronte alle obiezioni di amici ho esposto le ragioni della diplomazia, della politica e del senso dello Stato. Berlusconi dall’avventura politica ha avuto molto, ma anche pagato un prezzo caro soprattutto dal punto di vista umano. La sua decisione di ieri ripara un errore e restituisce ad Angelino Alfano la possibilità di gestire con più serenità la riorganizzazione del partito. Costerà caro tutto questo al Cavaliere? Può darsi, ma governare il Paese non ha prezzo. Mario Sechi, Il Tempo, 6 luglio 2011