LE PROVINCIE DEGLI IPOCRITI, di Giantonio Stella

Pubblicato il 6 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Sibari, che chiede di diventare capoluogo vantandosi di produrre «l’agrume migliore del mondo, le clementine», può tornare a sperare. E così Breno, 5.014 abitanti, capitale dei Camuni e della Valcamonica. E con loro Cassino e Guidonia, Busto Arsizio e Nola, Pinerolo e Melfi e tutte le altre aspiranti metropoli che sognano di avere finalmente lo status: cos’hanno meno di Tortolì e Lanusei, che capoluoghi già sono?

La bocciatura alla Camera della proposta di legge costituzionale per sopprimere le Province è il via libera ai cattivi pensieri e alle piccole megalomanie coltivate dai notabili locali. E a un nuovo incremento di quegli enti che già un secolo fa l’allora sindaco di Milano Emilio Caldara bollava come «buoni solo per i manicomi e per le strade», ma che da 59 che erano nel 1861 (il criterio era semplice: ciascuna doveva poter essere attraversata in una giornata di cavallo) sono via via saliti a 110. Garantendo oggi 40 poltrone presidenziali al Pd, 36 al Pdl, 13 alla Lega, 5 all’Udc, 2 a Mpa e Margherita e così via.

Dicono oggi quanti hanno votato contro la proposta dipietrista (leghisti e pidiellini, con molte dissociazioni) o l’hanno affossata astenendosi (i democratici, nonostante i «malpancisti») che non si possono affrontare questi temi con l’accetta, che occorre riflettere sui vuoti che si creerebbero, che è necessario stare alla larga dalle «tirate demagogiche» e così via… Insomma: pazienza. Tutti argomenti seri se questi pensosi statisti non li avessero già svuotati in decennali bla-bla.
Soppresse già alla Costituente dalla Commissione dei 75, ma resuscitate dall’Assemblea in attesa delle Regioni, le Province avevano quella data di scadenza: il 1970. Ma quando le Regioni arrivarono, Ugo La Malfa invocò inutilmente la soppressione dei «doppioni»: il Parlamento decise di aspettare il consolidamento dei nuovi enti. Campa cavallo… Quarant’anni dopo, non c’è occasione in cui il problema non sia affrontato con il rinvio a un «ridisegno complessivo», a una «riscrittura delle competenze», a una «grande riforma» che tenga dentro tutto.

Basti rileggere quanto decise la Camera il 12 ottobre 2009 quando finalmente, per la cocciutaggine di Massimo Donadi e dell’Italia dei Valori, l’abolizione delle Province, sventolata in campagna elettorale da Silvio Berlusconi e, sia pure con accenti diversi, da Walter Veltroni, arrivò finalmente in Aula. La delibera di Montecitorio diceva che la riforma degli enti locali era «urgente e necessaria al fine di rimuovere la giungla amministrativa e di ridurre i costi della politica», denunciava la «proliferazione di innumerevoli enti» e «un intreccio inestricabile di funzioni che genera inefficienza e rende difficile la decisione amministrativa» e rinviava tutto al sorgere del mitico sole dell’avvenire berlusconian-federalista. E cioè alla «imminente presentazione di un disegno di legge recante la Carta delle autonomie locali».
Da allora sono passati, inutilmente, altri due lunghi anni e mentre la crisi azzannava i cittadini, gli artigiani, le piccole e grandi imprese causando crolli apocalittici, disperazione e suicidi, i palazzi del potere davano qui una sforbiciatina del tre per cento, lì del tre per mille. E quelle epocali riforme che dovevano ridisegnare tutto per restituire al Paese la forza, l’efficienza, la stima in un classe dirigente credibile, tutte cose necessarie per affrontare questi tempi bui, dove sono? Sempre lì torniamo: taglia taglia, hanno tagliato i tagli. Il Corriere della Sera, 6 luglio 2011, Giantonio Stella

.……Chissà cosa avebbe detto delle Provincie il sindaco di Milano Emilio Caldara, citato da Stella nel suo articolo, se avesse conosciuto l’attuale presidente della Provincia di Bari: forse,  che le Provincie sono buone anche per far decollare i sogni i senili di personaggi che neppure Pirandello avrebbe saputo inventare. Come un secolo fa le Provincie, ancor di più oggi,  non servono a niente, salvo che a sistemare su ben remunerate poltrone arnesi più o meno inutili della politica che a loro volta utilizzano il potere che loro ne deriva per sistemare famigli e amici, o figli degli amici. Nel caso del presidente della Provincia di Bari, costui riesce a superare anche il ridicolo affermando ad ogni occasione che la sua unica preoccupazione è il lavoro per i giovani pugliesi, come se le Provincie hanno strumenti per conseguire risultati che neppure lo Stato riesce ad ottenere. Ma il bello è che Schittuli in nome dell’obsoleto “largo ai giovani”  di fascistica memoria  ha affidato il ruolo di suo “portavoce” (sic!) ad un settantenne pensionato dello Stato, esterno quindi alla Provincia al modico costo di circa 70 mila all’anno, come se all’interno della Provincia non ci fossero o non ci siano  funzionari dipendenti in grado di svolgere le funzioni di portavoce di un presidente che tra l’altro parla sempre e solo lui,  ammalato com’è di logorrea acuta.  E che dire poi del lavoro ai giovani pugliesi? Per l’incarico di direttore artistico della Fondazione  Petruzzelli, di cui fa pare anche la Provincia,  tra tanti ottimi e giovani  direttori d’orchestra cresciuti e “imparati” in Puglia, è stato arruolato il figlio di Veronesi che oltre che predicare come unico vero amore quello fra gay è anche, notoriamente, il gran patron del presidente della provincia di Bari. Ecco cosa sono le Provincie: inutili e costose macchine di clietelismo. Che ieri il Parlamento ha nuovamente richiamato a lunga vitaz, alla faccia degli italiani  che pagano le tasse per mantenere in piedi questi carrozzoni, per di più inutili. Per una volta siamo d’accordo con Di Pietro e non nascondiamo la nostra delusione per il voto a favore del mantenimento in vita delle Proincie  del PDL che è venuto meno ad un  impegno elettorale che avrebbe assunto grande significato mentre si vara una manovra economica che si preannuncia di lacrime e sangue per i contribuenti italiani. g.

TAV: E’ TORNATA L’ITALIA DEL NO, di Bruno Vespa

Pubblicato il 5 luglio, 2011 in Costume, Economia, Politica | Nessun commento »

E’ tornata in pista l’Italia del no. L’Italia che resta l’unica grande nazione d’Europa senza nucleare, ma non vuole nemmeno le centrali a carbone e blocca la costruzione dei rigassificatori, nell’illusione che le energie alternative possano darci da sole tutto il necessario per illuminare, scaldare, produrre a prezzi compatibili. L’Italia che boccia la partecipazione dei privati alle società pubbliche che distribuiscono l’acqua senza porsi il problema di chi tirerà fuori i 60 miliardi d’investimenti necessari a costruire una rete che non perda metà del prodotto. E adesso rispunta l’Italia del No Tav e del no alla gestione dei rifiuti in Campania con i criteri in vigore nel resto del mondo industrializzato.
Ci sono voluti 800 poliziotti in prima linea e 1.200 carabinieri di riserva per aprire lunedì 27 giugno il cantiere della Val di Susa dopo un decennio di scontri e di progetti variati: appena tre giorni prima del termine ultimo stabilito dall’Europa per non ritirare i 671 milioni del primo finanziamento. Ma intanto, nello stesso decennio, i francesi (che pure qualche mugugno hanno dovuto subirlo) hanno scavato tre gallerie per 9 chilometri. Perché da noi solo con i lacrimogeni e con presidi permanenti di forze dell’ordine si può raggiungere una faticosa normalità?

E Napoli? Dopo 15 anni di Rinascimento di Antonio Bassolino è cominciato un nuovo ciclo: la Rivoluzione di Luigi De Magistris. In una raffinata intervista ad Andrea Marcenaro per Panorama, il nuovo sindaco di Napoli si è collocato un gradino sopra Pier Luigi Bersani, Antonio Di Pietro e Nichi Vendola. Gli altri sono leader di partito, lui è un leader politico. Mentre guarda legittimamente a esportare a Roma la Rivoluzione napoletana, De Magistris deve affrontare lo sgradevole problema dei rifiuti. I cinque giorni in cui tutto sarebbe stato risolto, secondo le promesse elettorali, sono passati da un pezzo. Deve di nuovo intervenire il governo e non si sa come la storia andrà a finire. Il sindaco sostiene di avere bisogno solo di un paio di mesi per tamponare l’emergenza, poi la raccolta differenziata risolverà ogni cosa. C’è naturalmente da augurarselo, anche se in nessuna città italiana, nemmeno quelle che hanno avviato il percorso virtuoso da molti anni, la differenziata ha risolto da sola il problema, senza discariche e senza termovalorizzatori. De Magistris ha sposato in pieno la linea di Alfonso Pecoraro Scanio, l’ex leader dei Verdi la cui carriera politica è stata stroncata proprio dai rifiuti di Napoli. Dice contro ogni evidenza che l’impianto di Acerra (aperto a suo tempo dal governo Berlusconi con lo stesso spiegamento di forze richiesto dal cantiere No Tav) è sufficiente da solo, gli altri tre faticosamente previsti non servono. Che San Gennaro l’assista.
La tragedia italiana sta nel fatto che i no al nucleare, ai consorzi pubblici o privati per l’acqua, alla Tav, ai termovalorizzatori non sono l’eccezione, ma la regola. Sono la punta clamorosa di un iceberg che vede le lobby di ogni settore paralizzare la modernizzazione del Paese.

I professori non vogliono essere giudicati e non accettano che i migliori di loro guadagnino di più. Di qui prima la lotta, poi la resistenza passiva alla riforma Gelmini alla quale si sono opposti fermamente anche i baroni universitari timorosi di perdere antichi privilegi di casta. Gli studenti fanno di malavoglia i test internazionali di valutazione. I medici si oppongono alla chiusura di tanti piccoli e inutili ospedali dove si fa un numero d’interventi così ridotto da non garantire una qualità minima, mettendo in pericolo la salute dei cittadini che pure si battono perché quelle strutture restino in piedi. Gli avvocati boicottano la mediazione obbligatoria che fa risparmiare ai cittadini anni di processi (e di parcelle).

I magistrati non vogliono sentire parlare di una riforma che sarebbe solo un timido avvicinamento all’organizzazione internazionale prevalente. I farmacisti fecero l’inferno quando Bersani stabilì che le aspirine si potessero vendere anche nei supermercati. L’Ordine dei giornalisti continua ad accettare iscritti destinati alla disoccupazione. E si potrebbe continuare. L’Italia è ferma. Viva il no! Bruno Vespa, Panorama

QUEI BALZELLI DELLA DESTRA, di Marlowe

Pubblicato il 5 luglio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti Nulla ci toglie l’idea che il miglior spot per il governo non sia tanto la sua attività, ma quella dell’opposizione. Un giorno di Val di Susa messa a ferro a fuoco dai No-Tav, di deliri grillini e di relativi balbettii sull’asse Vendola-Pd-L’Unità possono oscurare la sesquipedale fesseria della stretta sulle pensioni. Né ci convince la presa di distanza dalla violenza del Pd: parlare di squadre militarizzate “infiltrate nella protesta”, oppure come fa in maniera surreale il quotidiano fondato da Gramsci di “governo che si dilegua”, non costituisce quella condanna senza se e senza ma di cui parla Bersani. Se si condanna, lo si fa e basta. Per esempio dicendo a chiare lettere che nessuna alleanza sarà possibile a sinistra con chi ostenta comprensione verso questi ecologisti armati di ordigni all’ammoniaca. Alla stessa maniera se occorreva una prova evidente che non si smaltiscono i rifiuti senza discariche e senza termovalorizzatori, ecco il primo mese da sindaco di Napoli di De Magistris. L’ex pm, ormai affrancato da Di Pietro, aveva promesso di ripulire la città in cinque giorni: ne sono passati 35, il problema è di dove spedire l’immondizia, la colpa è ovviamente del governo e di altri oscuri complotti; ma ora neppure le giunte rosse vogliono prendersi questa spazzatura. Per la quale, tra l’altro, salta fuori che sono ancora da pagare i conti dovuti alle regioni “solidali” per l’export di immondizia partenopea degli anni scorsi. Le magagne, le ambiguità, l’assenza di cultura di governo di gran parte della sinistra non ci impedisce però di insistere sulle iniquità (gravi) e sulle debolezze (ancora più gravi) che Il Tempo ha individuato fin dal primo giorno nella manovra firmata da Berlusconi e Tremonti. Il testo inviato ieri mattina al Quirinale non solo conferma il blocco parziale o totale della rivalutazione delle pensioni a partire dai 1.500 euro (lordi), ma contiene un’altra bomba assai poco intelligente sganciata stavolta sulla testa dei risparmiatori. Cioè di quell’ampio popolo che ha finora tenuto in piedi il Paese, garantendo oltretutto la famosa e ampiamente pubblicizzata sostenibilità del debito pubblico. Si tratta di questo: il bollo sui depositi titoli, per il quale era già previsto l’aumento a 120 euro (da 34,2) manterrà questa soglia nell’immediato, ma dal 2013 subirà un’altra torchiatura. Potrà cioè salire fino 150 euro per le somme inferiori a 50 mila euro, ed a 380 per quelle superiori. Stiamo dunque parlando di una gabella che non solo si avvia a più che decuplicare, ma, fatti due conti, si mangia una fetta abbondante del rendimento atteso. Trecentottanta euro su 50 mila rappresentano circa un punto percentuale (lo 0,76): rispetto ad una remunerazione lorda non speculativa ipotizzata del 3 per cento essi rappresentano circa un terzo. Che superano già con le imposte attuali sugli interessi del 12,5 per cento. Figuriamoci quando queste imposte, con la annunciata legge delega sul fisco, diverranno il 20. È così che si tutela il risparmio? Nel testo inviato a Giorgio Napolitano rispunta poi il taglio al 30 per cento degli incentivi per l’energia verde che la grandissima parte dei consumatori paga attualmente con un sovrapprezzo in bolletta. Nonostante la sua apparente valenza antiecologista, su questo punto non abbiamo personalmente nulla da obiettare. Se la green economy è anche un business, e altamente remunerativo per chi la produce, è il momento che cominci a camminare un po’ più sulle proprie gambe, e non su quelle degli utenti di energia non verde. Come del resto sta avvenendo in tutto il mondo. Del resto dopo la pietra tombale sul nucleare, le fonti alternative diverranno ben presto un obbligo per il mix energetico del Paese; e quindi si ridurrà il bisogno di incentivi. Come abbiamo detto resta per ora lo scandalo delle pensioni. Sul quale pare sia in atto nel governo uno scaricabarile, che ovviamente ci auguriamo si concluda con un emendamento al momento del passaggio in Parlamento: come ha chiesto Raffaele Bonanni, cioè un leader sindacale in ottimi rapporti con il governo (e in particolare con Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi), non un duro antipatizzante del centrodestra. È possibile che l’avere introdotto qualche altra gabella, o ridotto alcuni sgravi, precostituisca le condizioni per coprire l’eventuale correzione della stretta sulla previdenza. O per un suo spostamento verso gli assegni più alti, in nome di una sorta di equità. Ciò che davvero non riusciamo ancora a comprendere è come nessuno, dal Cavaliere al ministro dell’Economia, si sia ancora reso pienamente conto che non si scherza con chi ogni mese fa i conti con entrate sui 2 mila euro e conta gli spiccioli uno ad uno. Tanto più dopo avere annunciato, ma in grandissima parte resi futuribili e «salvo diritti acquisiti», tagli ai costi della politica. I diritti acquisiti non valgono per tutti? Le sforbiciate sono immediate solo nel paese reale, fuori dal Palazzo, dalle authority, dagli assessorati? Per tagliare seriamente i vitalizi, per adeguare gli stipendi di eletti e burocrati pubblici alla media «dei cinque maggiori paesi europei» è davvero necessario mettere al lavoro per mesi una commissione di studio, o basterebbe farsi mandare in tempo reale qualche cifra da Bruxelles, raffrontarla alle nostre, e quindi applicare lo stesso trattamento e gli stessi tempi utilizzati per i pensionati? Conosciamo la giusta ossessione, in particolare di Tremonti, per le pagelle europee, per il collocamento dei titoli pubblici, per le agenzie di rating. Che chiedono introiti certi e strutturali. Ma che cos’ha di strutturale questo congelamento di due anni? A meno che non lo si voglia rendere permanente, non era più logico, più europeo e soprattutto più equo aggiungere un altro tassello alla riforma della previdenza, innalzando in tempi ragionevoli e non biblici l’età di pensionamento delle donne? La nostra idea resta sempre la stessa: il marcamento a uomo in atto da troppo tempo, i sospetti e le gelosie, stanno infettando il centrodestra dei vecchi vizi della sinistra. A cominciare dalla perdita di contatto con la realtà. Che si recupera solo con la politica: quella giusta, con meno nomine e acclamazioni e più attenzione e orecchio alla gente comune. E dire che un tempo, in questo, Berlusconi era un mago. Avanti così, e Tav o non Tav finirà come alle ultime amministrative: tutti lì a chiedersi il perché. Il Tempo, 5 luglio 2011

.…..Ci sa tanto che l’effetto positivo della elezione di Alfano a segretario nazionale del PDL è già stato assorbito dalle contradditorie decisioni in materia economica che la manovra appena approdata al Quirinale ha posto in essere. I semplici annunci, come quelli di ridurre i costi della politica e della casta che sono esorbitanti, anzi pazzeschi, non batano più, specie se raffrontati alle misure, quelle si concrete, che riguardano la gente comune sulle cui spalle pesano ancora una vlta  i costi della manovra. Di questo passo forse il centrodestra arriverà al 2013 ma nonostante l’opposizone ce la metta tutta per rimanere al palo, gli elettori, loro malgrado, potranno decidere diversamente. Ovviamente in attesa  di constatare che gli uni sono uguali agli altri. g.

Ecco le pensioni da tagliare

Gli assegni agli ex consiglieri regionali del Lazio: da 3 a 6 mila euro al mese

Il Consiglio regionale del lazio Alberti Evelina 5.890

Amati Matteo 5.890

Antinucci Rapisardo 5.890

Benedetto Raniero 5.890

Bernardi Enzo 5.890

Berti Mario 5.890

Celori Luigi 5.890

Lazzaro Bruno 5.890

Libanori Franco 5.890

Luzzi Tommaso 5.890

Marroni Angiolo 5.890

Maselli Francesco 5.890

Paladini Stefano 5.890

Panizzi Gabriele 5.890

Spazzoni Raniero 5.890

Splendori Franco 5.890

Troja Giacomo 5.890

Ziantoni Violenzio 5.890

Cancrini Luigi 5.780

Foglietta Alessandro 5.780

Gaibisso Gerardo 5.780

Gallenzi Giulio Cesare 5.780

Molinari Antonio5.780

Cavallo Anna Rosa 5.610

Ciofi Degli Atti Paolo Emilio 5.610

Colombini Leda 5.610

Di Bartolomei Mario 5.610

Maceratini Giulio 5.610

Pallottini Luigi 5.610

Ranalli Giovanni 5.610

Santarelli Giulio 5.610

De Jorio Filippo 5.440

Landi Bruno 5.270

Alba Rosa 5.150

Anderson Massimo 5.150

Angeletti Severino 5.150

Antonini Giovanni 5.150

Arbarello Paolo 5.150

Badaloni Pietro 5.150

Bagnato Agostino 5.150

Bonadonna Salvatore 5.150

Bonotto Gianpietro 5.150

Borgna Giovanni 5.150

Bruni Francesco 5.150

Cacciotti Gioacchino 5.150

Cerri Umberto 5.150

Collepardi Danilo 5.150

Corradi Guerrino 5.150

Coviello Pasquale 5.150

D’Amata Fernando 5.150

Della Rocca Riccardo 5.150

Dell’Unto Paris 5.150

Di Tillo Renato 5.150

D’Ovidio Angelo 5.150

D’Urso Filippo 5.150

Ferroni Andrea 5.150

Finestra Aimone 5.150

Gargano Simone 5.150

Hermanin De Reichenfeld Giovanni 5.150

Marcialis Giuseppina 5.150

Massimiani Elido 5.150

Massolo Oreste 5.150

Mastrantoni Primo 5.150

Minnucci Biagio 5.150

Muratore Antonio 5.150

Natalini Giuliano 5.150

Paliotta Giuseppe 5.150

Pasetto Giorgio 5.150

Quattrucci Mario 5.150

Redler Adriano 5.150

Santini Rinaldo 5.150

Saraceni Vincenzo Maria 5.150

Simeone Domenico 5.150

Tuffi Paolo 5.150

Vitelli Pietro 5.150

Robilotta Donato Rosario 4.900

Diana Lino 4.675

Limido Gabriele 4.675

Napoletano Pasqualina 4.675

Prestagiovanni Bruno 4.590

Verzaschi Marco 4.463

Leopardi Eugenio 4.340

Cirilli Fabrizio 3.825

Luciani Enrico 3.825

Montali Sebastiano 3.825

Di Paola Crescenzo 3.400

Tola Vittoria 3.400

Abbate Antonio 3.150

Ambrosi De Magistris Renato 3.150

Anderson Guido 3.150

Anversa Luisa 3.150

Bafundi Gianfranco 3.150

Barbaranelli Fabrizio 3.150

Battaglia Augusto 3.150

Bettini Goffredo 3.150

Borgomeo Luca 3.150

Bottaccioli Francesco 3.150

Brancati Antonietta 3.150

Brianti Paola 3.150

Brisca Lidia 3.150

Brocchieri Gigliola 3.150

Canali Luigi 3.150

Caponetti Claudio 3.150

Carapella Giovanni 3.150

Carelli Rodolfo 3.150

Celestre Angrisani Luigi 3.150

Ciancarelli Luigi 3.150

Ciani Fabio 3.150

Ciaramelletti Luigi Stefano Paolo 3.150

Cioffarelli Francesco 3.150

Corradi Consuelo 3.150

Costi Robinio 3.150

De Lucia Vezio Emilio 3.150

De Marco Antonio Ciro 3.150

De Mauro Tullio 3.150

Delle Fratte Antonio 3.150

Delle Monache Angelo A. 3.150

Di Francesco Tommaso 3.150

Di Resta Domenico 3.150

Donato Pasquale 3.150

Ercoli Roberta 3.150

Fauttilli Federico 3.150

Federico Maurizio 3.150

Gallucci Domenico 3.150

Gargano Domenico 3.150

Gentile Giuseppe 3.150

Giocondi Roberto 3.150

Giorgi Giov. Battista 3.150

Guerra Paolo Emilio 3.150

Laurelli Luisa 3.150

Luciani Antonio 3.150

Lucisano Pietro 3.150

Lumbroso Giovanna 3.150

Luna Maria Annunziata 3.150

Mariani Giuseppe 3.150

Marigliani Piero 3.150

Masci Giuliano 3.150

Massimi Anna Maria Grazia 3.150

Mattoni Guglielmo 3.150

Mezzabotta Loredana 3.150

Miceli Giacomo 3.150

Nistri Paolo Emilio 3.150

Osio Arturo 3.150

Pazienza Michele 3.150

Pietrini Vincenzo 3.150

Pigliacelli Augusto 3.150

Pizzo Anna Evelina 3.150

Pizzutelli Vincenzo 3.150

Proietti Carlo 3.150

Quarzo Salvatore 3.150

Rea Romolo 3.150

Ricci Achille 3.150

Rinaldi Vladimiro 3.150

Romano Raffaele 3.150

Scalabrini Laura 3.150

Scalchi Ada 3.150

Schietroma Gian Franco 3.150

Signore Antonio 3.150

Socciarelli Candido 3.150

Sodano Ugo 3.150

Speranza Francesco 3.150

Turina Gianni 3.150

Urbano Ettore 3.150

Vitelli Angela 3.150

Zaccheo Vincenzo 3.150

Zanon Antonio 3.150

Ciaraldi Wanda 2.850

Schietroma Fabio 2.850

Pineschi Massimo 2.680

Fontana Enrico 2.530

Grosso Maria Antonietta 2.530

Marrazzo Pietro 2.530

Alagna Roberto 2.380

Padovano Rita 2.380

Danese Luca 2.231

Di Stefano Enzo 2.231

Fichera Daniele 2.231

Forlani Alessandro 2.231

Renzi Paolo 2.231

Temperini Domenico 2.231
A QUESTI SI AGGIUNGONO 40 ASSEGNI DI REVERSIBILITÀ

IL CENTRO DESTRA E’ RIPARTITO: ALFANO SARA’ LEADER?

Pubblicato il 4 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Tra la Jane Austen di “Orgoglio e pregiudizio”, che fa ben sperare per le donne brave che vorrebbero contare di più, oltre che garantire su buone letture, e un’atmosfera diffusa da Gattopardo che però il passato, la famiglia, la tradizione, il grande padre Silvio, li usa per andare avanti, non per ripiegare sulla contemplazione, cribbio se è stato un bell’esordio quello di Angelino Alfano, anche perché nel frattempo il capo dei congiurati, Scajola, taceva, segno di accordi condotti sapientemente, nello stile mai abbastanza rimpianto della Prima Repubblica. No che non è stata solo una sceneggiata, non c’era un puparo che tra marionette festanti ha scelto il suo pupo, ovvero Angelino Alfano. Lo scrive una che non ha gradito molte cose dell’assemblea di venerdì all’auditorium della Conciliazione di Roma, dalla Minetti all’acclamazione, alla battuta infelice del Cav «e questo sarebbe il partito diviso che gli avversari raccontano», ché l’unanimismo, caro Cavaliere, non è mai stato una virtù necessaria. Lo scrive una che avrebbe preferito non i rituali  del tempo che fu e che non torna, ma una convention seria, e subito primarie. Che sono uno strumento formidabile, ebbene sì.

Pure, ci sono elementi positivi insperati nell’incontro, e stanno quasi tutti nel discorso imprevisto e non formale di Alfano, non ho informazioni certe ma sono convinta che non ci si aspettasse quei toni e quelle affermazioni, tantomeno la reazione della platea, ma anche in alcune frasi di quello di Silvio Berlusconi, che indicano con chiarezza sia che c’è un progetto per la riconquista del centro elettorale, sia che il Pdl è ancora nelle sue mani ma che ha abbandonato l’atteggiamento distruttivo del “dopo di me il diluvio”, e che utilizzerà un metodo un po’ più rigoroso nel giudicare meriti e demeriti dei suoi eletti e dirigenti. Pure, c’è nella risposta stizzita e rancida dell’opposizione che nessuno governa e dei suoi giornali – la citazione del puparo è da «Repubblica», Curzio Maltese, il genere di giornalista risentito sociale che purtroppo impazza trasversalmente – c’è in quella risposta una sottovalutazione delle novità e nel contempo una mancanza di fair play da veri antitaliani, da autentici antidemocratici, che da un lato spaventa, per le sorti del Paese, dall’altra rassicura sulla possibilità di costoro di vincere mai delle elezioni politiche, e l’unico che lo lascia intendere è paradossalmente ma sempre meno casualmente Antonio Di Pietro.

Pure, dal metodo Alfano avrebbe qualcosa da imparare il partito che è stato davvero mazzolato nelle ultime consultazioni elettorali e referendarie, ovvero la Lega, che ha scelto di rinchiudere un leader stagionato e provato in un cerchio magico di badanti, ma il suo Alfano ce lo ha, e lo dovrebbe utilizzare alla grande, si chiama Roberto Maroni.  Certo è che il Pdl da venerdì è un po’ più un partito, e ne sentiva evidentemente una grande voglia.  Nel discorso di Alfano c’erano alcune key words, parole chiave della retorica, che hanno suscitato entusiasmo: merito e talento, partito aperto ma con regole, garantismo ma non impunità, valorizzazione dei giovani non per coptazione ma per qualità, sanzioni per i disobbedienti sparsi in giro per il Paese, e qui è partita un’ovazione. Sono le parole storiche del movimento dal quale tutto era partito nel 1994 ma la loro forza era andata perduta  e adesso risuonano come un nuovo manifesto di intenti.

Nel discorso c’erano alcune frasi chiare a chi nel partito preparasse disinvoltamente nuove guerre secondo la vecchia abitudine del movimento geniale ma confuso che era partito sul predellino di San Babila, trascinando Alleanza nazionale. «Lei ha sempre detto che questo è un partito fatto di monarchia e anarchia. Ora però lei si è annoiato di fare il monarca ma gli altri non si sono annoiati di fare gli anarchici», «Da oggi la logica del 70 a 30 finisce in soffitta, oggi siamo 100 per cento Pdl», «Vinca chi ha i voti e non chi ha i soldi», e la più nota  e superficialmente irrisa sul «partito degli onesti», enfatizzata dalla frase riservata a Berlusconi: «Lei è un perseguitato, ma ho l’onestà di dire che non tutti lo sono».

Il discorso, il piglio, il tono, hanno di certo sconfitto la caricatura già in uso secondo la quale sarebbe stato scelto il pupo dal puparo, ovvero un segretario privo di qualunque autonomia, in balia dei capi fazione. A scrivere e forse pensare queste cose sono gli stessi che si sono convinti della disgregazione naturale  e obbligata del berlusconismo, sbagliando. Dalla sua Alfano ha il potere che invece  Berlusconi gli ha conferito veramente, compiendo un primo passo indietro, certo dovrà dimostrarsi capace di essere il leader della transizione e oltre. Dalla sua Alfano, piaccia o no, ha la società italiana e la prevalenza dell’area moderata che da democristiano nato e cresciuto, e in Sicilia, conosce come pochi. Erano democristiani ma anche socialdemocratici, da diciassette anni guardano a Berlusconi, e prima di dare quel mondo per esploso ce ne vuole. La cornice obbligata del Partito Popolare Europeo aiuta a dialogare con i pezzi dispersi, soprattutto con l’Udc di Casini, perché non è detto che di Fini resti qualcosa con cui dover avere a che fare. Interessa a tutti, non solo al Pdl, ma il futuro de Pdl è anche certamente legato alla capacità di chiudere gli accordi e sanare la diaspora. I laici, i liberali liberisti che furono così fondamentali nella costituzione corsara di Forza Italia? Inutile negare che per loro il ruolo nel partito è marginale, ma non lo ha scoperto Angelino Alfano, è storia vecchia, e forse è storia d’Italia.  Maria Giovanna Maglie

MANTENERE POLITCI E CASTA? COSTA 24 MILIARDI L’ANNO….

Pubblicato il 4 luglio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il presupposto lo abbiamo capito: dobbiamo arrivare al pareggio di bilancio entro il 2014 e quindi nei prossimi quattro anni saremo costretti a trovare risorse per circa 47 miliardi di euro. Il perché anche: ce lo chiede l’Europa e se dovessimo sforare, le agenzie di rating (le ormai arcinote Standard & Poor’s e Moody’s) starebbero lì pronte a dirci che non siamo affidabili con la conseguenti inevitabili punizioni (leggi aumento degli interessi da pagare sul debito). Quella che ci manca è una risposta a una domanda che sorge spontanea: ma perché i nostri governanti si accaniscono contro chi arriva a stento a fine mese con una pensione da 1.400 euro e non danno invece una bella sforbiciata ai costi della politica? Domanda retorica. La risposta è facilmente intuibile. Poco difendibile però, soprattutto se si vanno a vedere i numeri. E a questo ci ha pensato la Uil. Il sindacato guidato da Luigi Angeletti che in uno studio elaborato qualche settimana fa, e che Libero aveva pubblicato, metteva nero su bianco una cifra che anche a ripubblicarla ci sembra sbalorditiva: ogni anno i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a 18,3 miliardi; a questi sono da aggiungere i 6,4 dovuti a un sovrabbondante sistema istituzionale. Il totale è: 24,7 miliardi. Circa 646 euro a contribuente. Facendo due calcoli: se per i prossimi quattro anni i politici dimezzassero le spese che ruotano intorno al loro complesso mondo, l’Italia non avrebbe più il problema del deficit e i pensionati dormirebbero sonni molto più tranquilli. Anche perché  non stiamo parlando di una ristretta cerchia di grandi menti che prestano il loro nobile servizio per migliorare la vita dei cittadini, ma di 1,3 milioni di persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica.

I CASI ECLATANTI
Qualche esempio: abbiamo 145 mila tra parlamentari (nazionali ed europei), ministri (e sottosegretari), e amministratori locali (sindaci, presidenti, assessori e consiglieri vari); 24 mila stipendiati nei consigli di amministrazione delle 7 mila società, enti e consorzi delle pubbliche amministrazioni; e una miriade di consulenti e addetti agli uffici di gabinetto.

Tanto per intenderci: il funzionamento degli organi dello Stato centrale (presidenza della Repubblica, presidenza del Consiglio, Camera dei deputati, Senato della Repubblica e Corte Costituzionale) quest’anno ci costa più di 3,2 miliardi di euro. Cento milioni in più servono, invece, per garantire la corretta azione di Regioni, Province e Comuni.  Mentre altri 529 se ne vanno per Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Cnel, Csm e Consiglio giustizia amministrativa della Regione Sicilia.

LE PROPOSTE
Obiezione: mica sarà possibile tagliare tutto? Certo che no, ma di spazio per razionalizzare ce n’è e tanto. Qualche spunto ce lo dà la stessa Uil. Lo studio del sindacato evidenzia che “se le Province si limitassero a spendere risorse, soltanto per i compiti stabiliti per legge, il risparmio sarebbe quantificabile in un miliardo e duecento milioni di euro all’anno”. Niente male. E poi continua: “Inoltre, se si accorpassero gli oltre 7.400 Comuni al di sotto dei 15 mila abitanti, il risparmio ammonterebbe a tre miliardi e duecento milioni”. Non stiamo parlando di proposte che arrivano da Marte, ma di provvedimenti annunciati più volte dai politici, sia di destra che di sinistra, che però non hanno mai trovato terreno fertile in Parlamento.  Altri esempi? “basterebbe una più sobria gestione del funzionamento degli uffici regionali – si legge ancora nel documento – per risparmiare altri 1,5 miliardi di euro e oltre 500 milioni l’anno potrebbero arrivare da una razionalizzazione del funzionamento dello Stato centrale e degli uffici periferici”. Del resto il decentramento amministrativo avvenuto in questi anni (si pensi agli esempi dei ministeri del Turismo, dei Giovani, degli Affari regionali e di vari dipartimenti affidati a diversi sottosegretari) dovrebbe andare proprio in questa direzione.

Morale della favola: se l’obiettivo è dare una bella sforbiciata alle spese della casta senza ridurre i servizi ai cittadini, una soluzione si trova. E quella proposta dalla Uil fa al caso nostro: decurtiamo del 20% i 18 miliardi e passa di costi diretti e indiretti della politica e aggiungiamoci i risparmi per l’efficientamento delle istituzioni pubbliche. La somma di 3,7 più 6,4 fa 10 miliardi e passa all’anno. In quattro anni più di 40 miliardi. Non sono i 47 della manovra, ma basterebbero per “zittire” l’Europa e assicurare una vecchiaia tranquilla a chi vive della propria pensione. LIBERO, 4 LUGLIO 2011, di Tobia De Stefano

PDL E’ NATA L’ERA ALFANO, MA BERLUSCONI NON TRAMONTA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 2 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

L’abbraccio tra Silvio Berlusconi e Angeli­no Alfano è di quelli liberatori. Da pochi minuti il ministro della Giu­stizi­a è stato eletto per accla­mazione primo segretario del Pdl. È come se la cavalca­ta iniziata diciotto anni fa fosse arrivata alla stazione di posta dove, dopo tante av­venture e battaglie, cavalli e cavalieri un po’ acciaccati si rifocillano e riorganizzano per continuare il viaggio. La commozione di Berlusconi è inedita.C’è un misto di or­goglio, felicità e perché no, di invidia generazionale e malinconia. Perché qual­che cosa cambia per sem­pre. Il monarca assoluto non abdica, anzi, ma il pa­dre padrone del Pdl ricono­sce ai figli l’autonomia della maggiore età. Ad Alfano, Berlusconi ha consegnato la copia delle chiavi di casa. C’è da fidarsi. A differenza di altri che in un recente pas­sato le chiavi hanno cercato di rubarle dalla tasca del ca­pofamiglia (per chiuderlo fuori), oggi una nuova gene­razione, quella degli Alfa­no, entra davvero e senza traumi nella sala comando del partito e della politica italiana. Il ministro non tra­disce le aspettative. Parla a braccio per quaranta minu­ti. Il tono e il piglio sono da leader. C’è il piccolo, giusto tributo alla retorica che si esige in una messa cantata. Il resto è sostanza, i valori so­no gli stessi di sempre ma le parole sono nuove (quelle sulla giustizia inattese) e ac­cendono oltre dieci lunghis­simi applausi che appaiono sinceri.

Che il partito sia unito at­torno al re Berlusconi e al suo progetto di monarchia parlamentare è un fatto che dopo ieri appare inconte­stabile. Il che non significa che quella di Alfano è una favola buonista con lieto fi­ne scontato. In politica non ci sono amici ma alleati e il comando lo si esercita non in base al potere formale ma a quello reale e ai risulta­ti. Tradotto: dentro la galas­sia del Pdl il neo segretario dovrà cercare il sostegno di una maggioranza interna che ancora deve uscire allo scoperto. Gli applausi di ie­ri non contraddicono ciò che accadrà da domani. Cioè che i vari capo corren­te, generali e colonnelli non faranno sconti a nessu­no. Esattamente come av­viene in tutti i partiti. La dif­ferenza rispetto al passato però è fondamentale: dalla questua lamentosa da pa­pà Silvio si passa al confron­to politico, dagli sgambetti tra bande clandestine alla conta tra correnti che si as­sumeranno pubblicamen­te la responsabilità delle lo­ro scelte.

Se il buongiorno si vede dal mattino, Alfano può far­cela. Anzi, deve farcela. Chi ancora ha qualche perples­sità se ne faccia una ragio­ne: non c’era e non c’è alter­nativa. Berlusconi cambia strada ma non molla. Come ha detto ieri il neo segreta­rio, nessuno ha fretta di ere­ditare lo scettro della guida.

PDL: IL MANIFESTO DEL NUOVO INIZIO, di Mario Sechi

Pubblicato il 2 luglio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi e Angelino Alfano L’evoluzione dei partiti carismatici è sempre un problema con due soluzioni: 1. Sparisce il capo e il partito declina; 2. La storia, il caso, l’imprevisto, e una disordinata ma creativa intuizione danno origine al nuovo inizio del partito. Quel che è successo ieri al consiglio nazionale del Pdl è molto vicino alla seconda via: forse non è ancora un nuovo inizio ma grazie a una bella, appassionata relazione di Angelino Alfano è certamente un buon inizio. Sono stato tra i pochi a credere nella soluzione del segretario politico e nella figura di Alfano e penso di non essermi sbagliato, almeno per ora. Angelino ha dimostrato di avere talento, in un colpo solo ha spazzato via le altre ipotesi di successione che finora si erano via via presentate, tutte pregevoli ma con troppi limiti per poter essere armoniose rispetto alla creatura di Berlusconi. Alfano è riuscito in un piccolo capolavoro di ricucitura, strappo, continuità, discontinuità, tradizione, innovazione, vecchio, nuovo, una fiera di apparenti antinomie politiche da cui alla fine è venuta fuori con assoluta chiarezza una figura inedita: il segretario politico, Angelino Alfano. Da molto tempo nel Pdl non si teneva un discorso politico, vero, ricco di dinamismo, nel solco tracciato da Berlusconi ma senza essere ottusamente continuista. È inutile che ci giriamo intorno, da ieri nel Pdl si è aperto un nuovo capitolo di un’opera in fieri. Il partito carismatico ha buone chanches di sopravvivere al suo geniale creatore e, paradossalmente, questo può farlo grazie alla disordinata creatività di Berlusconi. I lettori de Il Tempo sanno quanto non perdoni spesso a Berlusconi il suo essere in politica, apolitico, antipolitico. Ma stavolta devo riconoscere a Silvio d’aver scelto bene: se c’è una speranza di traghettare l’anarchia e il caos del Pdl dentro qualcosa di regolato e democratico, questa speranza si chiama Alfano. Quando ho visto i lucciconi crescere negli occhi di Silvio ho capito anche un’altra cosa: il Cavaliere sa di aver chiuso un’epoca e di averne aperta un’altra. Se non commette errori e non dà ascolto a qualche cattivo consigliere, la partita delle elezioni politiche del 2013 si riapre. La reazione del Partito democratico al discorso di Alfano è una garanzia: Bersani e soci non hanno capito niente. A Roma non si è consumato un rito di plastica, liquidare la faccenda come il died di una storia sudamericana, cari amici democratici, è una bischerata colossale, la conferma che l’analisi dei fenomeni politici fatta dalla sinistra continua ad essere ferma al 1994. Il berlusconismo non è nato con Berlusconi, ma lo precede e il Cavaliere lo interpreta al meglio. Il blocco sociale moderato non si è spostato a sinistra, ma sta alla finestra. Attende buone ragioni per tornare alle urne. Una gliel’ha data l’opposizione che gioca ai quattro tronconi senza alcuna visione e strategia alternativa. Ma da sola non basta. Ora Alfano, dopo il battesimo del fuoco, può costruire un partito, con queste parole chiave: merito, primarie, regole, sanzioni, onestà, passione, dedizione, selezione, partecipazione. Al suo posto con queste parole scriverei insieme agli uomini e alle donne del Pdl il Manifesto del Nuovo Inizio.  Mario Sechi, Il Tempo, 02/07/2011

.…..Sono mesi che pubblichiamo, condividendoli, gli editoriali di Mario Sechi, tra i più lucidi, di certo il meno “attovagliato”alla tavola del Cavaliere e perciò spesso critico e sempre stimolante verso Berlusconi perchè compisse scelte finalizzate a far soppravivere il “suo” partito dopo di lui. La elezione di Alfano, per acclamazione, certo, per acclamazione, a segretario politico nazionale del PDL,  lungi dall’essere una sorta di rito per immagini, è una svolta importante e decisiva in questa direzione e non lo dicono solo gli occhi lucidi di Berlusconi ma anche la forte emozione che ha trasmesso Alfano, questo giovane-vecchio, alla platea dell’Auditorum della Conciliazione e a quanti, incollati al sito web del PDL, hanno seguito da lontano il suo lucido, brillante, commosso e commovente intervento dopo l’investitura. A confermare la importanza della scelta e della svolta è stato indirettamente il “capo” della opposizione, Bersani, che a commento della elezione di Alfano si è chiesto se “Alfano è il segretario del PDL o il segretario del presidente”: è  una caduta di stile che evidenzia la preoccupazione di chi pensava di stare vicino alla torta e improvvisamente sta accadendo un fatto nuovo che di nuovo l’allontana. Di nuovo! Perchè questo sembra un film già visto, nel 1994. Allora Occhetto si lisciava il baffo pensando che la sua “gioiosa macchina da guerra” avrebbe vinto la partita senza sparare un colpo. Invece apparve Berlusconi e la sua “macchina” fu travolta dalla valanga moderata capaggiata dall’imprenditore sceso in politica. Ora è lo stesso imprenditore, fattosi politico, che spariglia le carte e dal cilindro del buon senso tira fuori il coniglio che farà fuori il lupo mannaro. Noi ci contiamo. g.

ANGELINO ALFANO ALLA GUIDA DEL PDL

Pubblicato il 1 luglio, 2011 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il nuovo segretario del Pdl Angelino Alfano

Questa mattina all’Auditorium di Roma,  il Consiglio Nazionale del PDL ha eletto Angelino Alfano, tuttora ministro della Giustizia, segretario nazionale politico del PDL. Un lungo applauso della platea, presenti quasi tutti i componenti del Consiglio Nazionale,  ha salutato la elezione di Alfano proposta dal presidente Berlusconi. La elezione di Alfano è stata una grande prova di unità e compattezza del PDL che è stata sottolineata con evidente commozione da Berlusconi. Alfano, nel suo discorso di investitura, ha tracciato la linea che il PDL seguirà per rilanciare il partito dopo le sconfitte delle amministrative e dei referendum. Interrotto più volte dagli applausi del Consiglio Nazionale Alfano ha confermato la vocazione bipolare del PDL e la certezza di poter continuare a rappresentare i sentimenti, i valori, le speranze del popolo di centro destra italiano. Buon lavoro. g.

RITORNO ALLA CASA DELLE LIBERTA’?

Pubblicato il 29 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

Ritorno alla Casa delle libertà?

Marcello de Angelis

Di Pietro ci ha detto che il tempo dell’antiberlusconismo è finito, che le contrapposizioni manichee non daranno risposte ai problemi del Paese, che sostenere che – se se ne andasse Berlusconi –  magicamente tutto andrebbe al suo posto è da irresponsabili. La sinistra del tanto peggio tanto meglio, del buttiamo giù tutto il palazzo pur di fare fuori l’eterno avversario, non convince più. La vittoria alle amministrative di esponenti importanti dell’antiberlusconismo potrebbe essere un boomerang: De Magistris non riuscirà a dare le risposte alla richiesta di legalità e di normalità che i suoi elettori napoletani si aspettano; Pisapia dovrà governare Milano insieme agli inossidbili poteri forti; Fassino si nasconde per non finire stritolato dalla pressione della sinistra massimalista che lo ha votato e che ora assalta i cantieri della Tav e cerca di bloccare l’accordo sindacale con la Fiat.
Se Berlusconi non si candidasse nel 2013 cosa resterebbe della coalizione anti-Cav? Quale collante la terrebbe insieme? Gli elettori di De Magistris e di Di Pietro sono di sinistra? E Casini potrebbe ragionevolmente motivare un intruppamento nelle file di Bersani, di Vendola o di D’Alema? Buttiglione pensa di no. Anzi va oltre, quasi a rispolverare immagini del ’94, quando l’Italia dei “moderati” iniziò la sua lunga marcia. Questa maggioranza governerà fino al 2013, è evidente. Due anni circa per rilanciare il Paese. Chiunque voglia governare dopo, dovrà salvarlo oggi. Il Secolo d’Italia, 29 giugno 2011

BERLUSCONI-TREMONTI: L’ABBRACCIO CHE VALE ORE, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 29 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

Questa volta, cari lettori, non siamo capaci neppure di fin­gere di aver compreso quel­lo che è successo né, tanto­meno, quello che succederà nei pros­simi giorni. L’unica certezza è che ie­ri si è tenuta ­una riunione di maggio­ranza e che i partecipanti non si sono presi a schiaffoni. È già un buon se­gno. Perché molti nell’opposizione contavano su una rissa di coalizione che provocasse un pandemonio e, magari, la caduta del governo. Per esempio, Pier Ferdinando Casini. Il quale, al termine del verti­ce (scusate la parolaccia), ha espresso tutta la sua de­lusione con un linguaggio da trivio. «Tremonti è un cacasotto», ha detto te­stualmente il leader del­l’Udc. Perché un giudizio così severo, oltretutto inelegan­te, nei confronti del ministro del­l’Economia? Tiriamo a indovinare. Pierferdy si aspettava da lui una pre­sa di posizione ostile al premier e che questa accendesse un litigio fra i due,tale da pregiudicare la sopravvi­venza dell’esecutivo. Il fatto che non sia accaduto nulla di tutto ciò ha get­tato Casini nel più tetro sconforto. Lui, d’altronde, da circa tre anni è persuaso che la salvezza dell’Italia si potrebbe ottenere soltanto se il Cava­­liere, stanco di polemiche e attacchi che gli piovono addosso da ogni par­­te, uscisse da Palazzo Chigi sbatten­do la porta, lasciando ad altri il gravo­so c­ompito di governare un Paese no­toriamente ingovernabile. Cosa che non è mai accaduta. E siccome non è accaduta nemmeno ieri, il democri­stianone se l’è presa di brutto con Giulio Tremonti. Questa, amici, è la politica sottile di Casini, che passa per moderato; fi­guriamoci quella degli estremisti. Vabbè. E veniamo ai contenuti della seduta. Allora, è pronta o non è pron­ta la benedetta riforma fiscale di cui si discetta da settimane con la spe­ranza che sia un toccasana per l’Ita­lia? Diciamo che non è pronta, ma quasi. Per scoprire come essa sia e quanto incida sulla vita agra degli ita­liani, bisognerà tuttavia attendere fi­no a domani, quando si riunirà il Consiglio dei ministri e Tremonti ca­lerà le carte che ha in mano. Nel frattempo non ci resta che ri­portare qualche indiscrezione suffra­gata dalla testimonianza, rigorosa­mente anonima, di chi era presente al summit e si è degnato di spifferarci qualcosa. Cominciamo da un pette­golezzo. Giulio, non appena Berlu­sconi si è appalesato, lo ha rassicura­to: tranquillo, non mi dimetto. Risa­ta. E abbraccio fra i due. Consolante. Significa che presidente e ministrissi­mo non sono ai ferri corti, anzi. Dato che le tasse non si abbassano se contestual­mente non si sforbiciano le spese correnti, è emersa la volontà di mandare in pensione le donne (anche nel setto­re privato) alla stessa età in cui ci van­no gli uomini. Era ora. Mica per fare un dispetto alle signore, figuriamoci; si tratta soltanto di sancire anche a livello di quiescenza l’assoluta parità fra i sessi. E qui qualche soldo lo si recupera. Poi? Ticket sulla sanità co­me se piovesse. Ma non a capocchia. Solo per i malati meno gravi- bollino bianco, per intenderci- che si rivolgo­no alle s­trutture pubbliche per verifi­care il proprio stato di salute. Altro di importante non è filtrato dalle segre­te stanze dei bottoncini, se non che d’ora in avanti l’ultima parola su fac­ce­nde di quattrini non sarà più di Tre­monti, bensì di Berlusconi. Per concludere, una notizia del ge­nere «incredibile ma vero». Si è ap­preso che alcuni mesi orsono, a gen­naio, Luigi De Magistris, ora sindaco di Napoli,si batté eroicamente affin­ché l’Europa non elargisse 145 milio­ni di euro al capoluogo partenopeo al fine di finanziare lo smaltimento dei rifiuti.Perché?Boh!Forse per boi­cottare l’esecutivo impegnato a ripu­lire la città. Che ve ne pare? In ogni caso, l’episodio serve a capire quan­to a De Magistris stiano a cuore i suoi concittadini. Congratulazioni. Vittorio Feltri, Il Giornale, 29 giugno 2011