IL PDL BATTE TUTTI SUL TEMPO: PRESENTATA UNA PROPOSTA DI LEGGE PER ISTITUIRE LE PRIMARIE.

Pubblicato il 17 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il testo presentata alla Camera e al Senato a firma Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello riguarda gli aspiranti governatori, sindaci e presidenti di Provincia. Per votare sarà necessario avere la tessera del partito che le indice o essere iscriti in un registro ad hoc per i sostenitori.

La proposta di legge non prevede le primarie per la scelta del candidato premier. Si potrà ricorrere alle primarie, invece, solo per i candidati a elezione diretta, cioè i governatori, i sindaci e i presidenti di Provincia. Inoltre, per poter partecipare alle primarie è necessario essere iscritti al partito che le indice o essere sostenitori, per i quali sarà previsto un registro ad hoc. Questo, in sinstesi, il contenuto della proposta di legge per l’istituzione delle primarie, presentata alla Camera e al Senato a firma Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello.
REGISTRO DEI SOSTENITORI “Abbiamo presentato in entrambi i rami del Parlamento un disegno di legge per disciplinare le elezioni primarie per la scelta dei candidati alle cariche monocratiche per le quali il nostro ordinamento prevede l’elezione diretta: sindaco, presidente della Provincia, presidente della Regione”, annunciano in una nota congiunta Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello. “Il testo – spiegano – prevede che le primarie, per i partiti o le coalizioni che intendano avvalersene, abbiano luogo entro il sessantesimo giorno antecedente alle elezioni. Possono votare e candidarsi alle primarie gli iscritti al partito (o a uno dei partiti che compongono la coalizione) e i cittadini sostenitori che siano residenti nel territorio interessato dall’elezione e che abbiano provveduto ad aderire a un apposito registro dei sostenitori almeno sessanta giorni prima dello svolgimento delle primarie. Tale prescrizione temporale, in combinato disposto con la norma che prevede la presentazione delle candidature tra il quarantesimo e il trentesimo giorno precedente alla consultazione, è finalizzata a scongiurare il rischio di risultati falsati o inquinati”. “Un organismo pubblico, nella fattispecie la cancelleria del tribunale territorialmente competente – concludono gli esponenti del Pdl – verifica la regolarità degli elenchi degli aventi diritto al voto e si accerta che nessun cittadino sia contemporaneamente iscritto a più di un elenco per la medesima scadenza elettorale. Ogni partito o coalizione che promuove elezioni primarie si dota infine di un regolamento e di una commissione elettorale relativa all’ambito territoriale interessato”.
Questo il testo della proposta di legge: Articolo 1- Per la designazione dei candidati alle cariche monocratiche per le quali è prevista l’elezione diretta – presidente di Regione, di Provincia e sindaco – i partiti e le coalizioni possono svolgere elezioni primarie dirette, organizzate secondo le disposizioni di cui alla presente legge. Le elezioni primarie, di cui al comma 1, hanno luogo entro il sessantesimo giorno antecedente la prima data utile per il rinnovo degli organi indicati. In caso di elezioni anticipate, il decreto di convocazione dei comizi elettorali stabilisce la data delle elezioni anteponendo un periodo di almeno quarantacinque giorni a quello previsto dalle norme vigenti per gli adempimenti relativi alla presentazione delle liste e allo svolgimento della campagna elettorale, al fine di consentire l espletamento delle elezioni primarie che dovranno tenersi entro il quarantacinquesimo giorno antecedente la data delle elezioni.
Articolo 2 – Alle elezioni primarie si applicano tutte le norme vigenti in materia di elezioni e reati elettorali in quanto compatibili.
Articolo 3 – Hanno diritto elettorale attivo e passivo gli iscritti al partito e cittadini sostenitori del partito che siano residenti nel territorio interessato al procedimento elettorale. Sono sostenitori i cittadini che si iscrivono nel registro dei sostenitori del partito organizzatore delle elezioni primarie. In caso di elezioni primarie di coalizione i cittadini debbono essere iscritti ad almeno uno dei partiti della coalizione organizzatrice ovvero essere iscritti al registro dei sostenitori di almeno uno dei medesimi partiti.  È vietato partecipare ad elezioni primarie organizzate da due o più partiti o coalizioni di partiti in vista della medesima scadenza elettorale”.

CASO BISIGNANI: L’UNICA VERITA’ E’ CHE I PM VOGLIONO COLPIRE GIANNI LETTA

Pubblicato il 16 giugno, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Puntuale come un orologio svizzero la magistratura ir­rompe sulla scena politica. Accade ogni volta che il clima nella maggio­ranza si scalda. L’ultima è stata Ilda Boccassini a ins­e­rirsi con il bunga bunga tra il tentato golpe di Fini e la campagna elettorale delle amministrative. Adesso che Berlusconi torna a scricchiolare è il turno di un’altra grande firma del parco pm, quel Henry John Woodcock da Napo­li, già famoso per inchieste mediaticamente esplosive quanto giudiziariamente inconsistenti. Non lo cono­sco, ma nel mio piccolo ho avuto a che fare con lui quando spedì otto carabi­nieri a Milano per perquisi­re le mie case e il mio uffi­cio. Il reato? Aver scritto un articolo su Emma Marce­gaglia, presidente degli in­dustriali. Sono passati otto mesi e non ho ancora avu­to il piacere di essere inter­rogato. Passati i giorni dei titoloni sul direttore inda­gato tutto è sparito nel bu­c­o nero della giustizia inef­ficiente e politicizzata, ov­viamente a spese nostre.

L’ultima impresa del no­stro magistrato eroe è aver ottenuto gli arresti domici­liari per Luigi Bisignani, un signore tanto sconosciuto dal pubblico quanto noto tra i potenti di ogni colore, ordine e grado. Un lobbi­sta che si muove dietro le quinte da anni con alterne fortune. Secondo Woo­dc­ock era a capo di una log­gia segreta ( P4),di un’asso­ciazione criminale con di­ramazioni nella politica, nelle grandi imprese, nei giornali. Peccato che il gip che doveva autorizzare la più grande retata della sto­ria, lette le carte gli ha dato un gigantesco due di pic­che: bel teorema ma non ci sono le prove. Su dicianno­ve capi di accusa (manca­vano stupro e omicidio) al momento sono rimasti in piedi violazione del segre­to istruttorio e favoreggia­mento. Ma tanto è bastato per fare esplodere la bom­ba mediatica: «Associazio­ne segreta e corruzione, ar­restato Luca Bisignani», ti­tolava ieri il sito del Corrie­re della Sera , distorcendo i fatti, nome compreso.

Prepariamoci quindi a una nuova macelleria me­diatica e a un fiume di car­te il cui contenuto ( le ipote­si dei pm) verranno spac­ciate per verità e sentenze. Un primo obiettivo questa macchina infernale l’ha già ottenuto: gettare om­bre su Gianni Letta (come sull’ex direttore generale della Rai Masi e altri anco­ra), il cui nome risulta nel primo malloppo di docu­menti come amico di Bisi­gnani e percettore di favori non meglio identificati. Tanto per cambiare nel mi­rino c’è il cuore del berlu­sconismo.

Infangare, destabilizza­re, queste sono le ormai note parole d’ordine. In questo caso ammantate dal fascino di una presun­ta società segreta sul mo­dello P2. Che tra l’altro,co­me noto, non è mai stata un’associazione crimina­l­e come da sentenza defini­tiva della Cassazione che mandò completamente assolti tutti gli iscritti. Ave­re rapporti, tessere relazio­ni non è reato. Spiare a ca­so, con intercettazioni tele­foniche e ambientali, nel­la vita delle persone (an­che in quella dei potenti) non sarà reato ma è inde­gno di un paese civile. Co­me sostiene Sgarbi, dob­biamo fare qualche cosa per salvarci dall’oppress­io­ne di una condanna prima del giudizio. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 16 giugno 2011

LA MASCHERATA NON FA RIDERE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 16 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

Abbiamo trovato un vero Papa. Papa Alfonso, talmente importante da essere passato del tutto inosservato, o quasi, perfino al direttore de Il Tempo il quale manca poco che nel Palazzo ci abiti e sicuramente vi trascorra più ore dei parlamentari che a piazza Montecitorio transitano il martedì per andarsene il giovedì, mentre noi poveri pennivendoli, ci siamo sette giorni su sette. Dunque questo Papa in incognito, sarebbe lo snodo dell’ultima creatura investigativa: la P4, evoluzione di P2 e P3, una Spectre che attraverso le informazioni del SuperPapa riusciva a penetrare tutte le procure che, come è noto, sono dei forzieri del segreto. Faccio questo mestiere da più di vent’anni e non ricordo procura della Repubblica che non sia un colabrodo. Roma o Milano o Napoli poco importa. Ieri come oggi l’arrestato viene torchiato e qualche ora dopo, oplà! il sacco vuotato ma soprattutto impaginato.

Quando si sarà abbassato il polverone, quando anche la figura di Gianni Letta, eminenza del potere berlusconiano, vero uomo delle istituzioni, sarà esposta alla pubblica gogna e logorata, allora l’inchiesta avrà raggiunto il suo unico scopo: dare un colpo al cuore al sistema del Caimano, ridurlo a un essere inerme, incapace di difendersi politicamente e giuridicamente. Tira aria di 1992, rivoluzione in toga, rito ambrosiano, schiavettoni, manette e scarcerazione solo se parli. Siamo a un passo dal sogno di chi pensa che un epilogo pacifico di questa storia, con un giudizio equanime sul berlusconismo, non solo non sia possibile, ma non s’abbia da fare. E allora pur di issare la forca, val bene un’inchiesta sul segreto di Pulcinella. Siamo a una mascherata. E non c’è niente da ridere. Mario Sechi, Il Tempo, 16 giugno 2011

.…..e intanto sul Corriere della Sera torna a pontificare l’altro papa, con la p minuscola, cioè l’on. Fini, presidente della Camera grazie a Berlusconi che lo sdoganò nel 1993 e scese in campo nel 1994. Fini invita Berlusconi a compiere un “gesto d’amore” per l’Italia e il centro destra, ritirandosi a coltivare la terra lasciando al terzetto del terzo polo, cioè allo stesso Fini, a Casini e Rutelli,  la scena e, naturalmente, i voti. Mica scemo Fini! Che come sempre saccente, sprezzante e spudoratamente spocchioso, pretende dagli altri ciò che lui non fa. Lui che fa il parlamentare da quando aveva i calzoncini corti senza aver mai lavorato un solo giorno nella sua vita, proprio come Casini e Rutelli, che della politica hanno fatto il loro unico mestiere, non è capace di fare ciò che chiede agli altri (leggi Berlusconi) di fare.  Ha ragione Sechi. Non c’è nulla da ridere, ma da sghignazzare dalle risate si. g.

LA CORTE COSTITUZIONALE HA DECISO: IN PUGLIA “SOLO” 70 CONSIGLIERI. DICHIARATA INCOSTITUZIONALE LA LEGGE CHE AUMENTAVA A 78 I COMPONENTI DEL CONSIGLIO REGIONALE

Pubblicato il 15 giugno, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Consiglieri di maggioranza

ROMA – La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 10 della legge regionale della Puglia sull’elezione del consiglio regionale e del presidente della giunta, che determinava un numero di consiglieri (78) superiore a quello dello statuto regionale che fissa in 70 il numero dei consiglieri regionali.

La Corte di Appello, al momento della proclamazione, attribuì prevalenza allo Statuto bloccando la nomina di otto consiglieri di maggioranza. Questi presentarono ricorso al Tar. I giudici amministrativi, quindi, rimisero la questione alla Corte costituzionale che ha stabilito l’illegittimità di quanto previsto nella legge regionale.

L’eccezione di incostituzionalità della legge regionale era stata sollevata dinanzi al TAR di Bari dal deputato europeo Salvatore Tatarella assistitito dall’avv. Giuseppe Mariani di Bari le cui argomentazioni hanno convinto i giudici della Consulta che le hanno accolte.

Ppertanto rimangono fuori dal Consiglio Regionale gli 8 candidati, tra cui Alfonso Pisicchio, attualmente vicesindaco di Bari, che avevano chiesto al Tar di “eleggerli”.

IL PROGETTO TREMONTI PER UN FISCO LEGGERO, SEMPLICE MA RIGOROSO

Pubblicato il 15 giugno, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Un sistema con non più di tre aliquote sui redditi delle persone, e non più di cinque imposte. E’ la riforma vagheggiata ieri da Giulio Tremonti all’assemblea della Confartigianato. Il ministro dell’Economia ha dato la sensazione di indicare più un punto d’arrivo – la famosa legge delega – che non il taglio immediato chiesto dal Cav. e da Umberto Bossi per rimettere in sesto il centrodestra e l’alleanza con la Lega, oltre a ritrovare la sintonia con l’elettorato. Ciò che di sicuro è confermato dal dicastero di via XX Settembre è l’approdo oggi sui tavoli di Silvio Berlusconi, del governo e dello stato maggiore del Carroccio del risultato dei lavori delle quattro commissioni istituite da Tremonti per studiare le innovazioni tributarie: si tratterebbe di oltre 600 pagine.

La prima relazione, coordinata da Piero Giarda, riguarda gli sprechi da tagliare; la seconda, a opera di Vieri Ceriani, è la classificazione dei 471 regimi di deduzioni e detrazioni che valgono 190,3 miliardi l’anno; la terza è una ricognizione affidata al presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, su quanto si può ragionevolmente portare in chiaro dal sommerso. Infine la sintesi politico-decisionale, opera della Ragioneria e di Tremonti stesso. Su questa il ministro non ha ancora alzato il velo. “Però”, ha di nuovo precisato, “non si può pensare di fare la riforma tributaria in deficit, né sconquassando il bilancio dello stato. Piuttosto potrà essere avviata anche e soprattutto grazie al taglio dei costi della politica”. E quindi: “Meno aerei di stato e più Alitalia, meno benefici fiscali a quelli che hanno il gippone”. Non è ammissibile, secondo Tremonti, che “si può dedurre tutto, dalle palestre alle finestre”.

D’altra parte le cifre che continuano a giungere dai conti pubblici e dalla ricchezza privata confortano l’immagine tremontiana di un paese che cammina sulla lama del rasoio per il debito, mentre nel complesso la situazione patrimoniale ed economica, secondo il ministro, non è affatto sconfortante. Bankitalia ha registrato ieri un nuovo record per lo stock del debito pubblico che ha toccato ad aprile 1.890,6 miliardi di euro. A marzo aveva segnato un decremento a 1.868,2. Nello stesso periodo, però, le entrate fiscali fanno registrare un aumento del 6 per cento rispetto al 2010, e particolarmente buono è il risultato di aprile (27,5 miliardi). Al tempo stesso la crisi non ha intaccato il patrimonio finanziario delle famiglie italiane: una ricerca dell’Associazione italiana di private banking rivela che nel 2010 la ricchezza derivante da questo tipo di attività ha raggiunto 896 miliardi di euro, con un aumento del 3,2 per cento. Contrasti che corroborano l’appello di Tremonti a eliminare privilegi e sprechi, anche nel settore pubblico e nella politica. Qualcuno osserva che tra questi c’era il taglio delle province, cavallo di battaglia berlusconiano del 2008, al quale si sono opposti Lega e Partito democratico.

Ma l’intervento del ministro è stato più articolato di quel “voglio fare la riforma, ma mi occorrono 80 miliardi”, detto sabato scorso al convegno dei Giovani di Confindustria a Santa Margherita Ligure. In mezzo c’è stato ovviamente il referendum che nelle analisi segnalerebbe non solo la caduta di feeling del Cav., ma un vero smottamento della base del centrodestra. A tratti ieri Tremonti è sembrato tornare all’impostazione liberista del passato, come quando ha evocato “aliquote più basse possibili rappresentano il miglior investimento per ridurre l’evasione fiscale”. Ma la priorità è di sicuro la semplificazione, più che la riduzione secca della pressione complessiva. Attualmente le aliquote sul reddito delle persone fisiche sono cinque, tra il 23 e il 43 per cento, e incidono sui redditi che spaziano da 15 mila euro a oltre 75 mila, sui quali scatta il prelievo massimo. All’interno della prima fascia c’è una no tax area di 8 mila euro per i dipendenti e 4.800 per gli autonomi.

Nella legislatura 2001-2006 il Parlamento approvò una delega che prevedeva due sole aliquote flat, del 23 e del 33 per cento. Il progetto attirò accuse di incostituzionalità per la scarsa progressività, che si sarebbe dovuta recuperare rendendo detrazioni e deduzioni decrescenti in base all’imponibile. Ma la legislatura finì e la delega non divenne mai legge. Foglio Quotidiano, 15 giugno 2011

BERLUSCONI RILANCIA: ADESSO MI GIOCO TUTTO

Pubblicato il 15 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

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La navigazione è a vista e il Cavaliere questo lo sa bene. Tanto dal continuare a predicare una certa cautela in attesa di uscire dalla palude di un’agenda politica sulla quale pesa più d’una insidia. Metabolizzato il voto referendario, infatti, il punto è capire le sfumature di un rilancio dell’azione di governo che lo stesso Berlusconi ritiene ormai irrinunciabile ma sui cui pesano l’appuntamento di Pontida (in programma domenica) e la verifica parlamentare che si aprirà al Senato martedì e che con ogni probabilità sarà preceduta da un rimpastino (senza coinvolgere però il ministero della Giustizia). Così, pur consapevole di «giocarsi tutto» (questo dice ha chi ha occasione di sentirlo), il premier preferisce muoversi con prudenza. E concentra la sue attenzioni da una parte sulla riforma fiscale – è aperto un canale con Bossi per discutere nel merito dove andare a tagliare e dove concentrare gli interventi, dettaglio niente affatto secondario – e dall’altra sul partito. Per le dieci di mattina del primo luglio, infatti, è confermata la convocazione del Consiglio nazionale del Pdl che si riunirà all’auditorium della Conciliazione di Roma. Un organismo di circa mille persone tra parlamentari, eurodeputati, ministri, viceministri, sottosegretari, coordinatori regionale e provinciali fino ai capigruppo dei consigli provinciali e comunali. Tutti insieme voteranno la modifica allo Statuto del partito che introdurrà la figura del segretario politico investendo formalmente Angelino Alfano. Che, questo dicono i rumors, sarebbe intenzionato a concepire la segreteria in forma «allargata» così da coinvolgere tutte le diverse anime del partito. L’ennesima conferma che all’interno del Pdl, nonostante la consapevolezza sulla necessità di un rilancio, tutti continuano a spingere in direzioni diverse.

La partita più delicata, però, resta quella della riforma fiscale. Un po’ perché i tempi sono strettissimi, un po’ perché nonostante le aperture di Tremonti in molti nella maggioranza continuano a nutrire dubbi sul fatto che il ministro dell’Economia sia davvero intenzionato a spendersi su questo fronte. Insomma, come dice Osvaldo Napoli, «le chiavi della legislatura sono ormai nelle mani di Giulio Tremonti». Anche se la querelle tributaria si gioca su un doppio binario, visto che ci sarà da decidere dove tagliare e dove intervenire, cercando di conciliare esigenze diverse. Se da via XX Settembre si è aperto per esempio ad un aumento dell’Iva, chi nella Lega ha preso in mano la pratica è ben cosciente che una buona fetta di elettorato del Carroccio è fatto di commercianti. Che certo non farebbero i salti di gioia. Non è un caso, dunque, che a via Bellerio si stiano studiando con attenzione numeri e tabelle, anche in vista di qualche novità da lanciare proprio in occasione di Pontida. Un appuntamento temuto dagli stessi vertici della Lega che non escludono contestazioni, al punto che un’esponente di governo lumbàrd non esita a dire che «se sabato e domenica venisse giù un bel diluvio non sarebbe poi così male».

Nonostante il percorso ad ostacoli della prossima settimana, però, Berlusconi è deciso a tirare dritto. Dobbiamo fare quello che c’è scritto nel programma di governo – è il senso del suoi discorsi – a partire dalla riforma fiscale. Che, spiega ai suoi, abbineremo ad altri interventi da decidersi in riunioni ad hoc. Sui numeri in vista della verifica, invece, è ottimista. Anche perché – ragiona – neanche il Pd oggi vuole le elezioni visto che Bersani non esce certo vincitore visto che urne non fanno che confermare che in caso di primarie il candidato premier del centrosinistra non sarebbe lui ma Di Pietro o Vendola. Si va avanti, quindi. «Chi mi segue bene, chi non mi segue pazienza». Il Giornale, 15 giugno 2011

….e fuori dai co….ni!

COME TI MISURO LA FEBBRE DEL PDL, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 13 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nei giardini del Quirinale  in una foto d'archicio La politica non è una scienza esatta, ma in gran parte delle sue manifestazioni è misurabile, verificabile, prevedibile e, naturalmente, variamente interpretabile. La sua lettura però nel medio-lungo periodo non può essere arbitraria perché alla fine i fenomeni in divenire si compiono e diventano, appunto, misurabili. Ho più volte espresso sul nostro giornale – con i miei editoriali e gli interventi dei commentatori – forti dubbi sulla sgangherata campagna elettorale per le amministrative e sul poco coraggio messo in campo in quella referendaria. La prima interpretazione di un fatto in divenire è diventata misurabile con il risultato elettorale di Milano e Napoli. Subito dopo ho spiegato che non si poteva ridurre una sconfitta simile a un fatto episodico e che quel voto era solo la punta di un iceberg che nella parte sommersa si stava allargando a dismisura, stava diventando una tendenza politica. Ho cercato di spiegare queste cose nei giorni subito dopo il voto e nel mio intervento alla riunione del Teatro Capranica a Roma, promossa da Giuliano Ferrara qualche giorno fa. Ovviamente le mie analisi sono apparse “eretiche” ai realisti più realisti del re che s’affaccendano nel Pdl e forse persino a Berlusconi, che un tempo avrebbe partecipato a quell’happening raccogliendo la sfida, mettendosi in gioco e cavalcando un “Tea Party” che ora, con lui o senza di lui, prenderà vita contro le oligarchie inamovibili e irresponsabili del suo partito. Mi dispiace, ma non posso farci niente. Il mio mestiere è quello di far buon giornalismo e analisi politica, piaccia o meno. Con l’avvicinarsi del voto referendario su questo giornale abbiamo messo in evidenza l’assenza di un messaggio chiaro da parte del centrodestra sulla consultazione popolare, la scarsità di argomentazioni da contrapporre a chi vota sì, la poca lungimiranza di una posizione imbelle su temi di così grande importanza (energia, liberazione dal socialismo municipale, più mercato e meno Stato), cioè l’essenza stessa di un programma politico liberal-conservatore. Segnali di reazione dal centrodestra? Non pervenuti, come la temperatura di Bucarest in tv durante gli anni Settanta.

Così, nel silenzio e nell’ignavia, si è giunti al voto. I dati indicano che il raggiungimento del quorum è una possibilità concreta. Attendiamo oggi l’esito finale. Ma in ogni caso, quorum o meno, siamo di fronte a un problema che non è più eludibile: la spinta propulsiva del berlusconismo si sta esaurendo. Lo scrivo ben conoscendo il fenomeno, avendolo raccontato e studiato nei dettagli fin dall’inizio e condividendo i suoi non pochi aspetti innovativi che hanno cambiato il nostro scenario politico. Senza Berlusconi non avremmo mai avuto l’alternanza di governo, il programma e il patto con gli elettori, la misurazione del feeling tra maggioranza e Paese attraverso i sondaggi, il rapporto stretto tra audience e consenso, la sottoposizione del conflitto di interessi alla sanzione del voto popolare, la rottura dell’oligopolio del governo a favore di un establishment eterno, la nascita di un movimento di massa che ha impedito ai postcomunisti di salire al potere proprio mentre sulle loro teste crollava il Muro di Berlino, un paradosso storico evitato grazie al Cav, il racconto e la narrazione di un’alternativa al modello di cogoverno Dc/Pci – ma con la conventio ad excludendum contro i comunisti – basato sulla competizione di visioni differenti del mondo. Credetemi, si tratta di un record straordinario di fatti che hanno permesso al Cavaliere di stare in sella per un ciclo politico lunghissimo, diciassette anni, oggi il più lungo in Occidente. Dopo la caduta di Milano e Napoli, un quorum centrato e una strabordante vittoria dei Sì sarebbe un colpo enorme sul governo. Proveranno a minimizzare, a dire che non cambia nulla e va tutto bene madama la marchesa. Errore già fatto per le amministrative. Nascondere la sabbia sotto il tappeto non serve a niente. E non serve a niente, perfino in caso di flop del quorum, tirare a campare dicendo che così non si tirano le cuoia, perché in realtà le cuoia si tirano lo stesso, ma con una lenta e dolorosa agonia che porterà dritta all’implosione del centrodestra e a una crisi paragonabile a quella dei conservatori inglesi, i quali dopo aver perso la guida di Margareth Thatcher si ritrovarono ad affrontare una traversata nel deserto lunga quindici anni prima di scoprire un nuovo giovane leader, David Cameron. Oggi tutto questo, in assenza di una correzione di rotta da parte di Berlusconi, intuizioni innovative, riforme radicali e coraggio, è alle porte. Visioni? No, perché anche questa previsione, da oggi comincerà a essere misurabile.  Mario Sechi, Il Tempo, 13/06/2011

…..Crudo al di là del limite, ma realistico l’editoriale di Mario Sechi mentre non si conosce ma si prevede il raggiungimento del quorum ai referendum indetti da Di Pietro, cui, specie per quelli sull’acqua, si sono accodati i pieddini, nonostante sia stato il governo Prodi e lo stesso Bersani, ministro dello sviluppo, a mettere i primi paletti verso la liberalizzazione del mercato e la privatizzazione della gestione dell’acqua. Ha ragione Sechi quando scrive che il centro destra e il PDL sono apparsi, anzi lo sono stati, incapaci di assumere posizioni chiare e univoche sui referendum, cogliendo l’occasione per essere liberisti piuttosto che solo dirsi tali. E sopratutto essere univoci pittosto che andare in ordine sparso come invece è accaduto, creando non poche perplessità fra gli elettori.  A Roma, la governatrice del Lazio, la ex sconosciuta signora Polverini che andava in TV, a Ballarò, e raccoglieva le simpatie della sinistra militante per le ovvietà che diceva con incredibile seriosità, deve a Berlusconi, solo a Berlusconi, se si ritrova issata sulla poltrona di presidente del Lazio. Se Berlusconi non fosse sceso in campo l’anno scorso per sostenerla oggi al suo posto si troverebbe la signora Bonino della quale non condividiamo alcunchè ma di certo vale 1000  Polverini. Ebbene la signora Polverini  si è vantata di aver votato si per l’abrogazione di leggi varate dal governo di centro destra. Poveri noi! E a Bari stamattina la Gazzetta del Mezzogiorno pubblica la foto del presidente della Provincia, Schittulli, per il quale vale lo stesso discorso della Polverini che ha votato tre si perchè “uomo libero”. Se migliaia e migliaia di elettori di centro destra avessero saputo due anni fa che costui li avrebbe traditi come fa dal primo giorno, mai e poi mai lo avrebbero votato, lasciandolo al suo ruolo di “uomo libero” nel limbo nel quale era vissuto nei suoi primi 60 anni. Anche a sinistra, segnatamente nel PD, tantissimi non hanno condiviso la scelta della dirigenza del PD di accodarsi a Di Pietro, lo abbiamo detto, sopratutto per i quesiti sull’acqua. Ma nessuno, pubblicamente, si è dissociato, attendendo, semmai l’esito, per farne oggetto di dicussione interna. E’ quel che avviene nei partiti, aggiungeremmo seri. Nel PDL invece pare di essere in una torre di babele dove ciascuno fa i propri comodi in ragione dei propri interessi. E ciò non può che provocare quel che teme,  sino a prevederlo Sechi, cioè l’implosione di un partito che ha dimenticato le ragioni per cui è nato e per cui ha ricevuto, nelle diverse sue forme, il voto, il sostegno,  l’appassionata adesione di milioni di italiani. Milioni di italiani, ben oltre la metà del popolo, avevano visto realizzato un sogno antico, una sola grande forza politica capace di riunione sotto una sola Bandiera i moderati italiani. E’ questo sogno che rischia di infrangersi sugli scogli  delle beghe, delle ripicche, dei piccoli e squallidi interessi personali  di una classe dirigente che salvo pochi non ha  a cuore l’Italia e i moderati, ma solo se stessa. Comunque vada l’esito dei referendum ciò che si chiede a Berlusconi in questa ultima fase, purtroppo decadente, della sua stella, è di riuscire a cacciare i mercanti dal tempio e tentare di realizzare un ultimo grande obiettivo che gli varebbe la gratitudine e il ricordo della storia: salvare il partito dei moderati   capace di resistere oltre lui. Le possibilità sono poche ma gli tocca tentare. g.

I SANTORO VANNO VIA E LA RAI RISORGERA’….

Pubblicato il 11 giugno, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Si dice in giro che sia cominciata l’agonia della Rai.L’uscita di Miche­le Santoro, spesso vanamente an­nunciata in passato, stavolta è avve­nuta davvero, e vari menagramo colgono in essa i segnali di una catastrofe imminen­te. Che sarà inevitabile – aggiungono – se oltre al capitano di Annozero dovessero tra­slocare (a La7) anche Milena Gabanelli, Giovanni Floris, Fabio Fazio e Serena Dan­dini. Vero o falso? Non sono un aruspice (un indovino) e quindi non mi abbando­no a previsioni. Ma, avendo un certo uso di mondo, mi sia consentito guardare al futu­ro attraverso la lente dell’esperienza.

La Rai- già Eiar- è vecchia come il cucco, però ha ancora una fibra fortissima che le ha permesso di resistere a qualsiasi scosso­ne. Nel corso degli anni ha servito mille pa­droni, ciascuno dei quali l’ha sfruttata a piacimento, eppure ha conservato la pro­pria credibilità, almeno in parte. La Demo­crazia cristiana la saccheggiò per anni, ap­p­rofittando del fatto di essere l’unico parti­to che comandava. Poi cedette quote di po­tere ai socialisti cooptati nella maggioran­za di centrosinistra ( inizio anni Sessanta) e al Pci che, pur essendo all’opposizione, era in grado di farsi sentire dall’alto di un 25-30 per cento di consensi nel Paese. Dal canale unico degli albori, le reti di­vennero tre e si aprì il festival della lottizza­zione: tre poltrone a te, due a me, una a lui.

L’organico dell’ente radiotelevisivo si gon­fiò a dismisura, imbottito di raccomanda­ti, parecchi asini e alcuni (pochi) bravi pro­fessionisti. Se oggi vuoi sapere quanti sia­no i dipendenti del mastodonte «antennu­to » devi affidarti a stime giornalistiche: 10mila? 12mila? 13mila? Sempre troppi ri­spetto alla quantità e alla qualità del servi­zio offerto. In ogni caso al numero impres­sionante delle persone a libro paga biso­gna sommare la pletora di collaboratori esterni e di produttori autonomi, cioè ditte che vendono alla Rai programmi confezio­nati. Ora, è impensabile che – considerate le dimensioni di un’azienda simile-lefortu­ne dell’ex monopolio siano legate alla pre­senza in video di quattro o cinque divi del tipo appunto di Santoro, Gabanelli, Floris, Fazio e Dandini. Sarebbe un assurdo tecni­co. Significherebbe che oltre il 90 per cento del personale è puro contorno e ruba lo sti­pendio. Mi rifiuto di crederlo. Se morto un papa se ne fa un altro, forse si potranno rim­piazzare anche quattro o cinque conduttori per quanto abili sia­no (cosa sulla quale è lecito discu­tere, se non altro perché i gusti so­no gusti). Ma non è questo il pun­to. È già successo che taluni big del piccolo schermo, considerati mo­numenti nazionali, siano spariti dalla circolazione o addirittura dal­la faccia della terra.

Sulle prime si è detto: «E adesso che ne sarà di noi poveri orfani?». E giù lacrime. Vole­te qualche esempio? Corrado, do­po essere stato uno dei padri nobili della radio postbellica, divenne un cardine, un simbolo della televisio­ne garbata, un parente catodico amato e stimato dalle famiglie ita­liane. Ma anche lui, a un dato mo­mento, fu vittima dell’evento più probabile della vita: la morte. Con lui se ne andò via uno stile cui era­vamo abituati e affezionati. La tele­visione soffrì e lo spettatore anche. Finì un’epoca e sivoltò pagina con qualche rimpianto, ma senza di­sperazione. Altri uomini e di diver­sa impostazione esordirono – mi viene in mente Marco Columbro ­e l’audience non precipitò affatto. E che dire dell’immarcescibile Mike Bongiorno? Lo abbiamo am­mirato giova­ne e americaneggian­te presentatore radiofonico e quin­di televisivo. Da Lascia o raddop­pia? a Rischiatutto ( sorvoliamo sul resto andato in onda sulle reti Me­diaset), avevamo maturato la cer­tezza che le nostre serate non aves­sero senso senza un quiz a premi, ovviamente propinato dal fondato­re della tivù d’intrattenimento. Morto anche lui. Ma prima di lui defunse il genere cui era legata la fama di Mike. E veniamo a Pippo Baudo, al­tro campione. È vivo e vegeto, e ce ne rallegriamo. Però abbiamo scoperto che la nostra esistenza, e quella della Rai, procede de­centemente anche se egli ha dira­dato le sue presenze in video si­no a renderle inapprezzabili.

Sic­ché viene il sospetto che il desti­no della tivù prescinda da quello degli uomini che la fanno e che la sparizione o il declino di que­sti coincida con l’esigenza di mu­tare registro, o almeno di rinno­varlo. Santoro si eclissa o cambia cana­le? Fazio di trasferisce ad altra emit­tente o si ritira per godersi i gettoni accumulati? La Dandini va altrove a guadagnarsi i dindini per campa­re? E chissenefrega. Il mondo non si fermerà, e neppure la mangiato­ia di viale Mazzin­i e dintorni roma­ni smetterà di nutrire i professioni­sti capaci di condurre programmi più o meno graditi. Massì, siamo sinceri.

A forza di vedere i soliti vol­ti, i soliti ospiti, le solite liti, e di udi­re le solite sovrapposizioni di voci stridule, le banalità dei soliti satiri­ci, che hanno sostituito gli ideolo­gi, ci siamo stufati. Uffa, che barba, che noia. Dateci qualcosa di diverso e di più eccitante o di più rilassante. Da­teci gente fresca che ci accompagni dal dopocena alle braccia di Mor­feo con qualche gradevole sorpre­sa. Coraggio, regalateci un paio d’ore interessanti e poco stressanti. Nossignori. La fine degli spetta­coli di Santoro e di tutti i santorini non seppellirà la Rai, ma la aiuterà a rinascere. Più bella e più superba che pria. Sperèm. Vittorio Feltri, 11 giugno 2011

MENO TASSE. PIU’ CORAGGIO

Pubblicato il 11 giugno, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi Si sta preparando una riforma fiscale a due stadi, come i contendenti: Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Il primo stadio, da attuare quest’anno (ma dopo aver garantito al ministro dell’Economia la blindatura della manovra da 45 miliardi entro il 2014) è il segnale che il Cavaliere vuol lanciare subito agli elettori. Consisterebbe in un taglio di tre punti dell’aliquota Irpef più bassa, oggi al 23 per cento sui redditi fino a 15 mila euro. E di un micro-taglio dell’Irap di 0,5 punti che allevierebbe la parte di questa imposta scervellata che si paga in relazione alla manodopera, la famigerata tassa sul lavoro. Poiché siamo sul filo del rasoio con l’Europa, questi sgravi dovrebbero essere a costo zero, cioè trovando le risorse all’interno dello stesso sistema fiscale. E dunque in primo luogo aumentando di un punto l’Iva ordinaria (oggi al 20 per cento) e ridotta (oggi al 10). Poi iniziando a disboscare la giungla 476 deduzioni e detrazioni, spesso frutto del pluridecennale lavoro delle lobby. Infine, se servirà, innalzando l’imposta sugli interessi, oggi al 12,5 per cento. Risultato? Sui primi 15 mila euro di reddito imponibile si pagherebbero 450 euro di tasse in meno l’anno, 37,5 al mese. Non cambia la vita, ma per chi campa con quegli introiti è comunque qualcosa. Attenzione, però: parte del risparmio verrebbe restituita a causa di quel punticino in più di Iva. Un motorino da 3 mila euro ne costerebbe 30 in più. Duemila euro di bollette l’anno, altri 20. Mille euro di fatture mediche altri dieci. E così via. Un mobile, un cellulare, una vacanza, tutto costerebbe di più. Ne varrebbe la pena? In linea di principio sì: il trasferimento delle imposte dalle persone alle cose è in tutti i sistemi fiscali avanzati, ed è anche un impegno di questo governo. All’atto pratico, però, andrebbe raffrontato all’effettivo beneficio iniziale. Nel 2008 i contribuenti che hanno dichiarato fino a 15 mila euro di reddito sono stati circa 20 milioni su un totale di 41. Ma occorre tenere conto della fascia esente che nel lavoro dipendente riguarda i redditi fino a 8 mila euro, e per gli autonomi fino a 4.800. Oltre dieci milioni di persone, e proprio quelle a reddito più basso, non avrebbero quindi benefici, mentre pagherebbero l’Iva maggiorata.

L’alternativa allo studio è ridurre l’aliquota media del 27 per cento pagata sui redditi da 15 a 28 mila euro: riguarda in primo luogo 15 milioni di contribuenti, più tutti quelli che stanno sopra. Ma per finanziare il doppio sgravio – di tre punti più uno – non ci sono le risorse, e dunque si parla del calo di un punto delle due aliquote più basse, dal 23 al 22 e dal 27 al 26. Questa operazione farebbe risparmiare al contribuente medio italiano, con reddito di poco inferiore a 30 mila euro, 280 euro l’anno. Ne beneficerebbero più persone, 35 milioni di contribuenti, i tre quarti del totale, ma con un sollievo ancora minore. Infatti mentre il costo della prima operazione è di 13,7 miliardi, quello della seconda è più o meno la metà. Lo sgravio mignon consentirebbe di evitare l’aumento della tassa sui risparmi, operazione invisa al Cavaliere e ai suoi elettori; e forse di togliere qualcos’altro dall’Irap. Fin qui l’assaggio per il prossimo anno. Dopodiché Tremonti presenterebbe la riforma vera e propria attraverso una delega che produrrebbe benefici concreti entro il 2013, anno elettorale. Si sa già però che il ministro intende muoversi sugli stessi binari: riducendo le imposte dirette e aumentando le indirette, disboscando le agevolazioni, innalzando la tassa sugli interessi. Va benissimo, ma la domanda è un’altra: basterà per ridurre la pressione fiscale complessiva, che l’anno scorso è stata del 42,8 per cento del Pil, largamente al di sopra della media europea? Certamente no, se la delega verrà attuata spostando imposte da una parte all’altra. Altra domanda: è davvero questa la riforma di cui ha bisogno il Paese per rilanciarsi? Ecco: secondo noi bisognerebbe partire proprio da qui. Per avere una pressione fiscale di tipo europeo, cioè leggermente al di sotto del 40 per cento, e quindi pensare davvero di rilanciare la crescita, occorre finanziare i tagli con altre risorse. E siccome varrà sempre il principio per cui non si può farlo in deficit, bisogna potare altrove, al di fuori dell’area tributaria. Insomma, rispetto all’idea tremontiana della riforma a costo zero, si deve osare di più. Ma in che modo? Non siamo la Ragioneria dello Stato, ma qualche idea ci viene in mente. In attesa dei famosi tagli verticali, cioè nel merito, alla spesa pubblica. Per esempio: ricordate la più volte promessa abolizione delle province? Si è detto che non renderebbe nulla perché gli impiegati andrebbero ricollocati.

Certo, ma a fine carriera non dovrebbero essere rimpiazzati. E comunque dai dati forniti dall’Unione province italiano salta fuori che non si tratterebbe di bruscolini: il costo complessivo delle 109 province, tra spese correnti e in conto capitale, è di 20 miliardi l’anno. Delle spese correnti, due terzi servono per il mantenimento della macchina burocratica. Dunque si potrebbero risparmiare in partenza 3-4 miliardi l’anno, che aumenterebbero con il decrescere dei dipendenti. Ma non solo. Ci sono gli stipendi dei presidenti (da 4 a 7 mila euro) e dei vice (da 3 a 4.500) ed i gettoni di assessori e consiglieri. I costi per le campagne elettorali. Vogliamo tenerci bassi e dire che in partenza si possono risparmiare 4-5 miliardi l’anno e a regime quei famosi venti? Andiamo avanti. Il governo aveva annunciato la riduzione del 20 per cento dei consiglieri comunali, che in città come Roma, Milano, Napoli, Torino erano ben 60 e con le ultime amministrative sono in effetti scesi a 48. Risparmio stimato, 213 milioni. Ma ci si può chiedere: perché a palazzo Marino, e naturalmente in Campidoglio, devono sedere 48 consiglieri mentre a Montecitorio ci sono 630 deputati ed a palazzo Madama 315 senatori? Dove stanno le proporzioni? Il congresso americano conta 435 deputati e 100 senatori: vogliamo ipotizzare che le decisioni che prende siano abbastanza rilevanti? Se riducessimo a 30 il numero dei consiglieri nelle città maggiori, ed a 20 in quelle minori, la nostra vita pubblica ne risentirebbe? Quei 213 milioni aumenterebbero ad ben oltre mezzo miliardo l’anno. A cui si aggiungerebbero i risparmi su auto blu, segreterie, cellulari, uffici, campagne elettorali. Proseguiamo. Roma, per fare un esempio a noi vicino, ha 20 municipi. Con relativi mini-sindaci, assessori e consiglieri. New York ha cinque distretti, o contee. Si potrebbe trovare una via di mezzo? O ancora: la Sicilia ha 90 deputati regionali, 14 più del senato australiano.

Ma anche Lombardia (80) e Lazio (70) non scherzano. Tirate le somme, noi contribuenti italiani manteniamo 120.490 consiglieri comunali, 3.246 consiglieri provinciali, 35.254 assessori comunali, 858 assessori provinciali, 1.117 consiglieri regionali. Circa 170 mila poltrone. Riducendole della metà arriveremmo a un altro miliardo di risparmi strutturali. Prendiamo il Cnel, Consiglio generale economia e lavoro. Costa 25 milioni l’anno, non molto direte, ma i suoi dirigenti viaggiano intorno a stipendi dai 300 ai 500 mila euro, ed i dipendenti intorno ai 100 mila. Il punto però è: a che serve? La Corte costituzionale e la Corte di Cassazione hanno rispettivamente 14 e 37 magistrati; la Corte suprema americana – che grosso modo riunisce le competenze di entrambe – ne ha nove. E così il Consiglio costituzionale francese. La Corte suprema inglese ha 12 giudici, quella tedesca 16, quella spagnola 12. Poi noi abbiamo il Consiglio di Stato (101 giudici) ed i Tar (392): un esercito di 493 magistrati amministrativi, ai quali si aggiunge qualche migliaio di dirigenti, direttivi, impiegati di concetto, esecutivi, dattilografi e ausiliari suddivisi in sei livelli di carriera e stipendi. E tralasciamo la giustizia penale e civile. Ci fermiamo qui per ora. Abbiamo fornito alcuni esempi di tagli per finanziare una riforma fiscale vera: tagli non solo possibili, ma doverosi. Per restituire ai contribuenti soldi veri, e per dimostrare che ridurre i costi della politica e delle poltrone si può. Un segnale – chiamiamo le cose per nome – etico. Marlowe, Il Tempo, 11 giugno 2011

L’ASSASSINO BATTISTI LIBERO. ITALIA VITTIMA DI CARLA’, SARKO’ E NAPOLITANO, di Maria Giovanna Maglie.

Pubblicato il 10 giugno, 2011 in Cronaca, Giustizia, Politica estera | Nessun commento »

Se Cesare Battisti, assassino, rapinatore, terrorista e delinquente comune, evaso, criminale incallito mai colto nemmeno da un secondo di ravvedimento, se ne sta già pancia all’aria su una spiaggia di Ipanema con garrotina, fidanzata giovanissima al seguito, attribuiamo le responsabilità a tutti coloro che insieme ai giudici brasiliani devono condividerle. È il Brasile, dove fa il presidente della Repubblica una ex terrorista mai pentita che ha seguito le orme del suo predecessore e grande ipocrita, Lula, il quale con Parigi a suo tempo si accordò proprio sullo sporco scambio. È la Francia che anche con questo presidente continua la vecchia applicazione della furbesca dottrina Mitterrand, non è vero madame Sarkozy, e lo fa sulla pelle degli italiani. È tutta l’Europa che non ha alzato un dito ancora una volta, ovvero ha confermato come se ne infischia dei diritti dell’Italia, dagli sbarchi di clandestini alla riconsegna di un criminale, provate a immaginarvi se fosse stato un tedesco, e come non capisce che la dottrina Mitterrand, ovvero un interessato rifugio ai terroristi dei Paesi alleati per strizzare l’occhio ai radical chic di casa ed evitarsi terroristi interni, è possibile anche oggi, e voglio vedere che succede se uno Stato democratico si mette a ospitare terroristi baschi o corsi o irlandesi e via così.
Infine, ma solo nell’ordine, è l’Italia stessa, con un governo che non ha saputo fare la voce grossa e farsi valere sul serio, e soprattutto un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che si è speso malamente nella vicenda. Senza nulla togliere infatti a debolezze e carenze dell’esecutivo e della nostra diplomazia, è indubbio che il Colle negli ultimi mesi si sia candidato e comportato da guida forte di politica estera, con tanto di endorsement alle bombe “umanitarie” sulla Libia, di iniziative tra Israele e palestinesi, di rapporti diretti e amicali ostentati con la Casa Bianca. Bene, oggi giustamente Napolitano dichiara che la decisione del Tribunale supremo brasiliano «assume un significato gravemente lesivo del rispetto dovuto sia agli accordi sottoscritti in materia tra l’Italia e il Brasile sia alle ragioni della lotta contro il terrorismo condotta in Italia, in difesa delle libertà e istituzioni democratiche, nella rigorosa osservanza delle regole dello Stato di diritto». Ma qualche tempo fa diceva rassegnato addirittura che non eravamo stati in grado di far capire agli altri la verità sui nostri anni di piombo. Colpa degli italiani dunque, oppure un’antica consuetudine dell’ex partito comunista con le pratiche di accoglienza dei radical chic francesi? Questo è il bel risultato ed è inutile sostenere che la decisione della Corte Suprema brasiliana sia stata una sorpresa, al contrario tutto era preordinato da quando ai servizi francesi scappò di mano – ops… – il latitante Battisti, e certamente dall’ultimo giorno di presidenza di Lula.

Battisti infatti non arriva in Brasile per caso. Scappa dalla Francia grazie alla complicità dei servizi di sicurezza francesi, con il  sostegno importante di un nutrito gruppo di politici e intellettuali francesi e italiani di sinistra, con agganci pesanti nell’establishment politico e giudiziario brasiliano. Al potere c’è infatti un partito di sinistra erede della lotta alla dittatura, che contiene di tutto, dai cattolici agli estremisti rossi. Battisti viene così trasformato, in palese imitazione degli anni di Mitterrand a Parigi, in un martire degli anni di piombo italiani. Lula accontenta i suoi ministri estremisti, non interviene. Il responsabile della Giustizia, Tarso Genro, lo proclama addirittura rifugiato politico. Le sue sorti vengono seguite anche dalla coppia presidenziale francese Sarkozy-Bruni, Carlà è amica della scrittrice Fred Vargas, la principale sostenitrice di Battisti. Quanto alla politica del Brasile, certamente Lula e ora la molto più sprovveduta ma fedele Dilma contano sul fatto che liberando Battisti i rapporti con l’Italia non saranno compromessi e, certamente, l’Italia ha lasciato intendere loro con la scarsa determinazione mostrata che possono infischiarsene di principi e ideali di giustizia. Lula ha fatto il suo capolavoro,  passare per un’icona della sinistra mondiale no global pur stringendo accordi importanti con chiunque, da Cuba a Chavez all’America dei tempi di Bush.

Abbiamo avuto e abbiamo a che fare con dei banditi, che siano a Parigi o a Brasilia. Siamo ancora in tempo a sostenere che la dottrina Mitterrand è ipocrita e pericolosa, che pregiudica le relazioni tra Stati di diritto e democratici, che chi la applica ne deve pagare pesanti conseguenze, diplomatiche e commerciali? In tempo saremmo pure, dubito che ne abbiamo la volontà. di Maria Giovanna Maglie, Libero, 10 giugno 2011