BOCCHINO, OVVERO IL PROFETA DISPERATO

Pubblicato il 2 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

Esistono frasi storiche: “Il dado è tratto”, “Parigi val bene una messa”, ad esempio, autori rispettivamente Giulio Cesare ed Enrico IV. Poi ci sono quelle di ieri sera: “Senza Fini, Berlusconi non vince più”, “Fini non si dimetterà mai”. L’autore è Italo Bocchino, le ha pronunciate a “8 e mezzo”. Che cosa può indurre un uomo a esprimere formule di questa portata universale che rimbalzano di secolo in secolo? Su Cesare che tornava a Roma dalla Gallia e sul Borbone che poneva fine alle guerre di religione in Francia sono stati scritti saggi poderosi. Su Bocchino, mentre gli storici si stanno attrezzando, noi ci permettiamo un paio di appunti.

Immaginiamo la scena. Bocchino esamina con Fini a Montecitorio i dati sulle elezioni. Futuro e Libertà non batte neanche un colpo, dove si è alleata con Casini è riuscita a fargli perdere voti e soprattutto la reputazione. Fini non va bene neanche come secondo, neanche come terzo tra i centristi persino dopo Rutelli. La realtà è questa: con Fini si perde.

Come uscirne? Ecco l’idea: girare la frittata. Invece di constatare che dove ci sono loro bisogna toccare ferro, Fini e Bocchino cercano di riabilitarsi a livello di storia. Essere quelli che fanno perdere Casini è un po’ poco, oggettivamente. Ecco l’idea: atteggiarsi a jettatore cosmico, come una specie di cornetto di san Gennaro all’incontrario di Berlusconi. Se te ne privi, fa perdere.

Altro che nuovo centrodestra, e progetti fantascientifici di conservatorismo gollista: altro che grande leader, ma un ruolo banale da antiberlusconiano, da Travaglio minore, e per Bocchino quello di luogotenente di un disegno meschino. Si noti. Così per consolarsi della disfatta personale si autoinventano come gli autori della vittoria di Pisapia e De Magistris. Complimenti. Pur di dare un senso alla vita, va bene anche il ruolo di ribaltonisti a cui l’insuccesso ha dato alla testa. Al punto da coniare la sentenza: “Fini non si dimetterà mai”. Un mai che rimbalza tra le costellazioni, di secolo in secolo. Qui ci crediamo.essuno ha mai creduto da queste parti che l’uomo fosse capace di dimettersi. Imbullonato alla poltrona, spera invano di far dimettere gli altri. C’è riuscito con Urso e Ronchi.

Non è vero che senza Fini si perde. Con Fini si perde tutto: non solo incarichi ed elezioni, ma anche il decoro, anche il senno. Tutto pur di lasciare la poltrona a lui.

RIVOLUZIONE NEL PDL, LA FORZA DI VOLTAR PAGINA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 2 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

Un segretario politico per il Pdl. Da oggi nel partito co­manda Angelino Alfano, ancora per poche ore mini­stro della Giustizia. È questa la pri­ma risposta al deludente risultato elettorale della tornata ammini­­strativa. Che non è un semplice maquillage burocratico-organiz­zativo. Né una sconfessione del la­v­oro e degli uomini che hanno con­dotto il partito fino ad ora. Più sem­plicemente è un voltare pagina e guardare avanti, così come chiedo­no gli elettori, stanchi di assistere a liti tra colonnelli che provocano incertezze sulla rotta. Un partito moderno e liberale de­ve avere nel suo dna l’accettazione della sconfitta, financo del­l’alternanza. Non si governa per grazia di Dio, per diritto divi­no.

Ovvio che elezioni è meglio vincerle, ma nel perderle non c’è nulla di disonorevole o di definitivo. Anche perché il popolo del centrodestra ha dato per ora solo un segnale di insofferenza, nulla di più. Lo prova l’analisi dei flussi elettorali: non c’è stato travaso di voti con l’oppo­sizione, nessun progetto sbandie­rato come alternativo (dal Terzo Polo alle ambizioni del Pd) è stato premiato. Rimettere ordine nel partito, an­che alla luce della scissione finia­na e dei conseguenti nuovi equili­bri, era indispensabile per rilancia­re l’azione del governo, l’unica co­sa che interessa alla gente e che quindi può determinare il risulta­to delle prossime consultazioni. Che Alfano abbia capacità e autore­volezza per compiere la missione è fuori dubbio. È uomo della prima ora, è giovane ma già di esperien­za, si è mosso bene nel labirinto dei rapporti tra istituzioni, pur te­nendo il punto della necessità di ri­formare la giustizia. Soprattutto ha sempre lavorato per unire le va­rie anime del partito nei momenti più delicati.

La continuità rispetto al proget­to originale resta comunque garan­tita dal presidente Berlusconi, che con questa mossa si mette in una condizione più favorevole per oc­cuparsi del governo con più sereni­tà. Nonostante ormai ogni giorno porti la sua pena. Quella di ieri è la decisione dei giudici della Corte di Cassa­zione di dare il via libe­ra anche al referen­dum sul nucleare, co­sa che ha sorpreso tut­ti perché il governo aveva già provveduto a cambiare la legge nel senso chiesto dai referendari, cioè a so­spendere la costruzio­ne di centrali nucleari in Italia. Una decisio­ne che sa di politica, essendo quello sul nu­cleare, il quesito più popolare tra i quattro proposti e quindi quello te­oricamente in grado di trainare l’a­f­fluenza al voto sopra quel cinquan­ta per cento indispensabile perché il risultato sia valido.

Che senso ha votare sì o no a un problema che non c’è più? Misteri della giustizia, o forse meglio ennesimo piacere al fronte antiberlusconiano che pro­pri­o sul successo della tornata refe­rendaria ha scommesso per tenere alta la sfida alla maggioranza. Da ieri sera però il vento ha co­minciato a ricambiare direzione. La nomina di Alfano a segretario unico, compatta e rafforza il Pdl. Vuoi vedere che per l’ennesima volta la sinistra e i suoi gazzettieri hanno celebrato un funerale sen­za il morto? Alessandro Sallusti, Il Giornale, 2 giugno 2011

LA NOMINA DI ALFANO: LA SVOLTA SOFT DOPO IL VOTO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 2 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, all'arrivo a Palazzo Grazioli per l'ufficio di presidenza presieduto dal premier SilvioBerlusconi, questo pomeriggio 01 giugno 2011 a Roma Alfano sale. Nessuno scende. Il Pdl ha trovato un compromesso per rispondere subito al crac del voto. È ovviamente solo un primo passo, ma l’ascesa del ministro della Giustizia al ruolo di segretario politico ha il pregio di essere netta e unanime. Vedremo presto se la soluzione è quella giusta e se alle aspettative corrisponderanno i fatti. Io penso che Alfano abbia tempra e capacità di relazione, qualità preziose in un partito che aveva smarrito la visione politica sostituendola con l’idea dello scontro totale. La sconfitta bruciante di Milano e Napoli può essere l’occasione per riprendere il discorso interrotto con gli elettori moderati che si sono allontanati dal Pdl. Alfano però deve trovare una legittimazione più ampia, un’investitura che superi gli organigrammi. Ha bisogno di forza per affermare la linea. Se non viene sostenuto, rischia di essere un liquidatore involontario. Per questo nel partito va fatto un lavoro profondo. Va riaperto alla partecipazione e devono funzionare meccanismi sanzionatori per chi sbaglia. Per questo subito dopo il voto avevo chiesto la sostituzione del triumvirato dei coordinatori. Bondi, Verdini e La Russa restano al vertice con deleghe differenti. È una soluzione transitoria che – come spesso accade al provvisorio in Italia – mi auguro non diventi permanente. Mario Sechi, Il Tempo, 2 giugno 2011

ANGELINO ALFANO E’ IL SEGRETARIO POLITICO DEL PDL

Pubblicato il 1 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

L’Ufficio Stampa del PDL  ha diramato poco fa un comunicato stampa che annuncia la nomina del Ministro Alfano a segretario politico del PDL. Questo il comunicato integrale:

L’Ufficio di presidenza del PDL ha indicato Angelino Alfano come segretario politico del nostro movimento.

Un Consiglio nazionale in questo mese sancirà la modifica dello Statuto che farà di Alfano ufficialmente la guida politica del Popolo della Libertà. Ai tre coordinatori Bondi, La Russa, Verdini, saranno affidate deleghe organizzative legate alla filosofia dei nostri valori, alla propaganda e all’organizzazione.

Silvio Berlusconi ha osservato che la nomina di Angelino Alfano a segretario politico nazionale del Pdl serve per ridare slancio al partito e per recuperare il consenso nell’elettorato: Alfano é giovane e ha fatto bene come ministro ed è ben voluto da tutti.

Angelino Alfano, che  intende dimettersi “entro pochi giorni” da ministro della Giustizia, ha commentato:
“Da oggi si riparte e l’obiettivo è vincere le Politiche del 2013. Non sarà un percorso facile, ma chi ritiene di avere un percorso facile si illude. Con un sorriso ironico abbiamo preso atto che la sinistra, avendo vinto in due città – e il Pd con due candidati che non voleva – chiede le dimissioni del governo. E’ come se una squadra chiede di sospendere la partita mentre è in vantaggio al sessantacinquesimo minuto: noi contestiamo che lo siano, ma già questa cosa è paradossale”.

…..La notizia  era attesa ed ora è ufficiale. E’ il primo atto dopo la cocente sconfitta di Milano e di Napoli cui però dovranno seguire altre urgenti e inderogabili iniziative per restituire al partito dei moderati italiani, qualunque possa essere il nome che esso prenderà nell’immediato futuro, il ruolo e il compito che gli assegano i milioni di elettori che continuano a guardare ad esso con fiducia e speranza. Naturalmente il minostro Alfano dovrà lasciare l’incaiuco di ministro della Giustizia. Tra i tanti nomi che si fanno quale suo successore nell’incarico c’è quello dell’on. Maurizio Lupi, ora vicepresidente della Camera. E tra i tanti è quello che noi preferiremmo per le sue personali capacità e per la correttezza cui ispira la sua azione politica. Sarebbe, a nostro avviso, uh degno successore di Alfano. g.

CASSAZIONE: SI AL REFERENDUM SUL NUCLEARE

Pubblicato il 1 giugno, 2011 in Cronaca | Nessun commento »

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Roma – Il referendum si farà. Il 12 e 13 giugno gli italiani voteranno anche sul nucleare. Lo ha deciso l’ufficio elettorale presso la Corte di Cassazione, presieduto da Antonino Elefante, che ha accolto un’istanza presentata dal Pd. Gli italiani voteranno sì o no sull’abrogazione delle nuove norme contenute nel decreto legge omnibus, convertito in legge dal Parlamento, in particolare i commi 1 e 8 dell’articolo 5. È stata così accolta l’istanza presentata dal Pd che chiede di trasferire il quesito sulle nuove norme appena votate nel dl omnibus: quindi la richiesta di abrogazione rimane la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà appunto alle nuove norme sulla produzione di energia nucleare (art. 5 commi 1 e 8).

FINI E CASINI ESULTANO PER I RISULTATI ELETTORALI. MA ADESSO ANCHE I PERDENTI FANNO FESTA?

Pubblicato il 1 giugno, 2011 in Politica | Nessun commento »

I leader centristi esultano per nulla. L’Udc con Fli e Api ha preso meno voti di quando correva da solo. E i finiani? Percentuali da prefisso telefonico.

E ora si affacciano pure gli imbucati ai festeggiamenti post elettorali. A vincere a Mi­lano e Napoli – lo dico per pro­memoria – sono state la sinistra dura di Pisapia e quella giustizialista di De Magistris. Ma vedo che si eccitano an­che una quantità di tamarri che, stando ai numeri, dovreb­bero essere in rianimazione. Che ci fanno tra i giubilanti il trio del Terzo polo, Udc-Fli-Api, e i loro baldi condottieri Casini, Fini, Rutelli? E l’eufori­co Bersani che sul palco al Pan­theon si sbraccia per Romano Prodi e gli offre il Quirinale, mentre non sa se domani sarà ancora in sella? Sembrano quei diciottenni con i brufoli che nessuno si fila ma vanno egualmente alla festa, a costo di fare da tappezzeria. Cominciamo dal trio centrista che dal doppio turno delle amministrative esce più sconfitto dello strabattuto centrodestra. I tre insieme sono più deboli di quanto fosse l’Udc da sola e si attestano sul cinque per cento. Irrisori a Torino, Bologna, Milano, hanno fatto un po’ meglio a Napoli, grazie al capolista Raimondo Pasquino, un signore che si definisce demitiano, ossia un reperto storico. Questo al primo turno. Al secondo, quello dei ballottaggi, hanno deciso di non dare indicazioni di voto ai propri striminziti elettori. Ohibò e perché?, chiederete voi. Risposta. Da un lato, perché sono dei pesci in barile per natura. Dall’altro, per riaffermare il chiodo fisso: siamo contro il bipolarismo, non siamo né di destra né di sinistra, siamo i calmi, siamo i buoni e lasciamo liberi gli elettori. In realtà, visti i drammatici risultati della tornata del 14 maggio, hanno semplicemente evitato di farsi contare. Pura tattica per nascondere che il loro apporto – per la vittoria o la sconfitta – sarebbe stato nullo. Adesso invece questi tre impudenti, che si erano rifugiati impauriti nel mutismo, rovesciano la frittata e si presentano al festino come se fossero stati indispensabili per i trionfi di Pisapia e De Magistris.

Il più impudico, al solito, è Gianfranco Fini che per sfacciataggine è imbattibile. Chiuse le urne, Gianfry – che è ancora presidente della Camera (lo ricordo, perché a nessuno viene più in mente)- ha telefonato a De Magistris per ricordargli il «prezioso» contributo suo e dei suoi alla vittoria. Gli ha detto. «Spero di vederti presto. Nel frattempo però rammenta che il nostro capo-lista ( il succitato reperto demitiano, prof. Pasquino, ndr ) si è dato da fare per te nel ballottaggio », ergo trovagli un posto e vedi di esserci grati. Ecco: questo intendo per imbucati. Tralasciamo l’inverecondia personale dell’ex leader di An, ma né lui né i suoi due sodali del Terzo polo- Pierferdy Casini e Cicciobello Rutelli – hanno ufficialmente mosso un dito per l’ex pm, eppure presentano egualmente la cambiale all’incasso. Inutile dire che è una truffa, poiché il loro presunto apporto non è minimamente verificabile. Per quanto se ne sa, gli elettori del trio, lasciati a se stessi, potrebbero essere rimasti tutti a casa.

Cosa peraltro probabile dato che a Napoli circa metà degli aventi diritto, disgustata da lustri di democristiancomunismo bassoliniervolinesco, ha disertato i seggi. Da Fini ci si deve ormai aspettare di tutto. Al momento, è su di giri perché il Cav, l’arcinemico, ha preso una scoppola grossa come il cenotafio di Arcore. «Il berlusconismo è archiviato », ha gongolato a caldo. Vero o no,è l’unico motivo della sua gioia. Altri non ne ha. I voti del suo Fli – il partito che condivide con le tre Grazie, Bocchino, Granata e Briguglio – si sono attestati sull’uno e rotti per cento. Una percentuale da lista civica di pescatori di telline a Borca di Cadore. Se non lo trattenesse l’odio per il Cav, Gianfry dovrebbe emigrare a Montecarlo. Pensate che An, la sua ex compagine fiorita all’ombra del berlusconismo, nelle ultime elezioni in cui si presentò, quelle del 2006, raccolse oltre il 12 per cento dei suffragi. E anche dopo la fusione nel Pdl, An e Fi uniti ebbero più voti di quanti non ne avessero separatamente. Ora, invece, dopo essersi fatto comandare a bacchetta da un livore da pastore anatolico (categoria nota per le faide), Fini è diventato un’entità politica pari a Turigliatto. Ma non ci bada, perché gli basta che pure il Berlusca sia in disgrazia, anche se la disgrazia del Berlusca veleggia- presumiamo, in attesa di calcoli – sul 25-30 per cento. Perciò, avvolto dai fumi di un’infantile euforia, si è spudoratamente vantato: «Io ho fatto tutto quello che potevo fare per fare finire il governo». È l’ammissione di come ha ridotto la «neutrale» presidenza della Camera: un’occulta casamatta da cui tramare contro l’istituzione Palazzo Chigi. Nutriamo speranza che Napolitano trovi uno spiraglio, tra le esternazioni di pranzo e quelle di cena, di spiegare a Gianfry la differenza tra la penisola italiana e l’atollo della Spectre. Ci sono poi i residui centristi. Una sottospecie di tre cartista politico alla Fini, è il ventriloquo di Casini, Lorenzo Cesa, che ha venduto la stessa fuffa: «Siamo stati determinanti ai ballottaggi». Il giorno che lo dimostri, Lorenzo, il Giornale ti offre cena. Gli altri perdenti del Terzo polo – che so, Rutelli, Tabacci, Bocchino ecc. – tacciono sulla propria catalessi. Manifestano però illimitata contentezza per la sconfitta dell’orrido facocero arcoriano e la fine del berlusconismo. Antevedono l’inizio di un nuovo mondo, senza però- ahi loro- chiedersi se ne faranno parte. Una prece. Due parole per concludere su Bersani e il Pd. Si sentono vincitori e non hanno vinto niente. Dopo venti anni di danni, hanno perso Napoli. Il loro candidato è stato espulso al primo turno. Al secondo, senza essere invitati, si sono uniti al banchetto di De Magi-stris, infilandosi tra le gambe dei commensali come cagnetti a caccia di briciole. A Milano, hanno dovuto inghiottire Pisapia al posto del loro candidato Boeri e inchinarsi alla supremazia della sinistra vendoliana ( contro la quale il Pd era nato tre anni fa). Ambivano allearsi col centro, ma è crollato. Adesso sono a rimorchio della sinistra che detta le condizioni. Sognavano di essere le mosche cocchiere. Si sono risvegliati con un pugno di mosche. Il Giornale,  1° giugno  2011

grande psicoframma dopo le elezioni…, l’editoriale di ALESSANDRO SALLUSTI

Pubblicato il 31 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Abbiamo liberato Napoli e Milano, urlano i leader della sinistra dopo la vit­toria elettorale di ieri. A parte che Napoli era governata anche prima dalla sinistra, cioè da loro stessi sotto altre spoglie (Iervolino, Bassolino) per cui al massimo si può parlare di rego­lamento di conti interno, in effet­ti a Milano qualche cosa è suc­cesso. Una parte di moderati, non andando a votare, ha deci­so di dare il via libera a un sinda­co rifondatore comunista, Pisa­pia, già amico di terroristi prima e centri sociali poi. Nonostante esperti politologi, raffinati socio­logi e anche qualche immanca­bile teologo ci abbiano spiegato negli ultimi quindici giorni, e lo faranno ancor più oggi e nei prossimi, come tutto questo ab­bia un senso profondo e fonda­mentale per i destini del Paese, noi continuiamo a non capire e a ritenerlo più semplicemente una grande, enorme stronzata. Confortati in questo giudizio dalla prima dichiarazione di Vendola, padrino di Pisapia, sul­la vittoria di Milano: «Abbiamo liberato la città, ringraziamo i fratelli rom». Ma parla per te, gli sfruttatori di bambini e scippato­ri di vecchiette saranno fratelli tuoi, io resto dell’idea che prima li mandiamo via dalle nostre cit­tà meglio è per tutti.

Per questo credo che il centro­destra non debba cadere nella depressione da sconfitta. Dai grandi imperatori alle grandi ci­viltà, giù giù fino alla squadra di calcio è capitato a tutti di perde­re battaglie o a volte guerre. Se i milanesi hanno deciso così alla fine saranno anche affari loro. Quello che non si capisce è dove era il nemico. Possono essere Pi­sapia, Vendola, De Magistris, delle alternative al blocco mode­rato che da anni governa il Pae­se? La risposta è, ovviamente, no, non possono esserlo, né è pensabile che la maggioranza degli italiani stia dalla parte dei magistrati che ieri hanno inda­gato il presidente del Consiglio per le interviste rilasciate ai tg di Rai e Mediaset, ultimo atto di una farsa giudiziaria ormai sen­za fondo.

Evidentemente il problema sta soltanto nella maggioranza di governo, ha generato stan­ch­ezza e quindi mancanza di en­tusiasmo nel suo elettorato, in al­cuni casi attratto, come capita ai mariti annoiati, dalla mignotta di turno camuffata da dama raffi­nata. Dalla scappatella al divor­zio la strada è lunga, non mi uni­sco al coro di chi tira conclusio­ni a mio avviso affrettate e in al­cuni casi ingenerose. Il berlusco­nismo è finito? Prima o poi fini­sce tutto, anche il mondo. Il pro­blema non è questo, semmai questo è il tarlo di chi vuole pren­dere il posto del Cavaliere subi­to e possibilmente senza contar­si. La sola domanda che mi inte­ressa è: il berlusconismo può fa­re ancora qualche cosa per noi meglio e più di altri. Se la rispo­sta è sì, avanti senza paura che gli incidenti si superano, se è no non fasciamoci la testa perché cambiare sarebbe inevitabile ol­tre che giusto.

Io credo che la risposta corret­ta sia la prima, ma invito gli ami­ci del Pdl a non trasformarla ra­pidamente in quella sbagliata. Come? Riducendo il berlusconi­smo a quello che non è e che non può essere, cioè un partito regolato da norme rigide e statu­­tarie, da riti pazzeschi e assem­blee interminabili. Il berlusconi­smo è l’unica antipolitica appli­cabile a un sistema, tale è stato e tale deve rimanere. Per correg­gere i suoi eccessi e le sue bizzar­rie non servono elezioni prima­rie, alla gente non interessa se i coordinatori debbano essere uno, tre o cinque. Basta un capo che se ne occupi e un po’ di buon senso. Più che a rifare il Pdl, i leader del partito pensino a fare bene i ministri, i governa­tori, i sindaci quali molti di essi sono. Credo che ciò sarebbe suf­ficiente a evitare il ripetersi di un nuovo caso Milano. Cioè, me­no chiacchiere e più fatti.

CARO CAVALIERE, CAMBIA TUTTO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 31 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

DOPO I DISASTROSI RISULTATI DEL BALLOTTAGGIO, BERLUSCONI DEVE CAMBIARE TUTTO NEL PDL. ALTRIMENTI E’ L’INIZIO DELLA FINE.

Silvio Berlusconi in visita di Stato a Bucarest Il centrodestra ha fatto tutto il possibile per perdere i ballottaggi e ci è riuscito. Alla grande. La dimensione della sconfitta è enorme e da oggi comincia un’altra storia per il Pdl e Silvio Berlusconi. Da mesi e mesi Il Tempo sostiene che non è questa la via maestra per far valere le buone ragioni dei moderati, che non è questa l’agenda per cui gli italiani hanno mandato il Cavaliere a Palazzo Chigi, che non è questo il modo di condurre un partito e il governo. Una politica del non-sense, urlata, senza esprit de finesse, ha sostituito la narrazione berlusconiana che era fatta di ben altre cose. Una campagna plumbea voluta dai teorici dello scontro totale ha avviluppato ogni ragionamento e buona proposta, mentre un’oligarchia senza voti, visione e spirito di servizio chiudeva il partito a doppia mandata e il governo si rassegnava a gestire le emergenze. Non bastano il martello della magistratura e il sabotaggio dell’establishment per giustificare il crac. Berlusconi aveva il controllo del principale partito italiano e la leva del governo per reagire. La verità è che intorno al premier è cresciuto un manipolo di sagome votate alla distruzione che lo ha guidato nella corsa contro un muro di titanio. Solo Sandro Bondi ha avuto la dignità di dimettersi dal coordinamento del partito. Per il resto, silenzio o demenziali bla bla bla. Invece gli elettori si attendono lo stesso gesto da parte di Ignazio La Russa e Denis Verdini. È il minimo sindacale. Poi, se si vuol salvare la storia politica del centrodestra, si va avanti cambiando tutto. Subito. C’è una sola via: le elezioni primarie. Si riparte dal sogno del partito americano. Altrimenti si sprofonda in un incubo italiano. Mario Sechi, Il Tempo, 31/05/2011

SE VUOLE GOVERNARE, L’OPPOSIZIONE DEVE TROVARE PRIMA UNA ALTERNATIVA A BERLUSCONI

Pubblicato il 29 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Spero che a Milano e a Na­poli vincano i candidati di Berlusconi e di Bossi. C’è un’aria mefitica nella poli­tica italiana, da regolamento di conti. Nonostante gli errori ma­dornali del centrodestra, anche ma non solo in campagna eletto­rale amministrativa, gli italiani do­vrebbero pensarci due volte pri­ma di premiare i modi disgustosi dei faziosi che considerano Berlu­sconi il «nemico assoluto».Il grup­po Repubblica, padrone ideologi­co delle opposizioni, e il partito mediatico-giudiziario, testa d’ariete dell’aggressione al pre­mier, hanno fatto di tutto per im­pedire il regolare funzionamento delle istituzioni, e gridano al tradi­mento delle istituzioni; hanno get­tato fango ogni giorno su chi ha il mandato a governare, e gridano contro la macchina del fango; hanno tentato di paralizzare il pa­ese, e ne denunciano il declino ad­dossandone la responsabilità a un regime che non è mai esistito; hanno organizzato un blocco di tutti gli interessi corporativi, e pro­testano contro la promessa tradi­ta­di una riforma liberale dell’eco­nomia; si sono messi sotto i piedi la giustizia, e si atteggiano a paladi­ni della legalità. La loro linea è roz­za ma può risultare efficace: è il ro­vesciamento di tutte le frittate.

Pisapia e De Magistris sono ma­schere in commedia, e Pisapia è il costume di scena di una recita gentile e perbene. Ma tutti sanno che i due candidati in ballottaggio contro il populismo democratico di Berlusconi e della Lega, in no­me di coalizioni ispirate a un in­certo populismo borghese e a un pericoloso ribellismo forcaiolo, non sono espressione di un’alter­na­tiva di governo seria e responsa­bile. A Bologna e a Torino hanno vinto i candidati di un Partito de­mocratico vecchio stile, un’oppo­sizione legittima nei modi e nelle politiche. La vocazione propria, o imposta, ai candidati di Milano e Napoli è un’altra: è il programma di liberazione del Paese da ciò che ha storicamente rappresentato la formazione di un centrodestra di governo e di movimento, è la gran­de avventura senza sbocco del TTB, tutti tranne Berlusconi.

Per raggiungere questo obietti­vo non è stato risparmiato un solo colpo, e la risorsa decisiva di car­tucce come sempre l’ha fornita lo spirito arrogante e giustizialista dei Pm che fanno comizi in piaz­za, eleggono i calunniatori profes­sionali a «icona dell’antimafia», propalano la leggenda nera di un potere criminale che trasforma in reato tutto ciò che tocca. Per loro Dominique Strauss-Kahn è un eroe filosofico tutto da capire, e il suo caso mostra la faccia cattiva della giustizia americana, mentre Berlusconi è per definizione Bar­bablù, anche se contro di lui non c’è altro che una serie di cene scol­lacciate in stile Drive In, spiate e propalate in una brutale violazio­ne­della legge e della privacy da si­stema giudiziario borbonico.

Un imprenditore al governo è un’anomalia,ma Berlusconi ci ha dato il maggioritario, la riforma del mercato del lavoro, i conti a po­sto in una situazione «alla greca», una buona legge dell’istruzione pubblica per riparare le disenna­tezze dei pedagoghi e dei baroni di sinistra, e una trasformazione delle basi della politica di cui c’era bisogno in tempi di assalto giusti­zialista all’autonomia e alla so­stanza della democrazia elettiva. Il suo bilancio, nel Paese classico dell’ingovernabilità, è largamen­te deficitario, ma è un bilancio. Mentre non si può chiamare bi­lancio quel che non hanno fatto in nove anni di governo (Dini, Pro­di I, D’Alema,Amato,Prodi II) i ca­pi dell’Ulivo, sempre in lotta tra lo­ro, lobby contro lobby. In caso di sconfitta, per una vol­ta confermando la diagnosi di Nonno Scalfari («Non è il tipo che se ne va»), Berlusconi ha detto che non se ne andrà e continuerà a battersi. Vedremo come. Vedre­mo se con una maggiore consape­volezza del fatto che la posta in gio­co per il Paese è alta, e il margine di errore si è paurosamente assot­tigliato. Vedremo se con una au­spicabile operazione verità, fon­data sui canoni migliori del berlu­sconismo e della sua ormai quasi ventennale tradizione politica, scenica, psicologica e umana. Quel che è sicuro è che al termine della legislatura, quando non sa­ranno più gli arcobaleni di Pisa­pia e le piazzate narcisistiche del Pm d’assalto a brillare davanti agli elettori, ma servirà una coali­zione politica diversa dalla muta ringhiosa di giornalisti e di lobbi­sti, le opposizioni dovranno tro­varne una seria, di alternativa, se vorranno prevalere secondo le re­gole del gioco. Il TTB non basterà. Giuliano FERRARA, Il Giornale, 29 maggio 2011

IL GIORNO DOPO DOMANI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 29 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi Ci siamo. Tra 24 ore sapremo quali saranno le sorti non solo di Milano, Napoli e altre importanti città italiane, ma anche del governo e della maggioranza che nel 2008 vinse trionfalmente le elezioni. Sembra trascorso un secolo, talmente grande è il cambio di scenario rispetto all’esordio che vide l’archiviazione di Prodi e dell’Unione. Diciamo subito una cosa: il momento della caduta di Berlusconi non è ancora arrivato. Il Cavaliere probabilmente dovrà fare i conti con una sconfitta inattesa. Questo fatto in politica è normale, ma nel caso di Silvio e di Milano ci troviamo di fronte a uno spartiacque. Se la Moratti perde il ballottaggio (e se pure a Napoli dovesse andar male) il presidente del Consiglio dovrà prendere il toro per le corna e fare scelte radicali. Berlusconi quando dice che «il governo non rischia» sa benissimo di fare una fotografia parziale della realtà. E sa anche che il giorno dopo domani partirà – che lo voglia o meno – un nuovo capitolo della sua «storia italiana». I suoi avversari diranno che siamo non al «declino» ma alla «caduta». Io penso più semplicemente che Berlusconi in avrà davanti una serie di opzioni per non dico scegliere, ma certamente provare a «governare» l’imprevisto o lasciarsi logorare. Nei giorni scorsi ho cercato di spiegare come la riorganizzazione del partito sia fondamentale in questo processo, ma non bisogna dimenticare che Berlusconi ha in mano un’arma formidabile, il centro di tutto, il governo. Il premier deve cominciare a ragionare sull’economia e il peso della Lega nelle scelte di Palazzo Chigi. I giovani e le donne stanno votando a sinistra. Il Nord ha cominciato a riflettere sulla realtà delle cose predicate dal Carroccio. Servono riforme per far crescere il Pil e bisogna prendere atto che il partito di Bossi va aiutato a maturare una volta per tutte. Certo, il Senatur può staccare la spina, ma anche per lui la cambiale firmata dagli elettori non è in bianco. La credibilità è tornata ad essere il vero spartiacque del voto. Un ruolo chiave dal giorno dopo domani lo avrà Giulio Tremonti. Il futuro è anche nelle sue mani. Per succedere al Cav dovrà inventare un secondo tempo della politica economica del Cav. Se non si trova l’umiltà – da parte di tutti – per fare questo passaggio elementare, allora sul serio con Berlusconi qualche giorno dopo domani cadranno tutti. Mario Sechi, Il Tempo, 29/05/2011

.…….Il giorno dopo domani sarà davvero un altro giorno. Comunque vadano le elezioni e qualsiasi sia il risultato di Milano e di Napoli. Vinca o perda il PDL in queste due città, l’una simbolo della laboriosità del Nord, l’altra simbolo di un modo di far politica non più accettabile, Berlusconi dovrà rimescolare le carte per tentare di passare alla storia e non rimanere soltano nella cronaca di questi 17 anni. Ne va dei Valori del centro destra e della loro capacità di essere la stella cometa dei moderati italiani nel prosismo futuro. g.