ANATOMIA DI UN DECLINO
Pubblicato il 28 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »
C’è una parte del suo tradizionale elettorato che non crede più in Berlusconi. Non è che si sia spostato a sinistra. Non lo ha fatto. Nemmeno si è spostato sulla Lega. Ha semplicemente smesso di votare Berlusconi. Perché? I guai giudiziari del premier ne hanno certamente logorato l’immagine ma non credo sia questa la ragione principale del distacco. Non si trovano spiegazioni plausibili se ci si limita a cercarle in superficie, nelle contrapposte propagande: «di qua la libertà, di là il comunismo» come dice la destra; «di qua la vera democrazia, di là la destra eversiva e populista» come replica la sinistra. Sono argomenti buoni per comizi e articoli di editorialisti-militanti un po’ esagitati, e utili per soddisfare pubblici «propaganda-dipendenti». Ma non spiegano nulla. La vera ragione sta nel fatto che quella parte di elettorato che aveva votato Berlusconi contro la «società corporativa», sperando che egli la smantellasse (o, quanto meno, la indebolisse fortemente) ha constatato che ciò non è avvenuto e ora si è stancata, non crede più alle sue promesse.
Sfruttando il vuoto di potere che si era creato nei primi anni Novanta e le nuove regole del gioco (maggioritarie) Berlusconi mise in piedi, fin dal suo ingresso in politica nel 1994, una coalizione sociale fortemente eterogenea (più eterogenea di quella della sinistra). Usò il linguaggio «liberale» dell’appello al mercato, della riduzione del peso della politica, della de-regolamentazione, per attirare a sé quella parte di elettorato, prevalentemente (ma non solo) del Nord, interessato alla competitività, alla riduzione del peso della politica nella vita associata, allo smantellamento dei mercati chiusi, protetti e iper-regolati da uno Stato inefficiente, costoso e sprecone. Ma, per vincere, Berlusconi dovette anche inglobare ampie porzioni di elettorato più interessato alla difesa dell’esistente che a radicali cambiamenti. I suoi successi, da allora in poi, sono dipesi dalla capacità di stare in equilibrio fra due mondi contrapposti, portatori di domande incompatibili. È stato un eccezionale esercizio di leadership tenere insieme per tanto tempo una coalizione siffatta. Ma non poteva durare in eterno.
Non che non ci siano state anche cose buone (dal punto di vista della modernizzazione del Paese) fatte dai governi Berlusconi. Per esempio, se non fosse per la faziosità che acceca tanti professori, essi dovrebbero riconoscere che la riforma universitaria Gelmini, pur con i compromessi che sono stati necessari per vararla, è decisamente migliore delle pessime riforme fatte in passato dalla sinistra. Stante che il miglioramento del capitale umano è essenziale allo sviluppo, si capisce anche perché è meglio, in genere, che scuola e università siano in mano alla destra (sempre che essa sia capace, come è stato questo il caso, di scegliere un buon ministro) piuttosto che alla sinistra: a differenza della sinistra, la destra non è «ostaggio» delle corporazioni che dominano il settore dell’istruzione (capaci solo di protestare per i «tagli» mettendo la sordina sulle proprie inefficienze), è più libera di agire. È probabilmente la stessa ragione per cui Roberto Maroni, esponente di un partito privo di legami clientelari con il Sud, è risultato un ministro degli Interni più efficiente di altri nella lotta contro la criminalità organizzata.
Ma ammesso che alcune cose buone sono state fatte (anche in altri campi, come quello del mercato del lavoro), resta che non sono state rimosse le fondamentali cause del declino. La società corporativa è ancora viva e vegeta, continuano ad esistere inespugnabili mercati protetti, fonti di tanti sprechi e inefficienze, i piccoli e medi produttori continuano a subire vessazioni burocratiche, il peso dell’intermediazione politica non è stato minimamente scalfito.
Certo, c’è stata la crisi e nessuno può togliere a Giulio Tremonti il grandissimo merito di avere impedito all’Italia di fare la fine della Grecia. E, certo, la riduzione drastica delle tasse da sempre promessa da Berlusconi non poteva esserci con questi chiari di luna. Ma l’elettore che si sta staccando dal premier constata che molte altre cose potevano essere fatte e non lo sono state. Privatizzare e liberalizzare sarebbero state cose possibili in questi anni senza intaccare la giusta linea tremontiana del rigore. Oggi la società sarebbe molto più «libera» e le energie liberate sarebbero una preziosa e potente risorsa per rilanciare la crescita. Sfortunatamente una politica siffatta, stante l’eterogeneità della coalizione sociale del centrodestra, sarebbe venuta incontro alle domande di una parte dell’elettorato ma ne avrebbe anche antagonizzata un’altra parte. Quando il ministro Renato Brunetta (sul Foglio di ieri) espone un complesso progetto – che egli dice già approvato dal Pdl – teso a rimettere in moto lo sviluppo, è impossibile non domandarsi perché quelle cose non siano già state fatte da tempo (e non basta riferirsi alla scissione finiana per spiegarlo). Non è ormai un po’ tardi per annunci e promesse?
Gli antiberlusconiani per principio pensano che gli elettori delusi da Berlusconi avessero sbagliato a sceglierlo fin dall’inizio. Ma cos’altro avrebbero potuto fare? Rivolgersi alla sinistra? Ma quegli elettori sanno che la base sociale prevalente della sinistra è data dalle corporazioni del pubblico impiego, un mondo incompatibile con le loro aspirazioni.
Per inciso, è in questa prospettiva che si comprende anche perché la Lega non riesca a sfondare nelle grandi città del Nord a spese del Pdl e anzi mostri segni di arretramento. La Lega esprime un attaccamento al ruolo della intermediazione politica altrettanto forte di quello della sinistra. Non può intercettare i delusi da Berlusconi.
La verità è che se il problema italiano si riduce alla gestione della società corporativa allora la sinistra è più adatta allo scopo rispetto alla destra (alla destra berlusconiana per lo meno). Può farlo con più sapienza. Il premier si era presentato come l’uomo «del fare». Paga il prezzo di ciò che non ha fatto. Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera 28 maggio 2011
.………..Panebianco è un editorialista non fazioso nè prevenuto, per cui, pur con qualche distinguo, la sua analisi è corretta e integra la riflessione che faceva qualche giorno fa Francesco Damato sul Tempo circa la utilità di una sconfitta del centro destra a Milano e Napoli perchè dalla sconfitta possa riemergere con nuovo slancio e nuovo vigore. Ma forse è troppo tardi per cui è logico che i topi comincino a scappare. Oggi è la volta della belloccia presidente (sic) dei liberal democratici, la neo sottosegretaria Melchiorre che si è dimessa dall’incarico perchè, avrebbe scritto al premier, “sconcertata dal colloquio tra Berlusconi e Obama a proposito delle vicende processuali del premier”. In verità siamo noi ad essere sconcertati. La on. Melchiorre, eletta nelle liste del PDL nel 2008, si dimise dal gruppo parlamentare auto eleggendosi “presidente” del gruppo liberaldemocratico (tre persone) all’interno del gruppo misto della Camera. Quando il trio Casini, Fini, Ruteli, hanno dato vita al Terzo Polo, la sterssa Melchiorre sedeva al tavolo della presidenza nella riunione fondativa. Dopo scomparve. Per ricomparire poche settimane fa, al momento del voto a favore di Berlusconi sulle vicende Ruby e subito dopo per essere nominata sottosegretaria allo Sviluppo Economico nell’ambito del rimpasto di governo per imbarcare i componenti del gruppo dei Responsabili costituitosi alla Camera a supporto della maggioranza. E siamo andati per sommi capi per descrivere i pellegrinaggi della on. Melchiorre che si dice sconcertata. Quando ad essere sconcertati sono gli elettori del centro destra che ad occhi chiusi oltre che col naso turato hanno votato le liste del PDL, “a prescindere”, come avrebbe detto il grande e indimenticato principe De Curtis, in arte Totò. A ben vedere, quindi, sia l’auspicio di Damato, sia l’analisi di Panebianco colgono la realtà della situazione. Da cui si esce con u bell’atto di coraggio e di coerente presa di coscienza, considerato che galleggiare nè conviene nè torna utile a nessuno, salvo che non si voglia fare la fine di Andreotti che a furia di galleggiare si ritrovò a Palermo, sul banco degli imputati, per fortuna senza manette grazie al previdente Cossiga. g.

I professionisti dell’indignazione, togati e laici, si sono affrettati a protestare per lo sfogo di Silvio Berlusconi con il presidente degli Stati Uniti, al G8 di ieri a Deauville, sulla «quasi dittatura dei giudici di sinistra» in Italia. Bisogna essere ipocriti per pensare che Obama avesse bisogno di sentire le battute del Cavaliere per farsi un’idea dello specialissimo trattamento giudiziario che viene riservato da anni in Italia al presidente del Consiglio. Il presidente degli Stati Uniti sa bene, al pari dei suoi predecessori e dei segretari di Stato americani succedutisi almeno dal 1992 in poi, che all’ombra dell’autonomia e dell’indipendenza garantite dalla Costituzione a quello che è un “ordine” ma ha voluto trasformarsi in potere giudiziario, vero e proprio, ci sono magistrati che dettano l’agenda politica italiana. Il Dipartimento di Stato nell’estate del 2008 raccolse contro le degenerazioni della magistratura italiana lo sfogo non di Berlusconi, appena tornato a Palazzo Chigi, ma di Massimo D’Alema. Che aveva smesso da poco di fare il ministro degli Esteri dell’ultimo governo di Romano Prodi e, conversando con l’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Roma Ronald Spogli, aveva definito la nostra magistratura «la più grande minaccia allo Stato».
Le condizioni di salute dei maggiori partiti e delle rispettive coalizioni sono tali che conviene loro più perdere che vincere i ballottaggi di domenica prossima a Milano e a Napoli. Vi sembrerà un discorso da matto, direbbe Umberto Bossi, questa volta senza bisogno di ritrattare, come ha fatto nei giorni scorsi parlando di Giuliano Pisapia, ma non lo è per niente. È soltanto l’effetto paradossale di una situazione assurda.
Riorganizziamo il centrodestra. E lo possiamo fare assieme a Casini. Saverio Romano, leader del Pid (Popolari Italia Domani, che vuole una sezione italiana del Ppe), ormai è già al dopo ballottaggio anche se in Sicilia si deve ancora votare, e Romano ha presentato sue liste. Intanto pensa alla settimana prossima. «Anche perché – ci tiene a sottolineare il ministro delle Politiche agricole – qualunque sarà il risultato, non solo il Pdl ma tutto il centrodestra andrà ripensato».
Cosa succede se il centrodestra perde Milano? Bisogna porsi questa domanda per capire quanto è fondamentale il voto di domenica prossima. La situazione sotto il Duomo per il Pdl e la Lega è difficile e il problema di fondo ha un nome e un cognome: Letizia Moratti. Il candidato sindaco non convince i meneghini e tutti i tentativi fatti finora di cambiare registro alla campagna elettorale non sembrano portare alcun beneficio. A questo bisogna aggiungere la possibilità tutt’altro che remota di una sconfitta anche a Napoli.