ANATOMIA DI UN DECLINO

Pubblicato il 28 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

C’è una parte del suo tradizionale elettorato che non crede più in Berlusconi. Non è che si sia spostato a sinistra. Non lo ha fatto. Nemmeno si è spostato sulla Lega. Ha semplicemente smesso di votare Berlusconi. Perché? I guai giudiziari del premier ne hanno certamente logorato l’immagine ma non credo sia questa la ragione principale del distacco. Non si trovano spiegazioni plausibili se ci si limita a cercarle in superficie, nelle contrapposte propagande: «di qua la libertà, di là il comunismo» come dice la destra; «di qua la vera democrazia, di là la destra eversiva e populista» come replica la sinistra. Sono argomenti buoni per comizi e articoli di editorialisti-militanti un po’ esagitati, e utili per soddisfare pubblici «propaganda-dipendenti». Ma non spiegano nulla. La vera ragione sta nel fatto che quella parte di elettorato che aveva votato Berlusconi contro la «società corporativa», sperando che egli la smantellasse (o, quanto meno, la indebolisse fortemente) ha constatato che ciò non è avvenuto e ora si è stancata, non crede più alle sue promesse.

Sfruttando il vuoto di potere che si era creato nei primi anni Novanta e le nuove regole del gioco (maggioritarie) Berlusconi mise in piedi, fin dal suo ingresso in politica nel 1994, una coalizione sociale fortemente eterogenea (più eterogenea di quella della sinistra). Usò il linguaggio «liberale» dell’appello al mercato, della riduzione del peso della politica, della de-regolamentazione, per attirare a sé quella parte di elettorato, prevalentemente (ma non solo) del Nord, interessato alla competitività, alla riduzione del peso della politica nella vita associata, allo smantellamento dei mercati chiusi, protetti e iper-regolati da uno Stato inefficiente, costoso e sprecone. Ma, per vincere, Berlusconi dovette anche inglobare ampie porzioni di elettorato più interessato alla difesa dell’esistente che a radicali cambiamenti. I suoi successi, da allora in poi, sono dipesi dalla capacità di stare in equilibrio fra due mondi contrapposti, portatori di domande incompatibili. È stato un eccezionale esercizio di leadership tenere insieme per tanto tempo una coalizione siffatta. Ma non poteva durare in eterno.

Non che non ci siano state anche cose buone (dal punto di vista della modernizzazione del Paese) fatte dai governi Berlusconi. Per esempio, se non fosse per la faziosità che acceca tanti professori, essi dovrebbero riconoscere che la riforma universitaria Gelmini, pur con i compromessi che sono stati necessari per vararla, è decisamente migliore delle pessime riforme fatte in passato dalla sinistra. Stante che il miglioramento del capitale umano è essenziale allo sviluppo, si capisce anche perché è meglio, in genere, che scuola e università siano in mano alla destra (sempre che essa sia capace, come è stato questo il caso, di scegliere un buon ministro) piuttosto che alla sinistra: a differenza della sinistra, la destra non è «ostaggio» delle corporazioni che dominano il settore dell’istruzione (capaci solo di protestare per i «tagli» mettendo la sordina sulle proprie inefficienze), è più libera di agire. È probabilmente la stessa ragione per cui Roberto Maroni, esponente di un partito privo di legami clientelari con il Sud, è risultato un ministro degli Interni più efficiente di altri nella lotta contro la criminalità organizzata.

Ma ammesso che alcune cose buone sono state fatte (anche in altri campi, come quello del mercato del lavoro), resta che non sono state rimosse le fondamentali cause del declino. La società corporativa è ancora viva e vegeta, continuano ad esistere inespugnabili mercati protetti, fonti di tanti sprechi e inefficienze, i piccoli e medi produttori continuano a subire vessazioni burocratiche, il peso dell’intermediazione politica non è stato minimamente scalfito.
Certo, c’è stata la crisi e nessuno può togliere a Giulio Tremonti il grandissimo merito di avere impedito all’Italia di fare la fine della Grecia. E, certo, la riduzione drastica delle tasse da sempre promessa da Berlusconi non poteva esserci con questi chiari di luna. Ma l’elettore che si sta staccando dal premier constata che molte altre cose potevano essere fatte e non lo sono state. Privatizzare e liberalizzare sarebbero state cose possibili in questi anni senza intaccare la giusta linea tremontiana del rigore. Oggi la società sarebbe molto più «libera» e le energie liberate sarebbero una preziosa e potente risorsa per rilanciare la crescita. Sfortunatamente una politica siffatta, stante l’eterogeneità della coalizione sociale del centrodestra, sarebbe venuta incontro alle domande di una parte dell’elettorato ma ne avrebbe anche antagonizzata un’altra parte. Quando il ministro Renato Brunetta (sul Foglio di ieri) espone un complesso progetto – che egli dice già approvato dal Pdl – teso a rimettere in moto lo sviluppo, è impossibile non domandarsi perché quelle cose non siano già state fatte da tempo (e non basta riferirsi alla scissione finiana per spiegarlo). Non è ormai un po’ tardi per annunci e promesse?

Gli antiberlusconiani per principio pensano che gli elettori delusi da Berlusconi avessero sbagliato a sceglierlo fin dall’inizio. Ma cos’altro avrebbero potuto fare? Rivolgersi alla sinistra? Ma quegli elettori sanno che la base sociale prevalente della sinistra è data dalle corporazioni del pubblico impiego, un mondo incompatibile con le loro aspirazioni.
Per inciso, è in questa prospettiva che si comprende anche perché la Lega non riesca a sfondare nelle grandi città del Nord a spese del Pdl e anzi mostri segni di arretramento. La Lega esprime un attaccamento al ruolo della intermediazione politica altrettanto forte di quello della sinistra. Non può intercettare i delusi da Berlusconi.
La verità è che se il problema italiano si riduce alla gestione della società corporativa allora la sinistra è più adatta allo scopo rispetto alla destra (alla destra berlusconiana per lo meno). Può farlo con più sapienza. Il premier si era presentato come l’uomo «del fare». Paga il prezzo di ciò che non ha fatto. Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera 28 maggio 2011

.………..Panebianco è un editorialista non fazioso nè prevenuto, per cui, pur con qualche distinguo, la sua analisi è corretta e integra la riflessione che faceva qualche giorno fa Francesco Damato sul Tempo circa la utilità di una sconfitta del centro destra a Milano e Napoli perchè dalla sconfitta possa riemergere con nuovo slancio e nuovo vigore. Ma forse è troppo tardi per cui è logico che i topi comincino a scappare. Oggi è la volta della belloccia presidente (sic) dei liberal democratici, la neo sottosegretaria Melchiorre che si è dimessa dall’incarico perchè, avrebbe scritto al premier, “sconcertata dal colloquio tra Berlusconi e Obama a proposito delle vicende processuali del premier”. In verità siamo noi ad essere sconcertati. La on. Melchiorre, eletta nelle liste del PDL nel 2008, si dimise dal gruppo parlamentare auto eleggendosi “presidente” del gruppo liberaldemocratico (tre persone) all’interno del gruppo misto della Camera. Quando il trio Casini, Fini, Ruteli, hanno dato vita al Terzo Polo, la sterssa Melchiorre sedeva al tavolo della presidenza nella riunione fondativa. Dopo scomparve. Per ricomparire poche settimane fa,  al momento del voto a favore di Berlusconi sulle vicende Ruby e subito dopo per essere nominata sottosegretaria allo Sviluppo Economico nell’ambito del rimpasto di governo per imbarcare i componenti del gruppo dei Responsabili costituitosi alla Camera a supporto della maggioranza. E siamo andati per sommi capi per descrivere i pellegrinaggi della on. Melchiorre che si dice  sconcertata. Quando ad essere sconcertati sono gli elettori del centro destra che ad occhi chiusi oltre che col naso turato hanno votato le liste del PDL,  “a prescindere”,  come avrebbe detto il grande e indimenticato principe De Curtis, in arte Totò. A ben vedere, quindi, sia l’auspicio di Damato, sia l’analisi di Panebianco colgono la realtà della situazione. Da cui si esce con u bell’atto di coraggio e di coerente presa di coscienza, considerato che galleggiare nè conviene nè torna utile a nessuno, salvo che non si voglia fare la fine di Andreotti che a furia di galleggiare si ritrovò a Palermo, sul banco degli imputati,  per fortuna senza manette grazie al previdente Cossiga. g.

MA SE LO DICE D’ALEMA E’ OK

Pubblicato il 27 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Al TG delle 13,30 di oggi il grillo parlante del PD, l’ex democristiano Enrico Letta, schiumava rabbia contro Berlusconi. Niente di nuovo si dirà. Letta quando parla, lo fa solo per starnazzare contro Berlusconi. Togligli Berlusconi e Letta andrebbe a pesca per ammazzare il tempo e nel frattempo imparare a parlare con i pesci. Niente di nuovo, infatti. Solo che la ragione dell’ennesima sfuriata di Letta era il colloquio, privato, tra Berlusconi e Obama, ai margini del G8 di Parigi, durante il quale il premier ha raccontato ad Obama le “attenzioni” che subisce da 17 anni dalla procura di Milano. Come sia stato possibile che un colloquio privato sia diventato pubblico e oggetto di scandalo è presto detto. I soliti spioni hanno letto il labiale di Berlusconi mentre parlava con Obama. Alla faccia della privacy e anche della sicurezza, perchè così come sono stati capaci di carpire il labiale avrebbero potuto sparare al capo della Casa Bianca. Quisquiglie, queste, per Letta al quale della privacy di Berlusconi e della sicurezza di Obama, importa un ficco secco. Gli importa scatenare la sua furia moralizzatrice contro il premier che “racconta” i fatti suoi e (secondo Letta) …diffama l’Italia. E’ la tipica doppia morale comunista alla quale è approdato anche Letta che non riesce nemmeno ad accettare che Berlusconi, a torto o a ragione, assediato da 17 anni dalla procura di Milano possa avvertire il bisogno di sfogarsi. Contro i giudici. E che cè di male, visto che altrettanto fece il grande leader D’Alema senza che ciò abbia provocato nè scandalo, nè che i Bersani e i Letta di turno di strappassero le vesti, anzi i vestiti. Lo racconta sul Tempo Francesco Damato nell’articolo che segue: SE LO DICE D’ALEMA E’  (GIUSTAMENTE) OK. g.

oMassimo D'Alema I professionisti dell’indignazione, togati e laici, si sono affrettati a protestare per lo sfogo di Silvio Berlusconi con il presidente degli Stati Uniti, al G8 di ieri a Deauville, sulla «quasi dittatura dei giudici di sinistra» in Italia. Bisogna essere ipocriti per pensare che Obama avesse bisogno di sentire le battute del Cavaliere per farsi un’idea dello specialissimo trattamento giudiziario che viene riservato da anni in Italia al presidente del Consiglio. Il presidente degli Stati Uniti sa bene, al pari dei suoi predecessori e dei segretari di Stato americani succedutisi almeno dal 1992 in poi, che all’ombra dell’autonomia e dell’indipendenza garantite dalla Costituzione a quello che è un “ordine” ma ha voluto trasformarsi in potere giudiziario, vero e proprio, ci sono magistrati che dettano l’agenda politica italiana. Il Dipartimento di Stato nell’estate del 2008 raccolse contro le degenerazioni della magistratura italiana lo sfogo non di Berlusconi, appena tornato a Palazzo Chigi, ma di Massimo D’Alema. Che aveva smesso da poco di fare il ministro degli Esteri dell’ultimo governo di Romano Prodi e, conversando con l’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Roma Ronald Spogli, aveva definito la nostra magistratura «la più grande minaccia allo Stato».

Il diplomatico ne rimase così colpito da riferirne ai superiori con un dispaccio destinato poco più di due anni dopo a finire in tutte le redazioni dei giornali del mondo, e non solo italiani, grazie a Wikileaks. Quando l’impietoso giudizio finì sui giornali, alla vigilia di Natale dell’anno scorso, D’Alema cercò di togliersi dall’impaccio dicendo di essere stato «frainteso», pur essendo noto Spogli per la sua buona conoscenza dell’italiano. D’altronde, D’Alema aveva avuto occasioni di scontri diretti con i magistrati dieci anni prima come presidente della commissione bicamerale per le riforme. Non sarà sfuggita nei giorni scorsi all’ambasciata americana a Roma neppure una clamorosa e illuminante intervista di Rosaria Schifani, vedova di uno degli agenti uccisi con Giovanni Falcone nel 1993 a Capaci: un’intervista piena di sdegno per il tempo che certa magistratura ha perso e perde tuttora per inseguire le fandonie di Massimo Ciancimino. E con esse anche il sogno di coinvolgere Berlusconi persino nelle stragi mafiose che precedettero il suo esordio politico. Francesco Damato, Il Tempo, 27/05/2011

IL MONDO NON FINISCE AD ARCORE, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 24 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Ma siete davvero convinti che tutto il malessere (o il benessere) degli italiani dipenda da Berlusconi e dalle sue comparsate alluvionali in tv? Siete davvero convinti che l’Italia sia trascinata nel baratro dal declino del suo leader, dato per bollito? Vi siete troppo info­gnati nella vicenda italiana e non riuscite più a vedere gli scenari più grandi di noi e le ragioni profonde e strutturali del presente. In Spagna crolla il mito di Zapatero e il suo governo, gli Indignados non reagiscono a don Silvio Berluscones e alla sua Derecha (la destra), ma alla Izquierda (la sinistra) e al suo fallimento; in Germania e negli Stati Uniti, in Francia e in Austria, i governi de­strorsi e sinistrorsi perdono consensi. La de­stra estrema avanza quasi ovunque nel nord Europa perché cavalca il malconten­to. Ma lo cavalca, non lo inventa: il malcon­tento è autentico, diffuso e contagioso.

E noi facciamo risalire il malessere italia­no a qualche battuta greve o fuori posto, a qualche eccesso di promesse e di tv, a pur deprecabili intemperanze sessuali o barzel­lette… In realtà, se alziamo un po’ gli occhi, ci rendiamo conto che i veri problemi del nostro Paese sono i problemi del nostro tem­po. La percezione della crisi è globale ed epocale, non può essere casereccia o televi­siva. Il precariato, il rincaro della benzina, la diffusa sensazione di un impoverimento, la difficile integrazione dei flussi migratori, l’insicurezza sociale, l’incapacità di uscire dalla crisi dei consumi, gli abusi di sesso e di potere (vedi il caso Strauss-Kahn o la tempe­­sta pedofila sulla Chiesa), colpiscono l’Occi­dente e i suoi santuari religiosi, laici e finan­ziari. E noi ci crogioliamo nella nostra dome­stica anomalìa, pensando che tutto dipen­da dai prodotti locali e dai vizi del berlusco­nismo. Accecati dai bagliori del nulla nostra­no, abbiamo perso il senso del nostro tem­po e dell’Occidente. Non siamo più capaci di pensare scenari più ampi, ci siamo chiusi in questo provincialismo malato, domina un pensiero corto e malcavato che in realtà non pensa ma si lamenta o elude la verità attraverso l’invettiva e il capro espiatorio.

Ma davvero credete che facendo saltare il tappo del berlusconismo avverrà la libera­zione d’Italia e la salvezza degli italiani, fini­rà il degrado morale e civile e riprenderà l’economia, la salute e l’occupazione? Vi in­dignano le promesse elettorali della Morat­ti e di Berlusconi, ma sono poca cosa rispet­to alle aspettative enormi che state alimen­tando sul dopo Berlusconi. Per carità, la cri­tica politica va esercitata con implacabile ri­gore, fino in fondo. Ci sono problemi specifi­ci nel nostro Paese che vanno affrontati e denunciati. E viceversa, è doveroso parago­nare le offerte politiche sul campo, sceglie­re mali minori o mali necessari, rispetto a mali peggiori e minacce venture. Ma è tem­po di sollevare lo sguardo, allungare il pen­siero e non ridurre il malessere generale al­la faccia di Berlusconi in tv. Il mondo non finisce ad Arcore. Il Giornale, 24 maggio 2011

E SE FOSSE MEGLIO PERDERE A MILANO E A NAPOLI?

Pubblicato il 24 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Se lo chiede provocatoriamente Francesco Damato sul Tempo di questa mattina. Se lo chiede Damato  spiegando che una vittoria a Milano e  a Napoli, nonostante tutte le deficienze (chiamiamarle così è solo un eufemismo!) del PDL e del centro destra, potrebbe indurre Berlusconi e lo stato maggiiore del PDL a lasciare stare tutto come sta, visto che comunque si è vinto. Invece, se si perdesse, la sconfitta costringerebbe Berlusconi a porre mano al riassetto del partito prima che imploda, trascinando nella caduta tutto e tutti. Come e peggio dei partiti della prima repubblica. Messa così, c’è davvero da chiedesi se la sconfitta non possa essere  nel lungo raggio molto meglio della vittoria. Perchè una  sconfitta potrebbe trasformarsi per il centro destra per il necessario propellente atomico per riprendere a correre. Ovviamente c’è da sempre da mettere in conto l’ipotesi che la sconfitta apra la strada al baratro. Ma, come disse Eleonor Roosvelt al marito sconvolto dalla notizia dell’attacco giappponese a Pearl Harbour : “è meglio conoscere il peggio che vivere nell’incertezza”. g.

La stretta di mano tra il sindaco di Milano uscente Letizia Moratti (S) e lo sfidante di centrosinistra Giuliano Pisapia Le condizioni di salute dei maggiori partiti e delle rispettive coalizioni sono tali che conviene loro più perdere che vincere i ballottaggi di domenica prossima a Milano e a Napoli. Vi sembrerà un discorso da matto, direbbe Umberto Bossi, questa volta senza bisogno di ritrattare, come ha fatto nei giorni scorsi parlando di Giuliano Pisapia, ma non lo è per niente. È soltanto l’effetto paradossale di una situazione assurda.
Se a Letizia Moratti dovesse riuscire il miracolo di rovesciare il risultato negativo del primo turno, si toglierebbe di certo la soddisfazione di rimanere sindaco all’ombra della Madonnina. Ma Berlusconi potrebbe essere preso dall’insana tentazione di ritenere che, tutto sommato, il suo partito e la coalizione di centrodestra possano rimanere come sono. E invece il Pdl ha bisogno di essere rivoltato come un guanto. Solo qualche giorno fa il suo capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto lo ha così descritto a La Stampa: “Al suo interno ha 10 minipartiti e manca di una compiuta vita democratica, col risultato che personalità e gruppi si prendono la libertà di assumere iniziative autonome alimentando un senso di caos”. Più crudo ed onesto non poteva essere. Non parliamo poi delle tentazioni che potrebbe avere Bossi, con quella stravagante guerra che ha voluto aprire nel centrodestra sui traslochi dei Ministeri. Se riuscisse invece al bertinottiano Pisapia il colpo di vincere anche il secondo turno, Pier Luigi Bersani sarebbe condannato alla vittoria più effimera per il proprio partito, il Pd, destinato a subire in breve tempo a livello nazionale l’opa di Nichi Vendola. Che allontanerebbe ancora di più la sinistra da un approdo riformista e moderno.
A Napoli una vittoria di Gianni Lettieri potrebbe allontanare da Berlusconi la consapevolezza dello stato penoso del suo partito anche in Campania, dimostrato dal fatto stesso di non avere potuto o saputo vincere al primo turno una partita che più compromessa non poteva essere per gli avversari, dopo le prove semplicemente fallimentari del sindaco uscente Rosa Russo Iervolino.
Una vittoria dell’ex magistrato dipietrista Luigi de Magistris consacrerebbe invece la riduzione del Pd a ruota di scorta di uno schieramento informe, protestatario e giustizialista, con il quale esso non ha potuto neppure tentare l’apparentamento, non essendone stato considerato degno. Bell’impresa davvero. Un partito serio dovrebbe semplicemente vergognarsi. E non essere invece contento di finire anch’esso nella spazzatura inevasa, l’unica cosa purtroppo della quale abbonda Napoli dopo tanti anni di amministrazione di centrosinistra.

Stupisce solo che a condividere la masochistica soddisfazione di Bersani, peraltro espressa a prescindere dal risultato del ballottaggio, sia nel Pd napoletano anche un riformista come Umberto Ranieri. Al quale giustamente Emanuele Macaluso ha rimproverato di non sentire neppure il bisogno di turarsi il naso, come Indro Montanelli raccomandava di fare votando Dc. Ed era la Dc. Francesco Damato, il Tempo, 24 maggio 2011

IL MINISTRO ROMANO: DOPO I BALLOTTAGGI UN NUOVO CENTRO DESTRA

Pubblicato il 24 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il ministro e leader del Pid Saverio Romano Riorganizziamo il centrodestra. E lo possiamo fare assieme a Casini. Saverio Romano, leader del Pid (Popolari Italia Domani, che vuole una sezione italiana del Ppe), ormai è già al dopo ballottaggio anche se in Sicilia si deve ancora votare, e Romano ha presentato sue liste. Intanto pensa alla settimana prossima. «Anche perché – ci tiene a sottolineare il ministro delle Politiche agricole – qualunque sarà il risultato, non solo il Pdl ma tutto il centrodestra andrà ripensato».
Ministro, facciamo un passo indietro. Qual è la valutazione sul primo turno?
«Il Pd vince laddove ha perso. Va al ballottaggio con Pisapia, Zedda e De Magistris, tutti candidati di estrema sinistra. Ciò significa che dal giorno dopo il secondo turno, Bersani non avrà scelte».
E quindi?
«Dovrà fare alleanze con Vendola e Di Pietro. Non potrà staccarsi da loro. L’ipotesi di lanciare Casini candidato premier del centrosinistra tramonta».
Tramonta?
«Diciamo che si allontana».
Be’, però il Terzo polo esiste.
«Esiste Casini. Fini si ferma all’1% e in Parlamento ha trenta deputati. Che con quei numeri capiscono bene che nessuno di loro potrà essere rieletto».
Se Fli fa l’accordo con Casini, invece sì
«Ma anche l’Udc, l’unico partito che ha voti, deve rieleggere una trentina di deputati. E poi ci sono quelli di Rutelli. Guardi, il Terzo Polo ha 90 deputati alla Camera e ne potrà rieleggere 30-35. Quelli di loro che vogliono continuare a fare politica cercheranno collocazione altrove».
Verranno a bussare alle porte del Pdl?
«Dopo una settimana di anestetico dopo il voto, si sveglieranno e si metteranno alla ricerca».
Anche dall’Udc?
«Non stiamo cercando nessuno. Ma è chiaro, e anche queste elezioni lo hanno dimostrato, che l’Udc a destra vince. A sinistra finirà con il perdere due terzi di quel 5% che anche questa volta gli elettori gli hanno confermato».
Sta dicendo che il centrodestra dovrà riaprire a Casini?
«La nuova riorganizzazione della coalizione deve prevedere un nuovo rapporto con Casini».

Ma Casini ha già posto una sola condizione: via Berlusconi. Il premier farà un passo indietro?
«Pier ha posto una condizione impossibile. Posso dire che otto mesi fa io ho fatto questo percorso, andando verso il centrodestra, perché qui ho trovato i miei valori, il modo migliore per realizzare i nostri programmi. Lo invito a fare la stessa riflessione».
E Bossi? L’ultima volta, l’estate scorsa, fu suo il veto a un ingresso di Casini.
«Lo so, ma dalla settimana prossima si apre una fase nuova».

Scoppierà la guerra civile nel Pdl?
«Vedo un gran movimento. Formigoni, Fitto, Scajola e altri. Immagino assemblee, riunioni, cene. Poi tutti assieme con Berlusconi, che lancerà un nuovo centrodestra». Fabrizio dell’Orefice, Il Tempo, 24/05/2011

.…..Tra tante Cassandre e, purtroppo, tanti segnali negativi, questo di Romano  è per il PDL e per il centro destra un bel sogno. Speriamo di non svegliarci con la testa rotta per via della caduta durante il sonno. g.

PDL: IL RISCHIO IMPLOSIONE

Pubblicato il 23 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Indipendentemente da come andranno i risultati dei prossimi ballottaggi, rimane un dato politico su cui bisognerà riflettere dal giorno dopo le battaglie di Milano e Napoli: e questo dato rappresenta la chiave interpretativa sul futuro del centrodestra italiano, molto di più della questione sulla tenuta del governo e della maggioranza. Il dato politico è il costante ed inesorabile liquefarsi del Pdl; un processo di disidratazione che non è certo imputabile all’arrivo del primo sole estivo. La sconfitta elettorale del centrodestra rischia di passare in secondo piano rispetto al peso storico che potrebbe avere l’implodere definitivo del partito dopo le elezioni. I segnali ci sono tutti e da molto tempo. L’esempio più tragicomico è avvenuto proprio nel Lazio, dove il sindaco di Roma Alemanno, uno degli uomini forti del Pdl, ha appoggiato i candidati della lista della governatrice Polverini (eletta con i voti del Pdl) contro i candidati del Pdl. Risultato: in importanti città dove il centrodestra poteva vincere al primo turno, andranno al ballottaggio due candidati di centrodestra. Alemanno ha spiegato che questo è il nuovo laboratorio politico del Lazio. Ma più che un laboratorio sembra un manicomio. La realtà è che da tempo il Pdl è fuori controllo, sottoposto a conflitti, defezioni, ricatti, fratture e inadeguatezze che, con ogni probabilità, aumenteranno nelle prossime settimane facendo emergere con forza l’errore strategico di chi ha sottovalutato l’importanza del partito come spazio necessario alla mediazione e alla ricerca del consenso. I teorici del “partito leggero”, coloro che l’hanno voluto privo di reale organizzazione, fragile nella capacità di radicamento e incoerente in quella decisionale, l’hanno costruito come una struttura cava, vuota, funzionale ad essere comitato elettorale nei periodi di guerra (elezioni) e comitato d’interessi nei periodi di pace. La realtà è che un partito non può essere leggero perché la sua funzione è troppo importante negli equilibri di una moderna democrazia: serve ad attrarre e selezionare classe dirigente, ad intercettare la frammentazione sociale riconducendola ad interessi coerenti di categorie o gruppi di cittadini, a radicare nel territorio aree di consenso, a orientare l’attività del governo accorciando la distanza tra politica e società civile. Per riuscire in questo, un partito moderno ha bisogno di democrazia interna, strutture, regole chiare, gerarchie non imposte, pluralismo, capacità di presenza territoriale. Esattamente tutto ciò che non ha il Pdl. In questi quindici anni il tratto identificativo della grande intuizione berlusconiana è stato la nascita del sistema bipolare, e con esso di una democrazia finalmente matura, capace di sintetizzare nella dimensione politica la complessità di un paese non più rappresentato dai vecchi partiti ideologici. Fu all’interno di questo bisogno di bipolarismo che nacquero le visioni liberali di uomini come Martino o Pera (oggi non a caso relegati ai margini del Pdl dai nuovi padroni del vapore berlusconiano), i percorsi identitari della nuova destra italiana o quelli riformisti che a tratti, a sinistra, hanno cercato di percorrere. Il Pdl intuito dal Cavaliere doveva essere lo strumento per trainare l’Italia dentro un bipolarismo completo, che sconfiggesse la logica perversa del pro o contro Berlusconi. Non essere riuscito in questo è stato il più grave errore suo e della sua classe dirigente. L’epopea berlusconiana non finirà per mano giudiziaria o per complotti mediatici. Ma può finire se questo sistema bipolare dovesse esplodere, riportando l’Italia dentro il pantano politico di una frammentazione di piccoli ed egoistici partiti. Questo sarebbe l’esito più grave della fine del Pdl.  Giampaolo Rossi, Il Tempo, 23 maggio 2011

…….Questo mini saggio di Giampaolo Rossi sul Tempo di oggi,  conferma le nostre denunce di ieri. Il partito usato o come comitato elettorale o come comitato di interessi non funziona come strumento di radicamento sul territorio e come strumento di mediazione tra la politica e i cittadini. Perciò, comunque vadano i ballottaggi, tocca a Berlusconi,  se vuole che la sua creatura gli soppraviva, provvedere a modificarne l’assetto e le funzioni. Altrimenti si liqueferà molto piùà rapidamente di come accadde per la DC e gli altri partiti del pentapartito della prima repubblica. g.

LA SPAGNA VOLTA PAGINA: UNA BATOSTA SENZA PRECEDENTI AL SOCIALISTA ZAPATERO

Pubblicato il 23 maggio, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Il voto per le regionali e le amministrative in Spagna assegna una dura sconfitta al Partito socialista (Psoe) del premier José Luis Zapatero (che ha annunciato che non si ripresenterà alle politiche del 2012). Con il 53% dei seggi scrutinati a livello nazionale, il ministero dell’Interno conferma che i socialisti sono scesi al 28,22%, mentre il Partido Popular (Pp) di Mariano Rajoy è al 36,25%. I socialisti hanno perso inoltre il Comune di Barcellona, che controllavano dal 1979, nei confronti dei catalani di Convergencia i Unio che aumentano di 14-16 seggi i 41 che avevano, e quello di Siviglia dove vince il Pp. I sondaggi infatti davano il Psoe vicino al tracollo con la perdita di grandi feudi tradizionali, come le regioni di Castiglia-La Mancia ed Estremadura, e i Comuni di Barcellona e Siviglia. Sempre secondo i sondaggi si prevede lo tsunami azzurro del Pp e un’avanzata delle formazioni regionali. In Spagna si votava per le regionali in tredici regioni, con l’esclusione di Catalogna, Paesi Baschi, Galizia e Andalusia.

Quasi 35 milioni di elettori sono chiamati al voto per il rinnovo di oltre 8 mila sindaci, 68.400 consiglieri municipali e 824 deputati regionali. Una consultazione locale stritolata fra crisi economica, disoccupazione e protesta degli «indignados», i giovani accampati a Puerta del Sol a Madrid e in altre piazze del Paese che denunciano il sistema politico dominato dai grandi partiti e reclamano una maggiore giustizia sociale. Decine di migliaia di manifestanti hanno nuovamente invaso sabato sera e nella notte le vie e le piazze della Spagna. A Madrid, una folla immensa si è radunata sulla Puerta del Sol, dove l’accampamento di tende dei giovani indignados è di fatto diventato il cuore della contestazione.

RICORDANDO GIOVANNI FALCONE

Pubblicato il 23 maggio, 2011 in Costume, Giustizia | Nessun commento »

Ieri sera RAIUNO ha trasmesso una fiction per ricordare Giovanni Falcone, il giudice antimafia di Palermo, nel 19° anniversario della strage di Capaci nella quale trovarono la morte lo stesso giudice, la moglie, e tre agenti della scorta, tra cui il pugliese Vito Schifani. La fiction ha narrato con encomiable sforzo di verità la battaglia intrapresa da Falcone, da Borsellino (che fu ucciso due mesi dopo in un altro attentato di mafia) e dagli altri straordianri protagionisti di quella memorabile stagione di guerra tra lo Stato e la mafia, ma ha ingorato i tanti retroscena di quella stagione politico-giudiziaria, primo fra tutti la guerra ad oltranza che Falcone dovè subire da chi ne impedì la nomina a procuratore di Palermo e successivamente osteggiò  la sua  nomina a capo della  procura nazionale antimafia ipotizzata da Falcone per accentrare ijn un unico organismo investigativo tutte le inchieste di mafia. Questa matitna, quasi a commento della fiction,   il Corriere della Sera pubblica una accorata intervista alla vedova  di Vito Schifani, poliziotto pugliese morto nell’attentato di Capaci, la stessa che durante i funerali nella cattedrale di Palermo lanciò un  accorato messaggio “agli uomini della mafia che ci sono qua dentro”. La lettura dell’intervista, ad iniziare dal titolo, è assai istruttivo.

«Incontrai Ciancimino, l’ultima delusione»

Rosaria Schifani, vedova di uno degli agenti del giudice: «Ho perso la speranza di sapere la verità»

GENOVA – È un anniversario vissuto con rabbia da Rosaria Schifani, diciannove anni dopo quel suo struggente «vi perdono, ma inginocchiatevi». Dopo il monito lanciato «a mafiosi e uomini collusi dello Stato» davanti alle bare di Vito, il marito, di due agenti, di Giovanni e Francesca Falcone. No, non torna nemmeno quest’anno a Palermo per le celebrazioni, stordita da quanto succede dentro e fuori i tribunali: «Ho perso ogni speranza di conoscere la verità. Diciannove anni di delusioni…».

Rosaria Schifani, vedova di Vito, uno degli agenti di scorta del giudice Giovanni Falcone, ucciso il 23 maggio '92 nella strage di Capaci ai funerali del marito
Rosaria Schifani, vedova di Vito, uno degli agenti di scorta del giudice Giovanni Falcone, ucciso il 23 maggio ‘92 nella strage di Capaci ai funerali del marito

Un’amarezza profonda emerge con sofferenza, come se non volesse spiegarne la causa dirompente, limitandosi a frecciate fulminanti, lanciate durante una agitata passeggiata su un lungomare ligure, da tempo approdo e rifugio per lei e Emanuele, il ragazzo che ha gli stessi anni della strage di Capaci: «La mafia non è morta. Si è infiltrata dovunque, qui al Nord. E giù, a Palermo, il pool antimafia c’è ancora? Non lo vedo più. Vedo solo magistrati che litigano. Soprattutto su quel Massimo Ciancimino che mi ha fatto piangere…».
Si blocca, riprende nervosa, si pente d’aver pronunciato le ultime parole, poi si sfoga e spiega d’essere infuriata con se stessa: «Ma lo capisci che io ho implorato aiuto a questo impostore, che ho chiesto di fare giustizia al figlio del vecchio Ciancimino?».
È una rivelazione che la fa star male. C’è una panchina. E c’è un bicchiere d’acqua. Sorseggiato fra interrogativi posti a se stessa: «Perché l’ho fatto? Perché è accaduto? Chi me l’ha fatto fare?».
Ed ecco venir fuori il racconto di un incontro casuale fra la giovane vedova che nel ‘92 s’aggrappò al cardinale Pappalardo e il rampollo di «don» Vito Ciancimino, il figlio del sindaco da lei sempre considerato simbolo del male: «È accaduto l’otto dicembre, a Fiumicino. L’ho fermato io. L’ho supplicato piangendo di dire la verità. E mi sono quasi affidata a lui, invece di ignorarlo e di maledirlo come bisogna fare con quanti hanno fatto affari e coperto gli assassini di Cosa Nostra. Perché l’ho fatto? Io ce l’ho con me stessa, sciocca, caduta nella trappola. Ma ce l’ho soprattutto con chi mi aveva fatto credere che quel furfante fosse davvero affidabile. Lo vedevo protetto dalla polizia, coccolato dai magistrati, all’università accanto a Salvatore Borsellino, osannato nelle trasmissioni televisive, sui plachi della politica, perfino a Verona con gli uomini di Di Pietro e, fino a qualche settimana fa, in comunella con i giornalisti antimafia al convegno di Perugia…».
È uno sfogo accorato. Scandito dalle riflessioni sui litigi fra i magistrati di Palermo e Caltanissetta per la gestione di Ciancimino junior: «Come possiamo celebrare l’anniversario mentre questo caso divide chi ancora indaga? Al punto che devono intervenire il procuratore nazionale Piero Grasso e il Consiglio superiore della magistratura, costretti ad assistere pure agli scontri fra i pm di Palermo e il presidente dell’Associazione magistrati. Tutto questo perché Ciancimino l’avevano fatto diventare con le sue parole il fulcro della verità. Ma non si dovrebbe cercare di andare oltre le parole, facendo indagini vere?».

Pone il quesito con rabbia Rosaria perché si danna ancora di quella invocazione rivolta fra le lacrime a Fiumicino, ricostruendo l’incontro: «Io ero in partenza per Palermo con Manù, il mio Emanuele. Mi accorgo che seduto a un tavolo dell’angolo Mc Donald c’è una bella famigliola. Lei alta e bella, un bimbo vispo e lui, il mezzo pentito, osservato a breve distanza da due agenti. Il cuore sussulta. Io e Ciancimino a un passo. Lo scruto. Non ha uno sguardo rassicurante. Ma un’idea si insinua. Tutti lo decantano. Forse debbo anch’io spingerlo a dire la verità. Trovo un post-it e scrivo in fretta poche parole: “La vita è strana, ci riserva delle sorprese, io moglie di un poliziotto ammazzato a Capaci, lei figlio di un mafioso…”. E lo lascio scivolare sul suo tavolo allontanandomi a passo veloce, rimproverata da Manù che non era riuscito a dissuadermi e inseguita da uno dei due poliziotti. “Ciancimino le vuole parlare”. Mi fermo. Si, volevo parlargli anch’io. Eccolo davanti a me. E io scoppio in lacrime davanti al figlio di “don Vito” chiedendogli di fare giustizia, come fosse un magistrato, un vero simbolo operativo dell’antimafia… E andiamo avanti così per qualche minuto. Parlando come se fossimo sullo stesso piano. Ascoltando le sue parole contro i potenti, pure contro De Gennaro. “Ho il nome del signor Franco, non me lo fanno fare”. Io stordita. “Parlerò, anche se mi ammazzeranno”. E io a ringraziarlo, gli occhi su Manù: “Lo faccia per questo ragazzo che cresce senza il padre”. Io commossa a sentirlo: “Custodirò questo suo biglietto per il prossimo libro”. E io a credere, fra le lacrime, a un impostore che teneva in casa i candelotti di dinamite…».Non sa cosa dire su De Gennaro ed è turbata Rosaria dalle contestate rivelazioni sull’allora ministro dell’interno Mancino: «Non sono più sicura di niente. Ma è assurdo che tanti magistrati fossero invece sicuri di Ciancimino. Ci servono eroi vivi in questo Paese. Ma eroi alla Ninni Cassarà. Inquirenti come lui che facevano indagini serie. Anche con gli infiltrati per scavare e scoprire. Non solo affidandosi a pentiti infidi, alle parole, a mafiosi pagati con stipendi certo superiori al mio. Ci pensino i magistrati che vanno ai convegni, in tv, a presentare libri. La mia diffidenza di sempre mi porta a pensare che tanti cercano un po’ di visibilità per se stessi. Anche a costo di usare un personaggio dubbio e ambiguo. E ci sono caduta anch’io. Ma lo Stato non dovrebbe metterci in condizioni di diventare creduloni, con le cicatrici che ci portiamo addosso». Felice Cavallaro, Il Coriere della Sera, 23 maggio 2011

BERLUSCONI IN TV: FERRARA: SBAGLIA. SALLUSTI: FA BENE

Pubblicato il 22 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il presidente Berlusconi dopo aver taciuto per alcuni giorni dopo i risultati del primo turno di Milano e Napoli è nuovamente “sceso in campo” rilasciando interviste e dichiarazioni alle TV e ai canali di comunicazione on line.  Apriti cielo. Le opposizioni, con  a capo il ringalluzzito Bersan,  stanno gridando allo scandalo, non tanto per il merito, quanto per il fatto in sè. Naturalmente Bersani e i soliti grilli parlanti della sinistra non vorrebbero che Berlusconi parlasse e si strappano i capelli (quei pochi che a Bersani sono rimassti in testa…) lamentando la violazione delle regole democratiche. Incredibile. Quando la TV di Stato, pagata con i soldi pubblici, compresi quelli dei milioni  di elettori di centro destra, aggredisce il capo del governo e i leader del centro destra  con trasmissioni che sono la quintessenza della diffamazione e della calunnia, quando dai microfoni di Anno Zero, Ballarò, Che tempo che fa, i Santoro, i Floris, i Fazio, senza dimenticare la Dandini di Rai 3 e tanti altri ancora,  dedicano centinaia di ore all’insulto sistematico di Berlusconi, e all’aggressione violenza del centro destra, va tutto bene, allora si tratta di manifestazioni democratiche del pensiero….ora che è   Berlusconi parlare,  tutto il ciarpame vetero comunista sfodera la spada della par condicio e naturalmente arruola i tanti super partes che sono sempre e solo dalla loro parte. Per esempio il presidente della RAI,  il giornalista Garimberti che si dice sgomento e invoca l’intervento dei vari organismi di controllo per tappare la bocca a Berlusconi. Un gioco che tutti conoscono bene, un gioco sporco che non impedirà al centro destra e al suo leader di dire la propria.

Vi è poi un problema di merito. Cioè le interviste rilasciate da Berlusconi c’è chi sostiene (Giuliano Ferrara) che non siano utili, chi sostiene il contrario (Alessandro Sallusti). Dell’uno e dell’altro pubblichiamo qui di seguito le ragioni offrendole al giudizio e alle valutazioni dei cittadini. g.

Occupare i telegiornali è stato solo un autogol

Ho passato un bel pezzo della mia vita a difen­dere come potevo e sa­pevo Berlusconi, a cui ho sempre riconosciuto, in amicizia militante e mai servi­le, grandissimi meriti storici nel tentativo di tirare fuori l’Ita­lia dalla crisi della Repubblica e dalla rovina della giustizia, e una simpatia di tratto liberale e scanzonato senza eguali; e quando non ero d’accordo, è successo spesso, riprendevo forza ed energia dal modo di­sgustoso scelto dai suoi avver­sari per combatterlo. La mostri­ficazione, la teoria del nemico assoluto,l’orrore del guardoni­smo giornalistico, della faziosi­tà dispiegata, le accuse forsen­nate di stragismo, di mafia, ac­compagnate dalla totale resa al più sinistro spirito forcaiolo: questo mi è sempre bastato per dirmi senza problemi ber­lusconiano e per prendere il mio posto, costante negli anni, nella battaglia contro la deriva ideologica e di stile della sini­stra più scalcinata e ipocrita del mondo, prigioniera di una cultura demagogica che la di­vorava. Vorrei continuare la corsa, ma se la strada è quella dell’invadenza arrogante a reti unificate, del monologo che umilia gli interlocutori e gli elet­tori, del semplicismo e del ba­by talk arrangiato, sciatto, po­veramente regressivo, mi man­ca il fiato. Va bene che Enzo Biagi face­va i suoi show el­ettorali con Be­nigni per bastonare il Cav sotto elezioni quando era capo del­l’opposizione, ma quale esper­t­o impazzito di marketing poli­tico ha suggerito al premier di presentarsi in tutti i tg come un propagandista, di diminuire la sua autorità e credibilità di pre­sidente del Consiglio e di lea­der del partito di maggioranza relativa di una grande nazione occidentale con discorsi da bet­tola strapaesana? Chi gli ha consigliato di perdere all’istan­te i voti dei cattolici diocesani abbracciando a Milano, dove le intemerate leghiste più sprovvedute non hanno mai at­­tratto consensi, la crociata del­la lotta a zingaropoli o il truc­chetto del trasferimento in terra meneghina di al­cuni ministeri romani, subi­to contraddetto dal sindaco della Capitale? Che cosa può portare il capo di una classe dirigente che dovrebbe pun­tare su libertà e responsabili­tà ad avallare, dopo la magra figura dell’attacco ad perso­nam a Pisapia, e senza le do­vute scuse, l’idea che la vitto­ria dell’avversario nella lotta per il Municipio porterebbe terrorismo e bandiere rosse a Palazzo Marino? Perché farsi del male con parole d’ordine primitive, giocando irrespon­sabilmente la carta dei cosid­detti «valori conservatori» in una offensiva lanciata da gen­te di governo contro «gay e drogati», una caricatura del motto Dio-patria-e-fami­glia, quando quella carta è sempre stata pudicamente scartata quando si doveva giocarla con sensibilità e in­telligenza nelle occasioni giu­ste e per motivi giusti? Spero che la Moratti vinca e che Pisapia perda il ballot­taggio, per ovvie e argomen­ta­te ragioni politiche e ammi­nistrative che si stanno per­dendo nei fumi sulfurei di un incendio ideologico senza senso. Ma intanto non voglio che Berlusconi perda la fac­cia nella contesa, che il suo comprensibile radicalismo politico, il suo accento popo­lare e diretto nel linguaggio, diventino un incattivito vani­loquio della disperazione. Non lo merita lui e non lo me­ritano coloro che si sono bat­tuti e si battono per ciò che lui ha rappresentato. Ero in­curiosito dal suo silenzio pro­lungato, dopo il primo turno elettorale, mi auguravo fosse indizio di un ripensamento dopo l’ozio della ragione di questi ultimi tempi, e i vizi e le sconfitte che quell’ozio ha generato. Chiunque conosca Berlusconi e la storia del ber­lusconismo sa quel che man­ca a questo punto della para­bola: mancano la sicurezza di sé, un minimo di ottimi­smo, la capacità originaria di sfidare le convenzioni, di fa­re cose nuove e liberali, di smascherare le ipocrisie al­trui, di parlare pianamente e urbanamente anche il lin­guaggio più irriducibile e aspro, manca il gentile «mi consenta», manca il Berlu­sconi ilare e sapido che rom­pe il monopolio dell’informa­zione, che disintegra ogni for­ma di conformismo, che spiazza e interloquisce con la società italiana alla sua ma­niera originaria. Vedo in questa deriva la vit­toria dell’avversario di tutti questi anni, e di quello più in­carognito e miserabile. Farsi simili alla caricatura che il ne­mico fa di te è il peggiore erro­re possibile per un leader po­litico. È l’errore che può ca­gionare «l’ultima ruina sua», che lo isola con le tifoserie, che ne avvilisce l’indipen­denza intellettuale e di tono, la credibilità personale. GIULIANO FERRARA

Invece ha fatto bene Senza Silvio i rivali in tv segnano a porta vuota

Giuliano Ferrara si po­ne una domanda fon­data, la stessa che di­versi lettori-elettori si fanno in queste ore di grande tensione politica. E cioè: fa bene oppure no Berlusconi ad alzare i toni del­lo scontro con gli avversari, ad usare la tv in modo massiccio, offrendo così il fianco alle criti­che? Ferrara, argomentando, giunge alla sofferta conclusio­ne che il Cavaliere sta sbaglian­do, malconsigliato, a fare quel­lo che fa. Invidio l’intelligenza e l’acu­tezza politica di Ferrara. Il ma­laugurato giorno che Vittorio Feltri lasciò questo giornale, l’editore mi chiese se avevo bi­s­ogno di qualche cosa per sen­tirmi più tranquillo. Io risposi senza pensarci due volte: Giu­liano Ferrara. Sono stato ac­contentato e sono certo di aver fatto un regalo ai lettori. Giuliano è esattamente co­me Berlusconi, non si può prenderne solo un pezzo, quel­lo che di volta in volta più pia­ce. Come tutti gli uomini liberi è un personaggio scomodo, in­gombrante, non divisibile. Le analisi di Ferrara non so­no mai banali o scontate, il che non vuol dire che per for­za debbano essere sottoscritte a prescindere. Di quella che pubblichiamo oggi mi lascia­no perplesso un paio di cose. Per esempio che Berlusconi agisca su consiglio di qualcu­no. L’uomo conosce il premier meglio e più di quanto lo cono­sca io, e quindi mi sorprende come possa immaginare che segua i consigli di chicchessia. A me sembra che Berlusconi, da sempre, ascolti tutti, ma poi decida di testa sua. Pensar­lo in balia di presunti falchi, co­me fanno alcuni uomini mo­desti della sua corte e i giornali dell’opposizione, è semplice­mente ridicolo, funzionale a squallide faide interne al parti­to. Se Berlusconi ha deciso di continuare la campagna elet­torale sulla linea dura, dun­que, è soltanto farina del suo sacco. Avrà i suoi motivi per farlo e fino a ora l’ha sempre azzecca­ta, con grande beneficio an­che per i cortigiani ora impau­riti dall’ipotesi di una prima sconfitta. I quali motivi, peral­tro, non mi sembrano poi co­sì misteriosi o complicati. Prendiamo le contestate ap­parizioni tv dell’altra sera.Ec­cessive? Forse. Di certo l’op­posizione non ha questa ne­cessità, avendo gratuitamen­te spazi enormi e compiacen­ti dentro trasmissioni eletto­rali­mascherate da contenito­ri di giornalismo indipenden­te. Gli spot di Bersani e Pisa­pia si chiamano Ballarò , An­nozero , Che tempo che fa ecce­tera eccetera. Sono spot che durano più di qualche minu­to, siamo alla pubblicità in­gannevole mandata in onda con la complicità dell’Ordine dei giornalisti. Come si fa a riequilibrare una simile ingiustizia? Of­frendo l’altra guancia, oppu­re reclamando con forza prendendosi, là dove possibi­le, ciò che la malafede ha tol­to? Io penso che Berlusconi bene faccia a scegliere la se­conda via perché altrimenti a furia di arretrare e tacere la si­n­istra si prenderà davvero tut­to. Faccio un piccolo esem­pio personale. Ieri sono stato a ritirare il premio di Giornali­smo Hemingway, forse il più prestigioso riconoscimento alla nostra professione. Una giuria evidentemente di paz­zi l’­ha assegnato a maggioran­za al Giornale per le sue batta­glie dell’ultimo anno. Bene, per protesta, La Repubblica e il Corriere hanno ritirato, fat­to senza precedenti, i loro giu­rati, perché il giornalismo non di sinistra non può e non deve avere diritto di cittadi­nanza, tantomeno di premio. Di fronte a questo dovrem­mo tacere o denunciare l’ipo­crisia di quell’evidentemen­te falso difensore della libertà di stampa, ex comunista ma­scherato da sincero democra­tico di Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere , già pe­raltro punito dai suoi lettori che lo stanno abbandonan­do in percentuali a due cifre? E se scriviamo questo, oggi il suddetto sincero paladino dell’indipendenza dei giorna­li dai propri editori a chi tele­fonerà, come gli è uso, per protestare e minacciare sfra­celli? No, caro maestro Ferrara, siamo circondati da mascal­zoni, alcuni dichiarati (i me­no peggio), altri camuffati da persone per bene. Non meritano di essere ricambia­ti con una moneta diversa da quella che usano loro. Il fatto che tu possa scrivere ciò che davvero credi è la prova che il Giornale ha tito­lo per ottenere il premio He­mingway. E per dire ciò che pensa sempre. Se poi alla Moratti (o a Maurizio Lupi) non piace, pazienza. Che pensino a vincere le elezio­ni, che è il loro mestiere, non il nostro. ALESSANDRO SALLUSTI

PDL: IL SECONDO TURNO DEL PARTITO

Pubblicato il 22 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi Cosa succede se il centrodestra perde Milano? Bisogna porsi questa domanda per capire quanto è fondamentale il voto di domenica prossima. La situazione sotto il Duomo per il Pdl e la Lega è difficile e il problema di fondo ha un nome e un cognome: Letizia Moratti. Il candidato sindaco non convince i meneghini e tutti i tentativi fatti finora di cambiare registro alla campagna elettorale non sembrano portare alcun beneficio. A questo bisogna aggiungere la possibilità tutt’altro che remota di una sconfitta anche a Napoli.

Quali conseguenze può avere tutto questo sul governo nazionale? Quali effetti può creare sulla partita che tra due anni si gioca a Roma, altra città simbolo della destra? Berlusconi ha governato il Paese controllando Milano e non Roma, poi il centrodestra ha centrato l’obiettivo storico del Campidoglio. Sarà così anche domani? A Milano sembra una mission impossible, ma anche a Roma in futuro sarà difficile se il Pdl continuerà ad essere un non-partito. La candidatura sbagliata della Moratti nasce dalla debolezza del partito; e sempre il partito è la causa principale dei problemi della giunta di Gianni Alemanno. Il Pdl dovrebbe essere il luogo di selezione della classe dirigente, nuovi candidati, giovani, quadri alti e intermedi. In realtà è una scatola vuota che viene usata come un centro di smistamento di potere. Punto. Troppo poco per affrontare una potenziale sconfitta. Troppo poco per gestire le tensioni che si apriranno in Parlamento subito dopo il voto. Troppo poco per chi vuole governare fino al 2013. Troppo poco per chi vuol provare a vincere ancora. Ci hanno raccontato la favola bella del «partito leggero» e nel Pd Walter Veltroni a un certo punto arrivò a teorizzare il «partito liquido».

Talmente liquido che al primo scontro arroventato il Pd passò direttamente allo stato gassoso. Del Pdl sappiamo: è appeso alla stampella di Scilipoti e soci. Tutti quelli che a destra e a sinistra sognano un partito americano hanno dimenticato un particolare: Repubblicani e Democratici hanno alle spalle un’organizzazione mostruosa, soldi, volontari, la macchina di internet e uno straordinario strumento di selezione dei candidati chiamato «elezioni primarie». Berlusconi dopo il ballottaggio deve ripartire da qui, dal partito. Se non lo fa, lui chiude per sempre e noi facciamo un titolo finale: la caduta del Cavaliere. Mario Sechi, Il Tempo, 22 maggio 2011

…..E’ una analisi dura ma vera. Il PDL non è nè un partito leggero nè un partito tradizionale, e un non partito, nel quale ciascuno fa quel che vuole, senza regole nè doveri, solo diritti. Quel che è peggio è che ciò provoca la crescita di tanti “caudilli”  di periferia che seduti su di una poltrona per grazia di Dio, se ne sentono i padroni, talvolta credono di essere diventati loro stessi degli dei. Ce ne sono tanti in circolazione. Uno lo conosciamo tutti da vicino. E’ quel tal Schittulli, che dopo essersi seduto sulla poltrona di presidente della Provincia di Bari  grazie esclusivamente ai voti del PDL, da due anni a questa parte è una scheggia impazzita che lavora esclusivamente contro il partito che ha avuto la dissaventura di candidarlo. Ha fondato un movimento che si intitola (in nome della immodestia del personaggio)  a suo nome,  con questo movimento che attinge esclusivamente nel PDL e nei naturali malcontenti che vi imperano    tenta  la concorrenza  al PDL senza che nessuno nel PDL si prenda la briga di trattarlo come merita, ridendogli in faccia e mandandolo  quel paese. Anzi, finiscono per subirne i ricatti e le pruriginose richieste, come è accaduto nelle recenti elezioni amministrative, cedendogli candidature e comuni. Risultato? Esemplare  il caso di  Triggiano dove questo caudillo da operetta ha imposto la “sua” candidata costringendo il PDL a inghiottire il rospo della rinuncia al candidato sindaco nonostnate la sua forza elettorale. La candidata del “caudillo” Schittulli  aveva messo in campo ben 14 liste, una grande “armada” che però alla prova dei voti è stata travolta dal candidato del PD che ha vinto alla grande al primo turno. La grande “armada” ha scritto la Gazzetta si è rivelata un bluff.  Ovviamente per colpa di Schittuli, che  però se l’è presa con i pidedillini triggianesi che avrebbero sabotato la sua pupilla,  ma sopratutto  per colpa della dirigenza del PDL che  dal primo giorno dopo le elezioni del 2009 ha subito i ricatti di Schittulli. E  cedi oggi, cedi domani, non si fa che favorire lo sfaldamento del partito che per reggere deve basarsi sulle regole. E la prima rergola è che chi viene eletto nel PDL non può lavorare contro il partito che lo ha eletto. E quel che accade in Puglia è ciò che accade nle resto dell’Italia. Per esempio nel Lazio dove la signora Polverini, una illustre sconosciuta issata nonostante ciò sulla poltrona di presidente della Regione grazie alla faccia di Berlusconi, si è  messa in proprio e alle ultime amministrative ha presentato nel Lazio liste proprie in concorrenza e in contrapposizione a quelle del PDL. Ecco perchè ha ragione Sechi a porre il problema del ritorno di Berlusocni al partito. O lo rifonda con le regole proprie di un partito, oppure mandi tutti a quel paese, così si vedrà quanto durano senza di lui. g.