C’E’ POCO DA FESTEGGIARE, l’editoriale di Mario Sechi
Pubblicato il 17 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »
Berlusconi ha perso. Bersani non ha vinto. E se proiettassimo questo voto amministrativo sulle politiche del 2013 l’unica frase che mi viene in mente è «si salvi chi può». Sapevamo tutti che queste elezioni avevano un grande significato e indubbiamente è stato così. Il Cavaliere si è impegnato a fondo nella campagna elettorale, non si è sottratto alla mischia e sono certo che fosse assolutamente a conoscenza delle difficoltà che poteva incontrare subito dopo lo spoglio. Gli va reso atto di non aver mai fatto piccoli calcoli di bottega e di averci messo la faccia. In queste ore si starà chiedendo che cosa è andato storto a Milano, patria del berlusconismo, città dalla quale è partita la sua straordinaria avventura. Sarò chiaro: Letizia Moratti non era il candidato giusto. Un sindaco uscente se ha convinto i suoi concittadini non ha quasi bisogno di fare campagna elettorale. E invece qui è stato necessario l’impegno diretto del leader e non è bastato perché molti elettori leghisti hanno preferito stare alla larga da donna Letizia. Ovviamente il risultato non può essere ridotto a un problema di candidatura e basta. Anche Berlusconi deve fare le sue analisi e convincersi che la linea dello scontro all’arma bianca ha dei limiti, soprattutto quando il popolo ha in mente problemi come il traffico, la pulizia delle strade, la criminalità, i servizi di base, il lavoro, il costo della vita in una metropoli come Milano. Cose concretissime che poco hanno a che fare con la battaglia politica di Palazzo. Un ballottaggio tra Moratti e Pisapia non era un’ipotesi campata in aria, il problema è che il candidato della sinistra è in testa e quello del centrodestra segue a lunga distanza. Devo essere sincero: pensavo che vincere al primo turno fosse difficile ma non impossibile, ma non credevo che un esponente della sinistra radicale (e Pisapia lo è) potesse convincere i moderati di Milano a votarlo. È il segno più tangibile di qualcosa che è cambiato e con questo mutamento occorre fare i conti. Mi dispiace che dopo questo risultato alcuni parlamentari del Pdl abbiano ripreso con la litania dello spauracchio comunista, del Leoncavallo, dello spinello e così via. Il voto ha ampiamente dimostrato che alla gente non gliene importa un fico secco di questi temi. Serve altro. Occorre un confronto sui problemi reali, il resto viene percepito come propaganda. E in tempi di crisi e incertezza ha meno presa sull’elettore più scafato. Serve un cambio di passo. Per il centrodestra le elezioni sono state una delusione generale. Oggi ci presenteranno conti del tipo «abbiamo tot città e province…» e così via. Questa non è analisi politica, è tafazzismo. Milano era il simbolo di questa campagna elettorale, il Pdl e la Lega dovrebbero inventarsi qualcosa per conquistarla al secondo turno perché a questo punto c’è il rischio concretissimo di perderla. Le cose non sono andate meglio altrove. A Napoli Lettieri doveva vincere al primo turno, altro che storie. Aveva la strada spianata, una sinistra divisa e a pezzi, un’amministrazione comunale sommersa dalla «monnezza». Niente, va al secondo turno e con una prospettiva complicata. A Bologna c’era lo spazio per un ballottaggio che è sfumato, a Torino non c’è mai stata partita perché Piero Fassino e un signor candidato. Messa così sembra una cavalcata trionfale del centrosinistra. E invece no. Quel che è accaduto con questo voto è allarmante anche per il Partito democratico. Ho visto Bersani in tv esultare. Fa il suo mestiere, ma qui dobbiamo dire chiaramente che anche il Pd in realtà è in grave pericolo. Parlo del progetto originario, quello che doveva fondere la tradizione post-democristiana di sinistra con l’eredità del Partito comunista. Sogno andato in frantumi ieri. I candidati vincenti di Bersani sono tutti lontani dal Pd. Antagonisti. Pisapia ha vinto le primarie contro Stefano Boeri, il candidato ufficiale del partito, ed è chiaramente un politico lontano anni luce dalle posizioni bersaniane, piuttosto abbiamo di fronte un vendoliano con un passato ingombrante nell’estremismo. Ha vinto a dispetto del partito che oggi lo applaude. A Napoli il Pd è una rovina fumante. Il suo candidato, Mario Morcone, è finito terzo, stracciato dal De Magistris messo a correre da Tonino Di Pietro contro la volontà di Bersani e soci. Un alleato con il coltello in mano. Andrà lui al ballottaggio con Lettieri e tanti saluti all’esperienza dei democratici all’ombra del Maschio Angioino. A Cagliari un giovane signor nessuno, Massimo Zedda, ha prima fatto secco il candidato del Pd alle primarie, Antonello Cabras, e poi mandato il centrodestra in crisi costringendo il candidato Massimo Fantola ad andare a un secondo turno inaspettato e ora molto rischioso. Questo sarebbe il mirabile successo di Bersani? Se è così, buona fortuna. In realtà, cari lettori, siamo di fronte a un voto che ha connotati decisamente anti-sistema e rischia di travolgere quel poco che resta dei due principali partiti che in questi anni – con alti e bassi – hanno fatto da magnete per il nostro incerto bipolarismo: il Pdl e il Pd. Osservate con attenzione i dati che escono dalle urne. Lo scenario è quello di un voto di protesta (i Grillini a Bologna), un voto radicalizzato (De Magistris a Napoli, lo stesso Pisapia a Milano), un voto disperso (nella miriade di liste senza arte né parte), un voto non coalizzato (il fantasma del Terzo Polo), un voto in definitiva spesso inutile perché non dà stabilità al sistema politico, drena ancora voti ai principali partiti e mette in serio pericolo una delle poche conquiste di questi anni: il bipolarismo. Provate a immaginare un risultato simile sul piano del governo nazionale: non vincerebbe nessuno, avremmo un assetto istituzionale in cui l’ingovernabilità è certa e il futuro altamente incerto. Non è quello di cui l’Italia ha bisogno, ma il voto è questo, va accettato e compreso. Mi piacerebbe pensare che da oggi le cose cambiano, che si fa tesoro di questa lezione, invece vedo incombere l’errore e l’orrore. Se questo è il quadro politico che esce dalle urne, è chiaro che servono fantasia, coraggio e nuove strade da sperimentare per non portare la macchina della politica a scontrarsi sul muro di titanio del voto anti-tutto. Al posto di Berlusconi comincerei a rivedere la formula politica della maggioranza di governo. L’alleanza con la Lega è sacra, ma s’è dimostrata insufficiente per vincere perfino a Milano, figuriamoci nel resto del Paese quando ci sarà da votare nel Mezzogiorno, in Sardegna, in Sicilia. Occorre una visione e una prospettiva complementare e non è quella del Terzo Polo. Lo scrivo con grande rispetto per tutti gli attori di questa finora sgangherata avventura, ma così non vanno da nessuna parte. Rischiano di essere marginali e a loro volta di essere cannibalizzati dalle mille forze anti-sistema che proliferano sul territorio. Un centro che non si coalizza è semplicemente inutile. Il centrodestra deve trovare un partner affidabile, un alleato serio, nuovo, portatore di una cultura moderata per allargare la sua offerta politica. Fuori da questo schema, regna l’incertezza, o meglio, la certezza che in queste condizioni le elezioni sono una Caporetto per entrambi i poli. Non vince nessuno, perde il Paese. Mario Sechi, Il Tempo, 17 maggio 2011

Anche le trasferte, come dimostrano le notizie giunte ieri da Gerusalemme, aiutano Giorgio Napolitano a far crescere quel tesoretto, o tesoro vero e proprio, di credito morale e politico che i suoi amici e compagni in Italia, da Emanuele Macaluso a Rino Formica, da Marco Pannella a Massimo Teodori, vorrebbero vedere investire fra due anni, alla scadenza del mandato di presidente della Repubblica, nella ricostruzione della sinistra. O, in alternativa, in una sua rielezione al Quirinale, dove però si aspettano che egli possa e voglia stimolare e sostenere altri a compiere la stessa impresa. «Uno statista fuori dal comune, profondo, onesto e di buona volontà… un’autorità morale che non può essere sconfitta», ha detto di Napolitano il suo omologo e quasi coetaneo presidente israeliano Shimon Peres in una conferenza stampa congiunta, dopo un incontro ovviamente molto cordiale, conoscendosi e apprezzandosi reciprocamente da tempo. Anche i loro rapporti personali e politici finirono per risultare rafforzati dopo il crollo del muro di Berlino, quando il Pds ormai ex Pci, di cui Napolitano era un dirigente, riuscì a rimuovere i veti e le diffidenze del Psi guidato da Bettino Craxi e ad ottenere l’ammissione all’Internazionale Socialista, dove c’era naturalmente il partito laburista israeliano di Peres.
L’uscita di scena di Dominique Strauss-Kahn, dopo l’arresto clamoroso, è pacifica, secondo, Jacques Attali, vecchia eminenza grigia del «Re» Mitterrand. DSK non sarà candidato alle primarie dei socialisti per le presidenziali: così Attali durante un’intervista televisiva. Secondo il settimanale “Marianne”, antisocialista da sempre, qualcosa è oggettivamente mutato non soltanto nella cronaca politica francese, ma nella storia della sinistra tout court. Perché DSK non era un socialista qualunque. Nato in una ricca famiglia ebraica, di origini sia ashkenazite che sefardite, e vissuto in Marocco, dunque con un taglio di eclettismo culturale notevole, l’economista, ministro e grande capo del FMI, faceva parte di quella schiera di eletti abituata a non farsi mancare niente. Economista a vocazione macro-economica, DSK ha fatto tutto nella vita: il professore, il ministro e il tecnocrate. Sempre avendo a cuore la politica e quel certo non so che cosmospolita e globalizzatore proprio dei socialisti cresciuti o all’Ena, come Rocard, o alla scuola di Jospin, come l’intemperante direttore del FMI. Di questa grande famiglia snob, il socialismo borghese, DSK si è sempre sentito figlio legittimo. Del resto, la sua azione politica come ministro è stata apprezzata trasversalmente e la sua eleganza istituzionale, idem. Vantava buoni rapporti con Chirac e pessimi con i comunisti. Un vincente.
L’Italia ha un sistema istituzionale che non prevede elezioni di medio-termine come negli Stati Uniti. Ma di volta in volta il voto amministrativo ne ha assunto le sembianze. Per cui, giusto o sbagliato, il voto di Milano e delle altre città italiane diventa un test per la maggioranza. Lo stesso Berlusconi ha trasformato l’appuntamento locale in nazionale, il voto amministrativo in politico. Il Cavaliere ha scelto di alzare l’asticella del confronto con l’opposizione e l’ha fatto sulla base di un preciso calcolo politico: siamo in una fase di voto europeo che punisce chi governa, devo provare a mobilitare il mio elettorato, faccia campagna come se fossimo alla prova definitiva per la mia coalizione e per il governo. È una strategia coerente con il personaggio – funambolico e pieno di energia – e il quadro politico. Più che i problemi giudiziari del Cav in questo voto peseranno la situazione economica ancora incerta, i non pochi dissidi interni alla maggioranza e delle candidature meno efficaci di quanto lo sia invece il «brand» Berlusconi, un marchio che tira ancora al mercato della politica, ma in qualche caso potrebbe anche non bastare. Il caso di Milano in questo senso mi sembra esemplare. Negli ultimi giorni ho analizzato con attenzione quello che è accaduto in una campagna elettorale a tratti bizzarra. Il sindaco uscente, Letizia Moratti, non ha il carisma politico di un leader di prima grandezza e, inoltre, ha pagato la sua algida presenza, il suo distacco dal gruppo consiliare del Pdl, la sua difficoltà a sintonizzarsi con i cittadini.
È inutile mettersi a disquisire di bon ton: le campagne elettorali sono contese dure per gente dura. Chi aspira al minuetto e non al corpo a corpo è pregato di astenersi. Funziona così in tutti i Paesi e questo è frutto della comunicazione e dell’importanza del leader rispetto al partito. Fanno sorridere i parrucconi che strillano per i colpi bassi, fanno riflettere invece i comizietti senza contraddittorio delle penne della sinistra che da anni sparano ad alzo zero su Berlusconi, hanno introdotto la spiata del buco della serratura della camera da letto, coniato i peggiori aggettivi per gli avversari e ora strillano come signorine per le ruvidezze della campagna elettorale. Letizia Moratti ha compiuto due errori: il primo è che ha dato una notizia incompleta di un procedimento penale (cosa tra l’altro che fanno tutti giorni i fogli anti-Cav quando riportano stralci dell’accusa senza mai ricordare l’esito finale dei processi); il secondo – quello davvero grave – è che non ha dato una lettura politica alla storia di Pisapia. Il sindaco uscente del Pdl avrebbe dovuto ricordare con puntualità uno scenario ben più serio del furtarello di un’auto di cui Pisapia non aveva bisogno visto che proviene da una ricca famiglia borghese di Milano. La vera storia in realtà è quella di una parte della borghesia progressista della città ambrosiana che cinguettava con i terroristi. Un fenomeno fin troppo poco indagato sul quale è calato un silenzio (quasi) generale. Mentre Walter Tobagi veniva ammazzato, editori, giornalisti, magistrati e avvocati del giro buono di Milano coccolavano gli adepti della P38. Mentre Indro Montanelli veniva gambizzato, il Corriere della Sera dava la notizia omettendo il nome della vittima.