C’E’ POCO DA FESTEGGIARE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 17 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Elezioni, SIlvio Berlusconi nel seggio elettorale Berlusconi ha perso. Bersani non ha vinto. E se proiettassimo questo voto amministrativo sulle politiche del 2013 l’unica frase che mi viene in mente è «si salvi chi può». Sapevamo tutti che queste elezioni avevano un grande significato e indubbiamente è stato così. Il Cavaliere si è impegnato a fondo nella campagna elettorale, non si è sottratto alla mischia e sono certo che fosse assolutamente a conoscenza delle difficoltà che poteva incontrare subito dopo lo spoglio. Gli va reso atto di non aver mai fatto piccoli calcoli di bottega e di averci messo la faccia. In queste ore si starà chiedendo che cosa è andato storto a Milano, patria del berlusconismo, città dalla quale è partita la sua straordinaria avventura. Sarò chiaro: Letizia Moratti non era il candidato giusto. Un sindaco uscente se ha convinto i suoi concittadini non ha quasi bisogno di fare campagna elettorale. E invece qui è stato necessario l’impegno diretto del leader e non è bastato perché molti elettori leghisti hanno preferito stare alla larga da donna Letizia. Ovviamente il risultato non può essere ridotto a un problema di candidatura e basta. Anche Berlusconi deve fare le sue analisi e convincersi che la linea dello scontro all’arma bianca ha dei limiti, soprattutto quando il popolo ha in mente problemi come il traffico, la pulizia delle strade, la criminalità, i servizi di base, il lavoro, il costo della vita in una metropoli come Milano. Cose concretissime che poco hanno a che fare con la battaglia politica di Palazzo. Un ballottaggio tra Moratti e Pisapia non era un’ipotesi campata in aria, il problema è che il candidato della sinistra è in testa e quello del centrodestra segue a lunga distanza. Devo essere sincero: pensavo che vincere al primo turno fosse difficile ma non impossibile, ma non credevo che un esponente della sinistra radicale (e Pisapia lo è) potesse convincere i moderati di Milano a votarlo. È il segno più tangibile di qualcosa che è cambiato e con questo mutamento occorre fare i conti. Mi dispiace che dopo questo risultato alcuni parlamentari del Pdl abbiano ripreso con la litania dello spauracchio comunista, del Leoncavallo, dello spinello e così via. Il voto ha ampiamente dimostrato che alla gente non gliene importa un fico secco di questi temi. Serve altro. Occorre un confronto sui problemi reali, il resto viene percepito come propaganda. E in tempi di crisi e incertezza ha meno presa sull’elettore più scafato. Serve un cambio di passo. Per il centrodestra le elezioni sono state una delusione generale. Oggi ci presenteranno conti del tipo «abbiamo tot città e province…» e così via. Questa non è analisi politica, è tafazzismo. Milano era il simbolo di questa campagna elettorale, il Pdl e la Lega dovrebbero inventarsi qualcosa per conquistarla al secondo turno perché a questo punto c’è il rischio concretissimo di perderla. Le cose non sono andate meglio altrove. A Napoli Lettieri doveva vincere al primo turno, altro che storie. Aveva la strada spianata, una sinistra divisa e a pezzi, un’amministrazione comunale sommersa dalla «monnezza». Niente, va al secondo turno e con una prospettiva complicata. A Bologna c’era lo spazio per un ballottaggio che è sfumato, a Torino non c’è mai stata partita perché Piero Fassino e un signor candidato. Messa così sembra una cavalcata trionfale del centrosinistra. E invece no. Quel che è accaduto con questo voto è allarmante anche per il Partito democratico. Ho visto Bersani in tv esultare. Fa il suo mestiere, ma qui dobbiamo dire chiaramente che anche il Pd in realtà è in grave pericolo. Parlo del progetto originario, quello che doveva fondere la tradizione post-democristiana di sinistra con l’eredità del Partito comunista. Sogno andato in frantumi ieri. I candidati vincenti di Bersani sono tutti lontani dal Pd. Antagonisti. Pisapia ha vinto le primarie contro Stefano Boeri, il candidato ufficiale del partito, ed è chiaramente un politico lontano anni luce dalle posizioni bersaniane, piuttosto abbiamo di fronte un vendoliano con un passato ingombrante nell’estremismo. Ha vinto a dispetto del partito che oggi lo applaude. A Napoli il Pd è una rovina fumante. Il suo candidato, Mario Morcone, è finito terzo, stracciato dal De Magistris messo a correre da Tonino Di Pietro contro la volontà di Bersani e soci. Un alleato con il coltello in mano. Andrà lui al ballottaggio con Lettieri e tanti saluti all’esperienza dei democratici all’ombra del Maschio Angioino. A Cagliari un giovane signor nessuno, Massimo Zedda, ha prima fatto secco il candidato del Pd alle primarie, Antonello Cabras, e poi mandato il centrodestra in crisi costringendo il candidato Massimo Fantola ad andare a un secondo turno inaspettato e ora molto rischioso. Questo sarebbe il mirabile successo di Bersani? Se è così, buona fortuna. In realtà, cari lettori, siamo di fronte a un voto che ha connotati decisamente anti-sistema e rischia di travolgere quel poco che resta dei due principali partiti che in questi anni – con alti e bassi – hanno fatto da magnete per il nostro incerto bipolarismo: il Pdl e il Pd. Osservate con attenzione i dati che escono dalle urne. Lo scenario è quello di un voto di protesta (i Grillini a Bologna), un voto radicalizzato (De Magistris a Napoli, lo stesso Pisapia a Milano), un voto disperso (nella miriade di liste senza arte né parte), un voto non coalizzato (il fantasma del Terzo Polo), un voto in definitiva spesso inutile perché non dà stabilità al sistema politico, drena ancora voti ai principali partiti e mette in serio pericolo una delle poche conquiste di questi anni: il bipolarismo. Provate a immaginare un risultato simile sul piano del governo nazionale: non vincerebbe nessuno, avremmo un assetto istituzionale in cui l’ingovernabilità è certa e il futuro altamente incerto. Non è quello di cui l’Italia ha bisogno, ma il voto è questo, va accettato e compreso. Mi piacerebbe pensare che da oggi le cose cambiano, che si fa tesoro di questa lezione, invece vedo incombere l’errore e l’orrore. Se questo è il quadro politico che esce dalle urne, è chiaro che servono fantasia, coraggio e nuove strade da sperimentare per non portare la macchina della politica a scontrarsi sul muro di titanio del voto anti-tutto. Al posto di Berlusconi comincerei a rivedere la formula politica della maggioranza di governo. L’alleanza con la Lega è sacra, ma s’è dimostrata insufficiente per vincere perfino a Milano, figuriamoci nel resto del Paese quando ci sarà da votare nel Mezzogiorno, in Sardegna, in Sicilia. Occorre una visione e una prospettiva complementare e non è quella del Terzo Polo. Lo scrivo con grande rispetto per tutti gli attori di questa finora sgangherata avventura, ma così non vanno da nessuna parte. Rischiano di essere marginali e a loro volta di essere cannibalizzati dalle mille forze anti-sistema che proliferano sul territorio. Un centro che non si coalizza è semplicemente inutile. Il centrodestra deve trovare un partner affidabile, un alleato serio, nuovo, portatore di una cultura moderata per allargare la sua offerta politica. Fuori da questo schema, regna l’incertezza, o meglio, la certezza che in queste condizioni le elezioni sono una Caporetto per entrambi i poli. Non vince nessuno, perde il Paese. Mario Sechi, Il Tempo, 17 maggio 2011

GIORGIO, ROMANO, EUGENIO E IL PD

Pubblicato il 16 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Anche le trasferte, come dimostrano le notizie giunte ieri da Gerusalemme, aiutano Giorgio Napolitano a far crescere quel tesoretto, o tesoro vero e proprio, di credito morale e politico che i suoi amici e compagni in Italia, da Emanuele Macaluso a Rino Formica, da Marco Pannella a Massimo Teodori, vorrebbero vedere investire fra due anni, alla scadenza del mandato di presidente della Repubblica, nella ricostruzione della sinistra. O, in alternativa, in una sua rielezione al Quirinale, dove però si aspettano che egli possa e voglia stimolare e sostenere altri a compiere la stessa impresa. «Uno statista fuori dal comune, profondo, onesto e di buona volontà… un’autorità morale che non può essere sconfitta», ha detto di Napolitano il suo omologo e quasi coetaneo presidente israeliano Shimon Peres in una conferenza stampa congiunta, dopo un incontro ovviamente molto cordiale, conoscendosi e apprezzandosi reciprocamente da tempo. Anche i loro rapporti personali e politici finirono per risultare rafforzati dopo il crollo del muro di Berlino, quando il Pds ormai ex Pci, di cui Napolitano era un dirigente, riuscì a rimuovere i veti e le diffidenze del Psi guidato da Bettino Craxi e ad ottenere l’ammissione all’Internazionale Socialista, dove c’era naturalmente il partito laburista israeliano di Peres.

I due amici e compagni politici sono ora accomunati anche dal fatto, che hanno voluto ieri sottolineare compiacendosene reciprocamente, di essere capi di Stato «senza poteri esecutivi» ma ugualmente impegnati a fare «quel che possiamo per cercare di risolvere i problemi al meglio». In verità, entrambi si sono formalmente riferiti ai problemi «fra i due Paesi» di cui sono presidenti, ma che hanno già «relazioni eccellenti». Ci vuol poco quindi a migliorarle ancora, per cui non è arbitrario pensare che essi volessero riferirsi anche ai loro problemi di politica interna. Che sono quelli che premono di più agli amici e compagni italiani di Napolitano per le ragioni che abbiamo ricordato all’inizio, accennando alle ipotesi di un suo impegno per la ricostruzione della sinistra dopo la conclusione del mandato presidenziale, o di una sua rielezione. La quale in Italia, per quanto la Costituzione non contempli il divieto di rieleggibilità immediata, costituirebbe un’assoluta novità. Nessun presidente della Repubblica infatti è riuscito a raddoppiare il suo mandato settennale, che abbia cercato o no di ottenerlo dal Parlamento. Preoccupazioni per le condizioni della sinistra italiana, forse analoghe a quelle avvertite dagli amici e compagni più vicini a Napolitano, sono state attribuite ieri dal giornale La Repubblica anche all’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Che vorrebbe vedere «gli eredi dell’Ulivo», la sua prima creatura politica poi trasformata nell’altrettanto sfortunata Unione, meno impegnati a «litigare fra di loro» e più convinti invece della necessità di creare una vera alternativa al centrodestra. Della quale Napolitano in persona ha voluto recentemente ricordare le condizioni per essere realistica parlandone, in un convegno dedicato al compianto amico e compagno Antonio Giolitti, con il fondatore proprio de La Repubblica, Eugenio Scalfari. Quelle condizioni, mutuate dalle riflessioni dello stesso Giolitti, sono, fra le altre, la chiarezza e la gradualità tipica del riformismo: un termine, quest’ultimo, che invece procura ancora l’orticaria alle componenti massimaliste della sinistra. Che sono le stesse con le quali il Pd di Pier Luigi Bersani, fra le riserve e le proteste di Walter Veltroni e di una parte almeno della componente di provenienza democristana, è tornato a perseguire un’alleanza elettorale e politica per il solito, confuso cartello antiberlusconiano.

Ad esso Bersani peraltro pensa di poter convincere prima o poi ad aderire anche il terzo polo di Pier Ferdinando Casini, liquidando come «schizzinose» le resistenze o i rifiuti oppostigli sinora dal leader dell’Udc. Che sa bene, più comunque di certi esponenti del partito di Gianfranco Fini, affluito con quello di Francesco Rutelli nel progetto del terzo polo, quanti voti si perderebbe per strada se partecipasse ad un’alleanza, fra gli altri, con Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. Di quel confronto avuto con Napolitano al convegno su Giolitti, nello stesso giorno in cui alla Camera l’opposizione si divideva in tre mozioni sulla crisi libica e il Pd rifiutava per partito preso di votare con la maggioranza per la partecipazione italiana ai bombardamenti della Nato, condivisa invece dal presidente della Repubblica, Scalfari ha mostrato ieri di non ricordarsi nella parte del suo consueto editoriale della domenica riguardante proprio il capo dello Stato. In particolare, il fondatore de La Repubblica, dopo avere scomodato persino il duca di La Rochefoucauld, del 1657, per tornare ad accusare Silvio Berlusconi di «egolatria, megalomania» ed altro ancora, ha voluto praticamente attribuire la grande popolarità di cui gode il presidente della Repubblica al confronto che la gente farebbe tra lui e il presidente del Consiglio. Il quale, per quanto votato da milioni di italiani e provvisto di una maggioranza parlamentare, sarebbe una specie di male assoluto, contro il bene assoluto degnamente rappresentato da Napolitano. Ma l’apprezzamento dei cittadini per il presidente della Repubblica è cresciuto, come dimostrano i sondaggi, da quando è risultata ancora più netta e chiara la sua insoddisfazione per come si muove l’opposizione, a cominciare naturalmente dal maggiore partito che la compone, il Pd. Al quale era probabilmente rivolto anche il richiamo che Napolitano ha fatto ieri da Israele sulla necessità di riforme in Italia: le stesse di cui Bersani e compagnia bella si rifiutano di discutere con l’odiato Cavaliere. O si offrono di farlo solo a quelle parti – la Lega – o a quegli esponenti della maggioranza e dello stesso governo – il ministro Giulio Tremonti – disposti a scaricare il presidente del Consiglio, colpevole anche di resistere agli assalti giudiziari. Francesco Damato, Il Tempo, 16 maggio 2011


NELLA POLVERE UN FIGLIO DELLA SINISTRA SNOB

Pubblicato il 16 maggio, 2011 in Costume, Politica estera | Nessun commento »

Accusato di stupro e  violenza sessuale ai danni di una cameriere di lussuoso albergo di New York, è stato arrestato il capo del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn. La notizia ovviamente è di quelle chescuotono l’opnione pubblica, ancor di più quella francese visto che Strauss era cinsiderato il candidato (socialista)più accreditato a succedere a Sarkozy all’Eliseo. Ecco il commento di Raffaele Iannuzzi sul Tempo di oggi.

Dominique Strauss-Kahn L’uscita di scena di Dominique Strauss-Kahn, dopo l’arresto clamoroso, è pacifica, secondo, Jacques Attali, vecchia eminenza grigia del «Re» Mitterrand. DSK non sarà candidato alle primarie dei socialisti per le presidenziali: così Attali durante un’intervista televisiva. Secondo il settimanale “Marianne”, antisocialista da sempre, qualcosa è oggettivamente mutato non soltanto nella cronaca politica francese, ma nella storia della sinistra tout court. Perché DSK non era un socialista qualunque. Nato in una ricca famiglia ebraica, di origini sia ashkenazite che sefardite, e vissuto in Marocco, dunque con un taglio di eclettismo culturale notevole, l’economista, ministro e grande capo del FMI, faceva parte di quella schiera di eletti abituata a non farsi mancare niente. Economista a vocazione macro-economica, DSK ha fatto tutto nella vita: il professore, il ministro e il tecnocrate. Sempre avendo a cuore la politica e quel certo non so che cosmospolita e globalizzatore proprio dei socialisti cresciuti o all’Ena, come Rocard, o alla scuola di Jospin, come l’intemperante direttore del FMI. Di questa grande famiglia snob, il socialismo borghese, DSK si è sempre sentito figlio legittimo. Del resto, la sua azione politica come ministro è stata apprezzata trasversalmente e la sua eleganza istituzionale, idem. Vantava buoni rapporti con Chirac e pessimi con i comunisti. Un vincente.

Ma un vincente in un’età dolorosamente segnata dalla presenza di due malattie spirituali: il moralismo e il nichilismo. Un’accoppiata apparentemente bizzarra, eppure così scandalosamente incarnata nei gesti e nei comportamenti di questi «vincenti» di sinistra, in Italia e Oltralpe. La fine di questa sinistra rappresenta un turning point storico. DSK è venuto in Italia, a far da sponsor, con il suo perfetto italiano, all’Ulivo, seguendo il codice rosso della nostra sinistra bacchettona: alla gogna Berlusconi. Un ebreo contemporaneamente mediterraneo e renano come DSK non è riuscito ad intercettare il meglio della tradizione etico-religiosa dell’ebraismo, mentre non ha avuto problemi a sposare in terze nozze e in sinagoga l’attuale moglie. In quest’Europa corrotta e moralista, il fariseismo è d’obbligo. La fine di questi personaggi segna anche la crisi di questa Europa. L’Europa di Jospin, altro grande fustigatore dei costumi altrui e mentore del futuro capo del FMI.

Tutto si tiene in questa cornice. Non si può dire, ma è vero: era solo questione di tempo. Moralismo e nichilismo, nel deserto di fede, valori ed etica. La fine del socialismo nazionale e cristiano di Péguy e l’ascesa dei tecnocrati moralisti e nichilisti. Era tutto scritto nel copione. In quella suite da 3000 dollari di New York si è consumato il percorso storico dell’ultima generazione di «vincenti» senza vittoria. Denaro, lussuria e potere, scriveva Eliot. Si è ricchi se si rinuncia a molto, non pretendendo tutto. La fine di un tecnocrate inquilino dei piani alti, ma non delle stelle. Raffaele Iannuzzi, Il Tempo, 16/05/2011

OGGI SI VOTA: TRA GUERRA E BATTAGLIA

Pubblicato il 15 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Una delle poche cose su cui ha ragione la sinistra anti-Cav è la seguente: «Berlusconi è un’anomalia». Lo è di certo, solo che l’analisi che gli avversari offrono dell’uomo e del fenomeno del berlusconismo è totalmente insufficiente e sbagliata per comprenderlo, affrontarlo e batterlo non in maniera estemporanea – cosa già successa due volte – ma permanente. Berlusconi è un aspetto profondo del carattere del Paese, la sua storia è una sorta di «biografia della nazione» e ridurlo a un semplice leader da abbattere e non invece da battere sul piano delle idee e della politica è un errore.

La sinistra spera in uno stop del Cavaliere a Milano per narrare al suo popolo la storia di un declino che invece è ancora un’ipotesi poco più che scolastica. Eliminando Berlusconi non si archivia anche il «berlusconismo». Siamo nel campo delle illusioni. Questo fenomeno non è conseguente al passaggio del Signor B., ma precedente. È un carattere del Paese che viene fuori a ondate. Questa primitiva analisi delle opposizioni, alimentata dalla penna degli intellettuali progressisti, conduce a due esiti. Il primo è che se la Moratti a Milano non passa al primo turno il centrosinistra crederà di poter accantonare i suoi problemi e cominciare una trionfale cavalcata verso la vittoria alle elezioni politiche. Il secondo esito è che se il Cavaliere invece prende la città ambrosiana al primo turno e mette a segno un altro paio di imprese, per la sinistra si apre una crisi nera, profondissima, che rischia di mandarla al tappeto per altri dieci anni. Conclusione strategica. Nel primo caso Berlusconi perde una battaglia, ma nel secondo vince la guerra.  Mario Sechi, IL tEMPO, 15 MAGGIO 2011

GUERRA IN LIBIA: PICCOLE E MEDIE IMPRESE IN DIFFICOLTA’, A CASA IL 70% DEI LAVORATORI

Pubblicato il 15 maggio, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Lo dice senza remore, lo testimoniano i dati in suo possesso: «sono migliaia i posti di lavoro persi dall’inizio della guerra», ammette Alfredo Cestari, presidente della camera di Commercio ItalAfrica Centrale. La diapositiva scattata dall’associazione (registrata al ministero per il Commercio Estero) non induce all’ottimismo. Soprattutto per le piccole e medie imprese, che «fino al 2010 erano stabilmente impegnate in Libia» e per le quali «l’acquisizione di commesse permetteva loro di mantenersi in vita in Italia», dice Cestari.

Solo «il 30% del personale si è salvato attraverso la sua riconversione e il riutilizzo in altri ambiti aziendale», si legge nella nota diffusa dall’associazione. Un’ecatombe soprattutto per quegli imprenditori che avevano spostato in Libia il loro core business, convinti che il trattato di amicizia italo-libico firmato quasi tre anni fa potesse essere il garante dei loro commerci. Il raìs sembrava essersi ammansito dopo la crisi dell’86 (con attacco missilistico a Lampedusa) e i Piccoli sono andati a rimorchio delle grandi aziende di casa nostra, costruendo un principio d’indotto anche sull’altra sponda del mediterraneo.

Lavoravano nella subfornitura edilizia, dietro le commesse vinte da Impregilo e Astaldi, nel settore dei trasporti per Iveco e Grimaldi e avevano sfruttato l’onda lunga che i contratti di fornitura di petrolio e gas vinti da Eni (e la sua controllata Saipem), Edison e Tecnimont, potevano garantire per un buon approvvigionamento energetico. Ecco perché si erano spinti anche in mercati inesplorati, come quello dei mangimi (come la romagnola Martini Silos), nel settore delle telecomunicazioni (dietro il colosso Telecom, anche la Sirti, che produce appunto impiantistica per le reti di telecomunicazioni) e nella meccanica industriale, come la bolognese Technofrigo (impianti di refrigerazione) e la cremonese Ocrim (molini).

Spiega Cestari: «il bombardamento dei siti di estrazione di petrolio da parte di Gheddafi significa che sarà quasi impossibile per l’Eni riprendere la fornitura a guerra finita (rispettando così i contratti già firmati, ndr.)». E teorizza un conto a dieci cifre – già da ora – per tutto il sistema-Italia: «il volume d’affari che si è interrotto ha abbondantemente sfondato il tetto di 100 miliardi di euro». E se il colosso di San Donato Milanese ha potuto reggere l’onda d’urto, per le imprese dell’indotto i «licenziamenti e le procedure di cassa integrazione» sono state inevitabili. Il Corriere della Sera, Fabio Savelli, 14 maggio 2011

.………..Senza essere economisti o esperti in poltica economica, non abbiamo nascosto i nostri dubbi e le nostre perplessità per la partecipazione ad una guerra voluta da francesi e inglesi con il supporto del più grande bluff della politica di tutti i tempi, Obama. A Inglesi e francesi non gliene frega un fico secco dei diritti umani dei libici, la cui stragrande maggioranza, tra l’altro, non apprezza il loro intervento sul suolo di una Nazione sovrana e per di più membro dell’Onu, a loro importavano solo le ricchezze della Libia il cui principale interlocutore economico, sino alla guerra, era l’Italia. All’Italia, dunque, dal punto di vista economico, e se si vuole, anche cinico, la guerra era l’ultima cosa che poteva volere. Era chiaro a tutti, sinache a noi, ma non lo era (o lo era?) alle opposizioni, dal PD all’Udc, passando per il FLI, che hanno sbraitato  (fsolo per far male al governo e finendo per fare male all’economia italiana) sino a quando il governo, cedendo alle pressioni politiche, ha ceduto e fatto guerra alla Libia e quindi al ruolo italiano in quella parte del nordafrica e al ruolo delle imprese italiane che ora sono costrette a licenziare migliaia di lavoratori, aggravando la crisi  del nostro Paese. Con chi dobbiamo congratularci? g.

ELEZIONI: FLI A RISCHIO SCISSIONE

Pubblicato il 14 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

I ballottaggi come il secondo atto del congresso fondativo di Milano. Finì male, nel capoluogo lombardo, con pubbliche accuse e sdegnati rifiuti. Finì con l’ascesa di Italo Bocchino, l’addio di alcuni deputati ‘moderati’, l’implosione dei futuristi al Senato e la stagione di opposizione interna inaugurata da Adolfo Urso e Andrea Ronchi. La ‘faida futurista’ si è poi cristallizzata, rimandata al voto amministrativo che ora bussa alle porte dei finiani. Futuro e libertà si gioca parecchio, in questa tornata elettorale. Potrà contare i voti e sondare la tenuta del progetto, almeno nelle grandi città, visto che corre da sola a Torino, Napoli, Bologna e Milano (anche se nel capoluogo lombardo si presenta insieme all’Api). E concorrerà da sola, invece, in centri come Ravenna, Rimini, Latina, Savona, Barletta, Cagliari, Rovigo. Proprio nei quattro grandi centri eventuali ballottaggi potrebbero rappresentare insieme una buona e una cattiva notizia, per i finiani. Buona perchè i terzopolisti potrebbero risultare determinanti, costringendo gli altri due Poli ai ’supplementari’. Cattiva perché proprio sui ballottaggi potrebbe esplodere il dissenso covato dalle ‘colombe’. Urso e Ronchi da tempo guardano proprio ai ballottaggi come alla tappa decisiva per rifondare un nuovo, diverso centrodestra. I falchi, invece, puntano sul secondo turno per una possibile, prima rivincita contro il Cavaliere e il Pdl. Pronti a tutto per batterlo, spingono per sostenere in alcune realtà il candidato alternativo al centrodestra. Forse solo la libertà di coscienza potrà evitare un’ulteriore strappo all’interno del neonato partito finiano. E poi c’è Fini. Il presidente della Camera ha iniziato in sordina, cauto, la campagna elettorale. Salvo accelerare verso la fine, scendendo in campo e viaggiando per l’Italia. Consapevole, forse, dei rischi e delle potenzialità di una tornata in cui lancia un nuovo partito, un nuovo simbolo e una nuova classe dirigente. E consapevole, anche, del rischio che la zattera Terzo Polo – salvifica dopo la sconfitta dello scorso 14 dicembre – possa perdere la rotta in visto degli utlimi due anni di legislatura. Fonte:ANSA, 14 maggio 2011

BERLUSCONI: NON PAGO IL CANONE TV

Pubblicato il 14 maggio, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Lì, accanto al candidato sindaco Gianni Lettieri, aveva invitato i cittadini a non credere alle «menzogne» diffuse dalla stampa, dalle radio e dalle televisioni «della sinistra». «Ho visto in questi giorni “Ballarò″ e “Annozero” ed è davvero uno scandalo: in nessun Paese al mondo è ammissibile che la televisione pubblica, pagata con i soldi dei cittadini, possa arrivare a tale grado di faziosità». Ma a Latina il Cavaliere ha lasciato spazio anche a una precisazione «per la stampa avversaria: io il canone non l’ho mai pagato perché ho fior fior di ragionieri che pensano alla bisogna visto che sono il primo contribuente italiano». Il clima è incandescente. Al teatro D’Annunzio non sono mancate le tensioni tra i sostenitori del candidato del Pdl Giovanni Di Giorgi e quelli del centrosinistra. Il premier ha dribblato lo scontro, entrando da un ingresso secondario. Poi se l’è presa con Fini che nel pomeriggio ha chiuso la campagna elettorale a Bologna con Pierferdinando Casini. Il premier è critico soprattutto con la formazione sponsorizzata da Antonio Pennacchi. «Il “listone fasciocomunista” che va dall’estrema sinistra a quell’esponente di destra è ciò che Fli e la sinistra stanno tentando di fare a livello nazionale per far fuori quell’ostacolo insormontabile che è Silvio Berlusconi: qui dobbiamo dargli la prima lezione, non ce la farete mai». Dalla platea è arrivata una pioggia di fischi sul presidente della Camera e allora Berlusconi ha precisato, sorridendo: «Non si fischia la terza istituzione dello Stato, siete degli screanzati». Il premier ha fatto anche un passaggio sugli immigrati: l’Italia è «tenuta ad accogliere con dignità e generosità gli immigrati senza fare tragedie: se il Consiglio europeo ci darà una mano bene, altrimenti non facciamo tragedie su una cosa che possiamo tranquillamente risolvere da soli». Berlusconi ha ribadito che «l’accoglienza fa parte della nostra storia perché siamo un popolo di emigranti e ci sono milioni di italiani in giro per il mondo» e dunque «dobbiamo accoglierli con dignità e non dobbiamo chiedere l’elemosina a nessun Paese europeo». Poi è tornato sulla sfida delle Amministrative: «La sinistra sta aspettando i risultati di queste elezioni e, con la solita doppia faccia, se dovesse vincere dirà che erano elezioni nazionali e che il governo deve andare a casa, mentre se dovesse perdere dirà che erano semplici elezioni locali». Invece, ha ribadito il presidente del Consiglio, «il voto serve anche per sostenere il governo: sono convinto che vinceremo perché abbiamo vinto tutte le elezioni». Non dimentica la giustizia (e ancora una volta il presidente di Montecitorio): «C’è stato un accordo preciso tra Fini e l’Anm per evitare la riforma». E l’affondo verso il candidato del centrosinistra a Milano, Pisapia: «I personaggi della sinistra sono sempre gli stessi dall’86, è caduto il muro ma non se ne sono accorti e professano l’ideologia più criminale della storia: alcuni di loro, come il candidato di Milano Pisapia, pensano che questa ideologia si debba rifondare». Insomma, «più li conosciamo più ci fanno paura». Infine Berlusconi ironizza sui passaggi che hanno portato dal Pci al Partito democratico: «Noi ci richiamiamo sempre alla libertà – ha detto – loro si chiamano sempre con nomi di animali o di piante, evidentemente amano la natura…». Alberto di Majo, Il Tempo, 14 maggio 2011

……Non lo paghi più nessuno e non solo per la spazzatura che ogni settimana propinano ai telespettatori i vari Santoro e Floris, ma anche per i troppi soldi che vengono dati per spettacoli da baraccone a conduttori televisivi di mezza tacca. g.

VOTO LOCALE? NO, NAZIONALE, di Mario Sechi

Pubblicato il 14 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi L’Italia ha un sistema istituzionale che non prevede elezioni di medio-termine come negli Stati Uniti. Ma di volta in volta il voto amministrativo ne ha assunto le sembianze. Per cui, giusto o sbagliato, il voto di Milano e delle altre città italiane diventa un test per la maggioranza. Lo stesso Berlusconi ha trasformato l’appuntamento locale in nazionale, il voto amministrativo in politico. Il Cavaliere ha scelto di alzare l’asticella del confronto con l’opposizione e l’ha fatto sulla base di un preciso calcolo politico: siamo in una fase di voto europeo che punisce chi governa, devo provare a mobilitare il mio elettorato, faccia campagna come se fossimo alla prova definitiva per la mia coalizione e per il governo. È una strategia coerente con il personaggio – funambolico e pieno di energia – e il quadro politico. Più che i problemi giudiziari del Cav in questo voto peseranno la situazione economica ancora incerta, i non pochi dissidi interni alla maggioranza e delle candidature meno efficaci di quanto lo sia invece il «brand» Berlusconi, un marchio che tira ancora al mercato della politica, ma in qualche caso potrebbe anche non bastare. Il caso di Milano in questo senso mi sembra esemplare. Negli ultimi giorni ho analizzato con attenzione quello che è accaduto in una campagna elettorale a tratti bizzarra. Il sindaco uscente, Letizia Moratti, non ha il carisma politico di un leader di prima grandezza e, inoltre, ha pagato la sua algida presenza, il suo distacco dal gruppo consiliare del Pdl, la sua difficoltà a sintonizzarsi con i cittadini.

Tutto questo è sufficiente per rovesciare il quadro politico di Milano? Non credo, ma certo potrebbe succedere che per una manciata di voti la Moratti non passa il primo turno e va al ballottaggio. Questo sì che sarebbe un problema. Non tanto per la conquista di Milano – che avverrebbe comunque al secondo turno – ma per l’equilibrio dei rapporti nel centrodestra tra Pdl e Lega e soprattutto per la stella del Cavaliere che per la prima volta subirebbe uno stop a casa sua, nella Milano del Biscione, patria del berlusconismo. Un evento simile verrebbe caricato di un simbolismo enorme, perfino eccessivo. E non solo dalle opposizioni. Ma è inutile parlarne ora, tra 48 ore avremo la risposta e vedremo se la città del Duomo volta le spalle a Silvio. Quel che bisogna tracciare qui è invece il quadro ideale dal quale far partire l’analisi politica post-voto. Qual è il risultato perfetto per il centrodestra? Conquistare Milano al primo turno, strappare Napoli al centrosinistra e andare al ballottaggio a Bologna o a Torino. Questo sarebbe un colpo imparabile per il centrosinistra che si avviterebbe ulteriormente su se stesso. Il Pd in particolare avrebbe serissimi problemi e la segreteria di Pierluigi Bersani sarebbe davvero a rischio. Al di sotto di questo risultato c’è il gioco delle bandierine e del peso delle città perse e conquistate. Un esempio per tutti: Latina, roccaforte della destra, città fondata da Mussolini, è nell’immaginario collettivo un fortino inespugnabile. Ma il centrodestra qui ha pasticciato (e litigato) alla grande. Una sconfitta sarebbe un affare serio, da pedata nel sedere ai responsabili di tale miseria elettorale. Vedremo. Nel caso, suggeriremo noi a Berlusconi che tipo di scarpa usare per la bisogna. Appena chiuse le urne e sfornati i primi dati attendibili i lettori vedranno fin dai primi commenti la proiezione di un quadro nazionale su un voto localissimo e influenzato da mille fattori che ben poco hanno a che fare con il governo e il Parlamento. Si aprirà o la partita del dopo-Berlusconi o quella di un Silvio piglia-tutto che progetta il suo sbarco al Quirinale. Bianco o nero. Con gradazioni di grigio nel caso di un risultato intermedio. Ci sarà in ogni caso da divertirsi. Pane per noi che amiamo la cronaca politica. È stata una campagna elettorale con una coda finale molto dura. Me lo aspettavo. Gli ultimi due anni sono stati incredibili sul piano degli attacchi personali, degli scambi di colpi sotto la cintola. Forse Berlusconi non si è risparmiato nulla, ma di certo non gli è stato risparmiato nulla. Quelli che oggi si stracciano le vesti per una scomposta e maldestra uscita della Moratti su Pisapia dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza. Abbiamo invece scoperto, ancora una volta, il fenomeno di rimozione del suo ingombrante passato da parte della sinistra. Pisapia ha fatto di tutto per non parlare delle sue frequentazioni giovanili negli ambienti del terrorismo, del suo pensiero rivoluzionario, radicale, delle sue idee tutt’altro che liberali, vicine a Mosca e non a Londra. Roba da Cremlino e non Westminster. Altro che ladruncolo d’auto che non è mai stato. In nessun confronto televisivo o giornalone dell’intellighentsia tricolore questo passato è emerso. Era un elemento chiave per capire cosa c’è dietro un candidato. Invece no. Se il fortunato in lista è di sinistra, borghese con il mocassino giusto, il maglioncino regolare e il passaporto con molti timbri esotici, allora tranquilli, perché Egli è immacolato a prescindere. Frequentava terroristi che usavano accoppare l’avversario? Leggerezze e svaghi giovanili. Tutto si perdona a chi ha in testa il Progresso. Non se ne parla. E poi, che volete farci, lo screening del cervello, del capello, il controllo sopra e sotto le lenzuola e la valutazione del colore delle mutande è riservato solo a quei puzzoni della destra, con aggiunta di inquisizione tribunalizia per quelli di stretta osservanza berlusconiana. Questa è malafede, doppiopesismo, conformismo culturale. Questo, cari lettori, è il peggior cocktail per ubriacare la democrazia, altro che le barzellette scosciate del Cav. Mario Sechi, Il Tempo, 14/05/2011

IL FINI “SUPER PARTES” FA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL SUO PARTITO

Pubblicato il 13 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Nei sacri palazzi della Repubblica si aggira l’erede di un vecchio commediante. È il Tartufo istituzionale. Tartufo come il personaggio di Molière. Sono quelli che con un fare cerimonioso tirano sempre in ballo il dovere, lo Stato, il senso di responsabilità, le austere forme della rappresentanza, la carica, il ruolo, quello stare per consuetudine al di sopra delle parti. Quando assumono questa posa da patrigni della patria li vedi socchiudere gli occhi e corrugare la fronte con aria preoccupata. Tartufo è la maschera della devozione e dell’ipocrisia. Il suo erede è appunto uno che parla di Costituzioni e doveri solo quando gli fa comodo, quando conviene. È uno che fa l’arbitro quando non ha voglia di giocare. Non per stanchezza, ma per interesse.

Il Tartufo istituzionale è un tipo ideale. Non esiste in natura. Ma tanti si avvicinano alla sua maschera. Uno di questi è Gianfranco Fini. Attenzione. Non per la sua scelta di lasciare Berlusconi, ma per il modo con cui si è fatto scudo delle istituzioni. Le usa sempre come una scusa. Ed è un mezzo anche questo per svilirle.
Tanti sono sorpresi dalla foga elettorale del presidente della Camera. In questi giorni in attesa del voto lo trovi ovunque: Trieste, Torino, Olbia, Napoli, Caserta, Perugia, Bari, Rutigliano, Bologna. Quasi sempre con il suo libro sotto il braccio L’Italia che vorrei, tanto che ormai si è capito che utilizza la sua avventura editoriale come forma di copertura: non faccio comizi, ma promozione culturale. Il risultato è che ovunque si voti lui è lì a fare il testimone del Fli. Non ha nessun imbarazzo a mostrarsi come capo partito. Non c’è nulla di scandaloso, sia chiaro. Tranne l’incoerenza.

Questo Fini è infatti lo stesso Fini che un anno fa, quando c’era da faticare per le elezioni regionali, e dopo aver imposto la Polverini come papabile governatore del Lazio, non si fece vedere in una piazza neppure per sbaglio. Allora diceva che lui era un essere super partes: «Il presidente della Camera non partecipa mai, in campagna elettorale, a manifestazioni organizzate dai partiti». Ecco un uomo con la schiena dritta, un servitore dello Stato, uno che non si sporca le mani con la bassa manovalanza della politica, un politico tutto di un pezzo. Peccato che un anno dopo tutto questo senso del dovere e del ruolo sia stato sbugiardato dal giro d’Italia dell’onorevole Fini, presidente della Camera come «dopolavoro». Ecco questo è un tipico atteggiamento da Tartufo istituzionale. Ricordarsi del ruolo solo quando torna utile. È chiaro che allora Fini non voleva fare campagna elettorale per un partito, il Pdl, che aveva già da tempo deciso di abbandonare. Stava solo aspettando il momento giusto per dire: «Che fai mi cacci?».

Se il progetto politico dei finiani non è mai decollato è anche per questo atteggiamento tartufesco. Gli italiani intuiscono che le parole, i valori, le battaglie dell’ex leader di An non sono mai del tutto sincere. C’è sempre quel retrogusto di cinismo, un mascheramento, un odore di falso, ipocrita, mistificante. Non sanno dire neppure loro perché: ma non si fidano. Questa storia di voler recitare due parti in commedia, presidente della Camera e capo del Fli, alla fine ha deluso persino chi lo vedeva come un’alternativa alla destra berlusconiana. Il guaio è che un’altra destra non può nascere con Tartufo. Il Tartufo di Molière sembra ancora giovane. È a modo. Sa parlare. Conosce il mondo. Si arrangia a scovare dentro di sé un certo fascino. Ma alla fine convince solo i troppo buoni e quelli come lui. Julien Sorel infatti si rivede in lui, in Tartufo. Ma è appunto il protagonista de Il rosso e il nero. E il titolo del romanzo di Stendhal non è scelto a caso. Il Giornale, 13 maggio 2011

………..Ma per quanto Fini possa girare l’Italia in cerca di voti per il suo partito fantasma, la raccolta si annuncia molto ma molto magra. Sarà per quesnto che buttando le mani avanti, Fini, l’oracolo inascoltato, si affanna a spiegare che “queste sono elezioni amministrative e che non hanno valore politico”, al contrario di quello che dicono tutti ma proprio tutti, dai leaders politici ai commentatori della politica. Ma non gli servirà a niente, perchè martedì mattina non ci saranno soprese: il partito di Fini sarà un fantasma che vaga per le aule della politica senza che nessuno se ne curi. g.

COSA C’E’ DIETRO UN CANDIDATO

Pubblicato il 13 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

A proposito dello scontro Moratti-Pisapia, ecco una valutazione del direttore de Il Tempo, Mario Sechi.

Il candidato del centrosinistra a sindaco di Milano Pisapia si rifiuta di stringere la mano alla sfidante, sindaco uscente, Moratti È inutile mettersi a disquisire di bon ton: le campagne elettorali sono contese dure per gente dura. Chi aspira al minuetto e non al corpo a corpo è pregato di astenersi. Funziona così in tutti i Paesi e questo è frutto della comunicazione e dell’importanza del leader rispetto al partito. Fanno sorridere i parrucconi che strillano per i colpi bassi, fanno riflettere invece i comizietti senza contraddittorio delle penne della sinistra che da anni sparano ad alzo zero su Berlusconi, hanno introdotto la spiata del buco della serratura della camera da letto, coniato i peggiori aggettivi per gli avversari e ora strillano come signorine per le ruvidezze della campagna elettorale. Letizia Moratti ha compiuto due errori: il primo è che ha dato una notizia incompleta di un procedimento penale (cosa tra l’altro che fanno tutti giorni i fogli anti-Cav quando riportano stralci dell’accusa senza mai ricordare l’esito finale dei processi); il secondo – quello davvero grave – è che non ha dato una lettura politica alla storia di Pisapia. Il sindaco uscente del Pdl avrebbe dovuto ricordare con puntualità uno scenario ben più serio del furtarello di un’auto di cui Pisapia non aveva bisogno visto che proviene da una ricca famiglia borghese di Milano. La vera storia in realtà è quella di una parte della borghesia progressista della città ambrosiana che cinguettava con i terroristi. Un fenomeno fin troppo poco indagato sul quale è calato un silenzio (quasi) generale. Mentre Walter Tobagi veniva ammazzato, editori, giornalisti, magistrati e avvocati del giro buono di Milano coccolavano gli adepti della P38. Mentre Indro Montanelli veniva gambizzato, il Corriere della Sera dava la notizia omettendo il nome della vittima.

Mentre le «sedicenti br» ammazzavano, le famiglie illuminate si divertivano a fare la rivoluzione in boiserie e i rampolli degli imperi editoriali del progressismo piazzavano bombe sotto i tralicci lasciandoci le penne (leggere alla voce enciclopedica Feltrinelli). La vera domanda da porsi è dunque un’altra: Pisapia in quale brodo culturale è cresciuto? Ha avuto o no contatti con sagome poco raccomandabili, personaggi poi finiti nella lotta armata? Sono domande che io avrei posto tranquillamente a Pisapia in un confronto televisivo. Ma nessuno l’ha fatto e questo la dice lunga sul conformismo culturale. In America un signore come Pisapia avrebbe avuto serissime difficoltà a sostenere un confronto con la stampa e l’opinione pubblica. Bisognerebbe ricordare la storia dei cacciatori di fascisti che andavano a fare le loro battute al grido di “Hazet 36 fascista dove sei?”. Sapete cosa è l’Hazet 36? La chiave a stella che spappolò la testa di Sergio Ramelli a Milano. Pisapia non è un ladro, ci mancherebbe. Ma non può pretendere che in campagna elettorale si metta il silenziatore sul suo passato, le sue idee radicali, le sue amicizie più o meno pericolose. Quando è cominciata la battaglia più cruenta contro Berlusconi e il centrodestra, ormai un paio di anni fa, avvisai e scrissi che l’introduzione del metodo della character assassination nel giornalismo per far secco il Cavaliere avrebbe rappresentato un punto di non ritorno per tutti. Ci siamo. Chi ha seminato vento, sta raccogliendo tempesta.Mario Sechi, Il Tempo,  13/05/2011