BERLUSCONI SOTTOLINEA UN’ANOMALIA ITALIANA
Pubblicato il 12 aprile, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »
Tutte le oche starnazzanti del giustizialismo nostrano avranno un buon motivo per agitarsi incomposte, fare chiasso e suscitare polveroni di indignazione di fronte alle ferme e impolitiche dichiarazioni di Silvio Berlusconi all’uscita dal tribunale di Milano dopo l’udienza del processo Mediaset. Il premier, infatti, ha detto, senza mezze parole, di avere trascorso una «mattinata surreale ai limiti dell’inverosimile» ed ha aggiunto che il suo interrogatorio è stato «una perdita di tempo paradossale con un dispendio di risorse che grida vendetta». Il linguaggio è duro, ma l’analisi è esatta.
Come sempre, Berlusconi, piaccia o non piaccia, ha colto nel segno. Ha fatto bene, il Cavaliere, a presentarsi finalmente in tribunale e a sottolineare, al termine dell’udienza, il carattere surreale e paradossale di una situazione che vede il capo del governo costretto a mettere da parte l’agenda degli impegni, nazionali e internazionali, in un momento particolarmente difficile, come l’attuale, per rispondere alle accuse, più o meno fondate, che da un ventennio o giù di lì gli vengono mosse. Ha fatto bene, in tal modo, a sottolineare una anomalia tutta italiana. Altrove infatti – si pensi, per esempio, a quello che è accaduto in Israele o in Francia – le maggiori cariche istituzionali vengono sottoposte a processo per eventuali reati, e se del caso condannate, al termine del loro mandato. È una anomalia, lo ribadisco. È una anomalia che rivela il carattere imperfetto della nostra democrazia, la quale – dopo la bufera giudiziaria di Tangentopoli – è andata degenerando in un sistema oligarchico nel quale non esistono più né equilibrio né separazione dei poteri. E dove la magistratura, grazie all’eclissi della politica, ha finito per assumere, sempre di più, le connotazioni di una «casta» o, se si preferisce, di una «corporazione» incontrollata e incontrollabile, pronta a usare il «ricatto giudiziario» come un’arma nei confronti di chi rischia di metterne in crisi privilegi, poteri, rendite di posizione, attraverso la riforma di un sistema giudiziario unanimemente considerato inefficiente, non garantista, burocratizzato, inaffidabile e lento. Un sistema giudiziario, ancora, costruito sull’assurdo della confusione tra magistratura inquirente e magistratura giudicante e, nella sostanza, vessatorio perché il cittadino ingiustamente processato o condannato non può far valere il principio della responsabilità civile dei giudici. Non basta, c’è di più.
Il carattere di «casta» o di «corporazione» della magistratura non lede soltanto gli interessi legittimi e i diritti dei singoli, ma collide con quello che si può definire «l’interesse nazionale». Ciò che accade in questi mesi e in questi giorni è sotto gli occhi di tutti. Il nostro Paese sta attraversando un periodo di emergenza, in gran parte riflesso di una grave situazione internazionale: minaccia di speculazioni economiche, ondate di immigrazione clandestina che rischiano di mettere in crisi precari o non consolidati equilibri socio-economici, tensioni fra l’Italia e altri paesi dell’Unione Europea – loro davvero sì – preoccupati del proprio egoistico «interesse nazionale», riaffiorare di antichi contrasti fra aree diverse del paese, emergere di pulsioni che esprimono la voglia, giusta o sbagliata che sia, di un ricambio generazionale. In una situazione del genere che cosa accade? Che il premier è costretto a mettere da parte i problemi del paese e a presentarsi davanti ai giudici. È una situazione surreale, come ha detto bene Berlusconi. Frutto, aggiungiamo, di una anomalia tutta italiana, che si concretizza nella subordinazione del potere politico – l’esecutivo e il legislativo – al potere giudiziario. Ma non basta.
L’invasione di campo della magistratura nella politica ha come conseguenza, diretta o indiretta, la «politicizzazione» della magistratura, o di parte di essa. L’obiettivo, tutt’altro che nascosto, sembra essere quello della eliminazione, con ignominia, di Berlusconi dalla scena politica, ottenuta da una magistratura trasformatasi in braccio armato dell’antiberlusconismo. Ma, quand’anche questo obiettivo fosse raggiunto, quale utilità ne verrebbe al Paese? Nessuna, se non quella, al fondo eversiva e rivoluzionaria, di ottenere un cambio di governo e di classe dirigente al di fuori dei meccanismi tipici di una democrazia liberale e rappresentativa, fondata cioè, per usare la classica espressione di Joseph A. Schumpeter, sulla «libera concorrenza per un voto libero».
E quindi contro il sacrosanto e basilare principio, democratico e liberale, per il quale Berlusconi, in quanto capo del governo, dovrebbe essere giudicato per quello che effettivamente abbia fatto o non abbia fatto per il Paese. Una situazione, ribadiamolo ancora una volta, assurda e anomala. Che può e deve essere corretta solo attraverso una riforma organica della giustizia che riequilibri i poteri dello Stato. Francesco Perfetti, 12 aprile 2011

Il pozzo di Gianfranco Fini è senza fondo. Pur volendo continuare a essere il presidente della Camera, anche dopo avere rinunciato volontariamente alla imparzialità richiestagli dalla carica, egli ha dato ieri del “gregge belante” alla maggioranza dell’assemblea di Montecitorio. Che oltre a sorreggere un governo a lui non gradito, e sopravvissuto il 14 dicembre scorso a una mozione di sfiducia paradossalmente predisposta anche nel suo ufficio, ha la grave, imperdonabile colpa di attrarre uno alla volta, e anche di più, i deputati di Futuro e Libertà: il suo sempre più gracile e claudicante movimento. Al presidente della Camera non viene mai il dubbio di avere deluso e allarmato gli amici che lo avevano seguito nella scorsa estate sulla strada della rottura con il Cavaliere. Egli aveva detto loro, facendoli aderire ai suoi nuovi gruppi della Camera e del Senato, che l’obbiettivo era di formare la cosiddetta terza gamba della maggioranza di centro destra, accanto alle due costituite dal Pdl e dalla Lega. Alla faccia della terza gamba della coalizione uscita dalle urne del 2008. Tra un comizio e l’altro, e richieste perentorie di crisi di governo giustamente contrastate in prima persona dal presidente della Repubblica, preoccupato nello scorso autunno che il Paese rimanesse contemporaneamente senza una maggioranza e senza uno straccio di bilancio dello Stato, Fini ha costruito la quinta gamba dell’opposizione nel suo complesso. Quinta, in aggiunta al Pd di Pier Luigi Bersani, all’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, all’Udc di Pier Ferdinando Casini e all’Api di Francesco Rutelli, per non parlare delle altre frattaglie antiberlusconiane. O la terza gamba, sempre all’opposizione, del cosiddetto terzo polo guidato da Casini, in aggiunta alle già citate Udc dello stesso Casini e all’Api rutelliana. Tutto questo vale rimanendo negli attuali confini parlamentari, perché le gambe delle opposizioni diventerebbero ancora di più in uno scenario elettorale, al quale si sono già rumorosamente iscritti Nichi Vendola e altre schegge dell’estremismo di sinistra, per non parlare del comico Beppe Grillo, ed è “tentato” di iscriversi, con il rombo del suo motore, il ferrarista Luca Cordero di Montezemolo. Il meno che potesse capitare in un quadro del genere, così diverso da quello indicato alla nascita dei gruppi parlamentari di Futuro e Libertà, era il disorientamento nelle fila finiane. Che con poca eleganza e molto cinismo politico, e nessun rispetto per gli uomini che hanno onorato la sua amicizia rinunciando a incarichi di governo, il presidente della Camera in un comiziaccio pronunciato ieri a Bari ha liquidato come paura di non essere rieletti al Parlamento o, peggio ancora, come pecorume. Altro termine non riesco a trovare per tradurre in una sola parola quel già ricordato “gregge belante” al quale egli ha iscritto d’ufficio i suoi vecchi amici per essere “tornati” nel Pdl, o perché partecipi della terza vera gamba della maggioranza costituitasi con il gruppo chiamato dei “responsabili”. Che Fini, dopo averli declassati nelle scorse settimane a “disponibili” dettando il linguaggio e la linea alle altre opposizioni, è tornato ieri a dileggiare come aspiranti a un “governo Berlusconi-Scilipoti”, il deputato ex dipietrista peraltro oggetto anche di minacce insieme ad altri. È mancato solo un sollecito esplicito alla Procura della Repubblica di Roma, attivata a suo tempo dal solito Di Pietro con una denuncia, per concretizzare con qualche avviso di garanzia o altra iniziativa le indagini annunciate su un presunto commercio di voti in Parlamento. Eppure il presidente della Camera è chiamato più di tutti a conoscere, rispettare e fare rispettare l’articolo 67 della Costituzione, secondo il quale “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. È bizzarro che proprio lui lo dimentichi, anzi lo irrida. Diciamo pure che è scandaloso, tanto che mi chiedo, o torno a chiedermi, che cos’altro ancora debba sentir dire il povero Napolitano per intervenire e consigliare a Fini le dimissioni allo scopo di non avvelenare ulteriormente i rapporti parlamentari. Che hanno già superato i livelli di guardia nell’aula di Montecitorio, dove non mi era mai accaduto, fra l’altro, di vedere un presidente d’assemblea aprire una votazione, addirittura su un banale processo verbale della seduta precedente, riconoscere a “tutti i presenti in aula” il diritto di votare e chiuderla prima che alcuni ministri, arrivati in tempo ai loro posti, riuscissero a infilare nell’apposita fessura il loro tesserino. Trovo singolare, per non dire di peggio, anche che il presidente Fini lasci le opposizioni attaccare e deridere in aula, senza richiamarle all’ordine, i ministri che partecipano da deputati alle votazioni, come se essi non ne avessero il diritto materiale e morale. È accaduto nei giorni scorsi e tornerà ad accadere nei prossimi sulla legge del cosiddetto processo o prescrizione breve. Ma ai tempi dell’ultimo governo di Romano Prodi, fra il 2006 e il 2008, lor signori oggi all’opposizione si compiacevano di affollare in ogni votazione i banchi del governo al Senato, essendo i margini della maggioranza ancora più risicati di quelli di cui dispone oggi Berlusconi alla Camera. E, poiché i ministri non bastavano, venivano mobilitati anche i più vecchi senatori a vita, compreso quell’Oscar Luigi Scalfaro che, forse esausto per quelle fatiche, ora diserta abitualmente le votazioni. Neppure la delicatezza della situazione internazionale e comunitaria è purtroppo riuscita ieri a trattenere le esondazioni di Fini, peraltro già ministro degli Esteri. Mentre il governo è impegnato a far valere le buone ragioni dell’Italia con gli altri paesi dell’Unione Europea nella gestione dell’ondata straordinaria di immigrazione proveniente dall’Africa, egli ha avuto il pessimo gusto di contestane la “credibilità“. Pensi piuttosto Fini alla sua, di credibilità, per tutte le ragioni politiche e istituzionali che ho esposte prima. Francesco Damato, Il Tempo, 11 aprile 2011




Puntuali e sinistri come gli sciacalli, o gli avvoltoi, le opposizioni non si lasciano scappare neppure il doppio dramma della nuova immigrazione prodotta dalla guerra in Libia, e dalle crisi dei Paesi limitrofi, per sfruttarlo cinicamente contro il governo. Che potrà avere fatto tutti gli errori che volete, ammesso e non concesso che abbia commesso davvero tutti quelli che gli vengono contestati dagli avversari, ma ha pur sempre il diritto di poter contare sul senso generale di solidarietà e di responsabilità nazionale nei momenti di emergenza. È evidente che tale è la situazione nella quale si trova oggi non il governo ma il Paese, tutto intero, di fronte a ciò che proviene dall’Africa. E purtroppo anche dalle frontiere del nord, vista la disinvoltura con la quale la Francia, tra la complicità e l’indifferenza degli altri Stati dell’Unione Europea, è tornata ad innalzare le sue come muri inviolabili. Mancano solo il cemento e i cavalli di Frisia del muro di Berlino. Intanto spieghiamo perché il dramma della nuova ondata d’immigrazione è doppio. Lo è per i disperati in fuga dalle loro terre, spesso inghiottiti dal mare prima ancora che possano raggiungere le nostre coste sui barconi carichi della loro miseria e della spregiudicatezza criminale di chi li sfrutta. Lo è per il nostro Paese perché, contrariamente alla demagogica rappresentazione che ne fanno le opposizioni, esso non è economicamente e socialmente in grado di contenere da solo tutta l’immigrazione che gli si rovescia addosso. Non c’è dibattito parlamentare o televisivo in cui non si sentano gridare le opposizioni, a gole gonfie di indignazione, contro il ministro dell’Interno e, più in generale, contro il governo per l’incapacità di prevedere e quindi prevenire i fatti. In quest’azione forsennata di protesta, fra le opposizioni c’è solo la gara a chi le spara più grosse. E spesso a vincerla è persino la parte che vorrebbe essere considerata la più moderata, come l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Dove evidentemente i nervi hanno ceduto alla paura di vedersi arrivare elettoralmente tra i piedi, a insidiare la leadership del fantomatico terzo polo, il ferrarista Luca Cordero di Montezemolo.