NAPOLITANO E’ DIVENTATO PRESIDENZIALISTA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 30 marzo, 2011 in Politica, Storia | Nessun commento »

Giorgio Napolitano è il migliore dei presidenti della Repubblica. Dal punto di vista estetico, s’intende. Quando fu eletto nel 2006 dalla maggioranza di centrosinistra, che aveva appena vinto le consultazioni politiche grazie a Romano Prodi, molti pensarono fosse resuscitato. In effetti era sparito dalla circolazione, quantomeno dalla scena. Invece era vivo, forse anche a sua insaputa. Ma nel giro di poche settimane dimostrò che il Quirinale fa bene alla salute del corpo e della mente.Napolitano vi entrò con passo incerto, un po’ curvo e appesantito dagli anni. Ma già alla sua prima uscita si fece ammirare come se avesse affrontato una cura prodigiosa di ringiovanimento. Dritto come un fuso, impettito, pieno di vigore e soprattutto lucidissimo. E cominciò a fare sentire la sua voce in un crescendo di autorevolezza dovuta alla padronanza del «mestiere». Gli italiani osservarono con stupore e ammirazione la crescita dell’uomo, da vecchio comunista duro e puro a rappresentante della più alta carica di uno Stato democratico e liberale, per non dire borghese, un termine che attende ancora di essere completamente sdoganato.
Alla luce di questa evoluzione, non sorprende che il signor presidente abbia assunto un ruolo decisivo anche nella drammatica circostanza della guerra a Muammar Gheddafi. Nessuno più di lui ha manifestato tanta convinzione nell’affermare la necessità di partecipare alle operazioni belliche. Ha detto sì senza muovere ciglio alla risoluzione dell’Onu, spiazzando Silvio Berlusconi che invece era e continua a essere titubante, data la sua amicizia con il tiranno nordafricano col quale, tra l’altro, aveva sottoscritto un trattato di collaborazione economica. La risolutezza di Napolitano nel caldeggiare la missione militare ha, in pratica, costretto gran parte della maggioranza e dell’opposizione ad adeguarsi ai desiderata del Quirinale, e il premier, dinanzi a una sorta di unanimismo, ha dovuto piegarsi (malvolentieri). A questo punto ci si è chiesti come mai in una democrazia parlamentare quale la nostra il capo dello Stato di fatto contasse di più sia del premier sia dello stesso Parlamento che ha programmato la discussione e il voto sulla guerra una settimana dopo averla iniziata. E qui bisogna ricollegarsi all’accennata metamorfosi di Napolitano: da notaio supremo della Repubblica e custode della Costituzione, nonché dell’unità nazionale, a vero e proprio leader morale del Paese.
Ormai il presidente è visto e considerato come una guida illuminata e la sua parola è ascoltata con tale rispetto che nessuno osa contraddirla. Altri capi dello Stato in verità avevano tentato di essere e di fare le medesime cose, ma ci erano riusciti a metà: Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi (per tacere di Sandro Pertini, un caso particolare). Napolitano sembrava non avesse le carte in regola per prendere in mano, senza destare perplessità, il timone del Paese, in quanto la sua storia politica affondava le radici nel comunismo ortodosso, viceversa è stato in grado di far dimenticare certe ombre e adesso oltre il 70 per cento degli italiani ha fiducia in lui, e lo segue.
Tutto questo però stride con la logica. Infatti ogniqualvolta un partito accenna all’opportunità di trasformare la repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, viene zittito quasi avesse bestemmiato. Insomma il presidenzialismo è proibito sulla carta, ma può essere esercitato in forma surrettizia. Come la guerra: non si può dire, ma si può fare.

.…………A proposito di Napolitano, siamo felicemente sorpresi dell’ansia che lo ha colto per la tutela dei diritti umani  e per la salvaguardia delle popolazioni  civili in occasione del conflitto in Libia che da affare interno ad un Paese sovrano e membro dell’ONU, si è trasformato in strumento per consentire a un paio di guerrafondai di mandare i loro bombardieri a gettare bombe e lanciare missili   che come tutte le bombe e tutti i missili non si sa mai con certezza dove vanno a finire.Comunque, così va il mondo. Una cinquantina di anni fa, mentre i carri armati sovietici invadevano l’Ungheria e reprimevano nel sangue la rivolta degli ungheresi che anelavano alla libertà e alla demcorazia, l’on. Napoliano, “migliorista” della sezione italiana del partito sovietico che aveva invaso l’Ungheria, taceva e se ne impipava dei diritti umani e della salvaguardia delle popolazioni magiare, salvo, cinquatanni dopo, dichiarare che allora non aveva capito. Chissà se dopo, andando a Budapest, ha visitato la Casa del Terrore che si affaccia sulla via Andreassy, la strada su cui i sovietici,  allora suoi amici,   sparsero il sangue dei ragazzi  poco più che giovinetti  che si opposero impavidi  agli aguzzini sovietici e  i cui volti appaiono, ad eterna vergogna degli assalitori, sulle pareti interne della Casa trasformata in Museo, intorno al carro armato che gli insorti conquistarono agli invasori prima di soccombere, e  chissà se dinanzi ai volti di quei ragazzi Napoliano abbia pianto per Loro e anche per se stesso….e chissà se l’on. Napoliano, che è stato  nei giorni scorsi tra i più solerti sostenitori dell’intervento contro la Libia, ha memoria di quando, da dirigente comunista, accusava l’America,  che difendeva in lontani teatri di guerra il diritto alla democrazia di tutti i popoli, di ingerenza in questioni interne di Paesi sovrani….ma così va il mondo…chissà se è cambiato il mondo o è cambiato l’on. Napolitano. g.

LIBIA: ECCO L’ERRORE DI SARKO’, di Giorgio Mulè

Pubblicato il 30 marzo, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Era il 4 marzo. Poche ore dopo l’elezione dell’italianissimo Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, a presidente del Comitato economico e finanziario dell’Unione Europea (un organismo strategico fondamentale perché istruisce, concretamente, i lavori dell’Ecofin, cioè del consiglio che «governa» l’economia europea), Giulio Tremonti chiamò il suo omologo francese. Gli spifferi raccontano che il nostro ministro commentò con spirito cavalleresco l’elezione di Grilli che aveva avuto la meglio sul candidato d’Oltralpe Ramon Fernandez. Prima di congedarsi, Tremonti tuttavia non resistette a una delle sue battute, eleganti quanto perfide e sagaci: «Insomma, vi abbiamo battuto nel vostro sport preferito: occupare posti».Nella battuta attribuita a Tremonti c’è molta verità. Non scopriamo oggi la cosiddetta grandeur francese, la storia è lastricata di fughe in avanti, ancorché molto avventurose, dei «cugini» in ogni segmento della vita politica ed economica. Per una sorta di autoproclamazione i francesi hanno sempre pensato e creduto di essere una spanna sopra chiunque e in tutti i campi: da quello commerciale a quello militare. Il caso ha voluto che, nel 2011, siano venuti a galla nello stesso momento questi due aspetti della loro baldanza. Nella questione libica tutto è da ricondurre a una frettolosa iniziativa militare. Si tratta di una forma di interventismo che affonda le radici, ancora una volta, in una presunta superiorità che non ha alcun riscontro.

Questo sfrenato e irresistibile bisogno di mostrare i muscoli, di cui Nicolas Sarkozy rappresenta l’icona tangibile, ha portato la Francia a incassare nel breve volgere di qualche giorno un ridimensionamento che ovviamente non sarà mai ammesso dall’Eliseo. Esasperare con i missili e i raid aerei la polveriera libica ha infatti prodotto un velocissimo ricompattamento intorno alla Nato. La decisione unilaterale francese di attaccare (con il determinante appoggio della Gran Bretagna e degli Stati Uniti) ha ancora una volta svuotato di ruolo le Nazioni Unite di cui la Francia si è fatta scudo con un’interpretazione «estensiva» e pericolosa della risoluzione 1973, approvata a maggioranza dal Consiglio di sicurezza e nella quale non si autorizza in alcun modo l’intervento dei caccia ma si parla unicamente di protezione dei civili e delle aree popolate da civili.      L’esperienza dell’Iraq, con la moltitudine di ispettori che accertò le violazioni commesse dal regime di Saddam Hussein e precedette la decisione di intervenire militarmente, non è servita: in Libia sono bastati i commenti di Al Jazeera per stabilire che bisognava attaccare senza indugio. Solo un’iniziativa congiunta e condivisa dell’Alleanza atlantica, con la forza che ne deriva, può invece produrre effetti reali: senza strappi, senza un’inutile esposizione di muscoli utile alla tradizionale arrogance francese ma deleteria per gli equilibri internazionali. C’è poi l’altra guerra, quella commerciale deflagrata con il tentativo della Lactalis di rilevare la Parmalat. Bene ha fatto il governo a varare il decreto legge antiscalate su alcuni settori strategici, compreso quello agroalimentare. Non si tratta qui di una difesa antistorica dell’italianità, ma di un argine necessario che rende giustizia a un mal interpretato concetto di liberalismo. Con la Francia, infatti, il liberalismo è sempre stato a senso unico con buona pace della reciprocità: le nostre imprese sono state sempre respinte con perdite ogni volta che hanno tentato di acquisire aziende transalpine (basta ricordare i casi dell’energia, delle autostrade, delle ferrovie) grazie a una barriera nazionalistica e protezionista creata ad hoc dalla Repubblica Francese per frantumare d’imperio ogni velleità italiana. Al contrario, invece, i francesi hanno sempre potuto fare shopping in casa nostra e in tutti i settori, compresi quelli fondamentali e nevralgici per il sistema Paese. Per questo il decreto varato mercoledì 23 marzo dal governo era necessario e non più rinviabile. Per una volta tanto la grandeur va in soffitta. Al di là delle Alpi devono ogni tanto ricordare che nella loro storia non c’è solo il generale Napoleone. C’è anche il generale Cambronne…

BERLUSCONI VA A LAMPEDUSA E CONQUISTA LA FOLLA: L’ISOLA LIBERA IN 48-60 ORE

Pubblicato il 30 marzo, 2011 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

L'arrivo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a Lampedusa accolto dal presidente della regione Sicilia, Raffaele Lombardo

L’arrivo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a Lampedusa accolto dal presidente della regione Sicilia, Raffaele Lombardo

Anche questa volta, con la sua visita in una Lampedusa sotto assedio e ormai in rivolta a causa delle ondate di immigrati provenienti dalla Tunisia, Silvio Berlusconi ha sfoderato il meglio del suo repertorio politico e comunicativo. Il fiuto dell’uomo di frontiera che, proprio nelle situazioni di emergenza, riesce a dare il meglio di sé, dicendo quello che i cittadini dell’isola vogliono sentirsi dire.

Presentato alla gente dal governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, e dal  sindaco Bernardino De Rubeis, raccolti attorno al municipio, il premier  ha inanellato una serie di promesse che hanno entusiasmato la folla radunata sotto al palco. La prima: «In 48-60 ore Lampedusa sarà abitata solo dai Lampedusani». Anzi, il premier, ha detto, è diventato lampedusano,  avendo comprato qui, online, una  villa. E ancora sugli immigrati: «Proveremo a riportarli in Tunisia». Poi via al piano pulizia: «Stamattina sono arrivati 140 uomini delle forze armate, ed è scattato un piano di pulizia per l’isola, che verrà riportata a condizioni normali». Ma non si ferma qui, il premier, che non dice nemmeno di no, come richiesto dai lampedusani, alla costruzione di una nuova scuola nell’isola.

Blandisce i pescatori lampedusani: «Siamo in trattativa con l’Eni, in modo da ottenere per i pescatori di Lampedusa un prezzo piu’ basso, e magari il primo viaggio a costo zero». Promette  uin grande piano per trasformare in un’isola verde questa isola siciliana.  «Ho visto la vostra isola e ho deciso che ci sarà un piano verde per rimboscarla».Garanrisce  un regime a statuto speciale per fare di Lampedusa un gioiello turistico ed economico. «Lampedusa diventerà anche una zona franca delle tasse». Infine, l’ultimo impegno: «Abbiamo deciso di candidare Lampedusa al Nobel della Pace». Gli applausi – non poteva essere altrimenti – lo hanno sommerso, interrompendo ogni passaggio del suo discorso.

E Berlusconi per sentirsi più vicino ai lampedusiani acquista anche una villa: Villa due Palme:

La villa "Le due palme" a Lampedusa, che Silvio Berlusconi ha detto oggi 30 marzo 2011 di aver acquistatoLa villa “Le due palme” a Lampedusa, che Silvio Berlusconi ha detto oggi 30 marzo 2011 di aver acquistato

BERLUSCONI PROPONE UN CATENACCIO NAVALE PER BLOCCARE GLI SBARCHI DEGLI IMMIGRATI

Pubblicato il 29 marzo, 2011 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

Il problema si chiama Lampedusa. “Una bomba pronta a esplodere” diceva la Regione Sicilia nei giorni scorsi. Una bomba che sta deflagrando nei palazzi della politica. E a cui il governo tenta di dare una risposta. L’idea di Silvio Berlusconi, che ha convocato per domani un Consiglio die ministri straordinario, è il “catenaccio navale”, come spiega una ricostruzione de il Foglio. Un pattugliamento costante del Canale di Sicilia tutto intorno a Lampedusa per intercettare i barconi carichi di disperati in fuga dal Nord Africa “dirottandoli” direttamente nei centri d’accoglienza in giro per l’Italia.

Piano in più punti Una soluzione, quella del catenaccio navale, che fa parte di un piano più articolato. Intanto c’è da “svuotare” Lampedusa dove, da sabato, sono giunte oltre 4mila persone. A questo si provvederà domani, come annunciato dal prefetto straordinario per l’emergenza Giuseppe Caruso. Sei navi trasferiranno gli immigrati nei 13 centri d’accoglienza distribuiti in tutta Italia individuati dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, insieme ai prefetti. Ma sul tavolo del Cdm di domani finirà anche la verifica dell’accordo siglato da Maroni e Frattini con Tunisi per il pattugliamento delle coste del Paese magrebino. Un’operazione che, secondo fonti italiane, sarebbe molto poco efficace.

L’opposizione non collabora Il Pd, con il segretario Pierluigi Bersani, sta alla finestra sull’emergenza immigrazione. Non tende la mano e, anzi, critica le scelte dell’esecutivo: “Noi siamo disposti a una politica di solidarietà a una condizione: che il governo non tenga i piedi in due scarpe perché non è accettabile che un presidente di Regione debba allestire la solidarietà e sentire esponenti di governo che sparano contro”. Per Bersani il governo ha mostrato “assoluta irresponsabilità. Non è possibile aver agitato la questione da mesi e trovarsi ora a Lampedusa in una situazione più che drammatica con due medici, due infermieri, tre barche e centinaia di persone in arrivo. Noi abbiamo avuto altre emergenze in questi anni, ma non ci siamo mai trovati in situazioni del genere. Non si può avere un governo dove c’è chi vuole dare soldi e chi vuole dare sberle, dove c’è Maroni che chiede solidarietà alla Regioni e Bossi che dice che bisogna mandarli a casa, dove c’è Tremonti che dice che li aiuterà a casa loro, ma poi taglia i soldi alla cooperazione. Non è accettabile che l’esecutivo tenga il piede in due scarpe. Se vogliono la solidarietà nazionale e internazionale, com’è giusto che sia, devono metterci la faccia, dare i messaggi giusti e agire con organizzazione e solidarietà. Perché se vogliono coltivare un problema non lo possono risolvere”.

Vendola: “Permesso agli immigrati” Un permesso di soggiorno temporaneo per gli immigrati giunti nella tendopoli, ancora in allestimento, a Manduria. Questa la proposta del presidente della Regione Puglia e leader di Sel, Nichi Vendola, dopo la visita al centro di accoglienza temporaneo. “Continuiamo a chiedere al ministro Maroni perché non si prova ad immaginare, come si è fatto per altre emergenze umanitarie in Italia, di attivare quel permesso di soggiorno per protezione umanitaria che è stato lo strumento utile per affrontare le situazione di crisi?”. Il permesso di soggiorno temporaneo è previsto dall’ articolo 20 del testo unico sull’immigrazione ed è stato applicato già per l’emergenza-immigrati provenienti dal Kosovo. “Questa gente non è un pericolo, sta scappando dal pericolo – ha detto ancora Vendola – dal pericolo della fame, della violenza, della vendetta politica, della guerra. La maggior parte dei tunisini che sono sul territorio italiano non sono qui per delinquere, stanno qui cercando un transito per le loro famiglie”.

SFASCISMO DI SINISTRA

Pubblicato il 29 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Dopo anni, per la precisione otto, di spasmodica attesa l’opposizione ha ottenuto ciò che voleva, cioè vedere Silvio Berlusconi varcare la porta di un tribunale, quasi che da questo dipendesse il futuro del Paese. È accaduto ieri a Milano, udienza preliminare del processo Mediatrade, una complicata storia di diritti televisivi tra l’Italia e l’America. Berlusconi è accusato di essere socio occulto di un mediatore, anche se i conti non tornano. Il premier infatti non si è mai occupato direttamente di questa pratica e comunque appare bizzarro che abbia pagato tangenti a se stesso, come sostiene l’accusa. Sta di fatto che così si incardina il venticinquesimo processo contro di lui, un record italiano e probabilmente mondiale che la dice lunga in quanto ad accanimento giudiziario.

Finita l’udienza, Berlusconi si è intrattenuto in strada con un gruppo di simpatizzanti. Saluti e qualche battuta, una sorta di «predellino due» sulla giustizia. Ciò è stato sufficiente per innescare la protesta del solito Di Pietro, che evidentemente vorrebbe regolare per legge anche le apparizioni pubbliche del primo ministro. A Fini è permesso fare campagna elettorale da presidente della Camera, al premier dovrebbe essere vietato salutare i suoi sostenitori.

La verità è che l’opposizione ormai sa soltanto fare sfascismo. Se Berlusconi non va ai processi è scandaloso, se ci va è scandaloso uguale. Dalla crisi libica al problema dei clandestini, tutto è usato in chiave di polemica, direi guerra, politica. Basta infangare, distruggere anche ciò che di buono e utile si riesce a fare. E non soltanto per quello che riguarda il Cavaliere. L’altra sera, sulla Rai, tv di Stato, la trasmissione Report è riuscita a toccare un nuovo picco di antitalianità, facendo passare Sergio Marchionne,amministratore delegato Fiat, per un furbetto in cattiva fede e anche un po’ incapace. L’uomo che ha salvato la Fiat, il manager che il mondo ci invidia e che ha la fiducia del presidente degli Stati Uniti è stato ridicolizzato perché abita in una lussuosa villa in Svizzera (dove ha la residenza daanni), perché ha comprato casa all’ex moglie facendo sistemare il giardino da personale italiano che costa meno di quello svizzero e perché paga le tasse in quel cantone.

La Gabanelli e soci evidentemente la sanno lunga su come gestire la prima industria italiana. Si sono avventurati in calcoli ed analisi, hanno cercato di contare i giorni che Marchionne passa in Italia, perché se fossero più di 183 si potrebbe configurare il reato di evasione fiscale. Insomma, Marchionne è avvisato. Come tutti quelli che in Italia vogliono cambiare per modernizzare il Paese (il caso Berlusconi insegna), sta finendo nel tritacarne mediatico. Gli auguriamo di scampare a quello giudiziario, anche se non escludiamo che qualche zelante pm voglia vederci chiaro sui giardinieri e sul numero di giorni che passa in Svizzera. A sinistra, quando si tratta di fare male all’Italia, sono specialisti. Il Giornale, 29 marzo 2011

BERLUSCONI: CONTRO DI ME PERSECUZIONE GIUDIZIARIA

Pubblicato il 29 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ieri mattina ha partecipato all’udienza del processo che lo vede imputato a Milano per presunti fondi neri sugli acquisti dei diritti televesivi di Mediaset. Oggi, Berlusconi, ha rivolto un nuovo messaggio audio ai suoi sostenitori. Ecco il testo integrale del messaggio.

Carissimi Amici,


mi sono presentato ieri nel processo cosiddetto “Mediatrade”, che è solo uno dei 31 processi avviati contro di me in 17 anni, con oltre mille magistrati che si sono occupati della mia persona e delle mie aziende: 24 processi si sono conclusi con archiviazioni e assoluzioni con formula piena per non aver commesso il fatto. Ne restano 6 nel penale e 1 nel civile.

Ho deciso di partecipare a queste nuove udienze per dimostrare a tutti che le accuse sono non solo infondate, ma anche ridicole.

I fatti di questo processo risalgono addirittura a 15 anni fa, alla prima metà degli anni ’90.

Due osservazioni preliminari: è una realtà incontestabile confermata categoricamente da tutti i testimoni, che in Mediaset io non mi sono mai occupato dell’acquisto di diritti televisivi.

È una realtà incontestabile, confermata da tutti i testimoni, che dal gennaio 1994, data della mia discesa in campo nella politica, dopo essermi dimesso da ogni carica, mi sono allontanato dalle aziende che avevo fondato, per dedicarmi solo ed esclusivamente al bene del mio Paese.

L’accusa della Procura è che io, in qualità di socio occulto, non dichiarato, di un imprenditore americano che vendeva a Mediaset film e telefilm della Paramount, avrei diviso con lui gli utili di quelle vendite.

L’accusa è totalmente falsa e i miei avvocati lo hanno provato. Così falsa, che c’è da chiedersi con quale coraggio la Procura di Milano abbia insistito a spenderci sopra – tra consulenze, rogatorie e atti processuali – qualcosa come una ventina di milioni di Euro tolti dalle tasche dei contribuenti.

Il gruppo televisivo da me fondato era, ed è, uno dei principali acquirenti di diritti televisivi nel mondo. (Pensate che dal 1994 sono stati versati dal Gruppo Fininvest allo Stato, tra imposte e contributi, oltre 7 miliardi e 700 milioni di Euro). Una piccola parte di questi diritti (da 30 a 50 milioni di dollari), un ventesimo su un totale di acquisti di quasi un miliardo ogni anno, veniva acquistata ogni anno da tale Frank Agrama, che operava e opera da 40 anni in questo settore, e che godeva di una specie di esclusiva per i mercati europei dei prodotti della Paramount, da cui otteneva prezzi e condizioni particolarmente favorevoli. Acquistava ogni anno da Paramount l’intera produzione di film e di telefilm e poi la vendeva alle televisioni europee.

Si poteva scavalcare Agrama e comprare i diritti direttamente da Paramount?

La risposta è: No. È un fatto che per acquisire i prodotti Paramount, tra i migliori sul mercato americano, Mediaset doveva necessariamente trattare sempre e solo con lui. Tanto è vero che quando un nuovo amministratore di Mediaset cercò di trattare direttamente con Paramount, il risultato fu che quest’ultima cedette tutti i suoi prodotti alla Rai, anziché a Mediaset con grave danno per la stessa.

Io sarei un socio occulto di Agrama?
No. È un fatto che ebbi con Agrama solo due o tre incontri agli albori della TV commerciale negli anni ’80 e in seguito nessun rapporto con lui. Io, socio di Agrama, non lo sono mai stato.

Io avrei partecipato agli utili delle vendite di Agrama?
No. Anche qui parlano i fatti. Dai conti correnti di Agrama sequestrati dai PM milanesi risulta senza ombra di dubbio che tutti i guadagni provenienti dall’attività commerciale di Agrama sono rimasti nella sua esclusiva disponibilità e che mai somma alcuna è stata trasferita a Silvio Berlusconi.

Ma l’aspetto incredibile di tutta questa vicenda è che nel corso degli anni Agrama, purtroppo, versò ad alcuni dirigenti dell’Ufficio acquisti di Mediaset ingenti somme di denaro in nero (in un caso addirittura 4 milioni e mezzo di Euro) per far sì che Mediaset continuasse ad acquistare da lui i diritti di Paramount.

Risulta pacificamente dagli atti processuali che tutti questi denari sono stati da loro utilizzati per i propri interessi.

E qui la domanda che faccio è semplice: è possibile che un imprenditore paghi parecchi milioni di Euro al capo dell’Ufficio acquisti della sua azienda che fa la cresta sugli acquisti? No, non è possibile!

Invece, la Procura di Milano ha risposto, incredibilmente, di sì e ha dimostrato ancora una volta di avere contro di me una volontà persecutoria che non si ferma neppure di fronte all’evidenza e al ridicolo.

Insomma, alcuni magistrati hanno aperto e trascinato per anni contro di me un inverosimile procedimento fondato sul nulla. Se fossero stati obiettivi, questo procedimento sarebbe finito prima ancora di iniziare, con grande risparmio di tempo per loro e per me e di denaro per tutti i cittadini. Una soltanto delle tante consulenze contabili ordinate dai PM è costata ai contribuenti quasi 3 milioni di euro.

Ma le assurdità non finiscono qui.

Anche un bambino è in grado di capire che io non avrei mai avuto interesse a pagare tangenti ai miei stessi dirigenti per agevolare Agrama. Mi sarebbe bastata una telefonata per ottenere dai miei sottoposti l’acquisto di quei film e di quei telefilm senza che Agrama dovesse pagare alcuna tangente, che secondo l’accusa per metà sarebbe stata mia.

E poi quale imprenditore avrebbe mai mantenuto come responsabili del suo Ufficio acquisti (che acquistava diritti per quasi un miliardo di dollari l’anno) dei dirigenti corrotti che facevano la cresta sugli acquisti a danno dell’azienda?

Nessun imprenditore con la testa sulle spalle avrebbe mai tollerato per più di un minuto la permanenza di tali personaggi nella sua azienda.

Così l’attacco a Silvio Berlusconi continua. Perché bisogna continuare a tenere sotto una spada di Damocle giudiziaria e mediatica il nemico ideologico e politico Silvio Berlusconi, il vero e unico ostacolo che impedisce alla sinistra di raggiungere il potere.

Purtroppo il comunismo in Italia non si è mai arreso: c’è ancora chi usa il codice penale come uno strumento di lotta ideologica e pensa che la parte politicizzata della magistratura possa usare qualsiasi mezzo per annientare l’avversario vittorioso nelle elezioni e forte nel consenso popolare.

Questi sono i fatti incontrovertibili, questa è la situazione in cui ci troviamo.

Mettetevi di impegno quindi per far conoscere a tutti la verità su questi processi, smascherando chi ne approfitta per infangare il Presidente del Consiglio.

Ma state sereni. Anche questa volta l’attacco fallirà, la verità sarà riconosciuta e noi ne verremo fuori più forti di prima. Come è sempre accaduto.

Un forte abbraccio a ciascuno di voi.  Silvio Berlusconi

LIBIA: PER LA RUSSIA L’INTERVENTO NON E’ AUTORIZZATO DALL’ONU

Pubblicato il 28 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

La Russia si mette di traverso sulle missioni della coalizione alleata in Libia: per Mosca l’intervento della coalizione nella guerra civile non è stato autorizzato dalla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza. Lo ha detto il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov: «Noi consideriamo che l’intervento della coalizione in quella che è essenzialmente una guerra civile interna non è stato autorizzato dalla risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu», ha dichiarato il capo della diplomazia russa, ribadendo comunque che la difesa della popolazione civile «resta la nostra priorità». La decisione della Nato di assumere il comando delle operazioni in Libia rispetta la risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza dell’Onu ma il suo unico mandato – ha aggiunto Lavrov – deve essere quello di proteggere la popolazione civile.

LA MEDIAZIONE TURCA – Intanto, dopo la formalizzazione del passaggio alla Nato del comando di tutte le operazioni militari legate al rispetto della risoluzione 1973 dell’Onu, ovvero l’embargo, l’istituzione della no fly zone e la protezione dei civili dagli attacchi delle truppe governative, la Turchia si offre come mediatore per raggiungere «prima possibile» un cessate il fuoco tra le parti per evitare che la Libia si trasformi in un nuovo Iraq o Afghanistan. Lo ha dichiarato in un’intervista al britannico Guardian il premier turco Recep Tayyip Erdogan, che ha rivelato come siano già in corso contatti con i delegati di Gheddafi ed esponenti del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi. Non solo. Erdogan riferisce che la Turchia, in accordo con la Nato, sta per assumere il controllo del porto di Bengasi per la gestione degli aiuti umanitari. Erdogan chiarisce che intende agire «nella cornice delle indicazioni della Nato, della Lega Araba e dell’Unione Africana». «Al momento è in corso una guerra civile in Libia e noi dobbiamo porvi fine», ha dichiarato il premier turco. I ribelli: «Presa Sirte».

ATTESA PER IL VERTICE DI LONDRA – Sempre sul fronte diplomatico c’è anche attesa per il summit di martedì a Londra. Il ministro degli esteri italiano Frattini, anticipando i temi dell’incontro, ha detto che «nostro dovere istituzionale è eliminare le distanze, trovare una soluzione condivisa non solo tra i quattro più grandi paesi europei, ma con tutti» gli alleati. Secondo il capo della diplomazia, chiamato a commentare le divergenze con la Francia, «qualunque strategia politica divisiva» sulla crisi libica è «destinata a fallire». «Qualunque strategia politica divisiva sarebbe destinata a fallire – ha proseguito – ma le idee italiane, francesi e tedesche dovranno tutte confluire in un piano che, domani a Londra, potremo elaborare per dare una risposta: questa missione è il mezzo e non il fine» Il Corriere deklla Sera, 28 marzo 2011

BERLUSCONI SI PRESENTA IN TRIBUNALE ED E’ BAGNO DI FOLLA

Pubblicato il 28 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi è tornato dopo otto anni in un’aula di tribunale, a Milano, per l’udienza preliminare del processo Mediatrade in cui è imputato per frode fiscale e concorso in appropriazione indebita per vicende legate all’acquisizione negli Stati Uniti di diritti televisivi per la trasmissione di film. L’udienza si è svolta a porte chiuse e i cronisti sono stati tenuti all’esterno del palazzo di Giustizia, dove si sono anche radunati un gruppo di sostenitori del premier, mobilitati a colpi di sms dal coordinatore lombardo del Pdl, il sottosegretario Mario Mantovani, e uno di contestatori, guidati da Pietro Ricca e da alcuni simpatizzanti dell’Italia dei Valori. Tra i due gruppi c’è stato uno scambio di cori: da un lato i sostenitori del premier che all’interno di un gazebo hanno gridato: «Silvio, Silvio», «Hip hip urra» e hanno cantato «Sei un mito» sulle note della canzone degli 883. Dall’altra parte della strada gli oppositori che hanno urlato: «Dimissioni», «Processo», «Vergogna». I due gruppi hanno continuato a fronteggiarsi verbalmente per qualche tempo anche dopo la partenza dell’auto del premier.

L’udienza è durata circa un’ora e mezza. All’uscita dal tribunale è stato subito circondato da fotoreporter e dai manifestanti. Berlusconi non si è sottratto al bagno di folla e ha indugiato davanti all’auto a favore di telecamere, alzandosi anche in piedi a salutare sul predellino della vettura, ripetendo di fatto lo stesso gesto di piazza San Babila che portò al rilancio della sua figura e alla nascita del Pdl. «Questa mattina è andata bene» ha detto il capo del Pdl nelle poche battute scambiate con i cronisti che si trovavano più vicini alla sua auto.

Durante l’udienza preliminare Berlusconi non ha reso alcuna dichiarazione. Il presidente del Consiglio si è limitato ad ascoltare senza chiedere di intervenire. Il processo è stato poi aggiornato al 4 aprile: anche in quell’occasione, quando saranno ascoltati i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro che si occupano del caso, il Cavaliere ha detto di voler essere presente: «Mi sto preparando». Due giorni dopo, il 6 aprile, ci sarà invece la prima udienza per il processo sul cosiddetto caso Ruby.

Poco prima di avviarsi al processo, Berlusconi era intervenuto al telefono alla trasmissione di Maurizio Belpietro su Canale 5: «Sono l’uomo più imputato della storia e dell’universo» aveva detto, sottolineando che il processo Mediatrade è «il venticinquesimo processo»contro di me e che anche questo rientra nel tentativo della sinistra di cercare di eliminare il maggior ostacolo alla presa del potere». Ha inoltre detto che quelle contro di lui sono «accuse infondate e ridicole». Entrando nel merito ha spiegato: «Io questo Frank Agrama l’ho conosciuto negli anni Ottanta e poi non l’ho più visto. In Mediaset non mi sono mai occupato dei diritti televisivi, è un fatto che dal ‘94 mi sono allontanato dalle aziende per dedicarmi al Paese». E ancora: «Non c’è stato un solo dollaro che sia passato a me da parte di questo Agrama». La Procura di Milano, ha aggiunto, «ha dimostrato di avere contro di me una volontà persecutoria che non si ferma neanche di fronte al ridicolo» perché «non avrei avuto nessun interesse a pagare tangenti se fossi stato socio di Agrama». Poi la stoccata ai giudici della Consulta: le convocazioni ai processi, ha sostenuto, sono «conseguenti a quella incredibile sentenza della Corte Costituzionale che ha deciso che soltanto in Italia un presidente del Consiglio possa essere sottoposto al processo, distogliendo la sua attenzione dall’incarico e dalla funzione pubblica. In tutti gli altri Paesi succede che i processi si sospendono fino al termine del suo incarico». Il Corriere della Sera, 28 marzo 2011

BERLUSCONI? E’ UN DILETTANTE CHE PARLA CHIARO

Pubblicato il 27 marzo, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Che Berlusconi sia intelligente è difficile contestarlo. È anche un bizzarro incidente della storia, un’anomalia, e insieme l’auto­biografia della nazione in molti aspetti non propriamente commendevoli, ma le sue doti di penetrazione intellettuale nella realtà, la sua esperienza in umani­tà e il talento di governare i rapporti di forza, sono doti personali e politiche da nessuno negate (sorvolo sui cretini che lo odiano, sulla gentuccia malata di pre­giudizio da frustrazione, e sono molti). Se questo è vero, siamo in presenza di un apparente mistero. Perché ha detto che non voleva di­sturbare il colonnello Gheddafi, men­tre divampava la crisi libica? Perché ha detto di essere addolorato per lui, a mis­sione no-fly zone in pieno corso, con i bombardamenti del suo quartier gene­rale ingaggiati da una coalizione di cui un’Italia riluttante fa parte? Su un altro piano: perché ha detto che la nomina di Saverio Romano a ministro dell’Agri­coltura è stata necessaria per scansare il rischio di una crisi di governo, avallan­do i sospetti su un baratto? Un politico professionale, un D’Ale­ma, un Prodi, un Fini, un Casini, e perfi­no il Bossi che condivide con il Cav il «talento dell’amicizia» e dell’inimici­zia, e il «parlar chiaro», non lo avrebbe­ro mai fatto. Si usano circonlocuzioni, in questi casi. Si mente con sottigliezza e ipocrisia. Si dice che «con il Colonnel­lo il governo stabilirà eventuali contatti al momento opportuno». Si dice che «nessuno può essere lieto di un bom­bardamento, malgrado sia urgente la difesa umanitaria dei civili in Libia». E sulla nomina che ha impensierito il Qui­rinale, un politico professionale direb­be che «il piccolo rimpasto ha intanto arricchito di nuove forze e competenze la maggioranza, è un atto di stabilità e di gestione politica responsabile di poteri propri della presidenza del Consiglio». Le parole per dirlo non mancano, in po­litica. Ma Berlusconi non le trova, e or­mai, dopo tanti anni in cui sono stato del parere che avrebbe dovuto trovarle dentro di sé e dentro la sua esperienza politica, sono certo del fatto che nem­meno le cerca. La debolezza del professionista è la forza del dilettante. Amateur , nella lin­gua dei nostri carissimi cugini francesi, amici-nemici come sempre: il dilettan­te è energia pura, philìa , amore o desi­derio, volontà e piacere. Berlusconi sa che non avrebbe dovuto dire quelle co­se, stando ai codici di comportamento della classe dirigente di cui è parte in­fluente, ma la sua volontà, il suo deside­rio di dirla come gli viene, di essere uma­namente diretto anche quando tesse la trama obliqua dell’arabesco politico,fa premio sul professionismo, evoluzione dal latino profitèri : dichiarare pubblica­mente, insegnare. Con Berlusconi è sempre il privato che parla,la narrazio­ne decisiva è quella dell’esempio perso­nale, del mito vivente o dell’autoironia domestica, del piacere di comunicare senza insegnare, senza mai salire in cat­tedra. La libertà che si prende e che dà a tutti e a ciascuno, nel suo metodo di bu­siness prima e di governo poi, è tutta qui. L’outsider è tutto qui. Il fenomeno sarà studiato per anni. Si conoscono casi di persone private dive­nute persona pubblica, maschera pro­fessionale, e anche con successo. Ma di persona privata che diciassette anni do­po l’irruzione sulla scena pubblica di una delle nazioni più industrializzate del pianeta, privata resta, e applica coc­ciutamente il suo metodo non profes­sionale, antiprofessionale, anche alla politica estera in tempo di guerra, an­che alla dialettica amico- nemico, e con efficacia malgrado gli ovvii elementi di fragilità che ogni storia amatoriale rive­ste, non si era mai sentito parlare. È un caso unico e misterioso, appunto, e lo studiarlo, l’osservarlo implica un sotti­le piacere, una delectatio filosofica che oggi l’Italia tutta condivide, lo sappia o no, se lo confessi o no.
Non è un caso qualsiasi di cronaca giudiziaria il fatto che l’ultimo assalto in­qui­sitoriale contro Berlusconi abbia tra­valicato ogni rapporto con le sue pro­prietà quotate e il suo comportamento pubblico, e che il tentativo di colpirlo si sia incuneato senza pudore tra le sue ce­ne, le sue frequentazioni, le sue feste e fin sotto le sue lenzuola. Ilda Boccassini è stregata, soggiogata da Berlusconi quanto il pubblico che va in tribunale a fargli la claque; i suoi nemici sono ipno­­tizzati dal suo metodo, che dannano, quanto noi, suoi amici e difensori del­l’aria di libertà che quel linguaggio del corpo e della psiche personale ha porta­to n­el sistema italiano ammalato di bu­rocratite e professionite.
Fino al crollo della Repubblica costi­tuzionale nata nel 1946, le ideologie di ferro del Novecento e il cattolicesimo nutrivano di significato la politica. Do­po, nel vecchio ceto dirigente è rimasto un insignificante mestiere, un guscio vuoto, una prassi senz’arte né parte, senza anima, senza riscontri vitali. Il mi­stero del privato che si fece statista è in­fatti controbilanciato dal mistero del­l’impotenza dei suoi avversari profes­sionisti, idonei all’insegnamento, do­centi di metodo politico, ma incapaci di sottrarsi all’ipnosi dell’uomo della folla che dice quello che non si dovrebbe mai dire, e per questo si fa stranamente, ellitticamente, fatalmente capire. Il Giornale, 27 marzo 2011

FINI, L’”ARBITRO” CHE PREFERISCE (ORA) I COMIZI ALLA CAMERA

Pubblicato il 27 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Gianfranco Fini 6 febbraio 2010. Gianfranco Fini, è ospite della cena per la raccolta fondi organizzata dalla fondazione FareFuturo per Renata Polverini, e prima di prendere la parola fa una premessa: «Non farò un intervento politico, sono presidente della Camera non posso fare campagna elettorale, ma questo non mi esime dal dovere di fare politica». Scelta di fatto da Fini ma sostenuta da Berlusconi nella difficile campagna elettorale del Lazio fatta di ricorsi e ordinanze del Tar, la Polverini fu poi costretta a constatare: «La mia elezione dipende anche dall’impegno personale che il presidente Berlusconi ci ha messo». Eppure da quel giorno di politica Fini ne ha fatta eccome ma non per sostenere i candidati del Pdl. Se la regola del conflitto istituzionale valeva per Renata, non vale certo per i nuovi protetti del Fli. Come Manfredi Palmeri, candidato dell’Api alle prossime elezioni comunali di Milano. Ieri pomeriggio il presidente della Camera era nel capoluogo lombardo a fianco degli alleati del Terzo Polo, Rutelli e Casini per aprire la campagna elettorale di Palmeri, oggi presidente del consiglio comunale, che sfiderà il centrodestra di Letizia Moratti e il centrosinistra di Giuliano Pisapia. Il trio è stato protagonista di una kermesse all’Auditorium di largo Mahler, in prima fila per sostenere Palmeri che è un futurista «anomalo».

Approdato alla formazione di Gianfranco Fini non dalle fila di Alleanza Nazionale ma da Forza Italia, dove per qualche anno è stato uno dei giovani azzurri milanesi più vicini a Silvio Berlusconi. Classe 1974, Palmeri è entrato nel consiglio comunale di Milano nel 2001 e per due anni, dal 2004 al 2006, è stato capogruppo del partito azzurro. Dopo la sua rielezione nel 2006 è stato nominato presidente del consiglio comunale – carica che tuttora ricopre – grazie anche all’intercessione di Berlusconi che, nel ruolo di consigliere comunale anziano, nel 2006 riuscì a far convergere i voti dei suoi sul nome di Palmeri per lo scranno più alto dell’assemblea di Palazzo Marino. Ma ieri a spellarsi le mano sul palco e a scattare in piedi sulle note dell’Inno di Mameli c’era Fini, accanto allo stato maggiore del nuovo polo e all’ex sindaco Gabriele Albertini (su cui in primo tempo si erano orientate le preferenze dei terzo polisti). In platea i «reduci» futuristi: Mirko Tremaglia, Italo Bocchino, Andrea Ronchi, Giuseppe Valditara, Cristiana Muscardini, Barbara Ciabò, Benedetto Della Vedova e Chiara Moroni. Tutti a sentire le parole di Gianfranco che stavolta non ha preferito il fair play istituzionale, anzi è stato un fiume in piena: «Esiste il nord Italia, non esiste la Padania», ha attaccato con un vecchio refrain sottolineando che «accanto alla questione meridionale ha fatto irruzione una questione settentrionale che, però, non ha nulla a che vedere con la Padania e con simboli artefatti che non sono nel cuore di nessuno». E poi: tutta una serie di «Basta», basta «con gli egoismi geografici», basta «con la politica del presentismo e dell’egoismo», basta a «una politica basata su promesse mirabolanti e invettive», basta alla «politica delle ronde, serve una diffusa cultura della legalità». Un comizio. Sebbene sia un po’ arrugginito nel picconare, il presidente della Camera non dunque ha perso la voglia di remare contro.

Camilla Conti, Il Tempo, 27 marzo 2011

Milano – «Milano sarà una no Fli zone». La stilettata è del segretario della «Destra» Francesco Storace, uno che Gianfranco Fini lo conosce bene. Per esserne stato portavoce e a lungo camerata, prima che il presidente della Camera decidesse di sfasciare il partito. Una battuta. Ma forse qualcosa di più, visto che i dubbi sembrano non essere solo suoi. E come testimonia il fatto che nel simbolo che accompagnerà il giovane candidato sindaco del Terzo polo a Milano Manfredi Palmeri, di Fini non c’è traccia. Come non c’è traccia di Futuro e libertà, il progetto politico finiano tramontato ancor prima di vedere l’alba. E che, a sfogliare i sondaggi, potrebbe portar con sé in un anemico abbraccio anche l’Api di Francesco Rutelli e l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Che, da buon vecchio democristiano, ha fiutato l’aria. E lui sì che pretende di presentare una lista separata. Con tanto di simbolo e scudo crociato.
Ieri il terzetto era impegnato in un giro d’Italia per presentare a Napoli il candidato sindaco Raimondo Pasquino, rettore dell’università di Salerno e a Milano Palmeri, il presidente del Consiglio comunale. Un Fini in sedicesimi, da mesi impegnato nell’equilibrismo di conciliare l’impegno politico a una gestione imparziale dell’Aula. Clamoroso l’episodio della seduta convocata per celebrare i 150 anno dell’Unità d’Italia con tanto di tricolore e Fratelli d’Italia a cui Palmeri si «dimenticò» di invitare Letizia Moratti. Sua concorrente alle prossime elezioni, ma pur sempre sindaco in carica. Un fatto gravissimo, tuonò la lady di ferro. Che non impedisce a Palmeri di rimanere sul suo scranno. Dal quale conta soddisfatto tutte le volte che al centrodestra mancano in aula i numeri per garantire la seduta e approvare provvedimenti fondamentali. Come il Piano di governo del territorio che Milano aspetta da vent’anni o il Bilancio di previsione del 2011 che costringe alla gestione provvisoria un Comune da oltre un milione e 300mila abitanti. Tutti appesi alle liti elettorali. Si dirà che i numeri li deve garantire il centrodestra. Vero. Ma Manfredi proprio con il centrodestra, anzi con i voti del Pdl, fu eletto. E dal Pdl incaricato, seppur giovanissimo, del prestigioso compito di governare il consiglio comunale. Difficile prendersela con lui, visti i comportamenti del «maestro». Quel Fini pronto, giusto un anno fa, a disertare la grande manifestazione convocata da Silvio Berlusconi in piazza san Giovanni in Laterano. Nei salotti della sinistra e tra i giornali fiancheggiatori c’era aria di sconfitta per il centrodestra. E Fini pensò bene di andare in soccorso del vincitore. O di quella sinistra che lui pensava sarebbe uscita vincente alle elezioni regionali. Potendo così liquidare Berlusconi e togliendo lui, ovvero Fini, dallo scomodo ruolo di eterno delfino. Non andò così. Berlusconi vinse, anzi stravinse e sappiamo che strada scelse Fini. Ma ciò che interessa è la motivazione con cui allora fu l’unico politico di centrodestra a non salire su quel palco. Ovvero la necessità, per una carica come la sua, di essere istituzionalmente super partes. Furono in molti a vedergli crescere il già pronunciato naso. E siccome il tempo è galantuomo e i Fini costruiscono le pentole, ma non i coperchi, è bastato aspettare. Con Fini volato ieri a Napoli al Caffè Gambrinus, dove ad attenderlo, con Rutelli e Casini, c’erano il candidato Pasquino e Ciriaco De Mita, coordinatore campano dell’Udc. Breve passeggiata in via Toledo per raggiungere il Teatro Augusteo ad aprir la campagna elettorale sulle note di Rotolando verso Sud dei Negrita. A Milano flauto e la Primavera di Vivaldi per lanciar la volata di Palmeri. Il tutto, ovviamente, dimenticando quell’etichetta istituzionale che dodici mesi fa gli impediva di far campagna elettorale a fianco di Berlusconi. E senza aver certo lasciato la presidenza di Montecitorio. Nemmeno dopo averlo giurato se si fosse dimostrato che la casa di Montecarlo era del cognato. Chi di dovere lo ha dimostrato, ma lui se n’è fregato. Aggiungendo bugia a bugia, pensando forse che dopo una vita di impegni traditi, aggiungerne un altro non fosse così grave. E, invece, è grave. Come è grave costruire una classe politica (ancor peggio perché giovane) sul tradimento degli elettori da cui si è preso il voto. Si dirà che il politico non ha mandato. Per legge è così. Ma sarebbe il caso che avesse almeno una coscienza. Giannino della Frattina, Il Giornale, 27 marzo 2011