L’AMARCORD DI D’ALEMA: SI DICE ORGOGLIOSO DI ESSERE STATO COMUNISTA. E NON SI VERGOGNA…

Pubblicato il 26 marzo, 2011 in Costume | Nessun commento »

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L’amarcord è uno dei piatti forti della sinistra. Comunisti da giovani e radical chic quando sulla testa spuntano i capelli bianchi. Quanto si piacciono… Da Botteghe oscure a Sankt Moritz passando per Mosca, il vessillo con la falce e il martello rimane piegato nel cassetto tra un maglioncino di cashmere e una polo da velista e nel frattempo si pontifica. Massimo D’Alema guarda nello specchietto retrovisore e si compiace, quanto si compiace. E lo fa giocando in casa, teneramente vezzeggiato dalle colonne del giornale di Concita De Gregorio. “Non mi sono mai pentito di essere stato un militante e un dirigente del Pci”. Contento lui… L’autocritica non è il piatto forte della sinistra, il partito comunista più potente dell’Europa occidentale, quello che teneva un piede a Roma e l’altro in Russia, per lui “tra luci e ombre è stata una grandissima esperienza umana e politica”. Alla faccia del tanto sbandierato riformismo, una vernice sempre buona per dare un’imbiancata alle cariatidi leniniste. Questa volta Massimo D’Alema parla fuori dai denti. Sono le parole dell’ex premier Massimo D’Alema, in un’intervista all’Unità, nella quale ripercorre le tappe della sua formazione politica a partire dall’iscrizione al partito ai tempi del liceo, passando per il matrimonio quasi imposto dal Pci perchè era diventato “un personaggio pubblico”, all’incarico di segretario della Fgci. Non c’è che dire, una grande scuola di libertà.

“Me lo chiese Berlinguer – afferma D’Alema – e il partito decise di puntare su un esponente della generazione del ’68. Mi disse: abbiamo deciso che sarai il segretario della Fgci”. D’Alema confessa che scelse di farsi accettare “più sul piano politico” dal gruppo dove c’era Veltroni, Errani, Turco, “perchè credo che a molti stavo antipatico”. Un attimo di lucidità e a D’Alema sorge un dubbio legittimo.

Poi ricominciano i violini e D’Alema languido torna sulla vie en rouge:
“Quello era un partito nel quale i giovani avevano uno spazio – prosegue -, ma certo ci furono anche scontri durissimi”. Berlinguer, nel ricordo di D’Alema, “aveva una vera passione per le questioni internazionali” e aggiunge “era un uomo riservato, non amava esibirsi”.

Poi, ricordando una vacanza bohemien nella Cecoslovacchia invasa (sic), un dubbio sgonfia leggermente la vela memorialistica dello skipper di Capalbio: “Certo che ci furono ritardi nel prendere le distanze dal socialismo reale. Ma, per la mia generazione, fu la Cecoslovacchia, nel ‘68 il punto di rottura. Nei giorni dell’invasione ero a Praga, all’alba del 18 agosto mi affacciai dal mio alberghetto e vidi i carri armati sovietici. Scesi in piazza con i ragazzi cecoslovacchi, si disegnavano le svastiche sui tank. Quando arrivò la notizia che il Pci aveva disapprovato quell’invasione fu motivo di grande orgoglio. Però, da allora fino all’82, quando Berlinguer parlò dell’esaurimento della spinta propulsiva, sono troppi anni rispetto alla consapevolezza che quello era un mondo che non aveva nulla a che fare con noi”. Essì, un po’ troppi. Ventiquattro lunghissimi anni, fino alla morte di Breznev, in cui l’Unione Sovietica stagnava nel comunismo e D’Alema scalava le vette del Pci. Troppi ma non abbastanza, quarantatre anni dopo l’invasione della Cecoslovacchia D’Alema è ancora fiero del suo passato comunista…

L’EUROVERGOGNA DI LAMPEDUSA

Pubblicato il 26 marzo, 2011 in Cronaca, Politica | Nessun commento »

Il barile pieno e i profughi lontani, è l’umanitarismo anglo-francese

La rivolta dei senza patria maghrebini ammassati a Lampedusa, senza acqua né cibo bastevoli per considerarsi decentemente accolti, non rappresenta affatto una macchia nella capacità di gestione italiana di un’emergenza bellica dai risvolti calamitosi. E’ prima di ogni altra cosa un marchio della vergogna per l’Unione europea che ha messo in testa l’elmetto anglo-francese. La Francia di Sarkozy, nella sua improvvida avanzata neocoloniale sul mare e sotto il cielo di Libia, agita come salvacondotto morale l’urgenza di difendere i diritti dell’uomo, ma lo fa abbandonando gli uomini in carne e ossa a distanza di sicurezza dai propri confini. L’Eliseo li respinge tutti a Ventimiglia, gioca all’umanitarismo a costo zero stando bene attento a non ritrovarsi profughi indesiderati nell’arrondissement in cui abita il consigliere Bernard-Henri Lévy.

Londra non fa di meglio,
come notava giorni fa la corrispondente di al Jazeera in Gran Bretagna rivolgendosi a noi italiani. L’essenza del discorso era questa: mentre preparate la missione di guerra, non sottovalutate la callida indifferenza degli inglesi in fatto d’immigrazione nordafricana, lasceranno a voi il contraccolpo umano dell’Odissea libica. E così è stato. L’Italia, che aveva già allarmato per tempo l’Europa attraverso il ministro Maroni, oggi guida le operazioni marittime della Nato alternando i pattugliamenti militari e l’accoglienza severa delle navi stipate di migranti. Al momento le nostre ragioni trovano più ascolto a Tunisi che a Bruxelles e Strasburgo, dove prima o poi qualcuno dovrà pagare il conto dei danni collaterali provocati dall’unilateralismo anglo-francese. IL FOGLIO, 26 marzo 2011

IL REGIME DI DAMASCO REPRIME LA RIVOLTA. ORA SARKOZY BOMBARDERA’ ANCHE ASSAD?

Pubblicato il 26 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

l regime di Damasco reprime la rivolta. Ora bombardiamo anche Assad?

Il grande successo delle manifestazioni antiregime in Siria, e la ferocia della repressione messa in atto dal fratello di Bashar el Assad, Maher al Assad, che comanda la Guardia presidenziale, rischiano di porre Nicolas Sarkozy e la sua “dottrina” di intervento in una posizione scabrosa. “Ogni dirigente, in particolare quelli arabi, deve capire che la reazione della comunità internazionale e dell’Europa d’ora in poi sarà ogni volta la stessa – ha detto il presidente francese – Saremo dalla parte delle popolazioni che manifestano senza violenza e che non devono essere represse con violenza. Non c’è alcuna ragione per fare una differenza sulla questione”. Concetti simili, ma in forma meno minacciosa, sono stati espressi dal segretario americano alla Difesa, Robert Gates: “I siriani devono imparare la lezione dell’Egitto. Damasco ha di fronte la stessa sfida degli altri governi della regione e lo stesso disagio dei loro cittadini”.

Se così deve essere, la Francia dovrebbe prepararsi subito a bombardare anche il bunker di Assad, lo stesso presidente che Nicolas Sarkozy – con immenso scandalo dei generali francesi – volle addirittura al suo fianco sugli Champs-Elysées per la parata del 14 luglio 2009. Ieri, dopo aver realizzato che la protesta cominciata una settimana fa nella città di Daraa si allarga senza sosta, il regime siriano ha preso esattamente la strada evocata dal presidente francese. Le forze di sicurezza hanno sparato sulla folla e hanno ucciso non meno di trenta manifestanti, come dice il network al Arabiya. Il quadro delle manifestazioni nel paese arabo più poliziesco – al confronto, Egitto, Tunisia e Libia erano paradisi liberali – è indicativo. A Daraa, nonostante lo stato d’assedio (il cordone impenetrabile dell’esercito ha impedito a tutti i giornalisti di avvicinarsi), migliaia di manifestanti si sono diretti verso la casa dell’ex governatore che ha ordinato gli eccidi, hanno dato fuoco alla statua di Hafez el Assad, il padre di Bashar e Maher, e sono stati mitragliati dalle forze di sicurezza. Il bilancio è incerto: su Twitter gira la cifra di 25 morti, ma pare siano meno.

Contemporaneamente, un corteo di tremila cittadini che provenivano da tutti i paesi della regione ha cercato di raggiungere il capoluogo Daraa, ma è stato fermato a Sanamein dal fuoco delle forze di sicurezza, che hanno fatto una quindicina di vittime. Ci sono state manifestazioni anche a Ladhiqiyah e Homs, come mostra un filmato in cui si vedono migliaia di persone (qui il numero delle vittime del fuoco della polizia resta imprecisato); a Hama, la città in cui lo zio di Bashar e Maher, Rifat el Assad, uccise nel 1982 non meno di duemila manifestanti a suon di cannonate; a Qamishli, nel Kurdistan siriano, e ad Aleppo, dove la polizia ha caricato la folla che cercava di radunarsi all’ingresso di una moschea, subito dopo la preghiera del venerdì. Ma ci sono stati scontri persino nel cuore di Damasco: in centinaia hanno protestato nella moschea degli Omayyadi, e tremila persone si sono radunate in una piazza di Duma, sobborgo industriale della cintura urbana, chiedendo il rilascio dei prigionieri e rifiutando “ogni negoziato col governo fino alla caduta del regime”.

Al pugno durissimo si somma – ed è un tratto tipico del regime siriano – la sfacciata negazione di ogni volontà di violenza che segna la versione del regime. Per la portavoce del governo, Reem Haddad, “la polizia non spara cartucce vere contro i manifestanti pacifici; la forza è usata soltanto con chi spara alle forze di sicurezza”. Parlando con una giornalista di al Jazeera, Haddad ha detto che “nessuna manifestazione pacifica è stata vietata; la polizia usa la forza contro chi non è un manifestante, ma va in piazza armato”. Le parole di Sarkozy non sono passate inosservate in Europa. Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha duramente criticato la posizione del presidente francese, preda di evidente agitazione pre elettorale. “Non è una soluzione minacciare i leader arabi di un intervento militare dell’Europa – ha detto il ministro tedesco – Vedo una discussione molto pericolosa con gravi conseguenze per la regione e il mondo arabo nell’insieme”.

FOGLIO QUOTIDIANO, Carlo Panella, 26 marzo 2011


IN SIRIA ( E NON SOLO ) MASSACRANO PIU’ CHE IN LIBIA…MA NON GLIENE PUO’ FREGAR DI MENO A SARKOZY, CAMERON E COMPAGNIA

Pubblicato il 26 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

E’ un gran bel momento per fare il dittatore in Africa e in Medio oriente. A patto di non chiamarsi Muhammar Gheddafi, s’intende. Per i colleghi del rais questi sono giorni di pacchia: con le telecamere di tutto il mondo puntate sulla Libia, a un’ora di volo da Tripoli non si è mai stati così liberi di sparare sulla folla. La dottrina con cui le Nazioni Unite giustificano l’operazione Odyssey Dawn, riassunta nella simpatica sigla «R2P», che sta per «Responsabilità di proteggere» (al Palazzo di Vetro c’è chi è pagato per inventare simili cose), trova applicazione solo all’interno dei confini libici. Al di là di questi, è caccia aperta al contestatore. Così, nel caso qualcuno avesse dubbi sui motivi della guerra di Libia, ora se li può togliere: sono politici, l’afflato umanitario non c’entra nulla.

Nessuno, infatti, ha la minima intenzione di intervenire in Siria. Qui, mentre il presidente Bashar al Assad in televisione parla di riforme, da giorni la polizia spara ad altezza d’uomo sui manifestanti. Ieri, in un sobborgo vicino Damasco, le forze di sicurezza hanno ucciso almeno una ventina di persone. In poche ore i morti sono stati decine in tutto il Paese, tanto che la giornata è già stata ribattezzata «venerdì di sangue». Stessa idea di «dialogo con l’opposizione» che appartiene al presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, il quale una settimana fa, nella capitale Sanaa, ha fatto uccidere dai cecchini appostati sui tetti oltre cinquanta persone. Ieri Saleh si è detto anche disponibile a cedere il potere, ma «in mani sicure e non alle forze dannose che cospirano contro la patria». L’impressione è che a mollare non pensi proprio. Mentre in Bahrein il re Hamad ben Issa Al Khalifa, sostenendo che i manifestanti erano manovrati da un «complotto straniero», ha chiesto ad Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait di mandare le loro truppe per sparare su chi protesta. Richiesta subito accolta. E siccome il piccolo arcipelago del Golfo Persico ospita la Quinta Flotta americana, e gli Stati Uniti ricambiano come possono, chi poteva emettere una condanna internazionale della repressione in Bahrein ha preferito guardare altrove.

Gli insorti potranno consolarsi con il fatto che ieri l’Unione Europea, stando bene attenta a premettere che «la situazione è diversa in ogni Paese» (fosse mai che qualcuno la prende sul serio e si offende), ha espresso nientemeno che «la massima preoccupazione per la situazione in Siria, Yemen e Bahrein», chiedendo «a tutte le parti coinvolte di avviare un dialogo costruttivo e significativo senza rinvii e precondizioni». Le risate dei tre despoti possiamo immaginarle.

Visto allora che nessuno pensa di torcere un capello a chi massacra più e meglio di Gheddafi, e visti anche costi e rischi dell’operazione Odyssey Dawn, sarebbe educato che qualcuno spiegasse cosa stiamo a fare in Libia. Non è un problema solo italiano. Le domande che Libero e qualche altro osservatore pongono da giorni sono le stesse che ieri Peggy Noonan, biografa e ghost-writer di Ronald Reagan, ha fatto a Barack Obama in un editoriale sul Wall Street Journal: «Cosa, esattamente, stiamo facendo? Perché lo stiamo facendo? Sappiamo contro chi siamo – Muhammar Gheddafi, un uomo cattivo che ha fatto cose molto malvagie. Ma sappiamo in favore di chi siamo? Cosa sa o cosa pensa di sapere il governo sulla composizione e le motivazioni delle forze ribelli che stiamo cercando di assistere? Per 42 anni Gheddafi ha controllato le tribù, le sette e i gruppi della sua nazione attraverso la forza bruta, la corruzione e la lusinga. Cosa avverrà quando non saranno più oppressi? Cosa diventeranno e quale ruolo svolgeranno nel dramma che sta per iniziare? La loro ribellione contro Gheddafi degenererà in una dozzina di battaglie separate per il petrolio, il potere e il dominio locale? Cosa accadrà se Gheddafi resiste? E, al contrario, cosa accadrà se Gheddafi cade, se viene deposto da un colpo di stato di palazzo, o viene ucciso, o fugge? Chi, esattamente, immaginiamo che prenderà il suo posto?».
Dalla Casa Bianca, come dagli altri governi coinvolti, a tutte queste domande non è ancora arrivata alcuna risposta. Mal comune, grosso guaio. di Fausto Carioti, LIBERO, 26 MARZO 2011

VENDOLA RIPETE: LOMBARDIA MAFIOSA. GLI RISPONDE FORMIGONI: MISERABILE DROGATO

Pubblicato il 25 marzo, 2011 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Milano – Questa volta Formigoni non le manda a dire e risponde a stretto giro di posta. La frase che non è andata giù al numero uno del Pirellone è pesante: “La Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia”. La risposta di Formigoni è una mitragliata: “Vendola è un miserabile, lo sapevamo e lo conferma, fra l’altro ripete le stesse parole che ha detto venti giorni fa, quindi probabilmente è sotto effetto di qualche sostanza”.

E poi va giù ancora più pesantemente tirando fuori i guai giudiziari della giunta pugliese e l’affaire Tedesco: “Risponda Vendola come mai adesso non è in galera poi potrà dire qualcosa di una regione, la Lombardia, che è l’esempio per la sanità per tutti”. “Piuttosto che dire sciocchezze, Vendola risponda alla domanda che gli pongo da oltre un mese: come mai il suo ex assessore Tedesco, che non è stato messo in galera soltanto perchè il Pd lo ha fatto senatore, ha detto con chiarezza che gli stessi reati commessi da lui li ha commessi Vendola? Dunque due pesi e due misure? Risponda Vendola: come mai adesso non è in galera?”

L’ultima sparata di Vendola: “La Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia”. Nel mirino del leader di Sel c’è la sanità: “Non abbiamo avuto la fortuna -dice Vendola- di vedere sui tg nazionali i volti di Letizia Moratti e di Roberto Formigoni associati alle vicende della cronaca giudiziaria che racconta quale sia il livello di pervasività dell’organizzazione ’ndranghetista che nella regione controlla le Asl, che ha i boss che organizzano le riunioni negli ospedali e che ha un circuito di appalti che ruota attorno a tutte le pubbliche amministrazioni di questa regione. Sarebbe interessante – conclude – affrontare questo nodo”. Il Giornale, 25 marzo 2011

DI PIETRO INSULTA IL PREMIER E IL MINISTRO DEGLI ESTERI E FINI SE LA RIDE: MA FINI E’ UGUALE A DIPIETRO

Pubblicato il 25 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Berlusconi e Frattini sarebbero dei conigli che scappano davanti al Parlamento. Parole di Antonio Di Pietro pronunciate ieri alla Came­ra durante il dibattito sulla crisi libica. Fini lo ha timidamente ripreso ma poi ha an­nuito divertito. E dire che Fini di fughe se ne intende. Fughe dai partiti, fughe in avanti, fughe dalle proprie responsabilità e dai giuramenti fatti. Una, clamorosa, fu la fuga dalla campagna elettorale per le Regionali della scorsa primavera. Non partecipò neppure al comizio finale di Ro­ma per sostenere la Polverini, data per spacciata dai sondaggi.

Si giustificò dicen­do che il presidente della Camera non può scendere in campo in una competi­zione politica perché tradirebbe il suo ruo­lo di arbitro. Nobile gesto, che ora si ri­mangia, come si rimangiò la parola di di­mettersi sul caso Montecarlo. Domani in­­fatti, Fini sarà a Milano ad aprire la campa­gna elettorale del suo candidato Fli alle elezioni comunali di maggio. Altro che arbitro. Fini disertò le elezioni regionali perché sperava che il Pdl le per­desse. Sarebbe stata la scusa per partire all’assalto di Berlusconi e dei vertici del partito. Come sempre aveva sbagliato conti e previsioni. Dovette ingoiare il ro­spo della vittoria, ma ormai il suo piano era stato smascherato. Il seguito lo cono­sciamo. Anzi,da ieri anche un po’ meglio. Perché dalle anticipazioni del libro-bio­grafia di Italo Bocchino si evince chiara­mente che Fini e i suoi non aspettavano altro che un incidente per giustificare il lo­ro blitz. Si sono attaccati all’inchiesta del Giornale sulla casa di Montecarlo, scusa debole e ridicola.

Il presidente super partes domani avrà al fianco i suoi due soci, Casini e Rutelli. Lanceranno il candidato Manfredi Palme­ri, un altro miracolato del Pdl. Come il suo padrino è anche lui presidente, del Consi­glio comunale, eletto con i voti sui quali oggi sputa. Una bella compagnia di perso­ne coerenti e leali. Come andrà a finire lo vedremo nelle urne. Per ora ci acconten­tiamo di registrare come da quando Fini e Bocchino hanno traslocato nell’opposi­zione, la maggioranza ha ripreso a lavora­re a pieno ritmo. Ieri hanno mosso i primi passi in commissione sia la legge per il fe­deralismo regionale sia quella sulla re­sponsabilità dei giudici per i loro errori. Cose impensabili se il presidente della Ca­mera fosse stato ancora nella compagine governativa. Quindi meglio così. Più il co­niglio Fini si allontana meglio è per tutti. Il Giornale, 25 marzo 2011

.….Ieri, durante il dibattito alla Camera sulla questione libica, il solito Di Pietro, incontinente in tutto, ha insultato il presidente del Consiglio prima e po il Ministro degli Esteri, Frattini, chiamandoli “conigli”. Linguaggio suqallido al quale peraltro Di Pietro ci ha abituati, anche perchè è l’unico che conosce, essendo del tutto inconistenti le argomentazioni. Linguaggio, comunque, non consono alla solennità dell’Aula di Montecitorio e qualsiasi Presidente, nel passato, avrebbe interrotto Di Pietro e gli avrebbe impedito di continuare. Non Fini, però. Tutte le TV che riporendevano il dibattito hanno fatto ascoltare il signor Fini “richiamare”  Di Pietro ma precisare che non si riferiva alla parola “coniglio”. Per questo signore, mister Tulliani, insultare due componenti della Camera in quel modo si può fare. Evidentemente, come sostiene Sallusti nell’editoriale che sopra pubblichiamo, Fini ha pensato a se stesso e a quante volte si è comportato da coniglio nella sua vita politica, lasciando gli amici, anzi i camerati, nel guado, pensando solo a stesso e ai fatti suoi. Ma anche se così è, rimane il fatto che Fini non può presiedere la Camera dei Deputati,  essendo egli non più terzo, ma parte, per di più parte con l’acqua alla gola in vista del suo definitivo affodamento nelle acque melmose in cui si è avventurato.  Speriamo che avvenga al più presto. g.

LA COMMISISONE APPROVA IL FISCO REGIONALE, SI ASTIENE IL PD, CONTRO IL TERZO POLO, IL FEDERALISMO FA UN PASSO AVANTI

Pubblicato il 25 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il leader della Lega Umberto Bossi La Lega esulta. «Oggi è una bella giornata per il federalismo» è stato il primo commento del presidente dei senatori leghisti Federico Bricolo analizzando l’esito positivo del voto della bicamerale sul fisco regionale. E poi ha aggiunto: «Ecco fatto un altro passaggio fondamentale per la realizzazione del federalismo fiscale, ormai sempre più vicino». Sono bastati così quindici i voti a favore (Pdl, Lega e Svp), dieci gli astenuti (Pd) e solo quattro contrari (due Udc e uno Fli e uno Idv) per permettere al quinto decreto attuativo di trovare davanti a se una strada tutta in discesa. Infatti, con l’approvazione del parere di maggioranza, ora il governo potrà emanare definitivamente, in un prossimo Consiglio dei ministri, il decreto legislativo che entrerà in vigore dopo la firma del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Un percorso decisamente meno complicato di quello affrontato dal decreto sul federalismo municipale approvato definitivamente il 3 marzo scorso solamente dopo essere stato sottoposto al voto del Parlamento. In quel caso, infatti, in Bicamerale i commissari avevano concluso la votazione in perfetta parità (15 a 15) rendendo così necessario un ulteriore passaggio sia alla Camera che al Senato. Questa volta, invece, qualcosa ha convinto i democratici a spaccare il fronte delle opposizioni, lasciando ai due rappresentanti dell’Udc Gianluca Galletti e Giampiero D’Alia, a quello di Fli Mario Baldassarri, al dipietrista Felice Belisario e alla rappresentante dell’Api Linda Lanzillotta, che non ha potuto votare per impegni contemporanei ma che ha ribadito la sua posizione contraria al decreto, il fardello di mantenere, in solitaria, la linea del fronte antifederalista. Una spaccatura che diventa, per il leghista Bricolo, la testimonianza di una «possibilità del dialogo su temi importanti per il Paese e per tutti i cittadini». Volontà al dialogo che anche il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, rivendica chiedendo però al governo, «ora che ha saggiato la nostra serietà», di prendersi «una pausa di riflessione sul progetto generale del federalismo, che rischia di “crescere storto”». Un avvertimento in piena regola dato che, immediatamente dopo, Bersani ha minacciato che se così non dovesse essere «noi ci prenderemo la nostra libertà». In realtà la decisione di astenersi sembra essere scaturita da due evenienze che non avrebbero lasciato molto spazio di manovra al Pd. La prima e, forse, quella che ha portato Bersani a parlare di «gente seria» è la volontà di accogliere l’appello lanciato da Napolitano lunedì scorso a Milano quando tornò a chiedere a tutta la politica di «portare a termine l’attuazione del Titolo V della Costituzione». La seconda invece nascerebbe dall’impossibilità di votare contro ad un testo frutto del lavoro di mediazione del ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, che avrebbe accolto, nel parere della maggioranza sul decreto attuativo, molte delle osservazioni dell’opposizione tra cui quella sulla clausola di salvaguardia contro i tagli alle Regioni. E così, alla fine di un confronto lungo e duro, sono proprio le Regioni a cantare vittoria dato che hanno ottenuto tutto ciò a cui miravano a partire dai 425 milioni che servono loro per finanziare il trasporto pubblico locale. Tra le altre novità, non scatterà dal 2011 ma dal 2013 la «manovrabilità» dell’addizionale regionale Irpef prevista dal decreto legislativo sul federalismo regionale; ci sarà la fiscalizzazione delle risorse per il trasporto pubblico locale a decorrere dal 2012, con conseguente soppressione dei trasferimenti statali alle Regioni relativi al trasporto pubblico locale; verranno istituiti, nel bilancio delle Regioni a statuto ordinario, due fondi, uno a favore dei comuni, l’altro a favore delle province e delle città metropolitane, alimentati dal fondo perequativo dello Stato. In cambio le Regioni hanno garantito un maggiore impegno sul fronte degli ammortizzatori sociali in deroga per gli anni 2011-2012: la partecipazione del Governo passa dal 70 al 60% e alla differenza le Regioni potranno compartecipare con una quota del Fondo sociale europeo. Chi invece continua a dimostrare le proprie preoccupazioni è il presidente della Camera e leader di Fli, Gianfranco Fini, che ha voluto, nel suo appello, tirare in ballo Napolitano: «Mi auguro che la Lega e il Pdl non facciano cadere nel vuoto le parole del Presidente della Repubblica. Non è il federalismo il pericolo semmai lo è un federalismo miserrimo». Forse un tentativo per giustificare il voto contrario del futurista Baldassarri in Bicamerale anche se, ad ascoltare il proseguo delle sue dichiarazioni si capisce che in Futuro e Libertà, per quanto riguarda le riforme, non c’è un’unica strategia: «Abbiamo necessità assoluta di alcune riforme e di farle in modo condiviso perché siamo in ritardo». Alessandro Bertasi, Il Tempo, 25 marzo 2011

LIBIA:L’ASSE ROMA-MOSCA-ANKARA LAVORA ALLA MEDIAZIONE CON IL REGIME DI GHEDDAFI

Pubblicato il 25 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Un caccia francese ha distrutto un jet della famiglia Gheddafi che tentava di violare la “no fly zone” in vigore sui cieli della Libia. Il raid è avvenuto ieri su Misurata ed è stato confermato da fonti americane. Non è l’unico attacco portato a termine dalla coalizione: gli aerei europei hanno sorvolato Tripoli e si sono spinti sino a Sabha, che si trova a 750 chilometri dalla costa. La maggior parte degli obiettivi militari risulta distrutta dopo una settimana di bombardamenti. La flotta aerea di Gheddafi non esiste più, le strade intorno a Bengasi sono pulite e le strutture difensive del regime hanno ormai ceduto.

Ma gli scontri tra l’esercito e i ribelli proseguono da Ajdabiya a Misurata, e i caccia alleati non possono fare molto per fermarli. Questo punto è ben chiaro agli ambasciatori che si muovono da giorni nei corridoi della Nato così come al governo francese, che rimane l’unico, vero sostenitore della guerra contro Gheddafi. Il ministro degli Esteri di Parigi, Alain Juppé, ha domandato pazienza ai partner europei e ha aggiunto che la campagna potrebbe durare “giorni o settimane”. Il numero dei paesi entusiasti cala giorno dopo giorno.

Cresce, al contrario, quello dei governi che si preparano a mediare con Gheddafi – o che hanno già cominciato a farlo. Gli impegni assunti con la Nato non impediscono a Roma di cercare una soluzione diplomatica alla crisi: il capo della Farnesina, Franco Frattini, ha avuto ieri un colloquio con il leader dei ribelli e ha rinnovato il sostegno al cessate il fuoco in Libia.
Sulla stessa linea è la Turchia, che fa parte della Nato e ha un ruolo di leadership nel medio oriente. Pochi giorni fa, il premier Recep Tayyip Erdogan diceva che non avrebbe mai appoggiato un intervento militare, ma l’attivismo di Nicolas Sarkozy lo ha convinto a cambiare opinione. Erdogan ha compreso che l’unico modo per ridurre il peso dei francesi è trasferire il comando delle operazioni al Patto atlantico.

Il governo di Ankara ha garantito quattro navi e un sommergibile alla causa, e il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha annunciato che la guida delle operazioni passerà alla Nato “nel giro di due giorni” – si studia l’ipotesi di un comando formato dai paesi che contribuiscono alla missione, sul modello Isaf. La Turchia ha ancora diplomatici a Tripoli: i quattro giornalisti del New York Times liberati in settimana dall’esercito sono stati consegnati proprio all’ambasciatore turco, segno che i contatti fra i due governi sono costanti.

Con Italia e Turchia si muove la Russia, uno dei paesi del Consiglio di sicurezza che si sono astenuti al momento di votare la “no fly zone”. Il presidente, Dmitri Medvedev, ha accolto tutte le decisioni della comunità internazionale, ma ha un canale aperto per la mediazione. Mosca ha appena nominato un nuovo inviato nell’Africa del nord, Mikhail Margelov, lo stesso uomo che ha gestito il dossier Sudan. “Non sappiamo se le trattative porteranno risultati – dice oggi Margelov – Quello di cui siamo certi è che la Russia ci può provare”. IL FOGLIO, 25 MARZO 2011

POVERA YARA, UCCISA SETTE VOLTE

Pubblicato il 24 marzo, 2011 in Cronaca, Giustizia | Nessun commento »

Caso Gambirasio, ognuno spara la sua ipotesi sulla 13enne. Anche per coprire troppi errori

L’hanno uccisa ancora. L’hanno ammazzata per la settima volta, la piccola Yara Gambirasio. Giornalisti (anche noi) e trasmissioni tv, criminologi, inquirenti, magistrati, teorie e indiscrezioni: da quel 26 febbraio, giorno in cui la ragazzina è stata trovata morta a Chignolo d’Isola (era sparita esattamente tre mesi prima a Brembate Sopra, a 700 metri da casa), si è ipotizzato di tutto. Troppo, a volte con dettagli macabri e inutili. A volte con teorie fantasiose ed esagerate. A volte con mezze smentite e tanti non so di comodo, utili soltanto ad allentare la pressione e mascherare gli errori delle indagini. E se all’inizio, appena ritrovato il cadavere, tanta era la voglia di far luce sul terribile omicidio che aveva commosso (e continua a commuovere) l’Italia che veniva d’istinto cercare – in tutti i modi – di capire le dinamiche del delitto, ora forse sarebbe il caso di rallentare. Stare zitti. Aspettare gli esiti ufficiali dell’autopsia, che è stata complicatissima (viste le condizioni del corpo) e richiede ancora un po’ di attesa. Anche perché, sulla morte di Yara, ormai è stato ipotizzato di tutto e l’ultima teoria mancante era proprio  quella – appunto – che ha ucciso (simbolicamente) la giovane ginnasta per la settima volta. La nuova indiscrezione battuta dalle agenzie dice che ad ammazzare Yara sarebbe stato un taglio che avrebbe reciso la trachea, provocando così una crisi respiratoria, poi causa del decesso.

Eppure solo pochi giorni fa si parlava di strangolamento. «Troppe invenzioni giornalistiche – ha accusato  il pm Letizia Ruggeri – non c’è, non esiste lo strangolamento. Non so da dove escano certi dettagli, anche il fatto che ci sarebbero segni sul collo della ragazza. Al momento non sappiamo quale è la causa esatta della morte. Posso dire che sul volto e sulla testa ci sono tre aree di infiltrazioni ematiche anomale, che denotano i colpi subìti.
Se si è trattato di pugni o di un corpo contundente è difficile dirlo. Non ci sono riflessi di quei colpi sulle ossa del volto e del cranio». Mezze conferme e mezze smentite. Mezze interviste (o si parla chiaramente, oppure è meglio stare zitti) che non aiutano certo a fare chiarezza e non hanno aiutato a farla in questi mesi. Yara, la prima volta, è stata ammazzata con sei coltellate o, in alternativa, sei colpi di cacciavite anche se non si è mai capito quale sarebbe stato quello letale. Poi, dopo qualche giorno, una nuova teoria: a uccidere la ragazzina sarebbero state due armi differenti, una lama e un altro oggetto invasivo, una pietra o qualcos’altro. Smentite. Silenzi. Qualche ammissione del pm. Poi, l’ipotesi soffocamento. Accantonata (Ruggeri: «Non penso che sia morta per asfissia»). E ancora, durante una conferenza stampa, il procuratore capo di Bergamo, Massimo Meroni, ha spiegato che l’agonia della ragazzina non sarebbe stata breve, non escludendo, quindi, che potrebbe essere “morta di freddo” (teoria che ora sembra scartata). A sorpresa, poi, lo scenario più strano. Yara sarebbe stata uccisa per un rito satanico e dunque la sua morte sarebbe avvenuta per dissanguamento.
Una, due, tre, quattro, cinque, sei volte uccisa, povera Yara. Ora, con il taglio della carotide, l’hanno ammazzata per la settima volta. Troppo. Adesso basta, lasciamola riposare in pace e aspettiamo gli esiti ufficiali dell’autopsia. di Alessandro Dell’Orto,24/03/2011

SARKOZY HA PAGATO LE ARMI DEI RIBELLI LIBICI

Pubblicato il 24 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Libero-news.it

Era già partita all’inizio di marzo la “guerra umanitaria” di Nicolas Sarkozy contro Muammar Gheddafi. L’inizio delle ostilità si può datare con l’arrivo a Bengasi di un carico di cannoni da 105 millimetri e di batterie antiaeree, camuffato da aiuti umanitari alla popolazione civile. Mittente, il governo francese, che fa accompagnare la spedizione da propri istruttori militari, i quali, non appena toccano terra, iniziano l’addestramento degli insorti.
Non ne fanno mistero, a Parigi. Anche se il settimanale Le Canard enchaîné, che ne dà conto nell’edizione del 16 marzo, nasconde la notizia in una pagina interna. Sotto un titolo che punta tutto sul dissidio fra il presidente della Repubblica, i vertici militari e il ministero degli Esteri, però, il giornalista Claude Angeli informa della consegna del materiale bellico, avvenuta già «da una decina di giorni», da parte del «servizio azione della Dgse», cioè l’intelligence francese.
Dunque, tutto il dispiegamento di arsenale e personale militare si svolge precedentemente alla risoluzione 1973, adottata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 17 marzo, in cui si chiede «un immediato cessate il fuoco» e si autorizza la comunità internazionale a istituire una no-fly zone in Libia e a utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili.
Non stupisce più che il ministro dell’Interno Claude Guéant nei giorni scorsi abbia definito «una crociata» l’azione svolta da Sarkozy in seno all’Onu. Ora dice di essere stato frainteso, che non intendeva bandire la crociata dell’Occidente contro l’Oriente.
Eppure lo ha capito anche Jean-Marie Le Pen: «Accuso il governo francese di aver preparato questa guerra, di averla premeditata», ha dichiarato ieri l’ex presidente del Front National.
Ci stanno ben attenti a Parigi, a rispettare la risoluzione dell’Onu che esclude ogni «forza d’occupazione» e soprattutto a non eccitare gli animi dei musulmani con cui stanno giocando alla guerra santa. Lo sanno perfettamente che l’occupazione del suolo islamico da parte degli infedeli è considerata un sacrilegio, un’onta da lavare col sangue. Le insorgenze in Iraq e in Afghanistan qualcosa hanno insegnato. Perciò ora, insieme alle aviazioni e alle marine militari statunitensi e britanniche bombardano dal cielo e dal mare, ma ufficialmente non mettono piede sul terreno, anche se non si possono escludere incursioni clandestine da parte di commandos, sabotaggi, qualche provocazione. Sarebbe uno spreco rinchiudere la Legione Straniera in caserma, del resto.
Tanto più che, come ha rivelato ieri Libero, l’ex braccio destro del colonnello libico, Nouri Mesmari, in cambio dell’asilo politico, ha messo a disposizione della Francia, già da ottobre, tutte le informazioni necessarie per entrare in azione.
Non è una coincidenza che gli Stati maggiori di Parigi e Londra avessero predisposto da settimane gli scenari d’intervento in Libia. Avevano già scelto anche il nome in codice dell’operazione, South Mistral. Ora la chiamano Harmattan in francese ed Ellamy in inglese, con una variante americana, Odissey Dawn, ma la sostanza è la stessa.
Ed è anche la stessa ipocrisia con la quale i francesi sostengono di agire per portare soccorso alle popolazioni civili. Dimenticano che, quando sono armati, i civili diventano militari. Sono arruolati nella resistenza, che notoriamente non è formata da donne, bambini, vecchi e malati indifesi.
Che i rifornimenti di mortai, mitragliatrici, batterie antiaeree, carri armati e anche qualche velivolo, siano dono della Repubblica francese o provengano dai magazzini dell’esercito libico, in fondo non fa molta differenza. E pare che non ci sia soltanto lo zampino di Parigi, ma anche quello di Londra e del Cairo post-Mubarak.
All’inizio di marzo, un drappello formato da due agenti dell’MI6 e sei incursori delle Sas britanniche avevano già tentato di entrare in contatto con i capi della rivolta di Bengasi. Appena scesi dall’elicottero che li aveva trasportati nella zona di missione, però, gli otto guerrieri erano stati bloccati dai guardiani di una fattoria e consegnati alla resistenza. Interrogati, non avevano svelato nulla ed erano stati poi recuperati e riportati a casa con la fregata HMS Cumberland. Il ministro della Difesa britannico aveva dovuto ammettere che erano sul posto già da tre settimane, ufficialmente per assistere piloti, nel caso in cui fossero stati abbattuti. Ecco perché quello di venerdì 18 marzo non è stato affatto un attacco a sorpresa. Intendevano colpire. E avevano già dispiegato sul campo i loro uomini, come avevano fatto, dopo la caduta di Ben Alì e di Hosni Mubarak, anche i governi di Tunisi e del Cairo, consentendo rispettivamente l’ingresso in Libia di combattenti volontari e di almeno un centinaio di appartenenti alle forze speciali dell’Unità 777 egiziana, inviati per fornire armamenti e appoggio tattico. Quando Gheddafi accusa le potenze straniere di volerlo rovesciare, sa di che cosa, e soprattutto di chi, sta parlando. di Andrea Morigi, Libero, 24 marzo 2011