LIBIA: GLI INTERESSI NAZIONALI E LE IPOCRISIE

Pubblicato il 22 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

L’intervento militare in Libia, da parte di una Comunità internazionale «dimezzata», solleva alcune domande di senso comune. Prima: perché si è intervenuti? Risposta: a seguito di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu proposta da Francia e Gran Bretagna e approvata con l’astensione di Russia, Cina, Germania, India e Brasile. Giuridicamente, sembra lecito qualche dubbio sul diritto di intervento nei confronti di un Paese membro delle Nazioni Unite in preda a una rivolta interna. Resta in piedi la ragione politica; che «autorizza l’impiego di tutte le misure necessarie a proteggere le popolazioni civili e le zone abitate da civili».

Fa testo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che motiva l’intervento – in contrasto col principio di sovranità sanzionato dalla pace di Westfalia che poneva fine alle guerre di religione (cuius regio, eius religio) e alle reciproche interferenze degli Stati – con le «ragioni umanitarie». Subentrano, però, due altre domande. Che senso ha intervenire contro il «tiranno» Gheddafi dopo averlo sostenuto a lungo? Perché in Libia sì e in altre parti del mondo, dove si sono consumati autentici genocidi, no?

Emergono, così, due dati di fatto. Da una parte, la crisi di leadership degli Stati Uniti dopo l’irruzione della Cina, e della «nuova Russia», sulla scena mondiale. Dall’altra, dopo la fine della Guerra fredda, il ritorno dell’«interesse nazionale» in Europa. La Gran Bretagna vuole riprendersi il ruolo, se non sulla scena internazionale, almeno su quella europea, che aveva perso con la Seconda guerra mondiale; la Francia – che, dopo i fallimenti della sua politica di sostegno a Ben Ali in Tunisia e a Mubarak in Egitto, deve ripristinare la propria influenza nell’area – punta a sostituire l’Italia nei rapporti con la Libia (dal petrolio alle relazioni economiche e commerciali) del dopo-Gheddafi, precostituendosi relazioni privilegiate con la borghesia mercatista che subentrerà al Colonnello.

Le rivolte popolari nei Paesi dell’Africa del Nord hanno messo in moto un riposizionamento delle grandi potenze regionali europee nell’area del Mediterraneo che sta relegando l’Italia in retroguardia. Prima di finire a rimorchio della Francia, e accodarsi a un intervento, ancorché inevitabile ma dal quale abbiamo tutto da perdere, sarebbe stata utile, da parte nostra, un’iniziativa diplomatica forte, come la proposta di una Conferenza dei Paesi dell’area, dalla Lega araba alle maggiori potenze europee. Ora, in quella che, per dirla con un tardo paradosso marxista, ha tutta l’aria di un’iniziativa para-coloniale, legittimata da una «guerra umanitaria» – della quale si eviterà probabilmente di fare il computo delle vittime – e condotta all’insegna di interessi nazionali accuratamente celati all’opinione pubblica da quel velo di ipocrisia che copre ogni operazione di Realpolitik, i giochi sono fatti alle nostre spalle. Siamo rimasti i soli a ritenere l’interesse nazionale un «mostro morale», e a non perseguirlo con sano realismo; incoraggiati da una cultura progressista ondivaga, che un giorno è internazionalista e l’altro nazionalista; un giorno è interventista e l’altro no. Piero Ostellino, 22 marzo 2011, Il Corriere della Sera

.…….Come non essere d’accordo con Ostellino che ha messo il dito nella piaga di una guerra che dietro motivi umanitari nasconde squaallide ragioni di interessi e di affari? E come non deplorare l’acquiescenza del governo italiano che si è piegato ad interessi contrari a quelli italiani favorendo quelli stranieri’ E come non stigmatizzare le opposiziioni antiberlusconinatrfe, ad incominciuare da quella di Casini, che si sono fatti paladini dei 2motivi umanitari” al solo scopo di indurre il nostro governo a ignorare gli interessi nazionali per favorire quelli stranieri, primi fra tutti quelli del napoleone francese, Sarkozy, che tra l’altro pensa anche alle  sue prossime scadenze elettorali per le quali parte ampiamente sconfitto? E come non rimanere basiti di fronte alla ridicola dichiarazione di Bersani secondo il quale “la guerra (alla Libia) è nella Carta”, lì dove per Carta  intende riferirsi alla Costituzione? Per Bersani, e prima di lui per D’Alema quando si tratta di fare guerre purchè gradite alla sinistra, oggi alla Libia, ieri a Belgrado, le guerre sono sacrosante e “s’hanno da fare”, mentre le altre, per esempio quelle all’Iraq, erano fuori dalla Costituzione….. Se non ci fosse da ridere, ci sarebbe da piangere…ma dal ridere. g.


ASSOLTO IL TABACCAIO CHE NEL 2003 UCCISE UN RAPINATORE: LEGITTIMA DIFESA

Pubblicato il 21 marzo, 2011 in Cronaca, Giustizia | Nessun commento »

Un'immagine del 2003

Il tabaccaio Giovanni Petrali che nel maggio del 2003 uccise un rapinatore e feri’ un suo complice, che avevano tentato di mettere a segno una rapina nella sua tabaccheria, e’ stato assolto in appello dalla accusa di omicidio, perche’ i giudici hanno ritenuto sussistente la legittima difesa. In primo grado era stato condannato a 1 anno e 8 mesi per omicidio colposo.

Il sostituto procuratore generale di Milano, Piero De Petris, aveva chiesto una condanna per il commerciante a 9 anni e mezzo di reclusione per omicidio volontario e tentato omicidio, come aveva fatto anche in primo grado il pm. L’uomo però nel febbraio del 2009 era stato condannato a 1 anno e 8 mesi con la sospensione della pena per omicidio colposo e lesioni colpose, perché i giudici avevano ritenuto che l’anziano commerciante era incorso in un errore di percezione, essendo sconvolto al momento della rapina. Oggi i giudici della prima corte d’assise d’appello, presieduti da Maria Luisa Dameno, in parziale riforma della sentenza di primo grado, hanno dichiarato “non punibile” Petrali per i reati di omicidio e lesioni colpose contestati in virtù del riconoscimento della “legittima difesa putativa” ossia, il commerciante riteneva in quel momento di agire in uno stato di legittima difesa. Il secondo capo di imputazione, invece, ovvero la detenzione e il porto dell’arma all’esterno del locale, è stato dichiarato prescritto. Il 17 maggio del 2003, il commerciante aveva ucciso con un colpo di pistola il rapinatore Alfredo Merlino e aveva ferito al polmone il suo complice, Andrea Solaro. I due avevano cercato di mettere a segno un colpo nel suo bar-tabacchi di piazzale Baracca.

I giudici della prima corte d’assise d’appello di Milano hanno anche disposto la restituzione della pistola, con cui l’uomo sparò, all’imputato. L’arma, con la quale quel 17 maggio del 2003 Petrali sparò sette colpi, era stata sequestrata e i giudici di primo grado avevano stabilito che venisse confiscata. Gli avvocati del tabaccaio, invece, nei motivi d’appello avevano chiesto il dissequestro e la restituzione della pistola, che oggi i giudici hanno accolto.

“Mio padre non farebbe una scelta del genere, di detenere una pistola, per evitare qualsiasi tipo di decisione da prendere in quegli istanti”. Lo ha spiegato Marco Petrali, avvocato e uno dei figli di Giovanni Petrali. “Oggi è stata scritta una bella pagina di giustizia”, ha commentato Marco Petrali, che difende il padre assieme all’ avvocato Marco Martini. L’altro figlio del commerciante, Antonio Petrali, ha detto che con la sentenza di oggi “é una storia finita e siamo tutti felici”. E sui colpi esplosi da suo padre nei confronti dei rapinatori, ha aggiunto: “Meglio un brutto processo che un bel funerale”. Il fratello, poi, ha spiegato che il padre, dopo l’episodio, ha sempre detto che non farebbe più la scelta di tenere in negozio un’arma. Il Corriere della Sera, 21 marzo 2011

……………Almeno questa volta s’è trovato un giudice a Berlino che ha fatto giustizia, assolvendo il tabaccaio.

LA GUERRA NON SALVA SARKO’ DALLE URNE

Pubblicato il 21 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Sarkozy ha preso una bella batosta alle elezioni cantonali in Francia. Probabilmente la sua stella è al tramonto. Risultati: abbiamo un’estrema destra che va alle stelle e fa il pieno nelle urne, mentre la destra di governo, nonostante l’intervento-lampo in Libia lanciato dal Presidente, appare alla deriva. In testa sempre il Partito socialista. Protagonista di questa tornata elettorale così significativa è Marine Le Pen, neo-leader del Fronte Nazionale, dal punto di vista mediatico-comunicativo e strategico-politico, degna figlia del controverso ma abile Jean-Marie. La sinistra si è riposizionata, con i socialisti in testa, con poco meno del 30% dei voti. Astensionismo al 55%, un record storico. Sono ancora molte le situazioni in bilico sul territorio e si attendono sfide “triangolari” Ps-Fronte nazionale-Ump, al secondo turno.

Ecco, in questo contesto storico-politico determinato, Sarkò sta giocando la partita con il coltello tra i denti per portare a casa il risultato alle presidenziali. La strategia bellica anti-Gheddafi deve essere inquadrata in un tornante assai stretto per il Presidente brillante di una destra creativa e popolare, fino a ieri ancora in auge. Dunque, in sostanza, Sarkozy sta giocando una gigantesca e decisiva partita strategica, direi la partita della sua vita politica, con l’ansia della tattica. Nel senso che, ad oggi, ogni colpo efficace è un bottino non trascurabile – dunque, la tattica che cucina il risultato per il domani -, mentre si attende il rivolgimento storico dei fatti, causato anche dall’accelerazione bellica impressa dalla Francia. Jean-Dominique Merchet, giornalista del settimanale corrosivamente anti-sarkozista, “Marianne”, ha sentenziato sul suo blog: «Piccola geopolitica della guerra in Libia».

Perfetto. Allora, registriamo un primo colpo assestato all’asse delle relazioni internazionali atlantiche: scacco matto all’Italia, in prima battuta, con i bombardieri francesi in volo su Bengasi a strapazzare gli uomini di Gheddafi. Dopodiché, effetto domino, sempre sull’Italia, perché non si può fare l’«affittacamere» (sic) e/o l’«albergo a ore» delle forze Nato, dunque, avanti tutta con otto apparecchi a dar man forte alla coalizione. Il Presidente ha immediatamente deciso di prendere il toro per le corna e già al vertice di Parigi aveva predisposto tutto per le prime azioni anti-Gheddafi, questo è poco, ma sicuro. L’Italia è spiazzata e non può permetterselo, sia per i nostri interessi in terra libica, sia per il futuro post-Gheddafi, per non parlare degli sbarchi a Lampedusa. Su quest’ultimo problema, sarà bene non criticare con burbero cipiglio Bossi, che non è diventato pacifista un tanto al chilo, ma sta pensando anch’egli a un «post» e, dunque, mette un «post-it» sulla scrivania del Governo: gli sbarchi, prego, favorire politica in concerto con l’Europa, se esiste. E che l’Europa esista, in frangenti di governance globale, è tutto da dimostrare. Ebbene Sarkò – che sa di quest’Europa imbelle e sta, d’altra parte, lavorando per non farsi umiliare a casa sua, dopo una serie di errori – ha sfruttato la carta Libia, pardon, la carta Gheddafi, per raccattare consensi. Non è un De Gaulle redivivo. Ha solo la statura fisica di Napoleone, le somiglianze finiscono qui. Ma ha una sinistra rediviva alle calcagna e tanto basta.

Del resto, non c’era bisogno di Napoleone, bastava Nicolas Sarkozy per lanciare i dadi. Non è un’operazione random, perché il caso è il dio degli imbecilli. Agire subito, prima di farsi tirare dai nemici il nodo scorsoio. Adesso tutti sono al traino della Francia. Un capitale strategico-tattico. Non c’è dubbio. Le elezioni cantonali, con il minimo storico degli aventi diritto al voto a fare la fatica di mettere la croce sui candidati, possono attendere. Sono presenti, ma, nello stesso tempo, già scadute: la Francia sta bombardando il Tiranno.

Niente neo-colonialismo di risulta. Nel mondo senza più Stati e con troppe strategie incrociate, con troppi giochi a somma zero, non si possono coltivare ambizioni colonialistiche, è tutto un gioco di specchi. La Francia metterà il cappello sulle fonti energetiche libiche? Forse. Ma come farà a governare l’asse nord-africano ed euro-mediterraneo da sola? Se questo è colonialismo, è roba da minus habens. Nel globalismo a multipla velocità non ci sono garanzie per nessuno. I salvatori di oggi diventano i tiranni di domani. Nessuno ha le carte per vincere la mano. Raffaele Iannuzzi, Il Tempo, 21 marzo 2011

DUBBI SUL CONFLITTO LIBICO. COMMESSI TROPPI SBAGLI PER UN ONIETTIVO FORSE GIUSTO

Pubblicato il 21 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Sbaglierò ma questa guerra al­la Libia non mi piace. Non mi sen­to di condannare le perplessità del­la Lega ma anche la prudenza ini­ziale di Obama e della Merkel. Al­tro che irresponsabili, come dice Casini e poi la sinistra in versione guerresca. Capisco la necessità di allinearsi alle Nazioni Unite, agli al­leati, ai francesi e ai gruppi di pres­sione internazionale, ma temo che l’attacco militare sia un errore di cui pagheremo le conseguenze. Non so come fanno a colpire Ghed­dafi senza colpire l­e popolazioni ci­vili al cui soccorso diciamo di anda­re. Non so se i danni che cerchia­mo d­i evitare con l’attacco aereo sa­ranno superiori a quelli che andia­mo a procurare ai libici e a noi stessi.

Non so se dopo Gheddafi verrà fuori una Libia somalizzata e non so se tra i ribelli prevarranno gli amanti della libertà o del fanatismo islamico. Non so come la prenderà il mondo arabo con le sue frange più estreme; temo che la leggeranno come un’ingerenza e un’arroganza israeliano-occidentale e reagiranno di conseguenza. Fa pensare la neutralità della Russia, non sappiamo cosa faranno l’Iran e la Cina. Non so come finirà per noi col petrolio, il gas e le torme d i immigrati e non so se riprenderà vigore il terrorismo. Temo un altro Irak, se non un altro Afghanistan. E ancora. Non so perché le repressioni sanguinose in Libia debbano far scattare l’attacco e quelle nello Yemen o in Siria no, per dire solo dei Paesi più vicini. Non so se il movente principale dell’attacco sia davvero la tutela dei diritti umani violati o alcun i interessi politico-elettorali interni più interessi d’affari. Realisticamente penso ambedue.

Non so, infine, se per noi italiani che siamo così vicini alla Libia sia un bene entrare in una guerra nel condominio mediterraneo. Intendiamoci. Detesto Gheddafi e – pazziando mi piacerebbe che il sarcofago di cemento progettato per blindare la centrale nucleare giapponese servisse per chiuderci dentro il bunker di Gheddafi, colonnello incluso. Se un mimo volesse simulare un Dittatore cattivo, le sue smorfie, la sua bocca che tende al disprezzo e al disgusto, il suo aspetto tipico e la sua risata satanica, non riuscirebb e a far meglio di lui. Gheddafi non è solo un tiranno, ma recita convinto quella parte. Detesto Gheddafi da quando conquistò il poter e con il golpe, spodestò un sovrano di buon senso e cacciò gli italiani, derubandoli del frutto del loro lavoro che aveva giovato anche alla Libia.

Contestai da ragazzo l’Italia di Moro e di Andreotti, che fu per anni il suo cammello di Troia; l’Italietta che non reagiva alle minacce, le offese e le azioni del colonnello ma trescava con lui. Mi vergognavo di quell’Italia che con la scusa del complesso coloniale, si inginocchiava al cospetto di questo pagliaccio. Perfino la Fiat finì in ginocchio da lui e Patty Pravo cantò Tripoli ’69 . Ho detestato nel tempo Gheddafi per le sue spacconate, i missili a Lampedusa, le sue fabbriche di armi chimiche, i suoi aiuti al terrorismo. Voleva papparsi la Sicilia e le Isole Tremiti. Per fortuna, ha mezzi scassati e missili low cost, ed è solo un guappo ’e cartone ; ma se avesse potuto, avrebbe invaso l’Italia, devastato l’America e distrutto Israele. Non condivisi però le bombe di Reagan che colpirono la Libia ma lasciarono in piedi il dittatore. Ho il triste privilegio d i averle viste dal vivo quelle bombe, mentre volavo su quella rotta una sera di aprile dell’ 86: si vedevano i bagliori all’orizzonte. Non condivis i poi i salamelecchi d i Prodi a Gheddafi, che come lui stesso dice, lo sdoganò in Europa, e gli elogi d i D’Alema al Colonnello. Per la stessa ragione, pur condividendo le nostre ragioni – petrolio, sicurezza e immigrati – mi irritò l’amicizia di Berlusconi con Gheddafi, il suo baciamani e la visita a Roma, con le foto antitaliane attaccate sul petto, le amazzoni, il carosello e la tenda, come un circo Orfei diventato Stato. Certo, Gheddafi nel frattempo era diventato collaborativo con l’Occidente e utile per noi. Del colonialismo Gheddafi ha ereditato i lati peggiori: la prepotenza, gli stivaloni, il militarismo, i bombardamenti sui civili, perfino il gas nervino. Criticò il Ventennio nero m a lui lo ha raddoppiato, è dittatore da oltre un Quarantennio.

Avrei auspicato che il Colonnello fosse finalmente promosso Generale e andasse in pensione col massimo. Ora la strada intrapresa dall’Occidente non mi sembra la migliore, se il tiranno non sarà piegato in un lampo. Forse sarebbe stato meglio accettare la sua proposta di mandare emissari dell’Onu per controllare il rispetto degli oppositori e l’avvio delle riform e d i libertà promesse, negoziare e garantire i ribelli e le zone insorte, senza arrivare alle bombe. E solo davanti alla provata impossibilità di garantire tutto questo, decidersi all’azione di guerra. Ancor più dell’intervento militare, mi preoccupa il suo uso. Queste azioni o si fanno subito, si portano fino in fondo e si ripetono in altre situazioni analoghe, fino a stabilire il principio che si interviene sempre, laddove la vita dei popoli è messa in pericolo, o è meglio evitarle. Comunque se l’Italia interviene, a torto o a ragione, sto col mio Paese. Marcello Veneziani, 21 marzo 2011

L’ITALIA NON HA NULLA DA GUADAGNARE DALLA CADUTA DI GHEDDAFY: intervista ad Anna Bono, studiosa delle problematiche africane.

Pubblicato il 20 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Anna Bono è una studiosa della Storia e delle istituzioni dell’Africa, attenta a mettere in relazione le diverse crisi che attraversano i paesi del continente. Come nel caso della Libia, un conflitto su base tribale che l’Occidente non ha compreso fino in fondo e che rischia di avere un esito drammatico come in Somalia. Se Gheddafi cadrà come sembra, quali saranno le mosse dei Paesi occidentali e cosa resta all’Italia del suo rapporto privilegiato con la Libia?
I caccia francesi colpiscono l’esercito libico. Stavolta per Gheddafi è finita?
«Con un intervento esterno della portata di quello che si sta delineando, e con l’appoggio degli Stati Uniti, direi di sì, Gheddafi ha perso».
Gli Usa e la Nato vanno al traino dei “volenterosi”, Francia e Gran Bretagna
«Senza dubbio è un’evoluzione rispetto al passato, ma l’iniziativa anglo-francese mi lascia perplessa. Gheddafi può fuggire o resistere fino alla morte. E dopo? Qualcuno ci ha pensato?».
Che cosa accadrà?
«Siamo davanti a uno scenario di cui non possiamo prevedere le conseguenze. La verità è che scontiamo dei gravi difetti di conoscenza sulla natura della crisi libica. Questo è un conflitto fra clan, uno scontro tribale, dove assetti ed alleanze di definiscono e ridefiniscono continuamente, com’è avvenuto in Somalia».
Della Somalia ha parlato la Clinton
«Già, ma poi gli Usa hanno seguito una strada diversa. Dopo Gheddafi, in base a quale criterio dovremmo privilegiare il Consiglio nazionale di Bengasi piuttosto che altre entità politiche?».
Cosa può ottenere l’Italia?
«Per noi la partita in Libia si riapre e presto avremo nuovi concorrenti. Il rapporto privilegiato che avevamo costruito con Tripoli va ripensato. Peccato perché il trattato di amicizia ci garantiva un po’ di sicurezza economica ed energetica in più, e un certo controllo sui flussi dei clandestini».
Francia e Gran Bretagna sperano di sostituirci
«Anche loro perseguono i propri interessi. Ma non so cosa ne venga al nostro Paese dalla caduta di Gheddafi salvo la soddisfazione di aver abbattuto un’altra dittatura. Nel mondo ci sono molte dittature e tutte le tirannie sono deprecabili, ma allora dovremmo affrontare quelle che rappresentano davvero una minaccia, com’erano l’Iraq o l’Afghanistan, oppure l’Iran».
Pechino si è astenuta in Consiglio di Sicurezza. Quali sono gli obiettivi della Cina?
«Con o senza Gheddafi, la Cina è pronta a fare quello che fa già in tutta l’Africa, e ci riesce bene, offrendo contratti vantaggiosissimi ai vari governi. Ma ci sono anche la Russia, l’India, i Paesi arabi che non hanno mai amato il Colonnello».
Nella sua assurda lettera a Obama, Gheddafi ha evocato lo spettro di Al Qaeda
«Addossando la colpa dell’accaduto a delle forze esterne, Gheddafi ha cercato di offrire una via di uscita ai rivoltosi. In uno dei suoi discorsi ha detto “siete tutti miei figli”…».
Non c’è spazio per il fondamentalismo islamico sulle ceneri della Jamaria?
«Se il territorio libico si disgrega ogni scenario diventa possibile. Il Paese potrebbe diventare un “paradiso” di Al Qaeda. Gheddafi, Mubarak, Ben Ali, hanno arginato l’islamismo ma ora questo scudo si sta sgretolando, e noi, con il nostro intervento, rischiamo di infliggere il colpo di grazia».
Usare la forza come stiamo facendo in Libia favorisce i processi democratici?
«Imporre dei cambiamenti dall’esterno è sempre pericoloso. Credere e sentirsi parte di una democrazia è qualcosa di più profondo che avere il diritto al voto. L’Occidente non se ne rende conto. Da qui le crisi come quella in Costa d’Avorio, di cui si parla poco ma è grave quanto la Libia». Il Tempo, 20 marzo 2011

LE VERE RAGIONI DELL’INTERVENTISMO ANTILIBICO DI SARKOZY

Pubblicato il 20 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Ci sono le ragioni ufficiali: vibranti, altruiste, persino romantiche. E poi ci sono quelle reali, meno seducenti, ma, sovente, rivelatrici. Sia chiaro: Sarkozy crede davvero che sia giusto, anzi doveroso, aiutare il popolo libico. E l’impeto con cui ha trascinato un Occidente, riluttante all’intervento, rispecchia il suo temperamento volitivo e i suoi valori, liberali, che il retaggio di una famiglia fuggita dall’Ungheria accentua e sublima. Questa è, davvero, la guerra di Sarkozy. Ma motivata oltre che dalla nobiltà degli intenti, da calcoli politici, economici e strategici.

Quelli politici, già esaminati ieri sul Giornale da Angelo Allegri, sono chiari. L’anno prossimo la Francia sarà chiamata alle urne per eleggere il presidente e Sarkozy si trova in una situazione disastrosa. Se si votasse oggi verrebbe superato sia dal socialista Strauss-Kahn che da Marine Le Pen. Il problema è che la sua impopolarità non è effimera, bensì radicata nella coscienza degli elettori. In questi frangenti, come sanno gli spin doctor, per recuperare consensi occorre creare un nuovo frame ovvero una nuova percezione del presidente da parte del pubblico. Il fatto che Sarkozy, da solo (o quasi), sia riuscito a convincere la comunità internazionale a prendere le armi contro Gheddafi, lo fa apparire in una luce diversa, dunque un candidato di nuovo plausibile. Operazione brillante, che – sondaggi alla mano – per ora sta riuscendo.

Brillante, ma non esaustiva. La seconda ragione è strategica. La Francia, ex potenza coloniale, esercita ancora una certa influenza in molte zone dell’Africa del Nord e di quella nera e che è stata colta di sorpresa dalle rivolte in Tunisia e in Egitto, durante le quali si è mostrata molto prudente con Mubarak e, soprattutto, con Ben Ali, nella presunzione che il vecchio paradigma fosse ancora valido; ovvero amicizia con regimi autoritari in cambio della loro fedeltà strategica. E, invece Obama, che ha appoggiato le rivolte di Tunisi e del Cairo, ha segnato una svolta: per difendere gli interessi dell’Occidente non bisogna più, necessariamente, appoggiare vecchi regimi corrotti, bensì – con le dovute precauzioni – sostenere gli oppositori laici emergenti, prevenendo così rivolte dei fondamentalisti islamici.

Appoggiando i ribelli, Sarkozy vuole rimediare alla passività dimostrata in Egitto e in Tunisia e si propone – al pari degli Usa – come riferimeno per eventuali nuovi movimenti democratici nell’Africa francofona.

La terza motivazione è economica. La Libia ha rapporti privilegiati con l’Italia, ma in caso di caduta di Gheddafi, la gratitudine dei rivoltosi non potrà che essere molto generosa, ribaltando o riequilibrando la situazione a vantaggio di Parigi. Nuova Libia significa nuovi contratti per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e di gas, nuovi contratti per la ricostruzione del Paese. E significa, per l’Eliseo, estendere la zona d’influenza. Date un’occhiata alla cartina: Marocco, Algeria e Tunisia sono già francofone. Con la Libia gran parte del Nord Africa finirebbe sotto l’ombrello francese. Tra gli applausi del mondo.

IODICO CHE QUESTO E’ UN CONFLITTO SBAGLIATO

Pubblicato il 20 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Illustre Presidente ritengo mio dovere scrivere oggi, per futura me­moria, il mio pensiero sulla vicen­da libica. Non c’è nessuna buona ra­gione per aderire alla posizione dei volenterosi accettando la risoluzio­ne Onu e seguendo la Nato e gli americani. Obama è ancora una volta, come Bush e Clinton, pronto a un’azione militare. In molti Stati della civile America c’è ancora la pe­na di morte. L’illuminismo si è fer­mato. Ciò che era chiaro a Cesare Beccaria e ad Alessandro Manzoni non è stato completamente com­preso dalla democrazia america­na. Lo Stato che uccide non risarci­sce il torto subito. Impone la sua for­za con lo stesso arbitrio del crimina­le.
Voglio ricor­dare che quando andai la prima vol­ta inLibia prima di violare l’embar­go con un lunghissimo ed estenuan­te viaggio, prima ancora di mostra­re a me e alla mia delegazione i su­blimi siti archeologici di Leptis Ma­gna, di Sabratha, di Cirene, Ghedda­fi ci indirizzò come a un santuario al «museo» cui più teneva: la sua ca­sa bombardata dagli americani, mi pare nel 1987, per tentare di cacciar­lo come vogliono fare ora. Non ci riuscirono, come si è visto. Ma in quella casa morì, con altri libici, an­che la figlia di Gheddafi. La morte di un soldato in guerra è tragica, ma è nelle cose; la morte di un cittadino inerme o di un bambi­no, non è accettabile. Bombardare equivale a un atto di terrorismo: è colpire alla cieca, colpire chi non si può difendere e colpire chi è inno­cente. Far pagare ai cittadini, come con le limitazioni derivate dagli em­barghi, le colpe del dittatore.

Se tale era, come fu a partire dal suo colpo di Stato, e come è, non bisognava in nessun momento scendere a patti con lui.L’abbiamo ricevuto,onora­to. È stato visitato e ossequiato, da D’Alema come da Berlusconi.Oggi noi, che siamo i più esposti, non ci possiamo permettere di voltargli le spalle riconoscendolo improvvisa­mente come criminale di guerra, quale era già stato, per esempio, con il caso Lockerbie. Dopo Gheddafi non c’è la demo­crazia, c’è la deriva come in Soma­lia. Ci saranno altri colonnelli. E le nostre coste sempre più indifese. Ma soprattutto, concedendo le ba­si, saremmo complici di tutte le morti inevitabilmente causate dai bombardamenti. Per difendere i li­bici da Gheddafi, diventeremmo come lui.

Potrà così avvenire che lui si salvi e che noi uccidiamo inno­centi, esattamente quello che si at­tribuisce alla sua azione militare in casa. Per eliminare Gheddafi, usan­do le stesse armi (di aria, certo, non di terra!) diventeremo come Ghed­dafi. L’unica strada resta dichiarare come la Germania e Malta la non belligeranza e lasciare a francesi e americani la decisione di un altro scellerato attacco in nome della de­mocrazia e della libertà (la loro, non quella del popolo libico).
Nessuno può disporre della vita di un altro. Perché dovendo distinguere gli italiani dagli americani, risalgo a po­sizioni così lontane? Perché è evi­dente che la retorica con cui si fa ri­ferimento alle inermi e indifese po­polazioni civili sotto l’attacco mili­ta­re di Gheddafi esclude che lo stes­so comportamento, con analoghi ri­schi, possa essere assunto con la no­bile motivazione di difendere il po­polo libico. Non parlo per questio­ni di principio. Mi riferisco alle tan­te azioni, in particolare in Irak, che hanno reso odiosi gli americani per­ché le loro bombe contro il dittato­re hanno, non raramente, colpito ci­vili. Il delirio guerrafondaio di Sarkozy oggi, e il rigore di Obama minacciano identici rischi. Si può bombardare senza uccidere, an­che con le migliori intenzioni. Bom­bardare anche senza milizie di ter­ra, cui almeno si risparmia la vita (quanti italiani sono morti nelle missioni di pace?) vuol dire essere inguerra.

E non c’è nessuna buona ragione di concedere ad americani e francesi le nostre basi di Gioia del Colle, Trapani, Sigonella. Malta che, con noi è il Paese più vicino e più a rischio, non consentirà l’uso delle basi.Perché l’Italia sì?Sarà op­portuno ricordare che già la Libia ha sopportato un lunghissimo em­bargo e già si era imposta dall’Onu una no fly zone . Ecco perché scrivo ora. Quell’embargo,quella no fly zone io li violai nel 1998 con una impresa temeraria che ful’iniziodello scon­gelamento dei rapporti fra l’Italia e la Libia prima con Prodi e Dini, poi con D’Alema, poi con Berlusconi e ancora con Prodi e con Berlusconi. Tutto il mondo ha assistito a questa evoluzione che ha interessato an­che Francia, Inghilterra e persino l’America. Gheddafi, sempre lo stesso, era diventato buono? No.

Si era preso atto di una situazione con­solidata e della necessità di trovare un alleato sicuro contro gli sbarchi di clandestini che interessano pre­valentemente se non esclusivamen­te l’Italia, non l’America. Anche in questo diverso. Perché allora oggi scoprire che Gheddafi non è un leader democra­tico? Non lo è mai stato. Come non è una insurrezione di popolo, per un risorgimento (come si illude non so quanto credendoci Napoli­tano), la rivolta delle città libiche contro Gheddafi. Si tratta come san­no gli osservatori più informati di una guerra fra tribù in un complica­t­issimo sistema che muove interes­si del tutto estranei a quelli del po­polo. Se Gheddafi cade non sarà una democrazia a determinare il nuovo potere ma un intreccio di al­leanze di famiglie che prenderan­no il potere contro il popolo stabi­lendo un altro regime. Il Giornale, 20 marzo 2011

.………….La pensiamo come Sgarbi, e pensiamo che la  annunciata disponibilità di otto nostri aerei per le azioni belliche contro la Libia siano un ulteriore errore che l’Italia sta commettendo in un contesto che vede la Francia lanciare i raid contro la Libia prima ancora che le Nazioni Unite li autorizzano, investendosi di un “mandato di Dio” che francamente nessuno le riconosce. In Libia ci sono in ballo interessi enormi e mentre l’Italia rischia di compromettere i suoi, altri affilano le loro armi e in nome del popolo libico le usano contro lo stesso popolo libico che dopo la “guerra”  rischia, come sostiene Sgarbi, di ritrovarsi con le braghe in mano. E’ di queste ore la notizia che in Egitto i referendum gestiti dagli eredi di Moubarak sono stati vinti dagli stessi eredi, mentre quelli che avevano promosso le manifestazioni antiMoubarak, sono stati sonoramente sconfitti. Accadrà la stessa cosa in Libia dove quelli che si apprestano a sostituire Gheddafi hanno già scelto i loro futuri parteners tra cui non v’è l’Italia? In politica, specie quella estera, non contano i sentimenti, pare che voglia dire Sgarbi, ma contano gli interessi, in primo luogo quelli nazionali. Noi la pensiamo esattamente così. g.

LIBIA: PERCHE’ L’ITALIA HA DETTO SI’ ALL’INTERVENTO

Pubblicato il 19 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Bando ai giri di parole. L’Italia entra in guer­ra. Non c’èaltro modo per definire la decisio­ne presa ieri dal governo. Sot­to il cappello dell’Onu, i nostri caccia e le nostri navi parteci­peranno ai bombardamenti della Libia per fare cadere il dittatore Gheddafi. Per una suggestiva coincidenza, la de­cisione finale era stata presa l’altra sera al Teatro dell’Ope­ra di Roma, dove Napolitano, Berlusconi, Letta e La Russa stavano assistendo al «Nabuc­co » celebrativo dei 150 anni dell’Unità. Mentre in sala ri­suonavano le note del «Va’ pensiero», inno alla libertà dei popoli, nel foyer riservato alle spalle del palco reale veni­va messa a punto la risposta che il consiglio di sicurezza dell’Onu, riunito a New York, attendeva: l’Italia non solo metterà a disposizione delle forze Nato le proprie basi (sen­za le quali un attacco sarebbe problematico), ma sarà della partita con suoi uomini e mez­zi.

Gheddafi è un dittatore, più pazzo che sanguinario, con trascorsi da terrorista. Questo è bene dirlo subito e tenerlo presente sempre. Ciò nono­stante, con lui l’Italia aveva trovato a fatica una conviven­za dettata esclusivamente da interessi. Dalla Libia infatti ar­riva una importante parte del nostro petrolio, molti miliardi di euro libici sono investiti in nostre aziende strategiche, la Libia è decisiva nel fermare l’ondata di clandestini che si vuole riversare sulle nostre co­ste. Che fine farà il recente trat­tato che dopo anni di incertez­ze ha regolato tutto questo? Non lo sappiamo, perché nes­suno è in grado di dire che co­sa accadrà una volta caduto Gheddafi. Quella che è in cor­so a Tripoli non è infatti una guerra di liberazione come la intendiamo noi in Occidente (via il tiranno arriva la demo­crazia) e neppure è paragona­bile alle rivolte che hanno scosso Egitto e Tunisia (popo­li affamati e anni di repressio­ne feroce). Il reddito medio dei libici è il più alto tra quello dei Paesi africani, e più che una lotta tra il bene e il male, da quelli parti è da sempre in corso una guerra tra tribù, che ancora costituiscono l’ossatu­ra sociale e politica del Paese.

Bombardare la Libia è quin­di un salto nel buio, necessa­rio per mettere al riparo i rivol­tosi dalla vendetta del tiranno che stava per riprendere il controllo del territorio. Opera­zione nobile e a questo punto necessaria, anche se al regi­me, nei primi giorni della cri­si, sono stati imputati dalla stampa araba bombardamen­ti a tappeto su folle inermi che si sono poi dimostrati un fal­so. Gheddafi non ha l’atomi­ca ( ha cercato di farsela ma so­prattutto Bush padre l’ha ri­portato a miti consigli con la forza), quindi non può essere una minaccia per il mondo. La sua forza militare non è in grado di portare seri pericoli all’Occidente.

Nonostante questo, Fran­cia e Inghilterra, per motivi umanitari ma anche per inte­ressi, hanno spinto molto per una soluzione militare e han­no lavorato sulle diplomazie del mondo. Obama, alla fine, ha detto sì.L’Italia poteva star­ne fuori? La risposta è no. Il de­stino della Libia è anche affa­re nostro, e non soltanto per motivi storici o di vicinato. L’italietta è diventata grande (150 anni) e deve prendersi le sue responsabilità nell’intri­cato e non sempre trasparen­te gioco dei rapporti interna­zionali. Non possiamo lascia­re fare, né a Gheddafi di mas­sacrare i suoi, né a Sarkozy e soci di mettere mano da soli sulla Libia, sui nostri interessi economici e sulle nostre stra­tegie politiche. Non abbiamo scelta, non perché succubi ma per l’esatto contrario: non vogliamo più subire decisioni di altri. La novità è che Berlu­sconi non ha usato i sotterfugi e le ipocrisie dei suoi prede­cessori coinvolti in analoghe, drammatiche scelte.

150 ANNI: ECCO LA CASTA DEGLI IGNORANTI CHE GOVERNANO L’ITALIA

Pubblicato il 19 marzo, 2011 in Costume, Cronaca | Nessun commento »

Nichi Vendola ha votato per riaprire le vecchie scassate e insicure centrali nucleari di Trino Vercellese e Corso, ma l’ha fatto a sua insaputa. Lui, come decine di altri deputati di sinistra e di destra, non aveva nemmeno letto l’ordine del giorno sul nucleare che il 30 luglio 2004 fu votato alla Camera. Siccome il governo aveva detto di no, e il governo era guidato da Silvio Berlusconi, l’opposizione ha detto sì. Ed è diventata nuclearista a sua insaputa.

Accade spesso, ormai. Grazie al formidabile servizio de Le Iene abbiamo assistito a un altro evento unico e clamoroso. Da mesi le sorti dell’esecutivo e della legislatura erano appese alla necessità di avere comunque un governo in carica il 17 marzo 2011, perché Giorgio Napolitano così pretendeva per dare il via alle celebrazioni del 150° anno dell’unità di Italia. Per settimane maggioranza, opposizione e perfino forze sociali si sono accapigliate sulla introduzione della festività infrasettimanale, che naturalmente qualche problema ha causato alle imprese proprio in un anno in cui si sventolava la bandiera della produttività. Da giorni gran parte del parlamento, e quasi tutta la stampa, si è dedicata a linciare i distinguo leghisti, scandalizzandosi per chi il 17 marzo non desiderava festeggiare. E finalmente giovedì festa è stata. Un’overdose di festa, che ha inondato più di uno tsunami ogni città, ogni palazzo della politica, qualsiasi trasmissione televisiva, perfino l’apertura di ogni telegiornale, spazzando via appunto come un maremoto il dramma del Giappone, la crisi della Libia e ogni altra notizia. Bene, grazie alle Iene  è stato evidente a tutti che il 17 marzo gran parte della classe politica italiana ha festeggiato a sua insaputa. Nel senso che non aveva la minima idea di cosa si dovesse festeggiare in quella data.

Per il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, il 17 marzo si sarebbe festeggiato l’inizio delle cinque giornate di Milano (che per altro iniziarono il 18 marzo, ma del 1848, quindi 163 anni fa). Per il vicepresidente della Camera dei deputati, Rosy Bindi, il 17 marzo è stato scelto perché è la data in cui Roma divenne capitale (accadde nel 1871, e quindi sarebbero 140 anni). Per Fabio Mussi, amico del cuore di Massimo D’Alema, non c’è un motivo per cui si festeggi il 17 marzo: «non lo so… è una data…». Per Carlo Barbaro, finiano di ferro, ultranazionalista «cosa accadde il 17 marzo di 150 anni fa? Di preciso non glielo so dire… La breccia di Porta Pia non credo.. O forse sì, proprio la breccia di Porta Pia». Un intellettuale di sinistra come l’ex presidente delle Acli, Luigi Bobba, è sembrato sgomento di fronte alla domanda:«Il 17 marzo? Non me lo ricordo. Il primo re di Italia? Sì, Umberto I». Da gran democristiano prova a cavarsela l’ex deputato dell’Udc, Vincenzo Alaimo: «Il 17 marzo? Non lo ricordo, però per averlo scelto vuole dire che è successo qualcosa di importante». L’intervistatrice prova a confonderlo con la risposta che in tanti danno: «La Breccia di Porta Pia? Ma quella è stata nel Novecento… L’anno preciso? Dunque nel ’46 c’è stata la Liberazione… forse nel ’45, nel ’44…».

Naufragio totale. Risponde da perfetto peone Franco Cardiello,  Pdl: «Il 17 marzo? Non è successo nulla. Evidentemente quella della data è una scelta condivisa». Come dire: a noi peones le decisioni passano sempre sulla testa. Si vede che la sinistra voleva festeggiare il 19, la destra voleva festeggiare il 15 e alla fine hanno condiviso la scelta del 17. Non solo fine storico, ma anche gran matematico  Vincenzo D’Anna, deputato che è andato  a infoltire le fila dei Reponsabili: «Si festeggia l’Unità di Italia, che è stata realizzata nel 1860, quando è stata liberata Roma con l’impresa di Porta Pia. Come? Sono passati 151 anni dal 1860? No, perché il 1860 non si conta. Si inizia a contare dall’anno successivo». Nel suo gruppo parlamentare neonato deve esserci  confusione. Perché anche il collega “responsabile” Vincenzo Taddei sostiene che sono passati 150 anni da quel 17 marzo 1860 in cui si fece l’unità.  E chi la fece? «Vittorio Emanuele III».

L’elenco di castronerie potrebbe continuare a lungo, e in più di un deputato si arricchisce della certezza su  Garibaldi: «fu soprannominato eroe dei due mondi perché fu eroe per il Regno delle due Sicilie e per il resto di Italia». Il servizio integrale è disponibile sul sito internet dNiudiare la storia politica del suo paese è il minimo che si dovrebbe chiedere: non hanno molto altro da conoscere. Ma che nessuno si sia chiesto perché darsi botte da orbi fra pro e contro quella festa del 17 marzo, è davvero lo specchio più genuino di cosa sia oggi la classe politica italiana. Senza bisogno di prendere fra le mani un libro di storia, il perché di quella festa è scritto nel decreto legge del governo che la istituisce. Testo che viene esaminato in commissione, perfino emendato, votato dall’aula dei due rami del Parlamento senza che nessuno naturalmente si sia curato di leggerne una riga. Così come sul nucleare tutti ancora una volta votano e voteranno a loro insaputa. Ormai è diventato questo lo slogan della attività politica. E si comprende   perché dopo essere stato lapidato per avere ammesso che qualcuno gli pagò la casa a Roma a sua insaputa il povero Claudio Scajola ora pretenda una rapida riabilitazione. Ne ha pieno diritto, in fondo è solo uno dei tanti eletti insaputelli…LIBERO, 19 marzo 2011, di Franco Bechis

CARA PATRIA DEPRESSA, RIALZATI E NON PENSARCI PIU’, OVVERO LA CONTROCOMMEMORAZIONE DEI 150 ANNI

Pubblicato il 18 marzo, 2011 in Costume, Storia | Nessun commento »

Stamattina all’alba è stata rinvenuta priva di sensi, sui gradini della sua abi­tazione nota come altare della patria, una donna di nome Italia. Aveva trascor­so per strada la notte tricolore e aveva brindato al suo compleanno fino a ubria­carsi. Quando i dipendenti della nettezza urbana l’hanno trovata, era strafatta. In serata si era lasciata andare ai ricordi e ha cominciato a piangere e a bere. Rive­dendo i filmini, i cimeli e le foto del suo passato, ha pensato alle violenze che ha subito nei secoli da invasori e invasati, ti­ranni di fuori e vigliacchi di dentro; ha ri­pensato agli stupri, alle calunnie e alle fe­rite che le hanno inferto anche in fami­glia. E ha lanciato per rabbia lo stivale. Poi ha pensato alle glorie e agli amori del passato e le è cresciuto pure il rimpianto e il rimorso. Infine ha pensato che da quando è nata le guastano puntualmen­te la festa di compleanno. Cent’anni fa, quando inaugurò la sua casa-altare, sparlarono di lei i socialisti che non la riconobbero come madrepa­tria perché i proletari non hanno patria, i cattolici che la consideravano una sver­gognata che civettava con atei e massoni, e i repubblicani che detestavano la sua casa reale e la sua tresca monarchica. Cinquant’anni fa, quando celebrarono il suoi cent’anni, i comunisti e le sinistre la consideravano ancora amante di na­zionalisti e fascisti, mentre loro erano in­ternazionalisti, devoti alla patria sovieti­ca e taluni a quella cinese. Quest’anno in­v­ece è toccato ai leghisti a nord e i neobor­bonici a sud rovinarle il compleanno, of­fendere il suo tailleur tricolore e la sua canzone preferita,l’inno di Mameli,scrit­ta per lei da un ragazzo che l’amava da morire. Così Italia si è buttata giù e nel pieno di questa guerra italo-italiana ha comincia­to a bere e a spaccarsi di droghe leggere e pesanti. A volte sogna di espatriare, ma ha il soggiorno obbligato in questa peni­sola. Vorrebbe farsi il lifting, siliconarsi e rifarsi pure le tette e le chiappe, per sem­brare un’altra. Poi cade in depressione e si lascia andare. Stamane sono giunti sul posto i carabinieri, l’hanno identificata e, vedendola scalza, l’hanno denunciata a piede libero. Marcello Veneziani