RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: BISOGNA FARLA PER TRE MOTIVI SEMPLICI

Pubblicato il 13 marzo, 2011 in Giustizia | Nessun commento »

Eugenio Montale diceva che «la semplicità è difficile a farsi». La riforma della giustizia non è un testo poetico, ma si compone di cose molto semplici. Berlusconi si è fi­nalmente deciso a provarci sul serio. E, naturalmente, siccome siamo un Pa­ese in cui i guru dell’opinione pubbli­ca di sinistra si comportano in modo sempre più fanatico, e incivile, si sta scatenando l’inferno. Un inferno fatto di menzogne, di manipolazioni, di de­pistaggi. La più grave manomissione è che i magistrati dell’accusa, quelli che fanno della militanza corporativa e sin­dacale una piattaforma per muovere guerra al «nemico assoluto», abbiano condannato una proposta del gover­no al Parlamento prima ancora di aver­la letta e che abbiano dichiarato senz’altro la mobilitazione generale nel Paese e nei media compiacenti. La lotta faziosa di una parte dell’ordi­n­e giudiziario contro il potere legislati­vo, inaudita in un Paese liberale qua­lunque, è uno scandalo istituzionale. E il presidente del Consiglio superiore della magistratura, che è il capo dello Stato Giorgio Napolitano, sarà inevita­bilmente spinto, sulla scia di suoi pre­cedenti interventi, a richiamare i pm, non soltanto con la sua persuasione morale ma con i suoi poteri di primo magistrato d’Italia,al rispetto della Co­stituzione. In certi casi esercitare il pro­prio dovere di persuasione morale è af­fare di una semplicità che non è «diffi­cile a farsi »: forniscano i togati una con­sulenza nelle sedi istituzionali, quan­do richiesti, e si conducano nella loro delicata funzione senza distrazioni po­litiche e senza aggressività verso chi ha il potere e il dovere di scrivere la leg­ge di cui i magistrati debbono limitarsi a essere «la bocca». Senza una leale col­laborazione istituzionale un Paese non si governa, e quel galantuomo di Napolitano è il primo a saperlo in virtù della sua lunga esperienza politica. Ma veniamo agli elementi semplici di cui la legge di riforma si compone. Il primo è che il magistrato inquirente deve essere messo sullo stesso piano del difensore, mentre chi giudica deve stare al di sopra delle parti. Questo è la «separazione delle carriere». Senza, non c’è vera giustizia, c’è una grotte­sca caricatura della giustizia. Se l’avvo­cato difensore è un mendicante di di­ritti appena tollerato mentre il pubbli­co ministero che indaga e promuove l’accusa è un collega di chi emetterà la sentenza, lavora con lui, fa la stessa carriera, si appoggia agli stessi uffici, ha con il giudice una quotidiana fre­q­uentazione e una comunanza di inte­ressi corporativi e professionali, la giu­stizia è negata in radice. Se chi oggi per­segue domani può giudicare, e vicever­sa, alla negazione si aggiunge la beffa. Il secondo elemento è la responsabi­lità verso i cittadini nell’esercizio della professione di magistrato. Se un fun­zionario qualsiasi sbaglia, e magari con dolo o comunque travolgendo i di­ri­tti del cittadino, quel funzionario pa­ga ragionevolmente le conseguenze dell’errore, è responsabile civilmente del proprio comportamento. Senza questa regola, l’ufficiale dell’anagrafe assonnato e distratto può prenderci a pernacchie quando gli chiediamo un certificato all’ora del caffè. E l’irre­sponsabilità dei magistrati ha conse­guenze più gravi di un dileggio o di un ritardo nel rilascio di una carta d’iden­­tità: pesa sulla vita delle persone, sul loro onore, sugli affetti, sulla salute, sulla libertà di noi tutti. La terza semplice verità è che non si può essere processati una seconda vol­ta dopo essere stati assolti. Perché? È facile da dire. Il diritto anglosassone stabilisce che si possa essere condan­nati solo se considerati colpevoli «al di là di ogni ragionevole dubbio»(l’avvo­cato Perry Mason nei vecchi telefilm contava su questa garanzia per trova­re il vero colpevole e scagionare l’inno­cente). L’esclusione di ogni possibile ombra è un ancoraggio oggettivo del giudizio, una garanzia decisiva per le libertà civili. Da noi il principio è che si può emettere sentenza in base al «libe­ro convincimento del giudice», un cri­terio meramente soggettivo. Bisogna invece che la libertà del giudice sia an­corata all’oggettività di una certezza come base per un giudizio nel giusto processo. Ed è ovvio che una sentenza di assoluzione lascia e lascerà sempre un ragionevole dubbio nell’aria, an­che se nel giudizio di appello arrivasse una condanna. Dunque: niente dop­pio processo una volta che l’imputato sia assolto perché manca una assoluta certezza processuale. A sinistra e tra i magistrati non fazio­si cresce da anni la consapevolezza che queste riforme liberali sarebbero un progresso decisivo. Da Falcone a Violante a molti altri, anche giovani in­­sofferenti dei vecchi schemi bellige­ranti, i fautori della separazione delle carriere di ieri e di oggi non si contano. I capi burocratizzati della sinistra, i rot­tamandi, alzano la voce per coprire questi dubbi. Lo stesso fanno i pm che scambiano il diritto per una baionetta su cui infilzare il nemico politico e civi­le. A Berlusconi e Alfano spetta dun­que di parlare un linguaggio costante, paziente, persuasivo e mai arrogante. E la battaglia è vinta. Gli italiani che giudicheranno con un referendum sanno da anni che la malagiustizia è un ostacolo etico alla loro libertà e un impedimento materiale allo sviluppo.

AL COSTITUZIONE DAY IL PM INGROIA FA UN COMIZIO CONTRO BNERLUSCONI. SE VUOLE SCENDERE IN POLITICA LASCI LA TOGA.

Pubblicato il 13 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Sul palco c’è un tribuno della plebe che arringa la folla. «Con questa controriforma ­dice – non è in gioco la separa­zione delle carriere, ma l’egua­glianza di tutti i cittadini di fronte alla legge». Si chiama Antonio Ingroia, nelle aule giu­diziarie veste la toga del pub­blico ministero, ma al «Costi­tuzione day », in piazza del Po­polo, a Roma, attacca il gover­no Berlusconi con i toni accesi del leader politico. Di manifestazioni ce ne so­no in tutt’Italia, gli organizza­tori parlano di un milione di partecipanti ma per il Vimina­le sarebbero 43mila in tutto, di cui 25mila nella capitale. È qui che il procuratore ag­giunto di Palermo fa il suo di­scorso, accanto agli esponenti dei partiti. «Il fatto che ci siano tanti italiani dimostra che ave­te capito che la cosiddetta ri­forma della giustizia in realtà è una controriforma. Non è solo una ritorsione contro la magi­­stratura, c’è in gioco una posta molto più grande. Se dovesse passare avremmo uno Stato di diritto azzoppato, sfigurato nei suoi principi fondamenta­li così come disegnati dai pa­dri costituenti». Il presidente dell’Anm, Lu­ca Palamara, con più cautela ha mandato un messaggio di «adesione e solidarietà» alle manifestazioni:«L’associazio­ne si riconosce in questi princi­pi ed è più che mai impegnata a difendere gli interessi della collettività, l’indipendenza e l’autonomia della magistratu­ra ». Palamara è della corrente maggioritaria Unicost e l’Anm, che il 19 dovrà decide­re sullo sciopero o altre forme di protesta, è sotto pressione soprattutto da parte delle cor­renti di sinistra, Magistratura democratica e Movimento per la Giustizia. Che chiedono addirittura le dimissioni delle toghe che lavorano al ministe­ro della Giustizia. Ingroia ci mette la faccia. Lo ha fatto altre volte, anche in di­­battiti tv come Annozero, ma stavolta incarna la fase due del­la rivolta della magistratura. Quella a lungo preparata nelle infuocate mailing list , in cui si reclama una svolta di aperta lotta politica dell’Anm.La stra­tegia è quella di allargare lo scontro sulla giustizia a tutti i cittadini, di convincere gli elet­tori a mobilitarsi soprattutto per mandare a casa il governo. Prima di Cristo i tribuni del­la plebe si opponevano ai magistrati dei patrizi grazie all’assoluta inviolabilità e sa­cralità della loro carica, la sa­crosanctitas , oggi i magistra­ti antiberluscones sventola­no nelle piazze la bandiera della loro sacrosanta autono­mia e indipendenza. Ha un bel dire il premier che questi principi non sono intaccati dalla riforma. Ha un bel ripe­tere il Guardasigilli Angeli­no Alfano che non c’è nessu­na «crociata» contro le to­ghe, ma si cerca il dialogo in Parlamento. I falchi del­l’Anm hanno già deciso che la riforma dev’essere il caval­lo di Troia per far crollare il palazzo del Cavaliere. Che non ci sia più spazio per alcuna prudenza, neppure per tutelare l’immagine di im­­parzialità del magistrato, lo di­mostra il comizio di Ingroia. «L’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge- dice il pm an­­timafia, attirando gli applausi – non sarebbe garantita se il po­te­re giudiziario venisse schiac­ciato da quello politico. Il go­verno sta tentando di prende­re­il controllo diretto dell’azio­ne penale. La posta in gioco ha a che fare non tanto con il no­stro presente, ma con il vostro futuro». Paradosso. Il leader Pd Pier Luigi Bersani dice «non siamo il partito dei giudici e dei pm», proprio mentre Ingroia sem­bra candidarsi a nuovo leader del partito. «Come fa l’Anm ­dice il capogruppo alla Came­ra del Pdl Fabrizio Cicchitto­ a parlare di difesa,dell’indipen­denza dei magistrati, di fronte ad episodi così clamorosi di schieramento politico?». Lui, il tribuno della plebe In­groia, intanto ha già avuto un’investitura dalla piazza, con la colonna sonora dell’In­no di Mameli, mentre svento­lano testi della Costituzione e bandiere tricolore. Il Giornale, 13 marzo 2011

CASO YARA: MENTRE TUTTA L’ITALIA TREPIDAVA PER LEI, IL PM CHE DIRIGEVA LE INDAGINI SE NE ANDO’ IN VACANZA DUE SETTIMANE DOPO LA SCOMPARSA. E YARA ERA GIA’ MORTA!

Pubblicato il 13 marzo, 2011 in Cronaca | Nessun commento »

Il sostituto procuratore di Bergamo Letizia Ruggeri, che indaga sul caso della povera Yara Gambirasio, è andata in ferie due settimane dopo la scomparsa della tredicenne trovata cadavere il 26 febbraio scorso.

La ragazzina era stata inghiottita dal buio il 26 novembre, dopo essere uscita dal centro sportivo del suo paese, Brembate Sopra. Era lo stesso giorno, quello, in cui il procuratore della Repubblica di Bergamo Adriano Galizzi festeggiava le ultime ore di lavoro prima di andare in pensione dopo 49 anni di brillante carriera nella magistratura.

Quella sera, il caso finisce sulla scrivania della dottoressa Ruggeri. Gli inquirenti si tappano la bocca e iniziano a lavorare immediatamente. Ben sapendo che i primi giorni sono quelli che spesso risultano decisivi per risolvere i casi. Sembrava fosse così anche per il dramma di Brembate Sopra, visto che sabato 4 dicembre viene bloccato un marocchino di 23 anni, Mohamed Fickri. Era su un traghetto salpato da Genova. Le accuse sono pesanti: sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere. Lunedì 6 dicembre è interrogato dal gip e dal pm Ruggeri nel carcere di via Gleno, ma nel giro di un amen viene rilasciato con tante scuse. L’impianto accusatorio si regge soprattutto su un’intercettazione che si scoprirà essere stata tradotta male. Passano pochi giorni. 10 dicembre. Gli inquirenti rompono il silenzio e organizzano una conferenza stampa nell’ufficio del procuratore aggiunto Massimo Meroni. Arrivano giornalisti da tutta Italia, si fa fatica a trovare spazio, ma i taccuini non annotano una notizia che sia una. Il motivo è semplice: non c’è nulla da dire, al di là di un pronotisco che si rivelerà tragicamente sbagliato: «Yara è viva? Per noi sì, non ci sono indicazioni contrarie» afferma Meroni.

La Ruggeri già non c’è. Ha salutato tutti per andare in ferie, con la speranza di tornare più rilassata e pronta a risolvere il caso. Purtroppo, le indagini faranno registrare novità solo il 26 febbraio, col ritrovamento del cadavere in un campo di Chignolo d’Isola. A poche centinaia di metri dal comando della polizia locale che era stato trasformato in centro di coordinamento delle ricerche. Da lì, sono piovute critiche contro i molti volontari bergamaschi ritenuti incapaci di scovare il corpicino. Anche loro, effettivamente, si erano presi dei giorni di ferie dopo la drammatica scomparsa della giovane. Ma per cercarla, gratis.
Tanto che ieri sono stati difesi dal viceprefetto di Bergamo Sergio Pomponio, mentre il ministro Roberto Maroni ha parlato di «polemiche vergognose».

In tutto questo, continuano le indagini. Nei cassetti degli uffici di polizia e carabinieri si troverebbe il dna di quaranta persone che sono state sentite nella prima fase delle indagini (tra cui conoscenti, testimoni e chiunque avesse a che fare con la ragazzina).
Quaranta codici genetici che si aggiungono a quelli dei dieci pregiudicati, accusati di violenza sessuale e di reati connessi allo scenario di Yara, già a disposizione degli inquirenti. I quaranta nuovi elementi sarebbero stati prelevati ai diretti interessati in modo coattivo, cioè “di nascosto”, prendendo il dna dalla saliva attraverso tazzine di caffè, sigarette e bicchieri. Oggi è attesa la relazione preliminare dell’autopsia a cui seguirà un confronto tra l’anatomopatologa Cristina Cattaneo e la pm Ruggeri. C’è anche l’intenzione di analizzare i nomi di tutti i circa 25mila iscritti alla discoteca “Sabbie Mobili Evolution” che si trova a due passi dal luogo dove è stato ritrovato il cadavere.

di Matteo Pandini e Matteo Magri

BERLUSCONI: E’ DAL 1994 CHE BISOGNAVA FARE LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, QUESTA VOLTA ANDREMO SINO IN FONDO

Pubblicato il 12 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il Presidente del Consiglio on. Berlusconi  ha rivolto  agli italiani un  messaggio che per oggetto la riforma della Giustizia. Eccone il testo integrale.

Carissimi,

“Dal 1994 in poi nelle campagne elettorali ci siamo impegnati a rifondare la giustizia, ma i nostri sforzi sono stati  puntualmente vanificati perché Fini e i suoi, giustizionalisti e statalisti, si sono messi sempre di traverso, in accordo con le correnti di sinistra della magistratura. Ora che Fini e i suoi non sono più con noi, la maggioranza – anche se più limitata nei numeri – è più coesa e determinata e questo ci consentirà di portare in Parlamento una riforma costituzionale della giustizia assolutamente equilibrata e moderna.

Non è una legge ad personam, non è una riforma per una persona o contro una persona, perché non si applica ai processi in corso e quindi l’opposizione non potrà dire che si applica ai miei processi. E’ una riforma per gli italiani, è rispettosa dei principi costituzionali, ha come obiettivo – come ho appena detto e lo ripeto – il giusto processo e una giustizia finalmente giusta nell’interesse dei cittadini, che hanno il diritto di avere un giudice davvero sopra le parti, un giudice terzo che sia separato e indipendente dall’avvocato dell’accusa, così si chiamerà il PM, che invece ora fa parte dello stesso ordine dei magistrati che giudicano, opera negli stessi uffici, ed ha un peso preponderante nel determinare gli avanzamenti di carriere di tutti i magistrati.

Questa riforma andrà avanti in Parlamento anche attraverso dieci leggi di attuazione, che noi abbiamo già pronte, e porterà a cambiamenti epocali.

-        Il primo sarà la separazione delle carriere tra la magistratura giudicante e l’ordine degli avvocati dell’accusa, che sarà sancita con l’istituzione di due Csm, entrambi presieduti dal capo dello Stato, con un eguale numero di consiglieri togati cioè di magistrati e di consiglieri laici, cioè consiglieri nominati dal Parlamento, così che si porrà fine allo strapotere delle correnti politicizzate della magistratura, che hanno trasformato il Consiglio Superiore della Magistratura in una specie di Terza Camera politica sempre pronta a criticare il governo e il Parlamento e ad intervenire addirittura con commenti sulle leggi in discussione alle Camere.

-        Secondo cambiamento: il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale rimarrà ma dovrà essere applicato secondo i criteri che saranno previsti dal Parlamento ogni anno. L’obbligatorietà si è ormai trasformata in un’assoluta discrezionalità dei pm, che perseguono preferibilmente le ipotesi di reato con alta visibilità mediatica e contro i nemici politici. Con la riforma sarà il Parlamento a indicare le priorità su cui intervenire con l’azione penale.

-        Terza innovazione: in applicazione del principio che la legge è uguale per tutti, anche i magistrati dovranno rispondere sul piano civile del loro operato, e quindi degli eventuali gravi errori commessi, esattamente come sono chiamati a fare tutti gli altri funzionari dello Stato e tutti  professionisti a cominciare dai medici. Così il cittadino vittima di un errore giudiziario potrà rivalersi nei confronti del magistrato che ha sbagliato, proprio come avviene per un medico che sbaglia.

-        Quarta innovazione: le sentenze di proscioglimento, di assoluzione in primo grado non saranno più appellabili, e questo impedirà che un cittadino accusato di aver commesso un reato, sottoposto a processo, e poi dichiarato innocente, possa essere richiamato nel girone infernale dei processi in appello e in cassazione,  quando la sua innocenza sia stata riconosciuta nel processo di primo grado: un calvario terribile che rovina la vita di chiunque venga sottoposto a una simile drammatica esperienza. Il PM, che sarà chiamato “Avvocato dell’accusa”, continuerà a disporre della collaborazione della polizia giudiziaria per le indagini, ma dovrà farlo con un rapporto diverso, che sarà definito da una legge apposita del Parlamento affinché la polizia possa far meglio  il proprio mestiere.

-        Infine per combattere la lentezza dei procedimenti, che è diventata un nemico della giustizia, il governo ha predisposto un piano di azione che prevede la digitalizzazione delle notifiche e di tutti gli atti delle cancellerie per abbattere i tempi dei procedimenti sia civili che penali. Piano che porteremo avanti con una legge ad hoc, in parallelo con la riforma.

Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane dovremo rispondere ai numerosi attacchi che la sinistra e le toghe rosse hanno già iniziato a rovesciarci addosso nel tentativo di ostacolare ed evitare questa riforma. Ma sappiamo di avere argomenti molto validi per ribattere ad ogni critica e ripeto, una maggioranza coesa e determinata in Parlamento. Noi siamo un grande partito riformatore che si deve confrontare con una opposizione conservatrice che non fa l’interesse del Paese per fare il male di Berlusconi.

Se questa riforma fosse stata fatta per tempo, la storia recente dell’Italia sarebbe stata diversa. Non ci sarebbe stata quella esondazione della magistratura dagli argini costituzionali che ha portato ad annullare un’intera classe di governo nel 1992-93, che ha causato l’abbattimento del nostro primo governo nel 1994, che ha determinato anche la caduta di un governo di sinistra a causa della loro improvvida proposta di riformare la giustizia avanzata dal ministro Mastella, così come non si sarebbe potuto portare avanti il tentativo tuttora in corso di eliminare il governo in carica per via giudiziaria.

Lo dico con il massimo della serenità e dell’oggettività, perché questi sono fatti ormai consegnati alla storia. Da parte nostra invece c’è soltanto l’obbiettivo di lavorare per il bene dell’Italia, e di eliminare finalmente una anomalia, anzi una patologia grave della nostra democrazia.

Questa volta indietro non si torna, anche se noi, con lo spirito liberale che ci muove, saremo sicuramente aperti a integrazioni e a miglioramenti che potranno anche esserci suggeriti dai nostri oppositori purchè non si snaturi l’impianto complessivo della riforma.

Io sono convinto che il testo che presentiamo al Parlamento sia un testo molto equilibrato, che metterà alla prova l’effettiva credibilità della sinistra e la sua disponibilità al dialogo.

Insisto nel chiamare tutti voi ad una forte assunzione di responsabilità, convinti che questa riforma può rappresentare davvero un passo avanti fondamentale per il rafforzamento della nostra democrazia. Chi questa volta si tirerà indietro non avrà nessuna giustificazione.

Il grande Alexis de Toqueville diceva: “Tra tutte le dittature la peggiore è quella dei giudici”. Ecco, con questa riforma noi cercheremo di evitare che questo ci accada e voi dovete darci una mano per spiegarlo a tutti gli italiani”. Un forte abbraccio a tutti, Silvio Berlusconi

LA VERA STORIA DEL PROF. TRAVAGLIO

Pubblicato il 12 marzo, 2011 in Costume, Giustizia, Politica | Nessun commento »

Marco Travaglio è un professori­n­o del giornali­smo. Dà le pa­gelle a tutti i colleghi e vi­gliacco che uno prenda almeno una volta la suffi­cienza. Si è autonomina­to erede di Montanelli, con il quale millanta una lunga frequentazione, quasi fossero padre e fi­glio, fin da quando lavo­rava per Il Giornale del quale era, pagato da Ber­lusconi, vicecorrispon­dente da Torino, cioè nul­la. I miei colleghi più an­ziani del Giornale non ri­cordano di averlo mai vi­sto una volta nella reda­zione centrale e scom­mettono che Montanelli non sapeva neppure chi fosse. Quando Indro eb­be la sciagurata idea di mollare la sua creatura per fondare La Voce , Tra­vaglio lo seguì, «uno dei tanti, nulla di più», ricor­dano oggi i compagni di avventura rimasti sulla strada. A parte questa piccola mitomania, di Travaglio giornalista non si ricor­da nulla. Ha avuto più for­t­una con le carte giudizia­rie trasformate in libri, grazie ai quali ha fatto sol­di e raggiunto la fama. Ie­ri ha stroncato pure Giu­l­iano Ferrara e il suo ritor­no in tv da lunedì, ogni se­ra dopo il Tg1. Egocentri­co e invidioso, Travaglio ha sentenziato che Ferra­ra non è un giornalista. La prova? Il Foglio , quoti­diano diretto da Ferrara, vende poche copie, mol­te meno del suo Il Fatto. Sai che ragionamento. È come se il proprietario di un sexy-shop si vantasse di avere più clienti di una galleria d’arte. Per curiosità, siamo an­dati a vedere come sono finiti gli scoop di Trava­glio campione di giorna­lismo senza macchia. Ec­co un elenco, probabil­mente incompleto, delle sue prodezze. Salvo erro­ri ed omissioni, la situa­zione è questa (il voto lo lasciamo a voi lettori). Nel 2000 è stato con­dannato in sede ci­vile, dopo essere stato ci­tato in giudizio da Cesare Previti a causa di un arti­colo su L’Indipendente , al risarcimento del dan­no quantificato in 79 mi­lioni di lire. Il 4 luglio 2004 è sta­to condannato dal Tribunale di Roma in se­de civile a un totale di 85.000 euro (più 31.000 euro di spese processua­li) per un errore di omoni­mia contenuto nel libro La repubblica delle bana­ne scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001. In esso, a pagina 537, si descriveva «Falli­ca Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia», «commercian­te palermitano, braccio destro di Gianfranco Mic­cichè… condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito pro­mosso deputato nel colle­gio di Palermo Settecan­noli ».L’errore era poi sta­to trasposto anche su L’Espresso , il Venerdì di Repubblica e La Rinasci­ta della Sinistra , per cui la condanna in solido, oltre­ché su Editori Riuniti, è stata estesa anche al grup­po Editoriale L’Espresso. Il 5 aprile 2005 è sta­to condannato dal Tribunale di Roma in se­de civile, assieme all’allo­ra dir­ettore dell ’Unità Fu­rio Colombo, al pagamen­to di 12.000 euro più 4.000 di spese processua­li a Fedele Confalonieri (presidente Mediaset) dopo averne associato il nome ad alcune indagini per ricettazione e riciclag­gio, reati per i quali, inve­ce, non era risultato inqui­sito.

Il 20 febbraio 2008 il Tribunale di Torino in sede civile lo ha con­dannato a risarcire Fede­le Confalonieri, presiden­te di Mediaset, con 6.000 euro, a causa dell’articolo «Piazzale Loreto? Magari» pubblicato nella rubrica Uliwood Party
su l’Unità il 6 luglio 2006

Nel giugno 2008 è stato condannato dal Tribu­nale di Roma in sede civile, as­sieme al direttore dell’ Unità Antonio Padellaro e a Nuova Iniziativa Editoriale, al paga­mento di 12.000 euro più 6.000 di spese processuali per aver descritto la giornali­sta del Tg1 Susanna Petruni come personaggio servile ver­so il potere e parziale nei suoi resoconti politici: «La pubbli­cazione- si leggeva nella sen­tenza – difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffa­matorio ».

Nel gennaio 2010 la Cor­te d’Appello penale di Ro­ma lo ha condannato a 1.000 euro di multa per il reato di dif­famazione aggravato dall’uso del mezzo della stampa, ai dan­ni di Cesare Previti. Il reato, se­condo il giudice monocratico, sarebbe stato commesso me­diante l’articolo «Patto scellera­to tra mafia e Forza Italia» pub­blicato sull’ Espresso il 3 ottobre 2002. La sentenza d’appello ri­forma la condanna dell’otto­bre 2008 in primo grado inflitta al giornalista ad 8 mesi di reclu­sione e 100 euro di multa. In se­de civile, a causa del predetto re­ato, Travaglio era stato condan­nato in primo grado, in solido con l’allora direttore della rivi­sta Daniela Hamaui, al paga­mento di 20.000 euro a titolo di risarcimento del danno in favo­re della vittima del reato Cesare Previti. Pochi giorni fa, in attesa della sentenza di Cassazione, il reato è caduto in prescrizione grazie ad una inspiegabile len­tezza dei giudici a scrivere le motivazioni.

Il 28 aprile 2009 è stato condannato in primo grado dal Tribunale penale di Roma per il reato di diffa­mazione ai danni dell’allo­ra direttore di Raiuno, Fabri­zio Del Noce, perpetrato mediante un articolo pub­blicato su l’Unità dell’11 maggio 2007.

Il 21 ottobre 2009 è stato condannato in Cassazio­ne ( Terza sezione civile, senten­za 22190) al risarcimento di 5.000 euro nei confronti del giu­dice Filippo Verde che era stato definito «più volte inquisito e condannato» nel libro Il ma­nuale del perfetto inquisito , af­fermazioni giudicate diffama­torie dalla Corte in quanto riferi­te «in maniera incompleta e so­stanzialmente alterata» visto il «mancato riferimento alla sen­tenza di prescrizione o, comun­que, la mancata puntualizza­zione del­carattere non definiti­vo della sentenza di condanna, suscitando nel lettore l’idea che la condanna fosse definiti­va (se non addirittura l’idea di una pluralità di condanne)».

Il 18 giugno 2010 è stato condannato dal Tribuna­le di Torino- VII sezione civile ­a risarcire 16.000 euro al presi­dente del Senato Renato Schifa­ni ( che aveva chiesto un risarci­mento di 1.750.000 euro) per diffamazione, avendo evocato la metafora del lombrico e del­la muffa a Che tempo che fa il 15 maggio 2008. Il Giornale, 12 marzo 2011

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: ALFANO TENDE LA MANO AL PD

Pubblicato il 12 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, tende la mano al Partito democratico e lo invita a presentare le sue proposte sulla riforma della giustizia. Ospite del Tg1, il guardasigilli ha detto: «Non comprendo le opposizioni che dicono no: c’è un testo, si parla da venti anni anni di riforma della giustizia. Il Parlamento sarà chiamato a confrontarsi su questo testo». «Noi abbiamo espresso la nostra opinione – ha aggiunto Alfano – crediamo sia dovere di un grande partito dell’opposizione come il Pd manifestare la propria opinione. È doveroso per il Pd dire realmente cosa pensa della riforma della giustizia: ci faccia sapere, se non condivide la nostra, qual è la sua idea. Possiamo confrontarci serenamente in Parlamento, abbiamo tanto tempo per approdare a un testo definitivo». Il titolare del dicastero di via Arenula ha anache avvertito: «La riforma non è una crociata contro la magistratura e la magistratura non deve fare una crociata contro la politica e crediamo anche che in una democrazia che funziona i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario debbano collaborare e giocare insieme la stessa partita per una grande squadra che si chiama Stato. «Quando la riforma sarà entrata in vigore – ha sottolineato il ministro della Giustizia – gli italiani potranno contare su giudice realmente equidistante». E poi, ha insistito, cone la riforma «si conclama il diritto dei cittadini, che dovessero aver patito un danno ingiusto, di fare azione per avere il giusto risarcimento».

Una linea che è condivisa anche dall’ex deputato verde Marco Boato, che fu relatore della riforma della Giustizia nella commissione bicamerale presieduta da D’Alema: l’opposizione «fa un grosso errore a rifiutare il confronto» e dire che il Paese ha «bisogno solo di leggi ordinarie, non è vero», significa «delegittimare il proprio passato». «Anch’io – ha spiegato – dò un giudizio drasticamente negativo sul premier e sulla sua maggioranza» ma è «sbagliato e anche un po’ suicida fare opposizione chiedendo tutti i giorni le dimissioni del presidente del Consiglio. Una volta che un Governo continua ad ottenere la maggioranza al voto di fiducia è privo di senso pretendere che si dimetta. Non si può anadare avanti per due anni, dicendo dimettiti». Anche Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato, aveva avvertito: «La riforma della giustizia proposta dal governo Berlusconi tiene conto di un dibattito che anche la sinistra nel passato ha affrontato con alcune proposte analoghe. Il testo presentato in Consiglio dei ministri, infatti, riprende anche parte di vecchie proposte, da Boato a quelle del Pd più recenti. Ci sono quindi i presupposti per confrontarsi liberamente senza pregiudizi, per avere certezza della pena, meno politica tra le toghe e più rapidità dei giudizi». Il Tempo, 12 marzo 2011


TERREMOTO E TSUNAMI IN GIAPPONE: MILLE MORTI, DIECIMIAL DISPERSI, INCUBO NUCLEARE

Pubblicato il 12 marzo, 2011 in Cronaca, Politica estera | Nessun commento »

Fukushima

Il violento terremoto di magnitudo 8.9 e lo tsunami che ieri hanno devastato il nord-est del Giappone hanno provocato almeno un migliaio di vittime. Continuano a susseguirsi le scosse di forte intensità: una di 6.8 e un’altra di magnitudo 6.0 hanno colpito il nord est del Paese. Sale l’incubo nucleare. Violenta esplosione a Fukushima: feriti alcuni impiegati, entrano in azione super-pompieri. Area evacuata per 20 km. L’Agenzia giapponese sulla sicurezza nucleare ha definito però “improbabili” gravi danni al reattore. Aiea chiede informazioni a Tokyo. Intanto il premier Naoto Kan parla in tv: sisma, un disastro senza precedenti.

Intanto, da ogni parte del mondo, compreso l’Italia, partoco soccorsi e aiuti per il Giappone piegato su stesso a causa di questo  enorme disastro.

ADDIO A NILLA PIZZI, REGINA DI SANREMO

Pubblicato il 12 marzo, 2011 in Cronaca, Musica | Nessun commento »

E' morta Nilla Pizzi

ROMA  – E’ morta stamattina a Milano Nilla Pizzi. La cantante, prima vincitrice del festival di Sanremo nel 1951 con Grazie dei fiori, avrebbe compiuto 92 anni il 16 aprile. Era ricoverata in una clinica dopo un intervento subito tre settimane fa. Lo annuncia il suo agente Lele Mora.

L’anno scorso Nilla Pizzi era stata sul palco dell’Ariston, accompagnata da cinque boys, ospite dell’edizione dei 60 anni del festival. “Mio Dio, che paura ritornare a Sanremo”, aveva detto alla vigilia della performance con indosso un abito bianco concepito come un omaggio a due sue canzoni, Grazie dei fiori e Vola colomba. La Pizzi inizia la sua carriera a 18 anni, quando vince nel 1937 il concorso ‘5000 lire per un sorriso’, una sorta di Miss Italia dell’epoca. Nel ‘42 vince un concorso indetto dall’Eiar (prima denominazione della Rai) ed inizia ad esibirsi con l’orchestra Zeme. Durante il fascismo viene allontanata dalla radio: la sua voce è considerata troppo sensuale. Torna nel 1946 con l’orchestra del maestro Angelini, cui è legata sentimentalmente. Nata a Sant’Agata Bolognese il 16 aprile 1919, nel 1951 vince il primo Festival di Sanremo con Grazie dei fior, piazzandosi anche seconda con La luna si veste d’argento, cantata con Achille Togliani. L’anno successivo trionfa nuovamente al Festival con Vola colomba, Papaveri e papere e Una donna prega. Film, trasmissioni radiofoniche, canzoni di successo e chiacchierate love-story (il cantante Gino Latilla tenterà anche il suicidio per lei), ne fanno la regina della canzone italiana. Nel 1959 vince Canzonissima (con L’edera), il Festival di Barcellona (in coppia con Claudio Villa con Binario) e si piazza terza al Festival di Napoli con Vieneme ‘nzuonno assieme a Sergio Bruni. Nel 2003 le e’ stato assegnato il Premio alla Carriera.

REGINA DI SANREMO – ”Sanremo e’ passato e futuro, Nilla Pizzi e’ nel Dna di tutti”, scrisse Maurizio Costanzo alla vigilia del festival ‘97. Pura verita’, e la conferma e’ arrivata nell’edizione dello scorso anno, quando la regina della canzone italiana poco prima del 91esimo compleanno e’ tornata sul palco dell’Ariston, visibilmente emozionata, ma intonando alla perfezione ‘Vola colomba’, tra l’ovazione del pubblico. Quella di Nilla (all’anagrafe Adionilla) Pizzi, nata il 16 aprile 1919 a Sant’Agata Bolognese, e’ una carriera iniziata tra spettacoli per militari e la vittoria al concorso Eiar del ‘42 a Montecatini (ma in un primo momento la sua voce venne osteggiata dalla radio perche’ giudicata ”moderna, esotica e sensuale”), tra l’orchestra Zeme e il grande Angelini. E’ l’epoca del 78 giri quando vince, a 18 anni, le ‘Cinquemila lire per un sorriso’, progenitrice di Miss Italia e dei concorsi di bellezza. Poi, nel ‘51, arriva Sanremo, in edizione radio. A cantare i venti brani selezionati sono solo in tre: Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. L’artista bolognese vince tutto il possibile: prima, seconda e terza, con ‘Grazie dei fior’ (che vendette 36.000 dischi, un record per l’epoca), ‘La luna si veste d’argento’ e ‘Serenata a nessuno’. En plein pure nel ‘52, con ‘Vola colomba’, ‘Papaveri e papere’, ‘Una donna prega’. Proprio sulla scia di ‘Vola colomba’, ricordano i giornali di allora, le diecimila lire di compenso per una sua serata salgono a 18.000 (piu’ le spese).

Nel ‘58, quando Domenico Modugno vince con ‘Nel blu dipinto di blu’, Nilla e’ seconda con ‘L’edera’. La ‘regina’ torna sul palco sanremese nell’edizione del 1981, vinta da Alice (‘Per Elisa’), come co-presentatrice con Claudio Cecchetto ed Eleonora Vallone ed ottiene nuovamente le copertine dei rotocalchi. Ma anche negli anni, soprattutto i Settanta, in cui il suo genere melodico sembra uno struggente ricordo per nostalgici, Nilla Pizzi non si concede soste: nelle comunita’ italiane all’estero, dagli Usa al Sudamerica, all’Australia, e’ sempre acclamata e accolta con grande calore. Spesso e’ con lei Giorgio Consolini, pressoche’ coetaneo, conterraneo ed altro prezioso esempio di longevita’ artistica, per un sodalizio canoro inossidabile. Poi, nel ‘94, e’ nuovamente a Sanremo, il ‘fil rouge’ che accompagna la sua vita artistica, ma questa volta ancora come cantante nella ‘Squadra Italia’ che vede riuniti Wess e Gianni Nazzaro, Jimmy Fontana e Rosanna Fratello, Tony Santagata e Lando Fiorini, Wilma Goich e l’ex fra’ Cionfoli.

Ovvero, revival con un po’ di nostalgia. Ma non solo nostalgia, tanto che nell’estate 2001 ‘Grazie dei fior’ si modernizza e diventa addirittura ‘rap’ in un’originale versione che vede protagonista la Pizzi con il Gruppo 2080, tre ragazzi di Salerno conosciuti in tv da Paolo Limiti. In quello stesso periodo, la sera di Ferragosto di 10 anni fa, l’artista e’ la star del Gay Pride organizzato a Torre del Lago (Lucca). La ricetta d’autore per il successo? ”La bella canzone popolare italiana – spiegava ancora recentemente l’artista – quella che ti fa cantare alle feste, ai matrimoni, alle scampagnate, in corriera. Cose che portano il buonumore, l’allegria e magari qualche bel ricordo. Funziona ancora oggi”. Per Gianni Borgna, musicologo, saggista e gia’ assessore alla cultura di Roma, ‘Vola colomba’ in particolare propone l”ideologia’ di un’Italia ancora in prevalenza arcaica e rurale, i cui simboli sono la campana, il vespro, la collina. Il tema dell’amore contrastato la fa ancora da padrone, ma con una variante di non poco conto: ”Il contrasto ha ragioni politiche e il richiamo a San Giusto introduce il tema di Trieste italiana. Con questo richiamo patriottico la triade Dio-Patria- Famiglia e’ perfetta”.

Nilla Pizzi, con il suo solito realismo e la sua familiare semplicita’, ha sempre detto di aver pensato alla carriera artistica ”come ad una scala. Ad un certo punto, se sei fortunato, tocchi la cima, come ho fatto io nei primi anni ‘50. E allora l’importante e’ trovare il modo giusto di scendere. Io ho cercato di scendere senza scivolare e senza rompermi il collo. Cosi’ mi sono sistemata sul mio gradino, da dove ho continuato a cantare, a far serate, a divertirmi”. Rimanendo senza eta’ nella storia della canzone italiana. Fonte: ANSA, 12 marzo 2011

MIRACOLO: SANTORO NON INSULTA BERLUSCONI, MA COSI’ ANNOZERO E’ ALLA CANNA DEL GAS

Pubblicato il 11 marzo, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Ieri sera puntata saporifera di Annozero. A un certo punto, c’era da pregare che nominassero Berlusconi. Eravamo disposti a tutto, anche a sentir massacrare il premier in diretta per l’ennesima volta. Ci dessero un po’ di bunga bunga, per carità, almeno un’Olgettina, due inchieste per mafia, qualcosa. E invece Annozero è andato in onda in versione giurassica, rispolverando addirittura Eugenio Scalfari e Fausto Bertinotti. Lo Scalfarosauro si dilungava in analisi sullo stato dell’economia prendendo in esame un argomento attualissimo: la crisi del 1929. Ci crediamo che poi grida all’avvento del fascismo: è fermo agli anni Trenta. Il Comunistosauro Bertinotti, invece,   lo pensavamo già estinto da anni assieme al suo ex partito,  Rifondazione. Invece si era solo nascosto all’ombra dei brontosauri ed è rispuntato per parlare di metalmeccanici e padroni. Da uno che ha provocato il crollo del suo schieramento, chissà quali geniali ricette sulla crisi mondiale possono venire (infatti auspica «un po’ di Patrimoniale»). Mancava solo Corrado Formigli inviato nel Cretaceo per un reportage e la trasmissione avrebbe potuto chiamarsi La preistoria siamo noi. Nello spettatore subentrava un senso di smarrimento: ma come, mandano in onda Superquark e c’è Santoro al posto di Piero Angela? Fortuna che era presente il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Le uniche emozioni, in avvio di puntata, le ha regalate lui. Prima mettendosi alla lavagna, spiegando  il «videogame» dell’economia e i rischi fatali (titolo del suo celebre libro e della puntata)  a cui vanno incontro gli italiani. Poi regalando siparietti con Scalfari, il quale lamentava: «Ho criticato molte volte      Tremonti, ma lui non mi ha mai fatto l’onore di rispondermi. Stasera dovrà farlo». E Santoro: «È una grande occasione». Commento di Tremonti: «Sì,  grande  per Scalfari». Nel frattempo, il pubblico (solitamente feroce e ruggente) era in coma. Travaglio dormiva, si è svegliato  perché un cinese dagli spalti ha pronunciato il nome fatale: «Berlusconi!». E Marco è balzato in piedi pronto alla pugna. Vauronel finale, incerottato per sfottere il premier dopo l’operazione ai denti, non è bastato a ridestare le folle.   Il succo è che, privo di frecce da scagliare contro Silviuccio, San Michele  perde  l’appeal. Ha fatto la puntata più bella e intelligente degli ultimi anni -  riflessiva e moderata – ma accadesse sempre così, cioè se Annozero fosse obbligato a cercare notizie vere, non avesse la sponda del gossip anti-Silvio e lo spauracchio del bavaglio, sarebbe un format per pochi, altro che adunate di piazza. Quelli che la menano con «la macchina del fango» e  chiedono il giornalismo d’alto profilo, se ottenessero  quanto dicono di volere sarebbero spacciati.   La morale è che – pur lamentando la sua invadenza catodica – gli amici progressisti non possono vivere senza il Drago di Arcore. Per rimediare qualche punto di share devono rifilare bastonate alla Lega, mostrando servizi sugli immigrati che dalla Libia sfollano in Tunisia (vogliono tornare nei propri Paesi, diceva ieri Santoro, e il Carroccio non li aiuta a casa loro come ha sempre dichiarato). Sono obbligate, le star di sinistra, a rifugiarsi nella tivù del dolore, a suon di   disoccupati   costretti a vendere  la fede nuziale per campare o imprenditori in crisi che solidarizzano con gli operai.   Ma i filmati strappalacrime sui profughi che a decine affollano una casa priva di servizi o fanno a gomitate per una pagnotta lanciata da un camion, lasciano il tempo che trovano. Possono commuovere un po’ l’ascoltatore terzomondista, poi stufano. Scalfari e Bertinotti possono attirare qualche appassionato di fossili, ma niente più. Jurassic Santoro, dispiace per lui, è soporifero: no Cav, no party. Ci permettiamo  un consiglio agli antiberlusconiani del piccolo schermo. Tenetevi stretto Giuliano Ferrara e pregate che Silvio si conservi in forma, al fine di garantirvi un audience di riguardo. Andate in chiesa e accendete un cero affinché il Cavaliere resti in sella. E se Sant’Antonio non vi aiuta, provate con le offerte a Santoro Martire. Altrimenti, il rischio fatale è che il successo di massa svanisca. Come una bolla finanziaria. di Francesco Borgonovo, LIBERO, 11 MARZO 2011

GIUSTIZIA: ALCUNI PUNTI FERMI

Pubblicato il 11 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

editoriale di Pierluigi Battista, Il Corriere dell a Sera, 11 marzo 2011

Sulla giustizia si potrebbe evitare l’ennesima guerra di religione, se ambedue gli schieramenti la smettessero di farsi imprigionare dall’incubo di Silvio Berlusconi. Certo, sembra impossibile scindere il tema della giustizia dalle vicende giudiziarie che riguardano il premier. Ma bisogna liberarsi dalla dittatura delle convenienze. E non aver paura di entrare nel merito delle cose, uscendo dallo schema perenne di una maggioranza prepotente e di una opposizione rinchiusa nella retorica impotente del «no» globale e preventivo.

La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri non può essere un tabù per il centrosinistra, anche se a proporla è il governo Berlusconi. Superfluo ricordare che quel tabù venne già violato nella Bicamerale presieduta da D’Alema tra il ‘96 e il ‘98. E del resto l’imparzialità e la terzietà del giudice rispetto alle parti è una garanzia per lo Stato di diritto tanto quanto l’indipendenza della magistratura dal potere politico. Un’opposizione libera dall’incubo di Berlusconi non potrebbe forse trovare un terreno di interlocuzione sul tema della terzietà, contrastando al contempo ogni tentazione di subordinazione dei pubblici ministeri agli imperativi della politica? Non è un tabù nemmeno la responsabilità civile dei giudici laddove sia ravvisabile un dolo nei loro comportamenti: se non altro perché un referendum ne ha sostenuto il principio (poi disatteso) già negli anni Ottanta. Perché la sinistra garantista dovrebbe avere paura di un principio che vincola i magistrati a una condotta di responsabilità simile a quella cui devono giustamente attenersi tutti i professionisti che svolgono attività su temi delicatissimi per la vita e la libertà dei cittadini? Sull’obbligatorietà dell’azione penale, poi, spieghi l’opposizione se oggi questa regola viene effettivamente osservata nelle procure italiane, o se i fascicoli che si accumulano sulle scrivanie dei tribunali non siano smaltiti con criteri che con l’«obbligatorietà» hanno poco a che fare.

Di tutto questo si può e si deve discutere, senza gridare all’«eversione» per proposte opinabili ma non incompatibili con i principi dello Stato di diritto. «Discutere», però, deve valere per tutti. Per il Pd, che può trovare un’occasione per smarcarsi dall’ipoteca giustizialista di Di Pietro. Ma soprattutto per la maggioranza di governo che non può procedere a strappi, spallate, ultimatum. Che non deve lasciarsi sopraffare da sentimenti di vendetta politica nei confronti della magistratura. Che non può pretendere di vendere un pacchetto preconfezionato senza ascoltare un’opposizione dialogante, i magistrati, gli avvocati e, naturalmente, i consigli saggi del presidente della Repubblica. I modi e i toni con cui la riforma della giustizia è stata annunciata lasciano temere il peggio. Ma la maggioranza è ancora in tempo a rovesciare questa impressione. Per realizzare con serietà, e senza proclami bellicosi, una riforma promessa oramai da 17 anni. Nell’interesse di tutti, e non per la conquista di un trofeo.

.……….Le considerazioni di Battista sono condivisibili. Sia quelle riferite alla opposizione, sia quelle rifeirte alla maggioranza. Ma per quanto riguarda la maggioranza, ieri sera a Porta a Porta il ministro Alfano è stato chiaro e preciso: la maggioranza è pronta a discutere e migliorare il testo della riforma. Diverso l’atteggiamento della minoranza che per bocca di D’Alema ha subordinato la disponibilità a discutere solo se Berlusconi si dimette. Richiesta  ridicola o grottesca che pone problemi non alla maggiorazna ma alla minoranza. g.