RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: COSI’ FINISCE L’ERA DEGLI INTOCCABILI

Pubblicato il 11 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

All’inizio fu Luciano Violante, che a me­tà degli anni-Settan­ta fece arrestare Ed­gardo Sogno, ex comandan­te dei partigiani anticomu­nisti con l’accusa di tentato golpe. Lo scandalo si con­cl­use con la piena assoluzio­ne dell’imputato, il colpo di Stato era una bufala. L’an­no dopo Violante fu eletto deputato del Pci e fece una carriera politica che lo por­tò fino alla presidenza della Camera. Poi venne Anto­nio Di Pietro. Nel 1992 gui­dò i pm milanesi nell’opera di distruzione di tutta la clas­se politica, esclusa quella di sinistra. Nel 1997 Massimo D’Alema gli offre un seggio da senatore e da allora cer­ca di condizionare dall’in­terno la politica italiana. Più di recente è stato il turno di Luigi De Magistris, che da pm mise sotto inchiesta, a metà degli anni Duemila, mezza classe politica italia­na senza cavare un ragno dal buco se non il suo ingres­so in politica, nel 2009, co­me eurodeputato dell’Italia dei Valori.

Altro che nascondersi die­t­ro galantuomini come Fal­cone e Borsellino. I tre pm che, insieme ad altri, hanno o hanno tentato di cambia­re il corso della politica con e senza toga hanno un mini­mo comune denominato­re: l’antiberlusconismo mi­litante. Questo è stato possi­bile perch­é la politica è suc­cube della magistratura, ca­s­ta di intoccabili che è di fat­to riuscita, alleandosi con la sinistra e più di recente con il Fli di Gianfranco Fini, a ste­rilizzare il risultato elettora­le fino a sostituirsi di fatto al potere legislativo.

Dopo diciotto anni di pro­messe non mantenute, ieri finalmente Pdl e Lega han­no rotto il tabù, iniziando un percorso che libererà il Paese dalla dittatura delle toghe. È questo il senso prin­cip­ale della riforma costitu­zionale della giustizia ap­provata ieri dal governo. Non importa quanto ci vor­rà, senza la prima pietra non si può arrivare mai al tetto. Sdoppiamento delle carriere per evitare che ac­cusa e giudici facciano alle­anza contro la difesa, re­sponsabilità personale, me­no discrezionalità nelle priorità delle inchieste so­no i capisaldi della riforma. In realtà in questo non c’è nulla di rivoluzionario, si tratta di norme e regole già in vigore con successo in tut­ti i Paesi democratici. E co­munque nulla che possa an­che lontanamente avvan­t­aggiare il presidente Berlu­sconi nelle sue note vicen­de giudiziarie. Le opposizio­ni non hanno più alibi. Il ri­t­ornello delle leggi ad perso­nam qui non funziona. Ber­sani e soci dovranno decide­re se stare dalla parte della gente o continuare a tenere bordone alla casta degli in­toccabili.

I magistrati hanno annun­ciato una dura resistenza e bisogna aspettarsi colpi di coda. Gli scommettitori di­cono che arriverà da Napo­li, dove il pm Henry John Woodcock, sta lavorando a tempo pieno a un’inchiesta delle sue, quei polveroni po­li­tico mediatici che nove vol­te su dieci finiscono in nul­la, come quelli di Violante e De Magistris. Di questo pa­re ne sappia molto, non si capisce a che titolo visto che l’indagine dovrebbe essere segreta, Italo Bocchino. I due hanno una cosa in co­mune, l’antipatia per noi del Giornale . Il primo ci ha messo già sotto inchiesta, il secondo ha denunciato 36 di noi, caso senza preceden­ti, per stalking (non vuole che si parli di lui, degli appal­ti Rai di sua moglie e dei fi­nanziamenti pubblici ai suoi giornali). Sarà un caso ma gira la voce che nel Fli non vedrebbero l’ora di ar­ruolare nel partito proprio Woodcock come responsa­bile della giustizia. Vuoi ve­dere che sta per nascere un’ altra strana coppia del gran­de affare politica-magistra­tura? Il Giornale, 11 marzo 2011

ABBIAMO RESISTITO ALLE BRIGATE ROSSE, FIGURIAMOCI A BOCCHINO: LUI CI FA RIDERE

Pubblicato il 11 marzo, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Italo Bocchino è un buffone. Non è che voglia aggravare la mia posizione di querelato: una sentenza della Corte di Cassazione relativa a quel Piero Ricca che diede, appunto, del buffone a Silvio Berlusconi, stabilisce infatti che rivolgersi in tal fatta a un politico non costituisce reato, essendo solo una «forte critica che può esplicarsi in forma tanto più incisiva e penetrante, quanto più elevata è la sua posizione pubblica». E Italo Bocchino, che è di elevata posizione pubblica, niente meno che il vice del Presidente della Camera, si prenda dunque da me del buffone.
Ne abbiamo passate delle belle, qui al Giornale. Dapprima trattati da pirla allo sbaraglio (ci davano per falliti entro sessanta giorni), poi da appestati cui negare non dico la parola, ma il semplice buongiorno e infine da nemici da abbattere con ogni mezzo. Subimmo scioperi selvaggi in tipografia, boicottaggi nelle edicole, assalti alla redazione da parte di branchi di scalmanati armati di chiavi inglese e oggetti contundenti di diversa natura. Montanelli si beccò anche le pallottole. Per dire del clima, fummo costretti a prendere il porto d’armi – subito accordato per manifesto stato di pericolo – e girare con la pistola nella fondina. E tutto questo era niente di fronte alla quotidiana martellante, proterva, violenta e sguaiata aggressione verbale e giornalistica. Altro che stalking. La libertà di stampa e d’opinione, i diritti riconosciuti dalla Costituzione «più bella del mondo» sbandierati ieri e oggi da quelle forze politiche e giornalistiche che vantano la diversità antropologica, a noi del Giornale non era riservata. Per i lorsignori, o cantavi nel coro o volente o nolente ti tappavi la bocca.
Ma a quei tempi a mordere erano almeno le iene, belve dalla forte dentatura. Oggi escono dall’ovile e ci mordono o provano a farlo le pecore, gli Italo Bocchino. Che da buon fascista, ancorché rinnegato, la libertà di stampa e d’opinione non sa nemmeno dove stia di casa e dunque si stizzisce, adendo subito le vie legali, se un giornale come il Giornale non dico lo critica, ma non lo eleva – come fecero in un primo momento, sognando il ribaltone, La Repubblica, Santoro e il Tg3 – a statista d’alto rango, di grande cultura e di sopraffina intelligenza. Non si sente diffamato, Bocchino. Non ha trovato, in quello che ho scritto o hanno scritto i miei colleghi querelati, particolari disonorevoli sul suo conto, tali d’averne offeso la reputazione. Ciò che abbiamo scritto è solo che la sua lucida mente ha portato l’ambizioso progetto futurista di far fuori il governo Berlusconi a una Caporetto senza se e senza ma. Provi qualcuno a negarlo. Per addentarci, col suo morso di pecora, è dovuto dunque ricorrere allo stalking, accusandoci non solo di fargli perdere il sonno, ma di averlo fatto, insieme alla moglie, deperire e dimagrire. È dunque una fortuna che ci venga in aiuto la Corte di Cassazione (sentenza 19509 del 4 maggio 2006) permettendoci di dare, «accertati il sostrato fattuale della critica e l’utilità sociale della stessa», del buffone a chi impugna simili mezzucci per unirsi all’opera di quanti vollero e tuttora vogliono far tacere la voce del Giornale. Non ci riuscirono, con mezzi assai più devastanti, negli anni di piombo. Figuriamoci se ci riuscirà, tirando in ballo la silhouette sua e della sua signora, una nullità politica come Italo Bocchino. Il Giornale, 11 marzo 2011

LA CODA DI PAGLIA DEI MAGISTRATI SPIONI

Pubblicato il 10 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

I magistrati si sono molto arrabbiati do­po aver letto sul no­stro quotidiano di ie­ri le loro email nelle qua­li sparlano di Silvio Ber­lusconi e degli elettori del centrodestra. Ci cre­do, al loro posto avrei avuto la stessa reazione. Vedere pubblicato sui giornali cose che uno pensa debbano restare riservate fa girare i san­tissimi. Se poi queste co­se, come nel caso in que­stione, smascherano un progetto politico che do­veva restare segreto in quanto incompatibile con la loro professione e presunta indipendenza, be’ allora la rabbia di­venta ira.

Al punto che hanno riunito d’urgen­za i loro vertici e chiesto l’intervento del Garante della privacy per blocca­re il Giornale . Troppo onore. Abbiamo sempli­cemente fatto il nostro lavoro, cioè pubblicato una notizia. Soltanto che in questo Paese, per non finire nei guai, si possono pubblicare esclusivamente le noti­zie gradite ai magistrati politicizzati, cioè funzio­nali al processo mediati­co contro Berlusconi e il suo governo. In quel ca­so non c’è privacy, anzi è tutto un bunga bunga dell’informazione dove chi più ne ha più ne met­ta, senza che nessuno lo disturbi. È poi paradossale che chi dello spiare e dell’en­trare nelle vite private senza regole e rispetto ne ha fatto una norma, oggi si atteggi a verginel­la di fronte alla pubblica­zione dei propri deliri af­fidati a una rete inter­net, che sarà anche riser­vata ai magistrati ma non certo segreta per­ché costituirebbe reato.

Riservata sì, ma come le migliaia di telefonate che ogni giorno vengo­n­o intercettate e non get­tate anche se il contenu­to nulla ha a che fare con un reato. Riservata co­me riservata dovrebbe essere la casa e il corpo di giornalisti di questa te­stata che sono stati per­quisiti, direi violentati psicologicamente, in cerca di fantomatici dos­sier che ovviamente non esistevano. Questi magistrati che chiedono di censurare il Giornale hanno la coda di paglia. Dopo aver af­fossato la giustizia e az­zoppato la politica, ora vorrebbero intervenire sull’informazione per decidere che cosa si può e si deve pubblicare. In­vece di scrivere procla­mi politici e tramare con­tro il governo pensino a fare il loro lavoro. Che al nostro ci pensiamo noi. Il Giornale, 10 marzo 2011

VELTRONI CHIAMA RENZI E RENZI STRONCA IL PD

Pubblicato il 10 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Renzi e Alemanno (Ansa)
Renzi e Alemanno (Ansa)

Sono tutti là. Walter Veltroni, il leader del Pd originale, quello prima versione, che fa gli onori di casa ai due ospiti. Sergio Chiamparino, che poteva essere leader ma che poi ha preferito finire il suo mandato di sindaco di Torino. E Matteo Renzi, il leader che verrà.
Sono tutti insieme al teatro dei Servi a Roma, per un convegno di Democratica, la fondazione di Veltroni. Parlano linguaggi differenti tra di loro, ma un filo li unisce, e anni luce li allontanano da Bersani e dal «suo» Pd. Renzi più di ogni altro in quella sala rappresenta la rottura con certe liturgie della politica del centrosinistra. Arriva senza essersi nemmeno tolto dal viso il cerone che ha messo per partecipare a Matrix. Nessun altro lì lo avrebbe fatto, per timore di un possibile accostamento a Berlusconi. Lui sì. Anche perché di questa «ossessione del Pd» per il premier è bello che stufo. Per questo non esita a dire quello che gli altri due si limitano a pensare: «La raccolta di firme non serve a nulla».
Il suo linguaggio è diverso e diretto: «Spesso raccontiamo un’Italia triste e i nostri in tv sono tristi e polemici. Però è a Roma e in Parlamento che è così, sul territorio è tutta un’altra storia». Non si preoccupa di abbattere un totem del centrosinistra, la concertazione: «Io sono contrario, andava bene all’epoca di Ciampi, per il governo nazionale, ma non può essere replicata in sedicesimo in tutte le città italiane». Non rinnega la rottamazione, anche se ha abbandonato i rottamatori: «Il senso era di dire: gente non potete svernare in Parlamento…c’è chi ci ha fatto le ragnatele lì». Il sindaco di Firenze non risparmia critiche a nessuno, nemmeno al Bersani che non vuole mettere il suo nome sul simbolo del partito: «È una decisione che ci riporta indietro di 30 anni». E fa anche di più, rompe un tabù che non romperebbe anima viva nel centrosinistra: «Io mi auguro – e so che verrò criticato per questo – che Berlusconi possa dimostrare la sua innocenza al processo perché in un Paese civile non si augura una condanna a nessuno».
Tutte parole che farebbero rabbrividire Rosy Bindi, che, però, lì non c’è: il suo Pd non è sicuramente quello che Veltroni ha deciso di mandare in scena al teatro dei Servi. Dunque, il sindaco di Firenze non nasconde la sua diversità, non si trincera dietro giri di parole o astuzie diplomatiche, non abbraccia la cautela. E questo lo rende differente anche da Veltroni e da Chiamparino. Ma poi Renzi parla lo stesso linguaggio del sindaco di Torino – e viceversa – quando si tratta di delineare il Pd come dovrebbe essere e come non è. Per il sindaco di Torino «la sinistra fa un’analisi inadeguata di come evolve la società italiana». Per Renzi il Pd perso nel suo antiberlusconismo non ha altra identità se non questa e non rappresenta quindi un’alternativa di governo. Entrambi sono ostili alla Santa Alleanza. «Va rivista questa strategia», dice il sindaco di Torino. E quello di Firenze: «Basta con gli inciuci, le ammucchiate e i tatticismi, smettiamola di inseguire Fini, Bocchino o altri statisti di questo tipo». Anche sulle primarie la pensano nello stesso modo. Per Chiamparino «sono il metodo più trasparente e democratico», tanto più che i partiti «non hanno più autorevolezza». Per Renzi «non si può chiedere agli elettori di andare nelle sezioni, anche perché la maggior parte sono chiuse», perciò bisogna coinvolgerli con le primarie: «È assurdo che decidano i gruppi dirigenti dei partiti che non rappresentano più niente». Il Corriere della Sera, 10 marzo 2011

E’ BOCCHINO-FOLLIA: L’ITALO FINIANO HA QUERELATO 36 GIORNALISTI PER…STALKING.

Pubblicato il 10 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

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Non nominate quel nome invano. Ai poliziotti una cosa del genere non era mai capitata. Devono andare al Giornale e chiedere i dati anagrafici di trentasei giornalisti e un lettore che ha avuto la sventura di scrivere una lettera. Non ac­cade spesso. Non accade in Italia, maga­ri a Cuba sì, ma è un particolare. Quando ti chiedono dove abiti e quanti anni hai, domicilio e il nome dell’avvocato è perché c’è un procedimento in procura contro di te. Non ti dicono il peccato, quello lo notificheranno più tardi. Non sai neppure chi ti accusa. Tutta la storia è a sorpresa. Indovina chi ti chiama in procura? L’unica cosa certa è che c’è qualcuno che si è messo in testa di denunciare mezzo quotidiano. Quello che lega i giornalisti e il malcapitato lettore è un nome. Tutti hanno citato almeno una volta, per caso, per sbaglio, per lavoro o per sfiga,l’innominabile,uno che deve avere qualche parentela con Voldemort, il Colui-che-non-si-può-nominare della saga di Harry Potter. Ma siccome non bisogna avere pauradi certi anatemi quel nome va fatto: Italo Bocchino.

Non è una sorpresa. Questo in fondo è un giallo da quattro soldi. Bocchino il 12 febbraio aveva confessato di aver denunciato i giornalisti che turbavano il suo sonno, e quello della famiglia, per stalking (reclusione da sei mesi a quattro anni). Italo è diventato l’uomo dei teoremi. È convinto che ogni parola su di lui nasconda una trama oscura. Almeno questo è quello che ormai va chiacchierando in giro. Fatto sta che si è inventato questa storia dello stalking di massa. Il reato è nuovo, chissà a che serve, usiamolo. Forse la Carfagna, promotrice di una battaglia seria e drammatica, non gli ha spiegato bene la ratio della legge. La denuncia per stalking non è un manganello. Non si va in giro a randellare alla cieca. Colui-che-non-si-deve-nominare nella sua furia non ha risparmiato quasi nessuno.

Ha denunciato Sallusti e Feltri, vicedirettori vecchi e nuovi come De Manzoni, Porro e Tramontano, notisti politici incrociati a Montecitorio come Adalberto Signore e Laura Cesaretti, Chiocci e Malpica intravisti a Montecarlo, editorialisti di tutte le razze, cronisti di passaggio e, appunto, perfino un lettore. Se l’è presa anche con me, per aver scritto che mentre Fini s’inabissava con le bombole in vacanza, al povero Italo toccava la fatica di mandare avanti il Fli sotto il sole d’agosto. Non era stalking, ma pietas umana. E comunque non mi è mai passato in testa di turbare le sue notti, di seguirlo per strada o telefonargli all’ora di pranzo mentre narra pettegolezzi a Dagospia. È che nella vita tutti, a quanto pare, hanno il loro quarto d’ora di ce-lebrità e ti tocca, o ti capita, di scrivere di loro anche quando ne faresti volentieri a meno.

I fantasmi dell’innominabile sembrano uno scherzo di carnevale. Tutto potrebbe finire con una pacca sulla spalla: simpatico, ma come ti è venuta questa idea? Peccato che in questo clima c’è il rischio che qualche procura prenda tutto sul serio. C’è una congiura di giornalisti che turba i sogni di gloria dell’onorevole Bocchino. Non dorme più, ha finito i sonniferi, mangia a fatica e ha un sorriso nervoso sul volto. La colpa non è della politica, ma di chi la racconta. Il rischio è che la Bocchino’s list non sia solo una barzelletta. Ma un rogna. Allora per un attimo proviamo ad essere seri. Le denunce di massa contro chi esprime un’opinione, contro chi fa cronaca, contro chi analizza, spiega o racconta la politica, contro chi fa il tuo nome per caso, contro chi scrive una lettera al direttore puzzano di intimidazione e di vendetta. Non sono un dispetto e non sono un gioco. Bocchino ha dichiarato alla Sette, davanti alla Gruber, che adesso si vedrà come funziona la macchina del fango. Ha puntato l’indice contro questo quotidiano e Dagospia. È il suo teorema. Bocchino fa capire che ha letto le intercettazioni di una procura. Lì ci sarebbero le prove. Allora guardiamoci negli occhi. Qui è in ballo la nostra libertà di stampa. La dignità di ognuno di noi. La macchina del fango è quella di Bocchino e i proiettili sono in toga. Di quali intercettazioni parla Bocchino? Chi gliele ha date? Come ha fatto a leggerle? Come sono state raccontate? Questa storia è sporca.L’onorevole Bocchino usa le carte segrete di qualche procura per minacciare trentasei giornalisti e un lettore. Signor Bocchino, non mi farò sputtanare da uno come lei, da uno che non si può nominare. IL GIORNALE, 10 MARZO 2011

……SARA’ IL CASO DI CHIAMARE URGENTEMENTE LA NEURO?

IL RITORNO DELLA POLITICA (ALLELUIA!)

Pubblicato il 10 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Con la proposta sul riordino del sistema giudiziario il governo mette un tassello di rilievo a una produzione riformistica che viene spesso sottovalutata, e non solo dai detrattori di mestiere. Sul piano economico sono stati riformati di fatto gli ammortizzatori sociali, il che prelude a una sistemazione organica di questa materia nell’ambito di un nuovo sistema contrattuale e, si spera, fiscale. Anche il sistema del pubblico impiego è investito da un duplice processo di modernizzazione e l’altro grande aggregato sociale dopo quello del lavoro, il sistema scolastico, ha subito una riforma profonda che è arrivata anche sul territorio dell’università.

Si vedrà col tempo se l’impostazione cui si è ispirata Mariastella Gelmini otterrà i risultati sperati. Resta il fatto che si è passati dal chiacchierare di riforme come si è fatto per trent’anni, a sperimentarne una approvata e operante. Anche l’assetto dello stato, e i rapporti tra i diversi livelli di governo, viene modificato secondo principi federali, definendo con un minimo di precisione le competenze dei comuni, delle regioni e dell’amministrazione centrale, per evitare conflitti di competenza: mancano ancora passaggi applicativi importanti ma il processo riformatore pare ben avviato.

Ci si può domandare come mai l’agenda riformatrice si sia messa in moto proprio in coincidenza con una fase critica della maggioranza che ha subito una secessione rilevante sia sul piano politico che numerico. La spiegazione non sta nel fatto che dalla barca della maggioranza sono sbarcati quelli che remavano contro. Forse si tratta soprattutto del passaggio da una fase di tranquillità statica di una maggioranza ampia e sonnacchiosa a quella convulsa di un governo che per reggersi deve dimostrare di muoversi e che quindi assume un assetto obbligatoriamente dinamico.IL FOGLIO, 10 marzo 2011

IL CONSIGLIO DEI MINISTRI VARA LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: UNA RIVOLUZIONE NECESSARIA

Pubblicato il 10 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Il governo questa mattina ha approvato il disegno di legge costituzionale di riofrma della giustizia ed è deciso ad andare avanti sul progetto illustrato ieri dal ministro Alfano anche al Presidente della Repubblica. Un progetto che potrà essere migliorato ma che non dovrà essere snaturato. Conta il fatto che, finalmente, il governo abbia deciso di affondare il bisturi nel bubbone giustizia.

Angelino Alfano e Giorgio Napolitano Lasciamo stare Berlusconi. E lasciamo stare il solito giochino degli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo mobilitati alla ricerca, nelle pieghe di un testo che neppure conoscono, di trucchi e codicilli scritti ad personam per liberare il Cavaliere dai guai giudiziari. Lasciamola stare questa ricerca ossessiva. Che è, poi, niente altro che un modo per liquidare ogni tentativo di affrontare un problema, quello della riforma della giustizia, non più rinviabile. Conta, ormai, il fatto che il governo sia fermamente deciso ad andare avanti sulle linee del progetto illustrato ieri dal guardasigilli al Presidente della Repubblica e in via di approvazione oggi in sede di Consiglio dei Ministri. Un progetto che potrà essere, magari, migliorato ma che, almeno in alcuni punti chiave – separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura e riconoscimento del principio della responsabilità civile dei magistrati – non dovrà essere snaturato. Conta, insomma, il fatto che, finalmente, in qualche modo, il governo abbia deciso di affondare il bisturi nel bubbone giustizia.

Sì, perché, per dire le cose come stanno, sia lo squilibrio dei poteri dello Stato a favore del giudiziario sia l’amministrazione della giustizia – per colpa di un pugno di magistrati politicizzati o, nella migliore delle ipotesi, ammalati di protagonismo e alla ricerca di spicciola popolarità – hanno determinato, nel nostro paese, una situazione gravissima. L’uso politico della giustizia, per utilizzare la locuzione con la quale Fabrizio Cicchitto ha intitolato un suo documentato e coraggioso libro, ha creato una vera e propria emergenza democratica. La spregiudicatezza con la quale vengono utilizzati, da qualche magistrato impegnato, strumenti di indagine e la leggerezza con la quale vengono diffusi dati riservati e ininfluenti ai fini delle indagini lasciano non soltanto esterefatti ma anche seriamente preoccupati sulla salute dello Stato di diritto e sulla fine delle garanzie dei più elementari diritti di riservatezza. Un esempio solo. Un esempio che dimostra, complice certa stampa, il livello di aberrazione cui si è giunti. È quello della diffusione e pubblicazione, nel quadro di servizi giornalistici sull’indagine della procura milanese a carico del presidente del Consiglio per il cosiddetto caso Ruby, non soltanto del numero di un conto corrente personale presso un istituto bancario ma anche di movimenti che nulla hanno a che fare con l’inchiesta. Come, per esempio, le donazioni per il restauro di una parrocchia o la regalia a una squadra di calcio o, anche, gli accrediti versati a titolo di diritto d’autore dalla Siae a un Berlusconi chansonnier. Il fatto è di una gravità inaudita. Se è possibile andare curiosare, sindacare e mettere in piazza quanto e come – dei propri soldi – un individuo spende per arredare una o più stanza o per sistemare delle piante in giardino, allora si è passato davvero il segno. Altro che società democratica e liberale! Siamo in pieno regime poliziesco. Un regime di orwelliana memoria, dove ogni passo, ogni atto, ogni pensiero è controllato. La riforma della giustizia – in una situazione del genere e ben al di là di ogni considerazione personale sul caso Berlusconi – è una priorità assoluta. Riguarda il problema della necessità di riequilibrare i poteri dello Stato, attraverso il ristabilimento di pesi e contrappesi costituzionali, per evitare che il potere giudiziario, ormai preponderante sugli altri per loro debolezza o latitanza, diventi un potere assoluto esercitato attraverso la minaccia o il ricatto di una inchiesta più o meno fondata nei confronti di chi è percepito come avversario. Riguarda, in altre parole, l’urgenza di garantire il recupero delle condizioni necessarie per il corretto funzionamento di un vero Stato di diritto, fondato sulla separazione dei poteri. Soltanto così potrà essere evitato la “magistratocrazia” ovvero un “governo dei giudici” instaurato gradualmente attraverso una surrettizia e continua appropriazione di spazi di potere, quasi un “colpo di Stato” silenzioso, strisciante, disteso nel tempo ed effettuato attraverso una progressiva erosione dei diritti individuali. Allo stato attuale – tramontata, per il momento, la prospettiva di elezioni politiche anticipate – sembra che le condizioni per portare avanti, senza indugi e con energia, la riforma della giustizia ci siano. Ed è giusto che queste condizioni siano sfruttate al meglio. Ma è bene che il governo, e per esso Berlusconi, non dimentichi che – per quanto necessaria, prioritaria e imprescindibile – la riforma della giustizia è soltanto una di quelle riforme che i cittadini si aspettano dal governo di centro-destra e che andrebbe inserita in un più generale discorso di ammodernamento dell’intero edificio istituzionale e di riduzione del costo della politica. Francesco Perfetti, Il Tempo, 10 marzo 2011

……….Finalmente. E il governo non si laasci intimidire da minacce e ritorsioni, da qualunque parti esse vengano. La riforma costituzionale della Giustizia ha un ritardo ventennale ed ora che è giunta in dirittura di discussione non la si fermi.

L’ANM ALL’ATTACCO DEL GIORNALE: ILLEGALE PUBBLICARE LE E.MAIL CONTRO IL GOVERNO

Pubblicato il 9 marzo, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Tira aria di golpe: le toghe si scambiano messaggi minacciosi contro il governo. Il Giornale le smaschera.  Il sindacato dei magistrati va subito all’attacco e chiede al Garante della Privacy di “aprire un’inchiesta”. Palamara denuncia: “Grave violazione della legge sulla riservatezza, è in atto una campagna di aggressione e delegittimazione della magistratura da tempo avviata dal Giornale“. E tace sulle minacce al Governo e al presidente del Consiglio.

Una “gravissima violazione della legge sulla riservatezza delle comunicazioni che si iscrive in una campagna di aggressione e di delegittimazione della magistratura da tempo avviata da quel quotidiano”. L’Associazione nazionale magistrati va subito all’attacco. Dopo la pubblicazione sul Giornale delle comunicazioni via mail tra le toghe che vogliono dare la spallata allo “zietto Berlusconi” (leggi l’articolo), il sindacato dei magistrati ha chiesto al Garante per la privacy di apre un’istruttoria.

In vista del varo della riforma della giustizia di domani sulla mailing list esplode la rabbia dei magistrati contro il premier Silvio Berlusconi e i suoi elettori. Questa mattina Il Giornale ha svelato le mail segrete in cui le toghe si organizzano per dare “una risposta corale” al governo e per far “togliere il disturbo” allo “zietto Silvio”. Mail che grondano odio. Ma una volta pubblicate il numero uno dell’Anm Luca Palamara è subito partito all’attacco per difendere la privacy dei magistrati. L’articolo, rileva Palamara nella sua lettera inviata al Garante, “costituisce una palese violazione delle disposizioni contenute nel codice della privacy, trattandosi di abusiva pubblicazione di messaggi che costituiscono corrispondenza privata, nell’ambito di mailing list il cui accesso è tassativamente regolato attraverso una iscrizione, effettuata solo previa identificazione del richiedente”. Non solo. Per Palamara, “la gravità dell’episodio è accentuata dalla diffusione di dati personali relativi agli autori dei messaggi, in particolare gli indirizzi, anche privati, di posta elettronica di magistrati”. La diffusione di tali dati, conclude il presidente dell’Anm, è avvenuta “nel quadro di un articolo giornalistico dal contenuto pesantemente diffamatorio, volto a delegittimare una delle fondamentali istituzioni dello Stato”.

Enrico Costa, capogruppo in commissione Giustizia alla Camera, sottolinea come l’Anm non sia intervenuta in casi simili. “Non ci pare, ha detto Costa, che i vertici dall’Amn abbiano fatto analoga segnalazione al Garante della privacy quando a essere sbattuti sui giornali sono stati i testi di intercettazioni di conversazioni private, coperte da segreto istruttorio o irrilevanti ai fini dei processi, oggettivamente spifferate agli organi di stampa da ambienti giudiziari. Questa è l’ennesima dimostrazione che per l’Amn esistono convinzioni e convenienze”. Fonte. Il Giornale, 9 marzo 2011

BOCCHINO? TRADIVA GIA’ NEL 2009

Pubblicato il 9 marzo, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Alle origini del fango, quando Italo Bocchino si spacciava ancora per ber­lus­coniano e già passava notizie sotto­banco a Dagospia sul caso Noemi. A quei tempi Fini si faceva raccontare dai pm le meraviglie del pentito Spa­tuzza, ma la scissione, il «che fai mi cacci», la casa di Montecarlo, Mirabel­l­o e fratture varie erano ancora un futu­ro remoto. Questo dimostra come i fi­niani volessero, poco tempo dopo la vittoria elettorale, disarcionare il Ca­valiere. Altro che la favola della caser­ma. Non è stato Berlusconi a rompere con Fini. L’obiettivo dei finiani è sem­pre stato uno solo: sputtanare il capo del governo e del loro partito. E per raggiungere l’obiettivo ogni mezzo era lecito, meglio se giudiziario. Ma come tutti i congiurati ora Bocchino vede spettri ovunque. E nel suo fango rischia di sprofondare. Povero Italo, è diventato l’uomo dei teoremi e dei complotti. Si è convinto che il solo parlare di lui nasconda una trama oscura. E così denuncia tutti, come uno di quei personaggi da romanzo che se un passante gli dice «buongiorno» sospetta chissà quale secondo fine e per non rischiare spedisce una lettera di denuncia al magistrato di turno: «Indaghi sul perché quel signore che io non rammento mi ha salutato sorridente».

Il guaio è che con la scusa dell’azione penale obbligatoria i pm lo assecondano e si mettono alla ricerca di un’altra loggia segreta.L’obiettivo è combattere la macchina del fango, il paradosso è che tutti quelli che parlano di macchina del fango finiscono per gettare fango, santo e benedetto ma sempre fango è, sul primo che passa. Andate a vedere per esempio quanto fango sta gettando in questo periodo Roberto Saviano. Bocchino nella sua battaglia è ancora più compulsivo. Tra poco denuncerà perfino se stesso. Da quando ha scoperto la parola stalking la ripete ogni tre secondi. Scrivere di Bocchino vuol dire turbare il suo equilibrio psicofisico. Ma soprattutto bisogna stare attenti a non nominare mai la moglie invano. Quello che è capitato a Roberto D’Agostino vale per tutti. Un tempo Dago andava in vacanza con Italo e Gabriella Buontempo, la moglie (oops, stalking). Erano amici, di quelli appunto che programmano le ferie nello stesso periodo. Tanto amici che l’onorevole Bocchino,ancora pidiellino doc, racconta D’Agostino, passa a Dagospia indiscrezioni sul caso Noemi. E Dago le pubblica. Ma quando Dagospia pubblica la lettera del ministro di Santa Lucia sulla proprietà della casa di Montecarlo Bocchino non ci vede più,rinnega l’amico, lo accusa di lesa maestà e va da Santoro: «Bisognerebbe fare una puntata per sapere chi c’è dietro Dagospia».

Ecco l’ossessione del complotto. Dago ci resta male. Telefona a Gabriella (oops, stalking) e si lamenta con lei per la bastardata di Italo. Tutto questo racconto serve solo a far vedere come il capetto del Fli viva ormai assediato e ossessionato dai suoi fantasmi. La politica per lui non è voto, consenso, progetti, cosa pubblica, maggioranza e opposizione. Non ci sono idee che si scontrano tra di loro. È invece una guerra esistenziale: o stai con me o contro di me. Bocchino si è ammalato di manicheismo, ripudiando tra l’altro tutte le lezioni di Tatarella, il ministro della concordia, quello che cercava un punto mediano con tutti e andava a trattare anche con il diavolo se c’era bisogno. Il bello di Tatarella era il suo dialogare con tutti senza mai rinnegare se stesso. Non rinunciava alle sue idee e neppure al suo modo di essere e di vestire. Era uno con una personalità tanto forte da vivere la tolleranza senza paura. L’altro non è mai un nemico, ma uno con cui su qualcosa, più di qualcosa, ci si può incontrare. Bocchino invece vede solo ombre. È per questo che non può permettersi la tolleranza. Nel suo universo chi la pensa diversamente è un nemico da abbattere con ogni mezzo. Senza dubbio, nella sua visione, chi non è d’accordo con il Fli nasconde qualcosa di losco. Si vive male così e non bastano i sorrisetti stampati sul volto per spacciare serenità. Quello che sta logorando Bocchino è la sua ansia di potere, l’ambizione di chi da onesto mestierante della politica spera di indossare una divisa da generale. Purtroppo, per lui, finisce sempre per fare la figura del caporale. Il Giornale, 9 marzo 2011

IL SEN. TEDESCO SI DIFENDE E ACCUSA VENDOLA: COLPA SUA, MI IMPOSE L’ASSESSORATO

Pubblicato il 9 marzo, 2011 in Giustizia, Il territorio, Politica | Nessun commento »

L’audizione del senatore del Pd a Palazzo Madama
Saro: Pdl verso il no all’arresto. Il Pd resta spaccato

Amici-nemici: Vendola e Tedesco Amici-nemici: Vendola e Tedesco

Il senatore Alberto Tedesco è ascoltato dalla giunta per le immunità di Palazzo Madama che dovrà decidere se accogliere o no la richiesta d’arresto dei magistrati baresi. A carico di Tedesco ci sarebbero le accuse di concussione e corruzione. L’audizione è in corso, ma Giuseppe Saro del Pdl uscendo dalla giunta ha dichiarato di aver rivolto a Tedesco molte domande tra cui quelle legate al conflitto d’interesse esistente tra l’incarico di assessore alla Sanità (ricoperto all’epoca dei fatti) e le aziende dei figli e della moglie e dei fratelli.

Tedesco, riferisce Saro, è stato chiaro. «Avrei voluto essere nominato presidente del Consiglio regionale, ma il governatore Nichi Vendola si impuntò. Nel caso avessi rifiutato la delega alla sanità sarebbe stata crisi con la caduta della giunta». Il senatore Saro, inoltre, appellandosi al garantismo ha fatto intendere che il Pdl dirà no ai magistrati baresi, mentre il problema resta circoscritto in casa Partito democratico (quello in cui è stato eletto Tedesco). Il Pd è diviso a metà tra garantisti e giustizialisti.

Rosanna Lampugnani, Il Corriere del Mezzogiorno, 9 marzo 2011